Dove Basaglia non è arrivato - Carte Bollate

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Dove Basaglia non è arrivato - Carte Bollate

carteBollate

maggio - giugno numero 3/2011 il nuovo

Periodico di informazione della ii casa di reclusione di milano-Bollate

dossier

iNferNo opg

La Carta

del detenuto p.5

Per una corretta

informazione sul carcere

di Mario Consani

Dove Basaglia non è arrivato

Adesso siamo

sul web p.8

Un sito malgrado

le sbarre

di David Gianetti

Cosa succede

in Nord Africa p.11

Il movimento

che parla all’occidente

di H’mam Habib

Tagli alla legge

Smuraglia p.20

Detenuti, aumenta

la disoccupazione

di Enrico Lazzara


sommario maggio - giugno numero 3/2011

in copertina: fotografia di claudio cricca

editoriale

L’estate che verrà 3

2 carteBollate

carceri e media

Quattro volte si per dire no 4

Come votare 4

informazione

Un patto tra carcere e media 5

Carta del detenuto: questo il testo 6

Il nostro gionale anche sul web 8

Errore di persone 8

Bollate soltanto un’ora dopo 9

Vita difficile nelle redazioni dietro le sbarre 10

internazionale

Un movimento che parla all’Occidente 11

Il mondo si è fermato a Lampedusa 13

Una storia di razzismo e lutti che si ripete 14

dossier

Dove Basaglia non è mai arrivato 15

OPG, posizioni giuridiche 17

Matti da slegare 17

Niente OPG ma strutture adeguate nelle carceri 18

Trattamento psichiatrico custodito 18

Viaggio nell’inferno dei dimenticati 19

lavoro

Tagli alla Smuraglia, detenuti disoccupati 20

Se l’hobby diventa lavoro 21

Un tocco d’artista ai reparti maschili 21

Uno scanner per rientrare nella società 22

L’ambiguità dei fatti 22

Il diritto alla salute in carcere 23

Una telefonata ti salva la vita 23

migranti

Un luogo per ricostruire la speranza 24

Aiutare le altre per vincere la solitudine 24

Il cielo in una stanza 25

Difendiamo la dignità dei poliziotti 26

La rivoluzione di Viola 27

dove ti porterei

18 anni, festa e libertà 28

Poesia 30

in breve

The Village Doc Festival 31

La C.R. va ai Play off 31

Un classico dell’ecologia 31

La Carmen in concerto 31

Gigione e le storie tese 32

4 14 27 31 28


L’estate che verrà

editoriale

Nei prossimi mesi, possiamo scommetterci, i parlamentari italiani torneranno

a visitare le carceri italiane. Il consueto Ferragosto dietro le

sbarre appartiene ormai alla liturgia politica, anche se gli esiti di queste

ispezioni non vanno al di là di una momentanea accensione dei

riflettori. Il capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, Franco

Ionta, intervenuto ad un convegno dell’associazione Antigone, ha detto che

quella del sistema carcerario italiano “è un’emergenza non ancora superata” anche

se gli interventi compiuti “hanno posto le basi per farlo, e per arrivare a una

stabilizzazione”.

Perché tanto ottimismo? Non si è fatto nulla per affrontare il problema, i numeri

del sovraffollamento restano sempre inaccettabili, e dunque? “Bisogna distinguere

– ha spiegato Ionta - le emergenze del sistema dalle emergenze quotidiane,

che riguardano il singolo carcere, il singolo detenuto o agente penitenziario”.

Quanto all’aspetto più eclatante di questa emergenza, quello dei numeri, Ionta

suggerisce di spostare i parametri, valutando la capienza tollerabile. Insomma,

qualche operazione algebrica al tavolino e la drammaticità della situazione delle

carceri è quasi risolta. La sua previsione è che “nell’arco di questa legislatura”

sia possibile portare a compimento un piano per l’edilizia carceraria

(quello che era stato bloccato per mancanza di copertura finanziaria)

che prevede un “incremento di 20 padiglioni e 11 istituti penitenziari”

per un totale di circa novemila posti in più. Ionta fornisce anche i

dati delle scarcerazioni effettuate grazie al “decretino” che consente

la detenzione domiciliare per le persone che hanno meno di un anno

da scontare: sono usciti in duemila, giusto qualcosina in meno rispetto

agli 11mila ipotizzati.

L’ottimismo di Ionta non è condiviso dai radicali, che sembrano essere

ormai gli unici ad avere ben presente il problema carceri.

Mentre scriviamo Marco Pannella è al 30° giorno di sciopero della

fame e assieme ai suoi compagni torna a mettere la questione “carceri”

davanti a tutto: quando si parla di legalità, quando si discute di

diritti umani e civili, quando si parla di giustizia, quando il tema è

l’immigrazione, la spesa pubblica o l’economia.

In una recente seduta della Camera si è assistito a tutto, con la presentazione

di mozioni di tutte le parti politiche, e con la Lega che

addirittura ha chiesto di “assicurare la concreta attuazione del principio

di effettività della pena anche attraverso lo sviluppo in ambito

carcerario di più efficaci e moderni sistemi di controllo dei detenuti”

(tradotto, vuole il braccialetto elettronico in carcere). Si è tentato un

gesto di buona volontà politica unendo tutte le mozioni e fingendo che, votando

tutti un testo generico, vago e buono, si risolvesse il problema, almeno per il

notiziario politico. La radicale Rita Bernardini ha rotto l’incantesimo: “Ma a che

cosa serve? Continueranno i suicidi che coinvolgono persino i poliziotti e per il

resto non accade nulla”. C’è un governo inerte, distratto, disinteressato e capace

solo di false promesse. Ci sono votazioni unanimi, espresse in termini così generici

che non cambierebbero nulla, neppure se il ministro della Giustizia decidesse

di occuparsi di carceri. Grazie al cielo è stata almeno respinta la mozione

della Lega ed è passata all’unanimità la mozione formulata da Rita Bernardini.

Ma come ha detto lei stessa, a che cosa serve se nessuno pone mano al problema

carceri, a cominciare dal dove mettere i carcerati? Lo spazio per uomo o donna

detenuti era un metro e mezzo ieri e resta un metro e mezzo oggi, e malgrado

l’ottimismo di Ionta, non ci sono progetti per domani, tranne lo sciopero della

fame di Pannella, di cui forse neppure i detenuti sono informati.

Su S a n n a Ri pa m o n t i

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via c. Belgioioso 120

20157 milano

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(impaginazione)

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(art director)

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(direttrice responsabile)

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gruppo carcere

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20131 milano

Comitato editoriale

nicola de rienzo

renato mele

franco moro Visconti

maria chiara Setti

registrazione tribunale

di milano

n. 862 del 13/11/2005

Questo numero del

nuovo carteBollate

è stato chiuso

in redazione alle ore 18

del 20/5/2011

Stampato da

lasergraph srl

carteBollate

3


efereNDUM – Acqua, nucleare e legittimo impedimento, il 12 e 13 giugno si vota

Quattro volte Sì per dire No

Se la parola “epocale” non subisse

abuso quotidiano da anni potremmo

dire che il referendum

del 12 e 13 giugno lo è. E giornali,

radio e televisioni principali non ne

fanno cenno, forse perché i titolari del

conflitto di interessi temono la voce

degli italiani.

Ma in ballo ci sono tre punti forti che

hanno a che fare con la crisi energetica,

idrica e politica.

Acqua

Nel 1888 Gaetano Negri, uomo della

destra storica, sindaco di Milano, istituì

l’acquedotto pubblico con delibera

di consiglio, perché “l’acqua potabile è

un bene determinante per la vita e la

salute dei cittadini milanesi, non può

per questo essere consegnata a chi ne

trae profitto”.

Una legge del 2009 impone di privatizzare

tutta l’acqua potabile italiana per metterla

in mano agli speculatori, alle banche e

a due multinazionali francesi, ma l’acqua

è un bene comune e primario, non può

e non deve essere fonte di guadagno. Le

schede per l’acqua sono due.

Nucleare

Nel 2010 viene riproposto il nucleare

come se ventiquattro anni fa gli italiani

non avessero già detto, anche allora

con un referendum, che di atomo non

ne volevano sapere.

Guardo la catastrofe di Fukushima

(poco distante da Hiroshima che ancora

paga, con Nagasaki, gli effetti della

bomba nucleare del 1945), il livello di

allarme è ormai 7, come Chernobyl, il

massimo; se neanche l’avanzatissima e

Come votare

esercitare il diritto di voto presso l’istituto di Bollate è semplice,

dato che all’interno dell’istituto viene allestito un seggio

distaccato, come quelli degli ospedali per intenderci.

tre giorni prima della scadenza referendaria il comune di

milano chiede i nomi degli aventi diritto al voto.

non possono votare le persone che in sentenza sono state

condannate alla pena accessoria dell’esclusione dai

pubblici uffici, sia perpetua che temporanea. In ogni caso

viene fatta una verifica incrociata sia dall’Amministrazione

penitenziaria sia dal comune.

la procedura viene eseguita dal d.a.p., che ne dà comunicazione

all’ufficio comando della casa di reclusione

4 carteBollate

ultracollaudata tecnologia giapponese

riesce a proteggere i reattori nucleari

forse è bene che il mondo rifletta molto

bene, soprattutto l’Italia che sismica lo

è tutta. Sfruttiamo acqua sole e vento

invece di avvelenarci i prossimi decenni

con le scorie radioattive.

Le centrali non sono sicure nemmeno

quando sono in perfette condizioni,

chi ci vive vicino si ammala di tumore

e leucemia più di chiunque altro, e

consumano tanta acqua. Ricordiamoci

di Chernobyl e andiamo a votare tutti,

anche chi non la pensa così, esprimersi

attraverso il voto è un diritto-dovere

civico, non lasciamo che qualcun altro

lo faccia per noi. Il segreto per il futuro

in ballo

ci sono

tre punti

forti: crisi

energetica,

idrica

e politica

non è produrre più energia ma imparare

a consumarne meno.

Legittimo impedimento

È la norma che serve a evitare qualsiasi

processo appellandosi a un impegno

auto-certificato. Che dire di più?

Infine ricordiamoci che siamo in Italia,

e che se qualcosa di lineare e semplice

può essere complicato è certo che lo

sarà: il referendum nel nostro Paese è

abrogativo quindi per dire No a qualcosa

bisogna dire Sì.

Coraggio, servono 25 milioni di persone,

si può votare anche in carcere, in

questa pagina le istruzioni per farlo.

Silvia pa l o m b i

15 giorni prima della votazione; lo stesso ufficio, con avviso

in locandina in ogni reparto, comunica ai detenuti di

fare richiesta del tesserino di voto presso i propri famigliari

o in caso di smarrimento al proprio comune di residenza.

Questo tesserino può essere custodito nella propria cella

in quanto considerato effetto personale.

il seggio viene allestito dal comune, nelle sale riservate ai

colloqui di avvocati e giudici.

non ci resta che sperare che tutti coloro che possono

esercitare questo diritto non si infliggano da soli la pena

accessoria di rinunciarvi.

nino Spera


informazione

CArTA DeL DeTeNUTo – Nasce dalla collaborazione tra odg e redazioni carcerarie

Un patto tra carcere e media

il rischio c’è. Le carte deontologiche

si progettano, si scrivono magari con

entusiasmo, poi però finiscono nei libri

per i praticanti che devono superare

l’esame di stato e lì rimangono. Ogni

tanto qualcuno le invoca, le cita, magari

senza neppure averle lette. E altri si accorgono

della loro esistenza solo quando

qualcuno gliene rimprovera la violazione.

I giornalisti del resto, scriveva Corso

Bovio, avvocato e pubblicista, sono degli

“anarchici disciplinati”, spesso insofferenti

alle catene dei cavilli giuridici e deontologici

anche se consapevoli, in fondo,

di dover tendere all’osservanza di regole

che rendano migliore la loro professione.

Allora bisogna andare al sodo e guardare

alla sostanza delle cose. E nel rapporto

tra i media e le persone che stanno in

carcere o ne sono uscite gli argomenti da

chiarire ci sono. Delicati, come sempre

quando i diritti di altri vanno a limitare

il sacrosanto diritto del giornalista a informare

e quello (dei cittadini) ad essere

informati.

E però nella Carta del Detenuto ancora in

preparazione (ma che intanto potete leggere

nelle pagine che seguo no)

non c’è solo l’intenzione da parte di chi la

sta scrivendo insieme ai detenuti, di piantare

dei paletti - per quanto opportuni - a

difesa del “territorio”: la privacy, la presunzione

di non colpevolezza, la funzione

rieducativa della pena. C’è anche la voglia

di spiegare, in pratica di informare gli

stessi giornalisti (che spesso lo ignorano)

di come le misure alternative al carcere

non siano libertà ma solo un altro modo

di scontare la pena. Sembra semplice da

capire ma non lo è per l’opinione pubblica,

soprattutto se non lo è - prima di tutto

- per coloro che dovrebbero informarla. Il

corollario che ne discende è che i detenuti

che riescono ad usufruire di queste

diverse modalità di scontare la loro condanna,

solo in una percentuale assolutamente

trascurabile decidono di approfittarne

sottraendosi alla pena. E invece,

quel che davvero conta, la stragrande

maggioranza di loro riesce - proprio grazie

alle misure alternative - ad avviare un

concreto progetto di reinserimento nella

società civile, che riduce sensibilmente il

rischio da parte loro di ripetere comportamenti

delittuosi e riprendere, perciò, la

strada del carcere. Obiettivo che, in un

Paese normale, dovrebbe essere il più

importante cui tendere.

Ecco perché uno dei capitoli più signifi-

cativi della Carta è proprio quello su “Misure

alternative e reinserimento sociale”,

dove questi concetti vengono esplicitati

con cura quasi didiscalica e quanto mai

opportuna.

Altro paragrafo di quelli che faranno discutere,

le regole per un “diritto all’oblio”:

il diritto, per un ex detenuto, a non restare

esposto senza limiti di tempo ai danni che

la ripetuta pubblicazione di una notizia

potrà procurargli, quando la notizia non

sia più legata a ragioni di attualità e di interesse

pubblico. Argomenti delicati, che

si sviluppano sulla linea di confine con il

diritto di cronaca al quale, come è giusto

che sia, ogni giornalista si abbarbica in difesa

del proprio lavoro e del proprio ruolo.

La Carta non elude la difficoltà, non svicola

verso sentieri meno impervi: pone delle

basi serie per una discussione non più

rinviabile, soprattutto alla luce dell’inesorabilità

dei meccanismi che i nuovi media

sperimentano quotidianamente, navigando

in una Rete che tutto trattiene per un

tempo indefinito in nome della memoria

collettiva. Eppure non mancano, anche

lì nel web, errori ed approssimazioni in

grado di procurare dissesti che finiscono

per rendere meno difendibile il diritto ad

una cronaca poco o per nulla “verificata”.

Si tratta, tanto per cambiare, di ricercare

un doveroso punto di equilibrio che

possa in qualche caso facilitare “l’oblio “

e in altri assecondare, al contrario, la fa-

tica di una memoria necessaria anche a

fini (giornalistici) pratici. La Carta del

detenuto si assume l’onore di spiegarle,

queste circostanze, e di indicare, anche

prendendosi le proprie responsabilità,

i casi in cui il diritto all’oblio sia quanto

mai ragionevole e quelli in cui sia semplicemente

impensabile.

Il protocollo deontologico si chiude con

una serie di impegni che gli stessi soggetti

promotori (in primis, gli Ordini professionali)

dichiarano di voler assumere,

tra i quali l’istituzione di un osservatorio

permanente sull’informazione relativa

al carcere e, in generale, quello ad individuare

strumenti ed occasioni che

consentano una migliore cultura professionale

sul tema. Belle parole, per il

momento, che non dovranno restare solo

buone intenzioni.

Quando il testo della Carta del detenuto

sarà definitivo, passerà al vaglio di quei

consigli regionali dell’Ordine dei giornalisti

che vorranno adottarlo. Se la condivisione

sarà ampia, il consiglio nazionale

dell’Ordine ne dovrà prendere atto, prima

o poi, e solo allora, con l’approvazione

del massimo organo professionale, i contenuti

della Carta acquisiranno la veste

di vere e proprie regole deontologiche

valide per tutta la categoria. Quel giorno

non sarà un brutto giorno.

ma R i o Co n S a n i

Consigliere dell’Odg della Lombardia

carteBollate

5


informazione

MeDiA – Un codice deontologico per informare sul carcere

Carta del detenuto, questo il testo

Quella che segue è una bozza di lavoro sulla quale vogliamo aprire un dibattito

il più ampio possibile. La Carta del detenuto nasce da un dibattito maturato

all’interno delle redazioni carcerarie e dalla necessità di definire norme

deontologiche per una corretta informazione sul carcere. CarteBollate si fa

portavoce di un’esigenza collettiva, con la stesura di questo testo, al quale

hanno contribuito la redazione di Ristretti Orizzonti, i giornalisti e i relatori

che hanno partecipato ai seminari sulla rappresentazione mediatica del

carcere organizzati dal nostro giornale, il provveditore Luigi Pagano, la direttrice

del carcere di Bollate Lucia Castellano, gli ordini dei giornalisti della

Lombardia, dell’Emilia Romagna e del veneto.

proposta per un codice etico/

deontologico per giornalisti e

operatori dell’informazione che

trattano notizie concernenti cittadini

privati della libertà o ex-detenuti

tornati in libertà.

premessa

Con le presenti norme di autoregolamentazione

l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia,

dell’Emilia Romagna e del Veneto

fanno propria la necessità di sostenere,

anche con l’informazione, la lotta ai pregiudizi

e all’esclusione sociale delle persone

che stanno scontando o hanno subito

pene detentive.

Invitano i giornalisti, in base al criterio

deontologico fondamentale del «rispetto

della verità sostanziale dei fatti osservati»

contenuto nell’articolo 2 della Legge istitutiva

dell’Ordine, a fare costantemente

riferimento alle leggi che disciplinano il

procedimento penale e l’esecuzione della

pena e ad avere ben presenti i principi fissati

dalla Dichiarazione Universale dei Diritti

dell’Uomo, dalla Costituzione Italiana

e dalla legge sull’Ordinamento Penitenziario

(n. 354 del 1975) e le relative modifiche

apportate dalla cosiddetta legge Gozzini

(n. 663 del 1986).

