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L’OSSERVATORE ROMANO

GIORNALE QUOTIDIANO

Unicuique suum

POLITICO RELIGIOSO

Non praevalebunt

Anno CLVI n. 266 (4 7. 4 0 1 ) Città del Vaticano sabato 19 novembre 2016

.

La Cop22 in Marocco conferma gli obiettivi di Parigi

Sul clima una marcia in più

RA B AT, 18. Nuovi impegni concreti

per portare avanti la lotta contro il

riscaldamento globale. Questo il

principale risultato, espresso nella

Dichiarazione finale pubblicata ieri

sera, della ventiduesima conferenza

mondiale sul clima (Cop22), che ha

visto la partecipazione di 196 paesi.

Confermati gli obiettivi chiave definiti

a Parigi nel 2015: la necessità di

mantenere l’aumento di temperatura

inferiore ai 2 gradi, compiere sforzi

per contenerlo entro 1,5 gradi, e

smettere di incrementare le emissioni

di gas serra il prima possibile.

«Il cammino intrapreso contro il

cambiamento climatico non può essere

interrotto. Invito tutti i settori

della società a farsi coinvolgere. In

questa battaglia abbiamo bisogno di

tutti» ha detto ieri, in alcune dichiarazioni,

il segretario generale delle

Nazioni Unite, Ban Ki-moon. «Abbiamo

toccato con mano il potere

della cooperazione internazionale;

siamo in grado di testimoniare il potenziale

che riunioni come queste

hanno: nel 2014 il summit sul clima

ha riunito oltre 100 capi di stato e

più di 800 attori della società civile».

Il diplomatico sudcoreano ha

poi sottolineato che «agire subito

contro i cambiamenti climatici non è

un lusso, piuttosto un investimento

prudente sul nostro futuro».

Come detto, la dichiarazione finale

del vertice Cop22 ribadisce gli impegni

già presi a Parigi per far fron-

Per Ban Ki-moon il cammino intrapreso non può essere interrotto

Al centro il ministro degli esteri marocchino, Salaheddine Mezouar, nei momenti conclusivi della conferenza (Reuters)

Nairobi rinvia di sei mesi la chiusura del più grande campo profughi del mondo

Dadaab rimane in funzione

te «alla sfida dell’emergenza climatica».

Il documento cita il protocollo

di Kyoto e Doha e definisce l’azione

contro il riscaldamento globale come

«un processo irreversibile» per sostenere

il quale servono politiche lungimiranti

ed efficaci. «Noi, in rappresentanza

dei paesi sviluppati, riaffermiamo

il nostro obiettivo di mobilitazione

di 100 miliardi di dollari» si

legge nella dichiarazione. Si auspica

poi che «gli impegni entrino subito

in vigore con gli obiettivi ambiziosi

che si è posto l’accordo di Parigi e

nel segno dell’inclusione». La dichiarazione

invita quindi tutti alla

NAIROBI, 18. Il Kenya ha deciso di

rinviare di sei mesi la chiusura del

campo profughi di Dadaab, il più

grande del mondo, che ospita tra le

300.000 e le 400.000 persone, fuggite

dai conflitti presenti in Africa

orientale, in gran parte somali, in

una zona semiarida a 100 chilometri

dalla frontiera con la Somalia.

Il ministro dell’interno keniota,

Joseph Nkaissery, ha detto nei giorni

scorsi che la decisione è stata

presa per rispondere a una richiesta

da parte dell’alto commissariato

delle Nazioni Unite per i rifugiati

(Unhcr) di ritardare lo smantellamento

del campo, originariamente

previsto per la fine del mese.

Frattanto proseguiranno le operazioni

di rimpatrio dei profughi che,

secondo Nkaissery, saranno effettuate

«in modo umano, sicuro e dignitoso».

Il Kenya, che nel 2011 ha inviato

un contingente militare in Somalia

nel quadro della missione decisa

dall’Unione africana a sostegno

del governo di Mogadiscio contro il

gruppo jihadista di Al Shabaab, ha

subito in questi anni ripetuti e sanguinosi

attacchi terroristici sul suo

territorio. Secondo le autorità di

Nairobi proprio a Dadaab — il campo

circonda le città di Hagadera,

Dagahakley e Kambios — i fondamentalisti

effettuerebbero opera di

reclutamento e di addestramento.

Inoltre i terroristi legati ad Al Qaeda

sarebbero riusciti a nascondere

armi nel campo profughi che copre

una superficie totale di circa 50 chilometri

quadrati. A partire dal 2015,

è diventato di fatto la quarta città

più abitata del Kenya.

Uno dei problemi che però gli

operatori umanitari indicano nello

smantellamento del campo profughi

di Dadaab è che gran parte dei suoi

abitanti, tra cui moltissimi maschi

con meno di 18 anni, potrebbero

diventare reclute di Al Shabaab.

Nelle ultime settimane la polizia

del Kenya ha arrestato decine di

persone con l’accusa di aiutare i

terroristi. Ma secondo moltissimi

profughi è sbagliato descrivere il

campo come un luogo che accoglie

i terroristi: i suoi abitanti non sono

complici, ma vittime dei miliziani

di Al Shabaab.

«solidarietà nei confronti dei paesi

più vulnerabili di fronte ai cambiamenti

climatici».

Questa dichiarazione «è un punto

di non ritorno» ha commentato il

ministro degli esteri marocchino, Salaheddine

Mezouar, presidente della

Cop22. «Un passo avanti e deciso

nell’era dell’azione, per lo sviluppo

sostenibile. Questa conferenza sul

clima ha raggiunto gli obiettivi, andando

anche oltre le aspettative» ha

aggiunto. Riscontro positivo è giunto

anche da altre cancellerie. Il ministro

dell’ambiente italiano, Gian Luca

Galletti, si è detto «soddisfatto»

dell’andamento dei lavori, soprattutto

«per la determinazione a continuare

sulla strada dell’impegno preso

a Parigi e riaffermato qui, praticamente

da tutti». Galletti ha anche

annunciato che l’Italia si candida a

ospitare la Conferenza Onu sul clima

del 2020 e che contribuisce con 5

milioni di euro a un fondo da 75 milioni

per aiutare i paesi africani nella

lotta al cambiamento climatico.

Un commento positivo è arrivato

anche da Washington. «La comunità

mondiale è unita. Nessuno dovrebbe

dubitare che la stragrande maggioranza

dei cittadini statunitensi sono

determinati per mantenere gli impegni

presi a Parigi e sa che i cambiamenti

climatici sono reali» ha dichiarato

il segretario di stato americano,

John Kerry. «L’Accordo di Parigi

delinea la strada per il futuro,

ma ancora non ci fornisce risultati»,

ha ribadito Kerry. «Stiamo parlando

di scelte che ancora abbiamo a disposizione.

Siamo responsabili rispetto

alla scienza, non rispetto alle

teorie e certamente non agli slogan

politici. Nessuno dovrebbe prendere

decisioni sulla base di ideologie».

Ancora bombardamenti su Aleppo

Cento morti

in due giorni

DA M A S C O, 18. I combattimenti in

Siria non conoscono tregua: l’ultimo

bilancio parla di almeno cinquanta

civili uccisi durante i bombardamenti

nell’area di Aleppo,

precisamente sui quartieri orientali

controllati da ribelli e formazioni

jihadiste. Molte fonti parlano addirittura

di oltre cento morti negli ultimi

due giorni. Ieri un attentato

ha causato la morte di almeno 25

persone nella città di Azaz, presidiata

dai ribelli nella provincia di

Aleppo. Numeri impressionanti,

che disegnano i contorni di una

tragedia senza fine.

Le conseguenze umanitarie sono

terribili. Ieri Oxfam, Syrian American

Medical Society e Big Heart

Foundation hanno lanciato un appello

urgente «per una completa

cessazione del conflitto, la fine delle

incursioni aeree e dei bombardamenti

indiscriminati, la revoca

dell’assedio su Aleppo est per consentire

ai civili di trasferirsi in sicurezza

e agli aiuti di poter entrare».

Secondo le tre organizzazioni, oltre

250.000 persone sono intrappolate

nella città e si apprestano ad affrontare

l’inverno con scorte di cibo

e acqua in esaurimento e strutture

sanitarie ormai al collasso.

D all’inizio dell’offensiva — informano

le organizzazioni — la popolazione

ha avuto un accesso intermittente

all’acqua pulita attraverso

la rete pubblica, potendo contare

unicamente su rifornimenti da pozzi

e camion, con il rischio di bere e

usare acqua sporca e contaminata.

Attraversando le zone di conflitto

da Aleppo ovest (controllata dal

governo) ad Aleppo est (sotto il

controllo delle forze di opposizione),

Oxfam è riuscita ieri a installare

un secondo generatore nella

principale stazione idrica della città,

Suleiman Al Halabi, garantendo

così acqua pulita. «I due generatori

che abbiamo fornito alla stazione

servono a garantire sufficiente

acqua pulita a due milioni di

abitanti di Aleppo, ma i rifornimenti

di cibo e forniture mediche

restano bloccati» ha detto Riccardo

Sansone, coordinatore umanitario

di Oxfam Italia. «Fornire acqua

pulita alla popolazione è essenziale,

ma se non riusciamo a risolvere

l’emergenza data dalla carenza di

cibo, può diventare paradossalmente

quasi secondario anche proteggere

i civili dagli attacchi aerei indiscriminati

che si stanno susseguendo»

ha spiegato Sansone.

Dalla fine di luglio, nessun convoglio

di aiuti ha potuto raggiungere

Aleppo est. L’Onu, lo scorso

10 novembre, ha annunciato l’esaurimento

imminente delle scorte alimentari.

«Dal primo ottobre, abbiamo

distribuito razioni di cibo a

22.180 famiglie ad Aleppo est; dureranno

solo sino alla fine del mese»

hanno detto alle agenzie altri

funzionari delle organizzazioni. Sul

piano sanitario, ci sono soltanto 29

medici nell’area: molti bambini

non vengono nemmeno vaccinati.

Una situazione molto simile a

quella di Aleppo la sta vivendo in

queste ore la città irachena di Mosul.

A un mese dall’inizio dell’offensiva,

si stima che 600.000 bambini

siano intrappolati nella città.

Ong attive sul terreno raccontano

che ogni giorno circa una dozzina

di bambini rimangono mutilati a

causa delle bombe, mentre i combattimenti

si spingono verso l’interno

della città. Anche quando riescono

a raggiungere i campi vicino

a Mosul senza subire danni fisici, i

bambini mostrano segni preoccupanti

di sofferenza psicologica.

E intanto, le violenze non conoscono

tregua: un’autobomba ha ucciso

ieri quaranta persone nella cittadina

di Fallujah.

Bambini ad Aleppo raccolgono legna da ardere (Reuters)

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Il campo profughi di Dadaab (Afp)

In Mozambico 73 persone carbonizzate per l’esplosione di un’auto cisterna

Vittime della povertà

MA P U T O, 18. Almeno 73 persone, poveri abitanti

di un villaggio del Mozambico, sono

morte carbonizzate avvolte da una nuvola di

fuoco sprigionata da un’autocisterna carica

di benzina che si era rovesciata sulla strada.

L’incidente aveva attirato centinaia di persone

che speravano di riuscire a prelevare un

p o’ di carburante da portare a casa. La terribile

esplosione ha lasciato anche un bilancio

di 110 feriti con ustioni di varia gravità.

«L’incidente — fa sapere in una nota ufficiale

il governo di Maputo — è avvenuto quando

dei cittadini hanno cercato di prelevare la

benzina dalla cisterna» in un piccolo villaggio

della provincia nord-occidentale di Tete,

non lontano dal confine con il Malawi,

dov’era diretto il mezzo, proveniente dal

porto mozambicano di Beira. Il mezzo giaceva

riverso sul ciglio della strada da ieri, attirando

l’attenzione dei locali. «A causa del

calore, la cisterna ha preso violentemente

fuoco» si legge nella nota.

Il Mozambico figura fra i paesi più poveri

al mondo secondo il Fondo monetario internazionale

(Fmi) e la sua economia non è riuscita

a risollevarsi dopo la fine della lunga e

sanguinosa guerra civile terminata nel 1992.

Di recente il governo di Maputo ha innalzato

il prezzo dei carburanti in seguito a una

svalutazione della moneta locale, il metical,

nei confronti del dollaro.

Intervista del Papa ad «Avvenire»

L’unità si fa in cammino

ST E FA N I A FALASCA ALLE PA G I N E 4 E 5

NOSTRE INFORMAZIONI

Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in

udienza:

Sua Eccellenza Monsignor Augustine Kasujja,

Arcivescovo titolare di Cesarea di Numidia, Nunzio

Apostolico in Belgio;

il Reverendissimo Padre Roberto D. Dotta,

O.S.B., Abate di San Paolo fuori le Mura;

l’Eminentissimo Cardinale Raffaele Farina, Archivista

e Bibliotecario emerito di Santa Romana

Chiesa;

Sua Eccellenza Monsignor Gregorio Nicanor

Peña Rodríguez, Vescovo di Nuestra Señora di Altagracia

en Higüey (Repubblica Dominicana), Presidente

della Conferenza Episcopale Dominicana,

con le Loro Eccellenze i Monsignori Francisco

Ozoria Acosta, Arcivescovo di Santo Domingo;

Héctor Rafael Rodríguez Rodríguez, Vescovo di

La Vega; Andrés Napoleón Romero Cárdenas, Vescovo

di Barahona.


pagina 2 L’OSSERVATORE ROMANO

sabato 19 novembre 2016

Obama risale la scaletta dell’Air Force One

dopo i colloqui con i leader europei (Ansa)

BE R L I N O, 18. Dopo l’incontro di ieri

tra il presidente uscente degli Stati

Uniti, Barack Obama, e il cancelliere

tedesco, Angela Merkel, oggi a

Berlino i due si sono ritrovati intorno

a un tavolo con il presidente

francese, François Hollande; il premier

britannico, Theresa May; il presidente

del governo spagnolo, Mariano

Rajoy; il presidente del consiglio

dei ministri italiano, Matteo

Renzi.

Si è trattato dell’ultimo summit

europeo della presidenza Obama.

Sul tavolo della riunione ci sono stati

i più delicati temi di attualità politica

internazionale anche alla luce

dell’elezione di Donald Trump alla

presidenza degli Stati Uniti. A questo

proposito, Obama si era dichiarato

ieri «prudentemente ottimista»,

aggiungendo di augurarsi che

«Trump non segua la Russia danneggiando

il suo popolo». Merkel

ha riconosciuto che diventa difficile

l’approvazione del partenariato transatlantico

per il commercio e gli investimenti

(Ttip), auspicando che i

negoziati non si interrompano. E sul

clima, ringraziando Obama per i

«grandi progressi nella lotta al cambiamento

climatico» e per il suo

«impegno che ci ha portato agli accordi

di Parigi», ha chiarito che «il

cambiamento dell’amministrazione

statunitense non dovrà ostacolare il

continuo sforzo» per combattere i

cambiamenti climatici e «per coinvolgere

la Cina». In ogni caso, il

cancelliere tedesco si è impegnata a

«fare tutto il possibile» per lavorare

bene con il nuovo presidente statunitense

Trump.

