Locus Solus

exquis

Nella villa di uno stravagante inventore, Martial Canterel, un gruppo di curiosi visitatori passa in rassegna un parco popolato da incredibili invenzioni: macchine celibi, piante sconosciute ai botanici, popoli non registrati negli atlanti, animali che non discendono da quelli scampati al diluvio, sostanze non classificate nei manuali di chimica. Locus Solus è un testo incredibile, un romanzo unico nella storia della letteratura universale, i cui protagonisti sono il linguaggio stesso e delle mitologie private che rappresentano, allo stesso tempo, un·retaggio per tutti noi.

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indice


introduzione

Locus Solus

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Raymond Roussel

Locus Solus

traduzione di Susanna Spero

EDIZIONI GRENELLE


Quel giovedì di un incipiente aprile, il mio dotto amico, il maestro

Martial Canterel, mi aveva invitato, insieme a pochi altri

intimi, a visitare l’immenso parco che circonda la sua bella villa

di Montmorency.

Locus Solus – così si chiama la proprietà – è un quieto rifugio

dove Canterel ama svolgere, in piena tranquillità d’animo, i suoi

molteplici e fecondi studi. In questo luogo solitario Canterel è sufficientemente

al riparo dall’agitazione di Parigi – e può tuttavia raggiungere

la capitale in un quarto d’ora quando le sue ricerche richiedano

una sosta in una certa speciale biblioteca o quando giunga il

momento di fare al mondo scientifico, nel corso di una conferenza

prodigiosamente affollata, un certo annuncio sensazionale.

È a Locus Solus che Canterel passa quasi tutto l’anno, circondato

da discepoli colmi di un’ammirazione appassionata per

le sue continue scoperte, che lo assecondano con fanatismo nel

compimento della sua opera. La villa comprende varie stanze lussuosamente

adibite a laboratorio modello, affidate alle cure di un

gran numero di aiutanti, e il maestro consacra pienamente la sua

esistenza alla scienza, appianando all’istante, grazie alle sue ingenti

ricchezze di scapolo privo di vincoli, tutte quelle difficoltà

materiali che i diversi scopi che si prefigge possono far sorgere

nel corso del suo lavoro accanito.

Erano appena suonate le tre. Il tempo era mite e il sole scintillava

in un cielo quasi uniformemente puro. Canterel ci aveva


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Locus Solus

ricevuti non lontano dalla villa, all’aperto, sotto alberi antichi la

cui ombra avvolgeva una comoda attrezzatura che comprendeva

varie poltrone di vimini.

Dopo l’arrivo dell’ultimo dei convocati il maestro si avviò,

guidando il nostro gruppo che docilmente l’accompagnava. Alto,

castano, dalla fisionomia aperta, dai lineamenti regolari, Canterel,

con i suoi baffetti sottili e gli occhi vivaci in cui splendeva

una meravigliosa intelligenza, a malapena palesava i suoi quarantaquattr’anni.

La sua voce calda e persuasiva dava un grande fascino

a un’elocuzione avvincente che, per seduzione e chiarezza,

faceva di lui un campione della parola.

Camminavamo da poco lungo un ripido viale in salita.

A mezza costa vedemmo, sul ciglio della strada, ritta in una

nicchia di pietra di una certa profondità, una statua stranamente

antica, formata – sembrava – di terra nerastra, secca e solidificata,

che rappresentava, non senza grazia, un sorridente bambino

nudo. Le braccia erano tese in avanti in un gesto d’offerta, mentre

le mani s’aprivano verso il soffitto della nicchia. Una piantina

morta, vetusta all’estremo, si levava nel centro del palmo destro,

dove un tempo aveva messo radici.

Canterel, che distrattamente continuava per la sua strada, dovette

rispondere alle nostre unanimi domande.

«È il Federale dal seme santo che Ibn Batuta vide nel centro di

Timbuctù », disse indicando la statua, di cui poi ci rivelò le origini.


Il maestro aveva conosciuto intimamente il famoso viaggiatore

Echenoz, che durante una spedizione in Africa, ai tempi della

sua prima gioventù, era andato fino a Timbuctù.

Avendo, prima della partenza, assimilato la bibliografia completa

sulle regioni che lo attraevano, Echenoz aveva più volte letto

una certa relazione del teologo arabo Ibn Batuta, considerato il

più grande esploratore del secolo dopo Marco Polo.

Solo alla fine della sua vita, ricca di memorabili scoperte

geografiche, quando avrebbe a buon diritto potuto assaporare


capitolo primo

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nell’ozio la pienezza della gloria, Ibn Batuta aveva ancora una volta

tentato una ricognizione lontana e visto l’enigmatica Timbuctù.

Nel corso della sua lettura, Echenoz era stato, sopra ogni altro,

colpito dal seguente episodio.

Quando Ibn Batuta entrò, da solo, a Timbuctù, una silenziosa

costernazione gravava sulla città.

Era allora sul trono una donna, la regina Duhl-Séroul, di una

ventina d’anni appena, che non aveva ancora preso marito.

Duhl-Séroul soffriva talvolta di terribili crisi di amenorrea da

cui derivava una congestione che, giunta al cervello, provocava

degli accessi di furore.

Questi disturbi erano di grave pregiudizio ai nativi, visti i poteri

assoluti di cui godeva la regina, pronta a dispensare in quegli

istanti ordini privi di senso, moltiplicando senz’alcuna ragione le

condanne capitali.

Sarebbe potuta scoppiare una rivoluzione. Era però con la

più saggia bontà che, all’infuori di quei momenti di aberrazione,

Duhl-Séroul governava il suo popolo, il quale raramente aveva

conosciuto un regno altrettanto felice. Invece di affrontare l’ignoto

rovesciando la sovrana, sopportavano con pazienza quei

mali passeggeri compensati da lunghi periodi di prosperità.

Di tutti i medici della regina, nessuno era fino a quel momento

riuscito ad arginare il male.

Ora, all’arrivo di Ibn Batuta, una crisi più forte di tutte le precedenti

minava Duhl-Séroul. Di continuo si era costretti, a una sua

parola, a giustiziare numerosi innocenti e bruciare interi raccolti.

Sotto la sferza del terrore e della carestia gli abitanti aspettavano

di giorno in giorno la fine dell’accesso che, prolungandosi

contro ogni logica, rendeva la situazione insostenibile.

Nella piazza principale di Timbuctù si ergeva una specie di

feticcio cui la credenza popolare attribuiva grandi poteri.

Era la statua di un bambino, interamente composta di terra

bruna – e plasmata un tempo, in curiose circostanze, sotto il re

Forukko, antenato di Duhl-Séroul.

Forukko, che possedeva quello stesso senno e mitezza di cui

era dotata di norma l’attuale regina, aveva, promulgando leggi

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