TraKs Interview 004

koufax73

Arriva il nuovo numero di TRAKS INTERVIEW, con in copertina i Modena City Ramblers e all'interno interviste esclusive con Ottodix, Droning Maud, VonDatty, Thomas Dylan e un servizio sul progetto TEN!

www.musictraks.com

INTERVIEW

Numero 4 - aprile 2017

Modena City Ramblers

un mondo migliore

Ottodix

VonDatty

Thomas Dylan

Droning Maud

TEN!


sommario

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18

22

26

Modena CIty Ramblers

Ottodix

Droning Maud

VonDatty

Thomas Dylan

TEN!

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TRAKS INTERVIEW

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MODENA CITY

RAMBLERS

sperando in un mondo

migliore

“Mani come rami, ai piedi radici” è il nuovo lavoro della storica band emiliana,

che per una volta si occupa un po’ meno di attualità e un po’ di più

di canzoni senza tempo, coinvolgendo in un featuring i Calexico. Abbiamo

chiacchierato con loro, parlando, fra l’altro, di musica balcanica, indie italiano

e Donald Trump. Con una piccola chicca sul prossimo tour.

Cominciamo dalla scelta quasi del

tutto “autarchica”: perché questa volta

avete deciso di fare quasi tutto da

soli?

Il mondo della discografia è cambiato

tanto in questi anni, abbiamo lavorato

con tante strutture verificando i pro e

i contro delle medesime. Da un po’ di

tempo a questa parte abbiamo deciso di

centralizzare sempre di più, anche se

ovviamente ci avvaliamo di fidati colla-

boratori esterni. Dopo tanti anni abbiamo

capito che ci troviamo meglio così.

L’altra “svolta” è quella dei testi, visto

che avete “trascurato” gli episodi

dell’attualità. In overload dall’lp precedente

oppure ci sono altri motivi?

“Niente di nuovo sul fronte occidentale”,

l’ultimo nostro cd di inediti, era effettivamente

pieno di riferimenti all’attualità

e a storie di cronaca dell’ ”altro

ieri” che ci avevano particolarmente


indignato, per esempio ”La Luna di

Ferrara” o “Peppe e Tore”. Non siamo

cambiati. Manteniamo sempre alta la

soglia dell’attenzione e dell’indignazione,

discutiamo e ci confrontiamo spesso

su fatti di cronaca e teniamo sempre

aperta, per dirla in maniera poetica,”una

finestra sul mondo”. Stavolta però è

stato naturale parlare di altro e il disco

si chiude con “Quacet putein”, una dolce

ninna nanna di un padre a un figlio.

Che spera cresca in un mondo migliore

rispetto a quello che gli stiamo lasciando.

Dovessi definire a volo d’uccello le

sonorità di questo disco direi che ci

sono più Balcani che Irlanda. Da dove

nascono questi equilibri?

Direi che hai completamente ragione,

vi sono “più Balcani che Irlanda” in

“Mani come rami, ai piedi radici”. Sicuramente

certe sonorità sono anche

figlie di collaborazioni avvenute nel

tempo. In passato abbiamo diviso il

palco con Goran Bregovic e Kocani Orkestar

e, in tempi più recenti, ci siamo

esibiti sul palco del primo maggio con

la Fanfara Tirana. Era inevitabile che

certe sonorità avessero degli influssi

sulla nostra composizione e così è stato,

anche se la cellula irlandese, mi preme

dire, è nel nostro dna e non la abbandoneremo

mai.

Come nasce “Sogneremo pecore elettriche”?

È un testo un po’ atipico per la nostra

produzione, in effetti. Era nato in inglese

e poi abbiamo cercato di trasporlo in

italiano. Il ritornello fa riferimento al

romanzo di dick (“Do androids dream of

electric sheep?”) ed è una canzone sul

mutamento dell’uomo che perde progressivamente

la sua natura, appunto,

”umana” a causa del vorticoso progresso

tecnologico.

Da dove ha origine la collaborazione

con i Calexico?

Stimiamo da anni la band ed e’ capitato

che prendessimo il loro sound come

ispirazione quando ci apprestavamo

ad arrangiare dei brani. Si prenda, per

esempio, l’arrangiamento di ”Malavida”,

contenuto su ”Tracce clandestine”.

Dal fantasticare a organizzare un featuring

della band il passo è stato breve

e naturale. Uno di noi aveva collaborato

coi Sacri Cuori, band romagnola validissima

che ha collaborato con i Calexico,

ma anche con Los Lobos, Marc Ribot

e Vinicio Capossela. Abbiamo chiesto

ad Antonio Gramentieri, chitarrista

della band, di scrivere una vera e propria

mail di “presentazione”, per così

dire, e inviarla a Joey dei Calexico. Ci

siamo poi incontrati in occasione di un

gig dei Calexico a bologna e abbiamo

consegnato loro una chiavetta usb con

il brano ”Ghost Town”. Dopo poche settimane

i ragazzi dei Calexico ci hanno

inviati degli interventi musicali formidabili

e il brano ha preso la forma che

potete sentire nel cd. Non ti nascondo

che a noi piacerebbe molto se questa

collaborazione sfociasse, non so, in un

tour assieme… vedremo.

Che cosa vi piace della musica italiana

di oggi?

