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Lavoro e Diritto 6 5

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avviene in caso di conflitto tra norma interna e norma comunitaria), ma, ove non fosse possibile un'interpretazione “convenzionalmente” orientata, dovrà sollevare questione di legittimità costituzionale della norma interna per violazione dell'art. 117, 1°co., Cost. 92 . Le norme CEDU, quindi, assumono nell'ordinamento nazionale un duplice rilievo: orientano l'interpretazione del giudice e consentono la verifica di costituzionalità della norma interna. Questa impostazione, ad avviso della giurisprudenza amministrativa 93 , doveva essere rivista, in quanto, dopo Lisbona, l'Unione aderisce alla CEDU (art. 6, co. 2, TUE) e riconosce che i diritti fondamentali in essa garantiti “fanno parte del diritto dell'Unione in quanto principi generali” (art. 6, co. 3, TUE); ragion per cui, anche la normativa CEDU deve ritenersi “comunitarizzata”, con conseguente potere-dovere di disapplicazione in capo al giudice. Sul punto, però, è ritornato il Giudice delle Leggi, asserendo che anche dopo Lisbona nulla è cambiato, perché, innanzitutto, l'adesione dell'Unione alla CEDU non può ancora ritenersi avvenuta, in quanto non sono state ultimate le relative procedure; inoltre, riguardo all'utilizzo della locuzione “fanno parte” in luogo del termine “rispetta”, presente nella formulazione della norma ante Lisbona, integra una modifica non sostanziale, ma semplicemente nominalistica. Dunque, in caso di contrasto della norma interna con la norma CEDU il giudice solleverà la relativa questione di legittimità innanzi alla Corte Costituzionale per contrasto con l'art. 117, 1°co., Cost., non potendo procedere alla disapplicazione della stessa 94 . 92 93 94 L'art. 117, co. 1° Cost., è l'unico possibile parametro sulla base del quale conferire alle norme della CEDU un rango sovraordinato rispetto alla legge ordinaria con cui è in contrasto. In tal caso, infatti, non può trovare applicazione né l'art. 10 Cost., in quanto il criterio di conversione automatica ivi previsto attiene solo alle norme “di diritto internazionale generalmente riconosciute” (quindi, operando solo nei riguardi del diritto consuetudinario, non può trovare applicazione per le norme CEDU che hanno natura pattizia); né l'art. 11 Cost., in quanto aderendo alla CEDU, l'Italia non ha accettato alcuna limitazione di sovranità (che, al contrario ha accettato con il suo ingresso nell'U.E); al riguardo, vedi R. Garofoli, Manuale di diritto amministrativo, Nel diritto Editore, Roma, 2012, 6. Cons. St., Sez. V, 2 marzo 2010, n. 1220 e Tar Lazio, Roma, 18 maggio 2010, n. 11984, reperibili in http// www.giustizia-amministrativa.it Al riguardo si segnala che in dottrina non manca chi definisce“Il Trattato di Lisbona e la Corte costituzionale italiana: due separati in Casa (comunitaria)”: è questa un'espressione eloquente e certamente efficace, formulata da V. De Michele, Trattato di Lisbona e diritto del lavoro italiano: alla ricerca di un nuovo sistema costituzionale delle fonti e delle tutele, in Il lavoro nella giurisprudenza, 2/2010, Ipsoa, Milano, 118. 41 41

§ 3.6. La sensibilità dell'Europa per la salute e la sicurezza dei lavoratori: le principali direttive e la responsabilità civile dello Stato Legislatore Dalla evoluzione storica dell'Unione Europea emerge come le istituzioni comunitarie abbiano sempre mostrato un crescente interesse verso la materia della sicurezza e salute dei lavoratori. Non è un caso, infatti, che, come innanzi riferito, per l'adozione delle direttive in tale ambito, già a far tempo dalla fine degli anni Ottanta, per effetto della novella recata al TCE dall'Atto Unico, era previsto il criterio della maggioranza qualificata, che, rispetto a quello dell'unanimità, utilizzato per altre materie, accresce di gran lunga la possibilità di riuscita dell'intervento legislativo 95 . Per di più, il Consiglio, con apposita decisione del 24 giugno 1974 n. 74/325, istituisce il Comitato consultivo per la sicurezza, l'igiene e la tutela della sanità sui luoghi di lavoro, il cui compito è quello di assistere la Commissione nell'elaborazione delle proposte normative; esso è composto dai rappresentanti dei lavoratori, dei datori di lavoro e dei governi, con la conseguenza che, per la materia dell'igiene e della sicurezza del lavoro, è prevista una sede privilegiata di “dialogo sociale” 96 . Successivamente, con regolamento del 18 luglio 1994 n. 2062, il Consiglio istituisce l'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, a cui conferisce l'incarico di raccogliere e diffondere informazioni tecniche e scientifiche per contribuire allo sviluppo dei programmi dell'Unione. Proprio nella materia antinfortunistica spiccano le direttive quadro n. 80/1107/CEE (sulla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da esposizione ad agenti chimici, fisici e biologici durante il lavoro) e la n. 89/391/CEE (sull'attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori durante il lavoro); in particolare, quest'ultima è stata recepita dall'ordinamento interno con lo storico d.lgs. 19 settembre 1994, n. 626, che “prescrive misure per la tutela della salute e per la sicurezza dei lavoratori durante il lavoro, in tutti i settori di attività privati o pubblici” (art. 1 d. lgs. n. 626/1994). Dopodiché, un'incidenza rilevante sulla sicurezza del lavoro in Italia ebbero le direttive n. 2003/18/CE e n. 2004/40/CE, rispettivamente recepite con d. lgs. n. 257/2006 (per effetto del quale è stato inserito il Titolo VI bis nel d. lgs. n. 626/1994) e con d. lgs. n.257/2007 (per effetto del quale è stato inserito il Titolo V bis nel d. lgs. n. 626/1994). Emergono per importanza e riflessi nella disciplina interna anche la direttiva n. 91/383/CE, sulla sicurezza dei lavoratori atipici, a tempo determinato ed interinali (recepita dal d. lgs. n. 626/1994 e dal d. lgs. n. 276/2003); la direttiva n. 95 96 42 Vedi sopra § 3.2. Così rileva L. Galantino, Diritto Comunitario del Lavoro … cit., 169. 42

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