Rolling_Stone_Italia__Giugno_2017

stevebennett

DEPECHE MODE GHALI LORDE M.I.A. SAMPHA GOLDIE THURSTON MOORE DAN AUERBACH

N. 6 - GIUGNO 2017 (ANNO IV) - 3.90 EURO

#LAMUSICARINGRAZIA

TRE SAN SIRO PIENI.

DUE OLIMPICO DI ROMA.

SETTIMO GRANDE TOUR.

PRIMA TAPPA:

ROLLING STONE

Tiziano Ferro, 37 anni,

è nato a Latina.

L’11 giugno, da

Lignano Sabbiadoro

parte il tour

negli stadi italiani,

che si concluderà

il 15 luglio a Firenze.


TIZIANO

FERRO

L’UNICA COSA

CHE VI DEVO

È DIRVI SEMPRE LA VERITÀ. POI FATENE QUEL CHE VOLETE„

ROLLING STONE N.5 - MENSILE - EDICOLA 9 GIUGNO 2017

71706

9 771824 216007


N° Verde 800.916.484

Matilda Lutz & James Jagger

LE SCENE RIPRODOTTE SONO EVOCATIVE E NON DEVONO INDURRE AD ATTI EMULATIVI


TOGETHER

WE TOUCH

THE SKY

LE NUOVE FRAGRANZE PER NOI DUE

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*Insieme tocchiamo il cielo


Opening Act

DI GIANLUCA BELTRAME

CONOSCETE

UN BRAVO PSICHIATRA?

Mia Moglie ogni tanto Me lo dice: «tu dovresti farti

vedere, Ma da uno bravo!». coMincio a sospettare

abbia ragione. Però non è colpa mia, è quella specie di

Millennium Falcon (l’astronave “pirata” di Star Wars) che

è Rolling Stone. È quel continuo bombardamento di idee,

quei sogni che arrivano e non te li aspetti, è tutta colpa delle

sfide e delle sfighe. Come si fa a tenere una rotta tranquilla, a

impostare un numero e poi finirlo così come lo avevi pensato

UN MESE prima? In redazione sono dei santi, sopportano

i miei cambiamenti di rotta, qualche volta mugugnano e mi

guardano male, soprattutto quando non

capiscono dove stiamo andando (a volte

non lo so nemmeno io). Però non è colpa

mia, è il Millennium Falcon che è così.

Mi preoccupa di più qualche (lieve?) sintomo

di schizofrenia. Questo numero ha due

copertine: una di qui, l’altra di là. Se girate il

giornale, leggerete questo stesso editoriale.

Forse ha ragione mia moglie: dovrei farmi

vedere da uno bravo. Però (ditemi voi),

come facevo? Amo tantissimo la musica,

altrimenti non sarei a Rolling Stone. Già su

questa copertina ho cambiato idea. All’inizio

(ma proprio all’inizio) dovevano essere

i Depeche Mode: leggetevi l’intervista a

Dave Gahan e ditemi se non valeva la cover.

Poi, però, è arrivato Tiziano Ferro, e lì è entrato

in gioco il cuore. La sua musica mi ha

accompagnato per un pezzo importante di

vita: gliela dovevo, questa cover. Un solo rammarico: nemmeno

questa volta l’ho incontrato. Quando è stato qui a Milano,

il Millennium Falcon stava viaggiando nell’iperspazio: dovevo

restare ai comandi. E poi era giusto che l’intervista la facesse

Violetta Bellocchio. Tra loro è nato un bellissimo rapporto a

distanza: lei ama le sue canzoni, lui ama i suoi libri, tanto che

ha scritto una dedica apposta per Mi chiamo Sara... Erano

mesi che volevano incontrarsi, anche solo per un caffè. Non

ci erano mai riusciti: io ho dato loro l’occasione.

Stavo parlando di musica: qui trovate Ghali e M.I.A., Sampha

e Goldie, Thurston Moore e Dan Auerbach... Tanta roba,

insomma. Ma c’era una storia che non potevo bucare: il primo

Il prossimo 1° luglio a Modena

Vasco celebra 40 anni di carriera.

luglio, a Modena, prima che esca il prossimo numero di Rolling

Stone, c’è il concerto di Vasco. Sarà pazzesco. In mezzo

alla folla, con una birra in mano comprata dalla mia amica

Tizzi (che ha un chiosco proprio lì) ci sarò anch’io. Perché

Vasco è Vasco, l’unico vero rocker che l’Italia abbia mai avuto.

E quest’anno c’è una data sola. E sono 40 anni di carriera...

Volevo fargli un regalo grande. Ho provato (mettetevi nei

panni della redazione che tutte queste cose le ha sopportate)

con un grande portfolio fotografico che raccontasse questi

40 anni. Ma era tutto troppo scontato, tutte foto già viste.

Poi ho saputo che sarebbe uscito un libro

con le sue canzoni, commentate dal Blasco

medesimo. Ora che andiamo in stampa

non è ancora terminato: l’anticipazione

(ahimè) la prenderà qualcun altro. Poi,

poi, poi... Poi ho scoperto che il regalo più

grande glielo aveva già fatto qualcun altro:

il 29 aprile suo figlio Lorenzo gli ha dato

Lavinia, la prima nipote. Questa emozione

non si può battere. E allora siamo andati a

conoscere Lorenzo (e Lavinia) e ve li raccontiamo:

una storia per voi, una carezza

per Vasco.

Come facevo, però, a mettere insieme tutto

questo con la mia parte cazzara (c’è, e c’è

pure in Rolling Stone: sarà colpa del pop?).

È un anno almeno che la storia di quel ragazzo

magrino come me, vestito come Dan

Aykroyd nei Blues Brothers, che ho visto

su YouTube e poi negli spot Tim mi ossessiona: chi è? Da dove

viene? Come ha fatto? Passava per Milano, allora l’ho beccato

e gli ho dato un’altra copertina. Di seguito, abbiamo costruito

un altro numero di Rolling Stone. Chiamate uno bravo.

P.S. A proposito della parte cazzara mia e del giornale. Da questo

mese sul Millennium Falcon è salito pure Alessandro Cattelan.

Ogni numero ci regalerà un’intervista impossibile. Così impossibile

che nemmeno lui l’ha mai fatta: fedele al motto di Marzullo

“fatti una domanda e datti una risposta”, scrive di suo pugno

sia le domande sia le risposte. Comincia con Antonio Conte.

Capitelo, è interista: sa bene come farsi male.

FOTO S. PESSINA/OLYMPIA

@GiangiRolling

@rollingstoneita

6 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


COVER STORY

“LA MIA

VOGLIA

DI VITA”.

(QUASI) ASSENTE,

DAI SOCIAL, UN

DISCO OGNI 2/3 ANNI,

LA POSSIBILITÀ DI

“NON ESSERCI SEMPRE”:

TIZIANO FERRO SI RACCONTA

A VIOLETTA BELLOCCHIO

PRIMA DEL TOUR NEGLI STADI ITALIANI,

LÌ DOVE (DICE) “RIESCO

A TROVARE LA VERA INTIMITÀ”

L’ETÀ DELLA CONSAPEVOLEZZA

Tiziano Ferro, 37 anni. «Quando

ci si avvicina ai 40 anni, hai più

consapevolezza dei tuoi limiti, ma

anche delle tue capacità».

TESTO VIOLETTA BELLOCCHIO - FOTO GIOVANNI GASTEL - STYLE PINA GANDOLFI

ABITI THANKS TO DOLCE&GABBANA

8 ROLLING STONE_GIUGNO 2017

IN CUFFIA: “VIVERE”, VASCO ROSSI


ROLLING STONE_GIUGNO 2017 9


10 ROLLING STONE_OTTOBRE 2015


IO RACCONTO

LA MIA VITA

IN MANIERA

ABBASTANZA

TRASPARENTE.

L’UNICA COSA

CHE VI DEVO

È CONTINUARE

A DIRVI LA VERITÀ.

E POI, VOI,

FATENE QUELLO

CHE VOLETE

Tiziano legge i miei libri,

io ascolto i suoi

dischi, come tutti.

Ci siamo scritti

mail e messaggi, ma

ci siamo incontrati per la prima

volta durante questa intervista.

Di persona, alla vigilia di un nuovo

tour negli stadi italiani, Tiziano

Ferro sembra aver messo a

punto una forma di riservatezza

socievole che per lui funziona

molto bene. Parla e ride tanto,

però mi guarda poco negli occhi,

e spesso cerca un contatto con

l’ufficio stampa e il manager che

assistono alla nostra chiacchierata. Detto ciò,

sempre e comunque: avercene.