Il giornalista deve, pertanto:

Prestare massima attenzione nello svolgimento

della sua attività professionale ai

diritti inviolabili dell’uomo;

Ricordarsi sempre che la libertà personale

è un principio basilare della civiltà giuridica

di uno Stato;

Ricordarsi che tra i principi universali dei

diritti dell’uomo vi sono la presunzione

d’innocenza e il diritto di difesa;

Ricordarsi che la pena non ha solo funzioni

punitive e retributive ma ha come scopo

la rieducazione del condannato;

Ricordare che il diritto di cronaca deve

conciliarsi con altri diritti, primo fra tutti

6 carteBollate

quello alla riservatezza, attenendosi con

scrupolo ai principi generali contenuti

nella Carta dei doveri del giornalista del

1993: Il giornalista rispetta il diritto

alla riservatezza di ogni cittadino e

non può pubblicare notizie sulla sua

vita privata se non quando siano di

chiaro e rilevante interesse pubblico.

I nomi dei congiunti di persone coinvolte

in fatti di cronaca non vanno

pubblicati a meno che ciò non sia di

rilevante interesse pubblico.

Questi richiami al rispetto della privacy e

della dignità personale vanno estesi all’uso

delle fotografie, delle immagini video e dei

mezzi audiovisivi in genere, sia per quel

che riguarda i familiari che gli stessi responsabili

di reato.

Ricordarsi, infine, che la completezza d’informazione

è un dovere inderogabile della

professione del giornalista.

principi

Sulla base di queste premesse e delle

norme deontologiche contenute nell’art.

2 della legge istitutiva dell’Ordine dei

giornalisti, ai fini di sviluppare una informazione

sulle persone private della

libertà più funzionale alla crescita di una

nuova cultura del carcere e del reinserimento

sociale dei detenuti, l’Ordine dei

giornalisti della Lombardia, dell’Emilia

Romagna e del Veneto individuano le

seguenti linee direttive per gli operatori

dell’informazione:

Presunzione di non colpevolezza

a) Ricordare, che un autore di reato è comunque

una persona, indipendentemente

dalla minore o maggiore gravità del reato

commesso, e che gli va riservato pertanto

un trattamento non lesivo della sua dignità

personale; ciò tanto più deve valere per

coloro che sono sotto indagine o su cui pesano

condanne solo di primo e di secondo

grado, nei confronti dei quali deve sempre

essere concretamente applicato il princi-

pio costituzionale di non colpevolezza in

assenza di condanna definitiva.

b) Garantire al cittadino privato della libertà,

di cui si sono occupate le cronache,

la stessa completezza di informazione,

qualora sia prosciolto.

Misure alternative e reinserimento sociale

a) E’ importante osservare la massima

attenzione nel trattamento delle informazioni

concernenti i cittadini privati

della libertà, in quella fase estremamente

difficile e problematica di reinserimento

nella società.

b) Tenere presente che il reinserimento

sociale è un passaggio complesso,

che può avvenire a fine pena, oppure

gradualmente, come previsto dalle leggi

che consentono l’accesso al lavoro

esterno, i permessi ordinari, i permessi,

la semi-libertà, la liberazione anticipata

e l’affidamento in prova ai servizi sociali.

c) In tutti i casi in cui un detenuto usufruisce

di misure alternative al carcere

o di benefici penitenziari è necessario

usare termini appropriati, che non creino

ingiustificato allarme sociale e che

non ostacolino un percorso di reinserimento

sociale che avviene sotto stretta

sorveglianza.

d) Usare termini giuridici pertinenti,

non approssimativi o scandalistici: affermare

che un detenuto che usufruisce

di misure alternative “è tornato in

libertà” è una notizia falsa e destituita di

fondamento. Le misure alternative non

sono equivalenti alla libertà, ma sono

una modalità, prevista dalla legge, per

l’esecuzione della pena.

e) Tenere conto dell’interesse collettivo,

ricordando, quando è possibile, dati

statistici che confermano la validità delle

misure alternative. Il tasso di recidiva

degli ex detenuti che ne hanno usufruito

si attesta intorno al 27% contro il 70% di

chi torna in libertà senza un percorso di

reinserimento. Si tratta quindi di misure

che aumentano la sicurezza sociale

e non di provvedimenti buonisti che la

minano.

f) Ricordare, quando è possibile, il basso

margine di rischio di queste misure:

nell’ultimo decennio ne sono state revocate

per commissione di nuovi reati

durante la loro applicazione una percentuale

di molto inferiore all’uno per

cento.

g) Fornire, laddove è possibile, dati at-


tendibili e aggiornati che permettano

una corretta lettura del contesto carcerario.

Tutela dell’immagine e della dignità del

detenuto

a) Tenere conto che il detenuto è una

persona privata della libertà, ma non della

dignità. Quando si affrontano storie di

detenzioni più o meno emblematiche, evitare

toni accondiscendenti. Considerare

sempre che il cittadino privato della libertà

è un interlocutore in grado di esprimersi

e raccontarsi, ma può non conoscere le

dinamiche mediatiche e non essere quindi

in grado di valutare tutte le conseguenze

e gli eventuali rischi dell’esposizione attraverso

i media.

b) Tutelare il condannato che sceglie di

parlare con i giornalisti, adoperandosi

perché non sia identificato con il reato

commesso, ma con il percorso che sta facendo.

Tutela dell’immagine e del ruolo della polizia

penitenziaria

d) Usare termini appropriati quando si

parla del personale in divisa delle carceri

italiane ricordando che la legge 395/1990

ha sciolto il corpo degli agenti di custodia

e ha istituito il corpo di Polizia penitenziaria,

alla quale sono attribuite funzioni di rieducazione

della persona detenuta e non

solo di sorveglianza. E’ pertanto scorretto

chiamare i poliziotti, come spesso avviene,

guardie carcerarie, agenti di custodia

o secondini. I termini corretti sono: “poliziotti”,

“agenti di polizia penitenziaria” o

“personale in divisa”.

Regole da seguire per garantire Il Diritto

all’oblio

Per quanto concerne il “diritto all’oblio”

l’Ordine dei giornalisti della Lombardia,

dell’emilia romagna e del Veneto individuano

le seguenti linee direttive per gli

operatori dell’informazione:

a) Riconoscere il diritto dell’individuo

privato della libertà o ex-detenuto tornato

in libertà a non restare indeterminatamente

esposto ai danni ulteriori che

la reiterata pubblicazione di una notizia

può arrecare all’onore e alla reputazione;

b) Ricordare che il diritto all’oblio rientra

tra i diritti inviolabili di cui parla

l’art. 2 della Costituzione. E’ il diritto di

un individuo a non essere più ricordato

per fatti che in passato furono oggetto

di cronaca. Il suo presupposto è che l’interesse

pubblico alla conoscenza di un

fatto è racchiuso in quello spazio tem-

porale necessario a informarne la collettività,

e che con il trascorrere del tempo

si affievolisce fino a scomparire. In pratica,

con il trascorrere del tempo il fatto cessa

di essere oggetto di cronaca per riacquisire

l’originaria natura di fatto privato. Ecco

che un rapinatore potrà invocare il diritto

all’oblio se il fatto che lo portò alla ribalta

dieci anni prima venisse riproposto in tv.

c) Tenere conto che l’esperienza carceraria

cambia le persone.

d) Un ulteriore fondamento del diritto

all’oblio va rinvenuto nell’art. 27, comma

3°, Cost., secondo cui “Le pene […] devono

tendere alla rieducazione del condannato”.

E’ il principio della funzione riedu-

Tenere

conto

che

l’esperienza

carceraria

cambia

le persone

cativa della pena. Questa, cioè, non deve

avere soltanto la funzione di punire, ma

anche (e soprattutto) quella di favorire

il reinserimento sociale del condannato,

la sua restituzione alla società civile.

Ebbene, la pena non potrebbe assolvere

alla funzione di restituire il condannato

alla società civile se in quest’ultima rimanesse

ben saldo il ricordo di quanto

quel condannato ha fatto. Ricordo che

sarebbe rafforzato proprio dalla riproposizione

dello stesso fatto. E ciò dovrebbe

valere tanto per i reati minori,

quanto per quelli più efferati.

e) Ci sono ovvie eccezioni per quei fatti

talmente gravi per i quali l’interesse

pubblico alla loro riproposizione non viene

mai meno. Si pensi ai crimini contro

l’umanità, per i quali riconoscere ai loro

responsabili un diritto all’oblio sarebbe

addirittura diseducativo. O ad altri gravi

fatti che si può dire abbiano modificato

il corso degli eventi diventando Storia,

come lo stragismo, l’attentato al Papa, il

“caso Moro”, i fatti più eclatanti di “Tangentopoli”.

Qui non si può parlare di

diritto all’oblio perché i fatti non diventano

mai “privati”. Al contrario, sarebbe

proprio la loro mancata riproposizione

a porsi in contrasto con l’interesse pubblico,

che qui prevale sempre sul diritto

del singolo individuo a non essere più

ricordato.

f) E’ evidente che nessun problema di

riservatezza si pone quando i soggetti

potenzialmente tutelati dal diritto

all’oblio forniscono il proprio consenso

alla rievocazione del fatto.

Direttive

1) Tutte le norme elencate riguardano

anche il giornalismo on-line, multimediale

e altre forme di comunicazione giornalistica

che utilizzino innovativi strumenti

tecnologici per i quali dovrà essere tenuta

in considerazione la loro prolungata

disponibilità nel tempo;

2) Tutti i giornalisti sono tenuti all’osservanza

di tali regole per non incorrere nelle

sanzioni previste dalla legge istitutiva

dell’Ordine.

3) L’Ordine dei giornalisti della Lombardia,

dell’Emilia Romagna e del Veneto

raccomandano ai direttori e a tutti i redattori

l’opportunità di aprire con i lettori

un dialogo capace di andare al di là

della semplice informazione per far maturare

una nuova cultura del carcere che

coinvolga la società civile. Sottolineano

l’opportunità che l’informazione sia il più

possibile approfondita e corredata da

dati, in modo da assicurare un approccio

alla “questione criminale” che non si

limiti all’eccezionalità dei casi che fanno

clamore, ma che approfondisca - con inchieste,

speciali, dibattiti - la condizione

del detenuto e le sue possibilità di reinserimento

sociale.

4) Raccomandano inoltre di promuovere

la diffusione di racconti di esperienze positive

di reinserimento sociale, che diano

il senso della possibilità, per un ex detenuto,

di riprogettare la propria vita, nella

legalità.

impegni dei soggetti promotori

L’Ordine dei giornalisti della Lombardia,

dell’Emilia Romagna e del Veneto si impegnano:

1. a individuare strumenti e occasioni

che consentano una migliore cultura

professionale;

2. a proporre negli argomenti dell’esame

di Stato per l’iscrizione all’Albo professionale

un capitolo relativo al carcere

e all’esecuzione penale;

3. a promuovere seminari di studio sulla

rappresentazione mediatica del carcere;

4. a richiamare i responsabili delle reti

radiotelevisive, i provider, gli operatori

di ogni forma di multimedialità a una

particolare attenzione ai temi della carcerazione

anche nelle trasmissioni di

intrattenimento, pubblicitarie e nei contenuti

dei siti Internet;

5. a promuovere l’istituzione di un osservatorio

sull’informazione relativa al

carcere;

6. a istituire un premio annuale per i

giornalisti che si sono distinti nel trattare

notizie relative a persone detenute o

al carcere in generale.

carteBollate

7


informazione

iL SiTo – http: //www.ilnuovocartebollate.org

Il nostro giornale è anche sul web

Sì, siamo noi! Basta un clic per riconoscere

i caratteri e i colori della

testata sulla home page del nuovo

sito di carteBollate, che si apre

con le note graffianti di Satisfaction dei

cari vecchi Rolling Stones. E non a caso.

La redazione, dietro le sbarre di questo

carcere impropriamente chiamato “modello”

semplicemente perché rappresenta

l’eccezione in un sistema carcerario fuorilegge

anche solo per il suo sovraffollamento,

non si riterrà mai soddisfatta. We

can’t get no satisfaction… finché le condizioni

di tutti i detenuti del Paese non rispecchieranno

lo spirito della Costituzione

che, lo ricordiamo per la milionesima

volta, all’articolo 27 recita: “Le pene non

possono consistere in trattamenti contrari

al senso di umanità e devono tendere

alla rieducazione del condannato”. Naturalmente

il sito è da implementare e tenere

aggiornato, l’archivio elettronico è incompleto,

ma già i lettori online possono

scaricare e leggersi in pdf i numeri degli

MeDiA & CArCere 1 – Riflessioni sul seminario

Errore di persone

Ci ho messo qualche giorno prima

di capire cosa mi aveva

provocato un certo disagio una

volta uscito da Bollate.

E forse questa mia riflessione risponde

alla domanda finale del detenuto (mi pare

si chiami Nino) che ci ha voluto provocare

chiedendoci come mai avevamo fatto domande

così innocue... come mai eravamo

stati un po’ reticenti...

Io penso che in quella situazione, in effetti,

noi eravamo il gruppo sbagliato.

Sia chiaro, per ciascuno di noi il corso e la

visita finale sono stati un’esperienza utilissima,

come ti hanno confermato le mail

che sono arrivate già prima di questa.

Per quel che mi riguarda, in particolare,

ti posso dire che ho trovato preziose le

lezioni teoriche e molto emozionante la

visita a Bollate.

Allora dov’era l’errore?

Credo che al posto nostro doveva esserci

qualcun altro. Altri colleghi.

Mi spiego: ciascuno di noi ha scelto di

partecipare a questo corso per una propria

sensibilità nei confronti delle tematiche

che, poi, ci sono state proposte. Ci

siamo, in qualche modo, autoselezionati.

8 carteBollate

ultimi quattro anni della rivista e i primi

due di quest’anno gratuitamente: non è

poco! Chi vuol contribuire al progetto

editoriale con una donazione - riceverà a

casa i sei numeri cartacei del bimestrale

- può trovare i riferimenti bancari alla

voce “donazioni” del menù principale:

basta cliccare sul tasto “donazioni” e seguire

il percorso guidato per pagare con

pay pall o con carta di credito. Oppure

bastano 20 euro l’anno da spedire con

bonifico bancario intestato a “Amici di

carteBollate” IBAN: IT22 C 03051 01617

000030130049, indicando nella causale

del versamento nome, cognome e indirizzo.

In entrambi i casi è necessario

inviare una mail a: redazionecb@gmail.

com comunicando l’avvenuto pagamento

e nome cognome e indirizzo a cui inviare

il giornale. Dal menù non mancano, oltre

alle solite voci di servizio “Chi siamo” (la

presentazione del sito con due righe sulla

storia del giornale), “Contatti” e “Link

utili”, una sezione “Eventi” con le news di

In pratica, eravamo omogenei non solo in

aula ma anche con i docenti.

Così, ogni argomento proposto ci trovava

già d’accordo. Ogni tesi provocatoria

veniva disinnescata dalla nostra condivisione.

Ma scusa: chi di noi potrebbe mai aver

fatto titoli come quelli che sono stati portati

a esempio di “pessimo giornalismo” o

di “comunicazione superficiale”?

Chi di tutti noi iscritti al corso potrebbe

mai avere scritto cose come “ancora un

romeno autore di violenza sessuale”? O

“...già libero dopo appena 16 anni di carcere...”?

Mancavano loro!

Mancavano, in questo corso, i colleghi

che hanno l’abitudine di scrivere per solleticare

il pregiudizio popolare o che, più

banalmente, sono troppo pigri per uscire

dai luoghi comuni.

Allora sì che i detenuti di Bollate si sarebbero

sentiti fare domande provocatorie

o, magari, si sarebbero sentiti rivolgere

considerazioni recriminatorie e avrebbero

perfino percepito diffidenza e ostilità.

Sia chiaro (a scanso di equivoci) che ho

trovato utilissimo il corso anche solo dal

volta in volta segnalate da carteBollate e

“Media e carcere”, con le rassegne stampa

- quello che i giornali dicono del carcere

- e i materiali di seminari e incontri organizzati

in collaborazione con l’Ordine dei

Giornalisti della Lombardia, tutto quello

che giuristi, avvocati, criminologi, educatori

e detenuti hanno da dire sull’informazione

che li riguarda.

dav i d Gianetti

punto di vista informativo! Mi hanno

colpito i dati statistici e la loro chiave di

lettura. Ho imparato cose che ignoravo

del tutto circa alcune figure all’interno

dell’istituzione carceraria e sull’impianto

giuridico che regola l’espiazione delle

pene in Italia.

Se dico, quindi, che noi eravamo le persone

sbagliate per partecipare, non mi

riferisco alla nostra esperienza ma, piuttosto,

alla finalità del corso. Che puntava,

ritengo, a mettere in crisi alcuni comportamenti

professionali improntati alla

superficialità e condizionati dalla scarsa

conoscenza.

Certo, tutte le cose che abbiamo imparato

in aula, per quel che mi riguarda, sono

diventate ora strumenti di cui dispongo

per avvalorare le mie convinzioni: un

conto è dire che “credo nella capacità

di recupero del carcere”, un conto è disporre

di cifre sul basso tasso di recidiva

nell’unico carcere condotto come prescrive

la legge.

Per questo motivo, spero di avere occasione

per rendermi utile, investe professionale

o in altro ruolo…..

GiampieRo mo n C a d a


MeDiA & CArCere 2 – Parla una giornalista del seminario

Bollate soltanto un’ora dopo

Sono uscita dalla metro e la prima

cosa che ho notato sono stati dei

nuvoloni grigi che minacciavano

pioggia. Non mi ero neanche

accorta che il cielo fosse cambiato. In

questa giornata al carcere di Bollate il

tempo sembrava essersi fermato, intendo

il tempo della mia vita fuori. Le emozioni

sono venute fuori intensamente e

prepotentemente solo dopo, quando mi

sono ritrovata a tu per tu con me stessa,

solo allora quell’atmosfera apparentemente

tranquilla e di apertura di un

carcere cosiddetto sperimentale ha ceduto

il passo alla constatazione di una

profonda diversità nel modo di vivere,

alla consapevolezza che io fossi fuori e

loro dentro. Solo dopo ho pensato che

io stavo tornando a casa correndo per

scampare alla pioggia e che loro restavano

lì, dentro un carcere sperimentale

sì, ma pur sempre un carcere.

