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Lavoro e Diritto 6 5

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lavoro (art. 603 bis,

lavoro (art. 603 bis, co. 3, n. 3, c.p.). Se da un lato i vaghi confini della previsione rendono “sfuggente” la possibilità di accertare la reale portata della messa in pericolo (o della lesione) e, quindi, dell'offesa recata al bene giuridico che la legge penale si propone di tutelare, dall'altro occorre, comunque, acquisire consapevolezza in ordine ad un dato di fatto: in ambito penalistico, sembra ormai consolidato l'utilizzo del principio di offensività 536 “come criterio ermeneutico indirizzato al giudice, quale tramite per una rilettura sostanzialistica di fattispecie declinate su una pericolosità meramente astratta, o costruite su vere e proprie presunzioni di pericolo” 537 . A sostegno di detto rilievo, prestigiosa dottrina, constata come la stessa Consulta mostri un'indubbia deferenza al dominio esclusivo della politica sulle scelte di incriminazione penale e, tra l'altro, la stessa Consulta “... anche con riferimento alle tecniche di tutela … ha fondamentalmente riservato alla discrezionalità del legislatore il livello e il modulo di anticipazione della tutela, rinunciando, in sostanza, a problematizzare la stessa tecnica di strutturazione del pericolo astratto o del pericolo presunto (salva sempre la possibilità … di “correggerle” in via ermeneutica, attraverso l'inserimento di un requisito di pericolosità concreta o attraverso una lettura interpretativa di singoli elementi del tipo in chiave di particolare “pregnanza”) e, almeno fin quando, tale scelta non appaia in contrasto con l'id quod plerumque accidit e non risulti fondata su una opzione “irrazionale o arbitraria” 538 . Quindi, nonostante la constatata “reverenza” del Giudice delle Leggi alla discrezionalità del Legislatore resta, comunque, indiscusso il fatto che il giudice nell'applicazione di ogni norma debba accertare oltre alla materializzazione del comportamento esterno dell'autore del reato (cosiddetto “principio di materialità”) anche la lesione o la messa in pericolo da parte di questi del bene giuridico che la norma incriminatrice si propone di tutelare (cosiddetto “principio offensività”). 536 Muovendo dal presupposto che l'intervento penale è giustificato solo in riferimento a beni socialmente rilevanti, ai fini della sussistenza di un reato non è sufficiente la realizzazione di un comportamento materiale, essendo necessario che tale comportamento leda o ponga in pericolo beni giuridici: in ciò si sostanzia il “principio di necessaria lesività o offensività”, così G. Fiandaca e E. Musco, Diritto Penale – Parte Generale...cit, 3. 537 Così, testualmente, V. Manes, I recenti tracciati della giurisprudenza costituzionale in materia di offensività e ragionevolezza in Diritto Penale Contemporaneo, n. 1/2012, 99. 538 Di tale avviso, V. Manes, I recenti tracciati della giurisprudenza costituzionale in materia di offensività e ragionevolezza … cit., 100 e 103, nota 15. In questo senso l'A. richiama, a titolo esemplificativo, le sentenze della Corte Costituzionale n. 1/1971, n. 71/1978, n. 139/1982, n. 126/1983, n. 62/1986, n. 333/1991, n, 133/1992 e n. 360/1995. In particolare l'A. si sofferma sulla sentenza n. 333/1991 in tema di stupefacenti, con cui la Consulta ha precisato che “è riservata al legislatore l'individuazione sia delle condotte alle quali collegare una presunzione assoluta di pericolo sia della soglia di pericolosità alla quale fare riferimento, purché, peraltro, l'una e l'altra determinazione non siano irrazionali o arbitrarie, ciò che si verifica allorquando esse non siano collegabili all'id quod plerumque accidit”. 217 217

Alla luce di ciò occorre concretamente verificare se la genericità di taluni dei criteri sintomatici dello sfruttamento della manodopera e della circostanza aggravante sopra enunciata rischi di ridurre a “lettera morta” o, comunque, svilire l'efficacia della norma sul “caporalato”. Con riguardo alle violazioni prevenzionistiche si è già avuto occasione di dire che la mera inosservanza della legislazione prevenzionistica espone il bene tutelato a possibile pericolo; quindi, in tal caso, la tutela del bene è anticipata alla soglia della messa in pericolo. Inoltre, la locuzione “particolarmente degradanti” impiegata dal Legislatore (art. 603 bis, co. 2, n. 4), seppur generica, evoca, comunque, quelle situazioni connotate dalla riprovevolezza avvertita dal comune sentire verso quelle circostanze che di fatto comprimono l'autodeterminazione dell'individuo ed offendono la dignità della persona, sostituendo la naturale soggezione del lavoratore al potere gerarchico del datore di lavoro, alla biasimevole imposizione di metodi, tempi e condizioni che vanno oltre ogni ragionevole e tollerabile ordine. Per quanto attiene alla verifica del riconoscimento della circostanza aggravante speciale circa l'esposizione del lavoratore a grave pericolo, invece, il giudizio del giudice muove da un punto fermo: il pericolo a cui vengono esposti i lavoratori “intermediati” con sfruttamento deve essere superiore a quelli conseguenti alla mera violazione della legislazione prevenzionistica ed a quelli derivanti dalla sottoposizione a condizioni di lavoro e sorveglianza particolarmente degradanti. Si tratta, quindi, di verificare, di volta in volta, se il livello di esposizione a pericolo sia superiore a quello per così dire “ordinario”, cioè a quello che deriva dalla violazione di un qualsivoglia ordine normativo in materia di sicurezza e salute sul lavoro. Sicché, senza alcuna pretesa di esaustività e, soprattutto, senza alcuna intenzione di voler minimizzare questioni di ordine interpretativo, certamente ampie e complesse, pare potersi, comunque, ravvisare nel reato di “caporalato” una manifestazione della politica di tutela del lavoro e del lavoratore intrapresa dal Legislatore, in tempi assai difficili per le particolari dinamiche storiche e culturali in atto; azione di politica legislativa, a cui si deve la nascita e l'affermazione di un altro istituto: la sospensione dell'attività d'impresa. Questa impostazione pare possa trovare conferma nel fatto che il Legislatore, per effetto del medesimo D.L. n. 138/2011 (conv. in L. n. 148/2011) ha introdotto nella struttura del codice penale anche l'art. 603 ter, con cui ha previsto anche pene accessorie per le condotte che integrano il reato di “caporalato”; per esattezza, ai sensi della norma “la condanna per i delitti di cui agli articoli 600, limitatamente ai casi in cui lo sfruttamento ha ad oggetto prestazioni lavorative, e 603-bis, importa l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche o delle imprese, nonché il divieto di concludere contratti di appalto, di cottimo fiduciario, 218 218

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