Ti evito la filippica da classico musicista

quasi cinquantenne che di solito

a questa tipologia di domanda parte

con la giaculatoria: ”Eh ai nostri tempi

c’erano più locali, paghe migliori, più

attenzione eccetera”. Tutte cose vere e

sacrosante ma purtroppo non v’è molto

da fare. Se mi chiedi se vi siano nuovi

artisti validi ti rispondo che la musica

buona c’è, c’è sempre stata e sempre ci

sarà. Quella ha a che fare con l’urgenza

espressiva, la voglia di emergere, di

“urlare” qualcosa e non vedo differenze

fra il musicista attuale, quello del ‘500

o quello del futuro lontanissimo. Su

cosa “non ci piace” della musica italiana,

credo che ogni

Rambler potrebbe

stilarti una sua personale

classifica. A

me non piace il filone,

a mio avviso costruitissimo,

dell’indie

italiano, però

devo ammettere che

vi sono degli artisti

interessanti anche

in quel genere. Se

devo farti due nomi

interessanti, a prescindere

da etichette

che lasciano il tempo che trovano, direi

Levante e Brunori.

Fosse stato concepito già in epoca

Trump questo disco sarebbe diverso?

Probabilmente si, però credo che se si

scrive una brutta canzone, poco ”sentita”

su Trump… come dire, Trump

rimane ”in sella” e purtroppo anche

la brutta canzone! Non vogliamo correre

il rischio di sembrare dei ”forzati

dell’impegno”. la nostra storia dimostra

da che parte stiamo e brani impegnati

li abbiamo sempre scritti e sempre li

scriveremo. Il tour che sta per partire,

inoltre, è un vero e proprio viaggio

che attraversa tutta la nostra carriera

e vi diamo una piccola chicca: oltre a

presentare il nuovo cd e suonare i nostri

classici, celebreremo i vent’anni del

nostro fortunato cd ”Terra e Libertà”,

uscito nel 1997. Ne vedrete delle belle!

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7


OTTODIX

il fascino della scienza

Il suo nuovo disco, “Micromega”, parte da Voltaire per approdare a tutte

le dimensioni dello scibile, corredate da sonorità vicine all’elettronica degli

anni Novanta. Senza dimenticare che l’uomo è sempre al centro di tutto

Puoi raccontare il concept di “Micromega”?

“Micromega”, ispirato a una novella dal

sapore fantascientifico di Voltaire, cerca

di far ragionare sul “senso della posizione”

dell’uomo in mezzo alla natura

reale delle cose. Giocando coi concetti

di micro e macro, invita a ritrovare il

senso della misura, in un’epoca fatta di

eccessi verbali, di odio latente, di tensione

sociale e “social”, ma anche di

involuzione culturale e di mancanza di

una visione chiara del futuro, dato che

tutti i pilastri fondamentali del sistema

che ci regge (noi occidentali), sta scricchiolando

paurosamente, dal concetto

di economia e libero mercato, a quello

di tolleranza e di pace, fino a quello più

spiccio della pensione. La tecnologia

corre come un fulmine e noi fatichiamo

a reggere il passo, scollegandoci spesso

dall’età biologica che abbiamo, dai

bioritmi di cui il nostro corpo ha bisogno

e dell’ambiente, che per mantenere

queste ritmiche lavorative vertiginose,

stiamo via via devastando. La bolla

tecnologica e la continua connessione

online, non aiutano a mantenere certo

il senso del controllo e della posizione.

Per questo ho sentito il bisogno di ispirarmi

artisticamente all’unica fonte di

fascino e mistero che possa risultare

ancora credibile: la scienza. La fisica

suggerisce regole comuni alla materia

(anche se la meccanica quantistica

non quadra ancora con la fisica classi-

ca); credo che abbiamo un bisogno sacrosanto

di riscoprire delle regole, dei

fondamentali su cui basare ogni nostra

singola visione. Un senso comune, democratico

ed equo del giusto, parte solo

dalla scienza, contro religione, politica,

potere, superstizione e interessi economici,

tutte forze che possono essere

soggette a manipolazioni di parte e che

ci stanno mettendo nei guai. In un’era

di bufale e populismo spiccio è solo la

verità dei dati che si cela nella natura

a poterci ridare risposte concrete e

un punto di appoggio. Per questo ho

raggruppato le grandezze del cosmo in

nove ordini, dalle micro particelle, alle

molecole, ai microrganismi e ai collettivi

di animali, all’uomo (“Micromega

Boy”, al centro di tutto), fino al pianeta

Terra, al sistema solare, alle galassie e

ai sistemi di universi teorizzati. Ognuna

di queste grandezze ha ispirato una

canzone che, usando metafore scientifiche

o astronomiche o biologiche, o

geopolitiche, parla di dinamiche umane

che ci riguardano tutti i giorni. “Micromega”

suggerisce di cercare nella fisica

le leggi, le dinamiche delle nostre azioni

e del nostri sbagli, come se zoomando

dall’alto si scoprisse che il formicaio

dell’uomo risponde, su vasta scala, a

misteriosi disegni e schemi fisici che

muovono galassie, banchi di pesci e molecole.

Affascinante, no? Qui si sconfina

nella filosofia e nell’immaginazione

astratta. Territori più prossimi all’arte.

La musica, poi, è matematica e espressività,

quindi il mezzo ideale per coniugare

una simile, ambiziosa operazione.

Solo che ho dovuto studiare un sacco,

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prima di iniziare a scrivere.

“Chimera” parlava di utopie ed era

un disco “politico”, da un certo punto

di vista. Invece qui hai deciso di occuparti

di aspetti galattici oppure microscopici,

sostanzialmente “saltando” le

miserie umane o quasi. Puoi spiegare

perché?

