Magazine Avventista - Marzo / Aprile 2017

CommunicationsFSRT

MAGAZINE AVVENTISTA GIORNALE BIMESTRALE DELLA FEDERAZIONE AVVENTISTA DELLA SVIZZERA ROMANDA E DEL TICINO - N°8 - MARZO / APRILE 2017

PREVENIRE IL SUICIDIO

WWW.MAGAZINEAVVENTISTA.COM


SOMMARIO

NSU

6 408

VERSETTI

PROFETICI

3 268

SI SONO GIÀ

COMPIUTI

fTRADOTTA IN

2300

lingue

b

VERSETTO

PIÙ CORTO

Giovanni

11.35

b

VERSETTO

PIÙ LUNGO

Esther 8.9

La Bibbia

66 libri

39

ANTICO

TESTAMENTO

27 NUOVO

TESTAMENTO

BLIBRO

PIÙ LUNGO

Salmi

150 CAPITOLI

IN CIFRE

B

LIBRO

PIÙ CORTO

2 Giovanni

13 VERSETTI

CSCRITTA IN

+ 1000

Anni

g

5 Milioni

DI CARATTERI

1 100

CAPITOLI

31 700

VERSETTI

E

PRIMA STAMPA

NEL

1455

B 1

LIBRO PIÙ

VENDUTO CON

4

miliardi

DI ESEMPLARI

CORANO

3 miliardi

IL LIBRETTO ROSSO

800 milioni

DON CHISCIOTTE

500 milioni

LA SAGA DI

HARRY POTTER

450 milioni

IL SIGNORE

DEGLI ANELLI

150 milioni

IL PICCOLO

PRINCIPE

140 milioni

IL CODICE DA VINCI

86 milioni

VENTI MILA LEGHE

SOTTO I MARI

60 milioni

Distrutto..si, forse è la prima parola che può descrivere il sentimento

che proviamo quando veniamo a sapere che qualcuno

del nostro entourage si è tolto la vita. Ne segue un senso

di colpa « Non ho fatto niente per aiutarlo, avrei potuto.. ».

Per le persone più intime, c’è più che altro l’incomprensione

o la rabbia contro la « codardia » dell’amato che non c’è più.

Col passare del tempo, mi rendo conto che tutti i sentimenti

legati al suicidio non sono altro che un pallido riflesso di una

situazione difficile da vivere e da spiegare. Come spiegarsi il

fatto che è la seconda causa di mortalità tra i giovani tra i 15

e i 29 anni, età in cui di solito si ha una solo desiderio: vivere!

Come spiegarsi che anche i cristiani non sono esonerati da

questo fenomeno? E ancora più sorprendente è il fatto che,

da circa due decenni, anche se in numero ridotto, anche dei

pastori si sono tolti la vita.

Il sottotitolo del dossier di questo numero “Lo stato di urgenza

mondiale” e i numeri parlano da soli. Circa 800 000

persone si tolgono la vita ogni anni e si pensa che siano 16

milioni coloro che lo hanno tentato (1 su 20 lo compiono). Sì,

è un flagello. No, nessuno è al sicuro. Poco importa il paese.

Questo riguarda il mondo intero.

Di fronte a ciò, possiamo distogliere lo sguardo e dire che

non ci riguarda. Fino al giorno in cui scopriamo che un nostro

vicino di casa, un nostro amico, un caro ha provato o è riuscito

a trovare la morte. Anche se è difficile o addirittura un tabù

parlarne, ci tenevamo a presentare la testimonianza di qualcuno

che ha voluto morire e ci ha provato. Lo scopo è quello

di provare a comprendere al fine di aiutare. Quali sono i segni

che permettono di prevenire l’atto? Come fare per non

stigmatizzare le persone e i loro sentimenti? Sarebbe formidabile

poter dare delle risposte precise

a tutte queste domande! Facendo riferimento

alla Bibbia, possiamo trovare degli

esempi e degli spunti di riflessione?

Questo numero, che tratta anche altri

soggetti, non ha la presunzione di dare

delle frasi fatte come risposte, ma si propone

di aprire una discussione sul tema,

anche all’interno della nostra chiesa.

Rickson Nobre

Pastore

e segretario FSRT

1. Tagliare una cipolla e dorarla in una

padella con un po’ d’olio.

2. Aggiungere un bicchiere di tris di

quinoa e miglio. Mescolare.

3. Aggiungere rapidamente tre bicchieri

d’acqua e passata di pomodoro.

Mescolare.

1

3

5

10

12

13

14

LA Bibbia in cifre

Intervista : François Scerba

Prevenire il suicidio

Testimonianza : Ho cercato di

uccidermi

Disegni dei bambini

A presto

Giornale bimestrale della Federazione avventista della Svizzera

Romanda e del Ticino (FSRT)

N°8 / Marzo - Aprile 2017

Rivista gratuita

Stampato in Germania

Caporedattore: Rickson Nobre - Editore: Dipartimento

delle Comunicazioni FSRT - Redazione a cura di:

David Jennah, Rickson Nobre, Eunice Goi, Pierrick Avelin,

Yolande Grezet, Adriana Stasi - Impaginazione e grafica:

Eunice Goi - Redattori: Rickson Nobre, Bernard

Davy, Carlos Fayard, Peter Landless, Richard Lehmann,

Dominik Frikart - Collaboratori: Jessica Merckx, Elena Zagara,

Pierrick Avelin, Eunice Goi - Traduttore: Serena Zagara,

Susan Jacquet , Eleonora Ricciardo - Correzione a cura di: Yolande

Grezet, Geneviève Montégut.

Photo credit

Copertina, pagine 5, 7 : Adobe photos stock - pagina 2 : Jessica

Merckx - pagina 3 : François Scerba - pagina 7 : pexels.com - pagina

9 : dollaphotoclub, freelyphotos.com - pagina 13 : Dominik Frikart.