Ma di fatto la redistribuzione di migranti non procede

Nessuno stop

ai ricollocamenti

Migranti appena sbarcati sulle coste italiane (Reuters)

BRUXELLES, 18. Non ha trovato

consenso il documento sui migranti

preparato dalla presidenza slovacca

di turno per il consiglio dell’Unione

europea di oggi e presentato ieri

sera nella cena informale dei ministri

dei vari stati membri. La proposta

sosteneva la possibilità di rifiutare

i ricollocamenti parlando di

«solidarietà flessibile».

«La solidarietà deve essere effettiva

sul serio», ha sottolineato il

ministro dell’interno maltese Carmelo

Abela. Tutti devono contribuire,

è l’appello ribadito dal ministro

degli esteri italiano, Paolo

Gentiloni, che, mentre proseguono

gli sbarchi di migranti sulle coste

italiane, ha rilanciato proprio il

piano che prevede la redistribuzione

dei richiedenti asilo. Gentiloni

ha chiesto alla commissione Ue di

riverificare il calendario degli obblighi

dei vari paesi sul ricollocamento

per rimettere in moto il processo,

la cui conclusione è prevista

per settembre 2017.

Intanto, come detto, proseguono

gli arrivi sulle coste italiane. All’alba

di oggi sono sbarcati al porto di

Reggio Calabria 490 migranti, provenienti

da vari paesi africani: 345

maschi, 59 donne e 86 minorenni.

E purtroppo anche stavolta la nave

che li ha soccorsi ha trasportato

anche i corpi senza vita di nove

p ersone.

In Sicilia, infine, polizia e direzione

distrettuale antimafia di Palermo

hanno smantellato l’o rg a n i z -

zazione transnazionale, con base in

Nigeria, denominata Black Axe, attiva

in traffico di esseri umani, prostituzione

e droga.

L’ultimo summit europeo del presidente Obama

Prudente ottimismo

In Spagna

Filippo VI

inaugura

la legislatura

MADRID, 18. Re Filippo VI di

Borbone ha inaugurato ieri ufficialmente

la XII legislatura spagnola

— un esecutivo di minoranza

guidato dal presidente del governo

Mariano Rajoy — con un

appello ai partiti per «un dialogo

permanente» al fine di «risolvere

i problemi dei cittadini».

È la prima legislatura inaugurata

ufficialmente da Filippo VI, subentrato

al padre Juan Carlos nel

2014. Nel discorso alle Cortes il

re ha ricordato che «la crisi di governo

è stata risolta con il dialogo

e la generosità» e ha invitato il

paese a superare gli scandali di

corruzione che devono diventare

«un brutto ricordo». La rigenerazione

morale — ha aggiunto — deve

rappresentare «una questione

di principio» in ordine al funzionamento

dello stato di diritto necessario

per recuperare la fiducia

dei cittadini. Per quanto riguarda

la situazione economica, il sovrano

ha sollecitato un maggior impegno

nella coesione per rafforzare

lo stato sociale.

Volkswagen taglierà

trentamila posti di lavoro

BE R L I N O, 18. La compagnia automobilistica

tedesca Volkswagen

prevede il taglio di 30.000 posti di

lavoro entro il 2020. Si tratta del

«piano per il futuro», varato in seguito

alla vicenda del dieselgate, il

cui peso sulle casse dell’azienda si

sta rivelando enorme.

Secondo il quotidiano economico

tedesco «Handelsblatt», i due

terzi dei tagli saranno fatti in Germania,

attraverso pensionamenti

concordati. Il resto avverrà in

America del nord e in Brasile. Il

gruppo tedesco, che controlla i

marchi VW, Audi, Porsche, Seat e

Skoda, punta a risparmiare 4 miliardi

di euro.

Oggi rappresentanti della Volkswagen

tengono una conferenza

stampa per spiegare i dettagli del

piano, definito attraverso una trattativa

con i sindacati. In generale

emerge l’intenzione di ristabilire la

fiducia sui mercati dell’immagine

di Volkswagen gravemente danneggiata

dal dieselgate e dare più

spazio alle auto elettriche. Finora

solo VW ha stanziato 18 miliardi

di dollari di fondi per far fronte ai

costi dello scandalo delle emissioni

truccate per le sue auto diesel.

Lo scandalo è scoppiato quando

è emerso che l’azienda sulle macchine

diesel predisponeva un software

capace di falsificare i dati

sulle emissioni di Co2, che normalmente

vengono rilevati da una

centralina posizionata sul motore.

Oltre a Russia e clima, al centro

dei colloqui di Obama in questi

giorni a Berlino ci sono stati anche

il conflitto in Siria, l’uscita del Regno

Unito dall’Unione europea, la

lotta al terrorismo, la Nato.

Per il capo della Casa Bianca

uscente è la settima visita in Germania,

la quinta effettuata durante il

suo mandato alla Casa Bianca. Appena

arrivato, ha «fatto i complimenti

a Merkel per la sua leadership»,

definendola «una grande amica

e alleata» che «ha reso migliore

l’alleanza fra Stati Uniti e Germania».

Da parte europea, ad accogliere

Obama sono stati i leader di

un’Unione che arranca sulla questione

migrazioni, resta preoccupata in

tema di sicurezza e terrorismo e non

nasconde perplessità sulle incognite

della nuova presidenza Trump.

Intanto, sul piano economico e

guardando in particolare all’e u ro z o -

na, emerge che «dall’inizio della crisi

finanziaria globale, il 2016 è stato

il primo anno pieno in cui il prodotto

interno lordo (Pil) dell’eurozona è

stato al di sopra dei livelli pre-crisi».

Lo ha sottolineato il presidente della

Banca centrale europea (Bce), Mario

Draghi, che è intervenuto stamani

allo European Banking Congress a

Francoforte, spiegando che «ora

l’economia si sta riprendendo a un

passo moderato ma stabile», con la

crescita dell’occupazione di oltre 4

milioni di unità dal minimo toccato

nel 2013.

La stretta sui tassi arriverà molto presto

Yellen pronta a chiudere

i rubinetti del credito

WASHINGTON, 18. Il

presidente della Federal

Reserve, Janet Yellen,

ha ribadito ieri

che una stretta del

credito negli Stati

Uniti potrebbe arrivare

a breve, e che intende

restare alla guida

della Banca centrale

per l’intera durata

del mandato. Nell’anticipazione

scritta che

ha preceduto l'audizione

davanti a una

commissione del Congresso,

Yellen ha spiegato

che un aumento

del costo del denaro

potrebbe arrivare «relativamente

presto se i

dati macroeconomici

continueranno a mostrare

progressi». Allo

stesso tempo, tuttavia,

ha segnalato, usando molta prudenza,

che il mercato del lavoro e l’economia

americana hanno ancora

«margini di miglioramento». La

prossima riunione della Fed si terrà i

prossimi 13 e 14 dicembre e secondo

diversi osservatori potrebbe essere già

quella l’occasione per una stretta di

politica monetaria.

Durante l’audizione, Yellen ha affrontato

anche altri temi diventati di

stretta attualità dopo l’elezione di

Donald Trump alla Casa Bianca. Innanzitutto,

ha detto che non prevede

di lasciare la presidenza della Fed.

«È mia piena intenzione finire il

mandato» ha detto, precisando di

Yellen durante l’audizione al Congresso (Afp)

Trump e Abe confermano l’alleanza

Fiducia

recipro ca

«non prevedere dimissioni anticipate».

Poi ha difeso la legge Dodd-

Frank, la riforma della finanza varata

da Obama dopo la crisi del 2008.

«Ha molti aspetti positivi» e non sarebbe

opportuno «portare indietro le

lancette della regolamentazione finanziaria»

ha detto. Anzi, «si dovrebbe

essere felici che ora il sistema

finanziario è più sicuro e poggia su

basi più solide». Yellen ha assunto

l’incarico alla guida della Fed a febbraio

2014, dopo essere stata nominata

dal presidente uscente Barack

Obama, e il suo mandato dura quattro

anni, dunque scade alla fine di

gennaio del 2018.

WASHINGTON, 18. «Un leader con

cui si può stabilire un rapporto di

fiducia». Così il premier giapponese,

Shinzo Abe, ha definito il presidente

eletto statunitense, Donald

Trump, ieri a New York, al termine

di un colloquio durato circa novanta

minuti. «È stata una discussione

molto franca» ha aggiunto Abe,

precisando di non voler entrare nei

dettagli perché si è trattato di una

visita non ufficiale, dato che

Trump non è ancora formalmente

in carica. Ma ha offerto rassicurazioni

sull’impegno del futuro presidente

nei confronti di Tokyo e sul

«rapporto di fiducia» che continuerà

a legare i due paesi. Quello

con Abe è stato il primo incontro

del presidente eletto con un leader

straniero, suggellato da una stretta

di mano finale immortalata dai fotografi.

Alcune dichiarazioni di Trump

durante la campagna elettorale avevano

suscitato la preoccupazione di

Tokyo. Il magnate newyorkese aveva

infatti ventilato l’ipotesi di un

ritiro dei militari statunitensi dalla

Corea del Sud e dal Giappone —

due alleati strategici fondamentali

in Asia — in mancanza di un solido

contributo economico da parte dei

governi dei paesi coinvolti.

Abe è dunque volato nella grande

mela per capire le mosse di

Trump e quali saranno le linee fondamentali

della sua amministrazione

in campo asiatico. E questo in

particolare su due aspetti chiave: il

rapporto con la Corea del Nord e

il rafforzamento del trattato di libero

scambio Trans-Pacific Partnership

(Ttp) siglato da Obama con

altri undici paesi del pacifico per

contrapporsi allo strapotere cinese.

L’incontro con Abe è avvenuto

in un momento molto delicato.

Stanno infatti andando avanti le

discussioni e le trattative per decidere

la futura squadra di governo.

Ieri Trump ha offerto all’ex generale

Michael Flynn il ruolo di consigliere

per la sicurezza nazionale.

La notizia, fatta trapelare in serata

dal team di transizione, è rimbalzata

sui principali media americani.

Il 57enne Flynn è stato advisor di

Trump durante la campagna elettorale.

La nomina a consigliere per la

sicurezza nazionale non richiede il

via libera del senato.

Intanto, oggi, il segretario generale

della Nato Jens Stoltenberg in

un intervento al German Marshall

Fund ha dichiarato: «Sono fiducioso

che Trump mantenga la leadership

americana nella Nato e un

forte impegno per la sicurezza europea,

importante per gli Stati

Uniti e per l’Unione europea».

Stoltenberg ha poi speigato che il

suo staff è in contatto con il team

di transizione del presidente eletto,

con cui si aspetta di «parlare presto».

La Nato «è importante per la

stabilità in Europa, e la stabilità in

Europa è importante per quella negli

Stati Uniti», per questo

«Trump manterrà gli impegni».

Stoltenberg ha poi precisato che

«darà il benvenuto a Trump nel

summit Nato dell’anno prossimo a

B ru x e l l e s ».

Ve r t i c e

dell’Ap ec

nella capitale

p eruviana

LIMA, 18. Inizia oggi nella capitale

peruviana il ventiquattresimo

summit dei paesi membri

dell’Apec (Asia-Pacific Economic

Cooperation) che rappresentano

il 60 per cento del commercio

mondiale e il 40 per cento

della popolazione.

Al vertice di Lima parteciperà

il presidente statunitense uscente,

Barack Obama, che si è impegnato,

nel corso del suo mandato,

in una politica di ribilanciamento

strategico verso l’Asia

da parte degli Stati Uniti. Il capo

della Casa Bianca è stato un

grande sostenitore del commercio

globale e il promotore del

Partenariato Trans-Pacifico che

punta a unire i 12 paesi che nel

2015 hanno sottoscritto l’a c c o rd o

(Australia, Brunei, Canada, Cile,

Giappone, Malaysia, Messico,

Nuova Zelanda, Perú, Singapore,

Stati Uniti e Vietnam).

Tra i leader presenti in Perú,

il presidente cinese, Xi Jinping,

il premier giapponese, Shinzo

Abe, e il leader del Cremlino,

Vladimir Putin. A margine del

summit dell’Apec, i capi delle

diplomazie russa e statunitense,

Serghiei Lavrov e John Kerry, si

incontreranno per discutere della

crisi siriana: lo ha reso noto il

ministero esteri russo.

Nel frattempo, Cina ed Ecuador

hanno raggiunto oggi un

accordo per elevare le relazioni

bilaterali al livello di partnership

strategica complessiva. La decisione

è arrivata al termine di un

incontro tra il presidente cinese,

Xi Jinping, e il presidente

dell’Ecuador, Rafael Correa, a

Quito, capitale del paese sudamericano.

Il presidente cinese è

arrivato nelle scorse ore in Ecuador,

prima tappa di una viaggio

in Sudamerica che lo porterà nel

fine settimana in Perú, dove parteciperà

al vertice Apec e successivamente

in Cile, prima del ritorno

a Pechino, il 23 novembre

prossimo. La visita di Xi è la

prima in Ecuador di un capo di

stato cinese da quando i due

paesi hanno aperto relazioni diplomatiche

trentasei anni fa.

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sabato 19 novembre 2016 L’OSSERVATORE ROMANO

pagina 3

Non c’è accordo

sulla proposta

di tregua

nello Yemen

SANA’A, 18. Sanguinosi combattimenti

e raid aerei sono proseguiti

anche ieri nello Yemen nonostante

l’annuncio del segretario di stato

americano, John Kerry, di una tregua

nel paese dopo oltre due anni

di guerra tra le forze fedeli al presidente

Abd Rabbo Mansour Hadi,

riconosciuto dalla comunità internazionale,

e i ribelli huthi.

Il governo yemenita e la coalizione

guidata da Riad che lo sostiene,

come anche i ribelli huthi,

avevano respinto quest’iniziativa

di Kerry lanciata durante la sua

ultima missione in Medio oriente

all’inizio della settimana. D’altra

parte il presidente Hadi e le forze

che l’appoggiano chiedono che sia

applicata la risoluzione 2216 del

consiglio di sicurezza dell’O nu

che prevede il ritiro dei ribelli huthi

dalle città e dalle vaste zone

che hanno occupato e la consegna

degli armamenti pesanti.

Senza la tregua e con i tentativi

di dialogo che sono fermi, si sono

invece intensificati gli scontri armati

nei pressi di Taiz (sud-ovest),

terza città del paese, provocando

almeno nove morti nei due schieramenti,

secondo fonti militari. Le

forze lealiste hanno lanciato in

questa settimana una vasta offensiva

per la riconquista del palazzo

presidenziale e del quartiere generale

della polizia, situati alla periferia

est della città, in mano ai ribelli

che hanno ricevuto rinforzi

in uomini e armi. Gli huthi sono

attualmente alleati con le milizie

dell’ex presidente Ali Abdullah

Saleh che ha tenuto il potere a

Sana’a per ben 38 anni.

Inoltre, nella provincia di

Chabwa, più a est, altri sette ribelli

sono stati uccisi in nuovi combattimenti

nel distretto di Usaylan,

ricco di petrolio, che i belligeranti

si disputano da oltre un

anno. Nel nord del paese, numerosi

bombardamenti contro postazioni

ribelli sono avvenuti a Saada,

roccaforte degli huthi, come a

Nahm e a Sarwah.

Nelle 24 ore precedenti, almeno

51 combattenti erano rimasti uccisi

in altri violenti combattimenti in

un conflitto — spesso dimenticato

dai media internazionali — che, secondo

stime delle Nazioni Unite,

ha già causato oltre 7100 morti,

37.000 feriti, tre milioni di sfollati

e una delle più gravi crisi umanitarie

nel mondo.