Come dicevo, in realtà le salto solo in

apparenza, andando ad analizzare nei

disegni più grandi e più piccoli di noi,

tutto quello che può spiegare

il nostro agire e gli errori in

loop di cui la storia umana

è piena. Nell’album ci sono

canzoni come “Elettricità”

che parlano chiaramente

della tensione sociale e

dell’odio latente, Ne “la

Risonanza”, la fisica

quantistica tenta simbolicamente

di spiegare perché i collettivi

di animali o di materia simile, in

natura, lavorino al meglio in gruppo,

mentre l’uomo no (perché ha inventato

l’economia e la competizione tra individui).

Anche “Planisfera”, ragionando

sulla rotondità del pianeta, suggerisce

che i punti di vista sono tutti equivalenti,

sopra una palla e che difendere

un passato che non c’è più è assurdo,

perché in natura tutto è in divenire,

tutto ruota e gira. “Zodiacantus” è un

attacco alla superstizione umana. Insomma,

l’uomo è costantemente sotto

il vetrino dell’analisi del microscopio

scientifico, o del telescopio astronomico.

“Chimera” era un disco demolitore

di utopie fallite del XX secolo. Questo

è un album propositivo, che invita a

puntare verso tecnologia pulita, ambiente,

cultura e scienza come nuova

utopia per superare questo lungo momento

di apocalisse collettiva generalizzata.

E’ un album che sembra freddo

solo in apparenza, ma è molto più

profondamente umano: sposta la sfera

di indagine emotiva dal solito amore-morte-sociale

delle canzoni,

alla bellezza, la paura e lo

spleen verso l’infinito e l’ignoto

della natura.

Il disco mi sembra, dal punto

di vista dei suoni, più

compatto e omogeneo dei

precedenti. Quanto ha influito

anche l’apporto di Flavio Ferri

nel discorso?

Il disco è più compatto e scorrevole

innanzitutto perché era impossibile,

vista la complessità delle tematiche

trattate nei testi, creare anche un linguaggio

sonoro articolato. Ho preferito

l’approccio psichedelico elettronico o

ambient pop, per dare un ingrediente

più spirituale e meditativo, anche

se detta così sembra un album new

age, invece si parla di sfumature. E’

un album molto Ottodix. Volevo un

sound vicino all’elettronica ’90, anche

a tratti trip hop (Il mondo delle cose),

ma anche con ingredienti dall’elettronica

di ricerca come quella di Alva

Noto (CERN), che dessero un taglio più

astratto, da laboratorio, o lisergico al

sound. Ho accettato l’invito di Flavio

a condividere la produzione con gioia,

dopo anni di collaborazioni a distanza

e concerti aperti ai DeltaV da Ottodix

(1999-2003). Era la persona adatta a

valorizzare esattamente quegli aspetti.

Il sound DeltaV per me è sempre stato

un riferimento e guarda caso è servito

per migliorare dei provini problematici

come in CERN, brano dalla struttura

complessa elettro-sinfonica, di cui vado

molto fiero, o per far rinascere un brano

come Planisfera, che non mi convinceva,

facendolo diventare una delle colonne

portanti dell’album. Ne “Il mondo

delle cose”, poi, la sua “scuola di Bristol”

è uscita tutta, mettendo una firma

importante. E poi abbiamo discusso,

anche scontrandoci, a casa sua a Barcellona,

ogni singola nota e ogni dettaglio

in un confronto umano molto sano

e genuino. Devo ringraziare Flavio sia

per quello che ha fatto in più che per

avere rispettato i miei complessi provini,

portati in fase già molto avanzata di

finitura. E’ un disco in cui mi riconosco

molto e questo mi da sicurezza nel volere

in futuro ritentare la carta della co

produzione. Sono un autarchico, era la

prima volta per me. E’ comunque un album

nato e pensato tra Barcellona, l’Italia,

Pechino e Berlino, le cui voci sono

state limate in California. Insomma,

un album “planisferico” davvero, nato

da più punti di vista. E bello da cantare

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dal vivo!

Sei stato particolarmente impegnato

con progetti in Oriente di recente.

Puoi raccontare qualcosa e soprattutto

raccontare come viene percepita la

tua musica in paesi così lontani?

In realtà ho contatti di lavoro tramite

la mia attività di artista visivo, con

i circuiti delle gallerie di Pechino, più

che musicali. Alla Biennale Italia Cina

2016, tuttavia, sono andato di persona

a installare e presentare la scimmia

che vedete in copertina dell’album Micromega

(dal titolo omonimo). Presentando

l’installazione all’inaugurazione,

ho cantato in diretta per la tv cinese

“Planisfera”, il brano più simbolico.

L’accogliienza e l’entusiasmo sono stati

dei migliori, ma a di là di quello, ho

imparato molto dai cinesi. E’ un mondo

alternativo, molto informato, che non

ha bisogno necessariamente di noi e

quindi non soffre per forza di esterofilia.

Questo a noi occidentali, ogni tanto

fa bene ricordarlo. Una potenza economica

tale, che praticamente non parla

inglese e che ha la popolazione numericamente

equivalente a tutto l’occidente

messo assieme, perché dovrebbe adattarsi

alle tue regole o alle convenzioni

internazionali inventate dagli occidentali?