La responsabilità degli articoli firmati pubblicati su ADVENTISTE MAGAZINE

è dei singoli autori.

RICETTA

TRIO DI QUINOA MESSICANA (VEGAN)

Una ricetta di Jessica Merckx / pinkcappuccino.ch

Versione francese

5. Lavare del coriandolo fresco e sminuzzarlo

con delle forbici. Aggiungerlo nella

padella.

6. Lasciare cuocere a fuoco lento.

7. Aggiungere delle spezie: coriandolo

in polvere, cumino, pepe, ecc (secondo

i gusti)

1

FÉDÉRATION ADVENTISTE DE LA SUISSE ROMANDE ET DU TESSIN

WWW.ADVENTISTE.CH

4. Aggiungere mais e fagioli rossi. Mescolare

e lasciare cucinare a fuoco lento

con un coperchio.

8. Aggiungere un po’ di succo di limone.

9. Buon appetito!


INTERVISTA

> FRANÇOIS SCERBA

Intervista a cura di Magazine Avventista

Anche se non si tratta della stessa

epoca, hai vissuto anche tu, come

Doss, delle situazioni difficili a causa

del tuo impegno pacifista?

Chi è François

Scerba?

Sono un pediatra

e ho fatto

il servizio militare

come

medico militare

non armato.

Sono cresciuto

in una famiglia

svizzera ancorata

alla fede cristiana

avventista. Imparare sempre più della

Bibbia è una delle basi fondamentali

dell’educazione che ho ricevuto. Persone

come Gandhi e altri eroi della

non violenza sono stati altri esempi

per me.

Da poco il mondo scopre Desmond

Doss e il suo impegno pacifico

nell’esercito per difendere il

suo paese. Il film “La battaglia di

Hacksaw Ridge” è addirittura stata

nominata a sei oscar. Anche tu hai

vissuto un impegno non armato.

Com’è stato per te?

La prima decisione fu quella di non

essere un obiettore di coscienza con

la condizione di poter servire nelle

truppe sanitarie e soprattutto senza

armi. Essere reclutato come soldato

sanitario è stato abbastanza facile

visto che l’esercito cerca sempre dei

futuri medici. Il rifiuto delle armi è

stato un po’ più complicato, ma ebbi

il sostegno della FSRT con la quale

avevo preparato un solido dossier.

Sono poi stato sottoposto a una serie

di domande da parte di una commissione.

Dopo questo “interrogatorio”,

sul mio libretto di servizio è stato

messo il timbro tanto atteso “Servizio

senza armi”. Una delle domande

che mi era stata fatta era sapere cosa

avrei fatto nel caso in cui qualcuno

minacciasse la mia famiglia con delle

armi. Avevo risposto che se fossi stato

armato, avrei aumentato la possibilità

di una sparatoria, e che essendo

disarmato sarebbe stato più facile

poter comunicare con l’aggressore

ed evitare il peggio.

Da dove viene questa convinzione

di non dover portare un’arma?

Giunto alla maggiore età, ricevetti

la convocazione per il reclutamento

dell’esercito, e mi posi varie domande:

si può essere avventisti e servire

nell’esercito? È coerente con la

mia fede e le mie convinzioni? Cosa

dice la Bibbia a questo proposito?

La Bibbia dice che bisogna rispettare

la legge degli uomini, poiché essa è

benedetta da Dio. Ovviamente fino a

quando la legge degli uomini non è

direttamente in contraddizione con la

legge di Dio. La legge dice che sono

obbligato a servire il mio paese? Ok!

Come? Essendo armato? Imparando

a battermi? Usando

delle armi? Stop! Proteggere e

servire sono dei valori perfettamente

coerenti con i valori

cristiani. Ma togliere la vita a

qualcuno per proteggere quella

di qualcun altro per il solo motivo

che non siamo della stessa

nazionalità? Non voglio entrare

nella discussione sull’utilità di

un’arma nel XX secolo in Svizzera

o sulla natura asimmetrica dei

conflitti attuali. È qui che dalla

Bibbia deriva la visione secolare:

non dobbiamo proteggere

la vita dei nostri concittadini. Dobbiamo

proteggere la vita di ogni essere

umano: il nostro prossimo.

Da un punto di vista esterno si può

pensare che l’esercito e la fede

non possono coesistere. Come lo

vivi oggi nel tuo quotidiano essendo

medico e ufficiale senza armi

dell’esercito svizzero?

Nel nostro paese con un esercito di

milizia, è abbastanza facile dimenticarsi

dell’esercito quando siamo dei

civili. Durante i miei giorni di servizio,

pregavo che i giorni si facessero più

corti. E durante i lunghi periodi di formazione

iniziale, era a volte difficile.

Soprattutto era difficile non identificarsi

come un “soldato”. Penso che

l’esercito svizzero ha fatto degli sforzi

in questi ultimi decenni per inserire

tutte le culture che sono parte dell’attuale

Svizzera.

3

Penso che sia stato in modo molto

meno drammatico che per Doss!

Nella scuola per le reclute ero spesso

mal visto dai miei superiori quando

sistematicamente ogni venerdì sera

me ne andavo in “congedo personale”,

mentre il resto della truppa

restava fino al sabato mattina. Ritornavo

la domenica qualche ora prima

del resto della truppa per degli inutili

“lavori compensatori”, ma niente

di male. Per quanto riguarda i miei

compagni, o non chiedevano niente,

o erano molto comprensivi. Da ciò è

nato anche qualche interessato all’interno

della mia stanza!

Extrait du film "Tu ne tueras point" (Hacksaw Ridge,

Mel Gibson, 2017) narrant l'histoire de Desmond Doss

Cosa potresti dire ai giovani cristiani

che esitano ad impegnarsi in

modo duraturo?