Putin in Giappone

il prossimo 15 dicembre

TRIPOLI, 18. Le milizie libiche impegnate

nella campagna militare per

liberare Sirte dal cosiddetto stato

islamico (Is) procedono a piccoli

passi nella riconquista della città.

Nel loro ultimo bollettino hanno riferito

di essere riuscite a neutralizzare

un’autobomba e di avere trovato i

corpi di undici jihadisti dell’Is, uccisi

in recenti scontri. Le stesse fonti

hanno annunciato di avere preso il

controllo di una postazione dei miliziani

dell’Is nel quartiere di Giza

Al-Bahareya, ultimo feudo dei terroristi

nella città libica.

Mohamed El Ghasri, portavoce

delle forze libiche impegnate nella

campagna militare a Sirte, ha reso

noto al portale Alwasat che i terroristi

uccisi dallo scorso cinque maggio

— quando cioè è iniziata l’op erazione

— sono «saliti a 670, mentre i feriti

hanno superato quota tremila».

El Ghasri ha aggiunto che numerosi

jihadisti sono detenuti nella prigione

di Misurata e sono state aperte

delle inchieste per far luce sulle loro

fonti di finanziamento sulle armi e

sui loro collaboratori.

Per liberare la città libica di Sirte dai jihadisti

Si combatte

casa per casa

Dopo le minacce di Pyongyang

Scambio di informazioni

tra Seoul e Tokyo

TO KY O, 18. Resta alta la tensione

nella penisola coreana dopo che il

regime comunista di Pyongyang

ha denunciato l’accordo sullo

scambio di informazioni raggiunto

all’inizio della settimana dalla Corea

del Sud e dal Giappone. Dopo

le ripetute provocazioni della Corea

del Nord con i suoi programmi

nucleari e balistici, Tokyo e Seoul

«sono giunti a un accordo di principio

e hanno sottoscritto un accordo

provvisorio», ha reso noto il

ministero degli esteri nipponico.

«Continueremo i preparativi per la

firma definitiva».

Il portavoce del governo giapponese,

Yoshihide Suga, ha dichiarato

che «è importante che Giappone

e Corea del Sud cooperino

per fare fronte alle questioni militari

e nucleari della Corea del

Nord». D’altra parte, il regime di

Pyongyang dall’inizio dell’anno ha

ripetutamente sfidato la comunità

internazionale con test missilistici

e nucleari mostrando, come ha

detto il leader Kim Jong Un, che

«le testate possono essere montate

su missili strategici balistici e che

tali testate possono essere prodotte

in quantità e vari formati».

Kim Jong Un ispeziona un sito militare nordcoreano (Reuters)

TO KY O, 18. Il presidente russo, Vladimir

Putin, sarà in visita in Giappone

il 15 e il 16 dicembre prossimi,

ha reso noto ieri sera il consigliere

per la politica estera del Cremlino,

Yuri Ushakov. In agenda durante

gli incontri con le autorità nipponiche,

questioni economiche, commerciali

ed elementi chiave delle relazioni

bilaterali. Ovvero, una soluzione

della questione dei Territori

settentrionali giapponesi occupati

da Mosca alla fine della seconda

guerra mondiale, e da allora al centro

dei non facili rapporti fra Mosca

e Tokyo, che non hanno ancora

firmato un accordo di pace.

La Russia sembra ora più aperta

che mai — quantomeno dal 1956,

quando i parlamenti di entrambi i

paesi avevano ratificato la restituzione

al Giappone delle isole di

Shikotan e Habomai, un accordo

saltato dopo che Tokyo aveva stretto

un patto di difesa con gli Stati

Uniti — a individuare una soluzione

di compromesso con il Giappone.

E intanto, dopo l’incontro di ieri

con il presidente statunitense eletto,

Donald Trump, il primo ministro

giapponese, Shinzo Abe, si è recato

nella capitale peruviana, Lima, per

il vertice Apec dove avrà un colloquio

con il leader del Cremlino. «È

una preziosa occasione — ha detto

all’agenzia Kyodo — e voglio fare

in modo che sia fruttuosa». In precedenza

il segretario generale del

gabinetto del Giappone, Yoshihide

Suga, aveva affermato che il governo

ritiene «molto importante» l’incontro

tra Abe e Putin.

All’inizio di settembre, al forum

orientale economico di Vladivostok,

si è svolto un colloquio di tre ore

tra i due leader dove è stata annunciata

la missione di Putin in Giappone

il 15 dicembre.

La stessa fonte ha riferito che un

gran numero di corpi dei jihadisti si

trovano all’obitorio dell’ospedale e

solo quando Sirte sarà totalmente liberata

dal cosiddetto stato islamico

le forze dell’operazione per liberare

la città riferiranno un bilancio dettagliato

dei morti. Le milizie — ha

promesso — continueranno nelle loro

operazioni per liberare la città e

smantellare le cellule dormienti

dell’Is, ma anche per individuare i

jihadisti fuggiti. Progressi anche sul

fronte di Bengasi dove invece sono

impegnate altre forze, quelle legate

al generale Khalifa Haftar sostenuto

dal parlamento di Tobruk, che si

scontrano da mesi con gruppi di milizie

vicine ad Al Qaeda. Il portavoce

delle forze armate libiche — scrive

a Sky News Arabia — ha detto

che i militari hanno ripreso il controllo

totale della zona di Al Qawarsha,

situata a ovest della città, e

adesso avanzano verso il villaggio di

Kanfouda, sostenute dall’aviazione.

Nel frattempo, è arrivato ieri

all’aeroporto di Meetiga, vicino a

Tripoli, un C-130 dell’a e ro n a u t i c a

militare con nuova spedizione di

farmaci e di supporti sanitari destinati

all’ospedale della capitale. Grazie

a questa spedizione — consistente

in quasi tre tonnellate di medicine

e materiale medico — sarà possibile

garantire le cure di base a circa

10.000 persone per tre mesi e cure

specifiche a 100 feriti di guerra.

L’iniziativa risponde a una richiesta

di assistenza urgente del governo

di accordo nazionale libico del

premier designato, Fayez Al Sarraj,

e rientra nell’ambito di un ampio

pacchetto di aiuti umanitari deciso

dall’Italia a sostegno delle categorie

più vulnerabili della popolazione civile

libica, del valore complessivo —

dall’inizio dell’anno — di oltre 2,5

milioni di euro. Si tratta della quinta

spedizione di farmaci realizzata

dalla cooperazione italiana negli ultimi

mesi. Anche questa iniziativa,

come le precedenti rappresenta un

concreto gesto di solidarietà e di attenzione

nei confronti del popolo libico

nell’attuale delicata fase del

processo di stabilizzazione del paese

n o rd a f r i c a n o .

Yuan mai così debole sul dollaro

negli ultimi otto anni

PE C H I N O, 18. Scende ancora lo

yuan, la moneta cinese, giunta

all’undicesimo giorno consecutivo

di deprezzamento sul dollaro. La

banca centrale di Pechino ha fissato

oggi la parità sul biglietto verde a

quota 6,8796. È il livello più basso

mai raggiunto negli ultimi otto anni.

In queste ultime settimane la valuta

cinese ha perso l’1,9 per cento

del proprio valore.

L’indebolimento avviene contemporaneamente

a un periodo di rafforzamento

del dollaro e di crisi

dell’economia cinese, che conosce

infatti un notevole rallentamento in

numerosi settori chiave.

A confermarlo sono diversi dati.

In primis, i profitti del settore industriale,

secondo i dati diffusi dall’ufficio

nazionale di statistica, sono

cresciuti nei mesi scorsi del 7,7 per

cento annuo, in deciso rallentamento

rispetto al balzo del 19,3 segnato

Soldati fedeli al premier Al Sarraj nel centro di Sirte (Reuters)

Il presidente Kabila nomina premier un esponente dell’opp osizione

Kinshasa sulla strada del dialogo

KINSHASA, 18. Il presidente della

Repubblica Democratica del Congo,

Joseph Kabila, ha nominato primo

ministro un esponente dell’opp osizione,

Samy Badibanga, nel quadro

dell’accordo di «dialogo nazionale»,

che ha portato al rinvio delle elezioni

presidenziali, originariamente previste

per la fine dell’anno.

L’intesa raggiunta il 18 ottobre

scorso tra Kabila e una parte

dell’opposizione dovrebbe porre fine

alla profonda crisi politica con la costituzione

di un governo di unità nazionale

presieduto da un esponente

della minoranza e con il rinvio di

fatto sine die delle elezioni presidenziali,

alle quali Kabila non avrebbe

potuto ricandidarsi, poiché la Costituzione

congolese prevede un massimo

di due mandati. Etienne Tshisekedi,

leader di Rassemblement, il

maggior gruppo di opposizione congolese,

ha respinto l’accordo, sostenendo

che Kabila deve in ogni caso

lasciare la presidenza della repubblica

alla fine del mandato il prossimo

20 dicembre.

Il nuovo premier Badibanga, 54

anni, è un uomo d’affari nel settore

dei diamanti ed è originario della

provincia del Kasai orientale nel centro

del paese, da dove viene anche

Tshisekedi, ed è considerato come

molto vicino proprio a uno dei figli

del leader dell’opp osizione.

A settembre le manifestazioni di

protesta dell’opposizione a Kinshasa

per ottenere che Kabila lasciasse,

hanno provocato 53 morti in due

questa estate, particolarmente in

agosto.

Nei primi nove mesi del 2016 la

crescita annuale è stata dell’8,4 per

cento come nel periodo gennaioagosto

e contro il 6,9 per cento dei

primi sette mesi dell’anno.

Un dato significativo è il tracollo,

o quasi, del settore immobiliare. Secondo

i dati diffusi dall’ufficio nazionale

di statistica, elaborati dal

«Wall Street Journal», in ottobre la

vendita di case nel paese asiatico ha

segnato un balzo del 38,3 per cento

annuo, in netto rallentamento però

rispetto al 61,2 per cento di settembre

(33 per cento l’incremento registrato

in agosto).

Nei primi dieci mesi del 2016 la

crescita del settore è stata pari al

42,6 annuo contro il 43,2 del periodo

gennaio-settembre (e il 25,6 dei

primi otto mesi dell’anno).

giorni di scontri con la polizia. Proprio

per evitare che la situazione

precipitasse nuovamente in caos e

violenze, nel quadro dell’accordo politico

raggiunto con una parte

dell’opposizione, il primo ministro

della Repubblica Democratica del

Congo, Augustin Matata, aveva rassegnato

nei giorni scorsi le dimissioni.

«Ho offerto le mie dimissioni e

quelle del mio governo per rispondere

allo spirito e alla lettera dell’accordo»,

aveva detto Matata dopo un incontro

con Kabila.

Le tensioni politiche nella Repubblica

Democratica del Congo che a

settembre avevano provocato scontri

con la morte di almeno 53 persone,

derivano dalla scelta di Kabila, eletto

nel 2011 in seguito a uno scrutinio

contestato, di rinviare le elezioni presidenziali

che si dovevano tenere entro

la fine dell’anno. L’opp osizione

accusa Kabila, in carica dal 2001, di

voler modificare la Costituzione per

rimanere al potere anche al termine

del suo secondo mandato, che si

concluderà il prossimo 20 dicembre.

Sindacati pronti allo sciopero

in Tunisia contro l’austerity

TUNISI, 18. Il principale sindacato

tunisino, l’Unione generale dei lavoratori

tunisini (Ugtt), è pronto a

indire uno sciopero generale dei lavoratori

il prossimo 8 dicembre nel

caso in cui la richiesta sull’annullamento

della misura del blocco degli

aumenti dei lavoratori pubblici,

inserita in finanziaria 2017, non

venga accolta. Lo ha reso noto oggi

un comunicato del sindacato, diffuso

al termine di una riunione del

raggruppamento del comparto pubblico

dell’Ugtt.

Tra le proposte del sindacato anche

quella di organizzare un sit-in

davanti alla sede del parlamento

del Bardo la prossima settimana

per «fare pressione sul governo». A

partire da oggi in parlamento inizieranno

le discussioni sulla legge

di bilancio statale per il 2017. Sulla

questione del congelamento degli

stipendi dei lavoratori pubblici il

segretario generale dell’Ugtt, Houcine

Abassi, ha interpellato recentemente

il Fondo monetario internazionale

per chiedere di «rispettare

gli impegni del governo presi con

le parti sociali».

Parlare di condizioni imposte

dalle organizzazioni internazionali

per non aumentare i salari nell’interesse

dell’economia nazionale è un

«semplice pretesto», ha detto Abassi

rivolgendosi al governo tunisino.

Il segretario ha precisato inoltre

che nei documenti presentati in occasione

della recente visita in Tunisia

dei funzionari dell’Fmi non si fa

riferimento a questa misura nei

confronti dei dipendenti pubblici.

Nonostante lo sforzo internazionale

per aiutare la Tunisia a consolidare

le riforme democratiche, servono,

secondo il ministro dello sviluppo,

degli investimenti e della

cooperazione tunisino, Fadhel Abdelfeki,

«aiuti finanziari per un valore

di 20 miliardi di dollari nei

prossimi cinque anni per promuovere

l’economia nazionale» considerando

che «le finanze pubbliche

non sono più sufficienti per migliorare

il tasso di crescita del paese».

Al Sisi concede la grazia

a 82 giovani detenuti

IL CA I R O, 18. Il presidente egiziano,

Abdel Fattah Al Sisi, ha concesso

ieri la grazia a 82 giovani detenuti

in custodia cautelare. Lo ha

riferito Tarek Al Koli, membro della

commissione di cinque parlamentari

incaricata di esaminare i

casi dei detenuti. Nelle prossime

settimane potrebbe essere concessa

la grazia ad altri detenuti, i cui nomi

sono presenti in altri dossier per

aver ricevuto pene detentive.

Al momento non è chiaro se il

provvedimento di grazia da parte

del capo dello stato includerà anche

attivisti dei Fratelli musulmani

e quelli che hanno protestato contro

il deposto presidente Mubarak.

La concessione della grazia è regolamentata

dall’articolo 155 della Costituzione,

secondo cui la più alta

carica del paese può graziare qualsiasi

detenuto, anche in caso di verdetto

irreversibile.


pagina 4 sabato 19 novembre 2016 L’OSSERVATORE ROMANO sabato 19 novembre 2016 pagina 5

Locandina del film

«Il pranzo di Babette» (1987)

Bargellini e il giubileo del 1950

Il pellegrinaggio

di Piero

Intervista del Papa ad «Avvenire»

L’unità

si fa in cammino

di ST E FA N I A FALASCA

Casa Santa Marta, è mezzogiorno. Entro

con mio figlio, mentre fuori piove. Ma è

già ad attenderci sulla porta.

Padre, cos’ha significato per lei quest’anno di

m i s e r i c o rd i a ?

Chi scopre di essere molto amato comincia

a uscire dalla solitudine cattiva, dalla

separazione che porta a odiare gli altri e se

stessi. Spero che tante persone abbiano

scoperto di essere molto amate da Gesù e

si siano lasciate abbracciare da lui. La mi-

La croce simbolo dell’incontro di Lund

sericordia è il nome di Dio ed è anche la

sua debolezza, il suo punto debole. La sua

misericordia lo porta sempre al perdono, a

dimenticarsi dei nostri peccati. A me piace

pensare che l’Onnipotente ha una cattiva

memoria. Una volta che ti perdona, si dimentica.

