Art&trA Dicembre 2016/Gennaio 2017

lucertola

Rivista d’arte, cultura e informazione

2.0

Speciale:

Achille Funi

di Fulvio Vicentini

AccA edizioni Roma Srl

Anno 9° - Dicembre 2016 / Gennaio 2017

67° Bimestrale di Arte & cultura - € 3,50

Giuseppe

Amadio

Mario Sironi, artista a tutto tondo

M ostra itinerante -dal 19 novembre Galleria Cinquantasei

a fine febbraio Casinò di Sanremo

a cura di Andrea Sironi Straubwald ed Estemio Serri


Tiziano Sgarbossa

“Scissione” trittico - 2016 - estrusione su tela - cm .50 x 150 - collezione privata

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“artisti contemporanei”

RIVISTA: BIMeSTRALe Art& trA

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n. 1294817

1ª di copertina: Giuseppe Amadio

courtesy: Galleria ess&rre

2ª di copertina: Tiziano Sgarbossa

courtesy: Acca edizioni

3ª di copertina:

courtesy: Pubblicità

Bimestrale Art& trA

4ª di copertina Paola Romano

courtesy: AccA edizioni

copyright © 2013 AccA edizioni Roma S.r.l.

riproduzione vietata

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S O M M A R I O

RUBRIcHe

D I c e M B R e 2 0 1 6 - G e n n A I O 2 0 1 7

Storie dell’Impressionismo Pag. 8

di Silvana Gatti

Sironi - artista a tutto tondo Pag. 24

di estemio Serri

L’arcano alchemico nelle tenso-sculture di Giuseppe Amadio Pag. 34

a cura di Paola Simona Tesio

“Tra&arT” - elogio al pregiudizio Pag. 42

a cura di Alimberto Torri

“Il dada è tratto” - Il pasto nudo - Beat generation Pag. 52

a cura di Pierpaolo Pracca

“Achille Funi” Fantasioso Maestro Futurista del ‘900 Pag. 58

a cura di Fulvio Vicentini

“7” Arte ed esoterismo Pag. 66

di Piercarlo Bormida

Le Mostre in Italia e Fuori confine Pag. 82

a cura di Silvana Gatti

“Tête a tête”-Riflessioni d’autore- intervista a G.R. Manzoni. Pag. 104

di Marilena Spataro

“Libri d’arte in vetrina” L’amore per la vita - M. Jori Pag. 110

di Fulvio Vicentini

“La foto sulla schiena” - Lo sguardo assoluto di Irene Kung Pag. 120

a cura di Giusi Lorelli

“Telesia Museum di San Roberto” Pag. 124

di Marilena Spataro

Sguardi del novecento - elio Stefano Pastore Pag. 133

di Paola Simona Tesio

claudio Rolfi Le Atmosfere dell’Anima Pag. 14

di elma elisabetta Marcianò

Alda Merini “Io sono selvatica di natura.... Pag. 77

di Valentina D’Ignazi

BibArt, Biennale Internazionale di Bari Pag. 98

a cura di William Tode e Manuel Gomez

elvino echeoni - 50 anni di carriera artistica Pag. 112

di Paola Pacchiani

eternità nell’Arte Pag. 114

di Francesco Minerva

Alphonse Mucha - Un Boemo a Parigi Pag. 117

di Svjetlana Lipanovic

Auguri Giubbe Rosse Pag. 130

a cura di Marilena Spataro


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8

STORIe

DeLL'IMPReSSIOnISMO

I grandi protagonisti da Monet a Renoir, da Van Gogh a Gauguin

Treviso, Museo di Santa caterina

diSilvana G atti

Il Museo di Santa Caterina di

Treviso si è vestito a fine ottobre

con i colori dei quadri impressionisti,

tanto amati dal pubblico

e da Marco Goldin, che per i vent’anni

di attività di Linea d’Ombra, società da

lui fondata, ha ideato una mostra storica

che racconta, attraverso ben 120

opere e sei sezioni, quel cinquantennio

che va dalla metà dell’Ottocento fino

all’inizio del Novecento. Non solo

l’impressionismo ma la pittura francese

di mezzo secolo a confronto con

la fotografia nascente e l’arte giapponese.

Nelle sezioni tematiche la pittura

degli impressionisti è a confronto con

quella accademica, al fine di evidenziare

che il linguaggio innovativo dei

giovani impressionisti, e prima di loro

dei pittori della scuola naturalistica di

Barbizon, era parallelo al periodo dei

“Salon” ai quali, pur rifiutandone i canoni

accademici, gli impressionisti ambivano

a partecipare. La mostra riveste

carattere storico, in quanto colloca le

opere nel contesto dell’epoca in cui

entra in gioco anche la fotografia, in

particolar modo nell’ambito del paesaggio

che evoca il mare o la foresta di

Fontainebleau − luoghi soggetto di alcuni

dipinti – per non parlare delle fantastiche

incisioni a colori su legno di

Hiroshige e Hokusai, che documentano

l’influenza della cultura giapponese

sugli impressionisti. Dalla “Grande

onda” travolgente di Hokusai alla dinamica

“Onda” di Gustave Courbet, il

passo è breve, e in questa mostra sono

poste a confronto, una accanto all’altra.

L’esposizione, suddivisa in sei sezioni,

offre al visitatore un percorso

tra i capolavori che hanno segnato una

delle maggiori rivoluzioni

nella storia

dell’arte di tutti i

tempi. Nata la fotografia,

gli artisti impressionisti

si sentivano

finalmente liberi

di interpretare le

emozioni dettate dalla

natura e dal paesaggio,

senza più

l’obbligo di copiare

in maniera del tutto

fedele la realtà, ma

creando opere che

esprimevano essenzialmente

le loro emozioni.

La mostra è

stata realizzata grazie

a prestiti provenienti

da alcuni tra i principali

musei del mondo,

ma anche da

collezioni private.

Le sezioni della mostra

Sezione 1 - Lo

sguardo e il silenzio

Percorso del ritratto

da Ingres a Degas a

Gauguin

In questa sezione sono di scena i ritratti,

a partire da quelli di Ingres, che

influenzato da Raffaello è in voga fin

dai primi anni dell’Ottocento, come

documenta la copia dell’autoritratto

dello stesso Raffaello esposta in questa

mostra. Ingres porta all’apice l’influenza

raffaellesca soprattutto nell’attività

ritrattistica, abbinando alla

purezza cristallina dei tratti una profonda

indagine psicologica, evidente in

Paul Gauguin, Gli antenati di Tehamana

(Merahi metua No Tehamana), 1893, olio su tela, cm 76.3 x 54.3

Chicago, The Art Institute of Chicago

particolar modo nei ritratti dei familiari,

che lontani dall’intento celebrativo

lasciavano trapelare i loro

sentimenti. Questa influenza artistica

lascia il suo strascico sino ai primi lavori

di Degas, tra cui il “Ritratto di

Diego Martelli”, importante testimonianza

del legame tra il pittore francese

ed il critico Martelli, leader dei pittori

macchiaioli. In mostra anche alcuni dipinti

degli anni sessanta accanto ad


opere di Courbet e Delacroix, che si

avvia verso un nuovo linguaggio coloristico.

Il percorso prosegue con le

opere di Manet e Renoir, ancora negli

anni sessanta e successivamente fino

alla prima parte degli anni ottanta.

Molto bello il “Ritratto di un bambino

della famiglia Lange” di Manet, mentre

i ritratti eseguiti da Renoir hanno

un’atmosfera particolare. Suoi clienti

erano ricchi banchieri, tra cui Louis

d’Anvers del quale ritrasse le tre figlie.

Il ritratto di Irene Cahen d’Anvers fu

eseguito nella casa paterna solamente

in due sedute, ma sapientemente ambientato

all’aperto, con il fogliame del

giardino come sfondo, in contrasto con

la chioma rossa ed il delicato vestitino

azzurro chiaro. Anche “Bambina con

uccellino”, sempre di Renoir, è un dipinto

molto delicato, quasi evanescente.

Viene qui indagato il filo che da

Raffaello, alla pittura veneziana del

Cinquecento e fino a quella spagnola

del Seicento conduce alla contemporaneità,

punto di equilibrio tra la tendenza

classica e la modernità. Fino a

Van Gogh e Gauguin, che anche nell’ambito

del ritratto ci regalano

un’emozione nuova, grazie all’esplosione

dei colori distribuiti in pennellate

dense e corpose che anticipano il XX

secolo.

Sezione 2

Figure sotto il cielo - Da Millet a

Renoir

Quasi tutti i pittori impressionisti

hanno dipinto diversi quadri con personaggi

inseriti nel paesaggio che,

molto spesso, raffigurava il giardino di

casa o quello di un amico. Il giardino

più noto è quello della casa di Monet

ad Argenteuil, lungo il corso della

Senna a nord di Parigi, in cui avvenivano

gli incontri tra artisti che hanno

portato all’apertura della prima mostra

impressionista, nell’aprile del 1874

nell’atelier del fotografo Nadar a Parigi.

Tra i partecipanti, Renoir, Pissarro

e Caillebotte. Ed è al centro di questa

sezione che un’opera di Monet raffigura

proprio quel giardino – prestito

dall’Art Institute di Chicago, in cui

sono immerse le figure della madre

che, sulla soglia di casa, osserva la figura

infantile che, dando le spalle all’osservatore,

tiene un cerchio tra le

mani, mentre tutto intorno il giardino

inneggia alla quiete familiare data dal

profumo dei fiori, che par quasi di sentirne

il profumo, mentre sullo sfondo si

Pierre-Auguste Renoir, Mademoiselle Irène Cahen d’Anvers (La piccola Irene)

1880, olio su tela, cm 65 x 54. Zurigo, Stiftung Sammlung E.G. Bührle

intravedono due donne che passeggiano.

Il percorso prosegue con opere

di Corot e Millet, che trattano nel paesaggio

la tematica del lavoro, che

aveva valso a Millet la definizione di

“pittore del sociale”, ancor prima degli

impressionisti. Basta a questo proposito

osservare “Le boscaiole” per capire

come Millet sia stato il primo a

staccarsi dalla pittura celebrativa per

dedicarsi alla pittura degli umili, decantando

la fatica dei contadini. Diversamente,

gli artisti accademici da

Caruelle d’Aligny fino a Bouguereau,

collocano in un paesaggio immaginario

personaggi mitologici o leggendari. E

mentre Boudin raffigura gruppi di persone

sulla spiaggia nell’ora del tramonto

o di un temporale, Courbet ci

incanta con le sue scene realistiche di

caccia. Nel contempo Manet ritrae la

sua famiglia distesa sull’erba in primavera,

e Renoir dipinge nello spazio

prospettico dei falciatori che spiccano

nel giallo di un campo di grano, mentre

Berthe Morisot inneggia alla maternità

immergendo nel verde una mamma e la

sua bambina. Per non parlare di Van

Gogh e Gauguin, le cui figure si allontanano

decisamente dal classicismo virando

verso una pittura più moderna.

Sezione 3

La posa delle cose - Da Manet a

Cézanne

Questa parte della mostra documenta il

tema della natura morta, meno amato

dai pittori francesi del secondo Ottocento,

rispetto al ritratto e soprattutto

al paesaggio, tuttavia non privo di capolavori

come documenta l’opera di

Fantin-Latour. Egli, contemporaneamente

alla sua attività di ritrattista, realizzava

numerose nature morte, in

quanto in Inghilterra, dove risiedeva,

erano richieste da un numero cospicuo

di estimatori, assicurando al pittore il

successo commerciale. Nelle regole

stabilite dall'Accademia delle Belle-

Arti nel XVII secolo, la natura morta

con frutta o fiori era considerata pittura


10

Vincent van Gogh, Salici potati al tramonto, 1888, olio su tela

applicata su cartone, cm 31,6 x 34,3. Otterlo, Kröller-Müller Museum

di second’ordine, ma Fantin-Latour, libero

da ogni legame letterario, religioso

o storico, remava contro i dettami

accademici. Le sue tele sembrano

destinate al solo piacere visivo, con i

colori stesi in pennellate più o meno

spesse a seconda del frutto o del fiore

rappresentato, e tracciano un ponte

verso l’arte moderna. E mentre le rare

nature morte di Manet si riconoscono

per i colori scuri che risentono dell’influenza

del seicentismo spagnolo, quelle

floreali sono un’esplosione di colori

accanto ai fiori dipinti da Monet, da

Gauguin e ovviamente Van Gogh, tutti

presenti in mostra. Ma è Cézanne ad

offrirci una nuova visione dell’arte,

con le sue misteriose nature morte,

quasi sempre dominate dalla frutta, con

le sue mele inconfondibili che, per la

ricerca volumetrica, sembrano anticipare

il cubismo. In queste opere i diversi

elementi sono inseriti nello

spazio con grande libertà, incuranti

della prospettiva, in quanto Cezanne è

interessato solo ai volumi e non allo

spazio. Tanto che egli sosteneva che

tutta la realtà può essere sempre scomposta

in tre solidi geometrici fondamentali:

il cono, il cilindro e la sfera.

Sezione 4

Un nuovo desiderio di natura.

Da Corot a Van Gogh

Monet ed i suoi amici pittori intendono

trasmettere nelle loro opere l’atmosfera

del momento dipinto, le sfumature

della luce sul prato, e il variare di luci

ed ombre nelle varie ore del giorno. Le

trasformazioni della natura vengono

colte dal pennello che via via sulla tela

addolcisce i luoghi, conferendo loro

un’atmosfera poetica. E’ nella foresta

di Fontainebleau che gli artisti si ritrovano

a metà degli anni sessanta dell’Ottocento,

sulla scia dei cosiddetti

pittori della scuola di Barbizon. Luogo

di ispirazione è anche la costa della

Normandia, dove Monet immortala le

falesie che si tuffano a strapiombo nel

mare mosso dal vento. Ma anche l’entroterra

della Normandia viene dipinto

ed immortalato in opere bellissime, ricche

della vita moderna che si affacciava

da un treno in corsa andando

verso cittadine illuminate, ricche di

personaggi affannati in strada, come in

un quadro di Manet. Rispetto alle o-

pere del Turner, che elevava la natura

sublimandola, la bellezza degli impressionisti

è più intimista e casalinga, nell’introspezione

di un giardino o nella

consapevolezza di una città che si trasforma

dietro la spinta della modernità

che avanza. Opere nelle quali ognuno

si rispecchia ancora oggi, nella ricerca

delle visioni dell’anima, evocato anche

dal mondo delle stampe giapponesi,

che trova molti paralleli in mostra. E

poi è Van Gogh, con “Salici potati al

tramonto”, a catturare l’attenzione con

la prepotenza dei suoi gialli accostati

al blu-viola ed all’arancione. Eseguito

nel 1888, l’opera immortala la natura

provenzale sul finire dell’inverno,

quando tra gli alberi ancori spogli si affaccia

con prepotenza il sole, riempendo

la tela attraverso un’esplosione

di vitalità e di colori che preannunciano

l’espressionismo, riflettendo la

ricerca spasmodica di un artista dall’animo

inquieto che cerca, nel sole

della Provenza, uno spiraglio di speranza

per l’affermazione della sua arte

e della sua anima, in un’opera che tra-


Claude Monet, Passeggiata sulla scogliera a Pourville

1882, olio su tela, cm 66,5 x 82,3, Chicago, The Art Institute of Chicago

scende la poetica impressionista per

andare verso uno stile ancora più moderno,

vitale, di somma espressività,

catartico.

Sezioni 5

L'impressionismo in pericolo Monet

e la crisi del plen-air

Nella quinta e sesta edizione delle mostre

impressioniste, nel 1880 e 1881, a

nessuna delle quali significativamente

partecipa Claude Monet, si allarga la

spaccatura tra i realisti che fanno capo

a Degas ed i pittori impressionisti. Incredibilmente,

è proprio Monet a mettere

maggiormente in crisi l’impressionismo,

colui per il quale afferrare la

sensazione voleva dire concludere il

quadro all’aperto, per non allontanarsi

dalla sensazione del momento. Ma a

partire dal 1880 con la serie sui Disgeli

a Vétheuil, uno dei quali esposto, e poi

con i soggiorni in Normandia del 1881

e ancor di più 1882, Monet sembra rinnegare

questa necessità. Diventa consuetudine

per lui iniziare il quadro

immerso nella natura, cosa per lui irrinunciabile,

ma terminarlo nello studio

con opportune variazioni. Nasce così

l’idea della “serie”, in modo da rendere

le diverse ore del giorno nelle diverse

condizioni di luce, come nelle fotografie

di Le Gray, in mostra. Nel mese di

ottobre del 1878, Madame Veuve Elliot

affitta al pittore una casa a Vétheuil,

lungo la Senna, dove si verifica un

inaudito fenomeno che diventa fondamentale

per la storia della pittura. L’inverno

è rigidissimo, i giornali scrivono

di condizioni climatiche come non si

ricordavano a memoria d’uomo, e la

Senna trasporta con la sua corrente

enormi pezzi di ghiaccio, fin quando la

temperatura che scende anche a 25

gradi sottozero riduce il fiume in una

lastra di ghiaccio. Ma negli ultimi

giorni del 1879 la temperatura bruscamente

si rialza, causando un disgelo

nella notte fra il 4 e il 5 gennaio, causando

dei bruschi rumori che turbano

la quiete notturna. Monet, osservato

dalla finestra quello spettacolo, il giorno

dopo si reca lungo il fiume con una

vettura presa a noleggio. Nascono così

una ventina di quadri su questo tema,

legati ad un primissimo concetto di

“serie”, cui Monet ha attribuito in francese

il titolo di “Débâcle”. La serie con

i disgeli a Vétheuil è il primo nucleo di

quella poetica che in seguito lo condurrà

alla meraviglia dei covoni e delle

ninfee a Giverny, sino alla cattedrale di

Rouen, immortalata nelle diverse ore

del giorno. Ma i disgeli sono importanti

in quanto cade qui, per la prima

volta, il dogma della pittura di pleinair,

fondamento dell’impressionismo.

Quasi tutti questi quadri con i blocchi

di ghiaccio galleggianti – tra cui quello

bellissimo che in mostra, dal Kunstmuseum

di Berna – sono stati realizzati

non sul posto, viste anche le condizioni

climatiche, ma successivamente nello

studio. Una manciata tra essi appena

accennati lungo la riva della Senna in

quel gennaio del 1880, e invece la

maggioranza terminati, o del tutto realizzati,

nello studio tra il 1881 e il

1882. Alla fine di gennaio del 1883

Monet si reca a Etretat, stupendo borgo

della Normandia, dove alloggia all’hotel

Blanquet, il cui proprietario gli

offre la possibilità di spostarsi in una

stanza con vista sulla scogliera, consentendogli

di dipingere anche nelle


12

Claude Monet, La scogliera a Etretat, 1885, olio su tela, cm 65,1 x 81,3

Williamstown, Sterling and Francine Clark Art Institute

giornate di cattivo tempo. Durante la

sua permanenza ad Etretat, prepara

molti schizzi per poi dipingere una

volta rientrato nel suo atelier, come facevano

Corot e Millet, che partendo da

disegni e piccole tele realizzavano poi

i grandi quadri nello studio. In questo

soggiorno Monet si accorge che dipingere

en plein-air non gli basta più. Il

quadro più suggestivo realizzato in

questo periodo è senza dubbio “Scogliere

a Etretat”, esposto a Treviso. Osservando

la tela si può notare come

larghe parti di questo dipinto siano

state eseguite in studio, in quanto si

tratta di uno tra i quadri più costruiti di

Monet in Normandia. Il gioco di luci

ed ombre è ben studiato, distante dall’immediatezza

delle opere del decennio

precedente, ma portatore di un

nuovo equilibrio nella sua opera. Che

non rinuncia alla realtà della visione

diretta, ma viene completato con la

sfumatura del rosa scoperto nel soggiorno

a Bordighera – che è il riflesso

del grande blocco di roccia che emerge

dall’acqua. Sottraendosi alla regola

della registrazione istantanea, Monet

apre alla dimensione infinita del tempo

scuotendo il mondo della pittura. E’ la

nascita di nuova visione interiore che

sfocerà nel tempo delle ninfee a Giverny,

ma che qui in mostra si apre già

con un superbo paesaggio invernale

della serie dei covoni. Ma è con le ninfee

che Monet raggiunge quel nirvana

che lo porterà alle soglie dell’astrazione.

Sezione 6

Come cambia un mondo - Gli anni

estremi di Cézanne

Cézanne espone solo due volte alle

mostre impressioniste a Parigi, nel

1874 e nel 1877. Il pittore provenzale

fu infatti il più distante tra gli impressionisti,

pressato dalla sua fissazione di

rendere geometricamente la forma di

ogni oggetto, diventando il precursore

dell’arte cubista in un mondo che cambia

velocemente. Le sue “Bagnanti”,

come il paesaggio “Alberi e rocce nel

parco di Chateau Noir” hanno un’impronta

stilizzata, quasi geometrica, in

cui sono le linee a tracciare il disegno

nel suo insieme, per una resa del tutto

originale. I suoi boschi rocciosi sembrano

emanare una sensazione intimistica,

per non dire claustrofobica,

tendente al romanticismo. Nell’ultima

lettera, inviata al figlio Paul una settimana

prima di morire, il 15 ottobre

1906, scriveva le sue sensazioni. La

sensazione è riferita ad un aspetto psicologico

ed emotivo, del tutto interiore.

Ed è con Cezanne che termina il

percorso di questa bellissima rassegna,

che segna una tappa fondamentale

dell’attività di Linea d’Ombra, società

capitanata da Marco Goldin che da

vent’anni porta opere d’arte eccelse tra

la gente comune, quadri che da importanti

musei di tutto il mondo vengono

in Italia per essere ammirati da più generazioni.

Per chi volesse avere un’anteprima

della mostra, è disponibile la visita virtuale

sul sito di Linea d’Ombra,

www.lineadombra.it

Treviso, Museo di Santa Caterina

Piazzetta Mario Botter, 1

Fino al 17 Aprile 2017


14

claudio Rolfi

Le Atmosfere dell’Anima

A

Reggio Calabria dal 4 al 18

Dicembre nel Palazzo della

Cultura “Palazzo Crupi” si è

svolta la mostra “Le Atmosfere

dell’Anima”del Maestro Claudio

Rolfi. In questa splendida cornice Domenica 4

Dicembre hanno partecipato all’inaugurazione

circa 200 persone, presenti l’Assessore alla cultura

e Legalità della Provincia Eduarto Lamberti,

la Dott.ssa Annamaria Franco Direttrice

del Museo, il presidente dell’Associazione culturale

Serat Serraino e altre personalità della città,

curatrice della mostra e del catalogo Elmar Elisabetta Marcianò.

Alla mostra è stato dato un grande rilievo da tutti i media

locali tv, radio e giornali, con interviste e servizi dedicati al

Maestro e alla sua personale. Inoltre una sezione delle opere è

stata dedicata dall’Artista a Reggio Calabria e alle magiche atmosfere

dei suoi panorami nei quali si fondono perfettamente

arte e cultura.

Per volere dell’Assessore Provinciale E-duardo Lamberti da

circa un anno Palazzo “Pasquino Crupi” è simbolo ormai della

Legalità e della Cultura per Reggio Calabria e custodisce una

collezione di 130 opere confiscate alla ‘ndrangheta firmate dai

più importanti artisti italiani e internazionali, De Chirico

,Tozzi, Morandi, Carrà, Sironi, Ligabue, Fontana, Dalì.


Alcuni momenti della Mostra

foto di Giuseppe Vizzari

Di fronte all’opera di Claudio Rolfi,

immediatamente, si rimane colpiti dal

colore che esteso corposo ed indefinito

conferisce alla composizione una intensa

carica espressiva e passionale.

Tutta la produzione è volta all’espressione

delle atmosfere riflettendo le

emozioni che l’artista prova di fronte

al mondo. Nelle sue tele la materia, la

gestualità ed il segno sono portati al

massimo della tensione e dell’energia

vitale grazie agli ultimi passaggi che

simili a solchi attraversano la tela. Una

straordinaria forza sale dai suoi paesaggi,

dalle periferie densi di poetica

irreale contrastata dal sapore industriale.

La grande specificità di Rolfi

sta nell'uso del colore e della luce, elementi

principali della visione in cui

l’occhio percepisce solo in un secondo

momento le forme e lo spazio in cui

sono collocate. Le tonalità sono tutt'altro

che sommesse: blu violenti nei

punti più vividi, verdi intensi e neri

profondi che conferiscono una straordinaria

brillantezza portata quasi ad

estremi concettuali. Invero la composizione

del maestro è cosi particolare che

persino le ombre più scure sono piene

di colore. Le vedute, i paesaggi, i tralicci,

le mongolfiere sono ricche di

verdi, di azzurri e di gialli, ma tutte

quante, contengono complicate miscele

di suggestioni e materia a testimonianza

della ricerca e della determinazione

che caratterizzano Rolfi nel

costruire le sue scene vibranti, le sue

narrazioni fatte di essenza sublime ed

abile tecnica. Nasce così un paesaggio

che si lascia contemplare, che si lascia

“spogliare” felice di mettere a nudo

l’atmosfera più intima o per fare riferimento

al titolo della personale

“l’anima”. Opere dal sapore shintoista

si susseguono una dietro l’altra agli

occhi di chi le osserva, “anime” irripetibili,

frutto di elementi unici che prendono

corpo ed essenza, qualcosa di più

della trasposizione su tela della somma

di elementi strutturali. Essi trascendono

i palazzi, i ponti, le strade, il cemento

ed i tralicci. Ogni dipinto

diventa messaggero di poesia, di possibilità

estetiche. Ogni tela libera vibrazioni

di cui si fa veicolo la mongolfiera

simbolo del viaggio alleggerito

dalle zavorre del dolore. Dolore

che poi si rinnova sotto forma di “lacrime”

rese attraverso colature spesse

che scendono dal cielo come pioggia

benefica sulla terra come a chiudere un

cerchio vitale.

Elmar Elisabetta Marcianò


16

GAVIN RAIN

acrilico su tela - cm. 120 x 120


18

Tiziano Sgarbossa

estrusioni su tela

“Movimenti” – 2016

estrusione su tela-acrilico

cm .120 x 80

“Presenze” – 2016

estrusione su tela-acrilico - cm .120 x 80


“Scomposizione lineare” – 2016 - estrusione su tela-acrilico - cm .80 x 80

Galleria Ess&rrE

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20

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22

Tonino CAPUTO

Nel 1952 è a Roma dove si

iscrive alla Facoltà di Architettura.

Risale al 1956 la sua

prima collettiva, iniziando

così la sua ricerca quinquennale nel

campo dell'Informale. Nel 1958 partecipa

a una collettiva romana insieme a

Mimmo Rotella, Carla Accardi, Corrado

Cagli, Giandomenico Gnoli, Gastone

Novelli, ... Conosce e stringe

rapporti d'amicizia con Piero Manzoni.

Dal 1963-1965 lo troviamo attivo a Parigi

e dal 1966-1968 inizia l'attività di

scenografo cominciando con il teatro e

il cinema di Carmelo Bene di cui sarà

amico e suo stretto collaboratore. Sono

sue le scenografie di Nostra Signora

dei Turchi e Capricci[1] e tutte le locandine

degli spettacoli teatrali di

Bene di questo periodo. Dal 1970 al

1973, Caputo compie diversi viaggi nei

paesi dell'Est europeo. Nel 1972 partecipa

alla biennale di Venezia (sezione

teatro) con le scenografie per il

dramma "Egloga" di Franco Cuomo e

Maricla Boggio. Nel 1974 collabora all'Enciclopedia

Treccani come coordinatore

dell'immagine del vocabolario.

Nel 1977-1979 è in Australia. Tra il

1983 e il 1984 esegue due pale d'altare

per la chiesa di Quercia di Aulla

(Massa-Carrara). Nel 1983 è in Svezia

(1983) e a cominciare dal 1984 fa la

spola tra Roma e New York. Nel 1992

Caputo risulta nella rivista inglese Art

and Design tra i cinquanta artisti ita-


liani più significativi della seconda

metà del XIX secolo. Le sue opere figurano

in collezioni private e pubbliche

in Italia, Francia, Belgio, Paesi

Bassi, Germania, Svizzera, Inghilterra,

Svezia, Danimarca, Israele, Stati Uniti,

Argentina e Australia. Per i suoi scorci

urbani desolati, in particolar modo newyorkesi,

Fortunato Bellonzi definisce

Tonino Caputo il “nuovo metafisico”.

INFO:

www.toninocaputo.com

tracycaputo@gmail.com

+39 347 132 2260


24

Sironi

a r t i s t a

a tutto tondo

Come altri maestri del passato

di Estemio Serri

Che Sironi sia uno dei più

importanti artisti del Novecento

è ormai cosa consolidata,

se poi esaminiamo

tutto quello che ha

realizzato ci accorgiamo che è uno tra

i maggiori artisti del mondo del periodo,

a tutto tondo come altri grandi

maestri del passato: è stato pittore illustratore

fra i più lungimiranti di tutti i

tempi.

Agnoldomenico Pica nel suo interessante

testo pubblicato nel volume edito

dal Milione nel 1962, spiega accuratamente

come Sironi avesse capito con

grande anticipo l'importanza di far

comprendere l'arte alle masse e non

mantenerla un fatto di élite.

«[ ... ] Qui si voleva toccare di una particolare

attitudine di Sironi come disegnatore

puro, non in rapporto alla sua

pittura. Che noi si sappia Sironi ricorse

solo raramente ai sistemi illustri dell'incisione,

della puntasecca, dell'acquaforte,

del tutto eccezionalmente si

affidò alla litografia, né mai, sembra,

fu tentato dalla silografia. Avendo fra

mano il mezzo moderno della zincografia

e della riproduzione a retino, ne

usò largamente, anzi pressoché esclusivamente.

Il che risponde con puntualità

al suo temperamento impaziente e

veramente moderno. A Sironi deve essere

sempre sembrato un non senso incidere

una lastra all'acquaforte per poi

tirarne su carta speciale, con torchi

speciali, dieci copie numerate, quando

Paesaggio urbano, 1925, tempera e collage su carta applicata su faesite, cm 22,2x24,7


V Triennale di Milano, 1933

tempera su cartoncino, cm 54,5x44

Composizione, 1954 olio su tela, cm 99x74

gli era possibile immettere la medesima

carica spirituale in un disegno a

matita o a penna da riprodursi fotomeccanicamente,

e cioè con fedeltà assoluta,

un milione di volte. Sironi ha

sempre preferito parlare a un milione

di uomini piuttosto che confidarsi a

dieci «amatori» raffinati. Naturalmente

non sempre la moltitudine l'ha capito,

anzi raramente, e i raffinati, dal canto

loro, si sono più di una volta vendicati

contro di lui. Ma Sironi non potrebbe

essere diverso. Né questo, crediamo, è

fra gli elementi meno trascurabili di

quegli scompensi che, per sciagura sua

e per fortuna dell'arte, hanno contribuito

a creare quella conturbata atmosfera

di procella in cui vivono un po'

tutte le espressioni sironiane», e ancora

«[. .. ] A Sironi va riconosciuto il merito

di aver affrontato per primo il problema

della grafica moderna sul

bancone del compositore, accanto alla

linotype e al fortore dell'inchiostro da

stampa, con la passione dell'operatore

manuale e l'audacia dell'artista. Il

gusto di certe impaginazioni, la riduzione

dei margini classici, la «monumentalità»

del cliché smarginato,

l'impiego di taluni caratteri (il cosiddetto

Egiziano o Nilo), il taglio e il sapore

di taluni disegni «da stampare» e

di talune bellissime copertine per riviste

risalgono in gran parte a Sironi».