Sono caduti anche molti cliché e

stereotipi, è un mondo a noi alieno che

fa bene visitare, con 5000 anni di storia

e di spessore, dietro, non dimentichiamolo

mai, che si vede e si percepisce

tuttora. Comunque, portare lo spettacolo

di “Micromega” a cui stiamo lavorando,

anche in Cina, è uno degli obiettivi

nei prossimi anni.

Vista la tua attività su molti livelli e

con molti mezzi artistici, puoi raccontare

come pensi di presentare questo

disco, soprattutto in tour?

Ho anticipato di poco la risposta. Il tour

avrà una prima fase di concerti più “canonici”

in club o situazioni da showcase,

ma via via punterà verso il vero

scopo: quello di invadere i luoghi della

scienza, della cultura e dell’arte. Il progetto

prevede una mostra itinerante di

mie opere, organizzate come l’album, in

nove settori, ma anche uno spettacolo

tra musica, proiezioni, arte e reading,

in cui scienza e filosofia faranno da collante

a un concerto molto emozionale.

Ho parecchi musicisti che daranno vita

a setup e situazioni diverse; dal più

classico elettro-rock alla Ottodix, fino al

duo electro minimal, voce e synth, passando

per i live con quartetto d’archi,

piano e elettronica. A volte pure tutto

assieme. E’ un live che può svilupparsi

dal micro al mega, appunto. E mi accompagnerà

per parecchio tempo.

Vorrei capire qualcosa di più anche

della piattaforma su Google Chrome

grazie alla quale è possibile ascoltare

il disco

E’ un Mega-Player di mia invenzione,

oltre che un’enciclopedia visionaria.

Non solo il disco, ma una marea di rivisitazioni

delle 9 canzoni iniziali, in

un sistema a matrioska per diramazioni,

in cui ogni canzone genera tre

sotto canzoni satellite, divise a loro

volta in tre sotto versioni sempre più

minimal. Ogni pagina generata da

questa scomposizione a frattali basata

sul numero 3 (radice quadrata di 9, i

brani dell’album), genera 117 (1+1+7

= 9) pagine-canzone, illustrate da me

con soggetti appartenenti all’ordine di

grandezza del brano di partenza. Ci

saranno anche molti contenuti extra

galleggianti, da attivare e scoprire, che

porteranno a voci enciclopediche online,

siti consigliati a tema e i testi dei

brani. Hanno aderito a curare queste

versioni molti colleghi musicisti provenienti

da vari generi diversi e questo

mi ha reso davvero felice. Alcuni

nomiMadaski, Luca Urbani, lo stesso

Flavio Ferri, Gigi Masin e Laura Bisceglia

(ora violoncello per Teho Teardo e

Blixa Bargeld). La piattaforma uscirà

a giugno, curata da me e Anna Magni

e corredata da 9 bellissimi 3D animati

realizzati da Pierfrancesco Soffritti, che

diventeranno in alcuni casi anche installazioni

delle mie prossime mostre.

E crescerà negli anni, come una pianta,

come una galassia in espansione, come

il cervello di una scimmia che si evolve,

input dopo input, indagando la natura

delle cose.

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DRONING MAUD

facendo errori bellissimi

Questo terzo disco è presentato come

una svolta a livello di maturazione artistica.

Che cosa è cambiato nella band

con “Beautiful Mistakes”?

Foto di Luca Bravi

“Beautiful mistakes” è il terzo e nuovo lp della band, impegnata a inseguire,

con successo, atmosfere di pop raffinato ma sostenuto, figlio di cambiamenti

nel processo compositivo

È cambiato il processo compositivo.

Ascoltarsi l’uno con l’altro per dare

spazio alla creatività, senza imporre le

proprie idee, produce sempre risultati

ottimali. Più che di una rivelazione si

può parlare di una presa di coscienza:

la naturale meta di un cammino compiuto

senza forzature di alcun genere.

Potete spiegare meglio il concept del

titolo? Quali sono i “bellissimi errori”

che pensate di aver commesso?

ll punto del discorso è che in generale

molte azioni vengono captate come un

errore soltanto perché noi non reagiamo

nella maniera opportuna. Gli errori

capitati per caso all’interno di un brano

che ci hanno involontariamente suggerito

nuovi modi di suonare e nuovi

arrangiamenti, sono fondamentali per

dare la giusta personalità a una canzone.

Ciò che può sembrare un errore non

è altro che una nuova opportunità.

Da dove nasce la scelta di mettere la

voce decisamente al centro delle vostre

nuove composizioni?

Nelle nostre composizioni non cerchiamo

di colpire l’ascoltatore facendo del

mero esercizio di stile, ma cercando di

comunicare il nostro punto di vista, e

cosa meglio delle parole per arrivare

dritti al punto?

Potete spendere qualche parola sulle

sensazioni che vi hanno portato a scrivere

tutti gli otto brani che compongono

il disco?

SOME CALL LOVE: il bisogno di comunicare.

MISCOMMUNICATIONS: l’incapacità

di comunicare.

ON THE CORNER: l’esigenza di sentirsi

amati.

LAZY SUN: essere fuori luogo, senso di

inadeguatezza e sentimento di non appartenenza

a un ruolo stabilito.

SIMPLE THINGS: la felicità nei piccoli

gesti.

STORYTELLER: la fragilità dei ricordi.

REFERENCES: una rassicurazione,

una piccola certezza. La morte non esiste,

è solo trasformazione.

DUST: non si dimentica mai un amore,

si impara a vivere senza di esso.

Potete descrivere i vostri concerti?

Quali saranno le prossime date?