Quanto segue è il riassunto delle due ore passate ad

affrontare con lui grandi e piccoli temi.

RS Sulla felicità e l’infelicità nello scrivere canzoni.

FERRO La retorica dello scrittore vuole che l’infelicità

sia il carburante numero uno. In realtà

non sono d’accordo. Quando siamo felici non

abbiamo il tempo di fermarci a contemplare quello

che proviamo, quindi siamo più pigri e più dediti

a goderci il momento, ma non è che la felicità sia

meno d’ispirazione. Solo che, quando io sono

triste o in difficoltà, reagisco con l’isolamento, che

per me è legato alla scrittura. La felicità, essendo

per me una cosa un po’ strana, anche rara, è un

momento di connessione: non ti fermi a scrivere.

Però ho scoperto che nella felicità e in quel tipo di

follia c’è molta ispirazione. Raffaella è mia è stata

una canzone di puro cazzeggio. Il problema più

grande è che le persone sono molto più disposte

ad ascoltare le canzoni tristi. Molto spesso le persone

mi utilizzano come “mezzo di trasporto” per

quello che non sanno o non vogliono dire, allora le

canzoni che ricordano più facilmente sono quelle

legate a un mondo di dolore. È quello di cui hanno

bisogno loro. Io ti sfido: facciamo una gara tra le

canzoni mie tristi e quelle ballabili, e ti giuro che

almeno le pareggiamo. Per una triste che mi dai tu,

io te ne do una altrettanto allegra.

RS Sull’amore assoluto che provano i fan per te.

FERRO Io racconto la mia vita in maniera abbastanza

trasparente, e quando dico “abbastanza” intendo

del tutto. Per cui c’è questa sorta di giuramento implicito:

l’unica cosa che vi devo è continuare a dirvi

la verità. E poi, voi, fatene quello che volete. La

cosa più bella e più importante dell’andare in tour è

creare questo momento di intimità con le persone,

perché per me l’intimità non è lo stare da soli in una

stanza, è l’avere la disponibilità all’ascolto. Quindi,

anche in uno stadio si può essere intimi. Io in un

disco, quando sento di aver detto tutto quello che

volevo dire, proprio come lo volevo dire... ecco,

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12 ROLLING STONE_OTTOBRE 2015

A OGGI

NON HO

MAI VISTO LA

SCHERMATA

DI TWITTER.

HO PROVATO

FACEBOOK E NON

MI HA DIVERTITO,

NE HO PREVISTO

LA PERICOLOSITÀ

PER LA MIA

SALUTE MENTALE


COVER STORY

allora sì, il disco è finito. Però, quando ancora

ho quella sorta di micro-senso di colpa, la notte,

che non mi fa sentire a posto, è perché so che

sono pigro e che quella strofa di quella canzone

poteva essere un po’ più chiara. Questo atteggiamento,

secondo me, i fan lo capiscono.

RS Sulle interviste degli altri.

FERRO Il peggio è quando dicono: “Il mio difetto

più grande? Sono troppo buono, mi do troppo

alle persone”... Ma vaffanculo, va’.

RS Sull’essere “autentici” nell’epoca dei social.

FERRO La sincerità non è il dirsi

tutto in faccia sempre. La

sincerità è trovare il modo e

i tempi di dire le cose, e anche

tenersi le cose che non

sono necessarie. Ad esempio,

io sono pochissimo sui social

network. Ci sono perché non

sono pazzo, ma ho delle piattaforme

che non gestisco io ufficialmente,

le persone lo sanno,

quando scrivo io un messaggio

è perché ho qualcosa da dare

o da mostrare, quindi lo firmo

io, ma succede sei volte l’anno.

Non vivo della smania di

pensare che per essere sincero

mi devi veder girare il sugo

questa sera e domani farmi il

bagno con la schiuma fino al

mento. La sincerità è guardare

il mio pubblico e dire, anche

nel 2017, io non uso i social

network, mi dispiace, però

quello che ascoltate nei dischi

e nelle canzoni mi prosciuga e

per me è abbastanza. Se non

facessi così, non sarei a mio

agio. Probabilmente do modo

alle persone di scegliere di rispettarmi,

invece di seguire la

tendenza perché voglio compiacere,

ma farlo in modo un po’ rabbiosetto. Se

io fossi nato l’anno scorso come artista, questo

discorso non avrebbe neanche senso, avrei

capito benissimo di doverlo fare... Quando

iniziò il nonno dei social che fu MySpace io fui

il primo ad aprirlo. Ero gasatissimo, accettavo le

amicizie, mi occupavo di tutto... Ne sono uscito

dopo quattro-cinque mesi distrutto psicologicamente,

vittima dell’unico messaggio bruttissimo

in mezzo a mille messaggi bellissimi, depresso

dalla mania di alcune persone di localizzarti

nel tempo e nello spazio. Quando poi i social

sono diventati quello che sono diventati, io ho

detto no, mi rifiuto. A oggi non ho mai visto la

schermata di Twitter. Mentre Facebook c’ho

provato, da privato, e non mi ha divertito, ne ho

PRONTO PER IL PALCO

Il tour italiano di Tiziano parte

da Lignano Sabbiadoro, l’11 giugno,

e prosegue fino a fine agosto.

previsto la pericolosità per la mia salute mentale.

Sono felice di aver mantenuto questa linea.

Però vi giuro e vi spergiuro che in ogni disco ci

sarà fino all’ultimo milligrammo di esperienza

degli ultimi due anni, di sangue, di lacrime, di

risate.... c’è tutto, ve lo giuro.

RS Sul paradosso dell’essere una superstar gay

in un Paese abbastanza omofobo.

FERRO O noi non capiamo nulla, io e te, oppure

quando mi trovo due sere di seguito San Siro

pieno io mi chiedo, ma tutti ’sti omofobi dove

stanno? Novantamila persone a

Milano vuol dire una percentuale

molto grande, quindi dov’è l’inghippo,

cos’è che non capisco? Mi

è successo anche che dei politici

molto a sfavore delle unioni civili

mi chiedessero i biglietti per i miei

concerti... C’è un’atmosfera di

grande ipocrisia. Nessuno nasce

omofobo, nessuno nasce razzista,

nessuno nasce intollerante verso

le diversità, però ci sentiamo obbligati

ad appartenere a una casta,

a catalogarci. Anch’io sono sorpreso

dalla realtà, ma la mia vita

mi dimostra il contrario. Perché

io non ho mai avuto esperienze

negative. Sono passati sette anni

buoni dal coming out, e non ho

neanche una casistica del tipo:

beh, guarda, allora, su 10 persone

3 mi hanno insultato però 7 no...

No, zero a dieci. Prendo aerei,

prendo treni, sono pure di Latina,

che è una città discretamente di

destra, anche se in questo momento

c’è una lista civica e nella

giornata contro l’omofobia è stata

esposta la bandiera arcobaleno

fuori dal Comune. Forse vivo in

una bolla, però San Siro non è

tanto una bolla, non è che fai

il teatro d’élite dove viene solo un pubblico

molto selezionato... Due stadi a Bari, non è che

parliamo di Ginevra...

RS Sui social (di nuovo, tema caldo).

FERRO Lo spazio bianco in cui devi scrivere

come ti senti adesso ti obbliga moralmente ad

avere un’opinione su qualcosa anche se non

ce l’hai. Per cui: fai refresh, ti viene fuori una

nuova foto, e tu sei talmente annoiato, e libero,

che devi scrivere qualcosa. Invece, nella vita di

tutti i giorni se una persona ti interroga su un

argomento e tu non ne sai, non ne sai. Io sono

molto spaventato dai social. Li trovo l’antitesi

di quello che ho scelto di fare nella vita. I miei

idoli da ragazzino, le band anni ’80 che hanno

portato a Morrissey – e ho abitato 10 anni a

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14 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


COVER STORY

C’È

UN’ATMOSFERA

DI GRANDE IPOCRISIA.

NESSUNO NASCE

OMOFOBO, NESSUNO

NASCE RAZZISTA,

NESSUNO NASCE

INTOLLERANTE VERSO

LE DIVERSITÀ,

PERÒ CI SENTIAMO

OBBLIGATI AD APPARTENERE

A UNA CASTA, A CATALOGARCI

Manchester per colpa di Morrissey e degli Oasis!

– sono tutte persone che sono vissute per fare

qualcosa che rimanesse. A me piace l’idea che il

mio disco, quella cosa con la custodia di plastica e

la copertina ristampata, anche 60 anni dopo la mia

morte sarà sempre quella cosa lì. E che lo ascolti

una persona o cento non mi interessa.