Quando il servizio è obbligatorio, non

c’è esitazione per il reclutamento. Ma

ognuno si deve fare delle domande

riguardo le proprie convinzioni, e su

come servire al meglio il nostro Dio.

Al giorno d’oggi, l’accesso a un servizio

civile in alternativo al servizio militare

è molto più facile che nel 1997.

I partiti politici di destra provano in

questi casi ad ostacolare i giovani che

scelgono il servizio civile. Se si decide

di servire nell’esercito, invito sinceramente

tutti i giovani a interrogarsi sul

significato di portare un’arma.

POUR RÉAGIR À L’ARTICLE

contact@adventistemagazine.com

i


DOSSIER

PREVENIRE IL SUICIDIO

Lo stato di urgenza mondiale

Il 5 settembre 2014, in presenza dei direttori

dei Ministri della salute, ambasciatori,

amministratori e professionisti

della salute, l’Organizzazione Mondiale

della Salute (l’OMS) di Ginevra ha ufficialmente

rivelato il suo primo rapporto

completo sul suicidio. 1 Lo scopo annunciato

di questo documento era quello

di ridurre il tasso di suicidio del 10% da

qui al 2020. Le ricerche degli autori e le

statistiche hanno dimostrato che il suicidio

è un fenomeno che riguarda tutte

le regioni del mondo e può prodursi a

qualsiasi età. Fra i giovani (tra i 15 e i

29 anni) il suicidio è la seconda causa

di mortalità. E ciò nonostante i suicidi

possono essere prevenuti grazie a una

strategia multisettoriale. Questa deve

essere applicata dai legislatori, i lavorati

della salute e le comunità, comprese

le nostre chiese, ospedali e cliniche

avventiste.

L’entità di una tragedia mondiale

Le nostre società contano dei numeri alti dei

suicidi. Più di 800.000 persone muoiono per

questo ogni anno, cioè una persona ogni

40 secondi. Per ogni adulto che muore per

suicidio, ce ne possono essere più di 20 che

lo hanno tentato. Poiché si tratta di un tema

sensibile e addirittura illegale in alcuni paesi,

è probabilmente per questo oggetto di mancata

informazione.

Il 75% dei suicidi hanno luogo nei paesi con

stipendi bassi o medi, e si riscontra un numero

più elevato tra i giovani della fascia d’età

15-29 anni.

Tuttavia, proporzionalmente parlando, nella

maggior parte delle regioni del mondo, il tasso

di suicidio è più elevato tra le persone di

più di 70 anni, sia uomini che donne.

Gli uomini muoiono tre volte di più che le

donne per suicidio nei paesi più ricchi (con

un rapporto di un uomo per 3,5 donne). Nei

paesi con stipendi medio-bassi, lo stesso rapporto

è inferiore (1,6).

La buona notizia è che tra il 2000 e il

2012, il numero dei suicidi si è abbassato

del 9%, passando da 883.000 a

804.000. Una delle possibili spiegazioni

sta nel miglioramento straordinario

della salute globale di certi paesi durante

questo ultimo decennio. Questa

riduzione è la prova che un miglioramento

è possibile. Tuttavia, in alcune

regioni il tasso di suicidio è aumentato.

In Africa, per esempio, è aumentato

del 38%.

Conseguenze della stigmatizzazione

e dei miti

Trovarsi di fronte a qualcuno che ha

delle idee suicide impaurisce e mette

a disagio. Si suole credere che parlare

di suicidio è una cattiva idea e può essere

interpretata come un’incitazione.

Sfortunatamente, questo mito fa isolare

le persone depresse nella loro sofferenza

e la loro ricerca di sostegno. In

25 paesi del mondo, il suicidio è addirittura

considerato come un crimine, e

coloro che lo hanno tentato rischiano

la prigione piuttosto che un ricovero

in ospedale.

Tuttavia si sa che uno dei tanti modi di

prevenire il suicidio è quello di aprirsi

al dialogo. Alcuni professionisti della

salute psichica chiedono spesso

a dei pazienti disorientati o disperati

“Lei pensa alla morte o al fatto di morire?”

Se la risposta è affermativa, ne

segue un’altra domanda “Lei pensa di

togliersi la vita? Cosa le ha permesso

di restare in vita fino ad ora? Potrebbe

ricorrere alla richiesta di aiuto nel

caso in cui abbia un’impellente idea

suicida?”.

Attraverso una partecipazione e un

dialogo, le persone possono essere

guidate ad allontanarsi dal loro dolore

e dalle loro ferite, e a considerare le

conseguenze di una scelta così radicale.

Questo approccio ha salvato numerose

vite. 2

Fattori di rischio e di protezione

Come si può notare dal grafico sottostante,

i ricercatori indicano che ci sono

molti fattori di rischio e di protezione

inerenti al suicidio. La presenza di fattori

di protezione aumenta la salute

psichica e riduce il rischio di suicidio.

Ridurre l’accesso a strumenti per suicidarsi

funziona. Una strategia efficace

per prevenire i suicidi e i tentativi di

suicidio consiste in ridurre l’accesso

agli strumenti più comuni utilizzati,

compresi i pesticidi, le armi da fuoco,

e alcune medicine.

I servizi sanitari primari devono poter

valutarne il rischio durante i controlli

regolari, inserendo la prevenzione al

suicidio come componente di base

delle cure di routine. Problemi psichici

e un uso nocivo dell’alcool influenzano

un gran numero di suicidi del mondo.

Un’identificazione precoce e una gestione

efficace sono cruciali per assicurare

che le persone ricevano le cure di

cui hanno bisogno.

Declino della salute mentale

Fattori di rischio: perdita del lavoro, problemi economici, dolori cronici,

abuso di alcool, problemi psichici, precedenti tentativi di suicidio,

conflitto relazionale, isolamento, mancanza di sostegno sociale,

trauma o abuso, accesso a strumenti di autolesionismo, stigmatizzazione,

tabu, esposizione inappropriata ai media.