Nei nostri concerti cerchiamo sempre

di coinvolgere emotivamente le persone

e la riuscita dipende anche dal contesto

in cui ci troviamo e dall’attenzione

che le persone mettono nell’ascoltare

musica. Vi aspettiamo il 28 Aprile 2017

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“release party” Irish Cafè - Pianola

(AQ)

Chi è o chi sono gli artisti indipendenti

italiani che stimate di più in questo

momento e perché?

Domanda difficile; ascoltiamo poco il

panorama italiano perché ormai è un

po’ troppo standardizzato verso un

mood che non ci rispecchia, comunque

per fare dei nomi i primi che mi vengono

in mente sono EDDA perché della

nostra generazione e tornato con un

bellissimo disco, His Clancyness se si

possono definire tali, bello anche l’ultimo

lavoro di Francesco Di Bella.

www.facebook.com/DroningMaud

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VONDATTY

alla fine della notte

Esce il 5 maggio “Ninnenanne“, che chiude la “Trilogia della notte“: un

lavoro crudo, sincero e molto autobiografico

“Ninnenanne” chiude la “Trilogia della

notte”: che cosa rappresenta questo

disco, all’interno del progetto?

“Ninnenanne” ha un ruolo fondamentale

nella Trilogia, lo vedo come la fine

di un percorso, ma anche l’inizio di un

altro. Ho dato vita a questo progetto

perché volevo cercare la mia strada

nel mondo della musica, sono partito

da solo in una dimensione prettamente

acustica, poi ho iniziato a soffrirla

perché credevo fosse limitante, così ho

messo su la band, che in buona parte

mi accompagna ancora oggi, per fare

un disco urlato e disperato come “Madrigali”,

decisamente più rock ‘n’ roll.

Ora, grazie anche all’apporto di Fabio

Martini, che insieme a me ha prodotto

artisticamente il disco, sono arrivato a

capire che il mio mondo musicale è solo

nelle canzoni, per cui credo sia il mio

disco più maturo. A livello concettuale,

credo rappresenti “la fine della notte”.

Si dice che sia sempre più buio prima

dell’alba, per questo mi piaceva si intitolasse

“Ninnenanne”, perché potrebbe

anche sembrare un controsenso.

Il disco infatti ha caratteri chiaramente

notturni: quali sono state le fonti di

ispirazione e le caratteristiche della

sua scrittura?

Il disco tocca tematiche personali, a

partire da un rapporto decisamente

complesso con il sonno. È stato scritto

di getto, dopo un lungo periodo di sosta

da qualsiasi tipo di scrittura, già in

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fase di pre-produzione avevamo deciso

che tutte le canzoni si sarebbero fondate

sulla base di una chitarra acustica o

di un pianoforte. Volevamo che funzionassero

anche ridotte all’osso, dovevano

essere solide fin dalle fondamenta.

Le sonorità sono quelle che fanno parte

del mio background, come di quello di

Fabio Martini e di tutti i musicisti che

collaborano con me, ma in fase di arrangiamento

è stato tutto molto spontaneo.

Sei al terzo lavoro pubblicato, secondo

lp. Il lavoro di composizione si è fatto

più facile o più difficile? In certe can-


zoni del disco sembra di avvertire quasi

un’assenza di sforzo...

A me piace tantissimo scrivere, anche

se a volte dico il contrario. Mi viene naturale,

vorrei quasi far soltanto quello.

Non c’è momento più bello, nella realizzazione

di un disco, che il momento della

scrittura, quello in cui ti immagini

già come verrà fuori una canzone. Stavolta

è stato decisamente particolare,

per me, scrivere a quattro mani, ma è

stato anche decisamente stimolante.

Mi ha colpito “Dalla

carne”: vorrei saperne

qualcosa di più.

È stata la prima canzone

a venir fuori, anche

se aveva un arrangiamento

diverso, alla fine

è stata tra le ultime a

essere completata. Il

testo è semplicemente

un elenco dei motivi

per cui ancora scrivo

canzoni.

Puoi raccontare delle

collaborazioni che figurano sul disco?

Partirei comunque da Fabio, con il

quale siamo amici da più di dieci anni,

anni in cui ci siamo confrontati più e

più volte sui nostri rispettivi progetti,

senza mai riuscire, probabilmente anche

per questioni di personalità, ad avviare

una solida collaborazione (anche

se lui ha suonato nei due lavori precedenti

e spesso fatto da fonico nei live).

Stavolta ci siamo decisamente messi in

gioco, abbiamo scritto, arrangiato, non

sempre è stato semplice, ma alla fine è

stato un lavoro che ci ha portato sicuramente

a crescere. Con Gabriele Proietti

e Sarah Moon siamo molto amici,

da subito avevo pensato che mi sarebbe

piaciuto molto che partecipassero. Sarah

è la prima volta che si confronta

con il cantato in italiano, riuscendo

anche a sorprendermi con la scelta del

registro vocale, Gabriele ha partecipato

in due brani molto

“poco rock”, perché volevo

tirasse fuori dalla

sua chitarra dei suoni

più vicini al suo lato

psichedelico. In “Ad

ogni piccola morte”, poi,

suonano Vieri Baiocchi,

Andrea Carboni e

Giorgio Baldi (che non

poteva assolutamente

mancare, neanche

stavolta). Vieri figura

anche tra i produttori

esecutivi del disco e il suo locale, lo

“Yeah”, è un po’ la mia seconda casa

romana, con Andrea sono una sezione

ritmica molto affiatata, siamo amici

e negli ultimi tempi ci siamo sempre

scambiati opinioni sui rispettivi ascolti.