Forse non è tanto la visita a Bollate che

ti segna, ma è quello che ti lascia dopo,

una volta che da quel carcere sei andata

via, dopo che hai parlato con i detenuti,

dopo che ci hai mangiato assieme (senza

averlo scelto come azione di volontariato

o simili), dopo che loro ti hanno

raccontato la loro giornata e quello che

fanno. Solo dopo che sei uscita capisci

cosa voleva dire Nino quando diceva “è

pur sempre un carcere, non mi importa

che sia Bollate, io quando vado a dormire

la sera penso sempre alla mia famiglia

che non vedrò chissà fino a quando”.

Perché il confronto non è tanto con

quella idea di carcere che ti sei fatto

tramite la letteratura, i servizi giornalistici,

le fiction, quanto quello che fai

con la tua vita che continui a vivere e

che hai stoppato per qualche ora mentre

eri a Bollate.

L’atmosfera che si respira è quella che

non ti immagineresti, si continua a

porre l’accento su parole come dignità

della persona, rieducazione, percorso.

La direttrice Lucia Castellano chiama

“ospiti” i detenuti e questo mi colpisce

fin da subito, come il fatto che loro siano

lì accanto a te, che parlino con te a una

distanza ravvicinata. Lì per lì ci pensi

e la cosa ti fa subito riflettere, per

tutta la giornata ti metti a fare domande

per cercare di capire e quella che

ti è venuta in mente più volte durante

quelle ore la ricacci subito dentro per

cercare di concentrarti sulla persona

e non sulla colpa, sul percorso e non

sullo sbaglio. Parli con Antonio che lavora

per una multinazionale telefonica

e che ti racconta come svolge la sua

giornata, vai a vedere le serre, i cavalli,

le celle che non sembrano quelle che

ti immagineresti. E ti concentri più su

quello che fanno anziché su quello che

sentono.

Avrei voluto chiedere come fanno a vivere

la loro dimensione affettiva, come

fanno a sorvolare su quel desiderio

improvviso che ti viene di vedere una

persona, parlarci, toccarla. Perché per

quanto si possa essere “sperimentali”,

si è sempre in un carcere e si fa i conti

con la propria coscienza, i propri sbagli,

si capisce se ci si vuole dare un’altra

opportunità o se si vuole perseguire

la strada iniziata perché si pensa che

tanto di altre non ne esistano. Quanto

a me, come giornalista e come cittadina

soprattutto, dopo questa giornata a

Bollate non mi sento più la stessa. Ma

non so neanche cos’è cambiato. Di certo,

in ogni caso, in ogni frangente pensare

a un carcere come un non luogo

della società non è la scelta più giusta,

né immaginarlo come purtroppo noi

giornalisti spesso facciamo, come quel

posto dove “depositi” quello che di orrendo

c’è nella società. Perché il confine

tra orrendo e stupendo può essere

davvero labile.

CRiStina ma C C a R R o n e

in questa

giornata

al carcere

di Bollate

il tempo

sembrava

essersi

fermato,

intendo

il tempo

della mia

vita fuori

carteBollate

9


informazione

pADoVA – Il convegno annuale della stampa carceraria

Vita difficile nelle redazioni

dietro le sbarre

il sovraffollamento delle carceri italiane

è a livelli mai raggiunti nel nostro

paese. La spesa per il comparto

penitenziario nell’ultimo decennio

è stata in costante calo. Il sistema non

riesce più a “reggere il colpo”. Durante

l’incontro sull’informazione penitenziaria

che si è tenuto lo scorso mese di

aprile presso il carcere Due Palazzi di

Padova, dai racconti dei referenti delle

redazioni presenti, la situazione delle

carceri italiane si è mostrata in tutta la

sua drammaticità.

Sovraffollamento non vuol dire solamente

“stare un po’ più stretti” ma anche

ridurre le attività, avere problemi

più grossi di quelli che ci sono sempre

stati in ambito sanitario, vedere quello

che in termini tecnici viene definito

“percorso individuale” calpestato perché

educatori, psicologi e assistenti

sociali sono in numero assolutamente

insufficiente per seguire la rieducazione

di oltre 70.000 persone detenute. La

sicurezza degli istituti penitenziari vacilla

e i sindacati di polizia penitenziaria

denunciano quotidianamente una

situazione insostenibile con le forze che

sono a disposizione.

Al convegno di Padova inizia a fare il

punto della situazione la redazione del

carcere di Canton Mondello, Brescia,

che descrive oltre al forte sovraffollamento

anche un numero molto alto di

trasferimenti, che impedisce di fare una

vera e propria progettualità del giornale;

prosegue la redazione de L’impronta

del carcere maschile di Venezia del

quale è uscito il primo numero ed è in

uscita il secondo. Il giornale è finanziato

e seguito da operatori del Comune.

Prende la parola la redazione di Buona

Condotta, della Casa Circondariale di

Modena. Viene stampato e distribuito

in edicola 2 volte l’anno con un numero

importante di copie: 55.000. Segnalano

una situazione di sovraffollamento

insostenibile arrivata al punto che la

direzione dell’istituto deve decidere di

volta in volta se destinare le scorte di

polizia a disposizione a chi deve recarsi

in Tribunale per un’udienza piuttosto

che a chi deve sottoporsi ad una visita

o ad un esame medico in ospedale. I

ragazzi del carcere minorile di Treviso

si impegnano per pubblicare La prima

pietra, che sostituisce il precedente

10 carteBollate

Innocenti evasioni, un prodotto editoriale

molto amato dai ragazzi. Un

progetto che stava morendo ma che ha

ripreso vita grazie alla nascita di una

nuova associazione che lo sponsorizza.

A Verona la redazione di Microcosmo

alza l’attenzione sulla situazione sanitaria

delle carceri, salute e prevenzione

suicidi. Il tasto dolente di tutti gli istituti

penitenziari italiani. La redazione

si riunisce solo il sabato mattina ed è

composta solamente da persone di una

Sezione dell’istituto di pena. Hanno in

corso progetti di prevenzione delle devianze

nelle scuole e la stampa viene

fatta sulle spalle di Vita perché altrimenti

non potrebbe essere stampato

per mancanza di fondi.

Presso il carcere di Rovigo la redazione

di Prospettiva Esse, giornale che esiste

da circa 15 anni, riprende i lavori dopo

un periodo di stop.

La redazione del Nuovo Effatà, organo

di informazione dell’Ospedale Psichiatrico

Giudiziario di Reggio Emilia ha

iniziato i lavori grazie al cappellano,

però ha mantenuto un taglio laico. È

composta da sei redattori esterni che

raccolgono i lavori dei pazienti ristretti.

La redazione si riunisce 2 ore ogni

15 giorni. Si lamenta lo stato di pesante

sovraffollamento e di conservazione di

una struttura ormai fuori dal tempo.

La redazione romana di Roma dentro

pubblica con cadenza quadrimestrale

un foglio di notizie dei quattro istituti

penitenziari della capitale. L’unica redazione

“fissa” è presso il femminile.

Denunciano problemi di soldi.

Gli intervenuti del carcere di Piacenza

segnalano che si sta creando un reparto

psichiatrico all’interno del carcere. Lo

stesso in altre strutture, su indicazione

del DAP, si sta concretizzando l’ipotesi

di chiusura degli OPG? La redazione di

Ristretti Orizzonti (Padova) segnala

che ci sono orientamenti per andare in

questa direzione, con la creazione di reparti

psichiatrici in ogni regione.

Presso il carcere di Marassi la redazione

di Area di servizio, periodico di

informazione trimestrale, può riunirsi

una volta ogni due settimane, per un

paio di ore che coincidono con quelle

dei passeggi e dei colloqui con la conseguenza

che difficilmente le riunioni

vedono tutti i redattori presenti.

Presente anche la redazione del carcere

di Chieti, Le voci di dentro, che segnala

che lo scorso anno grazie al giornale

un detenuto è uscito dal carcere.

Durante la giornata è apparsa con

sconcertante chiarezza la situazione di

profonda crisi in cui vertono le carceri

italiane e una totale immobilità decisionale

per cercare di risolverla. Si è dunque

deciso di mettere insieme le forze

di tutte le redazione e di lavorare su

una pubblicazione on line, un numero

unico, che descriva, denunciandolo, il

reale stato delle carceri del nostro Paese.

Questo prodotto verrà presentato a

Roma con la speranza di riuscire a portare

attenzione sul problema del nostro

settore penitenziario.

en R i C o la z z a R a

federica neeff


NorD-AfriCA – Che cosa succede al di là del Mediterraneo?

Un movimento di resistenza

che parla all’Occidente.

La scintilla che ha scatenato la rivolta

in Tunisia si chiama Muhammad

Bouazizi, giovane, laureato, veditore

ambulante “irregolare” si è dato

fuoco perché umiliato dalla polizia che

dopo averlo schiaffeggiato gli ha sequestrato

le misere merci che tentava di vendere.

In Egitto. Khalid Muhammad Sa’id, 22

anni, aveva postato su Youtube un video

che mostrava la polizia dividersi il bottino

di un sequestro di droga. Picchiato

selvaggiamente, la testa contro il marmo

di un caffè, Khalid scompare. Gruppi di

giovani sempre più numerosi chiedono

giustizia per lui. Ecco il primo punto. I

giovani, e non solo, sono stanchi di regimi

polizieschi e oppressivi. Non sopportano

più la mancanza di libertà. In questi paesi

vigeva da anni lo “stato d’emergenza”

che giustificava l’oppressione. Per l’Egitto

il motivo, all’inizio, era la minaccia sionista,

in seguito la necessità di contrastare

il terrorismo. Finché questi stati hanno

conservato un minimo di legittimazione

interna (in nome delle promesse postcoloniali)

le popolazioni hanno accettato

di buon grado lo “stato d’emergenza”.

Con il tempo, però, l’anti-imperialismo e

l’antisionismo si sono trasformati in vuota

retorica, che le elite al potere sbandieravano

a parole, mentre facevano patti e affari

con le ex potenze coloniali e lo stesso

Israele. Questa politica è arrivata all’apice:

sotto la spinta della globalizzazione le

economie si sono “aperte”, le liberalizzazioni

e le privatizzazioni hanno immiserito

le popolazioni ma hanno ingrassato

cricche e famiglie abbarbicate al potere

politico e da esso protette.

Il primo elemento, richiesta di libertà,

non spiega, però, da solo la dimensione

delle rivolte. Queste, infatti, sono avvenute

e hanno conseguito successo perché si

sono saldate con un secondo elemento: la

componente economico-sociale. In tutto

il Nord-Africa la disoccupazione ha punte

elevate. Particolarmente drammatica è la

situazione dei giovani che costituiscono la

maggior parte della società, con livelli di

scolarizzazione elevata ma opportunità di

lavoro scarsissime. A ciò si aggiunge una

classe operaia, numericamente significativa

e con salari bassissimi, un proletariato

dai lavori occasionali e redditi ancora

più bassi, una massa di contadini che re-

internazionale

sistono all’espropriazione dei loro piccoli

pezzi di terra. Su tutti questi la crisi si

è abbattuta come la definitiva catastrofe,

peggiorata, inoltre, dall’aumento dei

prezzi degli alimenti a causa della speculazione

finanziaria delle borse americane

ed europee. Rivolte, quindi, per il pane e

per la libertà. Di masse che si sono liberate

della paura della forza militare dello

stato. Esigono, perciò, con determinazione

la cacciata dei dittatori, ma esigono,

allo stesso tempo, un sistema diverso di

potere e di distribuzione delle ricchezze.

L’informazione occidentale ha messo

l’accento sull’attivizzazione dei giovani,

frequentatori di facebook, twitter eccetera

e dunque, entusiasti della libertà di

opinione che i loro regimi soffocavano. In

realtà le rivolte hanno avuto anche una

componente proletaria, di lavoratori. Ed

è stata questa la componente decisiva, sia

prima delle rivolte sia nel determinarne

l’esito. In Tunisia c’è stata la lunga mobilitazione

(a partire dal 2008) attorno alle

miniere di fosfati di Gafsa e il ruolo attivo

del sindacato UGTT (Unione generale dei

lavoratori tunisini), preso a strumento di

organizzazione della mobilitazione anche

carteBollate

11

Segue a pagina 12


continua da pagina 11 �

internazionale

contro le resistenze dei suoi vertici che

erano legati a Ben Ali. In Egitto c’è stata

la lunga mobilitazione (dal 2004) del

gigantesco distretto tessile di Mahalla e

le mobilitazioni crescenti di settori di lavoratori

in lotta per il salario e la libertà

di organizzazione sindacale. Queste mobilitazioni

hanno preparato il terreno alle

rivolte di inizio 2011, e sono state decisive

per il loro esito. Finché Midan El Tahrir

era occupata da 50-100.000 giovani il problema

per Mubarak era grave ma affrontabile.

Quando in piazza hanno cominciato

a riversarsi quotidianamente milioni di

lavoratori in sciopero, l’unica opzione per

Mubarak è stata ritirarsi a Villa Certosa…

Pardon!, a Sharm el Sheick.

L’equilibrio dell’area si è rotto e un’ulteriore,

possibile, estensione delle rivolte può

romperlo di più. Questo lo riconosciamo

tutti. Ma quale equilibrio si è rotto? I regimi

caduti erano sostenuti dall’Occidente

(l’Egitto è il secondo paese, dopo Israele,

per aiuti americani. In particolare riceve

ogni anno aiuti per più di 1,5 miliardi di

dollari solo per l’esercito, al chiaro scopo

di tenerlo sotto controllo ed evitare che

faccia guerre ad amici degli Usa) per due

motivi. Il primo: garantivano la politica di

oppressione e di espansione di Israele ai

danni dei palestinesi. Il secondo: tenevano

la briglia alle proteste di massa. Questo

secondo motivo è particolarmente importante,

infatti le condizioni di miseria

delle masse arabe e nord-africane sono

un requisito imprescindibile per il funzionamento

dell’economia capitalistica mondiale

perché consentono l’approvvigionamento

di petrolio a basso prezzo (su cui

lucrano le compagnie petrolifere e gli Stati,

non certo i consumatori), l’espropriazione

di ricchezze con il pagamento degli

interessi sul debito estero, la produzione

12 carteBollate

di manodopera da super sfruttamento in

loco come emigrati, in Occidente. E’questo

il duplice equilibrio che si è rotto (o

rischia di subire una profonda rottura):

politico/strategico ed economico/sociale.

La rottura di questo equilibrio comporta,

però, un’altra pericolosa conseguenza per

i poteri occidentali. Essi stanno programmando

una “uscita dalla crisi” fondata su

due capisaldi:

1. ulteriore incremento del prelievo finanziario

sugli stati (crisi del debito sovrano)

e su tutte le attività vitali (finanziarizzazione

della vita anche dei lavoratori, costretti

dai bassi salari a impegnare la vita

futura prendendo a prestito, privatizzazioni

dei beni comuni ecc.);

2. incremento dello sfruttamento del lavoro.

In Italia, come si sa, abbiamo dei

campioni di questa tesi (Sacconi, Brunet-

ta, Marchionne ecc.) che invitano, con le

buone o in modo sbrigativo, i lavoratori a

rinunciare alle libertà sindacali e a difendere

condizioni di lavoro e vita, magari

ringraziando i padroni che generosamente

offrono la possibilità di continuare e

lavorare.

Le rivolte minacciano di mettere fortemente

a rischio entrambi i capisaldi, perché

per perseguire i propri obiettivi potrebbero

esigere il rifiuto del pagamento

del debito estero e condizioni salariali e

di lavoro dignitose.

Le rivolte in Nord-Africa e nei paesi arabi

parlano, dunque, a tutti coloro che in

Occidente si oppongono alla perdita dei

diritti sindacali e politici, alla trasformazione

dei lavoratori in servi, alla trasformazione

delle donne in merce, al sequestro

di potere da parte di cricche e gruppi

influenti, alla distruzione del territorio, al

furto di futuro ai danni dei giovani, alla

privatizzazione dei beni comuni. Esse dicono

che contro queste politiche è possibile

dar vita a un movimento internazionale

di resistenza e opposizione. Per

questo è necessario difenderle, solidarizzare

attivamente con loro e cercare

di contribuire alla loro prosecuzione

ed estensione. Nell’ultimo mese si sono

fatti avanti, però, dei singolari difensori

dei motti per la democrazia in Nord-

Africa. Questi (due su tutti: Obama e

Napolitano) hanno detto al mondo che

per difendere quei motti bisognava intervenire

in armi in Libia. E’ davvero

questo un modo per difenderle, o non

è, piuttosto, un modo per affossarle?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo,

naturalmente, porcene un’altra:

cosa sta succedendo in Libia?

(continua)

Habib Hm a m


MUri – Le bombe alleate, gli sbarchi degli immigrati e le parole fuori luogo dei politici

Il mondo si è fermato a Lampedusa

“ ich bin ein berliner!” (“Io sono un

berlinese!”). Questa è la celebre

frase pronunciata dal presidente

degli Stati Uniti d’America John F.

Kennedy nel 1963, mentre era in visita

ufficiale a Berlino Ovest. Il messaggio

di sfida era diretto sia ai sovietici che

agli abitanti di Berlino, ed era una chiara

dichiarazione della politica statunitense

in risposta alla costruzione del

muro di Berlino. Oggi, si può leggere la

medesima celebre frase in un enorme

graffito sul lato palestinese del muro

che separa la città di Betlemme dalla

periferia di Gerusalemme. Il messaggio

di sfida era diretto sia ai sovietici

che agli abitanti di Berlino, ed era una

chiara dichiarazione della politica statunitense

in risposta alla costruzione

del muro di Berlino. Oggi, si può leggere

la medesima celebre frase in un

enorme graffito sul lato palestinese

del muro che separa la città di Betlemme

d a l l a p er i fer i a d i G er u s a lem me.