RS Sulla tecnica per imparare dai propri errori.

FERRO Se tu ti dai la possibilità di vivere il momento

dell’errore come un momento di rivelazione e di

fare una svolta verso l’alto, allora hai vinto. La

tentazione all’autolesione, invece.... In inglese

è bellissimo, si dice pity party, noi diciamo “crogiolarsi

nell’autocommiserazione”, loro dicono

“ti organizzi una festa in cui si celebra quanto sei

povero te”. Quella tentazione è dietro l’angolo,

però bisogna avere la forza di uscire dal momento

di compiacimento di quando il dolore prende piede

dopo un errore, uscire da lì e chiedersi subito: cosa

sto imparando da questo errore? Subito, subito,

subito. Trasformare subito la visione delle cose

da “che palle, proprio a me” a “sta succedendo a

me perché qua c’è un messaggio nascosto, devo

decifrare il messaggio, c’è già, ora devo capire”.

Il 90% delle volte lo trovi subito, se ti ci metti.

Quando ho capito anch’io che non c’era bisogno di

piacere a tutti, ho cominciato a divertirmi. È stato

il momento in cui sono passato dal fare un pezzo

insieme a Mina al fare un pezzo con i Linea 77, al

produrre Baby K, al fare un pezzo con Marracash,

perché mi piace... Perché se ascolto la voce di Alessandra

Amoroso e mi ispira dieci canzoni io voglio

produrre il suo disco, e me ne frego che mi dicano

che viene da un talent show, non mi interessa. Se

ascolto il demo di un artista nuovo che mi manda

canzoni talmente belle da non poter rinunciare

a quelle canzoni, io lo chiamo, lo faccio venire a

Milano, finiamo di scrivere la canzone che diventa

Il conforto e chiamo Carmen Consoli invece di

provare a contattare, che ne so, Kylie Minogue,

perché a me piace Carmen Consoli, fine. Devi mantenere

un po’ vergine l’istinto del farlo solo per te,

questo lavoro. Devi tornare ogni tanto lì da dove

sei partito e dire: io questa cosa la voglio fare così.

RS Sulla parte della tua vita in cui eri molto infelice.

FERRO C’è stato un inizio-inizio-inizio, col primo

singolo, Xdono, che è stato bellissimo, perché mi

alzavo la mattina, aprivo gli occhi e dicevo: “Cazzo,

faccio il cantante”. Giuro, lo dicevo proprio.

Dal secondo singolo in poi è iniziato il successo

all’estero, quindi mi mandavano sempre all’estero

e io non volevo andare via, perché volevo vedere

che succedeva qua, volevo andare a Radio Deejay...

avrei venduto un decimo dei dischi, però... E invece

ero sempre lontano, ero da solo, mi chiedevano

di fare cose nelle quali non mi riconoscevo... Mi

mandavano a fare promozione nei Paesi Bassi dove

dicevano: “Ah, sei italiano, facciamo la pizza”, e

io dicevo: “Scusate, ma il mio è un disco R’n’B”...

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COVER STORY

Adesso ci rido, ma è stato un periodo da incubo

per me, mi sentivo veramente alienato, e non

capivo perché lo stavo facendo. Lì ho avuto

la lucidità di capire che, siccome non capivo,

dovevo tener duro. Mi ricordo che prendevo

’sti aerei da solo e andavo... Non mi piaceva

niente, cento interviste al giorno su temi che

non riguardavano mai nulla, mai la musica, tutto

girava intorno a questo mondo italiota all’estero

al quale non mi sentivo legato per niente. Case

discografiche locali mi chiedevano di fare l’italiano

e io non sapevo manco che volesse dire.

Riuscire a guardare attraverso tutto quel casino

e prendere la mira... un po’ ho avuto culo, un po’

sono stato diligente, e un po’ non lo so. Sono

certo che, se non avessi avuto 20 anni in quel

momento, se ne avessi avuti anche solo 27, non

ce l’avrei fatta.

RS Su quello che ti ha salvato.

FERRO A 23 anni sono andato in Messico a frequentare

l’università di Lingue. Quando ti trovi

a dare gli esami, comunque hai un binario che ti

riporta sempre a degli appuntamenti, delle scadenze:

c’è una linea dritta, e tu la segui. Poi sono

diventato famoso pure in Messico e sono andato

in Inghilterra. Quello è stato un parcheggio provvisorio

abbastanza complesso, e controverso: da

una parte ci ho trovato la libertà, la civiltà, l’ispirazione,

dall’altra ho trovato un muro, perché

gli inglesi sono dei separatisti tremendi, io ero a

Manchester, quindi la Britannia degli hooligan,

della classe medio-bassa lavoratrice, gli eredi della

rivoluzione industriale più ferroviaria, e ancora

adesso io lì non ho un amico. È stata tosta tosta

tosta. Ti scontri con una realtà che non ti culla,

non puoi adagiarti. Non sei facilitato in niente.

Avevo bisogno di una grande separazione dagli

stalker e dagli hater. Anche lì, non so se ho avuto

fortuna, o se il mio inconscio ci aveva visto lungo,

però mi sono salvato da certi meccanismi che mi

avrebbero chiuso in una bolla per cui non esci di

casa e hai l’assistente che ti fa tutto, e arrivi a 30

anni e passa che manco sai come si fa la spesa, e

ne conosco.

RS Sull’isolamento.

FERRO Non so come fanno le persone a esserci

sempre. Per me devi riprenderti un po’ di vita,

un disco esce ogni 2/3 anni e deve diventare il

canale attraverso cui racconti quello che hai

raccolto. Devi fare, rifare, buttare via, limare,

tenere... ma è un processo che per me non può

avvenire sotto gli occhi di tutti. Quando mi

chiedono di parlare dei talent show, io invidio

chi li fa. Questi ragazzi vengono seguiti dall’inizio

alla fine, nel momento del processo creativo,

nello studio di una canzone, nella registrazione,

nella performance. Quando si esibiscono in prima

serata, tu li hai già visti provare la canzone

mille volte. Io li invidio quei ragazzi lì, e mi terrorizza

l’idea che, se avessi avuto 18 anni adesso,

sicuramente ci avrei provato, perché altrimenti

dove vai? Ma io non sarei mai riuscito a fare

un talent, perché non avevo la faccia da culo di

sostenere la telecamera in tutti i momenti della

giornata. Chi lo fa è un vero artista con quel carattere

là, e basta. Io ho bisogno di riprendermi

il mio tempo. Quest’anno è arrivata Los Angeles

per motivi che non ho ancora capito. Sono andato

lì per i provini dell’ultimo disco ed è quasi

da un anno che ci sto. Non so com’è successo.

RS Su Los Angeles, appunto.

FERRO Se vivi la città in maniera completamente

diversa da quella dei percorsi turistici, scopri

che la California è una bolla di persone che

vivono bene, perché il clima è bello, perché la

testa è più aperta, perché non incontrerai mai

nessuno che ha votato Trump. Il giorno dopo

le elezioni per strada io ho visto gente scoppiare

in lacrime. Quella settimana è stata molto dura.

MI STANCA

ESSERE

IMPAURITO

DALLE COSE.

IO SONO UN

PIANIFICATORE

NATO, INVECE

ORA MI CAPITA

DI STARE

NEI POSTI E DIRE:

“COSA CAZZO

CI FACCIO QUI?”

SEI ALBUM IN 15 ANNI

L’ultimo album di Tiziano, Il mestiere

della vita, è uscito a dicembre 2016.

Come è stato poi meraviglioso vedere la marcia

delle donne, 300mila persone radunate in un

quartiere. Ti fa capire quanto il californiano in

realtà sia una persona proiettata verso l’altro.

Quando ci andavo all’inizio li trovavo di una

falsità impressionante. La prima cosa che ti

dicono è: “How are you today?”. Sì, in effetti

non credo che siano davvero interessati a sapere

come stai in questo momento... Però ho

trovato tante persone pronte a fare qualcosa.

Poi, certo, la città è bella, ma anche alienante,

ogni tanto ti ritrovi in questi parcheggi enormi e

ci sei soltanto tu, e pensi: “Se io qua mi perdo?”.

Ci sono dei posti in cui percepisci la distanza

dall’Italia, percepisci che tu non appartieni a

quel luogo, che non sarà la lingua a farti comunicare

con quelle persone, perché siete su piani

diversi. Quando riesco a essere spiritoso sulla

vita a Los Angeles, me la godo tanto, quando

sono serio, piombo in un canyon di alienazione

grandissima.

RS Sui musicisti americani.