Quando è stato il momento di entrare

in studio ho voluto coinvolgerli, proprio

perché volevo che in questo disco

suonassero esclusivamente miei amici,

persone che ci tenessero a partecipare

e a dare il loro contributo nel modo migliore.

Riguardo Giorgio Baldi non so

più cosa dire, è stato un “faro” all’inizio

del mio percorso e ogni volta riesce a

stupirmi, stavolta è riuscito a intervenire

soltanto all’ultimo momento, difficilmente

riuscirei a immaginare un mio

lavoro senza neanche due note suonate

da lui. Un’altra collaborazione importante

credo sia quella con Daniele Coccia

(Il Muro del Canto, Surgery), una

voce che mi accompagna nello stereo

da parecchio tempo. Ho scritto la sua

parte immaginandola cantata da lui

ed è stato emozionante quando poi l’ha

eseguita in studio esattamente come la

immaginavo, ci tenevo tantissimo che

partecipasse, per questioni

di stima artistica e di amicizia.

Nel brano, abbiamo

anche voluto chiamare una

serie di amici a fare un coro

“piratesco”. Sicuramente il

momento delle registrazioni

è stato uno dei più belli

dell’intera lavorazione.

Viste le caratteristiche

“notturne” del disco, per i

concerti farai scelte particolari?

Dal vivo, nessuna novità

particolare: mi accompagneranno

i miei musicisti

di sempre Fabio Martini al

contrabbasso, pianoforte e

synth, Andrea Cauduro al

basso e alla chitarra, Giovanni

Abei alla chitarra e

Lorenzo Valerio alla batteria.

Cercheremo di riproporre

il disco nella maniera

più fedele possibile e sicuramente

qualche brano dai

lavori precedenti.

20 21


THOMAS DYLAN

partendo da giri ipnotici

Un’ispirazione evidente fin dallo pseudonimo e una notevole voglia di raccontare,

anche con idee psichedeliche, condensata nell’ultimo lavoro “Spleen

delle sorgenti”. Lo abbiamo intervistato.

Puoi raccontare la tua storia fin qui?

Sono di Bergamo e abito in Valle Seriana.

Ho iniziato a scrivere canzoni verso

i quindici /sedici anni e praticamente

non ho mai smesso. Dai diciotto dipingo,

e anche con la pittura non ho mai

smesso. Ora ho trentanove anni. Scrivo

canzoni in italiano, brani acustici, un

po’ bucolici folk, e dipingo soprattutto

alberi. Ho composto e inciso undici

lavori tra dischi, ep, demo e collaborazioni

(molti con i gruppi con cui suonavo:

Violaspinto, Myblake e Uma; con i

Violaspinto ci suono tuttora). Tutto indipendente.

Tecnicamente, grazie all’esperienza

maturata in questi anni, mi

sento più consapevole e sciolto, la mia

arte è molto semplice, potrebbe farla

chiunque. Probabilmente c’è qualcosa

di più elaborato a livello vocale perché

ho studiato canto sia in Italia che in

India, ma nulla di trascendentale.

Quali sono i tuoi capisaldi musicali?

Nick Drake e Barrett sono artisti estremamente

luccicanti… vanno davvero

oltre…. anche Bob Dylan, lui (ovviamente

attraverso i suoi dischi) ha il

potere di darmi molta energia… adoro i

Black Sabbath con Ozzy; in questo periodo

sto ascoltando Serge Gainsbourg.

Come psichedelia, seppur potrei risultare

scontato, mi piacciono i primi Pink

Floyd e ovviamente Barrett solista;

Robyn Hitchcock, Julian Cope, Twink

Pink, Hight Tide.

Come nasce “Nel bosco”?

L’idea nasce dalle basi dell’Ermetismo,

dove in sintesi si lavora con

gli elementi. E’ stato semplice poi

costruire la canzone come se si interrogassero

i guardiani chiedendo

loro il permesso di poter entrare

nel bosco. A questo punto dopo

che io e mio figlio abbiamo avuto

il permesso di entrare (che poi

è metaforico – micro e macro) le

cose si sono fatte ancora più semplici

e scorrevoli e non ho fatto

nient’altro che spiegare al piccolo

alcuni insegnamenti universali

basilari. Racconta che spesso si

fa un grande giro per poi scoprire

che va già tutto bene. E’ sicuramente

un tema che mi sta molto a cuore e che

emerge spesso nei miei testi. Mi piace

filtrare la realtà attraverso la mia visione

delle cose, attraverso ciò che vivo

e attraverso i miei studi. Praticamente

il 90% del lavoro sta nella ricerca. I risultati

a volte funzionano a volte meno.

Grazie, mi fa molto piacere che ti sia

piaciuta. Tecnicamente per questa canzone

sono partito da un giro ipnotico e

dai ritornelli e quindi poi ho dilatato il

tutto. Cerco sempre comunque di stare

in schemi piuttosto delineati quando

compongo. Ho poi lavorato alla prospettiva

con le sovraincisioni e mixaggio.

Puoi raccontare la strumentazione

principale che hai utilizzato per questo

disco?