Il maestro fu pure scenografo teatrale -

solo al Teatro del Maggio Musicale

Fiorentino esistono oltre 170 studi di

costumi - ne disegnò anche tantissimi

per il Teatro alla Scala e altri grandi

teatri. E stato scultore, mosaicista, affreschista,

architetto nelle tante situazioni

in cui fu coinvolto - due importanti

esempi a Milano: Il “Palazzo

del Popolo d'Italia” ora Palazzo dei

Giornali e il Palazzo della Triennale ai

quali lavorò con Giovanni Muzio: con

grande impegno conseguì lungimiranti

risultati. E fu scrittore: un consistente

esempio si può avere consultando

“Mario Sironi. Scritti editi e inediti” a

cura di Ettore Camesastra, Feltrinelli

editore. Pubblicitario: realizzò i manifesti

della Fiat dal 1921 fino alla morte,

nel,1961; la casa automobilistica nel

Museo storico ha un importante collezione

degli originali.

In tanti si chiedono e mi chiedono perché

Sironi pur essendo un artista così

importante per molti anni abbia subìto

da parte delle istituzioni e dei musei un

trattamento a dir poco incredibile, venendo

considerato come un mediocre

artista. Tutto diventa più facile da comprendere

se ripartiamo dalla Biennale

di Venezia del 1947, anno in cui Sironi

invia tre dipinti che vengono respinti

dal Comitato scientifico; il maestro poi

non volle più esporre in quella sede

negli anni successivi nonostante le sollecitazioni.

Solo dopo la sua morte, nel

1962, la XXXI Biennale di Venezia

ospita la grande mostra retrospettiva


26

Composizione con aereo e nave, 1938

tempera e matita su carta, cm 26,3x68,8

ordinata da Agnoldomenico Pica, Gian

Alberto Dell'Acqua e Marco Valsecchi.

In quell'anno si parlò della Biennale

“targata Sironi”, ma il comportamento

delle istituzioni rimase comunque analogo

fino al crollo del Muro di Berlino,

il 9 novembre 1989.

Donna che si pettina, anni ‘30

tempera grassa su carta applicata su tela, cm 95x83

Il 10 novembre mi incontrai a Bologna

con l'amico Raffaele De Grada, importante

studioso e critico d'arte, deputato

del PCI e per lungo tempo consigliere

al Comune di Milano - quindi è sicuramente

attendibile quello che mi disse

in quella occasione - dovevamo visionare

alcune opere di

Alfredo Protti, lui era

il curatore della mostra

che dovevamo

produrre per La Permanente

di Milano e

nel recarci al ristorante

gli chiesi «amico

mio, come ti

senti?» e lui rispose:

«stai parlando del

crollo del muro di

Berlino? Mi sento come

se mi fosse passata

sopra una divisione

di carri armati,

cosa vuoi che

aggiunga, dopo tutte

le balle che ci hanno

raccontato, con la presunzione

che loro

erano gli unici che

potevano rappresentare

e gestire lo vera

cultura nel mondo,

vado nella speranza

che ora questa cosa

abbia fine». Io dissi:

«Ho capito tutto, ce lo auguriamo vivamente».

Effettivamente dopo 27 anni si

può affermare che lo strapotere culturale

dei tempi passati abbia subito un

notevole crollo. Ecco quindi che anche

Sironi, assieme ad altri artisti messi dai

musei nelle cantine, tornano a fiorire.

In questi 27 anni le mostre del maestro

in sedi pubbliche sono state innumerevoli.

Nel 2003 ho prodotto con Mariastella

Margozzi, Vittorio Sgarbi e Romana

Sironi, la bella mostra dal titolo “Sironi.

Gli anni della solitudine” per

l'Ente Provincia di Roma a Palazzo Valentini,

alle Piccole Terme Traianee,

mostra successivamente spostata a Palazzo

Sarcinelli di Conegliano. A Roma

si inaugurò con l'allora Presidente della

Provincia Silvano Moffa, giunta di

centro-destra, ma visto il successo, fu

prorogata per 45 giorni dal nuovo Presidente

Enrico Gasparra, giunta di centro-sinistra.

Quella mostra realizzata anche con la

collaborazione di alcuni musei, fra i

quali i Musei Vaticani, fu richiesta da

una ventina di paesi: alcune città statunitensi,

Israele, Egitto, Croazia, Slovenia

e Polonia e tanti altri. Purtroppo per

essere spostata in altre sedi dopo Conegliano,

era necessario ricostruirla, in

quanto i prestiti museali hanno una durata

predefinita per legge che non prevede

il rinnovo e dopo devono essere


Forme plastiche nello spazio, 1914

tempera e inchiostro su carta, cm 28x23

Figura neoclassica, 1922-23 ca.

cementite, olio e tempera su carta applicata su tela , cm 146,5x106

restituiti, si ritenne allora opportuno,

principalmente per motivi economici,

non riorganizzarla.

Noi ci interessiamo dell'opera di Sironi

da un decennio, poco tempo se si pensa

che ci occupiamo di arte da 38 anni

prima con la Casa Editrice, poi da 30

anni anche con la Galleria, in futuro intendiamo

farlo con maggiore impegno

e più vigore, ma per trattare seriamente

un importante artista come Sironi è necessario

fare esperienza, crearsi i supporti

giusti in quanto gli interessi del

mercato sono tanti e se non si sono ben

compresi i meccanismi si rischia di incorrere

in seri incidenti di percorso.

Durante questo decennio fortunatamente,

per l'attenzione che utilizziamo

nel fare, non abbiamo avuto nessun

problema.

Credo di avere compreso cosa sia utile

per far sì che il maestro raggiunga

quella posizione che gli spetta anche

nel grande mercato internazionale,

come è successo per Fontana e Burri:

l'assoluta garanzia che quello che si

compra è autentico e quindi per prima

cosa bisogna riunire sotto un unico

tetto i diretti interessati, mi riferisco

principalmente agli eredi, e creare una

struttura che riunisca gli archivi esistenti.

Seconda cosa, alcuni di quelli

che hanno lavorato negli ultimi anni

hanno sicuramente effettuato un rigoroso

e serio lavoro, ma circolano dipinti

che varrebbe la pena di ristudiare

con un nucleo molto selezionato di studiosi

che conosca profondamente l'opera

del maestro, per fare finalmente

chiarezza su varie situazioni e arrivare

all'eliminazione delle opere che non si

ritengono attribuibili allo stesso: purtroppo

affermando solo che non sono

attribuibili, continuano a circolare creando

notevoli danni all'immagine del

maestro e al mercato. Terzo punto:

dopo un periodo di due o tre anni incominciare

a realizzare il Catalogo Generale

della pittura e dei disegni. Per fare

questo i soggetti coinvolti dovrebbero

spogliarsi degli inutili personalismi,

partendo dal presupposto che ognuno

deve rinunciare a qualcosa per il bene

e le fortune future del maestro e di chi

attivamente contribuirà a questa operazione,

che creerebbe le garanzie per internazionalizzare

veramente l'opera di

Sironi.

È evidente che quanto su esposto è il

sistema più diretto e più facile da percorrere,

ovviamente ci sono delle possibilità

alternative, che in un tempo

solo un pochino più lungo, possono

produrre lo stesso risultato. Si può pensare

di iniziare a costruire qualcosa nel

2011, nel cinquantenario della morte

avvenuta nel 1961, ricorrenza che noi

ricordiamo con questo libro che è il

supporto della mostra retrospettiva itinerante

che toccherà varie città italiane.


28


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“Senza titolo” - 1978 - acrilico su tela - cm 90 x 70

Tano Festa

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto C ellini,3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 -info@ tornabuoniarte.it

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38

L’arcano alchemico nelle

tenso-sculture di

Giuseppe Amadio

Testo critico di Paola Simona Tesio

Estroflessione su tela - cm. 120 x 93

C ’

è un oltre, un passaggio

di ponti esperienziali

che collega l’operato

del maestro Giuseppe

Amadio, conducendo

la sua ricerca

estetica ad esigersi a guardiana

dei secoli. Quasi che la sua arte sia

una Dea, dai molteplici volti, capace

di accompagnare nelle anse del

tempo, trapassando il concreto, in un

viaggio continuo tra passato, presente

e futuro. Estroflessioni che

sono anche estro-riflessioni, ricerca

di risposte, interrogazioni esistenziali,

chiamate dell’impeto creativo.

Ogni forma ed ogni cromatismo assumono

un preciso significato, che è

celato nelle sinuosità maestose che

si modulano a “tenso-sculture”. In

quelle anse vi è plasmato il segreto

dell’esistenza, quasi fosse un’eco di

antichi miti, che giungono e raggiungono

l’odierno per poi proiettarsi nel

farsi del domani indefinito. Nulla

avviene per caso, poiché è frutto di

sensibilità ed investigazione, empatia

intimamente legata alla propulsione

di energia, enigma da cui il

tutto scaturisce. L’alchimia di colori

e forme simboliche sgorga magmatica

e diventa essa stessa propulsione

immaginifica.

«Più in là della prospettiva ... la scoperta

del cosmo è una dimensione

nuova, è l'infinito, allora buco questa

tela, che era alla base di tutte le

arti e creo una dimensione infinita»

dichiarava Lucio Fontana, padre

dello spazialismo. Possiamo immaginarlo

nell’atto d’incidere la tela

con quel gesto, carico di fervore, che

avrebbe fatto storia. Lo squarcio

nella tela rappresentava l’apertura

verso una ulteriore dimensione non

ancora sondata e conosciuta: l’opera

si svincolava dalla bidimensionalità

e si vivificava in una terza dimensione,

propagandosi attraverso quel

varco, nel tempo e nello spazio.

Ci sono momenti esperienziali che


"Govu" Il bello dello stile - 2016 - estroflessione su tela - cm. 121 x 141

indubbiamente segnano il farsi successivo,

e, l’innovazione di Fontana

può essere così considerata una sorta

di coincidenza significativa, destinata

a cambiare il decorso estetico

della vita. Carl Gustave Jung aveva

definito la straordinarietà di questi

avvenimenti come “eventi sincronistici”.

Non sincronici (che avvengono

allo stesso tempo in contemporanea)

ma che potrebbero avvenire

anche in luoghi e circostanze spaziotemporali

diversi; così l’essenza dell’essere

umano, in determinati istanti,

può divenire una sorta di polo catalizzatore

dell’universo archetipo.

Interessante la considerazione espressa

da Elémire Zolla nel saggio

“Aure”: «Come nella memoria si costellano

fatti lontani fra loro formando

mulinelli nel flusso dei

ricordi, così capita nella vita che si

aprono vortici dove roteano svasati

in una coincidenza, in una simultaneità

inspiegabile, elementi che dovrebbero

essere separati dal tempo e

dallo spazio. Ne nasce, in chi vive

quegli attimi, una meraviglia pura:

un’aura sprigiona da quelle sovrapposizioni.

Viene in mente la metafora

degli scolastici: gli angeli che

sono fuori dal fiume del tempo, di

quando in quando vi immergono un

piede. Quando avvengono coincidenze,

è come se scorgessimo un’ombra

angelica nel nostro mondo. Ad

esse come manifestazioni arcane,

l'antichità tributava un culto.

Si pensa ad una persona e quella

compare: il momento riceva una sua

modesta consacrazione, dalla realtà

ordinaria si è slittati via, si è provato

uno stupore puro, sia pur tenue

e subito scordato. Un’aura abbagliante

avvolge le simultaneità più

complesse».

Simultaneità “non simultanee” avvengono

nell’arte, attraverso intuizioni,

scoperte, corsi e ricorsi storici.

Se Fontana è stato indubbiamente il

padre dello spazialismo, il cui in-


40

“Gmubi rosso” Ottima ipotesi - 2015 - estroflessione su tela - cm. 100 x 100 "Gmuti blu”- 2016 - estroflessione su tela - cm. 100 x 100

flusso è stato percepito da autori

come Agostino Bonalumi ed Enrico

Castellani, è pur vero che

ognuno di essi ha poi seguito un proprio

cammino in modo indipendente

attraverso modulate estroflessioni.

Giuseppe Amadio sviluppa un’esperienza

del tutto nuova rispetto a queste

modulazioni, trasferendo nell’opera

archetipi e miti, facendosi plasmatore

dell’Anima Mundi. Pittura e

scultura entrano in vivido dialogo e

contatto, compenetrandosi in auliche

e struggenti conformazioni. La tela

diviene un’arena di tensioni in cui

egli plasma modulazioni inconsce e

consce, vissuti individuali e collettivi,

pulsioni umane, naturali e cosmiche

che implodono ed esplodono

svincolando la materia dalla bidimensionalità

del quadro, che diviene

un’entità pulsante e viva, ben più

elevata addirittura della terza dimensione.

Moti che si contraggono, si

dilatano, si diffondono. Appagano i

cinque sensi e creano percorsi mentali

infiniti.

Sublimi creazioni si dipanano nel

farsi monocromo delle avvolgenti

tinte; rassicurano mediante quei cromatismi

che riconducono all’origine.

Anse, curvature, dispiegamenti, universi

esperienziali che riportano alle

emozioni primordiali percepibili dall’essere

umano sin dagli inizi delle

premature sensazioni e percezioni.

È un andare oltre lo squarcio nella

tela, perché l’incidere la tela è sempre

un segnare cicatrice, una lacerazione,

una sofferenza provata e

scolpita. Giuseppe Amadio, armonicamente,

costruisce sentieri, cura la

vita, da cui riceve impulso. Ci sono

creazioni che ci riportano al segreto

della Natura, rievocano la bellezza e

la delicatezza del fiore, che non va

strappato ma accarezzato nella sua

unicità e semplicità.


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“Dessin de feu” - 1974 - fiammiferi bruciati su cartone - cm 65 x 95

Bernard A ubertin

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Firenze 50125 - A ntichità - V ia M aggio,40/r - Tel.+39 055-2670260 - antichita@ tornabuoniarte.it


42

“Tra&arT”

di Alimberto Torri

eLOGIO AL PReGIUDIZIO

www.angoloart.it

Il detto dice che l’abito non

fa il monaco. Ma è poi così

vero?

Ora, per ciò che sappiamo

del comportamento umano

e di quanto l’uomo sia influenzabile

e suggestionabile dal mondo

esterno e, ancor più, da quello interno,

possiamo lecitamente cominciare

a dubitare che l’abito sia

esente dal condizionare chi lo indossa

e chi osserva.

Se ci trovassimo nella condizione

di poterci servire della libenza del

signor Rossi o di mister Smith potremmo

sperimentare quanto l’abito

faccia il monaco. Se potessimo

vestire il suddetto Rossi da pittore,

con il grembiule, il basco

alla francese, la tavolozza dei colori

nella mano sinistra e un pennello

nella destra, e lo mettessimo

a suo agio in un ambiente all’uopo

contestualizzato, osserveremmo

in lui un adeguamento all’abito e

al contesto che si manifesterebbe

attraverso atteggiamenti, andatura,

gestualità, finanche linguaggio,

nei soggetti più sensibili. Se dopo

questo esperimento, ne eseguissimo

un altro, portando il sig.

Rossi in un nuovo ambiente, diciamo

economico, e lo agghindassimo

con la divisa dei promotori

finanziari, giacca, cravatta, giornale

specializzato sotto braccio e

borsa dei prodotti al seguito, lo

vedremmo per lo meno perdere

quegli atteggiamenti artistici

prima acquisiti.

Non mi credete? Provate voi stessi,

calatevi negli abiti di un hippy

e girate un giorno intero per la

città, parlando con negozianti, vigili,

netturbini…; poi, il giorno

dopo, vestitevi da yuppi e ripercorrete

le stesse strade. Poi telefonatemi

e raccontatemi come è

andata.

Anche se nell’immediato non vi

sentiste hippy o yuppi, i messaggi

provenienti dall’esterno, dagli altri

che ci incontrano, stimoleranno

l’emergere di una particolare

personalità in noi latente che

ben si attaglierà (perché anche la

personalità è un abito, deriva dalla

parola latina persona che significa

maschera) all’abito indossato. Potremmo

dire che l’abito più che

fare, rivela il monaco che è in noi.

Tutti, chi più chi meno, siamo un

po’ Zelig, il personaggio dell’omonimo

film di Woody Allen. Alla

base di questi nostri cambiamenti

di comportamento, a seconda dell’abito,

stanno i pregiudizi. Pregiudizi

nei confronti di noi stessi

e degli altri. Gli altri sono attori

non protagonisti della società in

cui viviamo e in cui siamo al centro,

poiché noi in quanto persone

a noi più vicine, vediamo il mondo

girarci attorno e mandarci continuamente

segnali di assenso o

dissenso, di conferma o di disconferma,

univoci e di feed back. Il

mondo d’attorno ci guarda e, lentamente,

a nostra insaputa, ci promuove

attori, registi, comparse,

spettatori, ma ogni volta il nostro

ruolo, fosse anche quello di emarginato,

ci appare, anzi è, il ruolo

principale, quello del protagonista.

Mi potreste dire che si è protagonisti

quando si è al centro

dell’attenzione e che quindi,


quando viviamo l’esperienza dei

paria, non lo siamo. Ma noi siamo

“sempre” al centro della nostra

attenzione, anzi di più, noi siamo

quel centro.

Così ci sentiamo pittori perché

indossando abiti da pittore e sentendo

gli altri che ci trattano da

artisti, interpretiamo la parte

senza sapere di farlo. Così quando

siamo nel ruolo di osservatori dell’altro

e quest’altro si veste da artista,

il nostro atteggiamento nei

suoi confronti si adatta al suo

abito. Potremmo allora meglio

dire che l’abito rivela il monaco in

chi lo indossa, ma fa il monaco

per opera di chi osserva dall’esterno

l’uomo vestito.

Così non solo ci adattiamo all’abito

che indossiamo, ma ci

adattiamo anche all’abito che indossa

il nostro interlocutore. Caspita

se l’abito fa il monaco: fa i

conventi. Il verificarsi di questa

nuova sfaccettatura della personalità

è un processo rizomatico, poiché

sincronico all’atto della percezione:

io, vestito da artista,

guardo il mio vicino che mi vede

vestito da artista.

Però l’abito è anche un’ottima

mappa del monaco. Gli abiti ci

parlano di chi ci sta di fronte. Lo

stile casual non esiste. Non indossiamo

mai abiti a casaccio, è sempre

una scelta, anche se a volte

inconscia. L’abito è uno strumento

di comunicazione come lo è la

gestualità. Esso fa parte di quel sistema

di relazione detto “comunicazione

non verbale”. Con i vestiti

non comunichiamo soltanto il

nostro status, la nostra professione

o il nostro grado di freddolosità,

ma anche il carattere, l’umore

del momento, l’ideologia politica.

Un maestro della deduzione

come Sherlok Holmes sarebbe in

grado di capire dagli indumenti la

zona di provenienza, lo stato civile,

e persino il piatto preferito.

L’abito non fa il monaco soltanto

se questi è un filosofo, un

uomo distaccato dal mondo secolare,

uno che si copre dal freddo,

uno che ha ben coscienza del significato

del vestire, che controlla

i suoi pregiudizi e se ne infischia

di quelli altrui: caso di persona

assai rara. Nella normalità di uomini

schiavi delle convinzioni e

delle convenzioni, l’abito fa e rivela

il monaco.

Ora vorrei raccontarvi un fatto

recentemente accaduto ad un mio

amico:

Egli stava viaggiando a bordo della

sua vecchia e un po’ scalcinata

golf bianca, assieme ad un altro

nostro comune amico, quando furono

fermati dai carabinieri per un

controllo.

Ad un certo punto, dopo aver fornito

i documenti richiesti, l’agente

chiese al conducente che

lavoro facesse. Lui rispose che è

un professore di una Università

privata. La stessa domanda venne

poi ripetuta nei confronti del passeggero,

il quale rispose che era

un insegnante di supplenza presso

un istituto di Arezzo. Al che,

l’agente esordì con la frase:

“Ma questa non è un’auto da insegnante”.

Pregiudizio.

L’auto è un altro abito, uno status

symbol che parla di noi senza che

noi si dica nulla. Così abbiamo codificato

delle categorie di auto alle

quali diamo un significato che poi

si riversa sul suo proprietario.

Abbiamo le auto di sinistra come

l’R4 della Renault, le auto di destra

come le Golf, l’auto degli

hippy come la 2cv della Citroen,

l’auto del gentleman che solitamente

sono inglesi come la Jaguar,

le auto dei mafiosi e degli

zingari come le Mercedes, le auto

di stato come la Punto che è sì

un’auto popolare, ma del popolo

italiano e questo basta a farne

l’auto di stato, d'altronde non dimentichiamo

che lo stato siamo

appunto noi. Le auto proletarie

sono la Seicento, la Panda, una

volta era la Ritmo. Il conservatore

guida una tre volumi, l’uomo moderno

la monovolume. Se guidi

una Mercedes classe A o una Smart

sei una donna à la page. Poi esistono

le auto sportive, famigliari,

da lavoro… Insomma, dall’auto

riusciamo a capire, sfruttando il

necessario pregiudizio, chi dovrebbe

essere il suo pilota. La conseguenza

di ciò è, ovviamente,

comportamentale. A seconda dell’auto

che possiedi fai parte di una

categoria di persone e quindi il

trattamento riservato sarà diverso

da categoria a categoria, da status

a status. Quando una Jaguar incontra

una R4, la guarda dall’alto

in basso. Quando, in autostrada,

una Panda vien superata da una

BMW viene percorsa da un brivido

di timore reverenziale e da un senso

di impotenza. In città, però, la

Seicento che trova parcheggio con

facilità si compiace di averla fatta

in barba alle grosse Alfa che in autostrada

le ruggivano dietro con i


44

fari lampeggianti. E le sfumature

di comportamento tra automobilisti

sono molte e variano, non

solo dall’auto e dal contesto stradale,

ma anche da mille altri particolari

come l’età, il sesso, il fatto

che indossi un cappello o se

dallo specchietto retrovisore pende

un alberello profumato o se è

ammaccata o sporca o…

Quando un uomo di sinistra potrà

guidare un’auto inglese senza passare

per ipocrita, o un gentleman

una vetusta e ammaccata A112

con la marmitta aperta senza essere

guardato con sospetto?

Pregiudizio, il pregiudizio è sempre

dietro l’angolo e dal pregiudizio

non ci salviamo.

Dal pregiudizio non si salva nemmeno

il pregiudizio stesso, infatti

fino ad ora non ho fatto altro che

parlare del pregiudizio del pregiudizio.

Ho parlato dell’idea che nel

tempo ci siamo tutti fatta di questa

impostazione mentale.

Lo abbiamo sempre visto come

elemento negativo tout court, come

qualcosa da cui ravvedersi,

mondarsi, guardarsi. Al pregiudizio

non diamo attenuanti. Se andiamo

a leggere quello che dice il

vocabolario, per esempio il Devoto

Oli, ne troviamo una definizione

negativa: “Opinione preconcetta

capace di far assumere atteggiamenti

ingiusti”. Ma se ciò è

vero, lo è anche per il pregiudizio

del pregiudizio, allora vediamo di

liberarci di questi nei confronti di

quello, sciogliamo il paradosso.

Cominciamo a considerare che,

nell’immediato, il pregiudizio è

necessario. Eh sì, esso ci vuole.

Ma andiamo per ordine:

Pregiudizio è una parola latina

composta che significa giudicare

prima di aver raccolto sufficiente

materiale per poter dare un giudizio.

Il pre-giudizio si basa sulle

esperienze precedenti e sulla generalizzazione

di queste. Dunque

si può definire il pregiudizio come

la generalizzazione di un giudizio

precedente che venne elaborato

per un caso singolo e che si trova

ad avere con altri, parziali ma predominanti,

elementi comuni.

L’ombra del pregiudizio si allunga

su tutte le manifestazioni della

nostra vita. Ma non potremmo vivere

senza. E’ grazie ai pregiudizi

che ci muoviamo. Questi, in quanto

presunzione di realtà e di realizzabilità

sono il motore del nostro

movimento. Sia l’aspettativa

di una vittoria, come la previsione

di un fallimento indirizzano il nostro

cammino in un senso o nell’altro.

Senza un pregiudizio non potremmo

nemmeno fare la spesa.

Noi siamo fatti di pregiudizi. Un

uomo senza pregiudizi sarebbe

uomo senza memoria e, probabilmente,

morto.

Dunque i pregiudizi sono necessari

e ciò che è necessario non può

essere un male.

Per rendere più chiara l’utilità di

questo nostro particolare approc-


cio al mondo, prendiamo come

primo esempio quello di andare

semplicemente a comperare il

pane. Nell’andare da casa al negozio

sono guidato dalla certezza,

pregiudiziale, che uscendo di casa

non dimenticherò il danaro, perché

così ho quasi sempre fatto,

che non verrò investito dalle auto,

che il tram arriverà, in ritardo ma

arriverà, che il guidatore guiderà

bene e mi porterà a destinazione

senza intoppi, che il negozio del

pane sarà aperto e che la commessa

sarà gentile, che il pane che

acquisterò sarà buono e che il ritorno

sarà facile come l’andata.

Questa serie di pregiudizi, che

possiedono al loro interno un

grado più o meno alto di convinzione

di realizzabilità, sono ciò

che ci permette di muoverci verso

per ottenere qualcosa.

Ma allora quand’è che il pregiudizio

diventa pernicioso? Quando

non si evolve in un giudizio che

altro non è che un nuovo pregiudizio

per il futuro: il giudizio di

oggi sarà il pregiudizio di domani.

Bella questa frase vero? La ripeto:

Il giudizio di oggi sarà il pregiudizio

di domani.

Solo quando le nostre facoltà

critiche e di sintesi vengono disattese,

il pregiudizio non si evolve

in giudizio. Se ciò accade il pregiudizio

assume per noi il valore

di giudizio e sulla base di questo

falso condanniamo o assolviamo.

Bisogna ricordarsi che il primo

giudizio (pregiudizio) è utile nell’approccio

alla realtà, ma quando

vogliamo approfondire le questioni

della verità, questo va riveduto.

Ora vediamo un altro interessante

e più complesso esempio. Vi sarete

certo chiesti, qualche volta,

qual è il segreto di certe anziane

coppie sposate da cinquanta e

passa anni. Ebbene, io dico che il

loro segreto sta proprio nel pregiudizio.

Quell’idea bella e prevalentemente

positiva che ebbero a

darsi un tempo del loro amore e

che, nel tempo, non si è evoluta,

ma anzi cristallizzata e che permette

loro di vedersi ancora, con

gli stessi occhi di allora. Allora, in

questo caso, l’evoluzione del pregiudizio

in giudizio avrebbe giocato

sfavorevolmente alla solidità

della coppia. Uhm, paradossi del

pregiudizio. Certo ora il discorso

si complica: meglio ignoranti e involuti,

ma amati; o meglio dialettici,

critici, conoscitori evoluti,

ma separati?

Il grado successivo al giudizio è

la valutazione aperta o sospensione

del giudizio. Una prerogativa

delle persone più pazienti,

distaccate, assennate che consiste

nell’indugiare nella disponibilità

a comprendere e a dare spazio all’indeterminatezza

di giudizio.

E i preconcetti? Preconcetto non

è sinonimo di pregiudizio; almeno

non oltre la generalizzazione che

è l’unica cosa che hanno in comune.

Dove c’è il pre-fisso “pre”,

c’è sempre una generalizzazione.

Quando studiavo psicologia, mi

venne insegnato che la formazione

dei concetti avviene attraverso

un processo di astrazione

prima, e uno di generalizzazione

dell’astrazione dopo. Oggi, riflettendo

meglio e con più calma su

questo argomento, mi rendo conto

che quei processi non conducono

alla formazione del concetto, ma

del preconcetto. Il concetto si sviluppa

per e si applica al particolare,

e rappresenta, come il

giudizio per il pregiudizio, l’evoluzione

deduttiva del preconcetto.

La differenza sostanziale tra pregiudizio

e preconcetto sta nel

fatto che il primo è figlio della

memoria storica dei fatti reali e di

una valutazione di questi. Il secondo

è invece figlio di una astrazione

che si forma attraverso

l’applicazione di una facoltà superiore

della nostra mente: il pensiero.

Il preconcetto è dunque più interiore,

è qualcosa che viene e che

procede da noi, dal nostro pensiero,

esso non è qualcosa che accettiamo,

ma che disponiamo.

Per evolvere a giudizio un pregiudizio,

“basta” l’appercezione

della nuova realtà, come prova visibile

della controvertibilità del

pregiudizio. Per correggere un preconcetto

in concetto, non basta la

visione della realtà; bisogna ingaggiare

una dialettica interiore, stimolata

anche da interlocutori esterni,

che porti alla sintesi del nuovo

concetto. Come si capisce il preconcetto

è più tenace del pregiudizio,

è più duro a morire e ciò

può rappresentare elemento di pericolosità.

Tutte le organizzazioni

di gruppi di persone legate da un

senso comune di realtà univoca,

chiusa, estrema, come certe sette

religiose più o meno grandi, ordini

politici e persino certe associazioni

culturali, sono governate e

guidate da preconcetti. Questi

gruppi non hanno interesse all’evoluzione

dei preconcetti perché

questa porterebbe allo sfaldamento

dei dogmi e delle ideologie

su cui si fondano. Così, come

è accaduto in passato, mentre il

mondo va avanti, le religioni, le

ideologie politiche, quelle economiche,

eccetera stagnano e rallentano

l’evoluzione stessa del mondo.

Concludendo e riducendo ai minimi

sistemi, il pregiudizio è utile

per fare la spesa, il giudizio per

fare una buona spesa; il preconcetto

può servire per sfamare o affamare

un’intera popolazione, il

concetto per farlo nel modo migliore.