FERRO Anche quelli molto famosi hanno sempre

voglia di fare musica. Magari li incontro negli

studi, perché abbiamo amicizie comuni, e mi

dicono: “Ah, canti? Voglio sentire quello che

fai, adesso”. Come, adesso? “Sì, adesso, ce li hai

dei video su YouTube?”. Recentemente mi è

capitato con Ryan Tedder e lì mi sono giocato

un Sere Nere a San Siro subito, lascia, ti faccio

vedere la peggio subito e me ne frego, perché

non posso rischiare di sbagliare... Gli artisti

americani muovono dei numeri allucinanti, non

hanno bisogno di una guerra a chi ha più click.

Quando uno ti ascolta e ha davvero voglia di

ascoltarti, è come un ragazzino che ha appena

scoperto la musica. Forse perché vivono in

una società ossessionata dall’integrazione, e al

tempo stesso nessuno capisce come funziona.

Trump... Ecco, secondo me si sono accorti

anche loro che l’hanno sbagliata, l’americano

difficilmente fa autocritica, ma io comincio a

vedere che un po’ ce n’è, non possono negare

l’evidenza. Non vedo l’ora di incontrare un

trumpista convinto e poterci parlare. Io un

giorno vorrei una conversazione a tavola, quando

tutti lo distruggono, con uno che dice, io l’ho

votato, che cazzo vuoi?, adesso ti spiego perché.

Oddio, c’è il padre di un mio amico, ma ha 70

anni, non posso mettermi a parlare con lui...

RS Sul futuro.

FERRO Mi stanca essere impaurito dalle cose.

Mi piacerebbe molto restare in America scegliendola

un po’ di più. Io sono un pianificatore

nato, invece ora mi capita di stare nei posti, mi

guardo intorno e dico: “Ma dove cazzo sto? Ma

io sto davvero qua?”. E lo sai dove mi succede?

Quando sto sdraiato sul divano di casa. Guardo

fuori dalla finestra, vedo una palma, di quelle

alte alte, e penso: “Ma io sto facendo una siesta

sul divano di casa mia a Los Angeles, che sei

mesi fa non esisteva nella mia testa, tanto meno

nella realtà? Com’è possibile che ho comprato

questo divano da Living Space e adesso guardo

fuori dalla finestra?”. Da una parte, non aver

scelto una cosa così importante ti fa sentire

matto, dall’altra ti fa sentire finalmente adulto.

Non hai bisogno di camminare sempre sui tuoi

passi, ne sai un po’ di più. Non è più questa

cosa che se inciampi, oh mio Dio che facciamo...

probabilmente quando ci si avvicina ai 40 anni,

hai più consapevolezza dei tuoi limiti, ma anche

delle tue capacità.

RS

16 ROLLING STONE_GIUGNO 2017

GROOMING PAOLO DE MARIA - HA COLLABORATO GIOVANNI BELLETTI


ROLLING STONE_OTTOBRE 2015 17


ITALIA

www.rollingstone.it

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Hanno collaborato:

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Stefano Benzoni, Andrea Coclite, Emiliano

Colasanti, Roberto Croci, Giovanni Di

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Giazzi, Jeff Goodell, Elisa Miglionico, Pietro

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Alessandro Zaghi

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rollingstone.it

Special thanks to: Matteo Rubbi

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Cecchetti, Margherita Chiarva, Max

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Fletcher, Giovanni Gastel, Alvise Guadagnino,

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Metalheadz, Stuart Mostyn, Matthias

Nareyek, Perou, Christopher Polk, Suzi

Pratt, Ismael Quintanilla III, Vittorio Schiavo,

Alessandro Treves, Peggy Sirota, John

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20 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


ollingstone.it

IL MEGLIO DAL NOSTRO WEBSITE

CINEMA

Contributors

VIOLETTA BELLOCCHIO

Scrittrice, collabora, tra gli

altri, con Link e Internazionale.

Il suo ultimo libro Mi chiamo

Sara, vuol dire principessa è

uscito per Marsilio a maggio,

con una fascetta/dedica

firmata da Tiziano Ferro.

Fan reciproci, dopo essersi

inseguiti e scritti a lungo,

finalmente si sono incontrati

apposta per Rolling Stone.



Tempo di grandi blockbuster

da vedere in sala, come l’estate

vuole. Il ritorno de La Mummia

e l’ennesima trasformazione

dei Transformer.

NBA

È ancora una volta Golden

State-Cleveland la finale

del campionato più bello

del mondo. Seguiremo tutte

le emozioni dal parquet.

GRANDI ELEZIONI RITORNI

MARCO RUBA RUBIOLA

Autore e filmmaker, si occupa di

scrittura, immagine e linguaggi

della comunicazione. Dal 2000

lavora all’ideazione di campagne

pubblicitarie internazionali, video e

spot tv. Ha lavorato con Jovanotti

e Toscani, tra gli altri. In questo

numero ha scritto di Erik Kessels

e della sua mostra torinese.

ALBERTO PICCININI

Vive a Roma, è giornalista e autore televisivo.

Ha fatto parte del gruppo di Blob, scritto

programmi per MTV e per Rai 2 e ha pubblicato

libri. Per Rolling Stone è volato a Berlino

per incontrare Dave Gahan all’inizio del tour

mondiale dei Depeche Mode.


Ritornano i Guns, ritornano

i Radiohead. Sarà un giugno di

nomi ben noti, di maxi concerti

e di emozioni fortissime.

E noi siamo pronti a viverle.

FESTIVAL

SPORT

MARGHERITA CHIARVA

È una fotografa milanese, ha studiato

all’Università di Milano e alla

Central Saint Martins di Londra.

Ama sperimentare con le pellicole

e le tecniche di stampa.

In questo numero ha fotografato

Dan Auerbach, in un’assolata

giornata milanese.


Arriva l’estate e si moltiplicano

gli appuntamenti per gli

appassionati di musica: e noi

ovviamente siamo in prima fila.

PLAYLIST Moltiplica il piacere

della lettura ascoltando sul sito

la compila nel numero.

ALEX MORRIS

Nata a Birmingham, Alabama, si interessa di

sottoculture e cronache sociali. Ha intervistato,

tra gli altri, Justin Bieber, Samantha Bee, Alain

Ducasse e molti punk. Per questo numero firma

due storie: il ritorno di Lorde e la condizione

psichica (preoccupante) di Donald Trump.

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 21


Giugno 2017

RS06 “

(anno IV)

INVIDIO I RAGAZZI CHE

FANNO I TALENT, IO NON CI

SAREI MAI RIUSCITO

(Tiziano Ferro si confessa

con Violetta Bellocchio nella cover story

di questo numero. A pag. 8)


24

26

28

30

32

INTRO

Rolling List

Cinque motivi per cui vale la pena rotolare.

Lettere

I vostri post, mail, instagrammate, tweet.

Pop Culture

di Carlo Freccero.

Rolling Girl

La rapper M¥SS KETA lecca una Mercedes.

Art Core

Un’opera creata per noi da Matteo Rubbi.

35

37

38

40

41

42

44

45

ROCK&ROLL

Chris Cornell: Say Hello 2 Heaven

alt-J, tre amici al pub

Fleet Foxes e il pop litigarello

Soko, l’outsider che danzerà

Guido Harari e l’anima del rock

Erik Kessels, che bello sbagliare

Il nuovo pastone dei Royal Blood

Breaking: Santamanu

46

48

Random Notes

IL CARTELLONE

Concerti & Eventi

STORIE

52 Nonno Vasco

Una nipotina coi suoi stessi occhi. Ce lo

racconta Lorenzo, figlio del Blasco e Gabri.

56 Lorde

Ha fatto il disco perfetto a 16 anni. Adesso

ci riprova (ma intanto ha capito alcune cose).

66 Depeche Mode

La band arriva in Italia per il tour mondiale,

e Dave Gahan ci parla dei suoi amici e nemici.

72 Ghali

Il rapper di Baggio vuole solo essere se stesso.

76 Thurston Moore

L’ex Sonic Youth racconta un disco

da suonare nei boschi e l’amore per il R&R.

78 Brit power

Goldie, M.I.A. e Sampha ci spiegano perché

la Brexit non è stata una grande idea.

84 Dan Auerbach

Il frontman dei Black Keys ha registrato

un disco solista come se fosse sempre Natale.

LORDE

La sacerdotessa del

pop è tornata con

Melodrama. La sua

intervista è pag. 56.

IN COPERTINA, Tiziano Ferro scattato da Giovanni Gastel

FOTO BRENDAN WALTER

22 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


ROLLING LIST

CINQUE MOTIVI PER CUI VALE LA PENA ROTOLARE

THE

GUEST

LIST

1

W i Grateful Dead!