Miglioramento della salute mentale

Fattori protettori: relazioni personali, capacità di recupero di fronte

allo stress e a dei traumi, senso del proprio valore, credenza religiosa

o spirituale, comunità di sostegno, identità personale, capacità di

risoluzione dei problemi, scelta di vita sana, attività fisica regolare,

adeguata quantità di riposo, regime nutrizionale appropriato, sostegno

verso coloro che cercano aiuto.

Le comunità hanno un ruolo fondamentale

nella prevenzione del suicidio.

Possono fornire un sostegno sociale

a individui vulnerabili e impegnarsi

nel seguirne la cura, lottare contro la

stigmatizzazione e sostenere coloro in

lutto per un suicidio. In India, le visite

mensili dei lavorati sanitari delle comunità

non professionale presso delle

persone che hanno tentato il suicidio

hanno ridotto in modo significativo il

tasso di suicidi. Pensate a cosa succederebbe

se le nostre chiese facessero

la stessa cosa!

Le nostre opportunità di agire come

chiesa

La stigmatizzazione associata al suicidio

può diminuire con una maggiore

consapevolezza nella società, e in particolare

nella chiesa, che permetterebbe

alle persone di chiedere aiuto più

volentieri. Dobbiamo parlare del suicidio,

e le persone devono trovare nella

chiesa un forte aiuto. Se le persone

sono disperate possono venire da noi

per trovare la speranza in Gesù Cristo,

così come un nuovo sentimento di

avere uno scopo nella vita. È il nostro

ruolo come chiesa.

I membri e i dirigenti possono sforzarsi

a partecipare in azioni individuali

e collettive. Gli ospedali e le cliniche

avventiste dovrebbero promuovere

una consapevolezza precoce della

difficoltà emotiva in contesti di cure

primarie. Dovrebbero anche offrire

una gamma di cure specializzate, e

anche dei servizi di salute psichica

inserendo degli elementi relativi alla

fede, così come dei fattori allo scopo

di restaurare la salute mentale. Le

università avventiste che formano pastori,

lavoratori nel campo della salute

e professionisti della salute psichica

devono insegnare attivamente, anche

alle famiglie, i principi che permettono

di riconoscere e di curare coloro che

soffrono di dolore emotivo, basandosi

sugli insegnamenti delle Scritture,

dello Spirito di Profezia, e anche della

scienza.

Le persone possono contribuire riconoscendo

i fattori di depressione

e identificando gli individui a rischio.

Possono anche dare l’esempio vivendo

una vita equilibrata e incoraggiando

gli altri a evitare di consumare sostanze

stupefacenti, compreso l’alcool,

allo scopo di preservare la propria salute

psichica e il benessere emotivo.

Infine, una buona chiesa può considerare

i pensieri suicidi non come

una mancanza di fede, ma come un

momento di difficoltà spirituale (vedi

tabella) e una richiesta di sostegno e

di compassione. Come disse un sopravvissuto

a un tentato suicidio “La

compassione di un amico valeva come

dieci anni di cure psichiatriche”.

6


Quando facciamo questo, seguiamo il

ministero della guarigione di Gesù.

L’impatto del suicidio sui sopravvissuti

Questo ministero d’amore e di compassione

deve essere messo al servizio

di coloro che restano, spesso sprofondati

in un abisso di profondo dolore,

oscuro e solitario, in lutto in seguito

alla perdita dei loro cari. Nonostante

i migliori sforzi dei membri della famiglia,

degli amici, degli addetti alle

cure, un suicidio può sempre essere

effettuato. Una lettera anonima scritta

da qualcuno che ha sfiorato da molto

vicino il suicidio permette di vederlo

da questo punto di vista “Aveva una

famiglia che mi amava, un ottimo medico

e un eccellente sostegno, ma

quando si entra nel tunnel, sembra

che niente importi”.

Uno dei nostri clinici esperti ha vissuto

la perdita di un paziente per suicidio.

Nonostante ciò sia successo più di

dieci anni fa, il ricordo è sempre vivo

come se fosse stato ieri. Era un giovedì,

durante la pausa pranzo. Il paziente

era in trattamento da più di tre

anni con delle idee suicide croniche,

multipli tentativi, e vari ricoveri in un

ospedale psichiatrico. L’impatto immediato

fu estremamente doloroso.

Una semplice passeggiata a bordo del

lago diventava sempre più difficile per

il medico, giusto perché l’ultimo negozietto

sulla riva si chiamava “The Last

Stop”. Sembrava che tutto facesse ricordare

la morte del paziente. La famiglia

lo aveva invitato ai funerali e gli era

stato chiesto di essere uno dei portatori

della bara. A ogni passo il medico

pensava “Ti sto portando verso il tuo

ultimo riposo”. Il fatto che la famiglia

fosse riconoscente per il lavoro clinico

prestatogli fu fonte di consolazione.

“Ha dato a lui- e anche a noi- altri tre

anni di vita”, gli dissero.

MITI

Parlare del suicidio è una cattiva

idea e può essere interpretata

come un’incitazione.

Le persone che fanno riferimento

al suicidio non vogliono

passare all’atto.

La maggior parte dei suicidio

si verifica all’improvviso, senza

preavviso.

Chi ha tentato il suicidio ha

preso la decisione di morire.

Una volta che qualcuno ha

tentato il suicidio, resterà per

sempre con delle idee suicide.

Solo le persone con problemi

psichici hanno idee suicide.

FATTI

Ma il dolore provato dal medico curante

non sarà mai paragonato a

quello provato dalla famiglia. Nell’anno

seguente, gli anziani genitori del

paziente morirono, profondamente

addolorati. La madre rifiutò le cure ad

eccezione di quelle palliative. Le due

sorelle sono state devastate dal dolore

e dalla depressione. Dopo l’accaduto,

e per vari anni, non hanno potuto lavorare.