46

Caterina Tosoni

“Macinatempo”- Macinino in legno e acciaio con materiale plastico su tavola e colore acrilico - cm. 33 x 33 x 28

Presente ad Arte Genova dall’17 al 20 Febbraio 2017 presso lo stand della Galleria Ess&rrE di Roma

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48

Giovanni MAnZO

“Venezia” - 2015 - Olio su tela - cm. 30 x 30 “Venezia” - 2015 - Olio su tela - cm. 30 x 30

“Londra” - 2015 - Olio su tela - cm. 30 x 30 “Parigi” - 2015 - Olio su tela - cm. 30 x 30

Acca edizioni Roma Srl

Via Alatri, 14 - 00171 Roma

Tel. 06 2014041 - cell. 329 4681684

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FEDERICA CAPRIOGLIO

MOSTRA PERSONALE ALLA

GALLERIA D’ARTE LA TELACCIA BY MALINPENSA

DAL 10 AL 18 FEBBRAIO 2017

“UN PAESAGGIO FANTASTICO“

“C am aleonte” - 2016 - Tecnica m ista,acquerello su carta,gessetti,pastelli e m atite - cm .35 x 50

“Poetessa del colore e del disegno, l’artista Federica Caprioglio si dedica ad un filone fantasioso in cui i soggetti della

natura prendono vita e forma in una visione umana ricca di bellezza ed armonia unica. Con uno stile rinnovato e con

una costruttiva di realtà figurativa, ella realizza opere dal sapore fiabesco dove tutto come per incanto splende di

vibrazioni cromatiche e di stati d’animo. Attraverso un tratto pulito e delicato il linguaggio artistico della Caprioglio

esprime sensazioni e riflessioni continue in grado di suscitare al fruitore un senso di serenità interiore. Le suggestive

cadenze luministiche, la chiara stabilità del tratto e la fervida fantasia aprono un discorso pittorico preciso e sincero

in piena padronanza dei mezzi. La sua tecnica mista quale acquerello, gessetti, matite e tempera su carta ottiene

un risultato di carica singolare e di riflessi cromatici autonomi ed espressivi molto raffinati e delicati dove il disegno

prende rilievo di un racconto poetico e prezioso. L’artista Caprioglio sa creare un’atmosfera ricca di personalità e

sentimento che ci affascina e che rivela pieno temperamento. Il valore universale della natura, degli animali e dell’essere

umano è per l’artista di alta concezione; ed è in questa profonda sensibilità che ella opera. Troviamo uno

spazio pittorico intenso di pregnanza contenutistica; l’aspetto surreale, che è fortemente sentito dall’artista, le consente

di penetrare oltre l’aspetto visivo”.

Monia Malinpensa

MOSTRA, DEPLIANT E PRESENTAZIONE CRITICA A CURA DI MONIA MALIMPENSA

REFERENZE E QUOTAZIONI PRESSO LA GALLERIA D’ARTE LA TELACCIA BY MALINPENSA

La Telaccia by Malinpensa - Via Pietro Santarosa 1 - 10122 Torino

Tel/Fax +39.011.5628220 +39.347.2500814 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

O RA RIO G A LLERIA :D A L LU N ED I A L SA BATO D A LLE 15,00 A LLE 19.00


www.tornabuoniarte.it

“Senza titolo” - 1967 - tecnica m ista e vernice spray su cartoncini su tela - cm 70 x 199

Franco A ngeli

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto C ellini,3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 -info@ tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - V ia M aggio,58/r - Tel.+39 055-2289297 - contem porary@ tornabuoniarte.it

M ilano 20121 - V ia Fatebenefratelli,34/36 - Tel.+39 02 6554841 - m ilano@ tornabuoniarte.it

Forte dei M arm i55042 - Piazza M arconi,2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeim arm i@ tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - A ntichità - V ia M aggio,40/r - Tel.+39 055 2670260 - antichita@ tornabuoniarte.it


52

52

a

“Il dada è tratto”

Il pasto nudo

Beat generation,

controcultura e dintorni

di Pierpaolo Pracca

grifonepierre@gmail.com

Siamo maccheroni nella pentola della Gnosi

(Bushaq, poeta sufi)

Mangiare il paradiso

Si può mangiare il Paradiso?

O meglio, è possibile

rovesciare il senso

di quel primigenio gesto alimentare

che causò la cacciata dall’Eden? Perché

di questo si tratta. Proprio di questo,

quando si parla di Beat Generation,

come di qualunque rivoluzione,

sovversione dell’ordine costituito.

Siamo di fronte a un tentativo

di tornare a una condizione edenica,

ad un “futuro remoto” di giustizia,

purezza, libertà, solidarietà che è la

promessa non mantenuta da un passato

davvero molto, molto “remoto”.

Un passato mai esistito: che si chiami

Arcadia, “buon selvaggio”, che assuma

le stigmate dell’hobo divenuto

hippie o si perda nell’indeterminatezza

di improbabili comunità ideali

perdute nella nebbia del tempo o isolate

sulle vette di inaccessibili montagne,

in attesa di eventi catastrofici

e purificatori. Comunque al di là - o

al di qua - della vita.

Al termine di ogni epoca di fervente


progresso tecnologico (e fede nel suo

credo), di abbagliante lume della ragione,

di scientismo o materialità del

benessere, il deficit spirituale, la mercificazione

e reificazione che ne conseguono

spingono a un capovolgimento

dagli esiti altrettanto radicali.

La rivolta contro la società consumistica

occidentale aprì, ormai più

di mezzo secolo fa, le porte a importanti

valori “antagonisti”: ecologismo,

alimentazione naturale, filosofie

orientali, una fratellanza che travalicasse

i rigidi vincoli delle religioni

“istituzionali”. Parimenti, ha però

“liberato” uno sciocchezzaio fatto di

estremismi e superficialità che, parafrasando

Montale, avvolge come un

carapace di falsità il vero senso di tali

orientamenti, spesso vanificandoli e

rendendo indistinguibile la parola

“autentica”. Spiritualità da supermercato

e “inconsapevole fanatismo”

fanno da contraltare alle prospettive

scaturite dalla controcultura beat ed

hippy.

“Mangiare il Paradiso”… cosa rappresentano,

in ultima analisi, l’uso e

l’abuso di droghe proprio della Beat

Generation se non il tentativo di

“mangiare il Paradiso”, paradiso che

diviene ben presto un “circo molto

privato” oltre il quale, svanito l’effetto

psicotropo e l’illusione di una

comunità artificiale, non può che riaffacciarsi

la vita reale.

Quando Kerouac afferma che “niente

è reale”, che “l’universo non esiste”,

riecheggia non solo il dettato, semplificato

all’eccesso, delle filosofie orientali,

ma ricorda, ad esempio, l’esito

più estremo di certo Idealismo filosofico

a cavallo fra Sette e Ottocento, in

reazione alla lama tagliente dell’Illuminismo.

La controcultura

Durante il periodo che va dagli anni

cinquanta ai settanta, negli Stati

Uniti ed in gran parte del mondo occidentale

si diffonde la cosiddetta

controcultura .

Le fil rouge che, nell'arco temporale

di quarant'anni, collega le generazioni

beat ed hippy è indubbiamente la contestazione

alla società industriale dominata

dal principio di prestazione.

L'uomo, liberato dal ruolo mortificante

di uomo-merce, viene considerato

capace di atti creativi e di esperienze

che gli permettono una consapevolezza

non condizionata dal materialismo

e dalla logica del profitto.

La critica al sistema è radicale e trova

sostegno non in Marx, ma nella rivisitazione

della filosofia buddista utilizzata

da Kerouac e gli altri poeti

come arma per emanciparsi dalla società

dei consumi. La cosa fondamentale

è uscire dal ruolo del consumatore

di merci e la dottrina buddista,

con la predicazione del non attaccamento,

offre questa sponda concettuale.

Quando Kerouac affermava che l'universo

non esiste utilizzava un concetto

del nichilismo buddista, basato

sul principio che di nulla è necessaria

l'esistenza e dunque non c'è differenza

tra attività (lavoro) o inattività

(rifiuto della schiavitù del lavoro salariato)

.

La disaffezione e accettazione della

povertà attraverso la pratica del buddismo

diventa una forza positiva... La

pratica della meditazione, per la

quale, uno ha bisogno "solo del suolo

sotto il proprio piede" spazza via montagne

di cianfrusaglie pompate nella

mente dalle comunicazioni e dalle

università super-mercato Gary Snyder

In questa nuova e liberatoria visione

del mondo l'America on the road vede

generazioni di giovani che al capitalismo

borghese sostituiscono il viaggio,

la poesia, lo yoga, la realizzazione spirituale,

stili di vita che aprono anche

a mode alimentari segnate da nuovi

cibi e dall'uso rituale di droghe.

Così, accanto ai sogni di rivoluzione,

prendono forma ricette che hanno il

profumo dell'oriente e dell'esotico.

La cucina riverbera di un anelito alla

libertà che diventa presto la cifra di

un'epoca.

Un esperimento gastro-socio-letterario

che, a poco a poco, allargherà il repertorio

di un mondo avido di

cambiamenti.

Così, in una routine fatta di grandi fumate

di marijuana, litri di caffè, benzedrina,

letture buddiste, scrittura di

poesia, i cibi diventano i divertenti resoconti

di un periodo nel quale acquistano

il valore di carburante psichico

per amplificare le capacità creative,

depurare il corpo e la mente dalle tossicità

del vivere borghese e predisporre

l'individuo all'esperienza autentica

al di là di quella che viene definita

la monolitica realtà oggettiva.

Cibi esotici e naturali, che parlano di

oriente sull'onda delle letture che

vanno da Ginsberg a Kerouac, da Borroughs

a Gysin, sono il segno di una

via, come afferma Alan Watts, lon-


56

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“Senza titolo” - 1975 - tecnica m ista e collage su cartoncino - cm 67,5 x 51,5

G ianni C olom bo

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CRISTIANA CRAVANZOLA -KRIKRA-

MOSTRA PERSONALE ALLA

GALLERIA D’ARTE LA TELACCIA BY MALINPENSA

DAL 20 FEBBRAIO AL 4 MARZO 2017

“IL SENTIMENTO DELL'IMMAGINE SCULTOREA“

“Effetto goccia” - 2014 - M arm o - cm .100 x 100 x 7

“L’artista Cristiana Cravanzola, in arte Krikra, riesce a raggiungere con le sue opere scultoree un alto grado di espressiva

e di comunicabilità, ella rivela una dinamica realizzativa incessante ed un processo evolutivo evidente. Sono

sculture di notevole interpretazione dove la costruzione e la simbologia della materia, nella sua autentica essenza

e potenza, viene raggiunta da una forza descrittiva fondamentale tanto da generare continui giochi di movimento e

di luce. Dal suo iter nascono figure, immagini astratte ed installazioni che, ottenute da vari materiali quali marmo

bianco, bronzo e ceramica sintetica, vengono plasmate con sicurezza e vero sentimento diventando interpreti assolute.

La fantasia creatrice, l’autonomia interpretativa e la struttura ritmica e armonica della forma rappresentano

nelle sue opere un serio impegno di elaborazione ed un’energia continua. Quella della Cravanzola è un’espressività,

di vera sintesi e di grande sapienza, la sua scultura crea un’animazione intensa di contenuti e di significati che penetrano

nell’animo di chi la osserva. Nel percorso della Cravanzola si evidenzia una gestualità contemporanea assolutamente

originale in cui ella è capace di creare, con gusto compositivo, un fascino materico di incessante qualità

e di maturità tecnica. Notevoli effetti di altorilievo e di armonioso dinamismo rendono l’opera vibrante di un processo

evolutivo pieno di studio e di meditazione; con diverse tecniche di lavorazione a seconda dei materiali da lei usati,

l’artista mostra la sua abilità e duttilità creativa”.

Monia Malinpensa

MOSTRA, DEPLIANT E PRESENTAZIONE CRITICA A CURA DI MONIA MALIMPENSA

REFERENZE E QUOTAZIONI PRESSO LA GALLERIA D’ARTE LA TELACCIA BY MALINPENSA

La Telaccia by Malinpensa - Via Pietro Santarosa 1 - 10122 Torino

Tel/Fax +39.011.5628220 +39.347.2500814 - +39.347.2257267

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O RA RIO G A LLERIA :D A L LU N ED I A L SA BATO D A LLE 15,00 A LLE 19.00


58

Achille Funi

Fantasioso Maestro Futurista e

del novecento

di Fulvio Vicentini

N atura m orta,1927,

cm .58 x 64

olio su tavola.

L’

Ottocento celebrava festosamente la sua conclusione col ballo

Excelsior, alla luce scintillante delle magiche lampadine elettriche,

senza nemmeno sospettare quale frenetica serie di avvenimenti

avrebbe portato con sé il Novecento. Guerre

mondiali, rivoluzioni dittatoriali e, nel contempo le più straordinarie

scoperte della scienza e della tecnica.

In quella fase di transizione, il 26 febbraio 1890 nasceva a Ferrara Virgilio

Socrate Achille Funi.

Dopo aver frequentato la Scuola Municipale d’Arte, nel 1906 si trasferisce

a Milano, dove a 16 anni frequenta i corsi dell’Accademia di

Brera.

Nel 1909 Filippo Marinetti annunciava sul Figarò il Manifesto del Futurismo

e scriveva:… uccidiamo il chiaro di luna! (…). D’improvviso i

romantici venivano abbagliati dalle migliaia di piccole lune elettriche

che cambiavano il colore notturno e il modo di vivere in città.

Nel 1914 Achille Funi conosce l’architetto Antonio Sant’Elia, e assieme

agli architetti Giulio Ulisse Arata e Mario Chiattone aderisce

al gruppo “Nuove tendenze”, che sancisce quasi in automatico la sua

adesione al Futurismo.

Ritratto diA chille Funi(1929)


Ilm otociclista,1914 cm .75 x 113 Tem pera su cartone

A chille Funinello studio divia C avalieria M ilano

Assieme a loro Funi organizza la

prima mostra che nel loro contesto

trattava i temi delle Città, i

mezzi di locomozione, le Centrali

elettriche, le case e la loro illuminazione.

Con loro nasceva il Manifesto

dell’architettura Futurista.

In una prima mostra da loro organizzata

figuravano i disegni progetto

delle centrali elettriche che

erano concepite come delle cattedrali

con grandi condotte molto

pendenti. Facevano pensare ad

enormi portate d’acqua atte a

muovere ciclopiche turbine per

produrre tanta energia.

In realtà, considerando i fabbisogni

nelle città di quegli anni, dove

gli elettrodomestici ancora non

esistevano, l’illuminazione per le

strade e nelle case era tenue e parsimoniosa,

la produzione di energia

era quindi modesta.

Nella primavera del 1915 al grido

“Abbasso l’Austria, evviva Trento

e Trieste italiane” Funi si arruola

volontario partendo per la guerra

insieme a Umberto Boccioni, Filippo

Tommaso Marinetti e altri

artisti. Da Roma Fortunato Depero

si arruola nella 16ma compagnia

con destinazione Col di Lana.

Nel 1916 morivano in guerra Boccioni

e Sant’Elia.

Al fronte Funi realizza una interessante

serie di disegni che rappresentano

una sorta di “diario di

guerra”che Raffaele De Grada riporta

nella monografia A. FUNI –

curata dal signor Colombo direttore

della Galleria Carini e

Piero Pesce direttore del

Centro D’Arte di Milano.

Terminata la guerra, nel

1920 tiene la sua prima personale

alla Galleria Arte-

Milano.

Con le sue opere entusiasma

la critica d’arte Margherita

Sarfatti, che grazie anche al

suo appoggio entra nel gruppo

di artisti Novecento, e

nella ristretta rosa dei prediletti

dal potere.

Più tardi si allontana dal Futurismo

e nel 1922 entra nel Comitato

direttivo del gruppo Novecento

e vi rimane fino gli anni ‘30.

Espone alla prima e alla seconda

“Mostra del Novecento italiano”

(1926 e 1929), ed alla Quadriennale

di Roma del 1931 nella sezione

dedicata alla scuola milanese.

Negli Anni '30 Funi rivolge la sua

attenzione alla pittura murale.

La bella e ilsatiro,

cm 70 x 50,5 – pastello,


60

Nel 1931 compone gli affreschi per

la chiesa di San Giorgio e nel 1933

collabora alle decorazioni della

Triennale di Milano. Nello stesso

anno firma il Manifesto della pittura

murale di Mario Sironi.

L'anno seguente termina gli affreschi

della chiesa di Cristo Re a

Roma mentre per la basilica di S. Pietro

realizza un grande mosaico. Nel

‘34 inizia la sua maggior commissione,

la Sala della Consulta del palazzo

comunale di Ferrara che ultimerà

nel ’37.

Per l’ impegno profuso, la bravura e

l’alta professionalità gli è stata riconosciuta

affidandogli la cattedra all'Accademia

di Brera.

A chille Funicon G iorgio de C hirico alcaffè “BiffiScala a M ilano

Alla 21° Biennale di Venezia del ‘38

si incontra con gli amici artisti.

Con Giorgio De Chirico, Achille

Funi si incontrava per l’aperitivo a

Milano al Biffi Scala.

Molto animate erano le loro discussioni

sul mondo dell’arte europea,

sulle avanguardie e correnti che dividevano

gli artisti di quei tempi.

Per Giorgio de Chirico, “pictor optimum”,

Funi era considerato , forse un

complimento pensando ai grandi lavori

creati con la tecnica dell’affresco.

Funi rimproverava Giorgio de

Chirico di essere un grande per le continue ripetizioni

dei quadri metafisici.

In estate Funi trascorreva il periodo

delle vacanze al mare di Forte dei

Marmi, non smetteva però di dipingere,

era il periodo che si sbizzarriva

con le nature morte

ambientate sulla sabbia.

Negli anni ’65 - ’70 Il gallerista bolzanino

Paolo Cattani durante il periodo

estivo trasferiva i suoi spazi

espositivi da Bolzano a Cavareno

nell’alta val di Non trasformando il

Palazzo Zini in una grande galleria

d’arte (punto di ritrovo di collezionisti

e appassionati d’arte e vacanzieri).

Con lui si era associato anche Piero

Pesce del “Centro d’Arte” di Milano

che era anche il mercante di

Achille Funi. Fu in occasione di una

sua mostra estiva a Cavareno che

(D a sinistra)Funi,M orandi,Bartoli,

C arrà,Severini,Tam buri.

N atura m orta con conchiglia,

cm .32.5 x 44,tem pera


Funipescatore (autoritratto 1961)

Ritratto della m adre,(1921)

riuscirono a smuovere il Maestro

dal mare alla montagna. In quell’occasione

ebbi l’opportunità di conoscerlo,

apprezzarlo come artista,

pensatore e uomo di cultura.

Nel 1971, un anno prima della

morte, Achille Funi scriveva:

“quanto alle accuse di non aver tenuto

conto delle nuove avanguardie,

italiane ed europee, è bene

ricordare ancora che l’avanguardia

l’avevamo fatta noi prima degli altri

con il futurismo e che

ora dopo la rottura volevamo

costruire e andare

avanti coerentemente.

E che alla

pittura da cavalletto

cerebrale e circoscritta

avevamo posto l’alternativa

di un arte popolare e civile riproponendo

all’architettura la

pittura murale, l’affresco. Fu soprattutto

per merito mio e di Sironi se

questa tecnica faticosa e di grande

impegno ritrovò infatti una sua

nuova fortuna (ho calcolato di aver

complessivamente dipinto affreschi

almeno per sei chilometri di lunghezza

per un metro di altezza),

oltre che come pittura monumentale

come riaffermazione del cromatismo

della più vera tradizione

italiana”.

Funim uore ad A ppiano G entile il

26 luglio 1972

N el 1996 la Leonardo A rte srl,facendo

ordine neisuoilavori,rende

om aggio alM aestro e realizza ilcofanetto

A C H ILLE FU N I,“C atalogo

ragionato dei dipinti”e “C atalogo

ragionato deiC artoni” curato da N i-

coletta C olom bo.

Q uotazioni:le opere futuriste,che

sono le più rare possono raggiungere

i135 -150.000,00 €;

la produzione del “realism o m a-

gico” (1918/ 1924 100.000,00 €

m entre le opere del N ovecento sfiorano

i55.000,00 €. O pere più recentisono

anche battute in aste a

20.000,00 - 30.000,00 € secondo

soggetto e dim ensioni.


64

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66

“7”

ARTe eD eSOTeRISMO

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Qualcuno avrà sentito

raccontare la vicenda di

un noto pensatore siciliano,

aristocratico, che

durante il famigerato

bombardamento del 1945 rimase

paralizzato nella città austriaca in

maniera permanente agli arti inferiori

(nell'intento «di non schivare

anzi di cercare i pericoli, nel

senso di un tacito interrogare la

sorte» ). Ebbene, è di quest’uomo

che vogliamo occuparci. Stiamo

parlando di Julius Evola: filosofo

maledetto, ma anche poeta, scrittore,

alpinista, esoterista e pittore.

Nello specifico, il maggior

esponente del Dadaismo italiano.

La coincidenza della città non

è però l’elemento chiave del nostro

collegamento con il tema

che abbiamo deciso di affrontare

e, quindi, l’arte ed il suo intreccio

con l’esoterismo. Si dice infatti (è

Gianfranco de Turris ad analizzare

la questione citando il massone

Fabio Venzi, Gran Maestro

della Gran loggia Regolare d’Italia)

“che il filosofo non si limitò

a studiare a Vienna il materiale

massonico colà riunito dai tedeschi

e messogli a disposizione

come egli stesso afferma nella autobiografia,

ma tentò una operazione

teurgica per riportare i rituali

presenti nelle carte al loro

significato spirituale originario

traviato in seguito dalla massoneria,

operazione il cui fallimento

gli procurò il noto danno fisico:

“Quindi un’ardita e pericolosa

operazione teurgica quella che

Evola, conoscitore del ‘metodo’,

praticò a Vienna nell’operazione

di modifica dei rituali spuri in suo

possesso? Sembrerebbe di sì”. De

Turris conclude negando l’assunto

di Venzi, adducendo più di una

prova a suo sfavore. Ma il fatto

che l’esoterismo, quindi, sia alla

base di un incidente che ha segnato

per sempre la vita di Evola

è per noi solo un trampolino allettante,

forse azzardato, ma di

certo immaginifico: ha in sé il

potere magico di farci sognare e

sentire qualcosa di misterioso,

qualcosa che incendia come solo

la vera arte, quella magica, può

fare. E’ lo stesso Evola che già in

gioventù si butta infatti con

l’entusiasmo e la forza del libero

pensatore nel mondo dell’arte e

parallelamente in quello speculare

dell’esoterismo. Dada e poi

Ur, arte e magia. E che a Vienna

viene sbalzato a terra da una

forza incontrollabile, o solo da

una bomba? Ma non sono forse

la stessa cosa? Il confine tra realtà

ed immaginazione si astraggono

nei sogni e come in questi,

nei quadri. Osservando i dipinti

di Evola, dopo la sua adesione

ufficiale a Dada nei primi giorni


del 1920, emerge il suo interesse

ad addentrarsi nell’Alchimia dello

spirito, in profondità, alla radice

del colore e dell’astrazione stessa

che lo contraddistingue: purezza e

libertà, nel “portarsi di là dalla

vita”. Questo passaggio da uno

stato ad un altro in chiave ermetico-alchemica

è cruciale per comprendere

l’opera artistica di Julius

Evola. Del resto anche in quello

che avrebbe dovuto essere una rivista-numero

unico del movimento

Dada internazionale, “Malombra”,

ma che rimane un progetto

pervenutoci sotto forma di

due menabò (due in folio di diverse

dimensioni, divisi in riquadri

numerati destinati alla riproduzione

di testi e illustrazioni

contornati da diverse “massime”

dadaiste) Evola afferma nell’intervento

intitolato “Manifesto saccaromiceto”

(con allusione ad un

particolare tipo di fungo microscopico

che permette la fermentazione

delle sostanze zuccherine in

alcool e quindi metaforicamente

consente il passaggio alchemico

da uno stato ad un altro), che

“Dada è il microbo vergine, è il

segno dell’astrazione”.

La libra s’infiamma e le piramidi

Un’astrazione che si

plasma con il distacco

da spinte espressive:

“Non voglio convincere

nessuno. E ripongo la

mia causa nella forma

senza vita, ripongo la

mia causa nel nulla”.

Le visioni, che egli traspone

sulla tela accompagnano

il suo modus

cogitandi, che sottende

al contempo quello esoterico,

nella fattispecie

specificamente alchemico.

In lui l’alchimia

si fa arte, gesto carico di

energia vitale che pulsa

da altrove, per arrivare

ai nostri sensi di spettatori-attori

pronti a diventare

noi stessi opera

d’arte nel momento

stesso in cui la viviamo:

ecco Dada, contro l’arte

per l’arte o viceversa, in

un continuo ossimoro

che mangia sé stesso

come l’uroboro, il serpente artefice

di ciclica ed immortale perfezione.

Le composizioni astratte

dei suoi paesaggi interiori sono

“Paesaggio interiore” apertura del diaframma

Julius-Evola 1920-21

l’idea di uno spazio che esiste a livello

magico, il colore espressione

del viaggio ermetico dell’iniziato

all’Arte regia. La purificazione

spirituale passa attraverso l’uso

dei cromatismi e della forma, naturalmente

astratta.

Flussi e traiettorie che intersecano

fluide geometrie generando

corrente attraverso livelli sovrapposti,

come in un’ipotetica velatura

frammentata, liquida e nel

contempo incandescente, iridescente.

Onde che si accompagnano

in uno spiritualismo assoluto,

dove non c’è posto per

l’uomo comune, né per i suoi simulacri.

L’indifferenza dell’Anarca,

superiore alle amene quotidianità

del divenire. Segni e colori,

lettere. Ingranaggi psichici. Nel

suo “Paesaggio interiore, apertura

del diaframma” l’autore si palesa

prepotentemente nel proprio laboratorio

alchemico giocando con le

“mutazioni di elementi che tendono

a vaporizzarsi”; credo non

sia possibile rendere meglio l’idea

del suo trasformare atomi in materia

soprasensibile.

Ma tutto si trasforma, e l’impeto

inesauribile di ricerca del giovane

esploratore (sperimenta anche sostanze

stupefacenti seppur non

diventandone mai schiavo) cambia

direzione: Dada deve morire.


68

Tendenze di idealismo sensoriale

Bibliografia essenziale:

Scrive lui stesso: “L’arte a-

stratta, nello sfociare nel Dadaismo,

rappresentò un limite, raggiunto

il quale non restava che

da tacere, o da passar oltre, o,

nei casi estremi, di battere la via

di un Rimbaud o di coloro che

posero fine alla propria vita.”

Contraddizione, paradosso, nonsenso.

Dopo Dada, nessun possibilità

di sviluppo può essere

immaginata: la destrutturazione

è avvenuta, non resta che l’idea,

lei sì in continua trasformazione,

sorella dell’immaginazione

(in me mago agere?). E quindi

la magia: ecco quindi che la

non-arte di Evola diventa adesso

pratica magica, creazione e sperimentazione.

Nasce il Gruppo

di Ur: è il 1927.

Il nome, come spiega lo stesso

Evola, è tratto dalla radice arcaica

del termine “fuoco”, ma

vi era anche una sfumatura additiva,

nel senso di “primordiale”,

“originario”, che esso ha

come prefisso in tedesco. Nasce

come sodalizio magico fondato

da Arturo Reghini e Giovanni

Colazza, mentre il giovane Julius

Evola viene da loro scelto

come primo Direttore della rivista

denominata appunto “UR”

(la rivista “Krur” nascerà nel

1929 in seguito ad ammutinamento

dello stesso barone insieme

ad altri sodali per divergenze

con Reghini ed il suo

discepolo Giulio Parise). Il Gruppo

nasce secondo Evola con un

duplice obiettivo: primo, suscitare

la forza sovrasensibile capace

d'aiutare i singoli membri;

secondo, indirizzare questa forza

superiore, già individualizzata,

verso il cambiamento, da

dietro le quinte della storia, di

tutte le altre forze influenti socialmente

nel proprio tempo.

Gli aderenti scrivono sotto

pseudonimo, lontani dal sé. Julius

Evola diventa così Agarda,

Arvo, Ea, Iagla… Nomi evocativi,

come i suoi dipinti. E

molto di più.

Julius Evola,Lettere di Julius Evola a

Tristan T zara (1919-1923)

a cura di Elisabetta Valento, Roma

Fondazione Julius Evola, 1991.

Julius Evola,Introduzione alla m agia,3 voll.,

Roma, Mediterranee, 1971.

Julius Evola,U r 1927. Roma, Tilopa, 1980.

Julius Evola,U r 1928. Roma, Tilopa, 1980.

Julius Evola,Krur 1929. Roma, Tilopa, 1981.

Julius Evola,Il cam m ino del cinabro,

Milano, Vanni Scheiwiller, 1963

Julius Evola, Introduzione alla m agia

quale scienza dell'io

Genova, Fratelli Melita, 1987

R enato D el Ponte, Evola e il m agico

G ruppo di U r.Studi e docum enti per servire

alla storia di U r-K rur

Borzano, Albinea, Sear Edizioni, 1994.

M arco R ossi,"N eopaganesim o e arti m agiche

nel periodo fascista",in:Storia d'Italia,A

nnali 25,Esoterism o

a cura di Gian Mario Cazzaniga, Einaudi,

Torino, 2010, pp. 599–627.


70

Carmelo CONSOLI

luce e magia del colore

“Paesaggio astratto - A34” - olio su tavola

“Paesaggio astratto -A/8” - olio su tavola


“Paesaggio astratto - A/102” - olio su tavola

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74

“due minuti di arte”

In DUe MInUTI VI RAccOnTO LA STORIA DI

AI WeIWeI

di Marco Lovisco

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1. Ai Weiwei è un artista e designer cinese.

Nasce a Pechino nel 1957 in una famiglia di

intellettuali. Il padre, poeta, viene accusato

di “idee destriste” dal Partito Comunista

Cinese, così lui e la famiglia vengono inviati

in un campo di rieducazione militare. Per

anni la famiglia sarà costretta a vivere in una

spelonca nel deserto dei Gobi e al padre, Ai

Quing, verrà affidato il compito di pulire le

latrine del paese. Solo nel 1976 potranno

tornare nella capitale.

2. A Pechino Ai Weiwei ci rimarrà pochi anni

perché già nel 1981, decide di lasciare la

Cina per vivere a New York. Sono anni

intensi in cui l’artista farà molti lavori per

mantenersi e cambia molte case. È a New

York che si innamora dell’arte concettuale di

Marcel Duchamp e della Pop Art di Andy

Warhol.

3. Dopo dodici anni trascorsi negli Stati

Uniti, nel 1993 è costretto a tornare in Cina,

per stare vicino al padre gravemente malato.

La sua esperienza americana lo rende

popolare, sono molti i giovani artisti che lo

frequentano per avere notizie sulle ultime

tendenze nel mondo dell’arte. È in questo

periodo che pubblica tre libri sull’arte: The

Black Cover Book (1994), The White Cover

Book (1995) e The Grey Cover Book (1997).