Punk

Is Art

3

Nuova location

per la 6ª edizione

di Filler, convention

dell’illustrazione punk

e skate: 40 artisti italiani

e stranieri, workshop,

mostre e street food.

Ai Magazzini Generali

di Milano dal 9 all’11 giugno.

Diretto da Amir Bar-Lev e Martin Scorsese, Long

Strange Trip è un documentario (su Amazon Prime

Video) che esplora lo strettissimo rapporto tra

i Grateful Dead di Jerry Garcia (nella foto) e i loro fan.

4

2

Lo è stato, e tale

resterà. A un anno dalla

sua scomparsa, Rizzoli

pubblica Muhammad

Ali. L’immortale: il

testamento spirituale

di Cassius Clay, con

oltre 200 immagini

rare e inedite.

300 donne per me

Il più

grande

Vuoto è il nome della nuova opera di Giuseppe

Palmisano (a.k.a. iosonopipo): un’installazione

collettiva che diventerà fotografia, il 25 giugno

a Pesaro. Tutti possono partecipare! Anzi, tutte.

Paul Weller

5 canzoni prodotte

da Curtis Mayfield

L’ex frontman di Jam e Style

Council ha pubblicato un nuovo

album solista, A Kind Revolution.

Questo mese sceglie per noi le

sue canzoni preferite tra quelle

prodotte da Curtis Mayfield, oppure

pubblicate dall’etichetta

di quest’ultimo, la Curtom.

1. CURTIS MAYFIELD

“The Makings of You”

Curtis era un profeta e un poeta.

Con questa canzone è riuscito

a mettere insieme il movimento

black-pride con i messaggi

umanitari. Era un ambasciatore

della pace.

2. PATTI JO

“Make Me Believe in You”

Questa canzone ha un beat

coinvolgente. È un gran pezzo

dance, con archi emozionanti

e cori minimalisti.

3. LEROY HUTSON

“Cool Out”

Ho sentito per la prima volta

questa traccia strumentale

all’inizio deli anni ’90, in un club.

Ha un suono futuristico, ma è

comunque molto calda

4. BABY HUEY

“Hard Times”

Baby Huey ha pubblicato un solo

album per la Curtom, prima di

morire molto giovane. La parte

vocale di questo pezzo è una fusione

di Chicago blues e soul.

5

Il manifesto

è psichedelico

Stone Free, una grande mostra presso la Wall of Sound Gallery di Alba (Cn),

celebra la gloriosa Summer of Love attraverso i manifesti rock degli anni ’60.

La figata è che la maggior parte delle opere sarà in vendita. Dal 18/6 al 10/9.

5. THE FIVE STAIRSTEPS

“We Must Be in Love”

Un altro divertente pezzo sull’amore

scritto da Curtis. Oltre alle

sue visioni politiche, Mayfield

era un vero maestro nello scrivere

canzoni romantiche.

Ascoltala su rollingstone.it

24 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


T H E A R T O F F U S I O N

Big Bang Unico Depeche Mode

Ceramic. Chronograph in a black ceramic

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Face to Face

lettere@rollingstone.it facebook.com/rollingstoneitalia instagram.com/rollingstoneitalia twitter.com/rollingstoneita

Vittorio Sgarbi è venuto a trovarci in redazione (ma era di ottimo umore).

Giuditta @GiudittaPuliti

Belli i tempi di Notting Hill

ed Harry Potter.

Gian Vito @GianvitoScienzo

Pezzi come Complicated e Don't Tell

Me di Avril Lavigne godono

di immortalità artistica.

Boito interrotto @Kratos965

Un nuovo tour dei Foo Fighters

ce lo meritiamo, dai.

Twitta manent

Marcello Menna @MennaFini

Il volto di Fibra, sempre profondo,

mai scontato.

stefano dossi @dox76

meno #XFactor più @blackmirror.

Mario Ventura @itsmarioventura

Eravamo io, il nuovo numero di

@RollingStoneita,

Laura Palmer, Fabri Fibra e Tommy

Paradise.

Scusa, scusate.

Eh sì, tocca chiedervi scusa. E anche

tanto. Oggi mi sono trovato

ad accompagnare mia sorella in

edicola, devo ammettere con un

pizzico di vergogna che era un po'

che non ci entravo.

Mentre aspettavo che lei finisse

le sue cose, mi balza l'occhio su

Rolling Stone, mi ricordo subito di

aver visto su Instagram che questo

numero conteneva l'intervista al

duo Fibra+Paradiso (Thegiornalisti).

Da bravo finto hipster quale

sono, allora lo compro subito. È da

circa 4 ore che lo sfoglio, lo leggo e

lo rileggo, molto probabilmente

andrò avanti così fino a stanotte

tarda/domani mattina. E tutto ciò

ci riconduce all'inizio di questa

mia “lettera", ovvero: scusatemi.

Davvero.

Avevo dimenticato come fosse sfogliare

una rivista, di come fosse piacevole

e curata ogni singola pagina.

Ogni singola rubrica, di come la

cura al dettaglio, di come quella curiosità,

quel “pizzico in più" facessero

la differenza. Avevo deciso da

tempo oramai che la carta stampata

era “obsoleta"; perché comprare un

quotidiano quando con due click

posso avere tutte le notizie? Questo

è stato il mantra che si ripeteva

in loop nel mio cervello ultimamente.

Se ci aggiungiamo anche

che mi trovo a gestire da un po' di

tempo pagine sui social; centinaia

di migliaia di like, centinaia di commenti,

messaggi, notizie ecc. ogni

giorno. Volente o non volente ti

trovi sempre aggiornato sulle “tendenze

del momento", quello che

va, quello che non va. Chi ha detto

“A", chi ha detto “B". Per esempio,

l'esplosione social che ha avuto la

proposta di Fedez alla Ferragni,

abbiamo ancora la casella intasata

di messaggi con meme, commenti

e considerazioni su quello. Che

per carità sono divertenti, i primi 5

minuti, poi basta. Tutto questo eccesso

di interazioni si rifletteva anche

su di me, questa enorme mole

di informazioni non richiesta mi

portava a guardare un po' dall'alto

in basso le forme di informazioni

“più collaudate"

Che senso ha andare a mangiare

in un ristorante se il cibo mi arriva

gratis nella posta? Ma adesso

capisco, buono il panino che ti

arriva a domicilio per carità, ma

vuoi mettere con un ristorante

stellato? Quindi prendo Rolling

Stone e chiudo la porta. Il telefono

vibra come sempre, messaggi,

notifiche, whatsapp e altre menate

varie, fanculo modalità aereo, apro

e leggo. Diavolo, che buon sapore.

Luca

Quando ho visto Fabri Fibra

in copertina mi sono chiesta cosa

ci facesse la sua faccia sulla rivista

Rolling Stone, cosa mai volesse dirci.

Ho girato pagina incuriosita, un

po' sorpresa, indotta a proseguire

dal fatto che a intervistarlo era

proprio il cantante dei Thegiornalisti,

Tommaso Paradiso. Evidentemente

non ci avevo capito nulla,

Fabri aveva da dirci, e anche tanto.

Non pensavo ci potesse essere

corrispondenza tra i due, tra un

Paradiso che rende l'amore più

umano di un bacio fuori dalla discoteca

e un Fabri che sembra

@meg_berardo

@slvbrgl

@vane_mariposa

@fabri_fibra

@nanaamara7

26 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


sempre incazzato, un po' come tutti

i rapper forse.

Sono rimasta letteralmente incollata

alle pagine, trovando tra le righe

forse anche qualcosa di mio. E una

volta finito di leggere, sentivo la

necessità di venire di corsa a scrivere.

Mi ha fatto lo stesso effetto

di quando al liceo hai solo dieci

minuti di ricreazione e devi fumarti

la sigaretta, un rito che ti scarica,

ti dà l'impressione di fuggire per

qualche minuto. Mentre leggevo,

sono entrata nei loro pensieri.

Ognuno ha la sua droga, affermano

entrambi, e io mi sono drogata

delle loro parole, spontanee e vere.

“E la nostra musica parte da un

vuoto che abbiamo dentro, se tu

stai a posto, non te ne frega un

cazzo di scrivere. Quando ti manca

qualcosa, una zona grigia dentro

di te, allora l'arte ti consola". Non

scrivi quando stai bene, è vero.

