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5 months ago

FuoriAsse #19

Officina della cultura

omanzo, in Cos’è un

omanzo, in Cos’è un figlio Benedetti supera alcuni difetti di scrittura che avevano contraddistinto una parte della sua prima produzione letteraria: il prolungato e spesso eccessivo soffermarsi su particolari insignificanti infatti rende la narrazione di alcune sue opere – da Tempo di guerra, racconto lungo pubblicato a puntate dalla rivista «Il Selvaggio» (1931-1932) e poi raccolto in volume nel 1933, sino al romanzo-cronaca Paura all’alba (Documento, 1945) – a volte mac - chinosi: si pensi a una prova come La figlia del capitano (Parenti, 1938) che riprende il titolo del celebre romanzo di Puškin, ma i cui personaggi rimangono quasi inanimati tanto sono ingabbiati in una forma ingessata (non a caso questo romanzo fu poi “ripudiato” dall’autore). Ma resta che anche il Benedetti “giovane” aveva ricevuto lusinghieri giudizi da parte di Gianfranco Contini (oltre che da critici quali Enrico Falqui ed Emilio Cecchi). Il grande filologo fu uno degli estimatori più convinti di Benedetti e considerava il romanzo breve Le donne fantastiche (Einaudi, 1942) e i racconti de I Misteri della città (Einaudi, 1941) come le sue migliori prove in assoluto. Contini tendeva a ricondurre Benedetti entro il cerchio degli scrittori toscani, dicitura peraltro assai vasta e variegata, tanto che nella Letteratura dell’Italia Unita 1861-1868 (Sansoni, 1968) lo collocava nella sezione della Narrativa Toscana. Probabilmente questo “inquadramento” non tiene pienamente conto della specificità lucchese di Arrigo Benedetti il quale, se è radicato nella “provincia”, apre sicuramente presto il suo sguardo a orizzonti più ampi e della provincia critica semmai i vizi dell’immobilismo, di una certa indolenza soprattutto morale 1 . Certamente, soprattutto nella rievocazione di atmosfere di città o di ambiente rurale e nella resa di un “paesaggio” popolato di figure stanche e stralunate (secondo Anna Banti, ma quasi con disprezzo, talora addirittura “ciondolanti”), non si può disconoscere il riferimento a Federigo Tozzi. Tuttavia, come ben documentato da Flora Perazzolli nel suo Arrigo Benedetti (Il Castoro, 1981), il confronto a proposito del Benedetti giovane va fatto, da un lato, soprattutto con quegli scrittori e amici intellettuali che ebbe modo di frequentare negli anni Trenta nella sua Lucca, ma più ancora in Versilia (Lorenzo Viani, Antonio Delfini, Enrico Pea e il “gemello” Mario Pannunzio, oltre ovviamente ad altri amici lucchesi come Guglielmo Petroni, Beppe Ardinghi, Romeo Giovannini); dall’altro, per certe affinità e somiglianze di contenuti, con autori quali Alberto Moravia (conosciuto di persona già negli anni Trenta), Elio Vittorini e Cesare Pavese. Quanto invece alla seconda fase della produzione narrativa di Benedetti, quella che va da Il passo dei Longobardi (1964) a Rosso al vento (1974), passando per prove come l’Esplosione (1966), il Ballo Angelico (1968), Gli Occhi (1970), imprescindibili ci appaiono i giudizi che espres - se un critico come Cesare Garboli. Garboli si chiedeva, recensendo Il ballo Angelico – romanzo che ancor oggi si può considerare la sua opera più riuscita di questa seconda fase della sua narrativa, insieme al più volte citato Cos’è un figlio – chi fossero i destinatari della prolifica, improvvisa e crescente attività di romanziere di Arrigo Benedetti, giunto nel 1968 al terzo romanzo. «Romanzi storici sono stati definiti Il passo dei longobardi e L’esplosione ma si tratta di un cartellino che si vorrebbe riempire in fretta d’altri appunti. La scrit - tura di Benedetti è ancora la stessa, anzi 1 Gino Cesaretti, Lucido e buio, con nota introduttiva di Daniela Marcheschi e postfazione di Paolo Cesaretti, Azzano San Paolo (Bergamo), Bolis Edizioni, 2015. FUOR ASSE 20 Il rovescio e il diritto

©Peter Kertis i suoi caratteri si vanno precisando sempre di più: una goffaggine innata o voluta, una semplicità che svolta con naturalezza nell’artificio e nel ghirigoro […] L’ambizione è di una prosa impalpabile, “flou”, che riempia il quadro di tante minuzie, svogliatamente, a un modo retrattile che non è nemmeno descrittivo, nemmeno impressionistico. Più che mai, oggi come un quarto di secolo fa, Benedetti inorridirebbe alla sola idea di “raccontare”. Pena la volgarità, qualsiasi struttura romanzesca è impensabile, i fatti non si possono riferire. Si possono insinuare, evocare, suggerire» 2 . Forse, allora, la chiave di volta per cercare di capire perché Benedetti sia stato estromesso dal cosiddetto “canone”, e comunque perché non sia stato più riproposto dalle maggiori case editrici (ma qui la questione appare subito diversa), va cercata proprio nelle scelte stilistiche e formali da lui predilette: assenza pressoché costante di una trama; indugio ripetuto su dettagli minimi, quando addirittura evanescenti; periodare prevalentemente articolato e raramente breve. Questi presunti “difetti”, che peraltro sono ben lungi dall’essere stati approfonditamente analizzati da parte della critica più vicina ai giorni nostri, hanno fatto perdere di vista il pregio maggiore della narrativa benedettiana, ovvero quel potente lirismo fondato sulla nitidezza dell’immagine e sulla creazione di personaggi che nel loro “discostarsi”, alla maniera anche indicata da Garboli, restano però indimenticabili, come quell’autobiografico ciclista rappresentato nel racconto Il prato (1942), che fu considerato da Contini come uno degli «eccellenti del secolo». 2 Cesare Garboli, Arrigo Benedetti. Un caso tragico, in La Fiera Letteraria, n. 13, 28 marzo 1968. FUOR ASSE 21 Il rovescio e il diritto

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