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Chitarre acustiche e voci, ci sono anche

un flauto e un paio di chitarre elettriche

pulite. Nessun effetto artificiale

sulle voci, e francamente pochissimi

in tutto il disco, un po’ del mio pedale

delay e una macchinetta che mi ha

prestato mio fratello da DJ. Per il resto

nessun copia e incolla. Per le voci

ho inciso diverse tracce, un paio anche

sfasate per ottenere una sorta di effetto

simile a un delay. E’ praticamente tutto

naturale. Anche il master fatto è stato

delicatissimo. Il master (accanto alle

collaborazioni musicali di altri artisti)

è stato l’unico passaggio non eseguito

interamente da me. Il mixaggio è stato

il momento più creativo a livello di

produzione di questo disco, perchè ho

lavorato sulle profondità, sugli incastri

e risulta tutto molto delicato e a volte

fragile. Come un mosaico.

Puoi descrivere i tuoi concerti?

Certo, i miei concerti si basano sulla

sola chitarra acustica, su voce e tampura.

Si crea quindi un atmosfera intima

e ci si impegna per renderla calda. In

scaletta ho inserito canzoni di questo

disco, del precedente “Cielinoncuranti”

e di quello che sto attualmente realizzando.

Non è un set lungo poichè

preferisco non appesantire la serata.

Alterno canzoni tranquille “ipnotiche” a

qualcuna più sostenuta e siccome quasi

tutte le mie canzoni parlano di sentimenti,

è stato difficile trovare il giusto

equilibrio della scaletta, ma dai concerti

precedenti ho comunque imparato

molto; mi sono reso conto anche che ci

sono canzoni che sento meno. Ma credo

sia un processo naturale. Non le suono

comunque tutte. Per ora ho ho due

date confermate : il 23 aprile all Edonè

di Bergamo (aprirò la serata agli Ella

Goda, nel loro Show Case). E ho una

serata al Museo Maglio di Ponte Nossa

l’ultima settimana di agosto con l’amico

cantautore Luca Dai (due set separati)…

cornice pazzesca e grande energia

che scorre…

Stai già lavorando al prossimo disco?

Sì… Sto lavorando al nuovo disco e sta

venendo più scorrevole dei due precedenti,

proprio sul piano pratico di realizzazione.

Suona, almeno finora, un po’

più sporco, anche perché sto registrando

le acustiche attraverso l’amplificatore

e non solo in modo naturale. Hanno

già collaborato due ospiti con cui ho

suonato per lungo tempo in passato.

“Labo” che in un brano ha messo le

sue chitarre e i suoi effetti, ha creando

uno spiritato tappeto sonoro, un sottofondo

perfetto all’arpeggio portante a

mò di mantra che dirige tutta la canzone.

Brian invece, in un altro brano,

ha suonato il piano e il sintetizzatore

preparandosi in modo preciso già da

casa; il fatto curioso è stato che una

volta registrata la sua parte, che già

andava bene, abbiamo trovato insieme

una formula semplice che ci ha stupiti.

Non abbiamo avuto più bisogno di toccare

nulla.I temi trattati

in questo nuovo lavoro a

mio parere appaiono più

lucidi e quell’ attimo meno

onirici dei precedenti,

meno ermetici. Per assurdo

però la musica sta

andando proprio in quella

direzione. Entrando un po’

nello specifico, una traccia

fa riferimento ai grandi

insegnamenti dettati dal

fondatore dello spiritismo

Allan Kardec; per scrivere

questo brano ho approfondito

e studiato le sue teorie

e i suoi lavori; poi ho

esposto tutto ciò con parole

mie, ponendo anche domande

dettate dalla mia

sensibilità…Una seconda

traccia invece si rifà maggiormente

ad un discorso

legato al Thelema, quindi

a un testo legato alla

magia con la specifica di saper vivere

il proprio tempo, cosa che a volte pare

messa in secondo piano proprio perché

attualmente ci si ascolta meno che in

passato… a mio parere. Una terza invece

è forse quella che si avvicina maggiormente

alla poetica di Spleen delle

sorgenti… un po più decadente; una

canzone d’ amore delicata, una sorta di

acquarello, anche un po fragile se vogliamo,

che racconta del prendere senza

mai chiedere. Ne sto scrivendo una

quarta invece che parla delle maschere,

delle pose che poi portano ai classici

clichés… ho cercato di descrivere e fermare

quell attimo in cui una coppia (in

questo caso) si rende conto, dopo aver

puntato il dito a lungo, di essere dentro

a quelle dinamiche che ha tanto criticato.

Ce ne sarebbe anche una che ho già

finito ma proprio non mi riesce di registrarla,

magari non va d’accordo con le

altre…

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TEN!

dieci foto per dieci canzoni

Alessandro Trapezio è un fotografo bolognese che ha affidato dieci proprie

foto ad altrettante band con la richiesta di comporre un brano ad hoc. E’

nata così una compilation con relativo catalogo. Che ha visto, tra i partecipanti,

Bologna Violenta, Fuzz, His Clancyness, Melampus, Stromboli

Puoi raccontare come nasce il progetto

“Ten!”?

“Ten!” è un progetto nato per caso, dopo

che nel corso degli anni alcuni gruppi o

musicisti mi hanno richiesto delle immagini

per le loro copertine, essendo io

un artista che usa principalmente la fotografia.

E’ capitato che le mie idee per

i loro album non coincidessero con le

loro; così mi sono chiesto cosa sarebbe

successo se fossi stato io a scegliere delle

mie foto, già concepite come copertine,

e le avessi “imposte” ai gruppi. Una

sorta di inversione del canonico processo

che avviene tra fotografo e musicista.

