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1 month ago

FuoriAsse #19

Officina della cultura

L’ultimo viaggio di

L’ultimo viaggio di Enrico Filippini le avventure di un io minore di Giacomo Raccis ©Peter Kertis A ben guardare, Enrico Filippini potrebbe essere uno dei personaggi della Letteratura nazista in America di Roberto Bolaño. Non certo per i suoi orientamenti ideologici, sia chiaro. Ma perché, come le tantissime figure che affollano l’universo distopico di Bolaño, Filippini ha coltivato lungo tutta la sua vita un culto per l’ombra, per l’azione silenziosa, per la riservatezza e il profilo basso: caratteri che ne fanno oggi uno degli intellettuali più interessanti da studiare. Come ha scritto Andrea Cirolla in un bellissimo testo a lui dedicato, «Filippini scrisse molto, ma non pubblicò alcun libro di cui potesse dirsi autore» 1 . Infatti, Filippini preferì dedicarsi ai libri degli altri; o almeno questo è quello che voleva si sapesse in pubblico di lui. Nei suoi cinquantasei anni di vita è stato perfetto interprete di quel ruolo fin troppo bistrattato che è il mediatore culturale. C’è la sua mano – ma non il suo nome – dietro importantissime “imprese letterarie” del secondo Novecento italiano. Allievo di Enzo Paci alla Statale di Milano, si dedicò allo studio della filosofia fenomenologica, tradusse testi importanti di Edmund Husserl, ma anche di Ludwig Binswanger e Walter Benjamin – per non dire che i più noti. Consulente e traduttore per Feltrinelli nei primi anni di vita della casa editrice, contribuì a portare in Italia autori fondamentali della letteratura di lingua tedesca come Max Frisch, Friedrich Dürrenmatt, Günther Grass e Uwe Johnson. Un’attenzione alla cultura tedesca, e 1 Andrea Cirolla, Enrico Filippini. La grande cura di verità, in «Nuova Prosa» 65, maggio 2015, p. 70. FUOR ASSE 16 Il rovescio e il diritto

internazionale in generale, che gli veniva forse dalla sua origine svizzera (era nato in Canton Ticino nel 1932), problematica al punto da spingerlo a vivere sempre altrove, in Italia, tra Milano e Roma. Fu tra i primissimi collaboratori della «Repubblica» di Scalfari, per la quale realizzò splendide interviste – raccolte oggi in Frammenti di una conversazione interrotta, a cura di Alessandro Bosco (Castelvecchi, 2013) – agli uomini di cultura più rilevanti del suo tempo, da Foucault a Lyotard, da García Marquez a Bioy Casares. Lo si potrebbe definire un’eminenza grigia della nostra letteratura, se non fosse per il suo carattere schivo, proprio di chi partecipa a ogni cosa per un profondo senso di responsabilità e rispetto, ma in definitiva preferirebbe la solitudine. Que - sti tratti si colgono alla perfezione in quello che rimane il testo più bello tra i pochi pubblicati da Filippini, L’ultimo viaggio, racconto autobiografico che dà il titolo a una breve raccolta pubblicata postuma da Feltrinelli, nel 1991. È qui che l’io dell’autore emerge finalmente in tutta la sua capricciosa e irrequieta problematicità, come si capisce dalla dichiarazione di intenti che apre il racconto: «Voglio scrivere questi appunti nel modo più semplice e modesto di cui posso essere capace; scrivere senza alone, senza risonanze, scrivere spoglio, come scriverebbe un bambino (quando ero bambino non sapevo scrivere)» 2 . In questi racconti, da buon fenomenologo, Filippini conduce una battaglia contro le sovrastrutture del pensiero, che inquinano la percezione e la comprensione di ciò che abitualmente chiamiamo realtà. Abbandonare le parole comuni, tornare a uno stato di stupore infantile, pregrammaticale davanti al mondo, raccontare facendo a meno del prontuario concettuale che secoli di Cultura hanno definito. È la trama di relazioni che uniscono spazio e tempo nell’esperienza del reale che Filippini cerca di riportare al linguaggio, dimostrandosi in questa ricerca affine a scrittori sperimentali come Emilio Tadini, Raffaele La Capria e Oreste del Buono, che tuttavia vennero presto esclusi da quel Gruppo 63 che Filippini contribuì a promuovere e animare. D’altra parte, mentre Le armi l’amore (Rizzoli, 1963), Ferito a morte (Bompiani, 1961) o Né vivere né morire (Mondadori, 1963) cercano di far convergere nel soggetto la complessità dei “tempi” – sequenziali, paralleli, alternativi – che compongono l’esperienza del reale, Filippini sembra cercare una scrittura capace di astrarsi rispetto alle “implicazioni” del soggetto e di riportare il reale da un punto di vista ulteriore. Lo mostra bene Settembre, uscito sul «Menabò» nel 1962: qui l’espediente metaletterario – uno scrittore si cimenta nel tentativo di presentare una singola scena, in cui il suo personaggio scende in una strada parigina in una mattina di primavera che però gli ricorda settembre – offre lo spunto per affiancare agli effettivi tentativi di rappresentazione del - le vere e proprie dichiarazioni di poetica: «È difficile anche rappresentare la corrente spontanea della vita: questo te l’ho già detto. La presenza dell’albero al sole nel sole di settembre. Far sentire lo spazio assente. Creare la compenetrazione. Tra la camera la luce intasata nel cavedio e le mimose. Tra le bucce e i detriti che corrono lungo i ruscelli che qui corrono lungo i marciapiedi e i detriti lontani. Mescolare i vini. E l’immagine. Dare un senso integrale dello spazio» 3 . Nel corso del lungo monologo autoriale affiorano tutti i problemi di una scrittura 2 Enrico Filippini, L’ultimo viaggio, Milano, Feltrinelli, 1991, p. 8. 3 Ivi, p. 70. FUOR ASSE 17 Il rovescio e il diritto