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1 month ago

FuoriAsse #19

Officina della cultura

Storia di Veterano e di

Storia di Veterano e di me stesso di Nicola Dal Falco ©Chris Rain Storia di Veterano e di me stesso è un racconto di Nicola Dal Falco, scelto per questa rubrica per via delle tante suggestioni che l’autore riesce a evocare attraverso l’impre - sa del viaggio. Un viaggio che è prima di tutto un incontro tra il protagonista del racconto e il luogo magico che l’accoglie. È uno sposalizio tra uomo e natura. Un angolo di terra può essere accogliente e in armonia con le necessità dell’essere umano. Ma è una questione di rispetto reciproco: un luogo non smette di essere magico se viene vissuto. In questo racconto il protagonista tende egli stesso a «farsi luogo». E questa è la storia di Veterano e del suo cavaliere. Caterina Arcangelo Onore a Veterano, onore al mio cavallo rosso del mato. Onore e gioia di vederlo andare, tornare e ripartire convinto. Lì, nel mezzo dell’isola, tra la radura e il ruscello dove qualche ninfa ci benedì e maledì il giusto. Viaggio per quest’isola a forma d’imbuto come un continente, dal tempo in cui passai l’oceano per non ripassarlo più. La misuro e lei mi asseconda, offrendo alla scoperta l’azzardo e la bellezza dei suoi sguardi. Non un qualsiasi abbraccio, ma una via a zig zag, immaginata, amorosa, che aggiorno appena posso, appena torno. Ho scelto le sorgenti come stelle, calami- FUOR ASSE 28 te che tirano verso il centro, occhi argentati che l’isola socchiude a decine sotto la selva. Ogni impresa è diversa, ogni ruscello che risalgo, ogni giorno passato dentro la selva. Uguale, istantanea, invece, la notte che ricopre, a tutti materna, spine comprese, e alberi che bruciano piano come incenso e creature o spiriti, tanto presenti quanto più invisibili. Arrivo a credere, a volte, che il mio pudore sia stato ricambiato e che alcune di esse, sapendo del pericolo che incarnano, cambino strada per addolcire la mia, sopportando questa intrusione fino a Riflessi Metropolitani

concepire un distacco, una misericordiosa indifferenza. Viaggio per l’isola, da solo, e mi preparo con cura, sviscerando e riordinando l’elenco dei bisogni e degli imprevisti. L’avventura è tutta nel bagaglio. Non sono certo un vagabondo. La cagna che avevo e il cavallo che mi salvò la vita hanno un altro passo, già appartengono alla selva, al suo inconscio. Forse, anch’io aspiro a tanto, a farmi luogo, ad essere ovunque in un posto, considerato sperduto. Aggettivo errato, perché non esistono passi perduti, ma passi guidati dalle coincidenze, da segni che puoi decifrare nel momento stesso in cui hai tracciato una pista. L’estrema possibilità di rinascere Quando ciò avviene ti rendi conto che direzione e talento si confondono; sono, in realtà, la stessa cosa, protetta da un doppio nome. Allora, anche l’estrema possibilità di rinascere si fa concreta, addirittura inevitabile. Sono rinato con parto doloroso, sotto alberi senza nome, avendo per unico compagno un cavallo. Un cavallo di nome Veterano. Quel giorno andavo sicuro. Mi avvicinavo. Già questo, nella selva, è una forma taciturna e perfetta di allegria. Stavo rag - giungendo una stanza segreta la cui provvisoria signoria era e resta il mio massimo desiderio. Immaginate l’ombra della selva, frusciante come la riva del mare o muta come i suoi abissi, e al di là, una radura in leggera salita, costeggiata dai salti di un ruscello che scava pozze e piscine, un’aria calda, stopposa, che già rinfresca al solo rumore delle cascate. Pensate, ancora per un attimo, al prato in controluce e alle decine di insetti, sospesi nell’aria dorata. Con questo posto ho un rapporto fisico. Mi fingo re e sono il più fedele, solerte, innamorato dei sudditi. Può non succedere nulla e ciò è un bene, il sommo bene, con le ore che si mescolano ai gesti, secondo un indice che non ha incombenze da sbrigare, ma cose e pensieri pronti alla contemplazione. Una possibilità che richiede sia l’assaggio della noia sia una dose sublime di ignoranza, di consapevole disimpegno della ragione. E, sopra tutta questa incoercibile ricchezza di forme animate, lo sguardo vaga con i propri tempi, ghiribizzi, fastidi e accelerazioni. Il piede sinistro perse l’appoggio Lui o io, chissà? Tornai a fissare il ruscello e mentre guardavo in giù, il piede sinistro perse l’appoggio. Caddi a capofitto verso l’indaco della grande pozza, sbattendo violentemente contro il granito. Ricordo che al verde della roccia e al viola quasi lilla del fondo si sovrapposero il nero, il rosso e poi un bianco che feriva, appena cercai di riaprire gli occhi col sole in faccia, dopo averli stretti dal dolore. Non solo mi ero spezzato il femore, ma anche la spalla era rotta. Potevo muovermi strisciando e molto lentamente, facendo leva sull’altro gomito. Arrivai così alle bisacce, alla scorta di antidolorifici. Li presi tutti e sei e mi misi a pensare. Nessuna tacca sul cellulare, nessuno che potesse immaginare dove fossi e soprattutto nessuna possibilità di curarmi da solo. In simili momenti, si pensa in fretta, la mente passa in rassegna tutte le ipotesi per togliersi d’impaccio. Il punto è di non farsi travolgere dalle possibili soluzioni, di concentrarsi su di una e di crederci. Il dolore pareva sopportabile e mi accorsi di non avere paura, di essere tranquillo. Provai anche a salire in sella, ma FUOR ASSE 29 Riflessi Metropolitani