“Ho comprato una villa in internet e così

divento anch’io un lampedusano!”: sono

le parole più recenti di Silvio Berlusconi

al suo arrivo a Lampedusa, senza bisogno

di altre spiegazioni. È veramente

un peccato che una frase storica, piena

di significato e accompagnata da fatti

palpabili, sia stata storpiata e usata così

impropriamente. Parlare d’attualità diventa

difficile quando le informazioni ti

piovono addosso come le bombe in Libia

e la radioattività in Giappone. Non

è quasi possibile riconoscere quale sia

la notizia più importante, la disgrazia

più grande. Parliamo di radioattività

scordandoci del terremoto e delle persone

senza case e famiglia, o parliamo

dei profughi - clandestini come piace

chiamarli a certe persone - e ci dimentichiamo

della Libia, della guerra, dei

soldati, dei ribelli combattenti e delle

persone senza casa e famiglia.

In quest’ultimo mese siamo stati raggiunti

da una tale quantità di notizie

sconvolgenti che è difficile perfino

mantenere la stessa opinione su tutti

questi avvenimenti. “Sì ai bombardamenti

delle basi aeree di Gheddafi, perché

è necessario proteggere la popolazione

civile; ma è giusto mandare armi

ai ribelli che in fondo non sappiamo chi

sono e che un bel giorno potrebbero essere

usate contro di noi, come sta accadendo

in Afghanistan con i talebani?”,

dice uno.

“Che cosa vai dicendo, questa è una

guerra diversa!”, ribatte un altro.

Come se esistessero guerre differenti

solamente perché, invece di usare

espressioni come “attacco militare”, si

preferisce parlare di protezione della

popolazione civile.

C’è una cosa che manca nei servizi dei

telegiornali ed è proprio la popolazione

civile che siamo andati a salvare. Vedo

ribelli, attacchi aerei, ribelli felici per

l’aiuto, ancora attacchi, il ministro della

Difesa La Russa che dice che non siamo

in guerra… ma questa popolazione libica

della quale siamo corsi, per così dire,

in aiuto dov’è? A nessun giornalista viene

in mente di intervistarne uno, dico

uno soltanto, che ci faccia sapere d’essere

contento per l’aiuto? Chi ci dice di

cosa hanno bisogno oltre alle bombe?

Non è certo difficile immaginare che

in un Paese in guerra manchino viveri

e medicine. Tutti concentrati sulle

bombe e basta. Neppure a Lampedusa

- pare - ci sono persone a cui domandare

cosa pensino davvero degli sbarchi

e dell’operato del Governo o cos’abbiano

vissuto. Forse Sarkozy si sta appropriando

del popolo libico lasciando per

dispetto a Berlusconi i tunisini, che

agli italiani ormai fanno più paura delle

bombe di Gheddafi?

Con tutta questa confusione perfino le

persone sconvolte dal terremoto appartengono

al passato e le centrali nucleari

esplose occupano ormai solo le seconde

pagine dei giornali. Vuoi vedere che,

approfittando del caos generale, al

posto del casinò a Lampedusa magari

tra qualche anno spunterà come d’incanto

una centrale atomica circondata

da un bellissimo campo da golf? Un’isola

esentasse, premiata con un Nobel per

la Pace, con soltanto un difetto - o per

qualcuno un pregio - e cioè che se qualcosa

va storto sparisce direttamente in

mare; ma niente più “clandestini”, promesso.

Si fa fatica a essere seri quando si sentono

certe parole del Presidente del

Consiglio o di altri politici; ma nello

stesso tempo verrebbe voglia di urlare,

piangere e indignarsi, vergognandosi

non soltanto di essere italiani, ma anche

europei di fronte a quei popoli che

in questo momento devono combattere

per la loro sopravvivenza.

“Ich bin ein berliner!”, più di sessant’anni

fa, fu una frase bellissima che

riuscì ad abbattere dei confini. Oggi,

per rispecchiare il nostro tempo, tutti

dovremmo urlare: “Noi siamo cittadini

del mondo!”, facendo decollare di

nuovo degli Schokoladenbomber, gli

“aerei-cioccolata” che nel dopoguerra

sorvolarono per intere settimane la

Germania durante il blocco sovietico,

paracadutando viveri per la popolazione

affamata.

Questa volta potremmo farlo per regalarci

una nuova vita e una storia che

sappia guardare al futuro.

carteBollate

ma R G i t uR d l

13


internazionale

ALBANiA – A vent’anni dai primi sbarchi sulle coste italiane

Una storia di razzismo

e lutti che si ripete

Dagli albanesi agli africani, passando

per i rumeni o i rom, la

scena e il regista sono sempre

gli stessi, cambiano solo gli attori.

Sono passati vent’anni dall’esodo

biblico degli albanesi verso l’Italia e per

quelli come noi, che lo hanno vissuto di

persona quel viaggio(eravamo in tremila

in una sola nave) è difficile dimenticare,

e sentire oggi, nel 2011, gli stessi

racconti, le stesse storie, dagli africani

in viaggio verso l’Italia, apre delle vecchie

ferite che per un certo verso non si

sono mai chiuse e un velo di tristezza

scende su di chi sa cosa significa lasciare

la famiglia, gli amici, l’amata terra

per un po’ di liberta, per una vita decente.

Pagando! Con i soldi, ma come è successo

allora, e molto spesso adesso, anche

con la vita.

Pagare per morire! E’ questo il prezzo

per aver cercato un po’ di libertà, una

vita decente. Come allora, quando gli

albanesi venivano buttati al mare nel

vero senso della parola, adesso tocca

agli africani.

Allora c’erano il “Katri Rades”, la nave

affondata da una vedetta della guardia

di finanza, e i gommoni che venivano

investiti dalle imbarcazioni della polizia

14 carteBollate

italiana, adesso sono le barche di legno

degli africani, piene di uomini, donne e

bambini lasciati in balia delle onde per

giorni interi.

Prima l’Adriatico e dopo il Mediterraneo

sono diventati delle vere tombe. Ah, se

avessero bocca, la voce per parlare, raccontare

quello che hanno visto in questi

vent’anni! Dalla loro bocca uscirebbero

le grida d’aiuto di tanti uomini, donne e

bambini, nella speranza che qualcuno

li salvasse da un “destino” ormai certo.

La morte.

Non è destino quando una nave viene

speronata e i suoi occupanti finiscono

in mare lasciati lì, in balia delle onde.

Non è il destino quando una barca con

una settantina di persone viene lasciata

in mezzo al mare e le richieste d’aiuto

vengono ignorate (dopo seidici giorni di

agonia si salvano in undici). No,questo

è omicidio!

La responsabilità di queste tragedie è

anche dello Stato italiano, che con la

sua politica discriminatoria nei confronti

degli immigrati (vedi pacchetto

sicurezza e gli ultimi avvenimenti che

riguardano gli sbarchi a Lampedusa)

contribuisce giorno dopo giorno

ad alimentare una clima già rovente,

adottando delle leggi razziste, come il

divieto di contrarre matrimonio tra un

cittadino italiano e un clandestino.

Si era addirittura tentato di introdurre

una norma che impediva alle donne

straniere irregolari di riconoscere i figli

da loro generati, ma almeno questa non

è passata.

E’ora di fare in modo che questa patologia

della democrazia moderna non dilaghi

e infetti il resto dell’Europa, perché

le conseguenze sarebbero tragiche. Gli

“esempi” del passato non mancano.

ta n i ad e m i e Fe R d i n a n t de d a


dossier

iNferNo opg

Ospedali psichiatrici giudiziari, 1550 detenuti/ internati fuori-legge

Dove Basaglia

non è mai arrivato

L’attuale numero di soggetti presenti nei sei Ospedali

psichiatrici giudiziari italiani (Opg) assomma a circa

1550 persone, dato aggiornato al mese di aprile 2011.

La composizione delle patologie di cui soffrono si può

così riassumere, esaminando un campione di circa 150 in-

Schizofrenici, o comunque psicotici gravi 45%

Etilisti con deterioramento 15%

Insufficienza mentale con disturbi psicotici 15%

Disturbi della personalità 25%

Si capisce quindi come la popolazione

degli Opg sia per la grande maggioranza

formata da malati gravi e quindi

da persone che necessiterebbero di

trattamenti adeguati e, se possibile, di

percorsi di cura e di accompagnamento

tesi al recupero sociale.

La realtà degli Opg, al contrario, rappresenta

un ibrido tra la struttura carceraria

e l’ospedale psichiatrico, dove

ternati presenti nell’Opg di Montelupo Fiorentino e tenendo

conto che una percentuale residuale è caratterizzata da

personalità in cui non si riscontrano elementi sufficienti per

un inquadramento in categorie diagnostiche codificate o con

assenza di disturbi specifici.

le esigenze trattamentali sono subordinate

a quelle cautelari; e non potrebbe

essere diversamente, visto che gli

Opg oggi raccolgono tutti coloro che,

pur creando problemi all’interno del- �

carteBollate

15

claudio cricca

Segue a pagina 16


continua da pagina 15 �

dossier

la società, non scontano una pena in

quanto non possono essere dichiarati

soggettivamente colpevoli, ma devono

essere sottoposti a misure di sicurezza

in quanto potrebbero reiterare i crimini

che li hanno portati davanti ai giudici.

Questa situazione fa emergere subito

due sostanziali contraddizioni. Da un

lato, mentre si vanno affinando le misure

che gestiscono i processi di riabilitazione

del detenuto, si dimentica

completamente il lavoro sul ricoverato/

carcerato che avrebbe, al contrario, un

diritto pari, se non maggiore, a godere

di misure trattamentali e cliniche finalizzate

al suo recupero. Dall’altro lato

si ha una situazione in cui il periodo

di detenzione/ricovero non è connaturato

alla gravità della pena commessa

ma al quadro clinico del detenuto/ricoverato.

I tempi delle misure di sicurezza

a cui i detenuti/ricoverati sono

sottoposti infatti sono solo inizialmente

legati al tipo di reato commesso (2,5

o 10 anni a secondo della gravità) ma

sono poi infinitamente reiterabili sulla

sola valutazione clinica dell’avvenuta,

o meno, guarigione.

L’abolizione degli ospedali psichiatrici,

voluta dalla Legge 180, ha sicuramente

aggravato la situazione di criticità degli

Ospedali psichiatrici giudiziari, questo

per due semplici ragioni. In primo luogo

è venuto a mancare un luogo “di passaggio”

che avrebbe potuto gestire in

modo più efficace la transizione tra Opg

e libertà condannando alla permanenza

nell’Opg anche chi, pur avendo ancora

necessità di una terapia continuata

e controllata, poteva non rappresentare

più (per il livello di controllo assunto

sulla patologia o per la effettiva scarsa

pericolosità dei reati attribuitigli) un

problema sociale.

In secondo luogo perché proprio l’assenza

degli Ospedali psichiatrici ha

spinto molte famiglie, che si trovavano

nell’impossibilità o nell’incapacità di

fronteggiare la malattia mentale, a ricorrere

all’extrema ratio della denuncia

pur di allontanare il familiare non

più gestibile tra le mura domestiche.

Il superamento di queste contraddizioni

ha per ora portato alla presentazione

di due disegni di legge: uno a

cura dell’ex sottosegretario alla giustizia

Franco Corleone e una su iniziativa

delle Regioni Emilia-Romagna e Toscana.

Come vedremo le due proposte partono

da angoli di visuale completamente

diversi, ma hanno comunque il pregio

di porsi il problema e di raccomandare

qualcosa di diverso e comunque di

migliore (peggiore sarebbe difficile)

16 carteBollate

dell’attuale situazione degli Opg.

Resta però l’impressione che, anche in

queste proposte di legge, l’aspetto giudiziario

resti soverchiante rispetto a

quello sanitario: non si vede invece uno

sforzo teso a dare regole e programmi

anche all’aspetto clinico-sanitario, ciò

non può che apparire sorprendente se

si pensa che comunque stiamo parlando

di persone malate dove, in una società

evoluta, l’aspetto della guarigione,

o comunque del controllo cronico della

malattia, dovrebbe essere quello centrale.

Mentre però si aspetta una legge che

ponga fine al non più sostenibile sistema

degli Opg si è cercato, con un Decreto

della Presidenza del Consiglio dei

ministri del 2008, di superare almeno il

problema dei quasi 400 detenuti/ricoverati

che non essendo più “socialmente

pericolosi” potrebbero essere dimessi

ma restano negli Opg dato che, con la

scomparsa degli Ospedali psichiatrici,

non esistono strutture adatte ad accoglierli.

Il Dpcm 2008 ha affidato alle Regioni la

responsabilità di creare appositamente

i Dipartimenti di Salute Mentale, peccato

che, ancora nel 2011, l’attuazione

di questo Dpcm è solo sulla carta.

Da un lato le Regioni (con la sola esclusione

di Lombardia e Toscana) non

hanno ancora presentato i progetti

per la realizzazione di tali dipartimenti,

dall’altro il ministero, solo nel 2011,

ha fatto il primo stanziamento di fondi

per 5 milioni di euro, che, a conti fatti,

potrebbe risolvere il problema di questi

400 malati ma solo per un terzo.

Questa mancanza di coordinamento tra

Stato e Regioni, questa inerzia nell’applicare

la norma e questo scarso stanziamento

di fondi fanno capire come

il problema di 400 persone detenute/

ricoverate in strutture inadeguate e

punitive sia poco sentito e in tutta evidenza

manchi la reale volontà politica

di risolverlo.

Del resto non è una novità che il problema

dei detenuti (ricoverati o meno), pagando

poco in termine di voti, sia ritenuto

dalla politica un “non problema” o,

comunque, una priorità assolutamente

relativa.

In conclusione vanno fatte due ulteriori

riflessioni sul rapporto tra Opg e salute

mentale.

In primo luogo ci si deve chiedere con

quale criterio si possa determinare la

“pericolosità sociale” di un malato di

mente e qual è la relazione tra la malattia

e il reato commesso. Sarebbe poi

utile (ma al momento mancano dati

precisi) capire come le caratteristiche

di multirazzialità che sta assumendo

la nostra società possano influire sulla

definizione di patologia mentale e, di

conseguenza, sul rapporto tra patologia

mentale e reato.

L’interpretazione dei comportanti e la

rilevazione delle patologie eventuali

non possono essere scollegate dalla

cultura di base in cui un soggetto si è

formato; il comportamento deviante

quindi potrebbe essere considerato

frutto di alterazione patologica se basato

su uno schema di “normalità” valido

per la nostra cultura, ma tutt’altro che

valido se basato su una cultura diversa

dalla nostra.

Insomma tanti temi meritano di essere

approfonditi e tante risposte necessitano

di essere date, prima di tutto però

bisogna far capire che il problema degli

Opg e delle 1550 persone che vi sono

recluse deve essere valutato nelle complessità

culturale che riveste, tenendo

conto che la sua risoluzione rappresenterebbe

un passo avanti fondamentale

per tutti noi e per la crescita umana e

culturale della nostra Nazione. La pena,

qualunque siano la sua connotazione e

il suo destinatario, deve avere una utilità

sociale.

FR a n C e S C o Ga R a F F o n i


Posizioni giuridiche

gli Ospedali psichiatrici giudiziari attualmente

accolgono diverse tipologie di pazienti con diverse

posizioni giuridiche.

1 Prosciolti per vizio totale di mente (art.222 Cp),

dichiarati socialmente pericolosi (68% della popolazione)

2 Condannati (giudicati cioè in grado di intendere e

di volere al momento del reato) che durante

l’esecuzione della pena sono colpiti da infermità

psichica (art. 148 Cp) (8,5 % della popolazione)

3 Condannati, ma con vizio parziale di mente

(art. 219 Cp) dichiarati socialmente pericolosi,

che devono eseguire un periodo di Casa di cura e

custodia, eventualmente in aggiunta alla pena

detentiva (12,7 %)

4 Imputati, detenuti in ogni grado del giudizio e

condannati che vengono sottoposti a osservazione

psichiatrica a norma dell’art. 99 Dpr 431/76

per un periodo non superiore a 30 giorni (2%)

5 Imputati ai quali sia stata applicata una misura

di sicurezza provvisoria (art.206 Cp, 312 Cpp),

in considerazione della loro presunta pericolosità

sociale, e in attesa di un giudizio definitivo (5,5 %)

6 Imputati sottoposti a perizia psichiatrica (raramente

in quanto essa dovrebbe essere svolta in carcere)

7 Imputati colpiti durante il giudizio da malattia

mentale tale che essi non siano più in grado

di attendere utilmente al procedimento (categoria

peraltro virtualmente non più presente in quanto

il ricovero e trattamento di tali soggetti competono

al Servizio psichiatrico pubblico come previsto

dall’art. 70 del Codice di procedura penale).

Matti da slegare

Nel 1978 la legge 180, meglio conosciuta come Legge

Basaglia, disponeva la soppressione degli Ospedali

psichiatrici e affidava la cura delle malattie

mentali alle normali strutture del Servizio sanitario con

l’unica differenza di inserire per questo tipo di malattie

l’istituto del Trattamento sanitario obbligatorio, comunque

assai vincolato a tempi molto brevi e in ogni caso

non svolto in strutture sanitarie totalmente dedicate.

Questa rivoluzione nella gestione della malattia mentale

partiva da un profondo cambiamento ideologico e culturale

portato avanti dai teorici

dell’antipsichiatria, che

partivano dalla convinzione

che la malattia mentale

fosse più l’espressione di

un disagio sociale (quindi

risolvibile all’interno della

società) che non di una

vera e propria patologia da

risolversi clinicamente.

Non poca influenza sul successo di quelle teorie fu dovuta

anche all’arretratezza delle cure che ancora la

medicina poteva offrire nel trattamento delle patologie

psichiatriche, che spesso facevano ricorso alla violenza

dell’elettroshock o a trattamenti al limite della lobotomia

farmacologica, inebetenti, con scarsissima possibilità di

portare a una reale regressione della malattia o, per lo

meno, a una gestione della stessa che portasse il malato

in una situazione cronica, ma controllata, compatibile

con una vita normale.