Perché è felice di perdonare. Per

me questo basta. Come per la donna adultera

del Vangelo «che ha molto amato».

«Perché Lui ha molto amato». Tutto il cristianesimo

è qui.

Ma è stato un giubileo sui generis, con tanti

gesti emblematici…

Gesù non domanda grandi gesti, ma solo

l’abbandono e la riconoscenza. Santa Teresa

di Lisieux, che è dottore della Chiesa,

nella sua “piccola via” verso Dio indica

l’abbandono del bambino, che si addormenta

senza riserve tra le braccia di suo

padre e ricorda che la carità non può rima-

nere chiusa nel fondo. Amore di Dio e

amore del prossimo sono due amori inseparabili.

Sono stati realizzati gli intenti per cui lei lo

aveva indetto?

Ma io non ho fatto un piano. Ho fatto

semplicemente quello che mi ispirava lo

Spirito Santo. Le cose sono venute. Mi sono

lasciato portare dallo Spirito. Si trattava

solo di essere docili allo Spirito Santo, di

lasciar fare a lui. La Chiesa è il Vangelo, è

l’opera di Gesù Cristo. Non è un cammino

di idee, uno strumento per affermarle. E

nella Chiesa le cose entrano nel tempo

quando il tempo è maturo, quando si offre.

Anche un anno santo straordinario…

È stato un processo che è maturato nel

tempo, per opera dello Spirito Santo. Prima

di me c’è stato san Giovanni XXIII che

con la Gaudet mater Ecclesia nella «medicina

della misericordia» ha indicato il sentiero

da seguire all’apertura del concilio, poi

il beato Paolo VI, che nella storia del samaritano

ha visto il suo paradigma. Poi c’è

stato l’insegnamento di san Giovanni Paolo

II, con la sua seconda enciclica Dives in mis

e r i c o rd i a , e l’istituzione della festa della

Divina Misericordia. Benedetto XVI ha detto

che «il nome di Dio è misericordia».

Sono tutti pilastri. Così lo Spirito porta

avanti i processi nella Chiesa, fino al compimento.

Quindi il giubileo è stato anche il giubileo del

concilio, hic et nunc, dove il tempo della sua

ricezione e il tempo del perdono coincidono…

Fare l’esperienza vissuta del perdono che

abbraccia l’intera famiglia umana è la grazia

che il ministero apostolico annuncia. La

Chiesa esiste solo come strumento per comunicare

agli uomini il disegno misericordioso

di Dio. Al concilio la Chiesa ha sentito

la responsabilità di essere nel mondo

come segno vivo dell’amore del Padre. Con

la Lumen gentium è risalita alle sorgenti della

sua natura, al Vangelo. Questo sposta

l’asse della concezione cristiana da un certo

legalismo, che può essere ideologico, alla

persona di Dio che si è fatto misericordia

nell’incarnazione del figlio. Alcuni — p ensa

a certe repliche ad Amoris laetitia — continuano

a non comprendere, o bianco o nero,

anche se è nel flusso della vita che si

deve discernere. Il concilio ci ha detto questo,

gli storici però dicono che un concilio,

per essere assorbito bene dal corpo della

Chiesa, ha bisogno di un secolo… Siamo a

metà.

In questo tempo sono tuttavia significativi gli

incontri e viaggi ecumenici intrapresi. A Lesbo

con il patriarca Bartolomeo e Hieronymos, a

Cuba con il patriarca di Mosca Kirill, a

Lund per la commemorazione congiunta della

Riforma luterana. È stato l’anno della misericordia

a favorire tutte queste iniziative con le

altre Chiese cristiane?

Non direi che questi incontri ecumenici

sono il frutto dell’anno della misericordia.

No. Perché anche questi sono tutti parte di

un percorso che viene da lontano. Non è

una cosa nuova. Sono solo passi in più

lungo un cammino iniziato da tempo. Da

quando è stato promulgato il decreto conciliare

Unitatis redintegratio, più di cinquant’anni

fa, e si è riscoperta la fratellanza

cristiana basata sull’unico battesimo e sulla

stessa fede in Cristo, il cammino sulla strada

della ricerca dell’unità è andato avanti a

piccoli e grandi passi e ha dato i suoi frutti.

Continuo a seguire questi passi.

Quelli compiuti dai suoi predecessori…

Tutti quelli che sono stati compiuti dai

miei predecessori. Come un passo in più è

stato quel colloquio di Papa Luciani con il

metropolita russo Nikodim che gli morì tra

le braccia e, abbracciato al fratello vescovo

di Roma, Nikodim gli disse cose tanto belle

sulla Chiesa. Ricordo i funerali di san

Giovanni Paolo II, c’erano tutti i capi delle

Chiese d’Oriente: questa è fratellanza. Gli

incontri e anche i viaggi aiutano questa fratellanza,

a farla crescere.

Lei però in meno di quattro anni ha incontrato

tutti i primati e i responsabili delle Chiese

cristiane. Questi incontri attraversano il suo

pontificato. Perché questa accelerazione?

È il cammino dal concilio che va avanti,

s’intensifica. Ma è il cammino, non sono

io. Questo cammino è il cammino della

Chiesa. Io ho incontrato i primati e i responsabili,

è vero, ma anche gli altri miei

predecessori hanno fatto i loro incontri con

questi o altri responsabili. Non ho dato

nessuna accelerazione. Nella misura in cui

andiamo avanti il cammino sembra andare

più veloce, è il motus in fine velocior, per

dirlo secondo quel processo espresso nella

fisica aristotelica.

Come vive personalmente questa sollecitudine

negli incontri con i fratelli delle altre Chiese

cristiane?

La vivo con molta fratellanza. La fratellanza

si sente. C’è Gesù in mezzo. Per me

sono tutti fratelli. Ci benediciamo l’un l’altro,

un fratello benedice l’altro. Quando

con il patriarca Bartolomeo e Hieronymos

siamo andati a Lesbo in Grecia per incontrare

i rifugiati ci siamo sentiti una cosa sola.

Eravamo uno. Uno. Quando sono andato

dal patriarca Bartolomeo al Fanar di

Instanbul per la festa di sant’Andrea per

me è stata una grande festa. In Georgia ho

incontrato il patriarca Ilia, che non era andato

a Creta per il concilio ortodosso. La

sintonia spirituale che ho avuto con lui è

stata profonda. Io mi sono sentito davanti

a un santo, un uomo di Dio mi ha preso la

mano, mi ha detto tante cose belle, più con

i gesti che con le parole. I patriarchi sono

monaci. Tu vedi dietro una conversazione

che sono uomini di preghiera. Kirill è un

uomo di preghiera, anche il patriarca copto

Tawadros che ho incontrato entrava in cappella,

si toglieva le scarpe e andava a pregare.

Il patriarca Daniele di Romania un

anno fa mi ha regalato un volume in spagnolo

su San Silvestro del Monte Athos, la

vita di questo grande santo monaco la

leggevo già a Buenos Aires: «Pregare per

gli uomini è versare il proprio sangue». I

santi ci uniscono dentro la Chiesa attualizzando

il suo mistero. Con i fratelli ortodossi

siamo in cammino, sono fratelli, ci amiamo,

ci preoccupiamo insieme, vengono a

studiare da noi. Anche Bartolomeo ha studiato

qui.

Con il patriarca ecumenico Bartolomeo, successore

dell’apostolo Andrea, molti passi avete

già compiuto insieme, in piena sintonia nei reciproci

pronunciamenti. Vi sostiene in questo

l’amore che trasformò la vita degli apostoli:

Pietro e Andrea erano fratelli…

Una donna del campo di rifugiati di Moria durante la visita del Papa a Lesbo (16 aprile 2016)

A Lesbo, mentre insieme salutavamo tutti,

c’era un bambino verso il quale mi ero

chinato. Ma al bambino non interessavo,

guardava dietro di me. Mi volto e vedo

perché: Bartolomeo aveva le tasche piene

di caramelle e le stava dando a dei bambini.

Questo è Bartolomeo, un uomo capace

di portare avanti tra tante difficoltà il grande

concilio ortodosso, di parlare di teologia

ad alto livello, e di stare semplicemente

con i bambini. Quando veniva a Roma occupava

a Santa Marta la stanza in cui io

sto ora. L’unico rimprovero che mi ha fatto

è che ha dovuto cambiarla.

Lei continua a incontrare con frequenza i capi

delle altre Chiese. Ma il vescovo di Roma non

deve occuparsi a tempo pieno della Chiesa cattolica?

Gesù stesso prega il Padre per chiedere

che i suoi siano una cosa sola, perché così

il mondo creda. È la sua preghiera al Padre.

Da sempre, il vescovo di Roma è chiamato

a custodire, a ricercare e servire questa

unità. Sappiamo anche che le ferite delle

nostre divisioni, che lacerano il corpo di

Cristo, non possiamo guarirle da noi stessi.

Quindi non si possono imporre progetti o

sistemi per tornare uniti. Per chiedere l’unità

tra noi cristiani possiamo solo guardare

Gesù e chiedere che operi tra noi lo Spirito

Santo. Che sia lui a fare l’unità. Nell’incontro

di Lund con i luterani ho ripetuto

le parole di Gesù, quando dice ai suoi discepoli:

«Senza di me non potete fare nulla».

Che significato ha avuto commemorare con i

luterani in Svezia i cinquecento anni della Riforma?

È stata una sua “fuga in avanti”?

L’incontro con la Chiesa luterana a

Lund è stato un passo in più nel cammino

ecumenico che è iniziato cinquant’anni fa e

in un dialogo teologico luterano-cattolico

che ha dato i suoi frutti con la Dichiarazione

comune, firmata nel 1999, sulla dottrina

della Giustificazione, cioè su come Cristo

ci rende giusti salvandoci con la sua grazia

necessaria, cioè il punto da cui erano partite

le riflessioni di Lutero. Quindi ritornare

all’essenziale della fede per riscoprire la natura

di ciò che unisce. Prima di me Benedetto

XVI era andato a Erfurt, e su questo

aveva parlato accuratamente, con molta

chiarezza. Aveva ripetuto che la domanda

su «come posso avere un Dio misericordioso»

era penetrata nel cuore di Lutero, e

stava dietro ogni sua ricerca teologica e interiore.

C’è stata una purificazione della

memoria. Lutero voleva fare una riforma

che doveva essere come una medicina. Poi

le cose si sono cristallizzate, si sono mescolati

gli interessi politici del tempo, e si è finiti

nel cuius regio eius religio, per cui si doveva

seguire la confessione religiosa di chi

aveva il potere.

Ma c’è chi pensa che in questi incontri ecumenici

lei voglia svendere la dottrina cattolica.

Qualcuno ha detto che si vuole “p ro t e s t a n t i z -

z a re ” la Chiesa…

Non mi toglie il sonno. Io proseguo sulla

strada di chi mi ha preceduto, seguo il

concilio. Quanto alle opinioni, bisogna

sempre distinguere lo spirito col quale vengono

dette. Quando non c’è un cattivo spirito,

aiutano anche a camminare. Altre volte

si vede subito che le critiche prendono

qua e là per giustificare una posizione già

assunta, non sono oneste, sono fatte con

spirito cattivo per fomentare divisione. Si

vede subito che certi rigorismi nascono da

una mancanza, dal voler nascondere dentro

un’armatura la propria triste insoddisfazione.

Se guardi il film Il pranzo di Babette c’è

questo comportamento rigido.

Anche con i luterani c’è stato un forte appello

a lavorare insieme per chi si trova in stato di

necessità. Bisogna allora mettere da parte le

questioni teologiche e sacramentali e puntare

solo al comune impegno sociale e culturale?

Non si tratta di mettere da parte qualcosa.

Servire i poveri vuol dire servire Cristo,

perché i poveri sono la carne di Cristo. E

se serviamo i poveri insieme, vuol dire che

noi cristiani ci ritroviamo uniti nel toccare

le piaghe di Cristo. Penso al lavoro che dopo

l’incontro di Lund possono fare insieme

la Caritas e le organizzazioni caritative luterane.

Non è un’istituzione, è un cammino.

Certi modi di contrapporre le “cose

della dottrina” alle “cose della carità pastorale”

invece non sono secondo il Vangelo e

creano confusione.

La commemorazione congiunta di Lund ha segnato

un momento di accettazione mutua e un

livello di comprensione reciproca profonda. Ma

da qui come si possono risolvere le questioni

ecclesiologiche ancora aperte e quindi quelle in

merito al ministero e ai sacramenti, in particolare

l’eucaristia, che ci separano dalla Chiesa

luterana? Come è possibile superare queste

questioni per poter andare verso un’unità che

sia visibile al mondo?

La Dichiarazione congiunta sulla giustificazione

è la base per poter continuare il

lavoro teologico. Lo studio teologico deve

andare avanti. C’è il lavoro che sta facendo

il Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani.

Il cammino teologico è importante,

ma sempre insieme al cammino di preghiera,

compiendo insieme opere di carità.

Opere che sono visibili.

Anche al patriarca di Mosca Kirill lei ha detto

che «l’unità si fa camminando», «l’unità

non verrà come un miracolo alla fine, camminare

insieme è già fare l’unità». Lei lo ripete

spesso. Ma cosa significa?

L’unità non si fa perché ci mettiamo

d’accordo tra noi ma perché camminiamo

seguendo Gesù. E camminando, per opera

di Colui che seguiamo, possiamo scoprirci

uniti. È il camminare dietro Gesù che unisce.

Convertirsi significa lasciare che il Signore

viva e operi in noi. Così scopriamo

di trovarci uniti anche nella nostra comune

missione di annunciare il Vangelo. Camminando

e lavorando insieme, ci rendiamo

conto che siamo già uniti nel nome del Signore

e che quindi l’unità non la creiamo

noi. Ci accorgiamo che è lo Spirito che

spinge e ci porta avanti. Se tu sei docile allo

Spirito, sarà Lui a dirti il passo che puoi

fare, il resto lo fa Lui. Non si può andare

dietro a Cristo se non ti porta, se non ti

spinge lo Spirito con la sua forza. Per questo

è lo Spirito l’artefice dell’unità tra i cri-

Cesarino Monti, «Concilio ecumenico» (1962)

stiani. Ecco perché dico che l’unità si fa in

cammino, perché l’unità è una grazia che si

deve chiedere, e anche perché ripeto che

ogni proselitismo tra cristiani è peccaminoso.

La Chiesa non cresce mai per proselitismo

ma “per attrazione”, come ha scritto

Benedetto XVI. Il proselitismo tra cristiani

quindi è in se stesso un peccato grave.

P e rc h é ?

Perché contraddice la dinamica stessa di

come si diventa e si rimane cristiani. La

Chiesa non è una squadra di calcio che

cerca tifosi.

Quali sono quindi le strade da intraprendere

per l’unità?

Fare processi invece di occupare spazi è

la chiave anche del cammino ecumenico.

In questo momento storico l’unità si fa su

tre strade: camminare insieme con le opere

di carità, pregare insieme, e poi riconoscere

la confessione comune così come si esprime

nel comune martirio ricevuto nel nome di

Cristo, nell’ecumenismo del sangue. Lì si

vede che il Nemico stesso riconosce la nostra

unità, l’unità dei battezzati. Il Nemico,

in questo, non sbaglia. E queste sono tutte

espressioni di unità visibile. Pregare insieme

è visibile. Compiere opere di carità insieme

è visibile. Il martirio condiviso nel

nome di Cristo è visibile.

