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Lavoro e Diritto 6 5

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Se da un lato la tecnica

Se da un lato la tecnica di collocare alla fine dell'atto legislativo (o di una sua parte) le clausole sanzionatorie soddisfa l'esigenza di evidenziare la presenza di sanzioni penali (specie se trattasi di testi legislativi vasti e complessi), dall'altro, però, ragioni prevalenti (di carattere costituzionale) inducono a preferire una collocazione della sanzione tale da garantire una collegamento diretto ed immediato del singolo precetto con la rispettiva pena; la tecnica del rinvio “in blocco”, infatti, genera intollerabili difficoltà tra cui proprio quella di rimettere all'interprete il compito di individuare gli elementi costitutivi della fattispecie punitiva 127 . Sotto tale profilo, attenta dottrina, rileva come sia “di tutta evidenza che la condivisibile esigenza di tutelare la sicurezza nei luoghi di lavoro non” possa “giustificare un modo di legiferare che, per un verso, produce norme incomprensibili e, per altro verso, genera un'elefantiasi dell'intervento penale. Pressoché la totalità dei 297 articoli, di cui sono composti i primi undici capi del T.U., è assistita da sanzione penale. Se poi si considera che ciascun articolo contiene spesso più di una previsione, si comprende che si tratta di una vera e propria stortura, che finisce con il minare la stessa credibilità della legge penale in generale, e delle incriminazioni a tutela della sicurezza dei lavoratori in particolare” 128 . § 3.2.3. L'ascesa della prevenzione e la ricaduta nell'incertezza Dalle linee guida enunciate nella Legge delega (art. 1, L. n. 123/2007) e dalla portata delle disposizioni dettate in attuazione di questa emerge come il Legislatore perseveri nella politica del risk assessment e cioè nella valutazione del rischio (art. 28 T.U. n. 81/2008) 129 , quale attività indispensabile per adottare ed modalità di esercizio, garantendo, in tal modo ogni possibile controllo sulla legalità dell'azione amministrativa. 127 In tal senso F. C. Palazzo, Legge Penale … cit., 358 e 359. L'A. afferma che la Circolare della Presidenza del Consiglio dei ministri del 5 febbraio 1986 trae la sua radice dal principio di determinatezza e si inserisce nella generale tendenza di razionalizzare la tecnica legislativa. 128 Così, testualmente, A. Di Amato, Diritto penale dell'impresa, Giuffrè Editore, Milano, 2011, 612. L'A. sottolinea come l'asserita violazione del principio di determinatezza sia ancora più grave se si considera che ogni disposizione con contenuto sanzionatorio richiama una pluralità di precetti, a loro volta dispersi in una pluralità di norme ed, a titolo esemplificativo, menziona l'art. 55 T.U., il quale gradua in modo differenziato la sanzione penale per la violazione di circa sessanta precetti contenuti in altrettante diverse disposizioni. Dello stesso avviso D. Guidi, Regime sanzionatorio e cause di estinzione degli illeciti sulla sicurezza del lavoro in F. Giunta e D. Micheletti (a cura di) Il nuovo diritto penale della sicurezza nei luoghi di lavoro … cit., 936. L'A., infatti, ritiene che il T.U. Sicurezza, se da un lato ha il pregio di consegnare all'interprete il disegno complessivo della legislazione in materia antifortunistica, dall'altro ha il difetto di introdurre un fattore di ulteriore complicazione sistematica nel contesto di un impianto sanzionatorio già di per sé frammentario e di difficile lettura. 129 Sul punto, vedi A. Alessandri, Diritto penale e attività economiche ... cit., 80 e 81, secondo cui 55 55