La legge 180 però, non prese in considerazione la situazione

della malattia mentale in presenza di reato, lasciando

così un vuoto legislativo che ha portato all’attuale situazione

critica degli Ospedali psichiatrici giudiziari.

carteBollate

17


dossier

propoSTe Di Legge 1 – Franco Corleone, reinserimento sociale anche per i malati

Niente Opg ma strutture

adeguate all’interno delle carceri

La proposta di legge di Franco Corleone si connota

per una radicale riforma del concetto di imputabilità,

prevedendo, infatti, una totale abolizione della

non imputabilità dei soggetti malati di mente e autori

di reato. Secondo Corleone, il proscioglimento dal reato

conseguente alla non imputabilità per infermità psichica

negherebbe al malato di mente di accedere a quei benefici

e al reinserimento sociale che possono invece essere

usufruiti dai soggetti “sani di mente” condannati a pena

detentiva. Con l’applicazione della misura di sicurezza

e l’invio, quindi, nell’ospedale psichiatrico giudiziario,

sempre secondo le testuali parole di Corleone, “...la società

evita il proprio dovere di punire chi infrange la legge

e, in sostituzione di una riabilitazione umana e sociale in

un ambito penale, il malato di mente viene punito con la

restrizione e il trattamento di un contesto psichiatrico...”.

propoSTA Di Legge 2 – Emilia Romagna e Toscana

Un trattamento

psichiatrico custodito

La proposta di legge della Regione

Emilia-Romagna e Toscana si

pone invece su di una linea diametralmente

opposta rispetto a quella

di Franco Corleone, anche se propone

varie modifiche e innovazioni nell’ambito

del concetto di imputabilità nonché

una più organica riforma degli ospedali

psichiatrici giudiziari.

Pur mantenendo la figura giuridica della

non imputabilità, tale proposta di legge

prevede, a esempio, l’abolizione della

seminfermità di mente o vizio parziale

di mente come causa di non imputabilità,

anche se alcune condizioni psicopatologiche

possono determinare un’attenuazione

e, quindi, diminuzione della

pena.

Viene conservato il concetto di pericolosità

sociale, di cui si prevede una

più puntuale definizione tramite criteri

oggettivi e, quindi, anche l’applicazione

della misura di sicurezza nei confronti

di chi è ritenuto non imputabile. Tale

misura non verrebbe applicata, secondo

tale proposta, per i reati per cui è

prevista una pena pecuniaria, per i delitti

colposi e per quelli la cui pena non

sia superiore ai dieci anni. Due sono,

quindi, i tipi di misura di sicurezza

proposti dalla legge: a) l’assegnazione

18 carteBollate

a un istituto in cui oltre al trattamento

psichiatrico sia garantita la custodia,

misura che viene applicata alle persone

che abbiano commesso un reato per il

quale la pena massima sia superiore a

dieci anni, b) l’affidamento al Servizio

sociale, misura che si applica alle persone

che abbiano commesso un reato

per il quale la pena massima sia inferiore

a dieci anni, e che, qualora non

risulti adeguata, può esser convertita,

dal giudice, nella prima.

Le strutture per il trattamento psichiatrico

custodito sopracitate verrebbero

create in ogni regione e per un numero

di pazienti non superiore a trenta

unità. Sarebbero, inoltre, cogestite

dal Servizio Sanitario Nazionale, per

quel che riguarda le attività sanitarie,

e dall’Amministrazione penitenziaria,

per le responsabilità del servizio e le

attività custodiali, per altro più limitate

rispetto a quelle attualmente vigenti

negli Opg.

Viene inoltre previsto che il giudice

di sorveglianza che dispone la misura

di sicurezza accerti periodicamente la

permanenza della pericolosità: ogni

anno per la misura del ricovero in istituto,

ogni sei mesi per quella dell’affidamento

al Servizio sociale, ed in tem-

In sintesi, i punti salienti di tale legge sono i seguenti:

l’abolizione dell’istituto della non imputabilità; il riconoscere,

di conseguenza, al malato di mente autore di reato

la capacità di intendere e di volere, la sua imputabilità e

possibilità di essere soggetto alle pene previste dal codice

penale per il tipo di reato commesso; l’abolizione, quindi,

delle misure di sicurezza; la cura e la tutela della salute

del malato di mente dovrebbero essere, quindi, assicurate

nel carcere di destinazione da strutture adeguate alla cura

dei disturbi mentali, che vengono costituite e organizzate

all’interno dell’istituto penitenziario stesso; la collaborazione

con i servizi psichiatrici territoriali che devono assicurare

l’assistenza medico-psichiatrica nelle strutture

carcerarie sopracitate, nonché formulare i programmi di

riabilitazione.

F.G.

pi diversi, su richiesta dell’interessato

o per altre motivate ragioni.

La proposta di legge in questione cerca,

inoltre, di delineare una più organica

strutturazione dell’istituto della perizia

psichiatrica, in quanto si tratta di una

prestazione professionale delicata che

assolve a un’altrettanto delicata funzione.

L’intento è quello di conferire una

maggiore dignità istituzionale al consulente

tecnico (psichiatra in questo

caso) d’ufficio, assicurando, a esempio,

che la sua opera risponda maggiormente

a criteri obiettivi di valutazione. Per

questo viene proposta la costituzione di

una specie di “pool” di psichiatri abilitati

alle perizie che dovrebbero essere

chiamati in causa a rotazione al fine di

evitare che il rapporto tra il giudice e

il perito si fondi più sull’affinità ideologiche

e sulla fiducia personale che

sull’obiettiva evidenza dei fatti. Per quel

che riguarda la perizia sull’imputabilità,

il perito psichiatra non si dovrebbe

pronunciare sulla pericolosità che, invece,

dovrebbe essere valutata in base

a elementi non solo di natura psicopatologica

e, comunque, effettuata in un

secondo tempo dopo che sono stati effettuati

trattamenti psichiatrici.

F.G.


SeNATo – Il video choc della commissione d’inchiesta guidata da Marino (Pd)

Viaggio nell’inferno dei dimenticati

La commissione d’inchiesta del Senato sul Sistema sanitario nazionale ha acceso un faro sui sei Ospedali psichiatrici giudiziari

che ospitano 1550 pazienti in condizioni agghiaccianti. Ne è uscito un video-scandalo presentato alla stampa nel marzo scorso.

Tutti d’accordo: “Vanno aboliti”.

Nel 1980, era appena entrata

in vigore la legge Basaglia, mi

capitò di fare un’inchiesta sui

cosiddetti “residui psichiatrici”,

le strutture manicomiali che erano

rimaste aperte nonostante la legge 180.

Ricordo i letti di contenzione, il dondolio

catatonico di una donna, che sembrava

ripetere da sempre lo stesso gesto, le

mani tremanti che stringevano una sigaretta,

gli sguardi fissi, le andature sbilenche,

non per una strana conformazione

dello scheletro, ma per aver girato per

anni, attorno a uno stesso tavolo, chiusi

nell’angustia di una cella.

Mi sembra di sentire ancora l’odore di

urina mista a psicofarmaci, lo stesso

odore che devono aver sentito i senatori

della commissione d’inchiesta guidata

da Ignazio Marino, che ha svolto sopralluoghi

a sorpresa in tutti e sei gli Opg

della Penisola: Montelupo Fiorentino,

Aversa, Secondigliano, Barcellona Pozzo

di Gotto, Reggio Emilia e Castiglione

delle Stiviere. Si trovano qui i sei inferni

dei dimenticati, che ospitano 1.550 pazienti.

La telecamera inquadra un letto di contenzione

con un foro nel mezzo per la

caduta degli escrementi dove il paziente,

completamento nudo, viene legato

con corde a braccia e gambe. Un fotogramma

che dice tutto di questa terra di

mezzo, che non è ospedale e non è galera,

ma raccoglie il peggio di entrambi.

Qui la legge Basaglia non è mai arrivata,

ma sembra non esistere nessuna legge.

Cessi sporchi, immondizia che si accumula

in qualche angolo, stanze per quattro

dove vivono in nove, nessun diritto,

nessuna cura, se non il contenimento fisico

e farmacologico. Marino ha parlato

di luoghi “intollerabili” e ha definito “disumane”

le condizioni di vita degli internati,

costretti a muoversi nella sporcizia,

a dormire in letti arrugginiti, coperti da

lenzuola sudice.

Si sentono le loro voci, che chiedono

lavoro, che ripetono, rivolgendosi ai senatori:

“Io non sono pericoloso, fatemi

lavorare”.

Ma negli Opg non ci sono percorsi riabilitativi

o benefici carcerari. Chi finisce

qui dentro, giudicato “non imputabile”

per infermità mentale, non ha neppure

i diritti riconosciuti a un detenuto e soprattutto

non sa quando uscirà. C’è chi

è dentro da più di trent’anni, ma a differenza

di un carcerato non sa quando

un giudice stabilirà che è cessata la sua

pericolosità sociale.

Siamo ad Aversa, l’occhio della telecamera

inquadra qualcosa di immondo,

di indecifrabile: sono bottiglie d’acqua

infilate nel buco dei cessi alla turca per

rinfrescarle o per impedire la risalita

dei topi.

Una situazione “in netta violazione di

quanto sancito dalla commissione europea

per la Prevenzione della tortura”,

come riporta il documento finale sulla

realtà degli Opg, redatto dai parlamentari:

“Nessun rispetto per l’identità di

una persona e la sua dignità, dall’igiene

più elementare al diritto alle terapie.

Le medicine trasformate in camicie di

forza invisibili che contengono e non

curano”.

Anche i medici, che in un ospedale dovrebbero

essere la presenza più evidente,

qui sono merce rara. Dai sopralluoghi

è emerso che nei reparti i camici bianchi

si contano sulle dita di una mano,

“quattro ore a settimana in strutture in

cui convivono anche 300 persone”, e di

psichiatri non c’è neanche l’ombra. Un

report, infine, anche sul lavoro di monitoraggio:

“Raccogliere i primi dati non è

stato per niente semplice - ha spiegato

Marino -. Reticenze, diffidenze, inesattezze

hanno scandito le prime settimane

di lavoro soprattutto negli Opg più

degradati. Ci sono, tuttavia, Opg come

quello di Reggio Emilia dove gran parte

dei dimissibili hanno già lasciato la

struttura”.

La commissione ha denunciato che 376

internati sono ritenuti dimissibili, però

soltanto 65 fino a ora sono stati effettivamente

dimessi. Per gli altri si è di fatto

decisa una proroga della pena – è la denuncia

di Marino –. “Non hanno varcato

i cancelli degli Opg perché non hanno

ricevuto un progetto terapeutico, non

hanno una comunità che li accolga o

una Asl che li assista”.

La Commissione d’inchiesta ha indicato

un obiettivo finale: arrivare alla liberazione

dei 376 internati dimissibili e alla

chiusura di almeno tre Opg su sei, con

l’individuazione di nuove strutture a custodia

attenuata da destinare al trattamento

sanitario degli internati. “L’unica

soluzione – ha concluso il senatore democratico

è superare gli Opg, chiudere

questi veri e propri manicomi criminali,

che non curano né tanto meno riabilitano,

e destinare i pazienti a strutture

sanitarie specializzate e adeguate ad accoglierli.

Non è accettabile che nel nostro Paese,

nel XXI secolo, i detenuti con problemi

psichiatrici siano privati non soltanto

della loro libertà ma anche della loro dignità

di essere umani”.

Su S a n n a Ri pa m o n t i

carteBollate

19


lavoro

oCCUpAZioNe – La relazione del Ministero della Giustizia

Tagli alla Smuraglia

detenuti disoccupati

Allarme da Via Arenula: aumenta

il numero dei detenuti, ma

diminuisce quello di coloro

che lavorano. La causa, il budget

insufficiente sia per le retribuzioni

sia per coprire i benefici fiscali previsti

dalla cosiddetta legge Smuraglia. A

sottolinearlo è la relazione sull’attuazione

delle norme relative al lavoro dei

detenuti, relativa al 2010, trasmessa al

Parlamento dal ministero della Giustizia.

ll budget largamente insufficiente

assegnato per la loro remunerazione

“ha condizionato in modo particolare

le attività lavorative necessarie per la

gestione quotidiana dell’istituto penitenziario

(servizi di pulizia, cucina,

manutenzione ordinaria del fabbricato

ecc.) incidendo negativamente sulla

qualità della vita all’interno dei penitenziari”.

Nel 2010 il budget è stato di

circa 54 milioni di euro, ma per il 2011

scenderà a 49 milioni. Anche il numero

dei detenuti lavoranti addetti ai servizi

di istituto -nota ancora la relazione ministeriale-

è diminuito, passando dagli

11.107 del 2009 ai 10.803 del 2010. Si è

invece riusciti ad aumentare il numero

degli addetti alle lavorazioni industriali,

da 582 a 609.

Per quanto riguarda i detenuti lavoranti

non alle dipendenze dell’amministrazione

penitenziaria, la legge Smuraglia,

“che definisce le misure di vantaggio per

le cooperative sociali e le imprese che

vogliano assumere detenuti e che aveva

aperto prospettive di sicuro interesse

per il lavoro penitenziario, non potrà

produrre ulteriori incentivi all’assunzione

di soggetti in stato di reclusione, essendo

esaurito il budget a disposizione

per la copertura dei benefici fiscali”.

L’articolo 20 dell’Ordinamento Penitenziario

disciplina il lavoro all’interno delle

carceri e il carcere di Bollate è uno

degli istituti penitenziari italiani dove

i detenuti hanno maggiori opportunità

lavorative. Oltre al lavoro penitenziario

(scopini, spesini eccetera) a Bollate ci

sono aziende e cooperative esterne che

hanno assunto o hanno tra i soci lavoratori,

persone detenute. Coloro che lavorano

per l’amministrazione penitenziaria

sono 243 (di cui 10 donne) e quelli

che lavorano per imprenditori privati

sono 185 (di cui 36 stranieri e 10 donne).

Inoltre ci sono 80 persone ammesse

20 carteBollate

il lavoro

in carcere:

un miraggio

nel

deserto

al lavoro esterno, tre delle quali donne.

Quindi su un totale di circa 1.100 persone

assegnate all’istituto di pena, quelle

che sono impiegate mensilmente in attività

lavorative sono 507. Le persone che

lavorano per ditte e cooperative hanno

contratti a tempo indeterminato, quelle

che svolgono attività per l’amministrazione

sono soggette a turnazione.

Il lavoro alle dipendenze dell’amministrazione,

a causa del continuo contrarsi

dei finanziamenti è sempre minore.

Se tre anni fa ogni reparto dell’istituto

aveva 12 scopini, quest’anno sono ridotti

a 6, pagati tre ore al giorno ognuno.

La contrazione di ore lavorative non

ha toccato i lavoranti delle cucine, gli

scrivani e gli addetti alla Manutenzione

Ordinaria del Fabbricato (MOF),

perché altrimenti non si garantirebbe

il servizio. L’accesso al lavoro alle dipendenze

dell’amministrazione è effettuato

tramite una graduatoria che oggi

è unica per tutti i posti lavorativi, ma

è previsto che sia fatta per “qualifica

mestieri” e dunque tenendo conto delle

competenze.

Oggi nella formulazione delle graduatorie

si tiene conto dei giorni di permanenza

in istituto (0,5 punti), coniuge

(0,5 punti) e figli a carico (0,2 punti

o, se disabili 0,3 punti). Inoltre i responsabili

dei reparti detentivi hanno

la possibilità di ammettere al lavoro,

indipendentemente dalla graduatoria,

le persone con situazioni di indigenza

particolare.

La turnazione nei posti di lavoro viene

fatta secondo il ruolo che si occupa:

per esempio il cuoco è in carica per un

anno, l’aiuto cuoco per sei mesi e gli

inservienti per tre mesi; lo stesso per

l’ufficio spesa: il tabelliere è in carica

per un anno, gli spesini per tre mesi.

Gli scopini dei reparti hanno turnazione

mensile mentre quelli che lavorano

presso gli uffici dell’amministrazione

hanno incarichi con durata più lunga.

Le persone che lavorano all’interno

dell’istituto per società esterne sono

tutte assunte con contratti nazionali

a tempo indeterminato, quasi tutte a

tempo pieno. Lo stesso per i soci delle

cooperative.

Al monitoraggio della correttezza del

rapporto tra dipendente e datore di

lavoro sono state assegnate due educatrici,

una che segue il lavoro alle dipendenze

dell’amministrazione, l’altra

quello con tutte le altre realtà lavorative

interne. Oltre a queste, l’educatrice

assegnata al reparto delle persone

ammesse al lavoro esterno segue anche

i rapporti di lavoro tra dipendente e datore

di lavoro.

Comunque la situazione del carcere di

Bollate, con circa metà delle persone

ristrette occupate in attività lavorative,

esula quella del resto degli istituti

penitenziari, dove riuscire a trovare un

lavoro, anche solo per un mese, è come

riuscire a raggiungere un miraggio nel

deserto.

en R iC o la z z a R a


progeTTi - Nasce la nuova coop di artigiani

Se l’hobby diventa lavoro

in carcere molte persone occupano il

tempo cimentandosi in piccoli lavori

manuali che vanno dal classico veliero

fatto con gli stuzzicadenti alle

cornici fatte con i materiali più disparati,

fino a veri e propri elementi d’arredamento:

tavolini e mobiletti, svuotatasche

e quant’altro fatti con i pochi materiali

che si hanno a disposizione.

Da un paio di mesi un gruppo di volontari,

interni ed esterni, si è attivato su

mandato della Direzione dell’istituto per

creare all’interno dell’istituto un’associazione

o una cooperativa, finalizzata

a riunire tutte queste piccole realtà artigianali,

trovando loro una corretta gestione

fiscale da una parte e dei canali di

vendita delle produzioni dall’altra.

Il progetto è stato presentato in commissione

Cultura ed è stato chiesto ai referenti

di fare una mappatura presso tutti i

reparti di cosa viene prodotto e da chi.

