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FuoriAsse #19

Officina della cultura

“Il testo non è

“Il testo non è tutto, il teatro custodisce un altro linguaggio” a cura di Fernando Coratelli ©Federica Ferrazzani Siate pure fermi, ma mai statici ©Robert e Shana Parkeharrison Ho molto girato per teatri in questo periodo. Ho parecchio scavato in spettacoli messi in scena in sottoscale o in teatri di periferie e banlieue. Ho tentato di capire cosa mi sia piaciuto e cosa no, senza lasciarmi influenzare troppo dalle parole, dai testi – alcuni eccelsi, alcuni meno, altri inesistenti. Ho anche molto letto come sempre, sia opere teatrali sia romanzi. Qualcosa ha risuonato forte in questi ultimi mesi. Da principio credevo che una certa insofferenza derivasse dai testi che ascoltavo (a teatro), o dalle storie che leggevo (nei romanzi). Infine ho compreso che cosa mi infastidisse: la staticità. La staticità sul palco, da non confondersi con il rimanere fermi, il cosiddetto «freeze», cioè la capacità degli attori di restare immobili; la staticità nelle idee, vicende scritte ai nostri giorni che riflettono ancora gli anni Cinquanta del Novecento – se va bene; la staticità di romanzi impolverati, antichi, focalizzati su io narranti egotici che trasformano gli altri personaggi in cartonati. Potrei elencare spettacoli di una noia folgorante (l’ossimoro per eccellenza: la noia stessa che diventa la cosa più interessante dell’opera), romanzi lasciati a metà, o letti per intero solo per questioni di necessità «lavorative». Invece no, voglio accennare a una pièce che mi ha tenuto incollato alla sedia, che quando è finita mi ha lasciato un leggero disappunto perché avrei voluto FUOR ASSE 22 Teatro

che continuasse. Certo, non era un testo di «primo pelo», se mi si passa l’espressione da luogo comune – mi trovavo a vedere L’apparenza inganna di Thomas Bernhard, testo scritto nel 1983. Il teatro di Bernhard è un teatro dei fallimenti, personaggi al limite della follia, spesso anziani – come i due fratelli protagonisti di L’apparenza inganna. Un giocoliere e un attore, perché spesso sono artisti i suoi personaggi. Bernhard si è sempre divertito a infamare il teatro stesso, a giocare anche con le pause e i silenzi, o a immettere elementi estranei alla scena classica, tipo un uccellino vero in gabbia. Così, mentre vedevo l’ottima messinscena fatta al Teatro Out Off con Roberto Trifirò e Giovanni Battaglia (per la regia dello stesso Trifirò), ripensavo alla staticità che mi aveva colto negli ultimi tempi. E osservavo il personaggio di Karl, il giocoliere, che gattonava per tutto il palco alla ricerca della lima per le unghie, che aveva perso nel disordine della sua casa finita nel caos alla morte di sua moglie. Allora, seduto in seconda fila, centrale al palco, ho provato di nuovo quella gioia e emozione che qualsiasi spettacolo teatrale dovrebbe offrire, al di là di significati, di esegesi, di pompose critiche semantiche. E il testo non l’ho quasi più seguito (va bene, sì, vero, lo conoscevo, ma non è questo il punto), erano i movimenti, le pause, l’appropriazione dello spazio ad avvolgermi, a restituirmi tutti i famigerati significati che Bernhard ave - va più o meno infilato nel profluvio di parole che il personaggio di Karl recita all’inizio. E altrettanto l’ingresso del fratello Robert, un ex attore cui ormai fa difetto la memoria, tanto da dire che non ricorda più le battute del Re Lear (altro topico di Bernhard che quando poteva schiaffava Re Lear ovunque), è stato ma - gistrale; così come la presenza scenica per il resto dell’opera. La ferocia caustica del testo ha preso vigore per le scelte fatte, per le improvvise pause congelate con cui uno dei due in scena rispondeva ai monologhi dell’altro. Trifirò e Battaglia hanno reso anche e soprattutto fisicamente il testo di Bernhard. E non è poco. Uscire dalla sacralità delle parole, che non vuol dire perderle o depauperarle. Al contrario è necessario esaltarle attraverso la potenza e l’energia dei corpi – questa una missione per il futuro prossimo. ©Foto DORKIN FUOR ASSE 23 Teatro

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