Tuttavia tra i cattolici non sembra ancora così

viva una sensibilità per la ricerca dell’unità

tra i cristiani e una percezione del dolore della

divisione…

Anche l’incontro di Lund, come tutti gli

altri passi ecumenici, è stato un passo

avanti per far comprendere lo scandalo della

divisione, che ferisce il corpo di Cristo e

che anche di fronte al mondo non possiamo

permetterci. Come possiamo dare testimonianza

della verità dell’amore se litighiamo,

se ci separiamo tra noi? Quando ero

bambino con i protestanti non si parlava.

C’era un sacerdote a Buenos Aires che

quando venivano a predicare gli evangelici

con le tende mandava il gruppo giovanile a

bruciarle. Ora i tempi sono cambiati. Lo

scandalo va superato, semplicemente facendo

le cose insieme con gesti di unità e di

fratellanza.

Quando a Cuba lei ha incontrato il patriarca

Kirill, le sue prime parole sono state: «Abbiamo

lo stesso battesimo. Siamo vescovi».

Quando ero vescovo di Buenos Aires mi

davano gioia tutti tentativi messi in atto da

tanti sacerdoti per facilitare l’amministrazione

dei battesimi. Il battesimo è il gesto

con cui il Signore ci sceglie, e se riconosciamo

che siamo uniti nel battesimo vuol

dire che siamo uniti in quello che è fondamentale.

È quella la sorgente comune che

unisce tutti noi cristiani e nutre ogni possibile

nostro nuovo passo per ritornare alla

piena comunione tra noi. Per riscoprire la

nostra unità non dobbiamo “andare oltre”

il battesimo. Avere lo stesso battesimo vuol

dire confessare insieme che il Verbo si è

fatto carne: questo ci salva. Tutte le ideologie

e le teorie nascono da chi non si ferma

a questo, non rimane alla fede che riconosce

Cristo venuto nella carne, e vuole “andare

oltre”. Da lì nascono tutte le posizioni

che tolgono alla Chiesa la carne di Cristo,

che “scarnificano” la Chiesa. Se guardiamo

insieme al nostro comune battesimo veniamo

anche liberati dalla tentazione del pelagianesimo,

che vuole convincerci che ci salviamo

per forza nostra, con i nostri attivismi.

E rimanere al battesimo ci salva anche

dalla gnosi. Questa snatura il cristianesimo

riducendolo a un percorso di conoscenza,

che può fare a meno dell’incontro reale con

Cristo.

Il patriarca Bartolomeo in un’intervista ad

«Avvenire» disse che la radice della divisione

è stata la penetrazione di un “pensiero mondano”

nella Chiesa. Anche per lei è questa la

causa della divisione?

Continuo a pensare che il cancro nella

Chiesa è il darsi gloria l’un l’altro. Se uno

non sa chi è Gesù, o non lo ha mai incontrato,

lo può sempre incontrare; ma se uno

sta nella Chiesa, e si muove in essa perché

proprio nell’ambito della Chiesa coltiva e

alimenta la sua fame di dominio e affermazione

di sé, ha una malattia spirituale, crede

che la Chiesa sia una realtà umana autosufficiente,

dove tutto si muove secondo

logiche di ambizione e potere. Nella reazione

di Lutero c’era anche questo: il rifiuto

di un’immagine di Chiesa come un’o rg a -

nizzazione che poteva andare avanti facendo

a meno della grazia del Signore, o considerandola

come un possesso scontato, garantito

a priori. E questa tentazione di costruire

una Chiesa autoreferenziale, che

porta alla contrapposizione e quindi alla

divisione, ritorna sempre.

Riguardo agli ortodossi, si cita spesso la cosiddetta

“formula Ratzinger”, enunciata dal

teologo poi divenuto Papa: quella secondo cui

«per ciò che riguarda il primato del Papa,

Roma deve esigere dalle Chiese ortodosse niente

più di ciò che nel primo millennio venne

stabilito e vissuto». Ma la prospettiva della

Chiesa dell’inizio e dei primi secoli cosa può

suggerire di essenziale, anche nel tempo presente?

Dobbiamo guardare al primo millennio,

può sempre ispirarci. Non si tratta di tornare

indietro in maniera meccanica, non è

semplicemente fare “re t ro m a rc i a ”: lì ci sono

tesori validi anche oggi. Prima parlavo della

autoreferenzialità, l’abitudine peccatrice

della Chiesa di guardare troppo se stessa,

come se credesse di avere luce propria. Il

Patriarca Bartolomeo ha detto la stessa cosa

parlando di “i n t ro v e r s i o n e ” ecclesiale. I

Padri della Chiesa dei primi secoli avevano

chiaro che la Chiesa vive istante per istante

della grazia di Cristo. Per questo — l’ho già

detto altre volte — dicevano che la Chiesa

non ha luce propria, e la chiamavano

mysterium lunae, il mistero della luna. Perché

la Chiesa dà luce ma non brilla di luce

propria. E quando la Chiesa, invece di

guardare Cristo, guarda troppo se stessa

vengono anche le divisioni. È quello che è

successo dopo il primo millennio. Guardare

Cristo ci libera da questa abitudine, e

anche dalla tentazione del trionfalismo e

del rigorismo. E ci fa camminare insieme

nella strada della docilità allo Spirito Santo,

che ci porta all’unità.

In diverse Chiese ortodosse ci sono resistenze al

cammino verso l’unità, come quelle di quanti

il metropolita Ioannis Zizioulas definisce “talebani

ortodossi”. Alcune resistenze possono ancora

esserci anche da parte cattolica. Cosa occorre

fare?

Lo Spirito Santo porta le cose a compimento,

con i tempi che lui stabilisce. Per

questo non possiamo essere impazienti, sfiduciati,

ansiosi. Il cammino richiede pazienza

nel custodire e migliorare quanto

già esiste, che è molto di più di ciò che divide.

E testimoniare il suo amore per tutti

gli uomini, perché il mondo creda.

di SI LV I A GUIDI

Se la vita, parafrasando Vinicius

de Moraes, è l’arte degli

incontri, anche un pellegrinaggio

lo è, e in massimo

grado se rispetta i tempi

dilatati e la modalità ad alto impatto

di un percorso fatto a piedi.

Un viaggio fatto “col caval di san

Fr a n c e s c o ”, cioè solo con l’ausilio

delle proprie gambe, per citare una

buffa espressione popolare toscana, è

un’occasione privilegiata per incontrare,

prima di tutto, una versione

inedita di se stessi, un modo semplice

e veloce per liberarsi di abitudini,

automatismi e piccole o grandi dipendenze

e far spazio all’i m p re v i s t o .

Chi si mette in cammino accetta

implicitamente di essere vulnerabile,

di lasciare a casa il rassicurante esoscheletro

del proprio status sociale,

lavorativo e familiare. Un vero pellegrinaggio

implica sempre l’accettazione

di una povertà radicale, anche se

a termine: la “nudità” di non essere

al riparo da niente, in senso non solo

materiale, di essere esposti alle intemperie

e alle disavventure del cammino

ma anche di lasciarsi colpire, ferire,

plasmare da quello che si incontrerà

lungo la strada.

Di questo parla, con l’a u t o i ro n i c a ,

comica solennità di una prosa d’arte

vecchio stile il diario scritto da don

Angelo Verri, compagno di viaggio

Noi vediamo, contempliamo, sostiamo,

assorbiamo con la mente e con

tutti i sensi quanto ci circonda, noi

soffriamo e godiamo il nostro viaggio

e riceviamo sensazioni e ricordi incancellabili.

Chi corre sorvola su tutto

e resta nel vago».

Il tempo scorre lento, lentissimo

dal 16 al 27 maggio lungo la strada

per la città eterna, ma denso di avvenimenti,

camminando attraverso i

bellissimi paesaggi della Val d’O rcia,

sostando per il pranzo in spacci-osterie

semiabbandonati in aperta campagna

o pernottando in vecchie canoniche

che svelano affreschi e opere

d'arte mozzafiato.

Gli incontri sono davvero tanti e

tutti imprevedibili, anche alle porte

di Roma, quando — annota don Angelo

con la consueta, cerimoniosa allegria

— «poche ormai erano le risorse

fisiche ma saldo restava il nostro

cuore»: il giornalista Zuppi dell’O s-

servatore Romano che sfreccia per

strada con la sua moto, un geometra

impegnato a svolgere il suo lavoro

che si rivela essere il poeta Betocchi,

un cordiale e sorridente Pio XII che si

ferma a parlare con i pellegrini

dall’alto della sedia gestatoria («mi

sono preso la benedizione papale almeno

per meriti podistici», annota

don Angelo).

Dodici giorni in cui emerge in modo

più evidente e pressante la condizione

permanente dell’essere umano:

Piero Bargellini e don Angelo Verri pellegrini a Roma il 27 maggio del 1950

di un pellegrinaggio a piedi compiuto

da Piero Bargellini da Firenze a

Roma in occasione dell’anno santo

del 1950, recentemente pubblicato dal

settimanale «Toscana oggi».

Dodici giorni in cui il futuro sindaco,

il brillante politico e intellettuale

Bargellini diventa l’anonimo

pellegrino Piero di anni 53, afflitto da

qualche acciacco ma sostenuto da un

inossidabile buonumore e soprattutto,

dall’incrollabile determinazione a

proseguire il cammino, senza se e

senza ma. Resistendo perfino al suadente

realismo e alla tentatrice amabilità

della moglie Lelia che lo precede

in macchina in un viaggio molto

più spedito verso l’urbe e gli propone

un passaggio nell’ultimo tratto di

strada, vicino alla Tomba di Nerone

(subito allontanata con un perentorio

Vade retro Satana) e alle ripetute offerte

dei turisti automuniti.

«Radicofani è la tappa delle tentazioni

— scrive don Verri — perché in

quel tratto piuttosto noioso che ci

portava alla base della salita alla

Rocca diversi macchinoni americani

ci hanno sorpassato facendoci vistosi

gesti di invito a salire con loro, e noi

con altri gesti altrettanto eloquenti

manifestavamo il nostro eroico rifiuto».

Bargellini coglie l’occasione per

imbastire un elogio della lentezza

evangelicamente intesa: «I ricchi siamo

noi, e privilegiati, perché viaggiare

a piedi è un lusso, ci vuole salute,

volontà, garretti e tempo e denaro.

avere bisogno. Avere continuamente,

incessantemente, “fastidiosamente”

bisogno di qualcosa che non possiamo

darci da soli: di un bagno caldo,

di una stanza per la notte, di acqua

potabile per riempire la borraccia. Di

consigli su come fare il caffè con il

fornello da campo, di informazioni

sullo stato delle strade e dei sentieri,

di risposte piccole, piccolissime o

A Roma i due viandanti incontrano

il giornalista Zuppi dell’Osservatore Romano

che sfreccia per strada con la sua moto

E un geometra indaffarato

che si rivela essere il poeta Betocchi

vertiginosamente grandi. Di cibo come

di perdono, di amicizia e di riposo

come di misericordia.

L’illusione dell’autonomia si rivela

per quello che è; un’illusione, appunto,

tanto invisibile nella vita di tutti i

giorni quanto pericolosa. Bargellini

questo l’aveva capito da tempo;

l’avrebbe sperimentato in modo traumatico

e doloroso sedici anni più tardi

quando, sindaco da pochi mesi,

lanciò l’appello per salvare Firenze

dalla marea di fango che l’aveva investita,

nel novembre del 1966.


pagina 6 L’OSSERVATORE ROMANO

sabato 19 novembre 2016

di VINCENZO FACCIOLI PINTOZZI

I disabili, e in modo particolare i disabili

mentali, «sono strumenti che

il Signore usa e pone sulla nostra

strada perché siano in grado di tenere

viva la nostra compassione grazie

al loro amore. Sono doni speciali di

Dio, che vive dentro di loro per risvegliare

le coscienze di tutti». Lo

ha detto l’arcivescovo emerito di

Manila, cardinale Gaudencio B. Rosales,

incontrando i partecipanti al

quarto pellegrinaggio annuale delle

persone con disabilità mentali. Il

percorso di questo cammino spirituale

«accompagnati da Gesù e Maria»

ha portato persone da tutte le

Filippine a Muntinlupa, nel distretto

della capitale, nella chiesa dedicata

a Giacomo il maggiore.

Il porporato ha accolto i partecipanti

nella sala dedicata alla memoria

dell’amatissimo cardinale Jaime

Sin (1928-2005), uno dei maggiori

promotori del rispetto della dignità

umana in tutte le sue forme, che in

vita ha combattuto non soltanto la

dittatura dei Marcos ma anche il disprezzo

dei cosiddetti “sani” nei

confronti dei disabili. Una missione

che la Chiesa nelle Filippine ha imparato

e fatto propria: in questi

giorni in tutto il Paese sono in corso

attività particolari dedicate proprio

alla consapevolezza e al rispetto dei

malati mentali.

Queste persone, ha ribadito il cardinale

Rosales, «non sono una maledizione

per le loro famiglie o per

la società. Al contrario: Dio ci dice

molte cose attraverso di loro. Coloro

che se ne occupano assumono un

peso particolare, questo è chiaro, ma

è un peso che stimola i valori più

profondi del nostro intelletto in

quanto esseri umani, creature fatte a

immagine del Signore».

Il pellegrinaggio prevede diverse

attività per coinvolgere i partecipanti

e stimolare la loro creatività.

Anche quest’anno sono stati allestiti

corsi d’arte, soprattutto di pittura, e

di mimica del Vangelo: un sacerdote

legge durante il cammino un brano

evangelico, e insieme ai ragazzi si

mette in scena una rappresentazione

(spesso muta) della Parola di Dio.

Tutto è accompagnato da canti

liturgici e giubilari. A gestire la

parte tecnica è l’associazione «Lasciate

che i bambini (speciali) vengano

a me».

Mabel Vicaldo, una delle volontarie

che ha seguito tutta la preparazione,

spiega: «All’inizio il nostro

impegno era dedicato soltanto a coloro

che hanno hadicap mentali, ma

con il tempo il gruppo si è allargato.

Oggi siamo in grado di dare una

mano a tutti coloro che hanno delle

disabilità, anche fisiche». Molto attive

anche le suore Serve della carità,

che nel loro centro di Quezon City

offrono durante l’anno numerose

forme di terapie e corsi di apprendimento

di diversa natura.

MUMBAI, 18. Una settimana nei

villaggi tribali dello Stato indiano

del Maharashtra, per toccare con

mano le sfide della missione e diventare

più consapevoli della propria

vocazione. È quanto hanno

vissuto quattro gruppi di seminaristi

del primo anno del St. Pius

College di Goregaon di Mumbai,

guidati da padre Jervis D’Souza

che li ha condotti nella missione di

Mahad, sulle colline, dove abitano

i tribali Adivasi. I seminaristi hanno

vissuto con la popolazione,

sperimentando le difficoltà quotidiane,

come la mancanza di elettricità

e acqua corrente. Ma hanno

anche «imparato ad apprezzare —

ha raccontato il sacerdote ad Asia-

News — quello che hanno, compreso

il valore dei lavori manuali

che i tribali svolgono senza accampare

scuse».