Il gruppo di volontari ha poi contattato le

persone che dedicano il proprio tempo a

questi lavori e ha trovato anche persone

interessate a trovare uno sbocco “commerciale”

a ciò che fanno e a insegnare

ad altri le proprie competenze.

Si è quindi individuato un doppio binario

su cui si potrebbe operare: il primo è rappresentato

da tutti quei singoli detenuti

che producono piccoli manufatti che,

seppur graziosi e commerciabili, non

portano alcuna professionalità e dopo la

scarcerazione difficilmente proseguirebbero

nella collaborazione; il secondo è

rappresentato invece da chi, in passato,

ha acquisito una professionalità specifica

e potrebbe coordinare dei laboratori-studio

dove formare altre persone ed effettuare

produzioni diverse.

Le persone interpellate hanno mostrato

da subito una forte motivazione e tanto

entusiasmo per questa possibilità.

Coop iN CArCere – Confezione e vendita di fiori finti

Un tocco d’artista ai reparti maschili

A

marzo si è attivata nel nostro

istituto di Milano-Bollate

una cooperativa per la composizione

e la vendita di fiori

finti che ha concesso la possibilità di

lavoro a due detenute. Maria Antonietta,

già esperta nella creazione di

fantasiosi bouquet, si è subito messa

all’opera per la realizzazione di questi

bellissimi fiori che sembrano veri, fiori

di alta qualità che rimangono stabili nei

colori e non subiscono processi di trasformazione.

Io, Sandra, curo il settore

vendita diretta sia qui al femminile che

nei reparti maschili, mettendo a frutto

la mia lunga esperienza di vendita al

pubblico. Anche se per me i fiori sono

prodotti completamente nuovi, ne sono

rimasta subito affascinata: al mattino,

nel laboratorio collocato nell’ex vetreria,

siamo circondate da una profusione

di fiori variopinti che ci stimolano

a creare composizioni sempre diverse

e originali. Massimo Riveda, uno dei

soci della cooperativa BEE 2 e titolare

dell’attività, è molto fiducioso nelle nostre

capacità lavorative a lascia a noi e

alla nostra fantasia ogni libertà di esecuzione,

arrivando solo alla fine per il

“tocco d’artista”. Insieme a lui ho iniziato

l’esperienza della vendita nei reparti

maschili, attirata anche dalla novità di

lavorare con e per i detenuti come me.

I lavori che erano disponibili sono stati

fotografati e si sta elaborando un piccolo

book che potrebbe essere usato come

veicolo pubblicitario una volta che il progetto

avrà preso forma definitiva.

Dopo aver avuto il placet della Direzione,

si avvierà nel concreto questo progetto e

nei prossimi mesi dovremmo quindi vederlo

nascere.

e. l.

Ho percorso i lunghi corridoi che conducono

ai reparti, dal 1° al 7°, stupita

dalla curiosità riservataci dai detenuti,

ma anche conscia della loro educazione

e dell’atteggiamento rispettoso nel salutare.

Erano vestiti in modo molto ordinato,

gentili ma anche allegri, molto disponibili

e interessati alla nostra esposizione

e anche piuttosto decisi nelle scelte e

con gusti raffinati; pronti a spendere

per i propri familiari così da esprimere

il valore del legame con le proprie mogli,

donne, figlie, sorelle, ecc.

L’iniziativa, attraverso il “progetto

Bollate”, ha portato nuovo lavoro in

istituto, cosa di vitale importanza per

la nostra riabilitazione, per poterci

reinserire, una volta fuori, nella vita

sociale e lavorativa. Ci auguriamo che

quest’apertura tra il femminile e il

maschile sia un primo passo per nuovi

progetti. Io, nel mio piccolo, mi sto

molto impegnando in quest’impresa,

non sempre facile ma che accresce la

mia fiducia in me stessa.

carteBollate

Sa n d R a aR i o ta

21


lavoro

ArTiCoLo 21 – Il tribunale si digitalizza grazie ad alcuni detenuti

Uno scanner per rientrare nella società

21: lavoro esterno…

prevede che gli internati

“Articolo

escano dall’istituto per lavorare…

”. In un’uggiosa

giornata di novembre, per tranquillizzarmi,

mentre salivo le scale del tribunale

di Milano mentalmente ripetevo la

trascrizione, tante volte auspicata e per

la prima volta attuata in mio favore.

Il movimento, i suoni, l’impatto fisico con

un ambiente fino ad allora un po’ temuto

e un po’ desiderato acceleravano i battiti

del mio cuore; i dubbi sulla mia capacità

d’affrontare un impegno di lavoro nuovo,

l’ansia di rapportarmi con persone estranee

al mondo carcerario mi facevano un

po’ tremare e un po’ mi davano l’eccitazione,

da tempo dimenticata, di una prova

da superare per mettermi ancora una

volta in corsa con la vita.

È iniziata così la mia esperienza di lavoro

esterno, una bellissima e proficua

tappa che mi ha insegnato a riprendere

L’ambiguità dei fatti

Tutti sappiamo per cultura generale cos’è un fatto: ciò

che è accaduto, accade, può accadere, perché realtà

concreta, oggettiva del mondo.

Si dice che i fatti non sono fantasia, che il fatto è reale

mentre le idee, i progetti, le intenzioni ecc. son solo immagini

astratte. C’è in generale comune accordo sulla

nozione di base del fatto: fatto è ciò che è concreto,

reale.

facciamo alcuni esempi: un uomo è sposato, questo è

un fatto, cioè una condizione oggettiva.

franco ha la moto; è un fatto.

Marta ha divorziato, un altro fatto. indubbiamente il fatto

ha un’esistenza reale, non supposta, ipotizzata o immaginata

come certi articoli di giornali. Quindi i fatti hanno

un’esistenza reale.

Ovviamente, si sa, per esperienza e riflessione critica,

che a volte si ritengono fatti anche cose che non hanno

consistenza reale. in questo caso si dice che la considerazione

o l’interpretazione del fatto è fallace, produce

errori cognitivi, non è affidabile, c’è qualche svista.

inoltre, non tutti i fenomeni o accadimenti che rientrano

nella nostra esperienza possono essere considerati

a rigore fatti, perché alcune cose della vita non sono di

facile reperibilità cognitiva, non si possono conoscere in

modo certo.

A livello dell’esperienza comune, immediata, quotidiana

molte cose rientrano a buon titolo nella categoria

del fatto, ma a un livello un po’ più complesso le cose

stanno diversamente. insomma, non tutti i fatti possono

essere riconosciuti facilmente come tali.

22 carteBollate

la via dei doveri professionali e a recuperare

la mia connessione sociale.

Sono stata accolta con rispetto, simpatia

e via via con stima da tutti coloro

che operano in questo progetto.

“Progetto di digitalizzazione” è la definizione,

inizialmente per me un po’ misteriosa

e temibile, data a un accordo

tra gli Uffici Giudiziari e l’Ordine degli

Avvocati, da cui ha preso avvio una

sperimentazione che presso il Palazzo

di Giustizia di Milano attua la scannerizzazione

di atti giudiziari.

Per il profilo tecnico e amministrativo,

il progetto si avvale della cooperativa

Cremona Labor, con sede a Cremona

in via Magenta 2/A; per l’esecuzione,

vengono utilizzati detenuti; lo scopo è

aiutare nel recupero e nella rieducazione,

oltre che nel reinserimento sociale,

attraverso un lavoro nell’ambito degli

uffici giudiziari simbolicamente ricco

di significati.

Grazie all’impegno di tutti i proponenti,

avvocati e uffici giudiziari, trovati i locali,

acquistati i macchinari, computer

e scanner, realizzato un accordo con la

cooperativa, il progetto ha preso vita.

Nell’ottobre 2010 è partita la digitalizzazione

degli atti del 415/bis c.p.p. (avviso

di conclusione delle indagini preliminari)

presso il Tribunale di Milano.

Inoltre la Cooperativa si sta occupando

delle richieste dei vari uffici giudiziari,

in particolare del giudice per le indagini

preliminari (gip).

Con questo mio lavoro mi sento soddisfatta,

sono felice di essere utile, di

esprimere la mia potenzialità anche

nel tessuto civile e sociale. Ogni giorno,

grazie a questa possibilità, mi avvio

alla fine della mia pena con un carico

in meno di handicap civile e con un bagaglio

più ricco di esperienza per il mio

ritorno alla società.

lella ve G l i a

Comunque, facili o difficili da capire, tutti i fatti hanno

esistenza reale. L’esistenza reale è una caratteristica

essenziale dei fatti, altrimenti scivoliamo nelle fantasie,

nelle illusioni, nelle chimere.

Diciamo subito che i fatti non sono necessariamente giustificabili,

cioè non sono necessariamente giusti, buoni,

apprezzabili, così come non sono necessariamente

sbagliati, imperfetti. L’esistenza del fatto non legittima

la condizione, lo stato d’essere del fatto, purché faccia

notizia.

Da questo punto di vista è lecito affermare che la presunta

superiorità dei fatti, in quanto esistenza concreta

contrapposta alla pura fantasia di chi scrive, non può

dare nessuna giustificazione valida dei fatti stessi. I fatti

sono come sono, apprezzabili o desolanti, ma la loro

semplice esistenza è insufficiente per la loro valutazione

globale.

il punto importante da tener qui presente è che non si

dovrebbe avere una considerazione esclusiva dei fatti

perché tale considerazione comporta il non trascurabile

rischio di fare astrazioni tutt’altro che raccomandabili.

Chi concede supremazia ai fatti solo perché i fatti sono

reali, non si rende conto di quel che fa. e’ chiaro che qui

molto dipende da cosa si ritiene reale.

L’accanimento verso i fatti, solo perché i fatti possiedono

esistenza reale, è sicuramente un’astrazione.

Quest’astrazione non è onesta. in realtà è solo una forzatura,

cioè una forma di violenza cognitiva, solo al fine

di comunicare notizia del fatto.

Antonio Lasalandra.


SANiTà – La bolla d’aria del passaggio alle Asl

Il diritto alla salute in carcere

Nonostante Bollate sia un carcere

all’avanguardia, la situazione

sanitaria è decisamente

carente. Il passaggio a tre Asl

diverse ne ha minato l’equilibrio e a

tutt’oggi non si sa a che santo votarsi.

Mancano i medici specialisti e l’ospedale

Sacco, che aveva in carico il carcere,

ha ceduto la palla al San Paolo, ma ancora

siamo in attesa di vedere medici di

quest’ultimo, a cominciare dai dentisti,

e spesso anche per la sanità carceraria

si deve far ricorso alla risorsa infinita

del volontariato: ad esempio è stata la

direttrice, Lucia Castellano, a rintracciare

una ginecologa di buona volontà

disposta a venire a visitarci tutte.

La sezione femminile ha una bella infermeria,

attrezzatissima, ma manca

l’infermiera fissa che sopperisca alle

varie necessità che via via si presentano

in reparto. Abbiamo Arianna, un’infermiera

professionale bravissima che

viene al femminile la mattina e il pomeriggio

per somministrare le terapie,

ma il buon funzionamento del servizio

non può reggersi solo su di lei: se per un

qualunque motivo venisse trasferita (se

ne parla, speriamo che siano solo voci

di corridoio) perderemmo una persona

che prende con passione il suo lavoro e

che è assolutamente necessaria.

E’ stato istituito uno sportello salute

che così com’è concepito e organizzato

è insufficiente, perché non si occupa

delle mille disfunzioni del servizio sanitario

interno. Sarebbe invece opportuno

istituire una commissione Sanità,

formata da educatori, volontari e detenuti

possibilmente qualificati, che collabori

col direttore sanitario, il dottor

Danese, e che si occupi delle mancanze

oggettive e strutturali. Probabilmente

è un’utopia, ma intanto in sezione si

continua ad avere problemi seri, come

quelli odontoiatrici.

C’è da dire, meno male, che la farmacia

è fornita, i prodotti più usati sono

per il 30% antidolorifici e per il 50%

psicofarmaci, questi ultimi si utilizzano

meno che in altre carceri, ma sono

ugualmente il farmaco più distribuito,

in particolare nel reparto femminile. I

tempi d’attesa per visite specialistiche

interne per il femminile sono spesso

lunghi, idem per quelle esterne, e sappiamo

bene che anche fuori è così, ma

si sa che per un detenuto l’attesa è deleteria,

bisognerebbe tener conto di questo

con la creazione di una corsia pre-

ferenziale, ed è chiaro che questo non

si potrà attuare finché il San Paolo non

si prenderà definitivamente in carico il

carcere con tutte le sue problematiche.

Non sappiamo se al maschile le cose

vadano meglio, ma non è azzardato affermare

che la sanità è da molto tempo

un problema irrisolto a Bollate. Quattro

anni fa il nostro giornale fece un’inchiesta

sullo stato della sanità carceraria,

distribuendo 100 questionari ai 500

detenuti che componevano all’epoca la

popolazione carceraria. Lunghe liste

di attesa, visite affrettate, troppa burocrazia

nella soluzione dei problemi,

servizio dentistico del tutto insufficiente.

Queste erano le aree problematiche

segnalate, che continuano ad essere

un punto nevralgico. Sono gli stessi

problemi che si possono riscontrare

in una qualunque Asl milanese, con la

differenza che, all’esterno, chi è libero

è anche libero di scegliere un medico

privato.

Ovviamente si tratta di un problema

nazionale e non solo del nostro carcere.

Con il passaggio della competenza della

gestione della sanità penitenziaria dal

Ministero della Giustizia alle Regioni,

queste hanno ereditato una sanità

penitenziaria disastrosa, da riorganizzare

e risanare dalle radici. Il decreto

legislativo 230/99, entrato in vigore

il 1° gennaio del 2000, stabiliva che “i

detenuti e gli internati hanno diritto, al

pari dei cittadini in stato di libertà, alla

erogazione delle prestazioni di prevenzione,

diagnosi, cura e riabilitazione,

efficaci ed appropriate”. In particolare

il Servizio sanitario nazionale deve assicurare

loro “livelli di prestazioni analoghi

a quelli garantiti ai cittadini liberi;

azioni di protezione, di informazione e

di educazione ai fini dello sviluppo della

responsabilita’ individuale e collettiva

in materia di salute; informazioni

complete sul proprio stato di salute

all’atto dell’ingresso in carcere durante

il periodo di detenzione e all’atto della

dimissione in libertà; interventi di prevenzione,

cura e sostegno del disagio

psichico e sociale”. E’ più che evidente

che siamo di fronte all’ennesima norma

disattesa, che non ha mai avuto attuazione.

Di chi è la colpa? “Le Asl, alle

quali sono affidati la gestione e il controllo

dei servizi sanitari negli istituti

penitenziari – dice la legge – rispondono

della mancata applicazione e dei

ritardi nell’attuazione delle misure previste

ai fini dello svolgimento dell’assistenza

sanitaria nei suddetti istituti e

l’amministrazione penitenziaria deve

segnalare alle Asl la mancata osservanza

delle disposizioni del decreto legislativo”.

Cosa si è fatto di tutto questo? Il

decreto è stato progressivamente svuotato

di contenuti e il governo ha tagliato

le risorse per le carceri e c’è ancora

molta strada da fare perché ai detenuti

siano garantite le stesse opportunità e

prestazioni sanitarie garantite ai cittadini

liberi.

carteBollate

el e n a Ca S u l a

“Una telefonata ti salva la vita”.

L

’ultimo desiderio di massimo lopez, attore comico italiano, in una pubblicità

di qualche anno fa in cui si trovava davanti ad un plotone di esecuzione

era di fare una telefonata.

la vigilia di pasqua un nostro compagno, p. g., mentre rientrava a piedi dal

suo primo permesso premio nel lungo tratto di strada – sempre deserta – tra

l’ospedale Sacco e il carcere, si è sentito male ed è morto.

non sappiamo con esattezza le cause della sua morte, né se avrebbe avuto

il tempo di farla quella “telefonata che ti salva la vita”.

lui un telefono cellulare con sé, però, non l’aveva perché gli era vietato

l’utilizzo: era tra le prescrizioni del permesso, quella serie di cose che si devono

o non si devono fare mentre si è fuori dal carcere.

forse è ancora prematuro, in uno Stato dove ci sono più utenze telefoniche

che utenti, pensare che anche ai detenuti in permesso possa essere

concesso l’uso del telefono cellulare, però certamente potrebbe risultare di

importanza vitale averlo.

Bitto lalla

23


stranieri

grUppo MigrANTi – L’esperienza del collettivo che da tre anni lavora a Bollate

Un luogo per ricostruire la speranza

Nel carcere di San Vittore a

Milano, dove ero detenuto in

attesa di giudizio, frequentavo

la scuola media. Eravamo

una decina di detenuti, tutti stranieri,

e nell’ora di diritto un nostro amico

estrasse un articolo sulla legge Bossi-

Fini e i suoi effetti sull’immigrazione,

scritto da un avvocato volontario che

frequentava il “Gruppo migranti” presso

il carcere di Bollate.

Da allora ho iniziato a informarmi su

questo carcere, ho saputo che è molto

diverso dagli altri, che è un luogo dove

il detenuto può vivere una carcerazione

dignitosa e ha la possibilità di reinserirsi

e riabilitarsi, usufruendo di varie attività

lavorative, formative e ricreative.

Prima di essere trasferito a Bollate sono

stato in diverse carceri, in cui le condizioni

di vita, soprattutto dello straniero,

sono inaccettabili, umilianti e difficili,

perché gli stranieri non contano nulla,

sono solo come delle figurine della

il mio nome è Beatrice. Sono di Montevideo,

in Uruguay. Alle spalle ho una

vita vissuta in tutti i sensi e davanti a

me la speranza e il sogno di vivere la

vita che mi rimane in un modo personale

che in certi momenti mi sembra un’utopia,

in altri una possibilità. Mentre scrivo

mi è davvero difficile esprimere le mie

emozioni, la mia sofferenza e insicurezza.

Viviamo in una piccola società, quella

carceraria, mostruosa e difficile da comprendere.