4. In molte delle sue opere Ai Weiwei

evidenzia come il capitalismo e il consumismo

in Cina stiano progressivamente

cancellando l’eredità culturale e artistica

della nazione. Ad esempio, nell’opera Han

Dinasty Urn with Coca Cola Logo (1994)

l’artista “decora” un antico recipiente della

dinastia Han con uno dei simboli più

conosciuti del mondo odierno. “Avevo

voglia di renderlo più attuale”, spiegherà

l’artista. Ben più scalpore genererà la performance

Dropping a Han Dinasy Urn (1995)

in cui l’artista, vestendo i panni tipici degli

operari cinesi, si farà riprendere mentre si

lascia cadere dalle mani una preziosissima urna

cineraria cinese vecchia di circa 2000 anni.

5.Ai Weiwei sottolineerà inoltre l’omologazione

imposta dal sistema capitalistico

con le sue installazioni della serie Forever

(2003), che hanno per protagonista centinaia

di biciclette a cui sono state rimossi pedali e

catene (Forever è la marca di bici

più venduta in Cina).

6. Nel 2005 apre un blog in cui,

oltre a parlare della sua attività

artistica, commenta anche la

politica cinese, criticando e denunciando

alcune scelte del Governo.

Dopo il disastroso terremoto

che colpì la Cina nel 2008

invita i cittadini a comunicare i

nomi dei ragazzi morti a causa del crollo

delle scuole, costruite senza rispettare i

criteri minimi di sicurezza. La scelta di

coinvolgere gli utenti nel formulare questa

drammatica lista era un modo con cui

l’artista denunciava la scarsa chiarezza da

parte delle autorità riguardo il conteggio

delle vittime (ampiamente sottostimato). Il

blog viene oscurato e Ai Weiwei viene

interrogato e malmenato dalla polizia. Lo

stesso anno l’artista creerà l’opera Snake

Bag, un enorme serpente costruito con zaini

scolastici.

7. Oltre che artista contemporaneo, Ai

Weiwei è anche architetto. Dal 2001 infatti è

proprietario dello studio FAKE Design, con

il quale ha collaborato come consulente

artistico per la progettazione dello stadio di

Pechino per le Olimpiadi del 2008: il famoso

“Nido di uccello”. L’artista tuttavia non

presiederà all’inaugurazione per protesta

contro lo sfruttamento degli operai nei lavori

per la preparazione dei giochi. Nel 2010

costruisce uno studio a Shangai che però

viene raso al suolo un anno dopo dalle

autorità cinesi che sostengono sia stato

costruito senza i permessi necessari.

8. È nel 2011 che avviene un evento che

influirà molto sulla vita di Ai Weiwei. Il 3

aprile l’artista viene arrestato all’aeroporto

di Pechino, con l’accusa di evasione fiscale.

L’artista viene detenuto illegalmente in un

luogo segreto per 81 giorni (i primi trenta

ammanettato). Non gli viene data la

possibilità di parlare con nessuno ed è

costantemente seguito da due guardie

silenziose. Solo al quarantatreesimo giorno

gli viene concesso di parlare con la moglie.

Alla detenzione segue una multa di 2,36

milioni di dollari, il ritiro del passaporto,

l’allontanamento delle sue opere dai musei e

il divieto di pubblicare articoli sul web o di

parlare con la stampa. La sua casa inoltre

viene controllata da telecamere di

sorveglianza e agenti, mentre il suo nome in

Cina sparisce dai motori di ricerca. Alla

detenzione Ai Weiwei dedicherà l’opera

S.A.C.R.E.D. (2013)

9. Nel 2014 realizza una maxi installazione

realizzando con i mattoncini LEGO (1,2

milioni!) i ritratti di centosettantasei perseguitati

politici (da Mandela a Snowden, da

Galileo a Dante). Quando l’artista chiede alla

LEGO altri mattoncini per “aggiornare”

l’opera, la compagnia danese vieta la

fornitura perché contraria all’uso del

prodotto per motivi politici. Ai Weiwei

allora, citando Duchamp, pubblica su

Instagram una foto con i mattoncini LEGO

buttati in un WC. Si alza un polverone tale

che la LEGO deve fare marcia indietro e

rinunciare al divieto.

10. Nel 2015 Ai Weiwei riceve da Amnesty

International l’Ambassador Of Coscience

Award, per le sue azioni a sostegno dei diritti

umani. Nello stesso anno all’artista viene

restituito il passaporto. Ne approfitta per

andare in Germania dove vivono sua moglie

e suo figlio e poi a Lesbo, per seguire in

prima persona il dramma dei migranti. Molte

delle sue opere del 2016 riprendono questo

tema, come l’installazione temporanea

Reframe, creata per Palazzo Strozzi a

Firenze.

NOTA:

Dal 23 settembre 2016 al 22 gennaio 2017,

con il titolo Ai Weiwei. Libero, Palazzo

Strozzi a Firenze, ha dedicato a questo

celebre e controverso artista cinese la più

grande retrospettiva fino a oggi realizzata in

Italia.


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ALDA MeRInI

“Io sono Selvatica di natura e amo

tutto ciò che mi tenta e non mi

corrompe...”

di Valentina D'Ignazi

Corrotta dall'Arte, da quel mondo

che affascina e salva inconsciamente

l'animo umano...tentata

da se stessa e dalle sue emozioni,

donna e madre di una

poesia senza tempo. Alda Giuseppina

Angela Merini nasce il 21 marzo

1931 a Milano in viale Papiniano 57 da un

padre assicuratore ed una madre casalinga,

secondogenita di tre figli.

Un foglio ed una penna e nasce la magia:

“I poeti lavorano di notte quando il

tempo non urge su di loro,quando tace il

rumore della folla e termina il linciaggio delle ore...

I poeti lavorano nel buio come falchi notturni od usignoli

dal dolcissimo canto

e temono di offendere iddio, ma i poeti nel loro silenzio

fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle...”

Questa è Alda Merini, una donna che fa della notte il suo

canto alla vita, un'anima che riserva nella scrittura il suo

rumore, la sua forza, la sua salvezza, il suo disperato grido

d'amore. La scuola e lo studio del pianoforte sono la sua

priorità nell'infanzia, termina infatti la scuola elementare

con il massimo dei voti e frequenta poi i tre anni di avviamento

al lavoro presso il prestigioso Istituto “Laura

Solera Mantegazza” a Milano tentando di essere ammessa

al Liceo Manzoni dove, per assurdo, non supera la prova

di Italiano. La giovanissima autrice ha il suo primo esordio

nel 1950 a soli quindici anni, grazie al critico letterario

Giacinto Spagnoletti che riesce a percepire il talento

dietro il sorriso solitario e malinconico di una bambina

che la vita ha fatto crescere troppo in fretta. Una vita segnata

dalla guerra e dall'incessante bisogno di trovare un

posto nel mondo. Nella “Antologia della poesia italiana

1909-1949” compaiono le sue poesie “Il gobbo” e “Luce”

che sono solo l'inizio di una serie di innumerevoli successi.

Nel 1947 incontra quelle che definirà le “prime

ombre della sua mente” e viene internata per un mese all'ospedale

psichiatrico di Villa Turno. Nel 1951, anche su

suggerimento di Eugenio Montale, l'editore Scheiwiller

stampa in “Poetesse del Novecento”, due poesie inedite


78

di Alda Merini, mentre lei in questo

periodo frequenta per lavoro e per

amicizia Salvatore Quasimodo. Si innamora

dopo pochi anni di Ettore

Carniti, proprietario di alcune panetterie

di Milano, e lo sposa nel 1953.

Esce poi il primo volume di versi intitolato

“La presenza di Orfeo”. Due

anni dopo pubblica “Nozze Romane”

e “Paura di Dio”. Nel 1955 nasce la

loro primogenita Emanuela ed al medico

pediatra dedica, per gratitudine,

nel 1961 la raccolta “Tu sei Pietro”.

Alda inizia poi un triste periodo di silenzio

e di isolamento: viene internata

al “Paolo Pini” fino al 1972,

periodo durante il quale non manca

comunque di tornare in famiglia e

nascono le altre tre figlie: Barbara,

Flavia e Simonetta. Dopo alternati

periodi di salute e malattia, che durano

fino al 1979, la Merini torna a

scrivere; lo fa con testi intensi e

drammatici che raccontano le sue inquietudini,

le sue sconvolgenti e

crude esperienze vissute in manicomio.

I testi sono raccolti in “La Terra

Santa”, pubblicato da Vanni Scheiwiller

nel 1984.

“Ero matta in mezzo ai matti. I

matti erano matti nel profondo, alcuni

molto intelligenti. Sono nate lì

le mie più belle amicizie. I matti

son simpatici, non così i dementi,

che sono tutti fuori, nel mondo. I

dementi li ho incontrati dopo,

quando sono uscita...”

Nel 1981,dopo la morte del marito,

Alda si trasferisce a Taranto dove si

sposa con il poeta Michele Perri, ex

medico che si prende cura di lei e

della sua fragile anima. Torna a Milano

nel 1986, dopo un ulteriore ricovero

all’ospedale psichiatrico di Taranto

dove riprende a scrivere con

maggiore continuità pubblicando una

meravigliosa opera in prosa: “L’altra

verità - Diario di una diversa”.

Tra la fine degli Ottanta e i primi Novanta

la produzione di poesie e scritti

fu particolarmente intensa e nel 1992

riceve il Premio Librex Montale per

la Poesia, uno dei più importanti in

Italia.

Alla fine degli anni Novanta, la poetessa

dei Navigli produce centinaia di

“minitesti”, aforismi di vario tipo che

mirano alla brevità di immortalare un'

emozione o un semplice pensiero. I

migliori furono raccolti nel 1992 da

Rizzoli nel libro “Aforismi e magie”

con illustrazioni di Alberto Casiraghi,

poeta, disegnatore e suo carissimo

amico. In quegli anni collabora anche

con diversi altri piccoli editori per la

pubblicazione di altri minitesti. Negli

anni seguenti pubblica altre raccolte,

come la selezione di Einaudi su scritti

del 1996 – 1999, cofanetti con libri,

videocassette e letture fatte da lei

stessa.

Nel 2004 Alda Merini fu nuovamente

ricoverata per alcuni problemi di salute,

e nonostante la sua notorietà le


sue condizioni economiche cominciarono

a diventare piuttosto precarie.

Riceve una grande quantità di

messaggi di solidarietà da scrittori,

amici, poeti e da semplici appassionati,

con appelli per aiutarla economicamente.

Il primo novembre 2009,

la poetessa muore a causa di un tumore

osseo e vicino all’ingresso della

sua casa sui Navigli dal 2010 c’è una

targa che la ricorda: “Ad Alda Merini,

nell’intimità dei misteri del

mondo”

Alda è quel mistero che non conosceremo

mai... una donna vittima delle

sue stesse passioni che ha Amato con

la carne e con i sensi gli uomini e la

vita, un'anima pura ed inquieta che

ha imprigionato il suo corpo nella

pazzia, un'inebriante poesia di ieri

confinata nell'eternità.

Alda Merini: la nostra piccola ape furibonda...

“Quelle come me regalano sogni,

anche a costo di rimanerne prive…

Quelle come me donano l’Anima,

perché un’anima da sola è come

una goccia d’acqua nel deserto…

Quelle come me tendono la mano

ed aiutano a rialzarsi, pur correndo

il rischio

di cadere a loro volta…

Quelle come me guardano avanti,

anche se il cuore rimane sempre

qualche passo indietro…

Quelle come me cercano un senso

all’esistere e,

quando lo trovano, tentano d’insegnarlo

a chi sta solo sopravvivendo…

Quelle come me quando amano,

amano per sempre…

e quando smettono d’amare è solo

perché

piccoli frammenti di essere giacciono

inermi nelle mani della vita…

Quelle come me inseguono un

sogno…

quello di essere amate per ciò che

sono

e non per ciò che si vorrebbe fossero…

Quelle come me girano il mondo

alla ricerca di quei valori che,

ormai,

sono caduti nel dimenticatoio

dell’anima…

Quelle come me vorrebbero cambiare,

ma il farlo comporterebbe nascere

di nuovo…

Quelle come me urlano in silenzio,

perché la loro voce non si confonda

con le lacrime…

Quelle come me sono quelle cui tu

riesci

sempre a spezzare il cuore,

perché sai che ti lasceranno andare,

senza chiederti nulla…

Quelle come me amano troppo, pur

sapendo che,

in cambio, non riceveranno altro

che briciole…

Quelle come me si cibano di quel

poco e su di esso,

purtroppo, fondano la loro esistenza…

Quelle come me passano innosservate,

ma sono le uniche che ti ameranno

davvero…

Quelle come me sono quelle che,

nell’autunno della tua vita,

rimpiangerai per tutto ciò che

avrebbero potuto darti

e che tu non hai voluto…”


MODULO DI

ABBONAMENTO

Silvio Sparaci

Regalati un abbonamento alla

rivista Art&trA

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dell’Annuario d’Arte moderna 2017

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intestato a Acca Edizioni Roma Srl

Se ne è andato via in silenzio, con quella classe e dignità che lo ha sempre distinto

in ogni momento della vita. Silvio è stato un grande artista, unico, ma

soprattutto un amico, originale, dotato di una personalità pregnante, possedeva

un coraggio intellettuale che gli consentiva ovunque e con chiunque di affermare

sempre le proprie convinzioni artistiche e morali. Uomo forte, aveva superato

dolorosi percorsi che l’imponderabile temporalità della vita propone a

tutti gli uomini, senza per questo mai mutare il suo comportamento fatto di

squisita gentilezza, affabilità, comprensione ed altruismo. Di recente, aveva

dato vita ad una nuova corrente di ricerca artistica: il Coriandolismo. Sono fiero

ed orgoglioso di essere stato tra coloro che hanno trattato di lui in quella occasione;

ricordo ancora le sue parole al telefono per ringraziarmi di ciò che avevo

scritto. Sembrerà a tutti strano non trovarlo più al suo tavolo di lavoro, sommerso

da articoli, cataloghi e quadri; avvolto dalla magia dell’arte, fiero della

sua rivista, un fiore all’occhiello a cui aveva dedicato la vita. Amava dipingere

la figura umana, ma anche nature morte, i volti da lui ritratti recavano i segni

dell’esistenza, percepiti solo da chi la vita ha dovuto e saputo viverla ed apprezarla.

Possedeva un intuito cromatico che faceva distinguere i suoi lavori per

originalità e ricerca. Non parlava mai di se stesso, tipico delle grandi personalità

di ogni tempo. Recarsi nella sede di Arte e Arte in Tor Bella Monaca significava

tuffarsi nella pittura, nella poesia, nel giornalismo ed in tutti gli aspetti della

vita che Silvio, insieme all’immancabile caffè, tratteggiava sempre sorridendo.

Quando comprese la gravità del male che lo aveva aggredito, non cambiò

Modus Vivendi; continuò fino all’ultimo a lavorare e parlare di progetti e di

futuro. Non cercò la facile pietà, la comprensione. Rimase in piedi come un antico

Legionario di Roma ed io voglio pensarlo in una galassia luminosa, sempre

alle prese con colori, pennelli, articoli e poesie, sorridente ed affabile con Cesare,

il suo cane stupendo sempre accanto a lui. Grazie Silvio per quello che ci

hai dato e per quello che mi hai insegnato.

Francesco Buttarelli

www.accainarte.it - acca@accainarte.it


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“Dinamica” - 1996 - lam elle in pvc e acrilico su tavola - cm 100 x 100

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82

MOSTRE D’ARTE in iT

A cura di Silvana Gatti

A N C O N A

MOLE – MAGAZZINO TABACCHI

Fino: al 7 maggio 2017

ECCE HOMO

Ad Ancona è di scena la scultura

italiana, con nomi di spicco che

vanno da Marini a Paladino, da

Manzù a Sassu, con una cinquantina

di opere del Novecento in

mostra nella città vanvitelliana,

tra le quali la più antica è "Piccolo

nudo", bellissima scultura in

bronzo alta 24 centimetri eseguita

dall'artista fiorentino Marini nel

1929. In bronzo sono anche la

"Tebe distesa nell’ovale", realizzata

da Giacomo Manzù nel 1985,

due pezzi di Arturo Martini degli

anni Quaranta, il busto "Torso dl

ciclista" scolpito da Aligi Sassu

nel 1949. Molti lavori sono stati

creati con altri materiali, dal

gesso e gli intagli su carta per

"Icosaedro", opera del 2013 di Pietro

Ruffo, alla vetroresina e luci

led per "Dal Tutto il Nulla e dal

Nulla il Tutto ma se dal Nulla

non viene il Tutto il Tutto è

Nulla", opera realizzata tra il 2010

e il 2014 da Donato Piccolo. Notevoli

anche le creazioni in ceramica,

con artisti quali Giosetta

Fioroni, Aldo Mondino, Luigi Ontani.

Sono inoltre esposte anche

alcune opere della collezione della

Fondazione Domus; notevole la

tela di Enzo Cucchi dedicata a

Van Gogh.

BA R D (A osta)

FORTE DI BARD

FDB MODERN

A Bard 43 opere di artisti di fama internazionale

si trovano nel percorso

che porta alla fortezza. Le sculture dei

maestri italiani abbracciano l’arte del

XX secolo: dal classicismo figurativo

di Francesco Messina e Floriano Bodini

a quello sperimentale di Giacomo

Manzù, dai personaggi tormentati

di Augusto Perez e Luciano

Minguzzi alle forme astratte di Arnaldo

e Giò Pomodoro, Andrea Cascella

e Umberto Mastroianni sino

all’arte concettuale di Gregorio Botta.

Richard Long, maestro della Land Art

e la fontana in moto perpetuo di Pol

Bury ridisegnano con l’opera di Giuseppe

Maraniello l’area su cui si affacciano

le Scuderie, ed i Business Men

di Willian McElcheran sono nel Passage

du Fort. Le opere degli scultori

stranieri dialogano anche con gli spazi

interni della fortezza: da Aristide

Maillol a Tony Cragg. Nelle sale del

corpo di guardia dell’Opera Carlo Alberto

si trovano un olio su carta di

Paul Klee, foto di Steve McCurry, Ferdinando

Scianna, Josef Koudelka,

René Burri, Alex Majoli, Yann Arthus

Bertrand, Stuart Franklin e Bert Stern,

sino ai wall drawings concepiti e realizzati

da David Tremlett per il book

shop.

BRESC IA )

PALAZZO MARTINENGO

Dal: 21 gennaio all’11 giugno 2017

DA HAYEZ A BOLDINI. Anime e volti

della pittura italiana dell’Ottocento

A Brescia opere degli esponenti del neoclassicismo,

del romanticismo, della scapigliatura

e del divisionismo da Canova a Hayez,

da Fattori a Segantini, da Inganni a De Nittis,

da Appiani a Boldini. Il percorso si apre

col capolavoro neoclassico “Amore e Psiche”,

di Antonio Canova, circondato da tele

di autori neoclassici, quale Andrea Appiani,

dalla grazia raffaellesca. Nella sezione sul

romanticismo ci sono le opere di Francesco

Hayez tra cui “Maria Stuarda sale al patibolo”.

Si prosegue con autori romantici

quali il Piccio, che anticipa i maestri della

Scapigliatura ai quali è dedicata la terza sala,

con Tranquillo Cremona. Mentre a Milano

si affermavano gli scapigliati, a Firenze i

macchiaioli erano capitanati da Giovanni

Fattori, Silvestro Lega e Telemaco Signorini,

presenti in mostra. Proseguendo si trovano

i dipinti a soggetto orientalista, e scene di

vita quotidiana di Induno, Ciardi, Favretto,

Palizzi, Irolli, Milesi e da Angelo Inganni,

con due vedute di Piazza della Loggia. Si

prosegue con i divisionisti Segantini, Pellizza

da Volpedo e Morbelli. Infine gli artisti

della Belle Époque, maestri quali Zandomeneghi,

De Nittis e Boldini, di cui

spiccano i sensuali ritratti che esaltano la

bellezza femminile, svelandone l’anima più

misteriosa.


AliA E fuORi cOnfinE

FIR EN Z E V illa BA R D IN I

COSTA SAN GIORGIO 2

Fino al 26 febbraio 2017

LA DIVINA COMMEDIA DI VENTU-

RINO VENTURI

Questa mostra, a cura di Lucia Fiaschi,

direttrice dell’Archivio e del Museo

Venturino Venturi, rilegge in chiave

contemporanea la Divina Commedia

attraverso le opere di Venturino Venturi

(Loro Ciuffenna, 6 aprile 1918 –

Terranuova Bracciolini, 28 gennaio

2002). Esposte 54 opere su carta disegnate

da Venturi nei primi anni ‘80 e

ideate col poeta dell’ermetismo Mario

Luzi (Castello di Firenze, 20 ottobre

1914 – Firenze, 28 febbraio 2005). Sono

rappresentate alcune terzine della Divina

Commedia, scelte da Luzi con lo

scrittore e saggista Giancarlo Buzzi

(Como, 18 aprile 1929 – Milano, 2

maggio 2015), al fine di comporre una

edizione della Divina Commedia realizzata

nel 1984 da Edizioni Pananti Firenze

per i 720 anni dalla nascita di

Dante. La mostra racconta una Divina

Commedia contemporanea, attraverso

tavole che rendono attuali i messaggi

della Commedia. Esposte anche

istallazioni raffiguranti l’immaginario

dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso,

accompagnati dalla voce dell’attore

Pierfrancesco Favino che decanta

alcuni versi del Poema, in un percorso

suggestivo.

Orari: da mar. a dom.:

dalle 10.00 alle 19.00

M ILA N O

GALLERIE D’ITALIA

Fino al 5 marzo 2017

BELLOTTO E CANALETTO.

LO STUPORE E LA LUCE

La mostra è dedicata ad Antonio

Canal, detto “il Canaletto” (Venezia

1697-1768) e Bernardo Bellotto (Venezia

1722 - Varsavia 1780). Viene documentato

il vedutismo veneziano, attraverso

100 opere dei due artisti imparentati

(Canaletto e Bellotto erano

rispettivamente zio e nipote). Canaletto

si impose in Europa per i processi

compositivi, Bellotto acquisì i

segreti tecnici sviluppandoli in chiave

personale. Il confronto tra le loro tecniche

offre una panoramica sulla

classe dirigente europea dell’epoca,

che acquistava i dipinti dei due artisti.

Il viaggio artistico parte da Venezia e

tocca Roma, Firenze, Verona, Torino,

Milano e il suo territorio, con Vaprio e

Gazzada – dove Bellotto sfrutta l’insegnamento

di Canaletto nelle sue vedute

e paesaggi – e prosegue in Europa,

con i panorami di Londra, Dresda, Varsavia

o Wilanòw, fino a giungere a luoghi

fantastici e immaginari, immortalati

nei “capricci”. La recente riscoperta

dell’inventario di casa Bellotto

a Dresda, distrutta dal bombardamento

prussiano del 1760, ha

permesso di conoscere la biblioteca

dell’artista, documentando le sue passioni,

la letteratura, il teatro, il collezionismo.

M ILA N O

PALAZZO REALE

Fino al 26 febbraio 2017

PI ETR O PAO L O RU BENS E

LA NASCITA DEL BAROCCO

Pietro Paolo Rubens e la nascita del Barocco,

con 75 opere che documentano il

suo soggiorno di otto anni Italia e la sua

influenza sugli artisti locali, che favorì il

passaggio dal Rinascimento al Barocco.

Esposte 40 opere di Rubens e di una trentina

di artisti italiani, protagonisti del

'500 e dei primi decenni del '600. Tra le

opere, "Saturno che divora uno dei suoi

figli", "San Gregorio con Santa Domitilla,

San Mauro e San Papiniano", il "Ritratto

della figlia Clara Serema" e la

splendida "Adorazione dei Pastori". Rubens

fu l’unico artista nordico a entrare

in stretto contatto con l’atmosfera di

Carracci e del Caravaggio. Nato a Siegen,

in Westfalia, nel 1577, cresciuto a Colonia,

a dodici anni si trasferisce ad Anversa

e nel maggio del 1600 parte per

l’Italia, facendo tappa a Venezia dove studia

Tiziano, Veronese e Tintoretto. Poi,

grazie a Vincenzo I Gonzaga duca di

Mantova, diviene pittore di corte e nel

1601 viene inviato a Roma dove copia i

modelli di Michelangelo e Raffaello. La

mostra evidenzia gli elementi che saranno

tipici del Barocco romano. Dai ritratti

si passa alle grandi scene religiose

e si arriva alla reinterpretazione dei

grandi miti dell’antichità pagana. Un artista,

Rubens, che viaggiando per l’Europa

diffuse il suo stile dal dinamismo

intenso, dalle potenti forme, aprendo la

via al Barocco europeo.


84

MOSTRE D’ARTE in iT

R O M A

ARANCIERA DEL MUSEO BILOTTI

MUSEO CARLO BILOTTI

(VIALE FIORELLO LA GUARDIA, 6)

Dal18 Gennaio al 26 Marzo 2017

FRANCESCO DEL DRAGO

Al Museo Bilotti la retrospettiva di Francesco

del Drago, a cura di Pietro Ruffo con

la consulenza scientifica di Elena del

Drago. L’artista, nato a Roma nel 1920 e

morto nel 2011, ha partecipato alle mutazioni

artistiche susseguitesi nel Novecento.

Ha tenuto diverse mostre tra cui la

Biennale di Venezia nel 1954, ed è presente

in collezioni pubbliche e private europee

e statunitensi. Intellettuale rigoroso,

indagò la fenomenologia del colore elaborando

il “Nuovo Cerchio Cromatico”, in

cui contrasti coloristici e la giustapposizione

di forme causano uno stato di eccitazione

nelle aree cerebrali deputate alla

visione. Le sue ricerche sono state oggetto

di conferenze universitarie, ma anche di

scambio con gli amici artisti, tra cui Guttuso

e Birolli, Picasso, Pignon, Matta e i

maestri del colore francese come Herbin

e Dewasne. In mostra opere astratte a partire

dalle ultime realizzate, sorprendenti

nello sforzo di ampliare ulteriormente la

gamma cromatica, e gli imponenti polittici

astratti, vertici della ricerca di del

Drago. Viene documentata anche la statura

di teorico, con gli studi sul colore attraverso

una selezione di documenti.

T O R IN O

PALAZZO CHIABLESE

Fino: al 5 marzo 2017

TOULOUSE-LAUTREC.

LA BELLE EPOQUE

È dedicata a Toulouse-Lautrec la mostra

a Palazzo Chiablese, con 170 opere provenienti

dalla collezione dell’Herakleidon

Museum di Atene, che documentano

la ricerca di un artista apprezzato

ancora oggi. Il percorso spazia dalle

litografie a colori (come Jane Avril, 1893),

ai manifesti pubblicitari (come La passeggera

della cabina 54 del 1895 e Aristide

Bruant nel suo cabaret del 1893), dai disegni

alle grafiche ed illustrazioni per

giornali, immagini simbolo di un’epoca.

Figlio di papà, nel 1881 a diciassette anni

si oppone al padre e si trasferisce a Parigi

intraprendendo la carriera artistica. Nonostante

i problemi di salute si inserì liberamente

nel mondo bohémien degli

artisti e degli spettacoli. Si rifugiò nei

caffè-concerto e nei cabaret di Montmartre

trovandovi la fonte di ispirazione per

la sua arte. In poco tempo divenne uno

degli illustratori e disegnatori più richiesti

di Parigi; esegue manifesti pubblicitari

per rappresentazioni teatrali, balletti e

spettacoli, ed illustrazioni d’importanti

riviste dell’epoca, come la satirica Le

Rire. Toulouse-Lautrec muore a trentasette

anni, il 9 settembre 1901.

T R EV ISO

MUSEO DI SANTA CATERINA

Fino: al 17 aprile 2017

DA GUTTUSO A VEDOVA A SCHIFANO

Questa mostra, ideata e curata da Marco Goldin,

propone un percorso − attraverso la selezione

di 55 importanti autori nati tra il secondo

e il quarto decennio del XX secolo − della pittura

italiana dall’anno successivo alla fine della Seconda

guerra mondiale sino all’anno 2000. La

mostra affianca, nel museo trevigiano, la grande

mostra sulla Storia dell’impressionismo e la raffinata

mostra dossier sul “femminile” con

opere di Tiziano, Rubens e Rembrandt. L’esposizione

è promossa Linea d’ombra e Comune

di Treviso – con la partecipazione di Segafredo

Zanetti e UniCredit in qualità di Main sponsor.

La rassegna si snoda come un racconto che unisce,

perché gli anni coincidono, l’opera di Guttuso

con quella di Afro, quella di Music con

quella di Turcato. Oppure quella di Zigaina con

quella di Tancredi, quella di Ferroni con quella

di Vedova. O ancora, quella di Guccione con

quella di Novelli, quella di Schifano con quella

di Ruggeri. Sono solo alcuni dei nomi celebri di

questa lunga storia, che include anche Morlotti

e Scialoja, Birolli e Pizzinato. E poi va da Dorazio

a Vespignani, da Bendini a Francese. Da Olivieri

a Sarnari, da Ruggero Savinio a Lavagnino. Un

racconto di pittura che diventa storia.


AliA E fuORi cOnfinE

V EN EZ IA

PEGGY GUGGENHEIM COLLECTION

DORSODURO 710

30123 VENEZIA

CENTRO STORICO

Fino: al 13 marzo17

TANCREDI

Venezia una retrospettiva su Tancredi Parmeggiani

(Feltre 1927 Roma 1964), l’unico artista,

dopo Jackson Pollock, che ha stretto un

contratto con Peggy Guggenheim. Il percorso

inizia con giovanili ritratti e autoritratti e prime

sperimentazioni su carta del 1950-51. Viene documentata

la ricerca astratta, legata alla

frammentazione del segno, svolta negli anni

'50, periodo in cui l’incontro con Peggy lo porta

ad avere uno studio a Palazzo Venier dei Leoni.

La mostra vede inoltre il ritorno in Italia di alcune

opere donate dalla mecenate ad alcuni

musei americani: capolavori come la Primavera,

proveniente dal MoMA di New York e

Spazio, Acqua, Natura, Spettacolo, oggi al Brooklyn

Museum. In mostra anche i lavori degli

anni '60, momento di crisi e tensione che

emerge nel titolo della mostra “La mia arma

contro l’atomica è un filo d’erba”, frase con cui

Tancredi risponde ai conflitti dell’epoca, dal

Vietnam alla guerra in Algeria, alla tensione tra

Stati Uniti e Unione Sovietica. Di quel periodo

i tre dipinti della serie Hiroshima (1962). Infine

i collage-dipinti, eseguiti tra il 1962 e il 1963, i

cosiddetti Diari paesani e i Fiori dipinti da me e

da altri al 101.l’uomo. Tancredi muore nel 1964

a soli 37 anni.