Perché dovresti? Che cazzo gliene

frega alla gente se sei felice? Alla

gente piace il dolore, sapere di non

essere soli nella sofferenza. Quando

sei felice, scatta dentro di noi

l'egoismo, non importa se gli altri

soffrono. Ma quando si sta male,

sapere che qualcuno soffre con noi

ci consola tremendamente. Siamo

una generazione di insoddisfatti,

morti viventi che vagano cercando

non si sa cosa. L'arte è l'espressione

di quello che non abbiamo,

una sorta di pacca sulla spalla. Le

pacche sulle spalle però, a volte,

possono far male. Così la musica,

così la poesia. Tutti ti ascoltano,

ti osannano, e un momento dopo

non ci sei più, nel baratro. Le canzoni,

quelle vere, ti devono far

riflettere. Devono trapassarti. Le

canzoni più belle sono quelle che

non vuoi condividere. Quelle che

ti ascolti con le cuffie, da solo,

quelle che si adattano a ogni luogo.

È come se avessi paura, facendole

sentire a qualcun altro, che capisca

qualcosa di troppo di te. Questa

intervista era un po' come una

canzone così. Mi ha presa, mi ha

trascinata sul divano con loro. La

rileggerei ovunque, anche la mattina

appena sveglia, quando non

si ha voglia di ascoltare nessuno.

Invece, quella chiacchierata merita

di essere ascoltata.

Gaia Luciani,

Tarquinia, 16 anni

ADOTTARE SOLUZIONI PUNK

PER SOPRAVVIVERE

Una delle pagine Facebook che apprezziamo di più offre

una visione decisamente rivoluzionaria alla vita quotidiana.

Faccia da libro

Daniele de Palumbis Tommaso

Paradiso is the new prezzemolo.

Giovanni Franchini Oh mi

raccomando il mese prossimo

l’intervista a Giovanardi.

Tony GT Tramonte La scena hip hop

napoletana è sempre stata molto

interessante, peccato che ce ne

si accorge una volta ogni dieci anni

e per pochi mesi.

Andrea Ventura Saviano e tatuaggi

mi sembrano incompatibili…

Fabrizio D’Alonzo Torna Twin Peaks

e ho un’improvvisa fame chimica

di cherry pie e tazza di caffè...

Anna Anairead Prevedo

innumerevoli “non rompere

i coglioni” rilasciati nel palinsesto

Sky. Grande Mara Maionchi.

Lorenzo Jesus Laurini Chris

Cornell: l’idea di non potermi mai

più emozionare ascoltando la sua

voce ed entrare nei suoi testi

è come chiudere un libro col più

triste dei finali…

Il regista e la sua star: Francesco Bruni (a destra) e Andrea Carpenzano

sono passati di qui per parlarci di Tutto quello che vuoi, il loro ultimo film.

@jeghe90

@_love4music_

@sickmario_rioma

@wanissboucetta

@brunycacio

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ROLLING STONE_GIUGNO 2017 27


Pop Culture

DI CARLO FRECCERO

APPELLO PER LA LIBERAZIONE DELLE BUFALE

AssistiAmo in questo momento A un pArAdosso.

L'opinione pubbLicA è sempre più orientAtA dAi mediA

mAinstreAm A ritenere che L'eutAnAsiA siA un diritto

e ciò in bAse ALLA Libertà di sceLtA che vA comunque

riconosciutA dALLo stAto ALL'individuo. neLLo

stesso tempo, questi stessi mediA mAinstreAm stigmAtizzAno

LA Libertà di sceLtA in cAmpo sAnitArio. in

sintesi, iL cittAdino non può Avere gLi strumenti per

fAre deLLe sceLte e deve essere guidAto dALLo stAto.

c'è insommA un probLemA preLiminAre: se riteniAmo

che L'AutodeterminAzione siA un diritto fondAmentALe

oppure no. in prAticA se riteniAmo iL cittAdino

cApAce di sceLte responsAbiLi. se non siAmo cApAci

di AutodeterminAzione suLLA nostrA sALute, non

dovremmo poter decidere nemmeno

se vivere o morire. e non dovremmo

neppure votAre.

Accusare la Rete di “bufale” e chiedere

di censurarla rientra in questa logica. È

vero, in Rete ci sono bufale, ma ci sono

anche nella stampa mainstream e nella

vita quotidiana. Quanti di noi, almeno

una volta non hanno sentito parlare di

santoni e guaritori capaci di intervenire

in casi disperati? Rivolgersi o meno a loro

fa parte di un atteggiamento che non è tanto influenzato

dalle bufale, quanto dall'ignoranza.

Il net ha la stessa stratificazione della stampa. Anche nella

stampa ci sono alti e bassi. Esistono tabloid a basso prezzo

che mettono insieme delitti, scoperte strabilianti, gossip.

Esistono poi riviste divulgative che traducono la scienza

per il grande pubblico e, infine, riviste scientifiche rivolte

a un pubblico specializzato.

Lo stesso vale per la Rete. Su Google la prima schermata

mette insieme di tutto e al livello più basso. Ma Google è

costruito come un videogioco in cui, passando a un livello

superiore, si potranno avere notizie di grado superiore,

e così via. La discriminante è la proprietà di linguaggio

e, in particolare, il linguaggio tecnico-specialistico che

funziona come una specie di “parola d'ordine”, di chiave

per accedere al livello successivo. La verità più attendibile

NON MI CONVINCERÒ MAI

CHE LA CENSURA

SIA UNA SOLUZIONE.

ANCHE NEL CAMPO

DELLA SCIENZA.

LA SCIENZA SI EVOLVE

E QUELLO CHE È VERO

VIENE FALSIFICATO

DA UNA NUOVA VERITÀ

ci proviene dalla letteratura accademica e dalla riviste

specializzate.

Ho seguito in diretta l'esperienza di mia moglie. Quando

ha deciso di curare il suo tumore con la radiologia

interventistica, ha cominciato a monitorare i congressi

internazionali di questa specializzazione. Tra i relatori,

tutti stranieri e accademicamente qualificati, ha trovato

un nominativo italiano e, sempre tramite Internet, è risalita

all'ospedale pubblico dove opera. Oggi lei si ritiene

miracolata, perché Internet le ha dato la possibilità di

curarsi come voleva. È vero che forse, nelle ricerche, le

avrebbe indicato anche il mago Do Nascimento, ma vale

su Internet il buonsenso che vale nella vita reale.

Pensare che Internet vada censurato, corrisponde, di

fatto, a negare libertà di scelta e opportunità

agli utenti. E questo diritto va

garantito costruendo cittadini consapevoli

con la scuola e l'istruzione. Come

direttore di Rete, ho sempre rifiutato la

censura e ciò mi ha portato non pochi

problemi, ma non mi convincerò mai

che la censura sia una soluzione. Anche

nel campo della scienza. La scienza si

evolve e quello che è vero viene falsificato

da una nuova verità. Basta un solo

corvo bianco a falsificare la tesi che tutti i corvi sono neri.

Censurare una voce dissenziente ci riporta a un clima da

inquisizione per cui la verità è nei libri sacri e non nell'esperienza.

Bisogna credere che la Terra sta ferma, mentre

per il dissidente Galileo “eppur si muove”.

C'è poi il discorso della globalizzazione. La scienza sceglie

percorsi diversi in diverse parti del mondo. Il fatto che una

pratica da noi sia consueta o inconsueta non significa che

sia automaticamente scientifica o no. Il protocollo non è

uguale in tutti i Paesi. È il caso del vaccino per il papilloma

virus che è stato sospeso in Giappone. I giapponesi sono

influenzati da Internet? Internet è una banca dati sconfinata

che, se usata correttamente, ci fornisce risposte e

informazioni difficili da raggiungere altrimenti. Invocare

la censura significa occultare non solo la bufala, ma anche

le nuove scoperte.

28 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


Rolling Girl

FOTO VITTORIO SCHIAVO DI PARCO FORLANINI

M¥SS KETA

Spettacolo

di donna

Foto Vittorio Schiavo

È la regina di cuori delle ragazze

di Porta Venezia, l’angelo

dall’occhiale da sera e una rapper

sopra le righe (“Milano sushi e coca /

la noche esta loca”, d’altra parte).

M¥SS KETA, tutto in caps lock, è uno

dei personaggi della nuova scena

notturna milanese. Un’icona di culto

rivestita di latex, scorretta a tutti

i costi e tremendamente ironica. Ha

in cantiere un nuovo EP, Carpaccio

ghiacciato, che presto vedrà la luce,

anticipato dal singolo Xananas,

prodotto da Populous. Volete

gustarvela in tutto il suo splendore?

La trovate al Red Bull Culture Clash

di Milano il 10 giugno.