Qui una persona che vuole riscattarsi

deve difendere la sua posizione

in graduatoria, imparando ad accettare

l’inaccettabile e rafforzando la sua capacità

di confrontarsi con una convivenza

imposta e forzata, con la mancanza di privacy,

di spazi personali, di autonomia. In

questa convivenza forzata tra forti e deboli

il linguaggio spesso è “corto” e “storto”,

dà l’impressione di non dire niente e

nello stesso tempo dice tutto e così, in un

modo misterioso, ti fa entrare in gioco o

ti esclude. Devi impadronirti di questo

linguaggio se vuoi affrontare bene la quotidianità.

Credo di aver imparato a fare

24 carteBollate

playstation. Per questo amici miei, penso

che dobbiamo avere senso di responsabilità,

approfittare dell’opportunità

che ci viene offerta dal gruppo migranti

per fare sentire la nostra voce, il nostro

grido e la nostra speranza, sia dentro

che fuori le mura del carcere, per raggiungere

il nostro obiettivo e realizzare

il nostro progetto già disegnato per un

futuro migliore.

Il “gruppo migranti“ ci offre l’ambiente

e lo spazio per riunirci, confrontarci,

condividere le nostre storie ed esperienza

di migrazione, per discutere sulle

diversità delle culture, su problemi e

fatti di attualità legati alla condizione

degli stranieri in Italia.

Amici miei, ognuno di noi ha una storia

da narrare, un romanzo da scrivere

e raccontare, per questo serve più comprensione,

più ascolto fra di noi, ma la

cosa più importante è il rispetto di noi

stessi e del prossimo. Il saper dialogare,

criticare e comunicare fa parte del no-

diverse cose nello stesso tempo, con tutti

i limiti della comunicazione linguistica,

anche se ho una buona capacità di comprensione

e l’italiano mi piace molto.

Ma la cosa più importante, per me, è saper

ascoltare chi ha bisogno di sfogarsi.

Sono arrivata a Bollate dal carcere di

Monza con un encomio per il mio profitto

scolastico. A essere sincera ho anche

avuto alcuni inconvenienti nelle relazioni

umane. Grazie all’età e all’esperienza, ora

so dare consigli alle ragazze più giovani

per evitare loro nuovi errori: non c’è miglior

amico che il tempo per capire chi ha

ragione e chi no. Per gli stranieri bisogna

considerare il problema del mantenimento

degli affetti creato dalla distanza. Ho

imparato a colmare questo vuoto rendendomi

utile e disponibile agli altri, anche

attraverso il lavoro. Ho sentito molto la

mancanza di mia figlia, perché mantenere

un rapporto affettivo solo attraverso le

telefonate e le lettere è molto difficile. Il

senso di solitudine è immenso. La riconciliazione

con i propri figli sta nel riconoscere

che si è persa la propria autorità e la

stro gioco e fortifica il nostro gruppo,

essere uniti è una cosa fondamentale

per il nostro percorso. non bisogna mai

dimenticare che noi rappresentiamo

tutti gli stranieri di questo istituto, allora

rimbocchiamoci le maniche, lasciamo

stare l’egoismo, buttiamo via il menefreghismo:

dobbiamo essere solidali e fratelli

a prescindere dalla razza, dal colore,

dall’etnia, dalla religione…. ecc.

Amici miei, siamo stati costretti ad andare

via dai nostri Paesi d’origine per

diversi motivi: guerre, disoccupazione,

fame, politica, ma il cuore e i nostri pensieri

sono rivolti sempre ai nostri cari,

solo che il destino ci ha riservato questa

amara situazione che si è accumulata

alle nostre sofferenze e dolori. Sapete

che la strada è dura, ripida, ma noi non

molleremo mai, con il coraggio, la voglia,

l’entusiasmo e la fiducia in noi stessi,

possiamo farla insieme passo dopo passo,

camminiamo verso la libertà.

mo H a m e d la m a a n i

TeSTiMoNiANZA – Il riscatto di una mamma dell’Uruguay

Aiutare le altre e vincere la sfiducia

possibilità di tornare a essere quello che

si era prima. Il rispetto della mia persona

mi dà la forza per costruire il mio destino

presente e futuro. Ho sempre insegnato

ai miei figli che il rispetto lo si costruisce

ogni giorno ma lo si può perdere in un secondo.

Dall’Italia ora ricevo un giusto trattamento

come detenuta, con gli stessi diritti e doveri

degli altri detenuti. Mi fa bene ricordare

che gli emigranti italiani arrivarono

nel mio Paese con quattro lire in tasca.

Oggi, gran parte della produzione agricola

dipende dalla comunità di origine italiana,

che ha anche un’importante scuola nel

quartiere più esclusivo della capitale. La

storia della vostra immigrazione in Uruguay

come in tutta l’America Latina per

me è un esempio di come anche per i detenuti

sia possibile un inserimento sociale

senza discriminazioni. Voglio ricordare

don Fabio, il prete che con i suoi gesti e

la sua presenza ci ha sempre regalato un

sorriso e una speranza di fede. Ma insieme

a lui ringrazio tutti.

Testimonianza raccolta da Cl a u d i a ma d d a l o n i


grAffiTi – Un progetto per cambiare lo spazio detentivo

Il cielo in una stanza

Cos’è lo spazio? L’immaginazione,

la cultura, le nozioni

stimolerebbero un’infinità

di risposte; risposte diverse,

curiose, interessanti che sgorgano

da differenti punti di vista, da diversi

vissuti.

Così un astronomo sentendo la parola

spazio rifletterebbe sull’universo, un

poeta penserebbe alla spazio bianco tra

una parola e l’altra e così via.. ma cosa

rappresenta lo spazio per una persona

detenuta?

Nella vita all’interno di un carcere anche

lo spazio nel quale ci si muove ed

i detenuti esistono è un elemento fondamentale

per garantire efficienza, relazioni,

dignità.

Partendo da questa riflessione e avendo

“vissuto” professionalmente per due

anni alcuni degli spazi della II Casa di

Reclusione di Milano-Bollate abbiamo

pensato, dopo una richiesta esplicita

delle “donne di Bollate” al progetto Il

Cielo in una Stanza: un percorso che

possa coinvolgere le donne detenute nel

loro quotidiano, pensando a un’opera finale

che rimanga all’interno del carcere

e dalla quale trarne beneficio anche

in seguito in modo permanente.

Negli anni precedenti abbiamo lavorato

in convenzione con l’Accademia di Belle

Arti di Brera al progetto Arazzi della

legalità e poi al progetto della Scuola

di feltro.

Questi progetti hanno smosso in questi

anni parecchie riflessioni, la più

interessante verte sulle opere finali.

Le opere create, sino ad oggi, alla fine

del progetto escono dal carcere quindi

le detenute si trovano ad affrontare un

percorso creativo ricco e stimolante,

che loro stesse definiscono utile e pia-

cevole, tuttavia concluso il percorso le

detenute “non godono” di quanto da

loro stesse è stato realizzato.

La seconda riflessione riguarda il “luogo

carcere”, gli spazi, le richieste delle

detenute di abbellire le loro celle, la

sala da pranzo, lo spazio dove telefonano

etc.

E’ così, quasi in modo del tutto naturale,

che abbiamo pensato ad un progetto

nuovo, innovativo e di grande utilità

non solo per le detenute ma per la struttura,

non dobbiamo infatti dimenticarci

di tutti gli operatori che lavorano all’interno

del carcere e che quotidianamente

ne “vivono” gli spazi .

Riteniamo sia fondamentale incoraggiare

le donne detenute ad intervenire

loro stesse nella miglioria dei luoghi

che abitano, nel contribuire ad una comunicazione

espressiva condivisa ed

ad intervenire in prima persona attraverso

il lavoro di gruppo al miglioramento

dello spazio “vissuto” educando

ad una condivisione, alla tolleranza ed

alla capacità di progettare e gestire ciò

che è comune e quindi di tutti.

Attraverso la progettazione partecipata

le donne detenute hanno l’opportunità

di impegnarsi nella realizzazione di

spazi che prendono forma da esigenze,

desideri e sensibilità estetica e culturale

delle donne stesse.

È proprio in questa progettazione che

il gruppo ha espresso il desiderio di

“portare” dentro ciò che c’è al di fuori

delle mura del carcere (strade, fermate

di autobus, fontane, ecc.) ed accanto a

questo la voglia di dire, esprimersi anche

a parole scrivendo sulle pareti frasi

e poesie che le rappresentano.

La vita, nel bene o nel male, è fatta di

incontri e per questo progetto un in-

contro importante è stato con le poesie

straordinarie di Ivan Tresoldi (giovane

poeta e artista milanese) che hanno

immediatamente parlato al cuore delle

donne trascrivendo sentimenti e stati

d’animo condivisi nel gruppo, da qui la

scelta di trascriverle sui muri.

Ovviamente per noi è stato importante

anche cercare un contatto diretto con il

poeta così da ringraziarlo per le splendide

parole e spiegando quanto queste

siano state apprezzate dalle detenute:

la sua reazione è stata di grande entusiasmo.

Il Cielo in una Stanza è un progetto

nato dalla condivisione tra le detenute

ma anche dalle realtà che lavorano

quotidianamente all’interno dell’Istituto,

così, la nostra Cooperativa Zigoele

è sostenuta dal lavoro dell’educatrice

Corelli, di Mascia e Benedetta della Cooperativa

Articolo 3 che ha sostenuto

anche i costi iniziali del progetto garantendo

la fornitura del materiale ne-

cessario per lo startup (grazie ai fondi

della Fondazione Cariplo).

Come tutte le più belle attività spesso ci

si scontra con le difficoltà economiche,

ma un progetto importante e di valore

umano come può essere Il Cielo in

una Stanza trova certamente sostenitori

così è bene ricordare che il progetto

ha potuto avere inizio anche grazie

al contributo ricevuto da Fondazione

Cattolica Assicurazioni e Akzo Nobel/

Sikkens.

A questo punto non possiamo far altro

che augurarci di continuare il lavoro nel

miglior modo possibile spendendo tutta

la nostra passione per l’arte, consapevoli

della sua forza espressiva in condivisione

con le donne di Bollate impegnate

in questo splendido viaggio.

carteBollate

25


SiNAppe – Accuse a carteBollate basate su un errore di lettura

Difendiamo anche nel linguaggio

la dignità dei poliziotti

il Sinappe, sindacato autonomo della

polizia penitenziaria, ha frainteso

un articolo apparso sul numero

2/2011 di carte Bollate (Quando a

San Vittore l’arca dell’utopia prese

il largo, pag 4) e non ha notato che un

termine ritenuto offensivo (“carcerieri”)

era citato tra virgolette e soprattutto

non era rivolto alla polizia penitenziaria

di Bollate, che anzi, era indicata

come esempio positivo.

Ci scrive Antonio Manna, vicesegretario

regionale del Sinappe:

“Non spetta certamente a un sindacato,

quale noi siamo, giudicare la qualità

e il gradimento della produzione di un

giornale come carteBollate, ma quando

si cerca di usare modi, forme e comportamenti

che fanno passare messaggi

sbagliati verso i cittadini e gli operatori

penitenziari tutti, denigrando e offendendo

la dignità professionale di una

categoria di lavoratori quale il corpo

di polizia penitenziaria, allora abbiamo

l’obbligo di farlo sapere a chi compete”.

Ora, chiunque legga questa premessa,

può pensare che il nostro giornale, che

è sempre stato estremamente rispettoso

nei confronti della polizia penitenziaria,

abbia usato toni oltraggiosi

per criticarla. Ma se il Sinappe avesse

letto con più attenzione l’articolo non

avrebbe potuto che condividere la frase

incriminata, dato che sono proprio i

sindacati di polizia i primi a sollecitare

una gestione delle carceri rispettosa

della Costituzione e dell’Ordinamento

penitenziario. Riferendoci alla faticosa

applicazione di queste leggi scrivevamo:

“Perché gli operatori della giustizia,

siano essi “carcerieri”, magistrati o

avvocati, non provano almeno a far valere

la loro autonomia per cambiare per

quanto possono la routine operativa?”.

Il Sinappe contesta: “Registriamo per

l’ennesima volta, non solo da parte di

questa redazione, l’intenzione di far apparire

con l’uso di termini denigratori,

quali “Guardie carcerarie”, “Secondini”

o nel caso in questione “Carcerieri”,

termine ormai desueto, il lavoro della

polizia penitenziaria come quello di

un’istituzione inaffidabile”.

E’ evidente che si tratta di un grosso

equivoco e che il vice-segretario del

Sinappe ci attribuisce intenzioni che

26 carteBollate

L’agente

di custodia

non esiste più.

ora la polizia

ha funzioni di

rieducazione

e non solo di

sorveglianza

non abbiamo mai avuto. Abbiamo usato

tra virgolette il termine “carcerieri” e le

virgolette stanno a indicare “che una

parola è usata in senso ironico, allusivo,

metaforico o diverso da quello che

le è proprio” (cfr. www.eidetica.eu/laureandi/punteggi.htm#VIRGOLETTE

).

Inoltre ci riferivamo a tutti gli operatori

di tutte le carceri, con o senza divisa e

non ai poliziotti di Bollate.

Vogliamo ancora riportare la frase conclusiva

della lettera di Antonio Manna,

perché invece la condividiamo pienamente:

“Il nostro è un servizio tanto

oscuro quanto difficile, ma altrettanto

prezioso, perché in nessun altro ordinamento

esiste una disposizione che

coinvolge gli operatori di polizia direttamente,

anche nell’opera di rieducazione

della persona detenuta”.

A conferma della nostra buona fede invitiamo

tutta la polizia penitenziaria a

leggere il testo della “Carta del detenuto”

che pubblichiamo in questo numero

del giornale, a pagina 6. Si tratta di un

documento che carteBollate ha proposto

all’Ordine dei giornalisti della Lombardia

e che definisce i termini di una

corretta comunicazione sul carcere. Un

articolo riguarda proprio la polizia penitenziaria

e invita i giornalisti ”a usare

termini appropriati quando si parla del

personale in divisa delle carceri italiane

ricordando che la legge 395/1990

ha sciolto il corpo degli agenti di custodia

e ha istituito il corpo di Polizia

penitenziaria, alla quale sono attribuite

funzioni di rieducazione della persona

detenuta e non solo di sorveglianza.

E’ pertanto scorretto chiamarli, come

spesso avviene, guardie carcerarie,

agenti di custodia o secondini. Il termine

corretto è “poliziotti”, “agenti di

polizia penitenziaria” o “personale in

divisa”.

Ci dispiace per questa incomprensione

e ci auguriamo di poter continuare un

confronto costruttivo con la polizia penitenziaria.

Su S a n n a Ri pa m o n t i


A iL rACCoNTo – 3 a puntata

La rivoluzione di Viola

finito Resurrezione in un vortice di

pensieri così intenso da farle girare

la testa, Viola ha ormai compreso

perfettamente che dentro ai libri può trovarci

proprio tutto, persino una mano, un

aiuto, e aspetta con impazienza il primo

colloquio con lo psicologo che finalmente

si è decisa a chiedere.

Chiedere, pare facile, non l’ha mai fatto,

c’è voluta la galera e l’obbligo di fare i

conti coi minuti e con le ore, con regole

e programmi stabiliti da altri per mettere

a fuoco che da sola non ce la fa, per

niente facile ammetterlo, per niente facile

‘abbassarsi’ a chiedere aiuto, c’è tutto

un procedimento, bisogna riconoscere il

disagio, estrarlo dalla pancia e tradurlo

in termini comprensibili che esprimano

il concetto: ho bisogno di aiuto. Cavoli

acidissimi. Però l’ha fatto e finalmente

ecco il giorno di questo primo colloquio,

che aspetta più agitata che per qualsiasi

filarino.

L’agente la preleva e la conduce in una

cella né più né meno che la sua ma senza

brande, la fa sedere al tavolo e la lascia là.

Viola si agita: come sarà? giovane o vecchio?

maschio o femmina? bello o brutto?

alto o basso? biondo o moro? avrà i baffi?

uff ma quando arriva?

Qualche minuto dopo l’ultimo punto interrogativo,

quello che si siede dall’altro

lato del tavolo è un signore né giovane né

vecchio, un po’ rotondo, coi capelli che

stanno imbiancando e gli occhi chiari dietro

agli occhiali rotondi, i baffi, la barba e

tutta la faccia sorridente, è vestito di chiaro,

giacca e calzoni molli e una maglietta

bianca e risparmiandole i convenevoli di

rito, dato che è in possesso di tutte le informazioni

tecniche, le tende la mano dicendo

ciao, io sono Saverio.

E per Viola comincia l’avventura speciale

della conoscenza di sé stessa e la scoperta

dell’emozione di aspettare qualcuno

che viene apposta per te, che desidera

ascoltare quel che hai da dire e che accoglie

ogni domanda con un sorriso.

E Viola parla, come non pensava di saper

fare, dapprima con difficoltà, poche parole

basilari per descrivere la sua vita che

sente senza attrattive perché senza soldi,

due genitori dei quali ignora persino il

colore degli occhi. Ogni volta il colloquio

finisce troppo presto.

Gradualmente però le parole, poche e calibrate,

che lo psicologo mette a dimora

con grande accuratezza, cominciano a

germogliare e Viola scopre la dimensione

di emozioni nuove, diverse.

Nel frattempo la minuta compagna di cella

si è sistemata alla bell’e meglio e fa la

vita della carcerata senza infamia e senza

lode: rispetta le regole, mangia si lava si

e per Viola

comincia

l’avventura

speciale

della

conoscenza

di se stessa

veste, insomma ubbidisce, ringrazia sempre,

per qualsiasi cosa, piega impercettibilmente

la testa chiudendo gli occhi, non

sorride quasi mai, pare un automa. Viola

le ha offerto tutta speranzosa i libri ma

quella li guarda come se fossero mattoni.

Si chiama Caterina, questo è riuscita a cavarglielo

di bocca.

Viola decide di chiedere aiuto allo psicologo

e Saverio le offre un punto di vista

diverso: magari quella ragazza è straniera,

magari è muta, magari è sorda, magari

più semplicemente non sa leggere e se

ne vergogna. Analfabeta! E chi ci aveva

pensato!... mai mi sarebbe venuto in

mente. Cambiare il punto di osservazione,

spostare l’asse intorno al quale ruota

la propria vita di convinzioni, salire sugli

ostacoli per vederci meglio e più lontano,

questo sta imparando Viola in galera.