V ER O N A

AMO - ARENA MUSEO

OPERA

Fino: al 12 Marzo 2017

PICASSO - FIGURE

A Verona una retrospettiva su Picasso,

con novanta lavori che ne

ripercorrono l’arco creativo dal

1906 fino agli anni ‘70. La mostra,

a cura di Emilie Bouvard, conservatrice

del Musée national Picasso,

documenta attraverso dipinti, sculture,

opere grafiche, l’universo

creativo dell’ecclettico artista, con

uno sguardo particolare sulla metamorfosi

che l’artista provocò alla

raffigurazione del corpo umano,

mentre la sua arte attraversava le

fasi del pre-cubismo, del Cubismo,

dell’età Classica e del Surrealismo,

fino al dopoguerra. In sei sezioni,

l’esposizione veronese evidenzia

come Picasso dipinse la figura in

maniera innovativa, costruendola e

disfacendola in un modo del tutto

originale. Nudo seduto, da Les Demoiselles

d’Avignon del 1907), Il

Bacio (la piccola e struggente tela

del 1931) e La Femme qui pleure e

il Portrait de Marie-Thérèse entrambe

del 1937, sono solo alcuni

dei capolavori esposti. La mostra è

organizzata da Arthemisia Group

in collaborazione con il Musée national

Picasso di Parigi.

V IA R EG G IO

FONDAZIONE MATTEUCCI PER

L’ARTE MODERNA

Fino: al 26 Febbraio 2017

IL TEMPO DI SIGNORINI E DE NITTIS

L’O ttocento aperto al M ondo nelle

C ollezioni Borgiotti e Piceni

A Viareggio le collezioni di due intellettuali

ed esperti d’arte della Milano

di via Manzoni, all’indomani

del secondo conflitto mondiale. I

due collezionisti, Enrico Piceni

(1901 – 1986) e Mario Borgiotti (1906

– 1977), frequentavano il mondo

della cultura del tempo. Piceni si occupava

della Medusa e dei Gialli per

Arnoldo Mondadori, traduceva Dickens

e Brönte, era amico di Montale

e di Vergani. Era un collezionista ed

estimatore degli “Italiani di Parigi”,

Giuseppe De Nittis, Federico Zandomeneghi

e Giovanni Boldini. Borgiotti,

livornese di nascita e di spirito,

giunse a Milano dopo essersi

“formato” alle Giubbe Rosse di Firenze,

amico di Papini, Cecchi e Soffici.

Musicista e violinista, amava i

macchiaioli e ne collezionava le

opere. Giuliano Matteucci, grazie

alla Fondazione Enrico Piceni e al

Comune di Viareggio, propone in

questa mostra le collezioni dei due

protagonisti, insieme ad altre opere

scelte dell’Ecole Italienne e dei Macchiaioli.


86

MOSTRE D’ARTE in iT

V ER BA N IA PA LLA N Z A

MUSEO DEL PAESAGGIO

Fino al 31 marzo 2017

PAOLO TROUBETZKOY 150:

1866 – 2016

La mostra di riapertura del Museo

del Paesaggio, in occasione dei centocinquant'anni

dalla nascita, è dedicata

all’artista Paolo Troubetzkoye.

Le sue sculture in gesso fanno parte

del patrimonio di opere donate al

museo dagli eredi dell’artista per

sua stessa volontà. Sono opere di

importanza fondamentale nella formazione

di uno scultore definito

‘impressionista’ da gran parte della

critica internazionale. La mostra si

snoda, lungo le prime sale, attraverso

la presentazione di opere, fotografie

e documenti storici che

illustrano la figura dello scultore, il

suo rapporto con il Verbania ed il

paesaggio del lago Maggiore, unito

alle sue esperienze internazionali.

Vengono ricordati i suoi maestri, i

mecenati che lo lanciarono nel

mondo della cultura milanese e parigina,

ed anche gli illustri personaggi

che incontrò durante la sua

carriera e che influenzarono la sua

formazione, come D'Annunzio e

Shaw.

Conclude il percorso la ricostruzione

parziale del suo tudio francese,

realizzata partendo dall’analisi

di alcune foto storiche in possesso

del Museo.

V IC EN Z A

GALLERIE D’ITALIA

PALAZZO LEONI MONTANARI

Fino al 26 febbraio 2017

OSPITE ILLUSTRE, LA TRASFIGU-

RAZIONE DI CRISTO DI GIOVANNI

BELLINI

Torna a Vicenza, dopo 4 secoli, “La Trasfigurazione

di Cristo”, capolavoro di

Bellini. E' al centro di una mostra inserita

nell’Itinerario Belliniano promosso

della Città, che offre due altri capolavori

belliniani: il Battesimo di Cristo,

in Santa Corona, e il Cristo crocifisso,

in Palazzo Chiericati. La Trasfigurazione

fu commissionata al Bellini per

l'altare della cappella Fioccardo della

Cattedrale di Vicenza. L’opera subì vari

spostamenti tra cui il tentativo francese

di appropriarsene, sventato nel

1806 da Ferdinando IV. Nel dipinto

Gesù trasfigurato rivela la sua natura

divina in presenza di tre apostoli. Sono

posti ai lati di Cristo: a sinistra, Elia, a

destra, Mosè. Nel paesaggio si riconoscono

il campanile della Basilica di Sant'Apollinare

in Classe e la Tomba di

Teodorico a Ravenna. Insieme a quest’opera,

altre due opere di Bellini. Il

Battesimo di Cristo, in Santa Corona In

Palazzo Chiericati, e il Cristo crocifisso

in un cimitero ebraico, inserito in un

ambiente con tre lapidi tombali ebraiche,

in un paesaggio extraurbano prossimo

a una città che appare a un tempo

reale e ideale.

FR A N C IA - PA R IG I

MUSEO DEL LOUVRE

Dal 22 febbraio al: 22 Maggio 2017

VERMEER E I MAESTRI DELLA

PITTURA DI GENERE

Vermeer, lo «Spirito di Delft». Questa

famosa espressione, Che si Deve

a quando Théophile Thoré-Bürger

ha rivelato al mondo il pittore alla

fine del XIX secolo, ha posto la personalità

artistica di Vermeer in una

posizione enigmatica. Il mito del

genio solitario ha fatto il resto. Questa

mostra mette a confronto le

opere del maestro con quelle di altri

artisti del Secolo d’oro quali Gérard

Dou, Gerard ter Borch, Jan Steen,

Pieter de Hooch, Gabriel Metsu, Caspar

Netscher e ancora Frans van

Mieris, inserendo Vermeer in una

rosa di pittori specializzati nella pittura

di scene quotidiane. Anche se

questi artisti hanno lavorato in città

differenti dei Paesi Bassi, le loro

opere presentano forti similtudini

in ambito stilistico, nella ricerca del

soggetto, della composizione e della

tecnica. Questo dinamismo artistico,

foriero di rivalità reciproche,

ha contribuito ad innalzare la qualità

eccezionale delle loro rispettive

opere. A contatto degli altri artisti,

il suo temperamento mirava alla

precisione e originalità assoluta.


AliA E fuORi cOnfinE

SV IZ Z ER A – LU G A N O

MASI LAC

Fino al 12 febbraio 2017

MARCO SCORTI

IN G H ILT ER R A – LO N D R A

TATE MODERN

Fino al 2 aprile 2017

ROBERT RAUSCHENBERG

TU N ISIA -TU N ISI

MUSEO DEL BARDO

Fino al 12 Febbraio 2017

LUOGHI SANTI CONDIVISI

Questa mostra, realizzata in occasione

della quinta edizione del Premio Manor

Ticino, presenta una serie di dipinti di

Marco Scorti, artista ticinese nato a Lugano

nel 1987 che vive e lavora tra il Ticino

e Ginevra, dove si è diplomato alla

Haute École d’Art et Design nel 2013.

Da allora il suo lavoro ha suscitato l’interesse

di critica e pubblico, portandolo

ad essere incluso tra i dieci artisti svizzeri

under 30 che nel 2014 sono stati insigniti

del Premio Kiefer-Hablitzel. La

sua ricerca pittorica è rivolta ai luoghi

periferici dello spazio urbanistico. Realizzati

tramite collage visivi e ricostruzioni

mentali, questi angoli paesaggistici

diventano, grazie alla validità della tecnica,

il teatro di un racconto insolito

che vede la figura umana completamente

assente. In occasione della mostra

l’artista presenta una serie di lavori

inediti. Istituto per la prima volta nel

1982 da di Philippe Nordmann, il Premio

Manor rappresenta un riconoscimento

prestigioso della scena artistica

contemporanea svizzera.

Organizzata in collaborazione con il

Museum of Modern Art di New York,

questa mostra londinese è la prima

retrospettiva dell'artista dopo la sua

morte avvenuta nel 2008. Artista ad

ampio spettro, il fotografo e pittore

americano ha posto le basi, insieme a

Andy Warhol, del movimento della

Pop Art, per avvicinarsi in un secondo

momento all’Espressionismo

astratto. Vincitore del Leone d’oro

alla Biennale di Venezia del 1963, Robert

Rauschenberg ha aperto nuovi

orizzonti artistici nella seconda metà

del ventesimo secolo. Artista che spazia

dalla pittura alla scultura, per non

parlare della fotografia, installazioni

e performances, ha da sempre rifiutato

di accettare i canoni tradizionali

nell’arte come nella vita, per seguire

la sua innata curiosità, con entusiasmo

e passione nel lavoro.

Al Bardo una mostra dedicata alla condivisione

religiosa nel Mediterraneo,

con capolavori tunisini e prestiti internazionali.

La rassegna ha il patrocinio

del Presidente della Repubblica

tunisina. Prodotta dal Museo nazionale

delle civilizzazioni dell’Europa e del

Mediterraneo (MuCEM) di Marsiglia, è

stata presentata per la prima volta nel

2015 ed ha accolto 120 000 visitatori.

Dietro iniziativa della Presidenza della

Repubblica, questa al Bardo è frutto

della collaborazione tra l’Istituto nazionale

del Patrimonio (INP), il Bardo e il

MuCEM. La questione delle identità

religiose è molto sentita nel Mediterraneo,

mare teatro di separazione e di

conflitti. Le diverse identità culturali si

traducono sotto forma di guerra di religione

impedendo la civilizzazione. Questa

mostra svela al pubblico un fenomeno

religioso poco conosciuto ma presente

nel Mediterraneo, i luoghi santi

condivisi dai fedeli di religioni differenti.

Un percorso tra le grandi figure ed

i luoghi santi condivisi tra le religioni

monoteiste del Mediterraneo. Un percorso

artistico, antropologico e storico,

che riunisce più di 150 opere d’arte oggetti

quotidianim films e foto. Questa

mostra è anche l’occasione per scoprire

gli spazi raramente mostrati al pubblico:

gli appartamenti del Petit Palais

e la sala di Sousse.


88

I piccolini di Mario Esposito


90

Mario Esposito

artista in permanenza presso:

Galleria Wikiarte di

Deborah Petroni

Via San Felice, 18

40122 Bologna

www.wikiarte.com

INFO:

marioespo@gmail.com

www.marioesposito61.it

Facebook: me61

cell. 339 6783907


Mirella ScOTTOn

“Chiesa della Salute” - cm. 80 X 80

Presente ad Arte Antiquariato Pordenone

Tipicamente veneti i temi e le soluzioni, create con pennellate che si avvicinano

all'impressionismo.

Dunque riflessi d'acqua del fiume Sile, del fiume Brenta, di cespugli ,

piante ,alberi, ville, palazzi e cupole che si profilano, modulano e abbracciano

senza contraddizione, né inquietudine: come presenze / parvenze

affettuose e suasive in un tempo sospeso, onirico e schiettamente fascinoso,

sollecitano anche noi a percorrere e ad assaporare i toni e le vibrazioni

iridescenti che l'Artista ci offre in modo lieve e suggestivo.

mirellascottonpittrice@gmail.com - www.mirellascottonpittrice.it

cell. + 39 349 23 84 651


92


S I L V A N A G A T T I

“La spiaggia con le stelle” – 2016 - Olio su tela – cm. 50 x 40

Da sempre alcuni artisti tentano di fissare nella materia o nell'opera lo scenario dell'anima

che è contemporaneamente, luogo reale e luogo dello spirito. La realtà interiore

dell'artista viene evocata attraverso l'atto pittorico: Silvana Gatti non si

accontenta del vedere, va alla ricerca di un profondo sentire. Non si può indugiare

sulla descrizione, ché non vi è più tempo per non volere o non saper comprendere:

l'attualità preme in tutta la sua urgenza, l'artista deve saper oggettivare il soggettivo,

rendere universale il particolare. Il soggetto si fonde con l'oggetto del pensiero, rivelando

il punto di vista dell'artista sul mondo odierno. L'occhio attento di Silvana Gatti,

capace di indagare i fenomeni sociali con sensibilità acuta e senza polemica, rivela

un certo lirismo che, partendo dai dati di realtà, si eleva al di sopra di essi. L'animo


94

dell'artista non si rassegna al tangibile: preferisce sviscerare, sezionare, analizzare gli aspetti più

nascosti, che racchiudono il significato dell'esistenza. Silvana Gatti interpreta il quotidiano come

un insieme di simboli che, pur appartenendo al conosciuto, lo trascendono. Evocando una dimensione

sacrale attraverso l'apposizione di elementi simbolici l'artista conduce chi guarda in una dimensione

altra, lontana dalla sua quotidianità, che permette di entrare in contatto emotivo con l'opera.

Tutti gli elementi esistenti manifestano una stretta connessione, che può essere espressa in forma

immediata e figurativa. Il volto delle persone, davanti a cui passiamo spesso distrattamente, diventa

il fulcro della tela, e dell'animo dell'altro; l'albero, da sempre metafora di vita, trasla la sua struttura

a coincidere con quella dell'uomo, il cui destino appare in balia degli eventi. Gli occhi dei protagonisti

sulla tela non sono altro che lo specchio dell'anima, di chi dipinge e di chi guarda. L'artista

invita a una profonda riflessione sull'interno prima ancora che sull'esterno, anche attraverso l'utilizzo

dei piani e di una pennellata fluida che guida lo sguardo in profondità. L'elaborazione di simboli

immediati permette di parlare all'uomo senza necessità di sovrastrutture: il tratto e il colore sono

vissuti come mezzi per ricongiungere chi osserva con il significato latente dell'opera; aderendo a

una poetica visiva simbolista l'artista mette in luce le relazioni tra visibile e invisibile, e ne pone

sulla tela la sintesi con inequivocabile chiarezza espressiva. Non mancano, tuttavia, le digressioni

al paesaggio, che si alternano nel rievocare sentimenti di quiete raggiunta o agognata, quasi come

se, alla fine, fosse la natura a celare il più evidente dei segreti, ponendolo proprio in bella vista.

Come se l'arte più evidente, quella che può salvare gli animi, dare le chiavi per la comprensione

dell'oggi, fornire i mezzi per affrontare la vita, risiedesse in un eterno spettacolo senza biglietto, che

tutti i giorni possiamo contemplare.

Francesca Bogliolo

Silvana Gatti, al centro con Deborah Petroni a sinistra

e Francesca Bogliolo presso la Galleria

Wikiarte di Bologna.


“Mare mosso al tramonto” – 2016 - Olio su tela – cm. 50 x 70

“Mareggiata al tramonto” – 2016 - Olio su tela – cm. 50 x 40


96

“Alla ricerca dell’identità” – 2016 - Olio su tela – cm. 40 x 50

Silvana Gatti – Pittrice figurativa e simbolista

Viale Carrù 2 – 10098 - Rivoli (TO) - Tel . 338 6403477

http: //digilander.libero.it/silvanagatti

silvanamac@libero.it


MOSTRA D’ARTE: DI NATALE

DAL 12 AL 21 DICEMBRE 2016

C A RLA A LBERTELLA -JO LA N D A C O M A R -G IA N N I M O RIN I -A RIEL TESA N

C A RLA A LBERTELLA

“La luna in collina” -A crilico e tecnica

m ista su tela-cm .100 x 80 -2015

“Con un senso di equilibrio

notevole tra forma, colore e

spazio e con un tratto ben

armoniosamente definito,

l’artista Carla Albertella rende

dinamica l’opera creando

una forma espressiva ricca

di rinnovati aspetti figurali.

Attraverso un linguaggio artistico,

all’insegna del cromatismo

e di una capacità di

inventiva evidente ella regola

uno schema strutturale

in maniera essenziale ricco

di stile, sintesi e di sensibilità.

E’ una figurazione palpitante

di sentimento e di

stimolante emozionalità; i

soggetti di figure umane e di

cavalli emergono dinamici

dalla sua ricerca pittorica in

una geometria segnica autonoma

dalla quale emerge movimento

continuo del soggetto che dà un senso distinto di narrativa e di

consapevolezza dei mezzi”.

G IA N N I M O RIN I

“U om o con la testa blu” acquarello e

gouache su carta cotone gr300

cm .100 x 70 -2016

TesticriticidiM onia M alinpensa

JO LA N D A C O M A R

“La ricerca espressiva dell’artista

Gianni Morini, fortemente

intimistica, si carica all’interno

dell’opera di elementi unici e

preziosi; egli, con un’umanità

profonda e con una carica esistenziale

autentica, manifesta

un’interpretativa fondamentalmente

simbolica. L’equilibrio

dei volumi e la vitalità del disegno

creano una vera e propria

visione scenica tra il reale e

l’immaginario che trasmette

emozioni. Il colore deciso e intenso,

perfettamente dosato

negli effetti chiaroscurali, gli

consente di ottenere dei mirabili

giochi di velature. I suoi

volti, protagonisti assoluti dell’opera

e di decisa evidenza stilistica,

diventano simbolo di

vero sentimento e di notevole

contenuto emotivo; essi vengono,

da parte dell’artista, reinterpretati

con una resa formale di

sicura composizione e con significativa

resa del corpo umano”.

"C ongiunzione" -tecnica m ista su pannello

dilegno -cm .70 x 87 -2008

A RIEL TESA N

“Pop Love” - collage e sm alto su

cartoncino cm .50 x 70 -2016

“Una moderna compositiva,

dal valido e rinnovato

stile, vive nell’iter dell’artista

Ariel Tesan con un senso

di evidente studio, capacità

materica ed espressiva.

L’artista, che sa sviluppare

un rapporto spaziale, formale

e cromatico di interessante

interpretativa, rivela

una rappresentazione

sempre attuale dal forte impatto

visivo e dalla potenza

descrittiva. La sua tecnica

del collage e smalto su

cartoncino prende vita di

messaggi, ricordi e contenuti

nelle diverse trame, colorazioni

e forme fantasiose.

L’artista esprime il

suo pensiero con un procedimento

personale, avvalendosi

di un’esecuzione del

segno, colore e simboli

suggestivi che si caricano di

contenuti e lasciano al fruitore

una lettura di viscerale passione e riflessiva”.

REFERENZE E QUOTAZIONI PRESSO LA GALLERIA D’ARTE

La Telaccia by Malinpensa - Via Pietro Santarosa 1 - 10122 Torino

Tel/Fax +39.011.5628220 +39.347.2500814 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

O RA RIO G A LLERIA :D A L LU N ED I A L SA BATO D A LLE 15,00 A LLE 19.00

“Ogni creazione dell’artista

Jolanda Comar

assume una vasta

gamma di sensazioni

e di vibrazioni uniche

che ci conquistano;

l’effetto luminoso, l’equilibrio

dinamico e la

modernità di realizzazione

sono di estrema

eleganza e di impegnata

costruttiva. Le

sue opere ad alto rilievo,

sempre rigorose

e decisamente mature,

producono una

luce ed una energia

altamente suggestiva

di originale interpretazione.

I piani e i volumi,

in costante espansione

ed evoluzione

nella sua ricerca di “

Neolucismo”, raggiungono

sulla superficie

riflettente una studiata

procedura di elaborazione”.


98

Bibart

Biennale Internazionale

d’Arte di Bari

Chiesa di Sant’Anna

William Tode - danseuse di flamenco

encausto su tavola - cm. 57 x 71- maggio 2016

Bibart, Biennale Internazionale

d’Arte di Bari e area Metropolitana

è la prima

Biennale d’Arte della Città di

Bari che espone le opere in concorso

nelle Chiese del Borgo Antico di Bari

perché, nei secoli, la Chiesa Cattolica

ha creato un profondo legame

con il presente di cui l’arte è espressione.

Bibart è una grande scommessa

per i suoi contrasti, la

contemporaneità delle opere e il palcoscenico

storico delle Chiese che

appartengono ai secoli che vanno

dall’XI al XVIII secolo: Cattedrale di

San Sabino, Chiesa della Vallisa,

Santa Teresa dei Maschi, San Gaetano,

Chiesa del Gesù, San’Anna

ospiteranno la Biennale, a cui si aggiunge

il Museo Diocesano. Domus

Milella, antico palazzo seicentesco

di Bari, nel Borgo Antico, completa

lo scenario degli spazi espositivi.

Il crollo delle grandi monarchie europee

e la crisi dell’aristocrazia della

seconda metà del XVIII secolo,

l’ascesa dell’Illuminismo, la Rivoluzione

Industriale e la nascita di

nuove classi sociali crearono profondi

mutamenti che cambiarono il

rapporto tra artista e mecenate

anche all’interno della Chiesa. Gli

artisti cominciarono a far riferimento

alla nuova classe sociale

emergente che poteva sostenere economicamente

la loro arte; quelli di

loro che continuarono a lavorare

all’interno della Chiesa erano la minoranza

e si tennero a distanza dai

grandi dibattiti culturali internazionali

sempre più complessi. Da un

lato, l’arte sacra e liturgica ed una

Chiesa conservatrice, dall’altro la

sperimentazione delle giovani generazioni

di artisti.

Occorrerà aspettare il Novecento, le

due Guerre Mondiali, il Concilio Vaticano

II ed il pontificato di Papa

Paolo VI perché il distacco si colmasse.

Appena dopo un anno dalla

sua elezione, Papa Paolo VI convocò

il mondo degli artisti internazionali

contemporanei e dei critici ad un incontro

che si dimostrò radicale ed

innovativo e che pose le basi per la

creazione di un nuovo museo di arte

contemporanea che integrasse il patrimonio

storico dei Musei Vaticani.

Paolo VI chiese aiuto a tutti i presenti

e fu il primo passo concreto

verso la riapertura di un dialogo interrotto,

come lui stesso disse,

“dalla pigrizia, dall’ignoranza e

dall’attaccamento alla tradizione

visto come fissa ed inamovibile”. La

forza del messaggio di Paolo VI ha

portato la Chiesa Cattolica verso

una più profonda integrazione nella

contemporaneità. Nel 2007 il Cardi-


Chiesa di Santa Teresa dei Maschi

Chiesa del Gesù

nal Ravasi venne nominato Presidente

del Pontificio Consiglio della

Cultura da Papa Benedetto XVI. Uno

dei suoi primi progetti fu la realizzazione

di un padiglione per la partecipazione

del Vaticano alla Biennale

Internazionale d’Arte di Venezia,

perché gli artisti contemporanei potessero

realizzare l’opera d’arte che

avrebbe rappresentato il Vaticano

alla più antica e prestigiosa rassegna

internazionale d’arte contemporanea

al mondo. Lo strappo con la Storia

veniva così ricucito.

Oggi, noi ci proponiamo di fare un

ulteriore passo in questa direzione:

dare nuova vita alle Chiese, spesso

ormai non più aperte al culto, perché

siano spazi espositivi e di confronto

per l’arte contemporanea con l’obiettivo

di aprire la porta al dialogo nella

Storia con il Presente.

Citando I demoni di Dostoevskij

possiamo dire: “L'umanità può vivere

senza la scienza, può vivere

senza pane, ma soltanto senza la bellezza

non potrebbe più vivere, perché

non vi sarebbe nulla da fare al

mondo. Il fine ultimo è la ricerca del

significato di Bellezza.

BIBA RT

M O ST R A D ELLA BIEN N A LE

“La Ragione dell’Uomo” è il tema

della Mostra.

133 artisti provenienti da diverse

parti del mondo (Argentina, Armenia,

Brasile, Croazia, Francia, Grecia,

Iraq, Uruguay), con più di 330

opere in esposizione, hanno interpretato

il tema secondo le arti figurative

della Pittura, Scultura,

Grafica, VideoArt, Performing Art,

Design; della Musica; della Letteratura;

del Teatro e del Cinema.

Gli artisti partecipanti sono:

Adagian Kaianik (Armenia), Airò

Antonella (Taranto), Irene Albano

(Pisticci), Altero Francesca (Bari),

Arconte Maria Chiara (Terni), Binacchi

Antonella (Suzzara), Bordet Ezio

(Aosta), Borges Lindinalva (Brasile),

Borraccino Giacomo (Barletta), Brazz

Fabry (Aosta), Bucci Rocco (Ruvo di

Puglia), Busco Giusy (Casamassima),

Cacucciolo Loredana (Bari), Calabrese

Antonio (Benevento),Calfapietro Daniela

(Molfetta), Camera Marisa (Brasile),

Cannati Caterina”Kataos”

(Canosa di Puglia), Carelli Decio (Caserta),

Cassone Cesare (Bari), Castellano

Laura (Casamassima), Cataldi Pix

(Lecce), ClaSil (Roma), Cerri Mariliyn

(Conversano), Corallo Annamaria

(Bari), Cinzia Coratelli (Bari),

Corrente Nicola Corrente (Bari),

Costa Sueli (Brasile), D'Alessandro

Teresa (Bari), De Franceschi Emanuela

(Roma), De Scisciolo Pietro

(Bari), Del Mastro Giancarlo (Roma),

Del Santo Alfredo (Brasile), Delle

Noci Anna (Foggia), Di Fede Arcangela

(Bari), Di Nunno Tommaso (Canosa

di Puglia), Di Stefano Concetta

(Vico del Gargano), DitePa Ruggiero

(Bari), Festa Pasqualino Festa (Foggia),

Filardi Sandra (Brasile), Flores

Davide (Bari), Franchini Agnes (Brasile),

Elisabetta Fuiano (Foggia),

Galdi Germana (Roma), Galleni

Franca (Genova), Giannoccaro Vincenza

(Bari), Hovhannisyan Artur

(Armenia), Irmi Claudio (Cesena)

Nakajima Iwao (Brasile), Karzi Maria

(Grecia), Katsurayama Cida (Brasile),

Kavaleski Rosely (Brasile), Lacerenza

Paola (Barletta), Liberti Milena (Canosa

di Puglia), Liverani Veronica

(Ravenna), Lops Grazia (Bari), Magaraggia

Ferruccio (Bari), Magi Alberto

(ReggioEmilia), Maldini Giampiero

(Cervia), Mansueto Giovanni (Bari),

Marsico Giovanni (Bari), Martinez

Laura Oliva (Brasile), Mascolo Ruggiero

(Barletta), Mastrosimone de

Troyli Nilde (Policoro), Yanagui Mitiko

(Brasile), Clayton Micheal (Brasile)

Mogavero Anna (Canosa di

Puglia), Monteiro Pereira Maria

Ligia (Brasile), Mura Gisella (Collinas),

Neamah Ali Shakir (Bagdad),

Nersisyan Mariam (Armenia), Padalino

Michele (Foggia), Pasini Fernanda

(Emilia Romagna), Pavese

Nicola (Matera), Peloso Alessandra

(Aosta), Perea Domingas (Brasile),

Perrone Nino (Bari), Picciolo Elena

(Brindisi), Pignatelli Gina (Bari), Sabina

Princigalli (Canosa di Puglia),

Protopapa Rosa Maria (Gagliano del

Capo), Reinis Carlos (Brasile), Reinis

Gaenete (Brasile), Luisa Riceci (Ravenna),

Risola Miriam (Bari), Rodia

Gabriella (Taranto), Sabato Maria

Luisa (Bari), Sallustio Bianca (Bari),

Santoro Alessandro (Carrara), Santoro

Miranda (Ascoli Satriano), Sersale

Daniela (Uruguay), Silvestri

Sophia (Molfetta), Stefanini Raphael

(Brasile), Nicoletta Tangaro (Andria),

Tesse Nicla (Andria), Torini Adelaida

(Argentina), Tortorella Rosario

(Reggio Calabria), Troyli Anna (Policoro),

Ulisse Gisele (Brasile), Valenzi

Annarita (Rieti), Valerio Mario

(Bari), Vasile Anna (Bologna), Vaz

Rosy Jesus (Brasile), Ventura Dino

(Potenza), Vertone Vittorio (Pietragalla),

Vestita Antonio (Grottaglie),

Vitale Tommaso Maurizio (Bari),

Voto Alessandro (Ischitella), Vulka

(Isola d’Elba), Zabatti Immacolata

(Grottaglie), Zafanella Bruno (Mantova),

Zito Valeria (Ginosa), Zizza Roberto

(Foggia).


100

San Gaetano

Domus Milella

Succorpo Cattedrale San Sabino

San Gaetano Vallisa 2

Bibart è sinergia con i giovani e con

le scuole.

Grazie alla Direttrice dell’Accademia

di Belle Arti di Foggia, Prof.ssa

Eva Belgiovine e alla dirigente del

Liceo Artistico statale Sacro Cuore

di Cerignola (Fg), la Dott.ssa Giuliana

Colucci con La Biennale di

Bari metterà a disposizione spazi

espositivi per i lavori di eccellenza

prodotti dagli studenti dei due Istituti

presso Domus Milella, antico

palazzo seicentesco di Bari. Grazie

ad un accordo con la Dott.ssa Giuliana

Colucci, Bibart ha affidato

l’esecuzione del trofeo Bibart

2016/2017 al Liceo Artistico Sacro

Cuore di Cerignola. Il trofeo è un

manufatto in ceramica realizzato

con gli insegnati e gli alunni del

Sacro Cuore, sarà consegnato ai vincitori

del concorso Bibart e alle personalità

internazionali del comitato

d’onore. La collaborazione con la

Scuola apre un’importante finestra

sul mondo dei giovani studenti che

potranno così vivere in prima persona

l’esperienza della partecipazione

ad una biennale in quanto

momento formativo.

BIBA RT /G R A N D I EV EN T I

La Biennale di Bari propone tre mostre

di importanza nazionale ed internazionale:

«Dal Postimpressionismo al Neorealismo:

viaggio tra le avanguardie

del Novecento» a cura di Willam

Tode e Miguel Gomez (Museo Diocesano

Bari)

Un evento nell’evento, una grande

mostra di opere dei maestri che

sono stati protagonisti dell’Arte dal

Post Impressionismo al Neorealismo,

attraverso il Fauvismo, il Cubismo

ed il Futurismo, coordinata e

organizzata da William Tode e

Miguel Gomez.