Una delle sorelle ha combattuto

contro uno straziante senso di colpa,

che ha persino portato la sorella stessa

a pensare al suicidio. Tutti coloro che

erano coinvolti hanno sofferto. La loro

fede è stato uno dei pochi elementi

che gli ha consolati. Anni di trattamento

hanno finalmente restaurato le

sorelle dandogli di nuovo la capacità

di lavorare e riportandole alle loro

famiglie.

Parlare apertamente può offrire alle persone

altre opzioni o del tempo per ripensare alla

sua decisione, prevenendo così il suicidio.

La maggior parte di coloro che pensano al

suicidio è ansiosa, depressa, disperata e ha

l’impressione che non ci sia altra scelta.

La maggior parte dei suicidi è preceduta da

segni di preavviso, che siano essi verbali o

comportamentali. Alcuni suicidi non hanno

preavviso.

Alcune persone che hanno tentato il suicidio

sono indecise sul fatto di voler vivere o

morire.

Un alto rischio di suicidio è spesso un fenomeno

di breve durata e legato ad una situazione

specifica.

Un comportamento suicida indica una profonda

tristezza ma non per forza un problema

psichico.

Nonostante la guarigione sia difficile,

c’è sempre la speranza. Il ruolo degli

amici, dei pastori, dei consiglieri, così

come la fede dei sopravvissuti non

devono essere sottovalutati. La madre

di un figlio adulto che si era suicidato

ha rinnovato la sua fede nella grazie

del Signore per poter accettare ciò

che aveva vissuto. Ha trovato rifugio

nell’amore e nel prendersi costantemente

cura delle figlie. Ha cercato

aiuto presso uno psicoterapeuta per

poter affrontare il senso di colpa e

per trovare la capacità emotiva di perdonare

coloro che lei pensava avessero

contribuito alla fine disperata di

suo figlio. Ovunque ci sia grazia, c’è

speranza.

Il ministero della guarigione di Gesù

Come chiesa, forse non siamo stati

abbastanza costanti nel rispondere al

dolore emotivo così come invece lo

siamo stati nei campi riguardanti la

salute e lo stile di vita. Forse non abbiamo

letto la Bibbia in modo chiaro

come avremmo dovuto. Ascoltiamo

le parole del profeta Isaia 61:1-3. Il

linguaggio usato invita a manifestare

bontà verso coloro che sono in difficoltà

emotiva:

“Lo Spirito del Signore, l’Eterno è su

di me,, perché l’Eterno mi ha unto per

recare buone novelle agli umili; mi ha

inviato a fasciare quelli dal cuore rotto,

a proclamare la libertà a quelli in

cattività, l’apertura del carcere ai prigionieri,

a proclamare l’anno di grazia

dell’Eterno e il giorni di vendetta del

nostro Dio, per consolare tutti quelli

che fanno cordoglio, per stabilire di

dare a quelli che fanno cordoglio in

Sion un diadema invece della cenere,

l’olio della gioia invece del lutto, il

manto della lode invece di uno spirito

abbattuto, affinché siano chiamati

querce di giustizia, la piantagione

dell’Eterno perché egli sia glorificato.”

Ellen White descrive il modo in cui

Gesù ha compiuto il suo ministero.

Nuovamente, notate le parole che

evidenziano l’attenzione che presentava

il Salvatore verso i bisogni emotivi

di coloro che entravano in contatto

con lui:

“La missione di Gesù era quella di

dare agli uomini un completo cambio:

è arrivato per dar loro salute e pace e

perfezione di carattere. Durante il suo

ministero, Gesù dedicò più tempo alla

guarigione dei malati che a predicare.

Il Salvatore fece di ogni guarigione

un’occasione per piantare un principio

divino nella mente e nell’anima.

Questo era lo scopo della Sua opera.

Impartì benedizioni terrestri che potessero

inclinare il cuore degli uomini

a ricevere il vangelo della Sua grazia.

Pieno di grazia, tenerezza, pietà, Egli

venne per abbassarsi e confortare il

sofferente. Ovunque andasse, portava

benedizioni. Cristo non faceva distinzione

di nazionalità o rango o credo.

Per lui nessun essere umano era privo

di valore, e cercava sempre di offrire

un rimedio adatto alla guarigione di

ogni anima.” 3

Che possiamo, come discepoli di

Dio, manifestare lo Spirito di Cristo

e "non facendo nulla per rivalità o

vanagloria, ma con umiltà, ciascuno

di voi stimando gli altri più di se stesso.

Non cerchi ciascuno unicamente

il proprio interesse, ma anche quello

degli altri. Perciò, abbiate in voi

lo stesso sentimento che è stato in

Cristo Gesù" (Filippesi 2.3-5)

Autori Bernard Davy,

M.D., M.P.H., è capo reparto

di psichiatria nella

clinica della Lignière, a

Gland, in Svizzera.

Carlos Fayard, Ph.D.,è professore

associato del dipartimnto

di psichiatria, nella

scuola universitaria di medicina

di Loma Linda, e direttore

aggiunto degli affari

di salute psichica presso il

dipartimento del ministero

della salute della Conferenza

Generale degli avventisti

del settimo giorno.

Peter Landless, M.D., è

direttore del ministero

avventista della salute alla

Conferenza Generale degli

avventisti del settimo

giorno.

1

Organizzazione Mondiale della Salute, «

Prevenire il suicidio : lo stato di urgenza

mondiale » (2014). Il rapporto completo

può essere consultato sul sito internet

dell’OMS


2

Referenza « Miti e fatti sul suicidio »,

rapporto dell’OMS del 2014.