Rientra in cella e guarda Caterina con occhi

diversi e con l’animo ben disposto e

pensa che se davvero il problema è quello

la soluzione non è difficile, lei le insegnerà

a leggere! Poter fare qualcosa di utile

per qualcuno che sta messo peggio di lei

la eccita, i pensieri le si ammucchiano in

testa come sacchetti multicolori in discarica:

non mi ha mai risposto… come glielo

chiedo? e se si offende? e se parla un’altra

lingua? ma no se si chiama Caterina sarà

italiana no? non ho sentito accenti strani,

certo ha detto solo Caterina… potessi

chiedere a Saverio... se sto un’altra settimana

senza parlare con questa scoppio

ma come glielo dico?

Caterina… senti Caterina ho pensato…

non hai mai preso nemmeno uno dei libri

che ho… per caso non sei capace… non

c’è niente di male sai… non sai leggere

bene? cioè non sai leggere? E si fa zitta e

con il libro in mano la guarda con aria interrogativa

e piena di desiderio di essere

utile. Caterina alza la testa e finalmente si

guardano negli occhi. Contatto!

Leggere… non sa nemmeno esprimersi

in italiano, viene da un paese sperdutissimo

dio solo sa dove, è italiana questo sì

ma parla in un modo che bisogna crederle

sulla parola. Ti aiuto io! esclama Viola

senza quasi neanche accorgersene… ti

insegno, vuoi? Io sono capace, anche scrivere

se vuoi.

E lì avviene una cosa alla quale Viola non

è preparata per niente, una cosa che non

ha mai affrontato, una cosa che ha visto di

rado e solo in televisione: la ragazza piange,

e lei non sa che fare.

carteBollate

Silvia pa l o m b i

27


dove ti porterei

AMSTerDAM – Le trasgressioni del “quartiere rosso”

18 anni, festa e libertà

Avevo diciotto anni quando per

la prima volta andai ad Amsterdam,

in Olanda. Me ne avevano

parlato come di un Paese

dei balocchi e io, che a quell’età ero una

via di mezzo tra Pinocchio e Lucignolo,

ne rimasi affascinato.

Partii in treno con alcuni amici, in un

viaggio all’insegna della trasgressione.

Attraversammo Svizzera, Germania e

Belgio per entrare poi nei Paesi Bassi.

All’epoca non c’era ancora l’euro come

moneta e l’Olanda aveva il fiorino olandese.

La suggestione di un viaggio in

treno da diciotto ore circa è impareggiabile,

poiché si osservano tutti i cambiamenti

dei paesaggi attraversati.

Il Paese si presenta sin dall’inizio con

distese di brughiere e canali con i tipici

mulini a vento, sfruttati per il pompaggio

delle acque o per la macina dei cereali,

ma anche le mucche da latte fanno

la loro parte. Una cosa molto suggestiva

sono i lunghi campi di tulipani, il simbolo

dei Paesi Bassi. Un’altra cosa che non

mi ha lasciato indifferente è il porto di

Rotterdam, il più grande del mondo.

Ad Amsterdam ci sono poi stato molte

volte in aereo, con un volo di circa 75

minuti dall’aeroporto di Linate. In linea

d’aria la città dista circa 850 km da Milano.

Dal terminal di Schiphol, l’aeroporto

più vicino, si passa direttamente

alla linea ferroviaria e con 20 minuti di

treno si è alla stazione centrale di Amsterdam.

Una volta fuori ci si trova subito avvolti

dal caos cittadino dei tram che lì fanno

capolinea e si muovono in fretta scam-

28 carteBollate

panellando in continuazione. Il traffico

in strada è ad andatura veloce, quindi

c’è sempre da stare in guardia da tutto:

tram, bici e auto, queste ultime poche

poiché ci si muove meglio con i primi

due mezzi.

La città è costruita su 90 isole collegate

da oltre 400 ponti. I suoi canali sono usati

per la viabilità, ma puoi trovarci anche

molte barche ancorate che fungono da

case galleggianti. Per questa somiglianza

con Venezia è stata chiamata la “Venezia

del Nord”.

Una cosa che salta subito all’occhio è la

conformazione delle case più vecchie:

strutture in mattoni e legno di 3-4 piani,

visibilmente pendenti, con molte fine-

stre per sfruttare al meglio la luce solare.

Ognuna di esse ha una carrucola sul

punto frontale più alto dell’edificio, per

introdurre materiali dalle finestre, visto

che porte e scale sono strette e ripide.

Le strade sono ornate da paletti conici

color granata con incise in verticale tre

“x”, simbolo di Amsterdam. Il museo di

Van Gogh, sempre in città, è un altro

simbolo dell’Olanda. Amsterdam però è

anche la città dei diamanti, e puoi permetterti

di acquistarne risparmiando

rispetto ad altri luoghi europei

L’olandese classico sarebbe alto, biondo

e occhi azzurri, ma tanti qui sono d’origine

turca e centro-nordafricana. La vita

è controversa, stravagante, libertina. In


giro per la città trovi minimarket e fastfood

con self-service a monete dove puoi

sempre acquistare del cibo, per esempio

vari tipi di crocchette calde, anche quando

gli altri sono chiusi. Se invece vuoi

bere una birra devi obbligatoriamente

uscire dal negozio per consumarla o,

se è chiuso, avvalerti di un distributore

automatico di lattine. Anche nei coffee

shop, dove si consuma legalmente cannabis

in forma di bevande, dolci o fumo,

la bevanda più alcolica è la birra. Per il

vino o i superalcolici, se non vuoi entrare

in un ristorante o in un club, devi andare

in un market, comprarti una bottiglia e

consumarla all’esterno.

I coffee shop sono molti e ben riforniti di

hashish e marijuana, ma in giro trovi anche

i musei della cannabis che illustrano

il suo ciclo di produzione e puoi comprare

piante di marijuana o l’occorrente per

costruire una serra d’appartamento. La

parte turistica della città, nel “quartiere

rosso”, vicino alla stazione centrale,

è piena di negozi che vendono gadget e

veri e propri kit per il consumo di cannabis

e di droghe pesanti; non per niente

l’Olanda è un Paese ai vertici della produzione

chimica, ben noto agli interessati

come luogo dove si producono e si

acquistano droghe di ogni tipo.

Qui i sexy shop espongono immagini e

articoli inequivocabili. Il momento più

suggestivo è la sera, quando per le strade

del quartiere, come illuminato a festa

dalle sue luci rosse, veri ciceroni della

trasgressione ti invitano nei teatrini ad

assistere a spettacoli con rapporti sessuali

“senza veli”, mentre sfilze di avvenenti

ragazze in lingerie offrono sesso a

pagamento dalle loro vetrine e in certe

birrerie le cameriere servono i clienti in

topless. Contro queste iniziative peccaminose

spesso trovi l’Esercito della

salvezza con i suoi “soldati” pacifici e

moralisti a cantare sotto le finestre delle

mercenarie del sesso, nel vano tentativo

di redimerle.

Ma è nella notte che trovi il vero eccesso

trasgressivo della città, fuori dal “quartiere

rosso”, nelle discoteche dove si

balla musica tecno-house fino al giorno

dopo inoltrato; oppure nei club di scambisti,

club e locali per soli uomini dove,

all’ingresso, persone in stile sadomaso

e omaccioni muscolosi vestiti di pelle e

borchie ammiccano e ti invitano esplicitamente

a seguirli.

Un’altra immagine della permissività di

Amsterdam è legata a un mio ricordo:

io e i miei amici seduti su una panchina

del “quartiere rosso” a sorseggiare vino,

mangiare ostriche e fumare spinelli, a

dieci metri da una stazione di polizia con

esposti gli avvisi di taglia sui ricercati,

proprio affianco a un coffee shop. Tutto

legale.

Questa città, comunque, è ricca anche di

situazioni e momenti storici e folcloristici.

Uno tra tutti è la festa della regina Beatrice

d’Olanda: tre giorni, dal 31 maggio al

2 giugno, in cui l’intera nazione è rapita

da una caotica allegria. In Amsterdam e

dintorni non si trova nemmeno un posto

letto, quindi per chi ha intenzione di andarci

consiglio di prenotare almeno un

mese prima.

Le strade vengono invase da bancarelle

e venditori ambulanti, in una gigantesca

fiera dove trovi di tutto, specie oggetti

d’antiquariato e prelibatezze al dettaglio

esposte per l’occasione da ristoranti

e negozi di alimentari, col risultato che

in giro c’è così tanta gente che diventa

difficile persino camminare a passo normale,

figuratevi trovare un posto per sedersi

e mangiare.

In questo clima i borseggiatori hanno

gioco facile e infatti ricordo il passaggio

di carri della polizia trainati da cavalli

con cartelloni per allertare i turisti. Pub

e coffee shop esplodono letteralmente, e

in giro molti giovani sotto l’effetto dell’alcol

si esibiscono in incoscienti tuffi nei

canali e in altre esternazioni di cattivo

gusto. I negozianti cinesi, davanti alle

loro botteghe, accendono file di potenti

petardi che creano un baccano assordante,

e così tutto l’insieme diventa

stancante proprio per il fatto che non

trovi un posto tranquillo dove fermarti

a riposare in tranquillità.

Per fortuna in periferia ci sono molti

parchi dove, se il tempo è bello e non si

preferisce girare per i canali accomodati

su un battello turistico, ci si può fermare

e rilassare. Il tempo migliore per visitare

l’Olanda è l’estate, però Amsterdam

si può apprezzare benissimo anche d’inverno,

quando assume un’immagine pittoresca,

dalle pennellate decise… proprio

come in un dipinto di Van Gogh.

carteBollate

Ca R m e l o im p u S i n o

29


poesia ✍ poesia ✍ poesia ✍ poesia ✍ poesia ✍ poesia ✍ poesia

AMATA AMICA

Attendo Ancora

Amica Amata

Accecante Aurora

Ancella Armoniosa

Accanto Avrai Altri Amori

Angelici Adolescenti

Affascinanti Ammaliatori

Amica Amata

Anima Arida

Avrai Altri

Adulteri Amplessi

Amorali Abbandoni

Ammutolito

Annichilito

Atrocemente Attendo Ancora

Anoressico Avvoltoio

Avvilito Augusto

Vittorio Mantovani

ANIMA

Vorrei uno specchio magico

che riuscisse a riflettere

la mia anima insicura

così potrei scoprire se si può

vivere nella paura.

Paura di vivere

paura di morire

vedere il mio corpo

a popo a poco sparire…

Paura del bene e del male

paura di non sapere cosa fare,

ma di certo in una cosa

mi sento coraggioso

e molto fiducioso e mai niente

potrebbe farmi cambiare idea:

che un giorno anche io

troverò la mia amata dea.

Thomas Andreose

30 carteBollate

GUARDAVO TE

Sfrecciano le macchine

sull’autostrada e i pensieri

è caso di guardarli?

Dove mai dove vai

mi condurrai

là dove sono stato?

L’esilio riverbero di anni lontani

giorno (penso)… o lo sarà solo un istante

i passi passano sotto i tuoi passi

auto che fuggono… li porto con me.

e non guardavo altro che te

laggiù lontano

dove mai dove vai

che anno sarà.

Nino Spera

GIORNI DIVERSI

Che sia giorno o sia notte

che piova o che ci sia il sole

nella nebbia e nella neve

sulla luna o nella stella

sei solo tu l’unica

che riscaldi il mio cuore

nel freddo della vita.

Amarildo Ziu

POESIA AL BUIO

Sparsi coriandoli di luce

abitano i tragitti

dei miei pensieri

ma il buio non è solo

vanto delle notti,

al buio si può essere

in piena luce,

quando la mente

umiliata

dall’immensità dell’universo

esausta

rifiuta d’illuminarsi.

Incombe il buio crudele

anche quando non puoi

pagare la bolletta.

Luciano Petroni

L’ONDA DAL BUIO

Bussa il silenzio con la sua ombra

nascosto dentro di noi

per rivivere le nostre emozioni

i nostri pensieri, i nostri sogni.

Ha paura del giorno

del sole del rumore

appare timido di nascosto

con emozione e ansia come un cieco

in attesa di un aiuto, un passaggio

resterà il buio con la sua ombra

respira dentro di noi

ieri ha rivestito la nostra vita

oggi si dà un appuntamento

per rivederlo quando tramonta il sole.

Solo lui è sicuro che domani

ti rincontrerà.

Megri Fauz

IL MIO BUIO

Il mio buio

spazio vuoto da colorare

principio di pensieri nascosti

accesso al mio universo immaginario

dove si perde il tempo

nelle oasi delle sensazioni.

Carmelo Impusino

BUIO

Buio… luce dell’anima

senza speranza

profondo senza fine

parte da noi

per poter fiorire

per poter morire

buio… essenza

di un inizio

per divenire.

Gualtiero Leoni


CiNeMA

Una giuria di detenuti

valuta i documentari

di evasione

N el corso della seconda edizione di The Village Doc Festival

i detenuti del carcere di Bollate saranno protagonisti

come giurati nel concorso che premierà il miglior documentario

di evasione.

Simpatico e forse non del tutto casuale il collegamento tra

i detenuti e il tipo di documentari che verranno giudicati e

dibattuti da loro; del resto il rapporto tra fisicità e immaginario

dell’evasione si racchiude in una frase che vale per

tutti, liberi e detenuti: “se ci si togliesse l’immaginazione ci

resterebbe davvero ben poco”.

Il festival sarà una 5 giorni (1-5 giugno) che riempirà l’intero

quartiere della Barona a Milano con una full immersion nel

mondo del documentario con specifica attenzione al tema

della sostenibilità intesa a 360°: integrazione sociale, culturale,

bio-regionalismo e, generalmente intese, tutte le pratiche

a misura d’ uomo.

TeATro

Un classico dell’ecologia

Natura e cultura nella storia, questo il titolo della kermesse

che si è svolta ad aprile presso il teatro di Bollate:

una rappresentazione organizzata dagli studenti del liceo

classico di Gavirate, un tripudio di forme e di colori per uno

spettacolo ricco di significato e di emozioni.

Gli attori, giovani studenti, si sono impegnati a rappresentare

con immagini, recitazione e filmati le drammatiche sequenze

dei disastri ambientali più catastrofici degli ultimi due secoli,

dalla diga del Vajont all’ultima catastrofe della centrale nucleare

di Fukushima.

Mirabile la recitazione di classici greci e latini da Ovidio a Catullo

e notevole l’impegno con cui i ragazzi hanno dimostrato

attenzione e sensibilità per problemi apparentemente lontani

dai loro comuni interessi.

Un modo originale di dire “ci siamo anche noi e non siamo

solo degli adolescenti con la testa piena di reality show, fast

food e patatine fritte”.

Al termine della rappresentazione il pubblico, composto prevalentemente

da detenuti, ha dimostrato con una standing

ovation tutta la sua approvazione e l’interesse per tali argomenti.

Speriamo che un evento così toccante si ripeta e non

sia solo un caso isolato.

el e n a Ca S u l a

CALCio

La C.R. va ai Play off

MUSiCA

Carmen in concerto

in breve

gran finale di stagione per la squadra del Calcio Bollate,

che entra in zona play off. Con molta fatica ma con altrettanto

entusiasmo non ha mai smesso di crederci fino in

fondo. Questa nuova realtà vuol dire anche nuove speranze

nel prossimo campionato, una realtà ormai oggettiva di tutti

i ragazzi che hanno dato il massimo.

Nel numero precedente ci siamo lasciati dopo la partita con il

Seguro, finita 2-0 che ci ha dato la convinzione per raggiungere

il nostro obbiettivo.

Le partite sucessive:

Muggiano - 2°C.R. 0-2

2°C.R. - Fiamme Sportive 5-3

2°C.R. - Gescal Boys 2-0

Real Bovisa - 2°C.R. 2-0

2°C.R. - Fornari 4-0

2°C.R. - Villapizzone 4-0

Giosport - 2°C.R. 1-4

Lions - 2°C.R. 1-3

La vittoria sui Lions e il seguente pareggio tra il Seguro e il

Villapizzone nell’ultima giornata ci hanno permesso di agguantare

il secondo posto, il miglior piazzamento dei play off.

La prima partita che giocheremo sarà contro il Villapizzone,

poi, vincendola affronteremo la vincitrice tra Seguro e Virtus

Cornaredo. Vincendo anche questa partita avremo raggiunto

il traguardo: il salto in 2° categoria.

Come “premio” per i risultati raggiunti, per il terzo anno consecutivo,

la squadra è stata invitata a partecipare al torneo “

Amici per la Legalità” che si svolgerà, lunedì 23 maggio nello

Stadio di San Siro.

L

’Associazione Incarcer-ARTI lavora dal 2009 nel carcere di

Bollate con dei progetti di musica e teatro rivolti ai detenuti,

uomini e donne.

Quest’anno l’associazione con gli artisti Diego Furlan e Marlena

Bonezzi sta lavorando sui primi due atti dell’opera “Carmen”

di Georges Bizet, che saranno rappresentati il 28 Giugno 2011.

Lo spettacolo si avvarrà di cantanti lirici, un pianista e alcune

attrici che provengono dall’esterno e di detenuti e detenute attori

e attrici che declameranno in italiano quello che i cantanti

canteranno in francese.

Insieme formano un cast d’eccezione che mette insieme professionalità

collaudate e nuovi talenti.

Gli interpreti sono: Iris Lukic, nel ruolo di Carmen, Nicola Greco

sarà don Josè, Giovanni Capurso interpreta il torero Escamillo

e con loro Fauzi Megri, Giovanni Fornari, Antonjno Oliva

e Franco Coppola nei ruoli corali dei narratori, popolo e dragoni

dell’esercito.

Oltre alla regia ideata da Diego Furlan e Marlena Bonezzi partecipano

alla realizzazione dello spettacolo altri artisti: al pianoforte

il maestro Alberto Malazzi, la costumista Erika Carretta,

scenografia di Leila Fteita, fotografia di Cesare Ciccardini e riprese

video del regista Tonino Debernardi.

carteBollate

ni n o&ta n i

St e Fa n o ma l o ya n

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