Una opportunità di assoluto valore

per gli artisti partecipanti, gli

appassionati d’arte ed i cittadini,

che evidenzia con grande efficacia

l’evoluzione dell’immagine dall’Impressionismo

alle Avanguardie

del Novecento. Nelle opere esposte

vi sono i prodromi e gli archetipi

dei movimenti più importanti dell’arte

moderna; le stesse offriranno

l’occasione di uno stimolante confronto

estetico con i lavori degli

artisti partecipanti alla Biennale

barese. In esposizione opere di:

Paul Cezanne, Auguste Renoir,

Eduard Manet, Giovanni Fattori,

Pablo Picasso, Salvador Dalì, Juan

Mirò, Umberto Boccioni, Giorgio de

Chirico, Renato Guttuso, Lorenzo

Viani, Luigi Bartolini, Antonio Ligabue,

Mario Sironi, Renzo Vespignani,

Wilfreid Lam, Ardengo

Soffici, Carlo Carrà, Salvatore

Fiume, Mino Maccari, Giuseppe Migneco,

Domenico Cantatore, Orfeo

Tamburi, Francesco Messina, Giacomo

Balla, Primo Conti, Pierre

Bonnard, Raul Dufy, Filippo de

Pisis, Ottone Rosai, Edoardo Gordigiani,

Umberto Mastroianni, Giovanni

March, Sante Monachesi,

Gianni Dova, Brunio Cassinari, Pietro

Bugiani, Aldo Borgonzioni, Ernesto

Treccani, Amedeo Modigliani,

Virgilio Guidi, Gino Severini, Tono

Zancanaro, Augusto Murer, Liugi

Spazzapan, Emilio Greco, Giacomo

Manzù.

“Les danseuses” - Ciclo di opere

inedite del 2016 e del periodo Parigino”

di William Tode (Chiesa del

Gesù)

“Una pittura solare e piena di colori,

potente e plastica, drammatica

e dolce, suadente e musicale. Una

pittura che entra nell’anima e penetra

negli abissi della coscienza, carica

di una violenza disperata, ma

anche di una delicatezza infinita”

(cit.).

Le opere di W. Tode sono conservate

in importanti musei, tra cui la Galleria

di Arte Moderna di Roma, l’-

Hermitage di San Pietroburgo, il

Museo di Stato di Praga, il Museo

Guggenheim di New York e i musei

di Stato di Pechino, Shanghai, Sidney,

Parigi, Londra, Calcutta, oltre

le numerose collezioni private. Definire

la sua pittura non è semplice,

sia perché è eclettica sia perché W.

Tode è ritenuto tra i principali protagonisti

del Novecento, esponente

della grande arte italiana del dopoguerra,

artista poliedrico e versatile:

pittore, grafico, scultore, ceramista,

compositore. Continuo ricercatore

anche di nuove strade che portano

oltre la tradizione, per avventurarsi

in ricerche tecniche, estetiche, contemporanee,

che gli hanno permesso

di ottenere la stima e

l’amicizia di artisti e letterati come

Picasso, Braque, Severini, Carrà,

Guttuso, Moore, ma anche di Jean


Studio del manifesto per la Biennale

Internazionale di Bari- cm. 65 x 85

22-11-2016 - pastello e tempera

U. Boccioni - studi per scultura disegno

a penna e carboncino - 1913

Salvator Dalì

Paul Sartre, Roger Vadim, Brigitte

Bardot, Vittorio De Sica, Luchino Visconti.

“Mater et Filius” di Miguel Gomez

(Chiesa S.Anna)

“Mater et Filius” conclude il ciclo,

cominciato con la mostra “Madonne”,

di opere dedicate ai grandi artisti

del Rinascimento rivisitati e resi

contemporanei attraverso la tecnica

pittorica della Pop Art. L’arte moderna

di Miguel Gomez arricchisce il

panorama pittorico di nuova forza

evocativa della visione Donna-Madonna,

il suo approccio ai capolavori

dell’arte sacra italiana rinascimentale

è reverente ma al tempo stesso

innovativo per la scelta della tecnica

pittorica utilizzata che, evolvendosi

dalla Pop Art tradizionale, crea volumi

e sfumature.“Mater et Filius” è

un omaggio personale alla maternità

di Maria, Madre di Dio, e alla

Mamma. Sette opere, di cui cinque

inedite, il cui comune denominatore

è il colore rosso espressione di

forza vitale. Di lui, il critico d’arte

Galimberti, ha scritto “La mancanza

di contorni definiti proietta l’osservatore

al di fuori del tempo e dello spazio,

unendo il passato con il presente,

regalando nel contempo una sensazione

di inebriante libertà”. Già da

piccolo, Miguel Gomez conosce e frequenta

gli atelier di Pablo Picasso e

Bernard Buffet ma è l’incontro con

Salvador Dalì che lo avvicina all’arte

in tutte le sue forme ed espressioni.

Negli anni si dedica, oltre alla pittura,

all’incisione collaborando con artisti

quali Emilio Greco, Aligi Sassu,

Renzo Vespignani, Enrico Baj. Dal

1994 è alla ricerca di nuove espressioni

artistiche e dal 2009 Miguel

Gomez si esprime anche attraverso la

body art, la performance art, la video

art e le installazioni.

BIBA RT / D ESIG N (Domus Milella)

“La poesia della luce»: ricerca progettuale

tesa ad individuare nuovi materiali,

nuovi concetti per illuminare,

nuove atmosfere. La luce si fa poesia,

la luce come guida, la luce come riferimento,

la luce come interprete del

suo tempo” a cura dell’Arch. Francesco

Mancini

BIBART / Design è una mostra di designer

invitati a progettare una lampada

o un oggetto luminoso per uso

residenziale, con materiali di uso corrente

e di facile reperimento. In esposizione

le opere di: Carmine De

Renzio, Michelangelo Olivieri, Nico

De Vito, Antonio Frallonardo, Sebastiano

Canzano, Michele Barberio,

Francesco Mancini, Gaetano Ficarella,

Elisabetta Altamura, Leonardo

Maggio, Andrea Villani

BIBA RT / A N N IV ER SA R I

«90 Anni: Biagio Grimaldi e la Polifonica

Barese, 1926 – 2016»

Mostra documentaria a cura di Fiorella

Sassanelli e Sabino Manzo.

L’Accademia Polifonica Barese, intitolata

al suo fondatore Biagio Grimaldi,

accompagna da ben 90 anni la

crescita della cultura musicale della

nostra città. La divulgazione dell’amore

per la musica costituisce uno

straordinario presidio di civiltà e di

educazione al bello. La Polifonica Barese

nasce il 13 agosto del 1926 nello

storico palazzo del Sedile dove Grimaldi

riunì un gruppo di volenterosi

del canto. Il coro esordì l’8 dicembre

dello stesso anno con un concerto

mattutino nel teatro Margherita. Tenore

solista era Gaetano Stella, al pianoforte

sedeva l’organista Donato

Marrone. La Polifonica si stabilì dapprima

in alcuni locali del palazzo del

Sedile, e poi intorno al 1935 in strada

de Gironda 22 dove restò anche dopo

la morte di Grimaldi.

BIBA RT / M U SIC A

Concerti di:

“Braide”(Croazia) Gruppo Vocale

Femminile - 15 dicembre, Auditorio

Vallisa, ore 21.30

Kekko Fornarelli - Auditorio Vallisa

ore 21.00

Marie Angel Thomas - 18 dicembre

Auditorio Vallisa ore 21.00

Project Trio - 21 dicembre Auditorio

Vallisa ore 21.00

Daniele Casolino - 8 gennaio Auditorio

Vallisa ore 21.00

New Jazz Sound Duo - 12 gennaio Auditorio

Vallisa ore 21.00

Marie Angel Thomas -13 gennaio Auditorio

Vallisa ore 21.00

BIBA RT / Perform ing A rt

Performances di:

Giuseppe Mintrone - 27 dicembre Auditorio

Federico II Eventi ore 20.30

Nilde Mastrosimone de Troyli - 30 dicembre

Auditorio Federico II Eventi

ore 20.30

Isabella Corda - 7 gennaio Auditorio


102

Federico II Eventi ore 20.30

Ilaria Palomba, Manuela Maroli e Miguel

Gomez - 10 gennaio Auditorio

Federico II Eventi ore 20.30

BIBA RT / C IN EM A

Proiezioni dei Film:

«Rosarno» di Greta de Lazzaris, 22 dicembre

Auditorio Vallisa ore 21.00

«Un Racconto Incominciato» di F.

D’Agostino e A. Lavorato, 29 dicembre

Auditorio Vallisa ore 21.00 «Su

Re» di Giovanni Colombu, 5 gennaio

AuditorioVallisa ore 21.00

BIBA RT / T EAT R O

“Musilda e Geribe: tra favola musica

e teatro”, 19 dicembre Auditorio Vallisa

ore 21.00

“Terramara” raccontato da Michele

Napoletano, 20 dicembre auditorio

Vallisa ore 21.00

“Transitintransito” - Corto teatrale

F2M/M2F, 4 gennaio auditorio Federico

II Eventi ore 21.00

BIBA RT / Letteratura

«Conforme alla gloria» raccontato da

Demetrio Paolin, 16 dicembre auditorio

Vallisa ore 19.30

«Absolutely Nothing» raccontato da

Giorgio Vasta, 9 gennaio auditorio

Vallisa ore 19.30

«Una volta l’estate» raccontato da Ilaria

Palomba, 11 gennaio auditorio Vallisa

ore 19.30

«Gli anni al contrario» raccontato da

Nadia Terranova, 14 gennaio auditorio

Vallisa ore 19.30

BIBA RT è promossa da Associazioni

Culturali che hanno maturato competenze

e abilità professionali in ambito

formativo e artistico, operano da decenni

sul territorio pugliese, offrono

un grande apporto a tutti i settori

della cultura e portano in condivisione

l’esperienza acquisita e l’agire

in sinergia: una sfida per l’arte ed in

nome dell’arte:

AUDITORIUM VALLISA

www.vallisa.it - Dal 1986 è il fulcro

culturale del centro storico barese,

come luogo promotore di concerti,

spettacoli e mostre.

FED ER IC O II EV EN T I - www.federicoiieventi.altervista.it

- Da l 2004 è

impegnata nella promozione di tutte

le forme di arte figurativa e informale

in Italia e all’estero.

Bibart gode dei patrocini di:

Regione Puglia, Comune di Bari, Università

di Bari, Arcidiocesi Bari-Bitonto,

Ambasciata di Armenia in

Italia, Consolato della Repubblica di

Croazia (Bari), Consolato della Repubblica

del Brasile (Bari).

Partner: Associazione Murattiano- Bari

Alliance Francaise - sede di Bari

Liceo Artistico Statale Sacro Cuore -

Cerignola

Ordine Equestre del Santo Sepolcro di

Gerusalemme- sez. Bari-Bitonto

Polifonica Biagio Grimaldi- Bari

Eskape Music - Bari

Centro Studi Musikè

ACCA Edizioni – Roma

Apertura/Chiusura

BIBART, la prima Biennale Internazionale

d’Arte di Bari e Area Metropolitana

sarà aperta al pubblico dal 15

dicembre 2016 al 15 gennaio 2017

nelle Chiese della Città Vecchia,

nell’Area Murattiana della città di

Bari. Il tema della prima edizione è

«La Ragione dell’Uomo», intesa come

capacità del pensiero di stabilire rapporti

e connessioni, per generare idee,

creare emozioni, sviluppare legami e

azioni.

BIBART ha lo scopo di promuovere e

diffondere a livello internazionale

l’arte in tutte le sue forme espressive.

BIBART è apertura agli artisti, al dialogo,

alla multiculturalità, ai linguaggi

molteplici dell’arte.

BIBART è apertura a luoghi espositivi

non convenzionali, a spazi d'incontro

e riflessione.

BIBART è apertura delle chiese, delle

frontiere, degli sguardi, delle porte

della mente, in un universo che accoglie.

Le esposizioni si terranno nelle seguenti

sedi: Auditorium Vallisa,

Chiesa di Santa Teresa dei Maschi,

Chiesa del Gesù, Chiesa di San Gaetano,

Museo Diocesano di Bari, Succorpo

Cattedrale San Sabino, Auditorio

Federico II Eventi, Palazzo

Domus Milella (ex Gironda), Sede Alliance

Française di Bari.

Comitato scientifico:

Prof. Marino Baldini - Archeologo,

Critico e Storico dell’arte (Croazia).

M° Miguel Gomez - Artista, Responsabile

per le Arti Visive della Artoteca

Vallisa e di S. Teresa dei Maschi, Direttore

Artistico di Bibart

Prof. Wiliam Tode - Artista, già Direttore

di Casa Vasari e Responsabile

degli Uffici Studi di Palazzo Pitti e

degli Uffizi di Firenze

C om itato d’onore:

Dott. Emanuel von Lauenstein Massarani

- Critico d'arte, Direttore Generale

del Museo d'Arte del Parlamento

di San Paolo, Presidente

dell’Istituto di Recupero e Patrimonio

Storico di San Paolo, Sovraintendente

ai Beni Culturali dell’Assemblea Legislativa

dello Stato di San Paolo del

Brasile

Prof. Wiliam Tode - Artista, già Direttore

di Casa Vasari e Responsabile

degli Uffici Studi di Palazzo Pitti e

degli Uffizi di Firenze

Prof. Guido Folco, Direttore del

Museo MIIT di Torino

Mons. Antonio Parisi, Responsabile di

Musica e Cultura dell’Arcidiocesi di

Bari-Bitonto

Giorgio Grasso, Critico e Storico dell’Arte,

già Coordinatore del Padiglione

Italia della 54^ Biennale di Venezia

Don Michele Bellino, Direttore del

Museo dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto

Roberto Sparaci, Editore

ACCA Edizioni Roma

G iorni e orari aperture M ostre

Succorpo C attedrale San Sabino:

V allisa:Tuttiigiornidal15 dicem bre al15

gennaio tranne il 24 - 25 - 31 dicem bre e

1 G ennaio - ore 10.00-13.00/17.00-20.00

Santa Teresa dei M aschi:Tutti i giorni dal

15 dicem bre al 15 gennaio tranne il 24-25-

31 dicem bre e 1 G ennaio

ore 10.00-13.00/17.00-20.00

San G aetano:Tutti i giorni dal 15 dicem -

bre al 15 gennaio tranne il 24-25-31 dicem -

bre e 1 G ennaio

ore 10.00-13.00/17.00-20.00

C hiesa del G esù:Tutti i giorni dal 15 dicem

bre al 15 gennaio tranne il 24-25-31 dicem

bre e 1 G ennaio

ore 10.00-13.00/17.00-20.00

Sant’A nna:Lunedi/m artedi/venerdi

ore 9.00/12.00 m artedi/giovedi

ore 9.00/12.00 17.00/19.30

D om us M ilella: Tutti i giorni dal 15 dicem

bre al 15 gennaio tranne il 24-25-31 dicem

bre e 1 G ennaio

ore 10.00-13.00/17.00-20.00

M useo D iocesano:

15 dicem bre ore 20.00-21.30

17)dicem bre ore 10.00-13.00/17.00-20.00

18)dicem bre ore 10.00-13.00

19)dicem bre ore 10.00-13.00

22)dicem bre ore 10.00-13.00

24)dicem bre ore 10.00-13.00

25)dicem bre ore 10.00-13.00/18.00-21.00

26)dicem bre ore 10.00-13-00/18.00-21.00

29)dicem bre ore 10.00-13.00

31)dicem bre ore 10.00-13.00

01)gennaio ore 10.00-13.00/18.00-21.00

02)gennaio ore 10.00-13.00

05)gennaio ore 10.00-13.00

06)gennaio ore 18.00-21.00

07)gennaio ore 10.00-13.00/17.00-20.00

08)gennaio ore 10.00-13.00

09)gennaio ore 10.00-13.00

12)gennaio ore 10.00-13.00

14)gennaio ore 10.00-13.00/17.00-20.00

15)gennaio ore 10.00-13.00


Carol e Emanuela Maritato “RITRATTI”

Camera dei Deputati Asso Tutela 19/12/2016

Presidente Micheal Maritato

Omaggio all’Artista Silvia Bastianelli

presso DOMUS ROMANA

Claudio Alicandri

In Omaggio al mio caro amico scomparso

a Novembre 2016 Silvio Sparaci

Lo Studio ClaSil Vi ringrazia per seguirci

con affetto......

Stefania Chiaraluce e Claudio Alicandri

Vernissage Domus Romana

Via Santa Rita da Cascia, 40 - 00133 Roma

Cell. 368 3148296 - c.alican@alice.it


104

Tête-à-tête

Le interviste diM arilena Spataro

“Riflessioni d'autore”

Maestri del '900

Gian Ruggero Manzoni autore di

Lunga vita al Genius Loci (Per gl'irriducibili)

Un “j'accuse” al capitalismo globale

marilena.spataro@gmail.com

T

ante critiche, ma anche tanti

consensi. Chi lo conosce, o

lo ama o lo odia. Succede

così con Gian Ruggero Manzoni.

Scrittore, poeta, pittore, teorico

dell'arte, intellettuale a tutto tondo. Un

irriducibile, un non allineato a nessun

potere, battitore libero del pensiero che

le sue idee non le manda a dire. Anzi le

scrive e le divulga il più possibile. Con

il suo recente saggio, Lunga vita al Genius

Loci (Edizione Libri da bruciare,

collana I Cerini - www.libridabruciare.it),

ha piazzato un'altra delle sue vibranti

sciabolate critiche alla contemporaneità,

nello specifico all'idea di globalizzazione,

ai poteri politici e ai

potentati dell'economia e della finanza

mondiali, in un inesorabile e lucido j'accuse

dove essi sono ritenuti i veri responsabili

della perdita di identità della

gente e dei popoli, in una corsa disumana

e disumanizzante verso forme di

moderna schiavitù la cui conseguenza

è l'alienazione dei diritti sociali, civili,

economici e territoriali di una sempre

più gigantesca schiera di persone ridotte

a masse amorfe, disperate, spesso

affamate, che vagano da un territorio all'altro

in cerca di un'improbabile salvezza.

Una situazione drammatica ed

esplosiva che favorisce il profitto e l'abbondanza

dei pochi contro la disperazione

e la miseria dei molti. Situazione

da cui, secondo Manzoni, se ne potrà

uscire affermando e muovendosi nella

direzione contraria al “global”, quella

del “local”, la cui espressione più alta è

data, in base alla nostra tradizione, dal

Genius Loci.

A meno di un anno dalla pubblicazione

del suo provocatorio saggio, Lunga vita

al Genius Loci, le reazioni che ha registrato

corrispondono alle sue attese?

«A parte gli articoli positivi, in cartaceo

e web, nessuna voce importante

dell'establishment culturale o politico,

direttamente e pubblicamente, ha attaccato

il mio libro, anzi, ho ricevuto

anche consensi da intellettuali, artisti,

personaggi lontani dal mio modo di

pensare o che credevo, addirittura, contro

il mio modo di pormi, visti gli scontri

vissuti in passato. Quelle poche

critiche sono giunte dai soliti conformisti

di turno, oggi votati al “politicamente

corretto”, ma di quelli, sinceramente,

non ho mai saputo che farmene.

L'analisi che ho portato avanti in

Lunga vita al Genius Loci infine risulta

trasversale e condivisibile per chiunque

possa vantare ancora un briciolo di

cervello funzionante in questo mondo

sempre più folle, alienato, privo di buon

senso, nonché votato, unicamente, a logiche

di ordine capital-liberiste, consumistico

all'inverosimile, junglesco.

Forse che molta gente si stia stancando

del come stanno andando le cose e sia

giunta a un punto limite? Può essere. In

parte lo si avverte quando ti ritrovi a

parlare con degli sconosciuti nelle sale

d'attesa dei medici, in coda in Posta,

nel bar di un aeroporto, in autobus, dal

droghiere. Le battute, anche se fra i

denti, vanno. Il Sistema non funzione.

Questo Sistema è al limite del collasso.

Sì, è prossimo allo sfascio. Quindi, il

mio Genius Loci, è infine piaciuto, almeno

a coloro che si sono espressi in

merito, ma anche solo riconoscendomi

il coraggio di avere dato alle stampe un

libro totalmente contro corrente, invece

quei pochi “bastian contrari” sono ricorsi

alla definizione ormai di moda

“demagogia populista”, seppure lo folta

bibliografia che ho riportato in coda al

mio testo, ma anche questa è ormai

prassi in una società che vedo sempre

più rivolta a una contrapposizione

netta di ordine manicheo, seppure tutti

si appellino alla moderazione e all'equilibrio.

Moderazione che, quale


uomo comunque dell'estremo, in me non

ha mai fatto casa, quindi va più che

bene così, che mi si tacci di massimalismo,

di integralismo, di fondamentalismo,

di radicalismo. Ci sta. Infine mi

eleva. In un mondo in cui ci si esalta

perché un calciatore ha fatto un goal o

perché si è vinto al Gratta e Vinci, cosa

potrei desiderare di più dell'essere considerato

un esaltato per arte e per sapere?».

Il Genius Loci si riferisce a una condizione

inerente più al singolo o più alla

collettività, più all'aspetto mentale e

identitario o più all'aspetto materiale e

territoriale?

«A tutto ciò che lei ora ha citato. Sia al

singolo che alla comunità di cui fa

parte, sia alla mente che ai geni culturali

che determinano una data identità,

sia alla materia con cui si ha a che fare,

concreta o teorica che sia, che al territorio,

quindi all'habitat, che te la fornisce,

nonché a dimensioni soprattutto di

ordine spirituale, metafisico, mistico,

ma non religioso, vivendo, io, le religioni,

esclusivamente da un punto di

vista socio-antropologico, non quale

credente in esse, quindi come componenti

esclusivamente di ordine tradizionale,

non quali possibili riferimenti nei

confronti di un trascendente. Amo la

storia delle religioni perché studiandola

si comprende moltissimo dei popoli che

abitano questo nostro pianeta, ma non

amo le religioni di per sé, e la sfumatura

mi pare più che evidente e chiara.

Detto questo so che in me vivono la tradizione

giudaico-cristiana, alla quale

appartengo, ma anche il paganesimo,

che fu della classicità oppure del barbarico,

nonché il Nichilismo alto, che

ha segnato non poco il pensiero occidentale».

Esistono ancora luoghi, comunità, popoli,

individui comuni, artisti, letterati,

intellettuali, la cui condizione esistenziale

sia improntata a una identità culturale

della tradizione e del nomos

riconducibile al Genius Loci come da

lei inteso?

«Certo, sia fra noi che facciamo parte,

erroneamente, del mondo cosiddetto

evoluto o emancipato, sia in quello che

viene definito Terzo o Quarto mondo.

Forse che la globalizzazione impostaci

abbia cancellato, in un attimo, quelli

che definisco gli antichi valori, gli archetipi,

il senso dell'origine in questa o

quella realtà umana e geografica? Difficile

sradicare querce del genere.

Stanno tentando in tutti i modi, soprattutto

nelle nuove generazioni, di introdurre

altri modelli e altri sistemi di vita,

omologanti e omogeneizzanti, in parte

ci stanno riuscendo, ma i Guardiani del

Sacro Fuoco, come un tempo venivano

definiti, esistono ancora. Di certo si è

calati di numero, ma anche questo è

sempre successo se si prendono in considerazione

i corsi e ricorsi della storia

dell'umanità. Del resto si stanno delineando,

a livello espressivo, due linee

sempre più nette di tendenza, cioè tra

chi si sta vendendo alle logiche della

mondializzazione e chi, invece, sta tenendo

duro, ben curando il suo rizoma,

se vogliamo tirare in ballo delle categorie

care a Deleuze, e, in un certo agire

in ambito artistico o culturale, lo stesso

appare più che evidente. Oggi in arte la

partita la si gioca fra queste due componenti,

tra chi radicato e chi nomade.

Ma non solo in arte».

Con questo saggio a quale pubblico di

lettori ha inteso rivolgersi e chi sono,

oggi, gli irriducibili a cui ha dedicato il

sottotitolo. Vuole farci qualche nome?

«E' rivolto a tutti coloro che si pongono

o desiderano porsi contro l'attuale Sistema

vigente. Magari lo leggessero

anche i giovani, forse un qualcosa in

più comprenderebbero riguardo il loro


106

Gian Ruggero Manzoni fotografato da Matteo Bosi

Gian Ruggero Manzoni

futuro, o, meglio, riguardo il come certuni

stanno scegliendo delinquenzialmente

per loro il domani. La parola

condizionamento, quando si parla di

potere coercitivo, non ha tempo, è sempre

attuale. Quanto agli irriducibili, lo

ripeto, ne esistono ancora, li si trova,

solitamente, nelle province, mai nelle

capitali degl'imperi. Forse è per questo

che da sempre ho deciso di abitare in

provincia. A livello artistico, in Italia,

potrei nominare Paladino, sotto certi

aspetti Ontani, amici scultori di area

emiliano-romagnola, per restare nel

mio specifico, come Scardovi, Monari,

Guidi, Zanni, un esoterico come Zanoni,

oppure pittori come Galliani, Samorì,

Pellegrini, Baricchi, Cucchi nei

suoi disegni, i poeti dialettali, tanti altri

poeti e scrittori che per comporre versi

o narrare partono da conoscenze, modi

di essere, modi di dire, usi, costumi, tradizioni

legati alla loro terra d'origine.

Allora, diciamo meglio, tutti coloro in

cui si denota un ben netto marchio di

fabbrica, non un generico Made in

China».

Lei è romagnolo, appunto, da molte generazioni.

Nonostante abbia vissuto la

giovinezza in giro per il mondo e, non

di rado, in zone calde di guerra, da circa

un decennio è tornato ad abitare definitivamente

nel suo territorio e nella dimora

che fu della sua famiglia, forse

una scelta coerente con le sue teorizzazioni?

«Sì. Amo ascoltare il come le mie radici

penetrino sempre più a fondo in quella

che è stata da cinquecento anni la terra

natale della mia famiglia. Il vantaggio

di avere quel minimo di storia famigliare

che ti permette di sapere chi fossero

e dove abitassero i tuoi avi non è

vantaggio da poco, almeno per me. Poi,

prima di essere romagnoli, come Manzoni,

siamo stati veneti, nonché si parla,

verso l'anno 1150, di una nostra venuta

dalla Germania in Italia, in Val Brembana

e Val Sassina, quindi in Lombardia,

infine vera culla della mia gens.

Questi i luoghi là dove vado a portare

doni al mio Genius Loci e che il Genius

Loci mi restituisce centuplicati».

Nonostante la globalizzazione e, come

lei afferma, massificazione e omologazione

totali della contemporaneità, reputa

che l'idea di Genius Loci sia in

grado di giocare per il futuro un ruolo

positivo a favore dell'umanità, della democrazia

e della salvaguardia dei diritti

dei popoli. Quali i benefici che ne trarrebbero

singoli e comunità dal punto di

vista politico, economico e finanziario?

«Democrazia? Ma esiste? Ma è mai esistita?

La sola democrazia diretta che si

sia mai vissuta sulla Terra era quella

messa in pratica un tempo in certi villaggi

elvetici quando tutta la comunità

si ritrovava in piazza e si votavano certe

proposte rivolte al bene comune per alzata

di mano, altri esempi ora non li

rammento. Per il resto sempre delle

elite, dei gruppi di potere o un singolo

si sono presi la briga di gestire il potere

o il governo anche per i restanti. Potremmo

quindi parlare di oligarchie, di

plutocrazie, ma non certo di democrazie.

E più Genius Loci di una pubblica

alzata di mano e dei relativi conseguenti

conteggi, in uno sperduto villaggio

della Svizzera, cosa potrebbe

esserci? Il gestire veramente in comune,

con onestà e dedizione, come ho accennato

nella risposta precedente, il bene

pubblico, sarebbe già una conquista

non da poco in un mondo totalmente in

mano alla corruzione. Poi e con

estrema sincerità il Genius Loci non necessita

di molto al fine di vivere o di

farti vivere. In sé racchiude quasi una

sorta di semplicità e frugalità monastica,

per dirla tutta. Anzi, si pone, proprio,

contro l'edonismo, gli sfrenati

consumi, il dio denaro, lo spreco, gli

status symbol, le mode, lo shopping

compulsivo. A tal proposito mi sovven-


Gian Ruggero Manzoni durante

una presentazione del suo saggio

gono le teorizzazione di un grande

uomo come lo fu il romeno Corneliu

Zelea Codreanu, da cui sono stato oltremodo

ispirato. Un uomo che innalzava

lo spirito e non amava l'ignoranza

e la volgarità che di solito il denaro

produce o porta con sé nella contemporaneità.

Colui che fondò la Guardia di

Ferro, alla quale aderirono Cioran e

altri giovani intellettuali dell'epoca. Un

uomo che teorizzò che a un popolo necessita

unicamente una fede salda, una

buona gestione dell'agricoltura, una

valorizzazione dell'artigianato di eccellenza

e una scienza votata alla salute

pubblica al fine di poter vivere come

Dio, lui fervido credente, comanda.

Tutto il resto è infine un di più, a pensarci

bene».

Alcune sue affermazioni sulle attuali

migrazioni di massa e sui movimenti

dei popoli da un continente all'altro, di

primo acchito possono apparire al limite

di una visione discriminatoria e

razzista. Quale la reale portata in tal

senso del suo pensiero?

«Io, nel libro, ho parlato di etnie, non

di razze, quindi ho parlato di popoli,

non di colore della pelle o di che altro

si distacchi dal nostro essere europei fisiognomicamente

e mentalmente parlando,

o italiani o, io aggiungo, romagnoli,

visto che sono un romagnolo

doc. Diciamo che sono fra quelli che da

sempre sostengono che necessiti aiutare

le altre etnie là dove si trovano, cioè a

casa loro, non creando situazioni tragiche

e umilianti, sia per chi di quelle

etnie arriva da noi sia per noi che li

stiamo accogliendo in maniera sconsiderata

e irrazionale. Le attuali migrazioni

non sono assolutamente da

paragonarsi con quelle di un tempo,

che videro anche dei nostri italiani

espatriare. Allora si andava verso

mondi sconfinati, popolati minimamente,

vedi continente americano oppure

Australia, o ci si recava dove

veniva richiesta forza lavora dai governi

degli Stati nei quali, poi, patteggiato

il tutto col governo italiano del

tempo, venivi subito occupato, e a tal

proposito si pensino, ad esempio, ai nostri

migranti giunti in Francia, Belgio,

Svizzera, Germania e anche Gran Bretagna,

destinati alle miniere o ad altri

lavori solitamente di braccia e di sacrificio,

oggi, invece, con la crisi economica

in atto e con i metodi di produzione

che si hanno, con la robotica

dominante nonché con la disoccupazione

che morde Europa e Stati Uniti,

come e dove poter impiegare tutta questa

gente che arriva? Là dove stanno,

Lugo di Romagna - suggestivo notturno del monumento

dedicato al concittadino Francesco Baracca

eroe dell'Aeronautica nella I Guerra Mondiale.

l'opera è stata realizzata nel 1936 da Domenico

Rambelli scultore faentino

invece, si potrebbe tentare di metterli,

senza rigurgiti colonialisti, in condizioni

di potersi sostenere. Riguardo

profughi di guerra, beh, per come la

penso io, gli uomini validi, come molti

ne vedo giungere, secondo certi miei

parametri, dovrebbero lottare là, nelle

loro Nazioni, per la propria terra, per

la propria famiglia, per i propri figli,

scegliendo la parte con cui schierarsi.