I giovani si sono recati presso la

missione di padre Carlton Kinny,

che da 27 anni lavora in maniera

incessante e altruistica nel distretto

di Raigad, insieme a padre Elias

D’Cunha e alle suore figlie della

Croce. Qui sono stati divisi in

L’impegno delle Chiese per le persone con disabilità

Così l’Asia

cerca di cambiare

Bella Feliciano, volontaria della

parrocchia dedicata a san Giacomo,

aggiunge: «Le persone con disabilità

sono un dono. Hanno bisogni

particolari cui va risposto con compassione

e amore, ma in cambio

hanno enormi doni da condividere

con tutti. Dio li ama in maniera particolare,

di questo sono certa». Questi

nostri amici, ha concluso il cardinale

Rosales, «non vanno chiusi in

casa e vissuti come una vergogna

dalle proprie famiglie. Vanno amati

e valorizzati, così come ci insegna

Gesù».

L’appello finale del porporato

non è casuale. In Asia la disabilità è

ancora vista come una disgrazia e

una “maledizione”: l’incrocio fra

cultura tradizionale, mentalità vagamente

confuciana e poca attenzione

da parte dei vari governi del continente

hanno creato situazioni di vita

e di accoglienza per i disabili che a

volte rasentano la prigionia. Soltanto

nell’ultimo decennio, e in buona

parte grazie all’impegno di missionari

e clero locale, ha iniziato a mettere

radici una vera consapevolezza

della questione.

Un caso emblematico viene ovviamente

dalle missionarie della carità,

congregazione fondata dalla santa

Teresa di Calcutta, che hanno fatto

del servizio ai «più poveri fra i poveri»

la propria cifra. In questa definizione,

come spiegava la stessa fondatrice,

«rientrano soprattutto gli

emarginati dalla società, i malati e i

reietti». Ma le missionarie non sono

certo le uniche a combattere questa

battaglia di civiltà. I redentoristi del

Vietnam, per esempio, sono in prima

fila nell’aiutare i reduci — sp esso

disabili fisici o mentali — delle varie

guerre che hanno afflitto il paese,

così come i guanelliani sono molto

attivi nel sud-est asiatico per aiutare

i bambini con bisogni particolari e

sostenere le loro famiglie.

Molto rilevante anche l’opera dei

missionari del Pontificio istituto

missioni estere, che sono riusciti con

il tempo ad aprire o sostenere a distanza

case e opere di solidarietà per

i disabili a Hong Kong, nella Cina

continentale, in Myanmar e in Thailandia.

Celebrando il giubileo per i disabili

e i malati, lo scorso giugno in

piazza San Pietro, Papa Francesco

ha sottolineato «l’illusione che vive

l’uomo di oggi quando chiude gli

occhi davanti alla malattia e alla disabilità!

Egli non comprende il vero

senso della vita, che comporta anche

l’accettazione della sofferenza e del

limite. Il mondo non diventa migliore

perché composto soltanto da

persone apparentemente “p erfette”,

per non dire “t ru c c a t e ”, ma quando

crescono la solidarietà tra gli esseri

umani, l’accettazione reciproca e il

rispetto». Una lezione che l’Asia,

grazie soprattutto all’impegno delle

sue Chiese locali, sta cercando di

i m p a r a re .

I vescovi filippini ai connazionali immigrati irregolarmente negli Stati Uniti

Meglio tornare a casa che essere deportati

L’esperienza formativa di alcuni seminaristi inviati nelle zone più povere dell’India

Sulla strada della missione

quattro gruppi, ognuno dei quali

destinato a un villaggio della zona,

popolata in maggioranza appunto

da Adivasi di etnia katkari.

Il primo gruppo è stato condotto

a Dehwad. Qui l’impronta dei

missionari è visibile, a partire dalle

abitazioni costruite in muratura,

piuttosto che con il fango. Nel villaggio

ci sono un centro per l’infanzia

e una scuola primaria, quasi

tutte le aree sono raggiunte dalla

corrente elettrica e di recente sono

stati installati nuovi bagni.

I seminaristi sono rimasti impressionati

dallo scarso livello di

istruzione riscontrato. Solo pochissime

persone, infatti, hanno frequentato

la scuola e tanti giovani

al di sotto dei 30 anni sono già

nonni. «Nonostante tre decenni di

sforzo sociale da parte dei missionari

— ha ricordato padre D’Souza

— ancora c’è un elevato tasso di

matrimoni minorili. Il sistema delle

caste è forte a livello sociale e

sono vivi antichi tabù e tradizioni

scaramantiche. Le persone non

hanno consapevolezza dei propri

diritti e sono tutt’ora diffidenti nei

confronti dei missionari».

Il secondo gruppo si è recato in

un altro villaggio, «dove si è sorpreso

per la differenza tra lo stile

di vita del seminario e quello della

tribù dei katkaris, impegnati quotidianamente

in lavori manuali e faticosi».

Un altro gruppo ha fatto invece

visita alle famiglie del villaggio di

Khumbarde. Qui i bambini sono

incoraggiati a frequentare la scuola

e vengono premiati con una rupìa

al giorno. Il quarto gruppo, infine,

si è recato a Palasgaon, dove ha

avuto l’occasione di imparare e

parlare il dialetto marathi, fondamentale

per rompere le barriere

linguistiche con i tribali. Attraverso

questa esperienza di missione,

«i seminaristi hanno capito quanto

sia duro il lavoro dei sacerdoti, dei

religiosi e dei laici. Essi hanno bisogno

ogni giorno del sostegno

della preghiera». «Speriamo — ha

concluso padre D’Souza — che

qualcuno di essi scelga la strada

della missione».

MANILA, 18. Meglio tornare a casa per proprio conto

che venire deportati. E patire ulteriori inutili sofferenze

e vessazioni. È quanto suggerisce monsignor Ruperto

C. Santos, vescovo di Balanga e presidente della

Commissione episcopale per i migranti e gli itineranti

della Conferenza episcopale delle Filippine, rivolgendosi

alle diverse migliaia di connazionali — si stima

circa 270.000 — che vivono e lavorano negli Stati Uniti

senza regolari documenti. A costoro — riferisce l’agenzia

asiatica cattolica Ucanews — il presule consiglia «di

non aspettare di essere scoperti senza documenti ed essere

deportati».

Una presa di posizione che fa seguito all’annunciato

giro di vite della nuova amministrazione statunitense

sul fronte dell’immigrazione che, come è noto, promette

di voler spedire oltre confine almeno tre milioni di

immigrati irregolari. Per questo, ha detto nella sostanza

il presule, è inutile aggiungere sofferenza ad altra

sofferenza. Anche perché, viene sottolineato, il Governo

filippino, tramite il responsabile del Segretariato

del lavoro e l’occupazione, Silvestre Bello, sta esortando

i connazionali presenti negli Stati Uniti a non

aspettare di finire in una “black list”, ma di provare a

regolarizzare la propria situazione oppure, nel rispetto

della legge, tornare in patria. In questo senso, monsignor

Santos ha detto di apprezzare l’iniziativa governativa

di volere dare assistenza ai filippini senza documenti.

«È una seria responsabilità per la Chiesa e per

il Governo — ha sottolineato il presule — aiutare e assistere

i nostri migranti irregolari. In questo momento

hanno bisogno di noi, non dobbiamo fallire». L’immigrazione

asiatica negli Stati Uniti è un fenomeno in

continua espansione. E i filippini, dopo i cinesi, ne costituiscono

il gruppo più numeroso.

Appello di organismi cattolici

Vanno garantiti i diritti

dei minori migranti

ROMA, 18. Che si adotti «ogni

possibile misura per garantire

ai minori migranti protezione

e difesa»: in occasione della

Giornata mondiale dell’infanzia

che si celebrerà domenica

20 novembre, un gruppo di

istituzioni cattoliche, in testa

il Dicastero per il servizio dello

sviluppo umano integrale

della Santa Sede, fanno eco

all’appello lanciato da Papa

Francesco nel messaggio per

la Giornata mondiale del migrante

e del rifugiato. In questi

tempi di migrazioni umane

di proporzioni epiche, «i fanciulli

costituiscono il gruppo

più vulnerabile perché, mentre

si affacciano alla vita, sono

invisibili e senza voce», si legge

in un documento firmato

anche da Caritas Internationalis,

International Catholic

Migration Commission, Servizio

dei gesuiti per i rifugiati,

Pax Christi International,

Missionari scalabriniani, Scalabrini

International Migration

Network, Talitha Kum -

Unione internazionale superiore

generali / Unione superiori

generali, World Union of

Catholic Women’s Organizations.

Le organizzazioni si dichiarano

«solidali con tutti i bambini

in movimento i cui diritti

alla vita, allo studio e alla

prosperità sono compromessi.

Stiamo vivendo un momento

critico della storia, in cui in

tutto il mondo si va chiudendo

violentemente l’accesso

all’asilo», affermano. A ciò si

aggiunge «l’incapacità delle

diverse nazioni di affrontare

le cause prime della fuga

(conflitti, povertà e degrado

ambientale)». La conseguenza

è che «il numero delle persone

che fuggono cresce in misura

esponenziale. Ciò incide

inevitabilmente sul benessere

e la protezione dei bambini

sfollati». Ai governi viene

chiesto di «garantire la protezione

dei bambini e il loro diritto

a chiedere e ottenere asilo

legalmente e in condizioni

di sicurezza». Le politiche restrittive

costringono inoltre rifugiati

e migranti a optare per

percorsi pericolosi, con migliaia

di perdite umane

nell’attraversamento di mari e

deserti. «Creando canali di

accesso sicuri e legali, prevedendo,

tra l’altro, l’accesso ai

visti umanitari, al reinsediamento

e facilitando il ricongiungimento

familiare, si salverebbero

vite e si ridurrebbe

il traffico di esseri umani».

Altro dovere nei confronti

dei più piccoli — scrivono i

firmatari nell’appello — è la

garanzia di «uno spazio vitale

in cui crescere in pace e sicurezza,

istituendo meccanismi

di protezione e attuando migliori

politiche di asilo».

Quindi l’adozione e l’attuazione

di «leggi che pongano

un freno alla domanda di percorsi

migratori illegali e proteggano

i minori migranti da

ogni forma di sfruttamento.

L’adozione di accordi internazionali

transfrontalieri impedirebbe

il traffico di minori vittime

di sfruttamento e faciliterebbe

il ritorno in sicurezza di

quelli che già lo sono stati».

Si chiede infine di «promuovere

l’istituzione di alternative

alla detenzione, vale a

dire ogni legge, politica o

pratica che consenta alle persone

di risiedere in una comunità

senza incorrere in detenzione

per motivi correlati alla

migrazione». E, ancora, «fare

in modo che le nostre scuole,

i meccanismi di attuazione, i

campi rifugiati e le nazioni si

rifiutino di trascurare ogni

minore innocente che varchi i

nostri confini». Fino a «dare

protezione a tutti i minori migranti,

anche a quelli eventualmente

non rientranti nella

definizione di rifugiati come

da Convenzione del 1951, ma

che comunque necessitano

concretamente di protezione».


sabato 19 novembre 2016 L’OSSERVATORE ROMANO

pagina 7

Giuseppe Monguzzi, «L’ultima cena» (1990)

A Houston

di DONALD WUERL

«Papa Francesco: nuove prospettive

sulla sinodalità»: questo il titolo

dell’intervento che il cardinale

arcivescovo di Washington ha tenuto a

Houston, in Texas, aprendo l’annuale

congresso della Canon Law Society of

America. Ne pubblichiamo ampi stralci.

cumenti, e nell’esortazione finale

l’apprezzamento e l’impegno alla

sinodalità di Papa Francesco.

Il Santo Padre ha sottolineato,

ancora una volta, il ruolo dei vescovi

in collaborazione con lui

nelle responsabilità generali per

la guida, l’insegnamento e il ministero

pastorale della Chiesa.

Nel febbraio 2014, il Papa, durante

il concistoro dei cardinali,

ci ha chiesto di cominciare a riflettere

sulle sfide del matrimonio

oggi. Poi ha convocato un

sinodo nel 2014 che studiasse le

difficoltà che il matrimonio deve

affrontare. Ci ha fatto presente

la greve cultura secolare in cui

viviamo, il materialismo che è

parte della mentalità di tanta

gente e l’individualismo che domina

la nostra società, in modo

L’esortazione apostolica «Amoris laetitia»

Modello di sinodalità

Dal punto di vista ecclesiologico

Papa Francesco è riuscito a rimettere

nuovamente a fuoco il

ministero del collegio dei vescovi

così come era stato definito nella

Lumen gentium del concilio Vaticano

II. Possiamo avere un’immagine

della prospettiva del Papa

sulla sinodalità considerando

l’esortazione apostolica post-sinodale

Amoris laetitia. Tale documento

è stato il risultato di due

sinodi dei vescovi, nel 2014 e nel

2015, in cui si sono discusse le

sfide del matrimonio e della famiglia

oggi, e che riflette il consenso

di quegli incontri e di

molte voci. Possiamo chiaramente

vedere nel lavoro del sinodo,

nella preparazione dei suoi dospeciale

nel mondo occidentale e

negli Stati Uniti.

Era chiaro che la maggioranza

dei vescovi avevano la stessa visione

del Santo Padre e cioè che

ci fosse un modo di presentare

gli insegnamenti della Chiesa

con un nuovo ardore, metodo e

espressione piuttosto che semplicemente

ritrovarsi a ripetere e ridefinire

le cose che erano già conosciute.

Come poi è stato riportato,

un vescovo ha detto che se

lo scopo del sinodo del 2014 era

semplicemente di ripetere con la

dottrina e con la pastorale l’insegnamento

della Chiesa, si sarebbe

potuto chiuderlo già il secondo

giorno e non sarebbe stato

necessario il sinodo del 2015.

La discussione aperta nel sinodo

è chiaramente un tratto distintivo

della visione di Papa

Francesco sulla sinodalità. In

nessun momento c’era disaccordo

sulla dottrina della Chiesa.

C’era invece un vivace dialogo

su come l’insegnamento viene ricevuto,

capito, assorbito e vissuto

nella nostra cultura moderna,

e come dobbiamo rispondere in

modo efficace e pastorale alle

circostanze del nostro tempo.

La decisione di Papa Francesco

di aprire una libera discussione,

rispettare le divergenze di

opinione, mantenere trasparenza

nel processo con la pubblicazione

dei risultati delle votazioni

dei vescovi a ogni fase di ambedue

i sinodi ha creato un’ap ertura

nuova il cui risultato è stato

un rinnovato apprezzamento del

sinodo. Ho partecipato in varie

forme a undici sinodi e come vescovo

membro a sette. Gli ultimi

due, gli incontri del 2014 e del

2015, sono stati, a mio parere, i

più aperti, coinvolgenti e indicativi

di collaborazione e consultazione

episcopale.

Alla fine di tutte le discussioni

e di tutte le riflessioni svolte nei

due anni, è nata nel 2016 l’esortazione

apostolica Amoris laetitia

che vorrei chiamare “un’esortazione

di consenso”. Questa esortazione

apostolica ci conferma la

validità della chiamata del concilio

Vaticano II alla riflessione

collegiale, e cioè i vescovi si incontrano

e lavorano insieme

sempre con e mai senza Pietro.