3

Estratti dei libri di Ellen G. White,

Le ministère de la guérison (Mountain View,

Calif.: Pacific Press Pub. Assn., 1905),

pp-17-24 (non tradotto in italiano),

Evangélisation (Washington, D.C.: Review

and Herald Pub. Assn., 1946), p. 568 (non

tradotto in italiano) e Reflecting Christ

(Hagerstown, Md.: Review and Herald Pub.

Assn., 1985), p. 27 (non tradotto in italiano).

IL SUICIDIO DA UNA

PROSPETTIVA BIBLICA

Quando veniamo a sapere che un

conoscente si è suicidato, riceviamo

la notizia come uno shock. Perché?

Come? Si poteva evitare? Sono numerose

le domande che ci vengono in

mente. Ci teniamo così tanto alla vita

che supponiamo immediatamente che

ci sia una causa esterna, una somma

ragione, una pressione insopportabile

all’origine di questo dramma.

Il suicidio non è sempre stato considerato

come un peccato morale. La

Bibbia parla di alcuni suicidi senza

giudicare questo genere di morte.

Abimelech si suicida per evitare la vergogna

del fatto che una donna avesse

potuto provocargli una frattura al cranio

(Giudici 9.53-54); il re Saul, ferito,

si suicidio per scappare alla tortura

che i suoi nemici gli avrebbero potuto

infliggere se fosse stato catturato

(1 Samuele 31.3-4); Zimri si suicida

con il fuoco per evitare la vendetta al

suo crimine (1 Re 16.18); il suicidio di

giuda è probabilmente il più famoso.

Viene presentato solo nel Vangelo di

Matteo (27.3-5) come un gesto disperato.

Anche Luca fa riferimento alla

morte di Giuda (Atti 1.16-20) per giustificare

il rimpiazzo fra i dodici, senza

specificare il fatto che si sia suicidato.

Bisognerà aspettare il IV secolo per la

dichiarazione, fatta da Sant’Agostino,

che il suicidio è un omicidio, il VI secolo

per il rifiuto di ossequi a un morto

suicida, e la fine del VII secolo affinché

il Concilio di Toledo applichi la scomunicazione

su coloro che si suicidano.

Oggi, le chiese vogliono prendere in

considerazione i motivi di un suicidio,

e gli accordano degni ossequi.

I motivi che spingono al suicidio, infatti,

possono essere diverse. Di solito

si prende la decisione quando lo

sfortunato è arrivato a un punto critico,

una sorta di strada senza uscita,

in cui non si vede altra soluzione

se non quella di eliminarsi. Il suicidio

7

8


appresenta dunque un gesto di disperazione.

Non potendo eliminare la

causa del suo dolore, lo sfortunato elimina

se stesso, pensando di trovare,

attraverso questo gesto, la pace a cui

aspira. Un giovane che si suicida lancia

un appello, senza rendersi conto che si

tratta di un’azione irreversibile. Si vive

un inferno al lavoro, si hanno debiti insormontabili,

ci si trova di fronte alla

vergogna di un fallimento. Alcuni ricorrono

a delle medicine senza sapere

che inducono a dei pensieri suicidi.

Il suicidio genera spesso un sentimento

di simpatia o di pietà. Il morto per

suicidio viene visto come una vittima.

Vittima del suo ambiente professionale,

familiare, sociale.

Si pensa che sia caduto

in uno stato psicologico

patologico

che lo esonera da

ogni responsabilità.

La colpa

dell’azione non

ricade su colui o

colei che consideriamo

una vittima,

ma sulla possibile

causa del gesto. È difficile,

effettivamente, immaginare

che una persona

abbia messo fine a ciò a cui teniamo

di più: la vita.

Se si tratta di una persona cara, allora

il suicidio genera un incredibile senso

di colpa, da cui derivano le seguenti

osservazioni “Come ho fatto a non

rendermene conto?”, “Avevo notato

qualcosa, ma non avrei mai immaginato

questo!”, “Me ne aveva parlato, ma

sembrava abbastanza forte”. Sembra

che si sia persa l’occasione di agire.

Tutte queste osservazioni ci fanno

credere che il destino di coloro che ci

circondano ci appartiene, che le nostre

azioni possono determinare le loro

scelte. Questo è vero fino a un certo

punto. Nel libero arbitrio, che ci permette

di vivere insieme, risiede il limite

delle relazioni umane. Possiamo

agire, ma non decidere al posto degli

altri.

Una volta che l’atto si è verificato,

dobbiamo offrire aiutare e conforto ai

cari che si sentono colpevoli. Il suicidio

di una donna fa venire un dubbio su

suo marito, quello di un figlio verso i

genitori, quello di un lavoratore verso

il suo capo, ecc. La simpatia, l’amicizia,

l’affetto ed eventualmente l’aiuto

psicologico gli saranno molto più utili

che un giudizio presentato sotto forma

di silenzio, per liberarsi del peso di

questo senso di colpa.

Solo Dio conosce le circostanze e le

cause profonde che spingono una

persona e mettere fine alla sofferenza

attraverso il suicidio. Non sappiamo

in che momento una persona

può passare dal pensiero

all’azione. Ognuno ha il

proprio limite di sopportazione.

Ma ci sono delle

motivazioni sociali

contro le

quali il cristiano

può lottare: la segregazione,

la violenza

familiare fisica e

psicologica, il mobbing

dei bambini a scuola,

degli impiegati al lavoro,

del capo di lavoro nella sua gestione,

la mancanza di considerazione, la miseria:

in poche parole, tutti i mali che

influenzano il vivere insieme e rendono

tristi le persone. Un atteggiamento

propriamente cristiano è quello di

essere attento alle sofferenze di coloro

che ci circondano e manifestare

sempre bontà, attenzione e comprensione.

