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1 month ago

FuoriAsse #19

Officina della cultura

legge: «sopra di me

legge: «sopra di me torreggiava il colossale edificio della società e ai miei occhi l’unica via d’uscita era in alto […]. Là, in alto, gli uomini indossavano completi scuri e camicie inamidate e le donne abiti eleganti. Inoltre, là c’erano cose buone da mangiare e in grande abbondanza. Ciò significava molto per la carne. Poi c’erano le cose dello spirito. Là, sopra di me, lo sapevo, esistevano la generosità dello spirito, il libero e nobile pensiero, la brillante vita intellettuale. Sapevo tutto questo perché i romanzi della Seaside Library, nei quali, tranne i cattivi e le avventuriere, tutti gli uomini e le donne avevano nobili pensieri, parlavano un linguaggio forbito e compivano azioni gloriose. In breve, come accettavo il sorgere del sole, ho accettato che lassù sopra di me fosse tutto perfetto, nobile e raffinato» 3 . È, invece, nel saggio Come sono diventato socialista 4 che London racconta attraverso quali processi mentali giunge alla sua conversione: egli scopre di essere socialista vivendo; lo apprende dalla vita stessa. La difficile giovinezza, fatta di sacrifici e spremuta fino all’osso per dare vigore e sostegno a una classe più agiata della sua, porta London a rispecchiarsi vividamente con i personaggi di quella triste e depauperata realtà in cui si ritrova catapultato a un certo punto della sua vita. London riflette sulle condizioni a volte miserabili dell’uomo e scopre che, per elevarsi socialmente, occorre soprattutto realizzarsi intellettualmente. Imposta così le basi di quello che sarebbe più tardi diventato: un «mercante d’ingegno», come lui stesso si è definito. Jack London vedeva con i suoi occhi e sperimentava sulla sua pelle «la nuda realtà della complicata civiltà» in cui viveva. Gli uomini per procurarsi vitto e alloggio «vendevano cose», tutti i beni erano commerciabili, persino la propria fede o la propria umanità: «anche le donne, vuoi nelle strade o nel sacro vincolo del matrimonio erano disposte a vendere il proprio corpo» 5 . In questo caso, il punto di forza di Jack London sta nell’avere compreso che l’intelligenza e la conoscenza erano qualcosa da coltivare, perché in continua evoluzione. Al contrario dei «muscoli», della forza muscolare, che scema giorno dopo giorno, l’ingegno era un bene da cui ricavare di che vivere in maniera dignitosa e libera; l’unico che, coltivato giorno dopo giorno, non decresce ma aumenta di valore. Quest’ultima considerazione guida il pensiero verso altre due questioni altrettanto importanti. Una riconduce ad Ariberto Mignoli, grande studioso di Diritto commerciale, amministratore di Mediobanca ma anche uomo di lettere profondo, il quale nei suoi suoi scritti si sofferma sul solco incolmabile che sussiste tra «economia ed economicismo» 6 . L’economia è altra cosa rispetto al secondo. Daniela Marcheschi sottolinea come il pensiero di Mignoli sia in sintonia con quello di Jacob Burckhardt. Mignoli riscon- 3 What life means to Me, «Cosmopolitan», marzo 1906. Cfr. Jack London, Il senso della vita (secondo me) cit., pp. 5-6. 4 How I Became a socialist, «The Comrade», marzo 1903. Cfr. Jack London, Il senso della vita (secondo me) cit., p. 51 5 Jack London, Il senso della vita (secondo me) op. cit., p. 10. 6 Daniela Marcheschi, Ariberto Mignoli, «Kamen’. Rivista di poesia e filosofia», anno XXVI, n. 50 - Gennaio 2017, p. 85. FUOR ASSE 4

tra nel «materialismo portato all’estremo» la degenerazione di tutti quei valori che sono invece in grado di rafforzare e dare un senso all’umana presenza nel mondo: «la nostra vita è diventata un affare, un tempo era una presenza» 7 . Mignoli, che traeva nutrimento dalle varie letture di poesia, storia, musica o teatro, oltre che dalla vita stessa, come Simone Weil avvertiva la necessità di «vivere secondo l’urgere della propria verità» 8 . La riflessione di Mignoli valorizzava infatti le varie sfaccettature dell’essere umano, attribuendo una «precisa responsabilità civile e morale» alla società intera. L’altra questione, per l’appunto, riporta al senso di ricerca della verità di Simone Weil. Anche per Simone Weil la ricerca della verità è la forza che muove la riflessione e poi l’azione dell’intellettuale. Ed era attraverso l’attenzione e la scelta della parola che la Weil si contrapponeva alla forza intesa come violenza: «Mettiamo la maiuscola a parole prive di significato e, alla prima occasione, gli uomini spargeranno fiumi di sangue, accumuleranno rovine su rovine ripetendo quelle parole, senza mai ottenere davvero qualcosa di corrispondente; niente di reale può davvero corrispondere a queste parole, poiché non significano niente». Argomentazioni in grado di screditare concetti e parole vuote, che fanno pensare anche al senso della parola per Gobetti, il quale in una nota apparsa in «Rivoluzione Liberale», il 28 maggio 1922, scriveva: «Le parole sono una mitica forza. Ma perché lo splendore dei suoni sia potenza, non deve rimanere gonfia affermazione di astratto simbolo». Le parole spingono verso la necessità di fare chiarezza. In questo modo il soggetto potrà resistere, come dirà più tardi Bobbio, alla tentazione di fare una scelta per forza, rifiutando quindi l’aut aut, la posizione radicale, l’obbligo. Simone Weil nel suo saggio, L’Iliade o il poema della forza, chiarisce anche bene il concetto di forza e di miseria dell’uomo, la miseria intesa come l’incapacità di sentire quanto può essere imponente la forza, che trascina l’essere umano verso i propri bisogni vitali: «Tale è il potere della forza: tanto grande quanto quello della natura» 9 . Caterina Arcangelo 7 Ariberto Mignoli, La società per azioni. Problemi - Letture - Testimonianze, Milano, Giuffrè, 2002, tomo I, p. 5 (derivo la citazione ancora da Daniela Marcheschi, Ariberto Mignoli, cit., p. 85). 8 Cfr. Daniela Marcheschi, Ariberto Mignoli, cit., p. 84. 9 Simone Weil, Il libro del potere, cit., p. 12. FUOR ASSE 5