Qui sono stati loro a comporre

un pezzo inedito ispirandosi alla foto,

alla copertina. Ovviamente mi piaceva

anche l’idea di proseguire quel proficuo

sodalizio, anche se ribaltato in

questo caso, tra la fotografia e la

musica, come tra Mapplethorpe

e Patti Smith (o altri centinaia

di casi), in cui opere fotografiche

sono diventate copertine storiche.

Accostare immagini e fotografie

è diventata pratica comune

con le copertine, ma farlo a partire

dalla foto è quasi inedito.

Pensi di aver messo in difficoltà

i musicisti che hai coinvolto?

Sicuramente è stata una bella

sfida per loro, perché non ho

voluto, tra le immagine scelte,

neppure dare loro una foto che

potesse calzare completamente o essere

l’esatto contrario della loro essenza.

Sono stato neutro e quasi del tutto

casuale nell’affidargli le immagini che

avevo scelto. Qualcuno si è trovato subito

a suo agio ed è stato coerente con

il proprio suono, altri dopo una prima

difficoltà hanno creato cose nuove rispetto

al loro stile. Qualcuno mi ha confessato

di essere stato fino all’ultimo

in seria difficoltà perché sentiva lontanissima

l’immagine. Difficoltà di alcuni

a parte, comunque, sono venute fuori

10 tracce secondo me molto belle, tutte

interessanti e in alcuni casi davvero

sperimentali. Credo, per farti un esempio,

che una delle più complesse da musicare,

fosse l’immagine della lapide di

Pier Paolo Pasolini; c’era poco margine

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di inventiva, l’immagine era molto didascalica,

eppure Xabier Iriondo e Roberto

Bertacchini (the shipwreck bag

show), utilizzando citazioni degli Scritti

Corsari, hanno composto una “poesia

elettrica” potente.

Quando hai ascoltato le musiche “derivate”

dalle tue immagini hai avuto

molte sorprese oppure tutto sommato

ti aspettavi questo tipo di risultati?

In un certo senso mi hanno sorpreso

tutti. Chi è rimasto molto fedele

al proprio genere, come per esempio

i Melampus o Giungla, ha composto

delle tracce bellissime e a mio parere

completamente in sintonia con le mie

opere. Altri, come Stromboli e Bologna

Violenta hanno praticamente composto

una colonna sonora che potrebbe a sua

volta continuare la storia di quelle foto.

Ma c’è anche chi mi ha spiazzato, come

Stefano Pilia che ha tirato fuori un

pezzo minimale ma intensissimo, solo

al piano. Ma tutti, proprio tutti sono

stati una sorpresa, quando ho ascoltato

le canzoni per la prima volta ero

emozionato come un bambino e non ci

ho messo nulla a innamorarmi di quei

suoni. Ci sono dei pezzi che rimangono

totalmente in testa e la cosa incredibile

è che messi insieme - e fare la scaletta

non è stato facilissimo - sono un bel

disco, con sonorità molto differenti ma

con un filo sottile che li lega fino alla

fine.

Avevi già un rapporto con gli artisti

che hanno lavorato al progetto? In che

modo avete interagito?

Si, con quasi tutti. Alcuni sono amici

di vecchia data, altri lo sono diventati.

Di tutti sono fan, quello è certo, e nutro

una grande stima per quello che fanno.

Qualcuno l’ho conosciuto di persona

grazie al progetto, qualcuno l’ho conosciuto

meglio. La maggioranza dei musicisti

presenti fa parte della scena indie

(ma non solo) bolognese, ma anche

italiana ed europea. C’è anche Jochen

Arbeit degli Einstürzende Neubauten

che definirei della scena internazionale,

ma non solo, penso agli His Clancyness

spesso in tour negli Usa o ai componenti

storici degli Starfuckers: Manuel

Giannini e Roberto Bertacchini (in questo

caso in due formazioni diverse)!

L’interazione è stata semplice, sono

stati subito entusiasti dell’idea, talvolta

con qualche perplessità, ma subito

collaborativi e incredibilmente, visti

anche

gli impegni

di

alcuni di

loro, velocissimi.

Sono

stato

fortunato.

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E oltre ai musicisti ho avuto anche la

fortuna di completare il tutto in modo

eccellente grazie alla collaborazione di

Riff Records per la produzione, Paolo

Masiero che ha creato una super grafica

per il disco e il catalogo, Federica

Patti per l’organizzazione della parte

espositiva del progetto, Antonio Grulli

e Vera Roveda per i testi e la comunicazione.

Pensi che questo sarà un “unicum” oppure

ritieni che potrai ripetere questa

esperienza in futuro?

Non lo so. Ten! ora sta comunque andando

avanti: sto cercando di portarlo

un po’ in giro. Oltre alla distribuzione

da parte di Goodfellas, io continuo

a cercare spazi e città dove portarlo,

come un tour. Dopo Milano, da Santeria,

ora, il 21 di aprile sarà a La Spezia

sia con la mostra che con un live

che vede una collaborazione inedita

tra Francesco Brasini e i Melampus, al

Frame Live Club. Poi si vedrà. La cosa

bella è proprio che alcuni degli artisti

che hanno partecipato a Ten! si sono

messi in contatto, stanno creando nuove

collaborazioni, e magari riescono a

suonare insieme. Qualcuno non si era

mai conosciuto e chissà che non nascano

nuovi gruppi, Questa è uno degli

aspetti più interessanti che sono successi

con il progetto. Magari potrebbe

essere la base per un ulteriore sviluppo

di Ten!. O magari per un nuovo disco...!

Non è facile ma chissà!

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