Nella nostra società individualista, il

suicidio rappresento un appello a più

fratellanza, dolcezza, bontà. Se si può

trovarne un senso, sarebbe quello di

interrogarci sullo sguardo che rivolgiamo

verso gli altri e il modo in cui gli

prestiamo attenzione.

Richard Lehmann

Professore FAT

Nel 1990 ci fu un prima e un

dopo. Prima ero una donna

sposata che fingeva di essere

felice. Dopo ero divorziata e tutto

ciò che normalmente sembrano

banalità per me era una montagna da

scalare: vestirmi, cucinare, fare la spesa..

Non avevo più voglia di niente.

Entrai in ciò che potrei chiamare una

malattia della volontà: la depressione.

Il mio quotidiano era diventato

doloroso e il senso di colpa era cresciuto

a livello esponenziale.

Cercai disperatamente aiuto, sia da

uno psichiatra che mi proponeva le

medicine come unica soluzione, sia

nei libri cristiani. Volevo capire la mia

malattia per poter combatterla. Ma

le mie letture mi dicevano sempre

che la depressione era dovuta a una

mancanza di Dio nella mia vita. Ora,

io mi ritenevo abbastanza vicina a Lui.

E quindi più leggevo, più mi sentivo

colpevole, e più soffrivo.

Per colpa della vergogna e delle fobie

che avevo dentro, cominciai a

isolarmi dal mondo esterno, dai miei

amici, dalla mia chiesa. Le uniche attività

che svolgevo erano andare a

mangiare dai miei genitori e badare

al mio cane. Il sentimento di inutilità

si aggiunse a tutto il resto. Questo

durò 3 anni.

Nel 1993, non ne potevo più. Troppo

pesante, troppo difficile, troppo

inutile, troppo doloroso, troppo vergognoso.

Di fronte al troppo, non

avevo nessuna speranza. Presi la

decisione di metterne fine, per non

pensarci più e per non essere fonte

di tristezza per i miei genitori. Per

due settimane smisi di prendere le

medicine. Poi, il giorno X, scrissi una

lettere in cui chiedevo scusa. Portai

fuori il mio cane per l’ultima volta.

Sulla strada per tornare a casa, senza

sapere davvero perché, dissi a Dio

“Se hai ancora bisogno di me, se hai

una benedizione per me, allora manifestati”.

TESTIMONIANZA

Rientrai a casa, mi diressi verso il bagno,

alzai le braccia per prendere la

scatola delle medicine e, ancora con

le mani alzate, suonò il telefono. Erano

circa le 22. Nessuno mi chiamava

mai così tardi. Credo che se avessi

avuto il tempo di prendere la scatola

delle medicine, si sarebbe azionato

l’ingranaggio e non avrei potuto rispondere

al telefono. Fu il primo segnale

di risposta di Dio alla mia preghiera.

Quella sera, sentii veramente

che Dio aveva bisogno di me. Questa

manciata di speranza non mi lasciò

mai. Nonostante non fossi guarita e

la mia lotta continuasse.

Poco a poco, Dio mise sul mio cammino

delle persone e delle opportunità

e addirittura mi ridiede degli amici e

un lavoro. Il mio stato mentale era ancora

instabile e fragile. Avanzavo con

Dio ma sapevo che mi trovavo sul filo

di un rasoio. Alla minima difficoltà,

tutto poteva cedere.

E in effetti, una prova sul lavoro mi

fece cadere di nuovo in basso. Dovetti

rinunciare al mio impiego. Vidi

che stavo facendo dei passi indietro,

e tornavo alla stessa situazione di

prima. Questo pensiero era insopportabile

per me. Decisi nuovamente

di farla finita con la mia vita e questa

volta passai all’azione. Nel natale

del 2006, incartai i miei regali, scrissi

nuovamente una lettera di scuse ai

miei genitori, inghiottii le medicine

che provocarono una cattiva reazione

e vomitai tutto. Completamente stordita,

rimasi sdraiata a casa mia. Non

avendo mie notizie, mio padre venne

a casa a cercarmi. Quando aprì la porta,

i nostri sguardi si incrociarono, e

capì immediatamente cosa aveva fatto.

Io capii che non avrei mai più voluto

far soffrire i mie genitori tentando

di togliermi la vita.

Negli anni successivi ricevetti nuovamente

le cure da parte di un medico,

di altro psichiatra dai metodo più

adatti al mio caso. Ritrovai la pace

9

10


icopiando tutti i salmi. L’esperienza

di Davide mi parlava e mi faceva del

bene. Poi, capii il versetto che dice

che quando sono debole, allora sono

forte. Ogni volta che si presenta una

situazione difficile per me, chiedo a

Dio di stare con me e guidarmi. E lo

fa! Sento la Sua presenza. Per esempio,

quando devo parlare con qualcuno

ma non trovo la forza di alzare la

cornetta del telefono, Dio fa in modo

che la incontri per strada, così, per

caso. È successo un sacco di volte.

Dio è la mia forza, agisce in mio favore.

Dieci anni dopo, i miei problemi non

si sono risolti. Ma ho progredito, perché

Dio è la mia forza.

Dalla mia esperienza, se ne posso

trarre un consiglio, è quello di prendere

sul serio ogni tentativo di suicidio.

Sono tutte manifestazioni di un

profondo e insopportabile dolore.

Le persone che provano a togliersi la

vita non “giocano”. Al contrario, cercano

una scappatoia, una liberazione.

Alcuni hanno la tendenza a pensare

che i tentati suicidi siano delle “semplici”

richieste d’aiuto. Questa definizione

può ferire la persona in sofferenza

e farla sprofondare in un abisso

ancora più profondo, poiché si riduce

e si minimizza il malessere provato.

Aumenta ancora di più il divario tra

l’individuo e la società. Impariamo a

riconoscere e a chiamare per nome la

sofferenza. A volte, è il primo passo

verso la guarigione.