In Amoris laetitia, Papa Francesco

attinge profondamente e

nella maniera più ricca agli insegnamenti

dei suoi predecessori e

al cuore della tradizione teologica

cattolica. Questo impegno è

evidente nella riaffermazione della

dottrina della Chiesa riguardo

il matrimonio e la vita morale —

un punto che il Papa sottolinea

ripetutamente. L’insegnamento

sul matrimonio e sull’a m o re

umano del beato Paolo VI, di

san Giovanni Paolo II e di Benedetto

XVI è posto in massimo rilievo

nel documento. Particolarmente

degno di nota è il ricco

uso della catechesi di Giovanni

Paolo II sul corpo e sull’a m o re

umano.

Papa Francesco segue la lunga

tradizione del magistero della

Chiesa nel sollecitare passi concreti

per sostenere coppie sposate

e famiglie, e per portare speranza

e guarigione a chi è in situazioni

difficili. La continuità è

resa evidente dal numero sbalorditivo

di citazioni dei pontificati

precedenti e dalla tradizione della

Chiesa in generale. Per esempio,

ci sono 41 citazioni degli insegnamenti

di san Giovanni Paolo

II, 25 del Vaticano II, 14 di san

Tommaso d’Aquino, 13 del Catechismo

della Chiesa cattolica, 8 citazioni

del magistero di Benedetto

XVI, 6 del beato Paolo VI. Dato

che ci riferiamo ad Amoris laetitia

come a un documento di

“consenso”, noi potremmo anche

dargli il nome di “esortazione di

continuità”.

Ora Papa Francesco raccoglie

i punti fondamentali della nuova

visione piena di energia del concilio

poggiandosi sul lavoro fondamentale

dei suoi predecessori.

Ma questo è molto di più di una

semplice ripetizione di alcuni

punti dottrinali. Si può quindi

vedere in questa esortazione un

rinnovato invito a riconoscere la

nostra identità cattolica, il nostro

legame alla Chiesa e come il nostro

ministero sia convalidato

proprio nella nostra partecipazione

e adesione al magistero articolato

della Chiesa. Questa articolazione

include quella di tutti

i papi, non solo di quelli che alcuni

ritengono essere più cattolici

di altri.

In Amoris laetitia troviamo un

insegnamento di lunga data, ben

fondato teologicamente e che

mostra la realtà di una guida pastorale

che viene offerta a chi,

come tutti noi, sta lottando per

vivere in fedeltà alle norme ma è

immerso in quelle circostanze e

situazioni particolari in cui si

trova. In molti modi l’insegnamento

del documento è un’ulteriore

risposta alla chiamata del

concilio per un rinnovamento

dell’insegnamento della morale

cattolica e del suo modo di viverlo

e la risposta a questa chiamata

da parte del successivo magistero

pontificio.

L’affermazione del primato

dell’amore non vuole in alcun

modo sminuire il ruolo della legge.

Quello che l’esortazione ci

chiama a fare è un riconoscimento

del fatto che il punto di partenza

o il principio dal quale

fluiscono le nostre azioni pastorali

deve essere la rivelazione

dell’amore e della misericordia di

Dio. La legge della Chiesa ha

certamente una grande importanza,

ma non è l’unico punto di

riferimento nel ministero pastorale.

Il documento di per sé contiene

chiare e importanti note, e

contribuisce significativamente

all’applicazione di questi tratti

distintivi di rinnovamento postconciliare.

L’attenzione per la

persona e la sua dignità viene

portata avanti nella critica del

Papa a quella che lui chiama

«una cultura del provvisorio» —

cultura che vede e tratta gli altri

come fonti di piacere affettivo o

sessuale per essere poi scartati

quando questo piacere si esaurisce.

Questa ricerca di una felicità

superficiale non ha niente a che

fare con la gioia di cui parla

l’esortazione. Come era vero per

il concilio, la dignità della persona

umana è pienamente rivelata

in Cristo, ma in questo caso soprattutto

nell’abbraccio di Cristo

alle famiglie con le loro difficoltà,

ai bambini e alle altre persone

vulnerabili, e ai peccatori.

Si può dire che Amoris laetitia

è di per sé il frutto di un intensissimo

“ascolto” da parte di Papa

Francesco. I due sinodi sulla

famiglia sono stati preceduti dalla

consultazione delle Chiese locali

in tutto il mondo sulla situazione

vissuta dalle famiglie con

le loro sfide ed esperienze. Papa

Francesco capisce che il processo

di ascolto del fedele e dei suoi

fratelli vescovi è una parte fondamentale

del suo ministero pastorale.

È parte della “sino dalità”

o “camminare insieme” che vede

come essenziale per la Chiesa a

ogni livello.

Un aspetto su cui il documento

si concentra è l’“accompagnamento”,

l’accompagnamento pastorale

a tutti quelli che cercano

di avvicinarsi a Dio. Il cammino

insieme di tutti i membri della

Chiesa implica questo accompagnamento.

Ma richiede anche un

cambiamento di stile e di intensità

pastorale. Papa Francesco

chiama i pastori a fare molto di

più che solo insegnare la dottrina

della Chiesa — anche se devono

chiaramente farlo. I pastori

devono assumere «l’odore delle

pecore» che servono in modo

che «le pecore riconoscano e

ascoltino la loro voce». Questo

richiede una formazione più accurata

e intensa dei ministri, di

tutti quelli che invitano il popolo

a rinnovare la loro fede.

Il ministero pastorale della

Chiesa è inteso ad aiutare i fedeli

a crescere nell’arte del “discernimento”.

E un elemento chiave

del discernimento è la formazione

delle coscienze. Il Papa insiste

che i pastori della Chiesa devono

«dare spazio alla coscienza

dei fedeli, che tante volte rispondono

quanto meglio possibile al

Vangelo in mezzo ai loro limiti e

possono portare avanti il loro

personale discernimento davanti

a situazioni in cui si rompono

tutti gli schemi. Siamo chiamati

a formare le coscienze, non a

pretendere di sostituirle» (Am o r i s

laetitia, 37).

Parte di questa formazione richiede

di presentare l’insegnamento

della Chiesa nella sua pienezza

e senza compromessi anche

se con un linguaggio aperto

piuttosto che difensivo o unilaterale.

Ma le famiglie stesse devono

essere invitate a capire come

applicare e cominciare a concretizzare

questo insegnamento nella

particolarità delle loro situazioni.

Quelle che si trovano in

situazioni molto serie, come i divorziati

risposati civilmente, dovrebbero

essere invitate a una

più profonda inclusione nella vita

della Chiesa. Ma è chiaro che

il Santo Padre non intende affatto

cambiare la dottrina della

Chiesa e neppure è sua intenzione

operare delle modifiche generali

alla pratica dei sacramenti o

al diritto canonico. Amoris laetitia

non è un elenco di risposte

ad ogni problema. Piuttosto, è

una chiamata all’accompagnamento

compassionevole per aiutare

tutti a vivere l’amore e la

misericordia di Cristo. Nella misura

in cui il nostro ministero fa

questo, diventa anche un’azione

evangelizzatrice. Mentre ricordiamo

la sfida di uscire, di incontrare,

e di accompagnare, riconosciamo

anche che questo è

nel suo fulcro un atto del discepolo

evangelizzatore.

CO CHABAMBA, 18. «Una politica a

servizio del bene comune»: è quanto

hanno chiesto nel «Messaggio al

popolo di Dio», intitolato «Misericordiosi

come il Padre», i vescovi

boliviani a conclusione dell’assemblea

plenaria svoltasi a Cochabamba.

Durante i lavori, i presuli hanno

fatto notare che la coesione sociale è

minata dal «linguaggio ideologizzato

e dalla politica di contrapposizione

che stiamo vivendo». Una situazione

che genera conflitti e scioperi

permanenti. Inoltre, si assiste alla

«svalutazione e persecuzione di

Messaggio dei vescovi boliviani

Famiglia bene comune

qualsiasi voce contraria a quella ufficiale».

Tutte situazioni, sottolineano

i vescovi, che hanno generato

danni al tessuto sociale e in particolare

«sofferenza per i disabili, scontri

nel conflitto minerario e lutti per

l’intero popolo». Al riguardo, monsignor

Jesús Juárez Párraga, arcivescovo

di Sucre, ha espresso preoccupazione

«per il razionamento

dell’acqua in alcune località del Paese,

deciso a causa della perdurante

siccità». Per la Conferenza episcopale

(Ceb), «la politica deve essere

invece un esercizio di servizio al bene

comune, di unità nella diversità,

di capacità di dialogo e di comprensione».

Nel suo intervento, il presidente

della Ceb, arcivescovo Ricardo Ernesto

Centellas Guzmán, ha fatto

presente che «le famiglie non sono

un problema, ma un’opportunità», e

ha esortato i cristiani a fare fronte

con coraggio alle minacce contro la

famiglia, citando tra l’altro l’ideologia

di genere, il divorzio, il “machismo”,

l’alcolismo. «Ogni cristiano,

ogni persona di buona volontà è

chiamata ad assumersi la responsabilità

di affrontare le sfide culturali

che stanno deteriorando la stabilità

e la centralità della famiglia: il divorzio

distrugge l’unità; l’alcolismo

oscura e fa degenerare la razionalità;

la bugia debilita e annulla il cammino

di reciproca fiducia; il machismo

provoca la violenza dentro le mura

domestiche arrivando all’estremo del

femminicidio; l’ideologia di genere

nega la differenza e la reciprocità

naturale tra uomo e donna». Il messaggio

della Ceb prosegue chiedendo

che venga data priorità ai più

vulnerabili e “scartati”, come i detenuti,

i disabili, i malati, le persone

che vivono in povertà estrema. Si

fatica invece «a vivere la misericordia

nella pratica della giustizia, a

volte strumentalizzata per interessi

politici e a causa della corruzione».

Convegno a Belém della Conferenza episcopale brasiliana

Amazzonia sfida della Chiesa

BELÉM, 18. Discutere la politica

sociale, economica, culturale e

religiosa della regione e il contributo

della Chiesa cattolica per

la promozione e la difesa della

vita degli abitanti e della biodiversità.

Con questo obiettivo

operatori pastorali, religiosi, religiose

e laici di sei regioni del

Brasile sono impegnati in questi

giorni nei lavori del convegno

ecclesiale dell’Amazzonia, che

ha preso avvio martedì 15 a Belém,

promosso dalla Conferenza

episcopale brasiliana.

L’incontro, si legge nel sito

dell’episcopato, ha lo scopo di

fare un’analisi generale di come

si è sviluppato il lavoro missionario

attualmente nella regione.

Per il cardinale Cláudio Hummes,

presidente della commissione

episcopale speciale per

l’Amazzonia della Chiesa brasiliana,

«l’incontro costituisce

un’opportunità per creare tra

queste Chiese un’unità ancora

maggiore. Questi incontri mirano

sempre a rafforzare le unità,

senza mancare di rispetto alle

specificità di ciascuna regione,

naturalmente». A Bélem, i partecipanti

tracceranno in qualche

modo un bilancio di ben quattrocento

anni di opera evangelizzatrice

in Amazzonia, fin da

quando fu appunto fondata la

città brasiliana. «La Chiesa — ha

ricordato il porporato — è sempre

stata presente nella storia

dell’Amazzonia per accompagnare

le persone nel corso degli

anni e per illuminare il loro

cammino».

Molto resta ancora da fare, ha

spiegato monsignor Erwin Kräutler,

vescovo emerito di Xingu e

presidente del comitato brasiliano

della Rete ecclesiale panamazzonica

(Repam), facendo

memoria del primo convegno tenutosi

a Manaus nel 2013.

«L’importante è che le Chiese

prendano coscienza che tutti siamo

chiamati a camminare nella

stessa direzione e a vivere lo stesso

impegno per l’Amazzonia».

Il presidente della Conferenza

episcopale, l’arcivescovo monsignor

Sérgio da Rocha, che sabato

19 novembre verrà creato cardinale,

afferma di aver «molto

desiderato» questo incontro di

Belém e di «averne incentivato e

appoggiato la realizzazione»:

certo, esso riguarda in primo

luogo le diocesi amazzoniche,

«ma l’Amazzonia sfida insieme

la Chiesa del Brasile e per certi

aspetti quella di tutta l’America

Latina».


pagina 8 L’OSSERVATORE ROMANO

sabato 19 novembre 2016

Un esame di coscienza chiesto a ogni cristiano

e in particolare ai sacerdoti: è Dio

«il mio Signore» oppure il mio cuore «è

attaccato ai soldi»? È stato questo il cuore

della meditazione di Papa Francesco durante

la messa celebrata a Santa Marta venerdì

18 novembre. Tra i concelebranti,

nella cappella della Domus, c’erano il cardinale

Pietro Parolin con i superiori e gli

officiali della Segreteria di Stato e il folto

gruppo dei collaboratori di ruolo delle

rappresentanze pontificie, i quali, proprio

con la partecipazione all’Eucaristia, hanno

cominciato la giornata dedicata alla celebrazione

del giubileo della misericordia.

La riflessione del Papa ha preso le mosse

dal vangelo del giorno (Luca, 19, 45-48)

«Gesù caccia i mercanti dal tempio» (XVII secolo, British Library)

All’arcivescovo di Kisangani

In preghiera per il bene della pace

«Incoraggio tutti, soprattutto i leader politici e religiosi, ad avviare o p ro -

seguire qualsiasi azione volta a costruire ponti tra voi e non muri, a stabilire

nella società congolese una cultura del dialogo che vi faccia meglio conoscere

per meglio amarvi». È l’invito rivolto da Papa Francesco in un

messaggio indirizzato a monsignor Marcel Utembi Tapa, arcivescovo di

Kisangani e presidente della Conferenza episcopale del Congo (Cenco), in

occasione della giornata di preghiera per la pace nel Paese organizzata

dalla Chiesa locale per la chiusura del giubileo della misericordia, domenica

20 novembre.

La pace, scrive il Pontefice, è un «bene prezioso» purtroppo minacciato

nella Repubblica Democratica del Congo — «nostro caro Paese» — e che

va affidato «alla signoria di Cristo affinché egli diffonda la sua misericordia,

come la rugiada del mattino». Il Papa auspica che «al di là delle differenze

di fede, cultura e tradizioni, il popolo congolese possa fare l’esp e-

rienza di un’autentica fraternità», quella che «sospinge verso la comunione

con gli altri, nei quali troviamo non nemici o concorrenti, ma fratelli da

accogliere ed abbracciare».

Il messaggio si conclude con un invito esplicito ai leader politici

affinché facciano loro «un impegno coraggioso per il bene comune, nel disinteresse

e al fine di costruire una nazione prospera e pacifica»: l’auspicio

è «che questa viva speranza di un avvenire migliore non si spenga mai nel

vostro cuore».

nel quale si legge di Gesù che caccia i

mercanti dal tempio. Si tratta, ha detto

Francesco, di «un gesto molto definitivo»,

perfettamente inserito nella catechesi della

parola che si incontra «in queste due settimane

dell’anno liturgico» in cui la Chiesa

«ci fa riflettere sulle cose finali, le cose

definitive», e ci suggerisce «gesti definitivi,

sia di Gesù, sia presi dal libro

dell’Apocalisse, per aiutarci a guardare al

di là, a quello che ci aspetta, alla patria

definitiva».