30 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


ROLLING STONE_GIUGNO 2017 31


Art Core

DI MATTEO RUBBI

“Space Hangovers”

UN ARTISTA CREA PER “ROLLING STONE” UN’OPERA INEDITA

UNA SBRONZA CHIAMATA UNIVERSO

C’è una leggenda sulla nascita di Milano, tramandata dallo storico Tito Livio, che dice che sia stato il

principe gallo Belloveso a fondare la città intorno al 600 a.C. E allora Matteo Rubbi, nato a Seriate in

provincia di Bergamo nel 1980, ha provato a immaginare e a riprodurre idealmente il cielo che ricopriva

quel territorio prima della nascita della metropoli. Ed esattamente sta ricreando questo cielo stellato in

Piazza Burri, per fissare nell’immaginario collettivo un archetipo che prima di tutto ci invita a formulare

un pensiero: ormai le stelle a Milano non si vedono più. Quella che vedete qui sopra non è altro

che l’opera nata dall’opera, è ciò che resta, sono gli scarti di un cielo intagliato, i negativi delle

stelle. Rubbi, nella sua ricerca artistica, usa spesso la scienza e qui, oltre a parlarci dell’inesorabile

cambiamento della vita, persino dello Spazio che negli ultimi 2600 anni non è più lo stesso,

ha creato una sorta di antimateria in pietra, che corrisponde per massa alle stelle ed è dunque

una specie di antagonista. È la simmetria dell’opposto, sovrabbondante e ammucchiata in catasta.

È l’hangover dello Spazio, ciò che resta di una gigantesca sbronza chiamata universo.

A cura di Nicolas Ballario

32 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


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RITORNI/1 ALT-J | RITORNI/2 FLEET FOXES | CINEMA SOKO | BREAKING SANTAMANU

Say Hello 2

Heaven, Chris

Dal grunge ai dischi solisti, l’irrequieta

carriera di Cornell, voce di una generazione

e vero eroe del rock. Il nostro omaggio

di Mario Bonaldi

YOU KNOW MY NAME

Chris Cornell

(1964-2017). È stato

il frontman

dei Soundgarden

e degli Audioslave.

FOTO PAUL BERGEN/AFP/GETTY IMAGES

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 35


Chris Cornell è morto il 18 maggio scorso.

Il rapporto del medico legale parla di

suicidio, ma quello che è successo di

preciso nelle sue ultime ore di vita è ancora da

chiarire. L’unica cosa certa è che se n’è andato

un artista che durante la sua carriera ha spinto

il rock verso territori sempre nuovi.

La sua ricerca era iniziata con i Soundgarden

– la più sofisticata tra le band “grunge” uscite

dalla scena di Seattle tra ’80 e ’90. Difficili da

definire: hard rock? Metal? Pop psichedelico?

Tutto questo e oltre, anche grazie alla voce di

Cornell: un’estensione vocale sbalorditiva,

che poteva essere di volta in volta calda, abrasiva,

avvolgente, metallica. Ogni loro album

è diverso: Ultramega OK (1988) è un mix tra

punk e Black Sabbath; Louder Than Love

(1989) è hard rock edonistico alla Zeppelin;

Badmotorfinger (1991) sborda nel prog e inizia

a corteggiare il mainstream, senza risparmiare

assalti come Jesus Christ Pose; Superunknown

(1994) abbraccia rock psichedelico e pop anni

’60 (contiene Black Hole Sun e la perfetta Fell

on Black Days); e il sottovalutato Down on the

1984 Nascono a Seattle i Soundgarden.

il potenziale di questo autore. Che, forse, non

è mai stato raggiunto in pieno – di sicuro non

nei successivi Carry On (2007) e Scream (2009),

prodotto da Timbaland. Qualcosa forse inizia a

cambiare con Songbook (2011), live acustico del

meglio della carriera di Cornell (riascoltatevi

Call Me a Dog e quel crescendo da pelle d’oca

dopo il bridge), e con l’album finale, Higher

Truth (2015): entrambi sembrano il compromesso

felice di chi ha finalmente trovato, forse, un

po’ di pace. Lo stesso succede nell’ultimissima

1991 Consacrazione con l’album Badmotorfinger. 1991 Il side project Temple of the Dog.

1992 Cornell appare (e canta) nel film Singles. 1994 Superunknown, capolavoro dei Soundgarden. 2001 Gli Audioslave con gli ex RATM.

Upside (1996), che continua a sperimentare

verso un rock stratificato e scaleno (Pretty

Noose, Burden in My Hand). In mezzo c’è

stato l’intimo Temple of the Dog (1991), con

la superband omonima (metà Soundgarden,

metà Pearl Jam), scritto da Cornell in omaggio

all’amico Andrew Wood, morto per overdose.

Dopo la reunion dei Soundgarden arriverà poi

King Animal (2012), che pur non riuscendo a

ricreare la magia originaria sembra comunque

degno degli album precedenti.

Quando nel 2001 Cornell si unisce agli ex

1. SOUNDGARDEN “Flower” (1989)

2. TEMPLE OF THE DOG “Hunger Strike” (1991)

3. TEMPLE OF THE DOG “Say Hello 2 Heaven” (1991)

4. SOUNDGARDEN “Outshined” (1991)

5. SOUNDGARDEN “Rusty Cage” (1991)

Rage Against the Machine (orfani di Zack de

la Rocha) per formare gli Audioslave, in molti

rimangono perplessi. Invece, il mix di potenza

e melodia creato da Cornell insieme a Morello

& soci, da collage posticcio di due band

(Soundgarden + RATM) riesce a evolversi nel

giro di tre album in un rock eclettico, pieno di

ispirazioni anni ’60 e ’70.

La carriera solista di Cornell è tanto sfuggente

quanto interessante. Inizia nel 1999 con

Euphoria Morning, un album folk-rock psichedelico

che spiazza i fan, ma ricorda a tutti

15 CANZONI FONDAMENTALI DA RIASCOLTARE

6. CHRIS CORNELL “Seasons” (1992)

7. SOUNDGARDEN “Spoonman” (1994)

8. SOUNDGARDEN “The Day I Tried to Live” (1994)

9. SOUNDGARDEN “Black Hole Sun” (1994)

10. SOUNDGARDEN “Fell on Black Days” (1994)

canzone di Cornell, The Promise (2017), ricercato

ma rassicurante soft-rock, scritta per il

film omonimo – da Seasons (per Singles, 1992)

passando per You Know My Name (per Casino

Royale, 2006), il suo rapporto con Hollywood

è sempre stato positivo.

Ora Cornell se n’è andato, ma si è lasciato dietro

un percorso coerente e molte grandi canzoni.

Quelli che si aspettavano da lui niente meno

che il disco perfetto, si renderanno conto che

esiste già. È sparso dentro l’irrequieta, gloriosa

carriera di uno degli ultimi veri eroi del rock.

11. SOUNDGARDEN “Pretty Noose” (1996)

12. AUDIOSLAVE “Cochise” (2002)

13. AUDIOSLAVE “Like a Stone” (2003)

14. CHRIS CORNELL “You Know My Name” (2006)

15. CHRIS CORNELL “Nothing Compares 2 U” (2016)

FOTO STUART MOSTYN/REDFERNS (1991); PAUL BERGEN/REDFERNS (1994); SUZI PRATT/FILMMAGIC (2001)

36 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


Eravamo

tre amici

al pub

Gli alt-J tornano senza Gwil al

basso e chitarra, ma con un disco,

“Relaxer”, più concentrato

del solito: solo otto pezzi «perché

avevamo delle scadenze». E intanto

fanno progetti per la pensione

di Claudio Biazzetti

C’è questo video bellissimo su YouTube

che si chiama “How to Write an alt-J

Song”. Consiste in due ragazzini strafatti

di erba che, microfono e loop station alla

mano, ricreano da zero le armonizzazioni e i

canti in canone che potreste trovare in una

tipica canzone della band inglese. Fa davvero

ridere, soprattutto perché i due, dilaniati dalla

fame chimica che solitamente viene dopo un

pomeriggio passato a macinare canne, sgranocchiano

gallette di riso per tutto il video.

All’epoca del 2015 diventò tanto virale che

la stessa band, stilizzata con il simbolo delta,

impostò una galletta di riso come immagine

profilo su Twitter. «Ci ha fatto molto ridere»,

confida il tastierista Gus, stravaccato insieme

ai suoi due soci in un pub di Shoreditch, Londra.

«Quei ragazzini stavano solo scherzando,

ma più di una volta i nostri nemici hanno usato

quel video per dire che siamo scontati».

Da allora, gli alt-J hanno attraversato alti e bassi.