Se durante la Seconda Guerra Mondiale

tutti se ne fossero andati dagli

Stati colpiti dal conflitto cosa sarebbe

successo? Forse che i russi, che hanno

dato circa una ventina di milioni di

morti a quella carneficina, dal 1941 al

1945 abbiano espatriato in massa? E

questo è un esempio tra infiniti altri.

Neppure le donne e i bambini se ne andarono

dalla Russia. Decisamente non

ci siamo. Tutto ciò puzza di strategie oltremodo

criminali ancora una volta stabilite

a tavolino da chi vuole determinare

il destino del mondo a livello finanziario,

magari sacrificando certe

Nazioni o certi popoli in favore di altri.

Ma il discorso sarebbe troppo lungo da

farsi qui, si legga il mio libro e, in

parte, si potranno comprendere certi

perché. Per finire, io divido gli uomini

in degni e non degni, in base ai loro

comportamenti etici, non li divido, e lo


108

ripeto, per il colore della pelle, per

come hanno gli occhi, per il Dio in cui

credono, per quel che mangiano, per

gusti sessuali. Quindi li qualifico in

base ai valori che portano nella mente

e nel petto, non per altro. Ah, altra questione

non da poco, noi italiani abbiamo

ripreso a migrare per questioni

inerenti la mancanza di lavoro e di prospettive,

e, nel contempo, stiamo accogliendo

migranti … non le sembra il

paradosso dei paradossi?»

Il suo testo è ricco di riferimenti a filosofi

e a pensatori di tutte le epoche aderenti

a ideologie e teorie diverse sia sul

terreno politico che filosofico che religioso.

Tuttavia lo sbilanciamento a favore

dei teorici normalmente considerati

di destra è evidente. Non teme

che questa scelta possa togliere al suo

saggio quelle connotazioni di scientificità

e di neutralità che lei stesso gli ha

dato come connotazione?

«Non credendo, più, a distinzioni o categorie

riguardanti destra, centro e sinistra,

ma a chi votato al Pensiero

Debole e a chi, invece, a quello definito

Forte, certi riferimenti sono risultati

più che ovvi. Ma poi che il Pensiero

Forte sia nero, bianco o rosso? Direi

meglio, per lo più ho citato pensatori

figli del pensiero romantico e della cosiddetta

Rivoluzione Conservatrice, ma

ho anche tirato in ballo, entro il libro,

Gramsci e il marxismo, per quel che

concerne il valore che hanno le micro

culture e le micro geografie, tanto care

anche a Pasolini. Una cosa è comunque

certa, non credo più a un'idea di

progresso così come ce l'hanno venduta

dalla fine della Seconda Guerra

Mondiale a oggi e guardo con un certo

timore al tecnologico avanzato a cui

l'intero mondo si sta convertendo e affidando.

Troppa velocità, troppa mancanza

di sedimentazione, di qualità, di

pathos, di doverosa distanza, di garanzie

certe. Ritmi innaturali o snaturanti,

oltremodo claustrofobici, per come li

considero. E dire che in gioventù ho

creduto anch'io a una certa idea di progresso,

ma la mia gioventù risale a

oltre quarantanni fa, ed erano altri

tempi, a tutti gli effetti, era un altro

mondo, innegabilmente. Esistevano ancora

paletti forti, di ordine morale, a

cui aggrapparsi e si avevano degli anticorpi

culturali oltremodo potenti, forniti,

anche, dalle ideologie. Adesso

siamo in pieno caos. Non tiene più alcunché».

La sua critica all'attuale sistema globale

non risparmia il Sistema dell'Arte e il

relativo mercato, denunciandone l'intreccio

con quello della Moda, dell'economia

e della speculazione finanziaria

e arrivando ad attaccare ferocemente

alcuni mostri sacri, da Andy Warhol ad

artisti “star” quali Jeff Koons, Damien

Hirst, Maurizio Cattelan. A sferrare un

affondo così spietato e carico di veemenza

in tal caso è più l'intellettuale, il

teorico dell'arte o il pittore Manzoni?

«L'affondo lo sferra Gian Ruggero

Manzoni nella sua totalità, visto che mi

considero un insieme unico in cui arte

e vita camminano di pari passo. Da

Andy Warhol in poi ciò che a prima

vista pareva dissidenza, alternativa al

Sistema, e non solo al Sistema dell'arte,

ma anche a quello politico-finanziario,

o possibilità altra, o un'altra via, viene

a sparire. Warhol è stato né più né

meno un intellettuale e artista organico

al Sistema, seppure il suo stigmatizzare,

solo di facciata, lo stesso, del

resto era super immanicato e inserito,

come si suole dire, nonché sostenuto

dallo stesso, quindi quale possibile reazione

contro uno status quo imperante

poteva essere? Inoltre moltiplicava

l'opera d'arte, la rendeva prodotto industriale,

infine svilendone l'originalità

e l'unicità, procedendo in accezione seriale.

La sua era infatti una factory,

non una bottega rinascimentale, era

una catena di montaggio di serigrafie,

una griffe, e tutto ciò che è etichettato

per me risulta moda, non arte. Logico

che tale aspetto nefasto ha preso sempre

più piede in una Sistema come l'attuale,

basato sul consumo e l'edonismo.

Di solito quando tengo lezioni o conferenze

sul tema dell'arte contemporanea

esordisco domandando: “L'arte è diventata

moda o si è fatto moda dell'arte?”.

Reputo che in tale quesito dimori,

in toto, la situazione attuale, cioè


quello che in arte e cultura in genere

stiamo vivendo. Koons? Allevatosi alla

scuola di Warhol. Hirst? Un artista

che non passa più dalle gallerie ma

batte direttamente le sue opere in asta.

Cattelan? Un sociologo, uno “che ci

marcia”, come un tempo si diceva, uno

che ha annusato l'aria e ha inteso cosa

vogliano gli americani, cioè opere, per

non dire trovate sensazionalistiche,

che, realizzate da un europeo, vadano

a colpire ciò che sono state le fondamenta

culturali e tradizionali del nostro

continente, al fine di potersi

togliere completamente da dosso il

complesso di essere stati dei nostri coloni

emigrati là. Cattelan sta facendo

il buffone di corte alla reggia dell'odierno

impero globalizzatore.

Quindi tutto ciò acquista più che mai

una valenza di ordine anche politico,

soprattutto per uno come me che da

sempre vuole togliersi il tallone degli

USA, una nostra ex colonia d'oltre

oceano, dal collo e vede la Russia

come nostro vero riferimento europeo,

e desidererebbe che la Russia entrasse

a tutti gli effetti in Europa, perché è Europa,

non appendice della stessa assurta

al rango di dominatrice del

pianeta a seguito dell'avere vinto il Secondo

Conflitto Mondiale. Dopo oltre

settantanni dalla fine di quella infausta

guerra necessita ricompattare l'Europa

come i suoi naturali confini richiedono.

Jeff Koons, Damien Hirst, Maurizio

Cattelan e tanti altri, Warhol quale

primo, sono prodotti del Sistema stesso

quando il Sistema si inventa anche gli

oppositori a se stesso al fine che tutto

rimanga sotto controllo. Vecchia storia

anche questa. Se accendiamo la TV e

seguiamo uno dei tanti teatrini che

fanno i politici, insultandosi, gridando,

minacciando di querelarsi, per poi, finita

la trasmissione, salutarsi come

vecchi amiconi o finire a cena insieme,

abbiamo l'esempio di ciò che sto dicendo.

Forse che Trump, come aveva

annunciato in campagna elettorale,

stia portando la Clinton in tribunale

per i giochetti sporchi che la stessa ha

fatto nel corso della sua vita politica?

Sono per lo più tutti d'accordo. Ridicolo

che Cattelan installi una sua scultura

inneggiante al “fuck you” davanti

alla Borsa di Milano, entro cui i suoi

collezionisti sovvenzionatori e faccendieri

decidono le sorti di questo o

quella azienda con tanto di migliaia di

operai che in essa lavorano. Tutto teatro,

e di basso cabotaggio. L'arte sta

altrove, non certo in chi è chiaramente

al servizio di quel Sistema che con sarcasmo

dice di prendere per i fondelli o

di voler abbattere. Balle, e fessi quelli

che ci credono. Ma di fessi e di gente

che non ha un briciolo di cervello al

fine di capire l'ovvio il mondo ne va

sempre pieno. Io sono rimasto alla

Merda d'Artista di Piero Manzoni, quella

sì che è stata un'uscita alla grande,

visto che Manzoni, a quel tempo, seppure

i pochi soldi che gli giravano per

le tasche, le regalava le sue scatolette,

non certo aveva realizzato tale incommensurabile

provocazione, nonché

schiaffo nei confronti di un Sistema,

perché il giorno dopo andasse in asta

e fosse battuta a milioni di dollari».

Aver sollevato con questo libro, dopo

anni di silenzio degli intellettuali, il

tema sul valore e l'importanza del Genius

Loci in momenti di enorme crisi

d'identità che il mondo oggi attraversa,

è un modo di fornire una traccia per

una riflessione e, magari, per un'azione

collettiva in funzione di un “ritorno al

futuro”?

«Direi che in primo luogo voglia essere

sprone al fine di agire. Da quarantanni,

cioè dagli anni '70 del secolo

scorso, si sono fatte solo chiacchiere e

fin troppe riflessioni o terapie di

gruppo, ora necessita agire, è tempo,

altrimenti fine per la Romagna, fine

per l'Italia, fine per l'Europa, fine per

l'Occidente. Non abbiamo altro dinnanzi,

come civiltà, se non il baratro.

Necessita girarsi e non fuggire più. Necessita

affrontare tutto ciò che vuole

sancire la nostra morte. Non so come

andrà, ma già mi basta sapere che se

si dovesse morire, lo si faccia in piedi,

e mostrando il volto, non le natiche».


110

LIBRI D’ARTe In VeTRInA

L’AMORe PeR LA VITA

MARceLLO JORI

LA STORIA DIPInTA DeLL’ARTe

a cura di Fulvio Vicentini

2016 Rizzoli Libri S.p.A. Milano

Prima edizione: Novembre 2016

ISBN 978-88-17 – 08262 – 4

Stampato presso Graphicom Italia (Vicenza)

Printed in Italy

Formato: Cartonato - 25,5 x 32,8 cm.

Pagine: 232

Edizione Libreria prezzo € 60,00

Edizione DELUXE

Tiratura 200 esemplari

Cartonato in cofanetto contenente

Litografia numerata e firmata

dal Maestro € 200,00

Libro stampato su carta Fedrigoni

Old Mild stucco, gesso da 120 gr.

Il volume nasce dalla pubblicazione a

puntate sulla rivista “Flash Art” La storia

dell’Arte, scritta, illustrata e diretta

da Marcello Jori

Marcello Jori presenta il suo libro al Museion

foto Vicentini

La Direttrice, Letizia Ragaglia, il gallerista Ennio Casciaro,

bibliofili, collezionisti e appassionati d’arte. - foto Vicentini


BIG BANG, DIO Artista

Marcello Jori

Merano, 12 Dicembre 1951

vive e lavora Merano, Bologna, Milano.

“Il mondo globalizzato dell’arte”

interpretato e dipinto da Marcello Jori

a cura di Fulvio Vicentini

Jori si è formato a Merano e Bologna

apprendendo così la precisione e la disciplina

del tirolese e l’estro, la gioia di

vivere e la fantasia dell’emiliano. Subito

si è dimostrato un artista eclettico

e poliedrico, mai legato a schemi fissi,

ma sempre mutevole e proiettato verso

nuovi orizzonti dell’arte e della cultura.

Nella sua polivalenza è infatti pittore,

scultore, scrittore, fumettista, orafo, fotografo,

scenografo, poeta del colore,

fantasista delle forme, disegnatore progettista,

topografo e chi più ne ha più ne

metta. Cicli e ricicli storici legano Marcello

Jori al MUSEION di Bolzano.

Dopo la presentazione in anteprima al

Museo Egizio di Torino con il direttore

Christian Greco, seguita a Milano al

Museo del Novecento nella sala Lucio

Fontana con l’intervento di Flavio Caroli,

il 1°dicembre è stato presentato nel

suo amato Alto Adige, al Museion di

Bolzano, dove in altre occasioni nel passato

è stato protagonista.

Nella vecchia struttura

ospedaliera adattata

a Museo ha presentato

nel 2000 il

suo libro “nonna picassa”

un romanzo

autobiografico della

nonna che in punto

di morte si mise a

dipingere facendo

concorrenza al nipote

Marcello. Ricordo

che il direttore del Museion Piero

Siena e il critico Luigi Serravalli leggendo

alcuni passi erotici del libro fecero

sganasciare di risate gli intervenuti.

Subito ci si è reso conto della grande

mole di lavoro sviluppata con originalità

di idee, dipinti e scritti contenuti nel

volume “LA STORIA DIPINTA DEL-

L’ARTE” dall’artista, impegnato per

oltre tre anni nella stesura dell’opera .

Scrive l’artista: .

Il libro è ricco di geniali trovate

che solo la fertile mente di Marcello poteva

partorire. Dopo i lavori sull’importante

Arte Egizia, sui grandi Leonardo

e Michelangelo, i geni Duchamp e

Mann Ray, Fontana e Burri, l’arte provocatoria

di Manzoni per arrivare a

Christo che compie il miracolo della

gente che cammina sulle acque … . Nel

finale compare una tela bianca vergine

con le scritta “può essere ancora una

volta un quadro” !

Wolfgang Goethe scriveva:

“Giotto non dipingeva le figure e non

esprimeva i sentimenti se non dopo

averli confrontati con la vita che si

muoveva intorno a lui”.

Così è stato anche per Marcello Jori che

in quest’opera, non ha mai lasciato nulla

al caso.

Per i complessi lavori sull’arte egizia si

è consultato direttamente con il massimo

esperto Dott. Christian Greco.

Complimenti a Marcello Jori


112

elvino echeoni

festeggia allo Zodiaco

i suoi 50 anni di carriera artistica

Il M° Elvino Echeoni al pianoforte con Paolo Russo al sassofono

Dal legame artistico con Novella

Parigini all’amicizia

con Domenico Purificato,

Renato Guttuso e Sandro

Trotti, dalla passione per tele e pennelli

a quella per la musica, il design,

il restauro. E’ interminabile il

racconto del Maestro Elvino Echeoni

che, dal 10 dicembre scorso, ha festeggiato

nell’eccezionale cornice

dello Zodiaco con la personale dal

titolo “A cuore aperto” i suoi 50 anni

di vita artistica, presentando la

summa di mezzo secolo di lavoro e

riflessioni sull’arte.

L’esposizione, a ingresso libero e

aperta tutti i giorni dalle 18.00 alle

24.00, ha rappresentato un excursus

puntuale nella produzione di quello

che critica e pubblico considerano

“uno tra i più rappresentativi artisti

italiani in campo internazionale” e

ha raccontato – attraverso una ventina

di tele caratterizzate da stili e

tecniche pittoriche tra loro differenti

– momenti diversi della sua storia

personale e della sua produzione.

Così, accanto a quadri che raccontano

le “segrete analogie” tra Freud

e Pirandello piuttosto che tra Fellini

e Chaplin, sono stati esposti pezzi

capaci di proiettare lo spettatore, attraverso

le vibrazioni e l’armonia

del colore, verso la sintesi pittorica

declamata dall’ “Energia vitale”. E

nell’antologica non potevano mancare

- oltre alle maschere, alle composizioni

floreali e alle figure

femminili - la serie di astratti ispirati

ai “Momenti musicali” e quelli intitolati

alla “Realtà virtuale”, in cui il

pittore estremizza la tridimensionalità

di figure geometriche ad alto

contenuto simbolico.

Artista istrionico e completo, dotato

allo stesso tempo di una spiccata perizia

tecnica e di un’instancabile

vena creativa, Echeoni è capace di

spaziare dalla tavolozza agli spartiti

musicali, passando per il restauro, la

scenografia, l’incisione, la scultura,

e ancora per la composizione di testi

e canzoni. Un abile trasformista che

a proposito di sé stesso dice “faccio

cose diverse e apparentemente non

collegate, anche se, a ben vedere,

c’è un sottile fil rouge che unisce

tutto: canzoni, pittura, tele astratte e

ancora quadri di tramonti, notturni,

composizioni floreali o volti e corpi


1 2 3

1) Solange e il Maestro

4

2) Remo Panacchia, titolare della Galleria “Il Mondo

dell’Arte” e grande amico nonchè socio di Echeoni

3) Pino Ammendola ed Echeoni

4 ) Il Maestro Silvano Polidori, al centro, il figlio Alex

ed Elvino Echeoni

femminili”.

Un personaggio fuori dagli schemi

fin da quando, ventenne, negli anni

’70 sceglie, insieme all’amico Remo

Panacchia, di affiancare, a quello

storico di Via Margutta, uno spazio

espositivo nel popoloso quartiere di

Centocelle, spinto dall’idea di cercare,

là dove si respirava il vero decentramento

culturale, un’autenticità

resa ancora più unica dal difficile

clima degli anni di piombo.

A brindare con lui, in occasione del

vernissage, molti ospiti e volti noti

del mondo dello spettacolo che

hanno voluto essergli vicino per una

serata indimenticabile trascorsa all’insegna

della bella musica e dell’energia

creativa dell’arte.

Accantonati per un attimo pennelli e

tavolozza dei colori, il Maestro

Echeoni, coinvolgendo direttamente

molti di loro, ha ricordato la sua

“vita nell’arte e con l’arte”, suonando

il pianoforte e cantando i tanti

successi che lo hanno accompagnato

in quella che, come lui stesso ha ricordato,

“è la più fantastica esperienza

che ci sia”. Ad interromperlo,

di tanto in tanto, fragorosi applausi

ed emozionati brindisi, ma anche i

ricordi degli amici di sempre: dal

giornalista Marino Collacciani al

critico d’arte Mara Ferloni, dalla

ballerina e coreografa Silvia Canestrale

alla pittrice ed ex-miss Elisabetta

Viaggi, dalla giornalista

Antonella Ferrari alla regista e

cantante Daphne Barillaro, dai registi

Marco Marcelli e Alessandra

Alberti al sensitivo Solange, dall’attore,

doppiatore, regista e autore

teatrale Pino Ammendola al sassofonista

Paolo Russo, che ha calcato

le scene con i maggiori artisti del

palcoscenico internazionale tra cui

Joe Cocker. E poi ancora il Maestro

Silvano Polidori, autore di celeberrimi

brani musicali tra cui uno degli

inni della Roma, e il figlio Alex,

cantante, attore e doppiatore, che ha

dato la voce a Nemo nel noto film

della Walt Disney ed è stato "Sindaco

di Scasazza" assieme a Nino

Frassica al Festival di Sanremo

2003.

Tutti insieme per augurare al Maestro

una carriera altrettanto lunga e

ricca di emozioni.

Paola Pacchiani


114

eternità nell’Arte

di Francesco Minerva

Giammarco Puntelli durante il suo intervento

Un grande successo di pubblico

e l’attenzione dei

media hanno caratterizzato

l’evento d’arte di fine Giubileo

a Roma, nella Basilica dei

Santi Quattro Coronati. Stiamo parlando

de “L’Eternità nell’Arte”, mostra

evento in occasione del Giubileo

della Misericordia di Papa

Francesco, che ha ospitato, in uno

dei luoghi simbolo della cristianità,

quaranta fra i maestri contemporanei

più importanti a livello nazionale

ed internazionale.

La mostra, con la direzione artistica

di Giammarco Puntelli, è stata visitata

da migliaia di persone, dal 12

novembre, giorno dell’inaugurazione,

a domenica 18 dicembre. Non

solo. In questo periodo sono state

decine gli eventi culturali che si

sono svolti all’interno della rassegna.

Concerti di musica sacra medioevale,

visite guidate alla famosa

Aula Gotica Carolingia, incontri di

preghiera e spiritualità, catechesi, e,

non per ultima, la presentazione del

“Catalogo dell’Arte Moderna. Gli artisti

italiani dal primo Novecento ad

oggi” Editoriale Giorgio Mondadori.

Senza precedenti per un progetto di

arte contemporanea, lo spazio giornalistico

e pubblicitario, dedicato

dai media: da Avvenire al Sole 24

Ore, dal Messaggero al Corriere della

Sera, dal programma televisivo “A

sua Immagine” su Rai 1 a radio Vaticana.

Inoltre, era stato annunciato

da artisti partecipanti e dal direttore

artistico in altre trasmissioni televisive

di Rai1 e di Rai3, Mediaset e

La7, e con interviste sui circuiti di

Rainews24 e Rete Oro. Autore e direttore

artistico del progetto Giammarco

Puntelli, critico d’arte, con

oltre vent’anni di lavoro, 227 mostre

e una decina di direzioni artistiche,

ha firmato progetti come Imagine

2014, Rotta a Nord Est, Spiritualità

oggi lungo le vie francescane e Il Labirinto

dell’Ipnotista. Grazie a questa

esperienza pluriennale Puntelli

ha portato nella capitale, città in cui

è nato e alla quale è spiritualmente


da sinistra Mauro Capitani, Domenico Monteforte e Giammarco Puntelli

legato, “L’Eternità nell’Arte” con protagonisti

figurativi, paesaggisti, informali e delle

arti plastiche, per far assolvere all’arte una

delle funzioni per cui è nata.

La Basilica dei Santi Quattro Coronati ha

ospitato le opere dei seguenti maestri: fra i figurativi

Antonio Nunziante, Giampaolo Talani,

Stefano Solimani, Armando Xhomo,

Andrea Prandi, Luciano Trevisan, Silvia

Caimi, Elisa Donetti, Nicolò F. Ricciardi; fra

i paesaggisti Mauro Capitani, Domenico

Monteforte, Tiziano Calcari, Agostino Veroni,

Alessandro Rabuffi, Gino Dalle Luche;

fra gli informali: Alfonso Borghi, Giuseppe

Menozzi, Fiamma Morelli, Feofeo, Luisella

Traversi Guerra, Erika Marchi, Alessandro

Trani, Fabio Cicuto, Alessandro Grazi, Pier

Francesco Restelli, Mafalda Pegollo, Nadia

Fanelli, Domenico Conforte, Vittoria Palazzolo,

Elga Grïnvalde; fra gli autori di arti plastiche:

Marcello Pietrantoni, Alba Gonzales,

Elvino Motti, Giuliano Ottaviani, Daphné Du

Barry, Jucci Ugolotti, Johannes Genemans,

Italo Duranti, Luigi Aricò, Giorgio Ceccarelli.

In mostra anche opere di Angelino Balistreri

e Sergio Scatizzi e come ospite dagli Stati

Uniti Alexander Kanevsky.

Il commento musicale è stato realizzato da

Stefano Duranti.

L’evento è stato fatto in collaborazione con

Marco Sette, Massimo Di Rollo e Michele

Crocitto di Vesti L’Arte, partner ufficiali insieme

a Broker Show.

da sinistra Giuseppe Menozzi, Giammarco Puntelli e Alfonso Borghi

da sinistra Fiamma Morelli, Feofeo, Alessandro Trani, Elvino Motti


ALPHOnSe MUcHA

Un boemo a Parigi

a cura di Svjetlana Lipanovic

“Autoritratto”

L ’

imponente Complesso del

Vittoriano – Ala Brasini a

Roma, ha ospitato dal 15

aprile all’ 11 settembre 2016,

una grande mostra retrospettiva,

dedicata a Alphonse Mucha, il

massimo esponente dell’Art Nouveau.

La magnifica rassegna con oltre 200

opere tra: disegni, dipinti, libri, fotografie,

opere decorative, gioielli, disegni

per gli arredi, ha fatto conoscere,

per la prima volta al pubblico italiano

la complessa, affascinante, poliedrica

figura dell’artista. L’esposizione è stata

divisa nelle sei sezioni. “Un boemo a

Parigi”, “Un creatore di immagini per

il grande pubblico”, “Un cosmopolita”,

“Il mistico”, “Il patriota”, “L’artista-filosofo”,

per illustrare meglio gli

aspetti della sua personalità e dell’immensa

opera.

Nato nel 1860 a

Ivancice, città di

Moravia nelle Terre

ceche sotto il dominio

dell’Impero

Austro-Ungarico,

Mucha fu un grande

patriota che tramite

la sua arte si impegnò per la

libertà dei popoli slavi. Compiuta la

prima formazione artistica nella patria,

la successiva destinazione fu l’Accademia

di Belle Arti di Monaco dove

studiò il disegno e si appassionò alla

pittura storica. A Parigi, nel 1887

presso l’Académie Julian continuò a

perfezionarsi e si legò con alcuni artisti

francesi tra cui: Paul Sérusier, Gauguin,

vari membri appartenenti al

movimento dei “simbolisti” e al

gruppo “I Nabis”. Il momento determinante

nel suo percorso artistico fu

l’incontro con la famosa attrice Sarah

Bernhardt, a Natale del 1894. Mucha

disegnò un manifesto innovativo per il

debutto dell’attrice in una nuova rappresentazione

teatrale “Gismonda”. La

locandina ispirata all’arte bizantina e

Art Nouveau fu apprezzata dal pubblico

parigino e dalla Bernhardt che lo

nominò il suo ritrattista ufficiale. All’improvviso

nacque inconfondibile,

raffinato “Stile Mucha” e l’artista fu

proclamato il più grande illustratore e

cartellonista dell’epoca. Creò le figure

eteree delle donne bellissime, sedu-


118

“Chocolat”

“Contes de Grande”

centi, sensuali per l’editoria e le varie

pubblicità, completate con le scritte

delle forme fantasiose. Le sue splendide

creazioni sono considerate i capolavori

della grafica fine 800.

All’apice della fama, fu invitato all’Esposizione

Universale di Parigi, nel

1900, dove progetto con successo “Il

Padiglione dell’Uomo”. Durante L’Esposizione

Universale, l’artista rivelò

l’intenzione di contribuire alla liberazione

delle Terre ceche e delle altre

nazioni slave, colonizzate dalle potenze

straniere. Per capire le sue

azioni è necessario immedesimarsi nel

periodo storico che dietro la facciata

attraente della Belle Epoque, nascondeva

le tensioni politiche che esploderanno

con la Prima Guerra Mondiale

del 1914. Alla vigilia dei grandi cambiamenti

epocali Mucha si servì della

sua arte per comunicare gli ideali utopici,

le aspirazioni verso l’unione dei

popoli slavi, del genere umano in un

mondo migliore. Sempre, all’Esposizione

Universale l’artista realizzò una

grande rappresentazione della storia

del popolo bosniaco nel loro padiglione

che anticipò il suo capolavoro

l’”Epopea slava”. Le sue idee sono

espresse chiaramente nel seguente

testo: “La missione dell’arte è esprimere

i valori estetici di ogni nazione

seguendo la bellezza della sua anima.

La missione dell’artista è insegnare

alla gente ad amare questa bellezza”.

Dal 1904 al 1910 visitò gli Stati Uniti

dove fu eletto come il più grande artista

decorativo del mondo. Il meritato

successo gli aprì le porte dell’alta società

ma, tanta ricchezza e fasto gli

servì solo, per trovare i nuovi finanziamenti

per le sue opere dedicate ai

popoli slavi. Tornò a Praga nel 1910

per dedicarsi alle grandiose decorazioni

nelle prestigiose sedi della città.

Il sogno di Mucha si avverò nel 1918

quando in seguito alla Grande Guerra,

nacque la Cecoslovacchia. Per la neonata

Nazione disegnò francobolli,

banconote e altri documenti statali.

Sicuramente, la sua più grande impresa

è intitolata l’ “Epopea slava” del

1928, un racconto epico con 20 teli,

della travagliata storia dei popoli

slavi. Alla mostra romana si è potuto

ammirare dieci studi preparativi. La

grandiosa opera esposta per la prima

volta il 14 luglio 1928 a Parigi , attualmente

si trova presso Veletrzini Palac


“L’Estate”

“Lo Zodiaco”

“Ritratto di Jaroslava”

di Praga. In seguito, Mucha lavorò ai quadri,

disegni che ci parlano della sua grande spiritualità

e l’animo mistico tramite le profonde

riflessioni sulla storia e sulle creature umane.

Il suo ultimo progetto, il trittico non compiuto:

“L’età della ragione”, “L’età della saggezza”,

“L’età dell’amore”, iniziato nel 1936

è un messaggio alla umanità avviata verso

una nuova devastante guerra. Secondo l’artista:

Ragione, Saggezza e Amore sono le fondamenta

sui quali si deve costruire la vita

armoniosa e il progresso equo e pacifico

dell’umanità. Alphonse Mucha, l’inventore

dell’Art Nouveau, “l’artista pensante” che

poneva l’arte al servizio degli alti ideali, si

spense nel 1939, appena in tempo per non assistere

alla Seconda Guerra Mondiale che distrusse

le sue aspirazioni per una armoniosa

convivenza tra i popoli.


120

“La foto sulla schiena”

Lo sguardo assoluto di

Irene Kung

di Giusi Lorelli

info@giusilorelli.com

èsempre

profondamente

emozionante incontrare

un’artista che conquista

una via nuova per mostrare

qualcosa di antico (come tutta l’arte dovrebbe

fare), in possesso di una chiarezza

d’intento indiscutibile e di una

maestria tecnica in grado di sciogliere

ogni dubbio circa il concetto di bellezza,

rendendola per un momento persino

oggettiva. Al contrario è più

frequente incontrare risultati intermedi,

che per quanto pregevoli, testimoniano

una visione ora confusa, ora poco vigorosa,

nei quali si affastellano troppi elementi

o per contro troppo pochi, o a

volte realizzati con una tecnica incerta.

Irene Kung, svizzera, classe 1958, nata

come pittrice, divenuta poi graphic designer

quindi fotografa, è un esempio di

questa rarità. Il suo primo lavoro da fotografa

La città invisibile, iniziato presumibilmente

nel 2007, presentato ufficialmente

nel 2012 e tutt’oggi in evoluzione,

ci si pone davanti con la grazia

silenziosa e granitica del capolavoro.

Il soggetto della raccolta è per l’appunto

la città, ritratta attaverso i suoi

monumenti; negli anni l’artista ha fotografato

i più celebri edifici nelle più

svariate città del mondo, da New York

a Mosca, passando per Parigi, Roma,

Madrid, Barcellona, senza dimenticare

India, Egitto, Turchia, Argentina e Brasile.

Come fa osservare Ludovico Pratesi,

nel suo saggio in chiusura del libro

La città invisibile (Contrasto, 2012), è

molto raro nella storia dell’arte del Novecento

trovare la città come protagonista

assoluta di un’opera o di una

ricerca, e non come teatro di un evento

o come pretesto per un’analisi sociale.