attuare le cautele necessarie alla prevenzione del pericolo. Tuttavia, forti perplessità in ordine al grado di certezza delle disposizioni che impiegano le nozioni di “rischio” e di “pericolo” vengono sollevate da autorevole dottrina, che non manca di rilevare come il Legislatore delegato abbia definito entrambe le nozioni in termini vaghi e di difficile comprensione 130 . In ogni caso, al di là delle critiche mosse sull'ambiguità del dato normativo, l'azione legislativa insiste nella politica della prevenzione, già intrapresa con il Codice Civile del 1942; ciò nella convinzione che maggiori garanzie di tutela sono offerte dalla valutazione del rischio e dalla conseguente gestione del pericolo. Con l'entrata in vigore del Codice Civile, infatti, l'imprenditore si vede investito dell'obbligo di adottare “nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro” (art. 2087 c.c.) 131 ; tale obbligo, quindi, potrà ritenersi compiutamente assolto solo ove il datore di lavoro abbia predisposto tutte quelle misure di sicurezza e quelle cautele “(...) è indubbio che il baricentro della nuova disciplina in materia di sicurezza e igiene del lavoro (…) si è ormai spostato sulla valutazione del rischio (risk assessment: ora art. 28, d.lgs. n. 81/2008), già introdotto dal d.lgs. n. 626/1994 (…). Ciò che si chiede al datore di lavoro è di svolgere una corretta, e sempre aggiornata, valutazione delle situazioni di pericolo, ossia di probabilità di lesione; di stimare se e in che misura i modi produttivi, intesi in senso ampio (sostanze, modalità di impiego, manovre, ritmi, tipologia di comportamenti, ambiente), abbiano la probabilità di degenerare in danno”. L'obbligo della valutazione del rischio implica la necessità di tener conto di tutte le particolarità e specificità che ogni singolo caso di specie presenta. Al riguardo, A. Ninci, Le differenze di genere e l'impatto su salute e sicurezza in ambito lavorativo: alcune riflessioni all'indomani della presentazione del Rapporto annuale Inail 2008 sull'andamento infortunistico in Working Paper Adapt, 28 luglio 2009, n. 92, 11, osserva come il d. lgs. n. 81/2008 non contiene disposizione meramente indicative, ma pone gli operatori della sicurezza sul lavoro davanti ad un obbligo ben preciso: tenere conto delle peculiarità legate al genere negli interventi di prevenzione. 130 Ad avviso di A. Alessandri, Diritto penale e attività economiche ... cit., 80, il T.U. sulla Sicurezza contiene “(...) definizioni che brillano per scarsa precisione”, tra queste si stagliano quelle di “pericolo” (art. 2, lett. r) e di “rischio” (art. 2, lett. s). In tal senso, anche C. Padovani, Le lesioni colpose, Maggioli Editore, Santarcangelo di Romagna, 2009, 147; l'A. constata come ciò sia ancora più grave si si considera che il “rischio” e la “prevenzione” hanno un ruolo centrale nella disciplina del T.U. n. 81/2008. 131 Se la portata letterale della norma designa come destinatario dell'obbligo di sicurezza solo l'imprenditore, cioè colui che esercita professionalmente un'attività economica organizzata al fine della produzione e dello scambio di servizi (secondo la definizione data dall'art. 2082 c.c.), è pacifico che, alla stregua dell'evoluzione normativa in materia, l'obbligazione della sicurezza vincola qualsiasi datore di lavoro (anche se non imprenditore), al riguardo vedi C. Padovani, Le lesioni colpose ... cit., 154 e 155. L'A., a titolo esemplificativo, cita Cass. Pen, sez. IV, 16 gennaio 2008, n. 7730, con cui i giudici di legittimità hanno ritenuto sussistere la responsabilità di un parroco per lesioni colpose gravi occorse ad un fedele, che volontariamente si era impegnato nell'installazione di una struttura necessaria allo svolgimento della festa patronale ed hanno, altresì, riconosciuto, nel caso di specie, la circostanza aggravante della violazione di norme antinfortunistiche di cui all'art. 590, co. 3, c.p., a prescindere dalla sussistenza o meno di un rapporto di lavoro subordinato. 56 56

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