Un episodio molto noto, collocato cro-

Messa a Santa Marta

Gesto definitivo

nologicamente proprio

all’inizio della settimana

santa — infatti, ha notato

il Pontefice, Giovanni

mette questo passo

dopo l’entrata in Gerusalemme,

insieme al

canto dei bambini che

acclamano “O sanna” a

colui che viene nel nome

del Signore — e nel

quale «il Signore ci fa

capire dove è il seme

dell’anticristo, il seme

del nemico, il seme che

rovina il suo regno». È

come se, ha detto Francesco,

egli ci facesse

«scegliere fra casa di

Dio e covo di ladri», o

tra «casa di Dio o mercato,

casa di preghiera

o mercato». In questa

dicotomia, Gesù indica

il denaro «come nemico»,

perché «il cuore

attaccato ai soldi è un

cuore idolatra».

Del resto, ha spiegato il Papa, nel Vangelo

viene addirittura conferito ai soldi

«lo stato di signori». È proprio Gesù a

farlo «quando dice: “Non si può servire

due signori, due padroni”». E quali sono i

due padroni? «Dio e il denaro», sono loro

«i due signori». Il denaro, quindi, è «l’ant

i - S i g n o re » .

Ma l’uomo ha la libertà di scegliere fra

questi due signori. E perciò «Gesù prende

la frusta e incomincia a fare la pulizia del

tempio». In realtà, ha spiegato il Pontefice,

egli «non fa altro che ripetere tanti gesti

dei profeti» raccontati nell’Antico testamento,

dove si legge che «cacciavano via

gli idoli dalle case, dal tempio o anche gli

idoli nascosti nelle vesti». Ad esempio, ha

aggiunto, «pensiamo a Rachele» che

«aveva i t e ra f i m [gli idoli] nascosti».

C’è quindi, nell’episodio evangelico,

questa contrapposizione: da una parte il

«Signore Dio, la casa del Signore Dio,

che è casa di preghiera» dove c’è «l’incontro

con il Signore, con il Dio dell’a m o re » ;

e dall’altra c’è «il signore-denaro, che entra

nella casa di Dio, sempre cerca di entrare».

Quei mercanti, del resto, «facevano

il cambio di valute o vendevano cose» e

pagavano ai sacerdoti l’affitto di quei

p osti.

Il denaro, ha detto il Papa, «è il signore

che può rovinare la nostra vita e ci può

condurre a finire la nostra vita male, anche

senza felicità, senza la gioia di servire

il vero Signore, che è l’unico capace di

darci la vera gioia». Ma tutto questo deriva

da «una scelta», da una «scelta personale».

Perciò Gesù, «in questo gesto definitivo»,

è come se dicesse a ognuno di

noi: «Com’è il tuo atteggiamento con i

soldi? Cosa fai con i soldi?». A questo

Il 25 marzo

la visita a Milano

Comincerà, di prima mattina, con la visita al quartiere

periferico Forlanini — caratterizzato da numerose abitazioni

occupate, un campo nomadi e una forte presenza

di immigrati — il viaggio di Papa Francesco nell’a rc i d i o -

cesi di Milano sabato 25 marzo.

Il programma della giornata, diffuso dalla curia arcivescovile,

è fitto di appuntamenti. Dalla periferia est

della città, il Pontefice si trasferirà in duomo, dove incontrerà

sacerdoti e consacrati. Quindi ci sarà un altro

dei momenti prevedibilmente più “forti”: accompagnato

solo dal cardinale Angelo Scola, Francesco si recherà

nel carcere di San Vittore dove saluterà i detenuti e

pranzerà con un centinaio di loro.

Nel primo pomeriggio è in programma la messa per

tutti i fedeli di Milano e della Lombardia, che sarà celebrata

nel parco di Monza. Al termine, il Papa farà ritorno

a Milano per raggiungere lo stadio di San Siro,

luogo dove tradizionalmente si svolge l’incontro annuale

dell’arcivescovo con i ragazzi che hanno appena ricevuto

o stanno per ricevere la cresima. Qui Francesco

parlerà ai giovani, rispondendo alle domande di un cresimato,

di un genitore e di un catechista.

punto il Pontefice si è rivolto direttamente

ai presenti: «mi viene di — paternalmente

— dirlo a voi: com’è il vostro atteggiamento

con i soldi? Siete attaccati ai soldi?».

Si tratta di una domanda importante rivolta

ai sacerdoti. Ha spiegato infatti

Francesco: «Il popolo di Dio che ha un

grande fiuto sia nell’accettare, nel canonizzare

come nel condannare — perché il popolo

di Dio ha capacità di condannare —

perdona tante debolezze, tanti peccati ai

preti; ma non può perdonarne due: l’attaccamento

ai soldi, quando vede il prete

attaccato ai soldi, quello non lo perdona»,

o «quando il prete maltratta i fedeli: questo

il popolo di Dio non può digerirlo, e

non lo perdona». Riguardo infatti alle

«altre debolezze», agli «altri peccati», il

popolo si mostra più indulgente e tende a

«giustificare»: riconosce il peccato, lo accusa,

«ma la condanna non è tanto forte e

definitiva». Da questo atteggiamento si

capisce come il popolo di Dio sappia capire

«lo stato di signore che ha il denaro»

e può portare un sacerdote «a essere padrone

di una ditta o principe o possiamo

andare in su...».

Il Pontefice ha continuato a interpellare

i preti di fronte a lui, dicendosi contento

dell’incontro organizzato dalla Segreteria

di Stato e rivolgendosi direttamente a loro:

«Vi chiederò un favore: prendete un

p o’ di tempo, ognuno di voi, e fatevi la

domanda: come è il mio atteggiamento

verso i soldi?». E ancora, andando più a

fondo con la domanda: «Come è il mio

cuore? È attaccato ai soldi? Sono curioso

di vedere quanto interesse mi ha dato il

conto o non mi preoccupo?». Ha quindi

aggiunto questa considerazione: «È triste

vedere un sacerdote che arriva alla fine

della sua vita, è in agonia, è in coma», e

vedere «i nipoti come avvoltoi lì», che

guardano «cosa possono prendere». Ecco

allora il «vero esame di coscienza: “Signore,

Tu sei il mio Signore?”» o, come Rachele,

ho «questo t e ra f i m nascosto nel mio

cuore, questo idolo del denaro?».

Ancora il Papa ha esortato i sacerdoti:

«Siate coraggiosi: siate coraggiosi. Fate

scelte». Che un sacerdote, ha spiegato, abbia

«denaro sufficiente, quello che ha un

onesto lavoratore, il risparmio sufficiente,

quello che ha un onesto lavoratore». L’interesse,

invece, «non è lecito, questo è

un’idolatria». E ha concluso con una preghiera

al Signore, affinché doni a tutti «la

grazia della povertà cristiana», la grazia

«di questa povertà di operai, di quelli che

lavorano e guadagnano il giusto e non

cercano di più».

Un’assoluta

novità

Sono attualmente 164 i collaboratori

di ruolo diplomatico al servizio

della Santa Sede: 129 lavorano presso

le rappresentanze pontificie e 35

in Segreteria di Stato. Provengono

da ben 48 Paesi di Africa, America,

Asia, Europa, e il gruppo più

numeroso è costituito dai 48 italiani.

La loro riunione — qualcuno di essi

non ha potuto partecipare a causa

di particolari circostanze nei Paesi

dove svolgono servizio — o rg a n i z z a t a

in occasione del giubileo

della misericordia è un’assoluta novità

nella storia della diplomazia

p ontificia.

Dopo aver partecipato alla messa

presieduta dal Papa nella cappella

della Domus Sanctae Marthae,

i diplomatici hanno ascoltato

la meditazione di monsignor Giacomo

Morandi, sottosegretario

della Congregazione per la dottrina

della fede, e in processione si sono

diretti verso la basilica vaticana

per il passaggio della porta santa

e la successiva preghiera presso

la tomba di san Pietro.

Nel pomeriggio è previsto un

incontro con i superiori della

Segreteria di Stato e, infine, una cena

a casa Santa Marta con la

partecipazione di Papa Francesco.

di LOUIS MENVIELLE

Ad Avignone la beatificazione del carmelitano scalzo Maria Eugenio di Gesù Bambino

Alla scuola di Teresa e Giovanni

Folgorato dalla piccola via e dalla spiritualità

di santa Teresa di Lisieux, padre

Maria Eugenio di Gesù Bambino ha cercato

di portare le persone a Dio. Lo ha

fatto anche attraverso la fondazione

dell’Istituto Notre Dame de Vie, con il

quale ha saputo proporre una sintesi equilibrata

tra le dimensioni dell’ordine del

Carmelo, la contemplazione e l’ap ostolato.

Il carmelitano scalzo francese viene beatificato

nel parco delle esposizioni di

Avignone, in Francia, sabato mattina, 19

novembre, dal cardinale Angelo Amato,

prefetto della Congregazione delle cause

dei santi, in rappresentanza di Papa Francesco.

Padre Maria Eugenio (al secolo Henri

Grialou) nasce il 2 dicembre 1894 ad Aveyron

in diocesi di Rodez, al centro della

Francia. Il padre, minatore, muore all’improvviso,

lasciando la moglie e cinque figli.

Per rispondere alla chiamata di Dio

senza aggravare le difficoltà economiche

della famiglia, Henri accetta di partire solo,

a 11 anni, per Susa, dove l’accolgono i

padri della congregazione del Santo Spirito.

Avvertendo di non avere una vocazione

missionaria in questa congregazione,

viene accolto nel seminario minore della

diocesi di Rodez. Ha 13 anni quando scopre

gli scritti della piccola Teresa di Gesù

Bambino, non ancora beatificata, che diventa

per lui un riferimento nel suo itinerario

spirituale. Legge e rilegge la Storia

di un’anima e scrive a un amico seminarista:

«Nessun libro ha mai fatto tanta presa

su di me come quello. Non trovo parole

per esprimerlo. È stupendo». Più tardi

confiderà sempre all’amico: “Santa Teresa

di Gesù Bambino è, per così dire, un’amica

d’infanzia che ha vissuto accanto a noi

e, mano a mano che crescevamo, ci faceva

delle confidenze, ci mostrava i segreti della

sua anima».

Il sedicenne entra nel seminario maggiore

con l’entusiasmo dei giovani. La

guerra del 1914 interrompe la sua formazione

per ben sei anni. Henri affida se

stesso e i suoi soldati a Teresa che li protegge

nei momenti peggiori di questa

guerra. Henri ha 24 anni quando riprende

la formazione sacerdotale, arricchito

dall’esperienza del conflitto.

Nel suo cammino vocazionale, durante

un ritiro personale che lo prepara a ricevere

il suddiaconato, una data è decisiva.

Nella sera del 13 dicembre 1920 legge quasi

per caso una piccola biografia di san

Giovanni della Croce. In un lampo, riceve

la chiamata al Carmelo. È una certezza:

deve camminare sulle orme del mistico

spagnolo. La grazia è autentica, come risulta

da questa confidenza alla fine della

sua vita: «Nel fondo della mia anima, è

con san Giovanni della Croce che vivo».

Una testimonianza lo conferma: nel 1961,

un padre domenicano lo incontra e scrive

nel suo quaderno personale: «Ho incontrato

il Giovanni della Croce del XX secolo».

Tre settimane dopo la sua ordinazione

sacerdotale (4 febbraio 1922), nonostante

gli ostacoli che sembravano insuperabili,

Henri entra nel noviziato dei carmelitani

scalzi nella regione parigina e

prende il nome di Maria Eugenio. Per manifestare

il suo legame con la piccola santa

di Lisieux, aggiunge: di Gesù Bambino.

Il novizio si impegna a fondo, offrendosi

alla grazia di Dio, soprattutto nell’orazione

silenziosa. È un periodo di grandi

esperienze mistiche. In un’epoca in cui lo

Spirito Santo non era molto preso in considerazione

nella spiritualità, il novizio ne

fa una vera esperienza personale. Poco

tempo dopo il noviziato, riceve la più

grande grazia della sua vita: «Ho percepito

lo Spirito Santo come amore sostanziale,

verità, luce, spirito, che fa l’unità delle

anime, della Chiesa, del Carmelo». Per

Maria Eugenio, lo Spirito d’amore abita

nel centro dell’anima, desideroso di diffondere

sempre più la misericordia, cioè

l’amore gratuito che vuol sfamare i più

piccoli, i più poveri. Tale esperienza non è

estranea alla spiritualità di santa Teresa di

Lisieux. Maria Eugenio ha sempre insegnato

che il fondamento dell’infanzia spirituale

è la conoscenza contemplativa del

cuore di Dio in cui sono «compressi i torrenti

di infinite tenerezze» (santa Teresa).

La misericordia è felice di diffondersi in

ogni anima che presenta la disponibilità

ad accogliere lo Spirito d’a m o re .

Padre Maria Eugenio, sempre nella stessa

occasione, aggiunge questa frase chiave:

«Ora siamo ufficialmente incoraggiati a

camminare in questa via, a credere così

all’amore divino e a fare tutto per la realizzazione

della missione della nostra tanto

amabile beata». Così possiamo spiegare

anche il grande impegno profuso durante

tutta la vita per servire l’ordine carmelitano

scalzo: definitore e vicario generale

(1937-1955), tre volte provinciale (morirà in

carica), visitatore apostolico dei 143 monasteri

francesi delle monache carmelitane

(1948-1956), incaricato dalla Congregazione

per i religiosi di creare e di organizzare

le federazioni dei monasteri (1953-1956).

Ogni attività, ogni missione mira a un solo

scopo: rendere sempre più vivo il duplice

spirito carmelitano. A tale riguardo,

Maria Eugenio ha fatto innumerevoli conferenze

e omelie, riassumendo tutto nel

suo capolavoro Voglio vedere Dio (1949).

L’autore prende il lettore per mano e lo

guida, alla luce di Teresa d’Ávila e dei due

altri maestri e dottori carmelitani, sul cammino

della vita spirituale e dell’imp egno

apostolico, fino alla santità più autentica.

L’opera è oggi diffusa in otto lingue e più

di centomila copie.

Per diffondere il messaggio carmelitano

della misericordia, Maria Eugenio ha anche

ricevuto il carisma di fondatore. Nel

1932, alcune giovani donne si sono dichiarate

disponibili a rispondere, nella solitudine,

alla loro sete di contemplazione e a

lasciarsi afferrare dallo Spirito Santo, inserendosi

poi nel mondo, in mezzo alla gente

in tutti gli ambiti, per dare una testimonianza

del Dio vivente. Così è nata a Venasque,

vicino ad Avignone (Francia),

l’esperienza di Notre Dame de Vie, istituto

secolare di diritto pontificio dal 1962,

con un ramo femminile, uno maschile laico

e uno sacerdotale, i cui circa seicento

membri sono sparsi in quattro continenti,

partecipando alla grazia del fondatore che

confidava: «La mia missione è teologale,

sono fatto per portare la gente a Dio».

Persone associate e coppie condividono lo

spirito dell’istituto. Lo studium di Notre-

Dame de Vie, inoltre, accoglie seminaristi,

religiose e laici da tutto il mondo per una

formazione teologica e spirituale, rispondendo

così al desiderio che Maria Eugenio

nutriva di dare un insegnamento anche

ben articolato, universitario, sulle leggi

della vita spirituale. Lo studium è aggregato

alla Pontificia facoltà carmelitana

Te re s i a n u m .

Non si può trascurare un altro aspetto

della sua personalità: oltre che maestro di

vita spirituale, egli è stato anche un padre

che si faceva vicino alla gente. È morto il

27 marzo del 1967, lunedì di Pasqua, giorno

in cui soleva rallegrarsi con Maria, nostra

Signora della vita, trionfante nel vedere

il figlio risorto.

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