Questo vale ancora di più per l’architettura.

In fotografia, l’unico precursore di

Kung è sicuramente rintracciabile in

Gabriele Basilico, che ha raccontato,

con un intento squisitamente documentaristico

però, le trasformazioni architettoniche

di numerosi contesti urbani.

Inoltre, nel corso degli ultimi decenni,

la fotografia di architettura si è consolidata

come genere di nicchia, terreno

adatto più a sfoggi virtuosistici che ad

una ricerca artistica vera e propria; certamente,

questo si deve molto al fatto

che si tratta di un genere tecnicamente

impegnativo e che richiede, oltre alle

immancabili pazienza e volontà, anche

un’attrezzatura di alto livello e di alti

costi.

Alla luce di tutte queste considerazioni,

il lavoro di Kung è innegabilmente

unico nel suo genere, e apripista di un

modo di raccontare le cose che ci circondano,

estremamente sintetico e sofisticato.

La raccolta si propone come una

vera e propria serie di ritratti ai monumenti,

in principio scattati rigorosamente

di notte (ma nelle più recenti


Chrysler, 2008 Ulivo, 2015

evoluzioni troviamo immagini diurne),

contraddististi da una rigida inquadratura

frontale e per la maggior parte in

bianconero o a saturazione bassissima.

Il rigore geometrico con cui i volumi

vengono esplorati, il nitore del dettaglio

uniti ad un controllo della luce che rivela

moltissimo delle radici pittoriche

di Kung, restituisce tali volumi in una

veste metafisica, li rende sagome sognanti,

sempre riconoscibili eppure mai

viste nella loro solitaria e avulsa monumentalità.

Tra le immagini che più colpiscono, cito

volentieri quelle del Chrysler e dell’Empire

State Building; vale la pena notare

come il punto di ripresa rialzato contribuisca

significativamente a sganciare

gli edifici dall’orizzonte lasciandoli,

oltre che senza riferimenti, anche senza

dimensioni, quasi come modelli assoluti

e non più, o non soltanto, a misura

d’uomo. Nei ritratti del Whitney Museum,

del Beekman Building così come

della Moschea Muhammad Ali in Egitto

invece, le forme si fanno soffici e fluttuanti

pur nell’inflessibilità della costruzione

(architettonica e fotografica), e

sembrano danzare sul bordo del fotogramma

da e verso infinite direzioni.

Quasi come esseri viventi appena e-

mersi dal buio primordiale, privati del

loro nome e del peso di ciò che rappresentano,

non sono più loro.

La scelta di monumenti così famosi non

è casuale e costituisce anche la sfida più

poderosa. Non c’è niente di più difficile,

infatti, che guardare con occhi nuovi

qualcosa che si è visto mille volte e che

risulta familiare.

Questo sguardo così personale, così assoluto

e perentorio getta immediatamente

l’osservatore in una condizione

extra-ordinaria e lo spinge a dubitare

dei propri strumenti percettivi; e così,

grazie a Irene Kung, la cattedrale di

Notre Dame, il Colosseo o il Millenium

Bridge gli appaiono per la prima volta

in una scandalosa e incomprensibile nudità.

Come montagne o come sassolini,

muti, lo osservano con un’aria infantile

e lo abbandonano, senza parole, in un

profondo stato di contemplazione.

Dello stesso livello, se non superiori,

sono i successivi ritratti degli alberi. Immersi

in una luce sempre più morbida e

immobile che si tinge dei più delicati

colori pastello, la loro vita oltre il tempo,

il loro solitario innalzarsi e la docile

vitalità del fogliame, ci vengono restituiti

con una gusto e una poesia che immediatamente

riporta alla memoria la

sensibilità giapponese.

Artista di gran successo, pluripremiata

e presente nelle più prestigiose gallerie

di tutto il mondo, Irene Kung è di diritto

tra le presenze più rilevanti e vivaci del

panorama artistico contemporaneo.


122

Fabio G uglielm i

Serie “Alberi”

“Olivo” - 2016 - olio su tela - cm 60 x 80

“Quercia” - 2016 - olio su tela - cm 70 x 70

50055 - Lastra a Signa - fraz. Ginestra Fiorentina - FI

Via Gavignano, 9 - Cell. 347 8020108


G alleria G ruppo D onatello

Fabio G uglielm i

N eltem po senza tem po

4 -16 Febbraio 2017

V ia degliA rtisti,2

Firenze

“Quercia” - 2016 - olio su tela - cm 70 x 70

Non c'è un tempo cronologico, orizzontale, ma verticale ed immanente, che prefigura una supposta armonia di

sfere celesti. Sottraendosi alla pura immagine visiva, Guglielmi si spinge verso una metafora spirituale direzionata

oltre differenti livelli d'esperienza, in continua e perpetua espansione. La trasformazione che ne deriva è – allo

stesso tempo – stabile e in movimento, all'interno di un dilemma disorientante che spariglia parametri, ipotesi

dinamiche, formulazioni tattili. La materia della pittura è scintilla che brucia, diviene fuoco universale che disperde,

attira e conduce nella verticalità dello spirito, incanto irrisolto di un canto sommerso, nel tempo senza

tempo.

(A lberto G ross)


124

AReA DeLLO STReTTO DI MeSSInA

IL TeLeSIA MUSeUM DI

SAn ROBeRTO:

Un POnTe IDeALe cHe UnISce

L'ITALIA neL nOMe DeLL'ARTe

Franco Cappellini

Parla calabrese e toscano.

Ma il suo linguaggio è

quello internazionale: il linguaggio

dell'arte. Il Telesia

Museum, museo civico di arte moderna

e contemporanea, di San Roberto,

ridente cittadina aspromontana,

in provincia di Reggio Calabria,

a poco più di due anni dalla

sua inaugurazione, si arricchisce di

altre importanti e prestigiose opere,

tra cui tre sculture. Fino a oggi il

Telesia ha potuto contare su un patrimonio

di trecento opere donate

da artisti italiani, sia famosi che

emergenti, messe amorevolmente

insieme da Riccardo Ghiribelli, art

director delle Giubbe Rosse di Firenze,

lo storico caffè artistico letterario

frequentato da sempre

da nomi dell'arte e della cultura

di fama internazionale. Il

dialogo tra la scena artistica

toscana e la cittadina di San

Roberto nasce dall'assiduo e

infaticabile impegno della

pittrice e poetessa sanrobertese,

Marilena Licandro, che

ebbe l’intuizione, dopo aver

donato alcuni suoi dipinti al

suo Comune, di creare in

paese una collezione permanente

di opere di artisti realizzando

un museo. A tal fine

individuò come location una

vecchia palazzina abbandonata,

che con il tempo e con

la volontà di tanti, a partire


Marilena Licandro - Lighea - 2005 - olio su tela.

Angelo Vadalà - Studio ominidi - olio su tela - cm 35x50

dalla sua stessa ideatrice, si trasformò

da antico edificio in decadenza

a luogo d’arte. Il percorso

tracciato dalla Licandro continuerà

anche dopo la sua morte, avvenuta

prematuramente; a portarlo avanti

con tenacia e determinazione saranno,

oltre all'associazione Telesia,

attualmente presieduta da Maria

Cotroneo, che nel nome della

sua fondatrice sta gestendo il

Museo, l'amministrazione comunale,

che si è battuta pervicacemente,

nella figura del Sindaco

Roberto Vizzari, fino a ottenere i

fondi necessari alla ristrutturazione

del vecchio palazzo oggi divenuto,

appunto, la bella palazzina liberty

che ospita il Telesia Museum. L'intervento

delle Giubbe Rosse e del

suo direttore artistico, Riccardo

Ghiribelli, che sulla traccia di Marilena

Licandro hanno continuato a

raccogliere l’entusiasmo degli artisti

e le loro opere, hanno fatto il

resto, diventando determinanti nel

conferire al Telesia un respiro di livello

internazionale quale realtà

museale tra le più prestigiose dell'Italia

Meridionale.

Ed è proprio grazie a questa sinergia

e collaborazione tra istituzioni

e associazioni private in un impegno

comune, che si è giunti, nel

2014, alla nascita ufficiale del

Museo Telesia, piccola, grande perla

che raccoglie il pensiero artistico

contemporaneo su cui a sua volta si

va a innestare un'idea di sviluppo

del territorio e delle sue bellezze

naturali nel nome della cultura e

dell’arte. Il comune di San Roberto

incastonato com'è, tra il Massiccio

dell'Aspromonte, a cui piedi è adagiato

e “protetto” da una natura di

rara suggestione e incontaminatezza,

e la fantasmagoria, unica al

mondo, di una veduta mozzafiato

qual è quella dello Stretto di Messina,

aggiunge, con questa importante

iniziativa museale un ulteriore

valore, non solo al suo territorio,

ma all'intera area dello Stretto. Un

punto di vista condiviso appieno

dal direttore artistico del Museo,

Riccardo Ghiribelli, che al riguardo

afferma: «Attraverso la cultura e


126

Renzo Margonari - Vadelanscape - 1977 - tempera, acrilico, pastello.

l'arte si possono intraprendere progetti

ed iniziative che arricchiscono

non soltanto il sapere, ma il sentimento

di comunità, questi gli obiettivi

perseguiti fin dall'inizio dai

fondatori del Museo, me per primo.

Dipingo da più di cinquanta anni e

conosco molti artisti, quando ho

cominciato a mettere insieme le

opere per questo progetto ho riscontrato

un entusiasmo mai visto.

Tutti quelli che ho consultato

hanno aderito quasi tutti subito all'iniziativa,

donando l'opera e manifestando

compiacimento nel saperla

inserita in spazi espositivi

che appartengono a una località

che gode anche di un grande fascino

naturalistico, dove il dialogo

tra cultura e natura, cultura e territorio,

diventa caratteristica ed essenza

per la crescita sociale ed

economica collettiva, peraltro tutta

la Calabria potrebbe vivere di cultura

e turismo». Il percorso museale,

ideato dalla pittrice Conni

Solari, segue dei criteri estetici legati

alle cromie, senza però trascurare

di mantenere il giusto

equilibrio tra artisti più noti e meno

noti. «Per dare onore a tutti» sottolinea,

con la sua solita saggezza,

Ghiribelli. che insieme allo scrittore

e giornalista Jacopo Chiostri,

responsabile degli eventi letterari

delle Giubbe Rosse, si

è recato personalmente

in settembre dello

scorso anno a San Roberto

per la consegna

di nuove e prestigiose

opere che sono andate

ad arricchire la collezione

del Telesia. «Il

nostro intento è quello

di continuare adesso

con una raccolta di

sculture, di cui oggi

ne ho consegnate tre,

intendiamo anche realizzare

una fontana

nella piazza di fronte

al Museo. Grazie all’idea

iniziale di Marilena

Licandro ed alla

forza propulsiva

del sindaco e della

sua giunta siamo riusciti

in cinque anni a

costruire un simile

gioiello e questo non

è poco. Ora occorre

andare avanti arricchen-do

gli ambienti

muse- ali con altre importanti e significative

opere dell'arte contemporanea

in un progetto che veda

coinvolta l'intera cittadina e comunità

dello Stretto» conclude il direttore

artistico.

Tra i nomi più noti presenti al Telesia,

si ricordano quello di Renzo

Margonari, uno dei grandi artisti

italiani, l’unico vivente del surrealismo

in Italia, di Angelo Vadalà,

conosciutissimo negli Usa, di

Valerio Savino


Interno del Telesia Museum,

prima a destra, la presidente Maria Cotroneo

e due socie del direttivo dell'Associazione Telesia

Franco Scuderi, importante nome

delle scultura italiana contemporanea.

Presenti anche molti giovani.

Una stanza è poi dedicata agli artisti

calabresi, tra cui è presente con parecchi

dipinti, la fondatrice del Museo,

Marilena Licandro, riconoscibili

per la sensibilità poetica che

racchiudono, sensibilità alla quale

fu improntata tutta la vita e la personalità

di questa straordinaria

donna e artista calabrese. Quanto

alle ultime opere che hanno trovato

collocazione nel Museo, la direttrice,

Maria Cotroneo, con grande

compiacimento dichiara :«Con le

recenti donazioni, il Telesia Museum

si è arricchito di nuovi e bellissimi

lavori, ma soprattutto grazie

al contributo e all’impegno del direttore

artistico Riccardo Ghiribelli,

è stata inaugurata la sezione

scultura, sono state, infatti, già donate

tre splendide opere di cui una

in pietra di Franco Cappellini, una

in legno di Roberto Coccoloni e

una in marmo di Carrara di Valerio

Savino. L'indimenticabile Marilena

Licandro, anima e motore di questo

nostro progetto, sosteneva: “L’arte

del presente è l’anima del futuro.

Nutriamola”. L’arte contemporanea

è l’anima del futuro, perché con la

sua capacità di offrire nuovi scenari

e nuove prospettive, rappresenta

uno stimolo costante alla creatività

degli italiani e all’innovazione sociale

ed economica. Al Telesia Museum

si affida una missione:

divenire un centro di eccellenza culturale,

dinamico e capace di creare

sinergie e relazioni, di dialogare

oltre i confini del tempo e dello spazio,

sui valori dell’arte, sull’etica

del bello, per riscoprire quel

modo di essere cittadini italiani

ed europei orgogliosi e

consapevoli, protagonisti di

un grande passato e proiettati

verso un futuro luminoso».

Fin dall'inaugurazione, il Telesia

è stato simbolicamente

consegnato all’Area dello

Stretto, come tappa di itinerari

turistico–culturali, in rete

con le opportunità offerte

dagli altri Comuni che di quest’Area

fanno parte.

Info:

www.telesiamuseum.it

Aperto al pubblico nei fine

settimana

Visite didattiche su prenotazione

Roberto Coccoloni


126

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130

AUGURI,

GIUBBe ROSSe!

Il locale più amato dai Futuristi compie 120 anni.

Ma non li dimostra

di Marilena Spataro

Un sapiente restyling e un mirato

cambio di gestione riportano

il Gran Caffè Letterario

Giubbe Rosse di Firenze al fascino di

un tempo.

L'accurato restauro ha puntato a ottenere

ambienti più luminosi in un suggestivo

gioco di luci, cui si sono

aggiunti nuovi arredi dal design semplice

e raffinato. Tutto è stato studiato

nei dettagli al fine, non solo di

rispettare, ma anche di esaltare al

meglio, l'inimitabile stile liberty che,

insieme alle assidue frequentazioni di

artisti e letterati di fama mondiale, ha

fatto del Gran Caffè Letterario Giubbe

Rosse di Firenze una leggenda

senza tempo. E così, esattamente a

120 anni dalla sua apertura, il Gran

Caffè di Piazza della Repubblica è

tornato al suo antico splendore. Era,

infatti, il 1896 quando esso fu aperto

come Caffè-Birreria dai fratelli Reininghaus,

mentre era il 1910, quando,

in occasione di un cambio di proprietà

durante il quale gli ambienti

furono ristrutturati nell'elegante stile

liberty che ancora oggi si può ammirare,

prese il nome di Giubbe Rosse,

dal colore delle giubbe dei camerieri

che, appunto, divennero rosse. Per festeggiare

l'importante traguardo dei

120 anni di vita delle Giubbe Rosse

si sta già pensando a qualcosa di veramente

speciale che vada ad impreziosire

il già prezioso carnet del

mitico locale fiorentino, ma al riguardo

ancora non ci si sbottona.

«Deve essere una vera sorpresa come

d'abitudine nei compleanni importanti»

fanno sapere i responsabili

degli eventi. In generale, sono molte

le novità in cantiere per rilanciare

questa icona della Firenze colta ed

elegante, che, per tutto il '900, fu scenario

di incontri-scontri artistico letterari

come quello, passato alla storia,

tra i Futuristi e Ardengo Soffici.

Furono proprio i Futuristi a fare di

questo luogo un mitologema, stanziandovi

il loro quartier generale. E

fu sempre qui che iniziò l'avventura

di una serie di importanti riviste culturali,

tra cui quella indimenticabile

del quindicinale Lacerba diretto da

Soffici e Papini. Da qui, tra guerra e

dopoguerra, passarono e si confrontarono

con accesi dibattiti poeti e intellettuali

del calibro di Eugenio

Montale, Mario Luzi, Carlo Bo.

Qui, il poeta Dino Campana, arrivando

a piedi dalla sua amata collina

di Marradi, veniva a meditare i suoi


scorcio d'interno dopo il restauro

particolare d’interno

Maila Stolfi- “Typograph” - in mostra

permanente alle Giubbe Rosse - tecnica mista

Una serata al Gran Caffè delle Giubbe Rosse

versi, trascorrendo lunghe ore in religioso

silenzio, come si addice fare in

un tempio della cultura. Tutto alle

Giubbe Rosse parla del suo glorioso

passato, un passato che ha reso, e tuttora

rende, questo locale un unicum

al mondo, con un patrimonio e una

identità inimitabili e con una tradizione

che va conservata e alimentata.

L'obiettivo da perseguire da ora in

avanti è quello di permettere che un

locale storico, come questo, che ha

una spiccata personalità, risplenda di

una nuova luce, ciò sempre, però, nel

rispetto della sua tradizione e dell'esistente,

ed è quello che intanto si è

fatto per quanto riguarda l'aspetto

esteriore con il recente restauro degli

interni e degli arredi. La mossa vincente

su cui puntare per il futuro è,

soprattutto, la valorizzazione della

storicità e della natura culturale delle

Giubbe Rosse; a tal fine si sta predisponendo

una proposta culturale, artistica,

ed enogastronomica ancora

più variegata che in passato: continueranno

le rassegne d'arte e le presentazioni

dei libri, le conferenze, i

vernissage, e il locale dovrà essere

più che mai il luogo di ritrovo dei fiorentini.

Già, a poco più di due mesi

dal restauro dello storico Gran Caffè,

gli esiti confermano la positività delle

intenzioni, la clientela si è ulteriormente

incrementata, arricchendosi di

presenze giovanili, mentre sul fronte

della proposta culturale e di quella

enogastronomica, si comincia a ragionare

seriamente al futuro. Gestire

le Giubbe Rosse anche sotto il profilo

artistico e culturale di certo, per

chiunque se ne debba occupare, è una

bella sfida, un'esperienza che, pur

nella sua complessità, si presenta,

però, stimolante. L'impegno in tal

senso è da portare avanti con grande

serietà e professionalità, perchè,

come si sa, per la riuscita dei progetti,

non bastano le buone intenzioni. Di

questo ne sono ampiamente consapevoli

gli attuali responsabili degli

eventi che tanto per iniziare al meglio

stanno valutando di indire due importanti

concorsi: uno letterario e l'altro

sulle arti visive. Per quanto riguarda

la cucina, chi la gestisce punta a mantenere

la tradizione dei piatti tipici toscani,

ma in una versione sempre più

raffinata e in sintonia, sotto tutti gli

aspetti, con la storia di questo locale,

una storia che ormai dura da ben 120

anni.


Sguardi dal novecento

elio Stefano Pastore

raneo è: «Colui che riceve in pieno

viso il fascio di tenebra che proviene

dal suo tempo».

Riuscire a scorgere le modulazioni

d’ombra e l’oscurità senza farsi accecare

soltanto dalle luci del presente

è una suggestione che riguarda

finanche l’estetica. In quanto la pittura,

o l’arte nelle sue svariate

forme, che traggono dal reale la propria

linfa, non possono focalizzarsi

soltanto sui bagliori ma devono lain

mostra dal 25 marzo al 9 aprile 2017

chiesa di Santa croce, piazza conte Rosso, Avigliana (To)

Testo critico di Paola Simona Tesio

“Flow of the universe” - 2007 - incisione laser su alluminio - cm. 45 x 70

Un soffio di vento, sopravvive,

denso di penetranti

ed armoniose

emozioni che carezzano

lo spirito. Ridesta

l’animo quello

sguardo soave e struggente che incontra

il nostro. Proviene dal lontano

viaggio del Novecento, e con il suo

bagliore maestoso ed aggraziato illumina

il farsi dell’attuale.

Il filosofo Giorgio Agamben, nella

sua indagine sul contemporaneo,

pone una sorta di interrogativo: «Appartiene

veramente al suo tempo, è

veramente contemporaneo colui che

non coincide perfettamente con esso

né si adegua alle sue pretese ed è

perciò, in questo senso, inattuale;

ma, proprio per questo, proprio attraverso

questo scarto e questo anacronismo,

egli è capace più degli

altri di percepire e afferrare il suo

tempo» ed aggiunge che contempo-


134

“Il filo di perle” - 2016 - olio su tela

cm. 50 x 70

“Intimità familiare” - 2016 - olio su tela

cm. 50 x 100

“Vanira” - 1997 - grafica su carta acquerello

cm. 11,2 x 15,8 su carta cm. 24 x 33

sciarsi interpellare dal buio del proprio

tempo, per interrogarsi prima

ancora di volgere verso l’altrove.

Nelle opere di Elio Stefano Pastore

il tempo esiste eternamente, penetrante,

armonioso, sospeso, immortale.

Sappiamo che esso è fuggevole,

poiché ci è dato saperlo dalla nostra

stessa esperienza, ma siamo pervasi

dall’essenza di quella presenza, che

ci avvolge nel farsi sublime della sua

evocativa arte. Si percepisce la grazia

dei tratti rinascimentali, si odono

le assonanze preraffaellite (che e-

mergono nella poetica dei paesaggi

nonché dei corpi e nei volti femminili)

e lo splendore del Liberty. Ma

ogni incursione è mediata da quella

sua genialità ed originalità che è

frutto di una propria ed intima visione

del mondo.

Per comprendere appieno il cammino

di quest’artista occorre tuttavia

compiere un percorso a ritroso, arrivando

sino agli anni Novanta, che

rappresentano un’intensa fase di sperimentazione

nell’ambito della digital

art, di cui per molti versi egli è

stato un degno precursore. Dalle modulazioni

frattali alle immagini futuristiche

realizzate interamente mediante

l’ausilio del computer abitate

da personaggi postumani, o vivide di

paesaggi surreali, alle incisioni al

laser su lastre di alluminio capaci di

creare infiniti effetti di luminescenza

che mutano costantemente al minimo

rinfrangersi della luce o al sopirsi

dell’ombra, giungendo alle incursioni

di materia pittorica che si integra

sull’elaborazione grafica donando

un ineguagliabile “effetto tattile”

di terza dimensione.

Sapiente utilizzatore del mezzo fotografico,

con cui ideava ritratti dal fascino

etereo, volti di disarmante bellezza,

carpiti nell’attuale ma con

quel compenetrarsi di sfolgorio e penombra,

in grado di intrattenere l’intero

segreto di quell’esistenza, rimandando

altresì a storie di altre ere.

“Vanira”, opera del 1997, è uno dei

primi lavori in digitale che nasce da

uno scatto dell’artista. Osservandone

la grazia siamo immediatamente colpiti

dallo sguardo seducente della

donna, che tuttavia non è rivolto

verso l’osservatore ma diretto ad un

immaginario oltre in cui si annidano

intimi pensieri. Il fitto tratteggio riconduce

ad un sensibile disegno, in

cui si incontrano vanescenza, oscurità

e rifrazioni armonicamente modulate.

Sperimentazione che trattiene

in nuce quell’amore infinito per

il disegno e la pittura verso cui Pastore

indirizzerà, molti anni dopo, il

suo poliedrico talento.

“Remembering Patagonia” è un’intesa

“scenografia digitale” dall’impatto

suggestivo. Un universo di

percezione e memoria in cui si mescolano

“iridescenze” cognitive.

L’elaborazione, frutto di algoritmi,

equazioni, modelli logici complessi,

consente all’artista di percorrere universi

esperienziali immaginifici e di

restituire all’osservatore stati emozionali

impregnati da reminiscenze e

ricordi che trasportano, a seconda

del vissuto individuale, in una toc-


“Remembering Patagonia” - 2006 - digitale su tela - cm. 105 x 40

cante interpretazione. La donna assorta

è circondata da aspre vette e

ghiacci, su cui si posa a rimembrare;

la postura del volto lascia intendere

che l’aggraziata creatura è intenta in

una dimensione interiore che si proietta

innanzi a lei nello scenario immaginifico

a cui tuttavia non volge

lo sguardo poiché non è necessario

in quanto quelle costruzioni metafisiche

sono presenza assorta del sé.

Un gabbiano si libra in lontananza:

incarna l’essenza del pensiero, privo

di costrizioni, che vola nell’orizzonte

infinito. Quest’opera maestosa

è il ricordo di un viaggio compiuto

dal creativo, nella “terra alla fine del

mondo”, atemporale e solenne.

Riconducibili a questo filone di “intimità

interiore”, che si riverbera in

paesaggi spettacolari e sublimi, sono

le opere “Il mare dei ricordi” ed

“Inno alla vita” in cui l’artista passa

con maestria ad una straordinaria pittura,

che si potrebbe definire “ipersurrealista”

date le sue assonanze

con le correnti estetiche dell’iperrealismo

e del surrealismo. Le donne ritratte

non rappresentano solo la grazia

e la forza del femmineo ma

d’altro canto sono figure umane

aspecifiche in cui l’uomo in quanto

tale vi è rappresentato insieme ai

propri vissuti. Come in “Remembering

Patagonia” anche ne “Il mare

dei ricordi” e in “Inno alla Vita”

l’equilibrio psico-fisico è modulato

su alture e speroni e vi è sempre

quella promessa di orizzonte carico

di speranza dato dalla distanza di

spazi inesauribili dove l’individuo,

qualunque esso sia, sperimenta la capacità

critica di osservarsi “di lontano”

e al contempo anela alla vastità

intima della libertà svincolandosi dal

peso delle costrizioni sociali od autoimposte.

“Intimità familiare” è una tela di

straordinaria lievità e bellezza: i colori

tenui descrivono appieno il tepore

del quotidiano trasportando in

un mondo abitato da gesti semplici

ed armoniosi. Quel clima tra le due

donne (che potrebbero essere madre

e figlia, o sorelle) è sereno e quieto

ed è in grado di suscitare un confortante

calore interiore. Si è inebriati

dai toni intimi delle pennellate che

avvolgono e trasportano all’interno

dell’ambiente domestico. La donna

assorta nella lettura, la dimensione

umana di condivisione delle emozioni,

l’attesa. In questo straordinario

lavoro Elio Stefano Pastore, si

avvicina non solo idealmente ai

grandi maestri del Novecento ma

anche alla loro stesura pittorica della

materia coloristica. “Intimità familiare”

ha una profondità emotiva

senza eguali. Rievoca, pur nella diversità,

il silenzio sospeso gravido di

sentimento esperibile in “Interno” di

Gigi Chessa.

Reminiscenze del Liberty si percepiscono

come un’eco ne “Il filo di

perle” dove i colori caldi si stemprano

e si uniformano in un pregevole

effetto seppia dal sapore retrò.

Quel viso di donna intento a guardare

la collana di perle, su cui si soffermano

i ricordi, riconduce altresì


136

“Fiore di giovinezza” - 2015 - grafite su carta

cm. 50 x 70

“Fuggevole bellezza” - 2015 - matita e

carboncino su carta grigia - cm. 50 x 70

“Inno alla vita” - 2015 - olio su tela

cm. 50 x 70

ad aulici ritratti klimtiani.

L’ecletticità di Elio Stefano Pastore

è una dote senza eguali, in quanto è

riuscito a passare con perizia e maestria

dal digitale al pittorico. Esperto

conoscitore del recondito segreto

dell’immagine fotografica, da cui ha

mosso i primi passi nell’ambito artistico,

ha saputo trasformare questa

peculiare capacità di cogliere i particolari

intimi della vita per modularla

prima attraverso l’elaborazione giungendo

infine nella trasposizione materica,

dove occorre, senza alcun

ausilio tecnico, un prodigioso talento.

Ritroviamo il filo conduttore

nella citata opera “Vanira” in cui il

cammino estetico futuro era racchiuso

in quello sguardo seducente e

schivo ed in quei tratti digitalizzati

che già parlavano con la voce sublime

del disegno. In “Fiore di Giovinezza”

e “Fuggevole bellezza”

troviamo il tema della caducità e

temporalità dell’esistenza, riassunto

egregiamente dalla delicatezza degli

elementi floreali simbolici, lievi oppure

sciupati e tristi. Qui il segno di

grafite si fa autentico e mantiene

quella reale presenza ed eleganza che

caratterizza ogni aulico lavoro di

Elio Stefano Pastore. Giorgio Agamben

spiega il perché potrebbe interessarci

percepire le tenebre, per nulla

privative, che provengono dall’epoca:

«Quel che percepiamo come il

buio del cielo, è questa luce che

viaggia velocissima verso di noi e

tuttavia non può raggiungerci […]

Percepire nel buio del presente questa

luce che cerca di raggiungerci e

non può farlo, significa essere contemporanei.

Per questo i contemporanei

sono rari. E per questo essere

contemporanei è, innanzitutto, una

questione di coraggio: perché significa

essere capaci non solo di tenere

fisso lo sguardo nel buio dell’epoca,

ma anche di percepire in quel buio

una luce che, diretta verso di noi, si

allontana infinitamente da noi. Cioè

ancora: essere puntuali a un appuntamento

che si può solo mancare[…]

Capite bene che l’appuntamento che

è in questione nella contemporaneità

non ha luogo semplicemente nel

tempo cronologico: è, nel tempo cronologico,

qualcosa che urge dentro

di esso e lo trasforma. E questa urgenza

è l’intempestività, l’anacronismo

che ci permette di afferrare il

nostro tempo nella forma di un

“troppo presto” che è, anche, un

“troppo tardi”, di un “già” che è,

anche, un “non ancora”». Elio Stefano

Pastore può essere definito uno

di quei “rari contemporanei” che mantiene

un legame speciale con altre ere

e quindi con il passato nonché con il

futuro, con cui intesse relazioni.

Nelle citazioni sul trascorso non a

caso parla di reciprocità: «Sono

sguardi dal Novecento, in quanto le

espressioni di quei volti ci parlano

ancora, anche se quei visi sono

scomparsi, e sono capaci di suscitare

ancor oggi delle emozioni. Perdono

quindi la loro collocazione temporale

per diventare degli sguardi

senza tempo, qualcosa di sospeso e

universale». In seno alla sua arte

questo dialogo permane nelle intense

opere, cariche di pathos e di aura.

,

Vernissage sabato 25 marzo

ore 17,30

Orari apertura: sabato e

domenica dalle 15 alle 19,

visite anche su appuntamento

Per info:

www.eliopastore.it

La mostra è patrocinata dal comune

di Avigliana e dall’ufficio

turistico ed è curata da

Paola Simona Tesio


la rivista d’Arte, cultura e informazione

20.000 copie distribuite nelle Fiere d’Arte

Internazionali e in abbonamento

Acca Edizioni Roma

00133 Roma - Via G. B. Scozza, 50 - Tel. 06 2014041- Cell. 329 4681684

www.accainarte.it - acca@accainarte.it


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