The

Journey

AYC 2017

22 JUILLET - 06 AOÛT

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i bambini che hanno risolto l’enigma e

inviato i loro disegni.

Sono bellissimi!

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ANDREA

Ho un grosso problema!

Ho ricevuto 2 disegni

senza il nome dei bambini.

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per darmi il tuo nome e

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potro’ inviarti un oggetto

che ti permetterà di

risolvere i prossimi

enigmi !

“Ecco, io faccio una cosa nuova; essa

germoglierà; non la riconoscerete

voi? Sì, aprirò una strada nel deserto,

farò scorrere fiumi nella solitudine”

(Isaia 43.19).

L'autore ha voluto rimanere

anonimo.

Intervista a cura di

Magazine Avventista

17 th June 2017

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A week-end to explore the

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Elena Zagara

Ministeri a favore dei Bambini

FSRT

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24 000 VISITATORI E 57 000 CLICK –

GRAZIE!

È proprio così, magazineavventista.com festeggia il

suo primo anno di esistenza. La versione online della

rivista cerca di proporre tutti i giorni una notizia interessante,

un’ informazione in rapporto alla chiesa

avventista, un articolo sui cristiani in generale, una

riflessione spirituale, una ricetta… insomma, informa

continuamente i lettori affinchè questi siano informati

e uniti tra loro. I primi parametri della nostra

visione sono la nostra fede e la lingua- francese o

italiano, secondo la versione.

Tutti i giovedì, ricevete nella vostra buca delle lettere

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redazione. Siete numerosi a leggerla, molto numerosi

per un così giovane mezzo di comunicazione.

Durante gli ultimi 12 mesi, siete stati in 243 000 a

visitare il nostro sito. Avete cliccato 57 000 volte sui

nostri link. Un internauta che naviga su adventistemagazine.com

legge in media 1,7 articoli. Il mese

dello scorso gennaio è stato il “migliore” da quando

è stato lanciato il sito: 36 000 visitatori e 9 000 clik.

Abbiamo pubblicato all’incirca 300 articoli in

francese e 150 in italiano. Il nostro obiettivo è quello

di mantenere la rotta, ma anche di proporvi poco

a poco, più di un articolo al giorno e di essere il

più reattivi possibile dinanzi all’attualità della nostra

chiesa e del mondo cristiano in generale.

Questo sogno è divenuto realtà grazie a tutti i collaboratori,

i corrispondenti locali, la equippe benevola

di traduttori in lingua italiana e francese, oltre ad

i siti di informazione. È grazie a questa bella squadra

che Adventiste Magazine online vi accompagna

quotidianamente, non solamente per darvi informazioni,

ma per farvi riflettere sull’impatto che ha la

nostra fede nella realtà pratica della vita.

Resta l’appello che facciamo ai francofoni e agli italofoni

che desidererebbero collaborare con la missione

di comunicazione, per:

• Trasmettere delle informazioni,

• Condividere la pubblicità delle attività nelle

chiese,

• Tradurre degli articoli dall’inglese, spagnolo,

portoghese, tedesco (o altro) al francese o

dall’italiano

• Oppure semplicemente far conoscere il nostro

canale d’informazione.

A PRESTO

Omaggio a Esther Etienne di Dominik Frikart,

cappellano della Casa di Riposo Flon, a Oron

Esther Etienne est née le

4 avril 1926 à Lyè nata il 4

aprile 1926 a Lione ed è

cresciuta con i suoi nonni a

Essertes, vicino Oron. Nutriva

un profondo affetto

per loro.

Da quando aveva 14 anni

ha vissuto nel Giura, nei

Reussilles. Ha conosciuto

suo marito Georges a Tramelan,

luogo in cui nacque

la prima chiesta Avventista

in Europa, e lo sposò nel

1945.

Per Esther la famiglia era

molto importante. I suoi figli,

Anne-Marie, Jean-Paul,

Michèle, Claude e Chantal

che le hanno a loro dato

nove nipoti e quindici pronipoti.

La suocera di Esther le insegnò

il mestiere nell’orologeria,

campo in cui ha lavorato

durante la maggior

parte della sua vita professionale.

Esther ha anche

lavorato al servizio degli

altri, presso delle persone

anziane.

A Esther piaceva tanto intraprendere

nuove cose:

era molto coraggiosa,

lavoratrice e aveva uno spirito

positivo. Dimostrava

una grande dolcezza verso

tutti i suoi cari.

Nella sua famiglia, si dice

che era una grande donna

Esther e Georges possedevano

una grande fede e

amavano il loro Dio. Hanno

sempre cercato la verità e

la spiritualità. Erano molto

attivi nella chiesa. Furono

membri della chiesa

avventista di Clarens per

molti anni prima di andare

a vivere presso la clinica

della Lignière, a Gland.

Successivamente, hanno

vissuto insieme quasi otto

mesi alla casa di riposo

Flon, a Oron.

Suo marito Georges è deceduto

tre anni fa. Esther è

rimasta quasi quattro anni

al Flon. Abbiamo potuto

vedere che Esther amava

la vita e che era una combattente.

Un’infermiera del Flon

disse di lei “Esther non

vuole andarsene per non

provocare dolore alla sua

famiglia”.

Il suo testo preferito era

Isaia 43 e in particolare i

versetti 4 e 5 “Perché tu

sei prezioso ai miei occhi

e onorato, e io ti amo, io

do uomini al tuo posto e

popoli in cambio della tua

vita. Non temere, perché

io sono con te, farò venire

la tua progenie dall’est e ti

radunerò dall’ovest”.

Ci vediamo al ritorno di

Cristo!

Se desiderate collaborare con Magazine Avventista,

contattateci: contact@adventistemagazine.com

Semplicemente, grazie per la vostra compagnia!

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