Incluso essere mollati da Gwil Sainsbury al

basso. «Che poi lui non era nemmeno un bassista»,

aggiunge Gus, «suonava anche la chitarra.

Ma siccome non siamo mai stati una band con

ruoli definiti, abbiamo deciso di non sostituirlo

quando se n’è andato». Semplicemente, stare

in una delle band alt-rock più acclamate dagli

universitari di tutto il pianeta non faceva per

lui. Gli mancava la sua fidanzata e credeva

sempre più di «vivere una vita che non era la

sua», spiega Joe, il cantante, con un filo di malinconia

nella voce. Loro invece continueranno

imperterriti a tirare avanti la baracca. Almeno

finché si sopporteranno, ci saranno gli alt-J.

«Anche se penso che fra 50 anni sembreremo

i Mumford and Sons», dice Joe, scatenando

le risate nel pub. Lui ci scherza su, ma ha già

fatto piani sulla pensione. Comprerà una casa

Da sinistra, Thom, Gus e Joe, ovvero gli alt-J, suonano in Italia il 28 giugno a “Ferrara sotto le stelle”.

in campagna e una Jaguar, che molto probabilmente

è il sogno di ogni inglese.

Ma non è ancora il momento di appendere i dischi

al muro. Quello di ritorno, Relaxer, arriva

con una formula più concentrata: 8 brani anziché

i soliti 15. «Avevamo delle scadenze, non

potevamo sforare di un altro anno», tenta di

smarcarsi Thom, il batterista. «E poi a me non

piacciono gli album eterni», aggiunge Joe, «soprattutto

oggi che la gente è più interessata alle

canzoni che agli album». In realtà quello che è

piaciuto ai tre nerdazzi è la totale simmetria di

Relaxer. Si divide in due parti da quattro tracce

ognuna e per intero dura 40 minuti precisi.

Un posto importante nella tracklist lo occupa

l’irriconoscibile House of the Rising Sun: non la

prima cover che i ragazzi mettono in un loro

disco, ma di certo la prima che fa aprire un

dibattito su chi sia davvero l’autore del pezzo.

«Potrebbe venire dall’Inghilterra così come

potrebbe essere un vecchio pezzo francese

tradotto poi in inglese dai primi coloni di New

Orleans», dice Joe.

C’è anche un altro pezzo dal titolo inquietantemente

intrigante. Come tutto il disco, fa

molto Radiohead – «Ci hanno anche definito

“i nuovi Radiohead”», dice Gus, «ma chi ha

bisogno di nuovi Radiohead quando hai già

i Radiohead?» – e si chiama 3WW, ma tranquilli

non sta per 3 World War, per quanto,

con Trump al potere, una guerra mondiale

non sembri più una possibilità così remota.

«In realtà sta per “3 Worn Words”, dove

quel “Worn” sta per “consumate”, come un

vecchio paio di scarpe», spiega il tastierista,

specificando che il pezzo in sé non affronta alcun

tipo di guerra se non quella in amore, ma

che sarebbe da stronzi non avere nemmeno

un briciolo di inquietudine con tutte quelle

brutte facce che girano alla Casa Bianca.

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 37


Il pop non è bello se non è...

Dopo sei anni i Fleet Foxes tornano alla grande con un disco che nasce da idee opposte. Il frontman Robin

Pecknold ci parla di come ha ritrovato la voglia di lavorare, e di un certo ex batterista che oggi è una star

Da quando si è tagliato barba e capelli

(la moda hipster sembra passata, per

fortuna), Robin Pecknold, leader dei

Fleet Foxes (sopra, al centro), ha preso ad assomigliare

un po’ a Paul Rudd, l’attore di Ant-

Man e Questi sono i 40 – il classico americano

con faccia da bravo ragazzo, occhi verdi e un

sorriso timido che, nel suo caso, nasconde un

grande talento. Quando lo incontro, si trova

a Milano per promuovere il terzo disco della

band, Crack-Up, proprio nei giorni del Salone

del Mobile, quando la città dà il suo meglio

– o il peggio, se uno soffre di agorafobia.

Pecknold comunque sembra contento, anche

se non è uno che lasci trapelare molto di sé.

Il nuovo album arriva sei anni dopo il precedente

Helplessness Blues. Nel frattempo,

per i Fleet Foxes e per Pecknold sono cambiate

molte cose. Nel 2012 il batterista Josh

Tillman, dopo anni di rapporti difficili con

il resto della band, ha salutato tutti e se n’è

andato per la sua strada, diventando il Father

John Misty oggi celebrato come una sorta di

coscienza satirica dello stardom americano.

(Il suo ultimo disco, Pure Comedy, è stato

suonano semplicemente

classiche, originali, ma ben

inscritte nella tradizione pop

americana, dai Beach Boys

a Crosby, Stills & Nash, da

Neil Young a Simon & Gardi

Mario Bonaldi

pubblicato lo scorso aprile e ha ricevuto lodi

universali). È anche per questa separazione,

forse, che nel 2013 i Fleet Foxes hanno deciso

di prendersi una pausa. Pecknold si è trasferito

a New York per iscriversi alla Columbia

University, e solo lo scorso

anno la band è tornata in studio

per registrare Crack-Up.

Il risultato vale la lunga attesa:

il nuovo disco sembra una

sintesi perfetta tra la solarità

del primo album omonimo

e le atmosfere più dark del

secondo. Se nel 2008 il neofolk

dei Fleet Foxes poteva

anche andare di moda, nel

2017 canzoni di Crack-Up

come Kept Woman e On Another

Ocean (January / June)

CRACK-UP

Il terzo atteso album

dei Fleet Foxes

(Nonesuch Records,

in uscita il 16 giugno)

arriva dopo Fleet Foxes

(2008) e Helplessness

Blues (2011). La band

suonerà a Ferrara per

“Ferrara sotto le stelle”

il prossimo 3 luglio.

funkel, per risalire fino ad Arcade Fire, Animal

Collective e Grizzly Bear.

La cosa più interessante delle canzoni dei

Fleet Foxes è che non sai mai dove ti porteranno:

partono in un modo, ma prendono

spesso svolte improvvise.

Anche i titoli sono spesso

divisi in più parti: «Riflettono

i diversi aspetti del mio modo

di scrivere, le caratteristiche

di ogni componente della

band», dice Pecknold. Com’è

cambiato il suono rispetto ai

due album precedenti? «Di

recente siamo tornati a suonare

le vecchie canzoni, dopo

anni. Ci siamo resi conto che

le nuove hanno qualcosa di

diverso. C’è una sorta di grazia

aggiuntiva... Hanno più

luce», dice. «Fleet Foxes era

idealistico. Il secondo arrabbiato

ed emotivo», continua,

«Questo mi sembra realistico

per certi aspetti, fantastico

38 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


per altri. E più teatrale: ho molte associazioni

visive legate a questo album».

Pecknold e soci hanno cercato di registrare

l’album nel 2013, salvo poi rinunciare e lasciare

in stand-by il tutto. Cosa ha dato la

convinzione per terminarlo, questa volta?

«L’università: i mesi passati a studiare e a

scrivere mi hanno dato finalmente un’etica

del lavoro. Prima ero sempre stato pigro:

dopo qualche giorno di fatica dicevo: “Dio,

come sono stanco”, e mi mettevo sul divano

a guardare la tv. Invece adesso ho scoperto

un’energia nuova: registrare canzoni per tutto

il giorno mi sembra una cosa divertente. Devi

metterti giù e sgobbare, se vuoi fare bene. In

qualsiasi campo. Non si scappa».

Sbaglia il sottoscritto a vedere un’interessante

corrispondenza tra il ritorno dei Fleet Foxes e

la consacrazione di Father John Misty? Due

personaggi, Pecknold e Tillmann, che non

potrebbero essere più diversi: il primo è serio,

introverso e non vede

l’ora di uscire dai riflettori

per nascondersi

dentro le proprie canzoni.

Il secondo è ironico,

melodrammatico e non

ha paura di sfruttare il

proprio personaggio

IL PRIMO DISCO

ERA IDEALISTICO.

IL SECONDO

ARRABBIATO.

‘CRACK-UP’ È SIA

REALISTICO CHE

FANTASTICO

pubblico. Di recente, in un’intervista su questo

giornale, Tillman ha definito una conversazione

tra Pecknold e David Longstreth,

frontman dei Dirty Projectors – tema: lo stato

dell’indie rock – “inutile, pretenziosa e ipercerebrale,

tra due persone che hanno perso

il contatto con la realtà”. Chiedo: è in buoni

rapporti con Tillman? «Non siamo in cattivi

rapporti. Semplicemente non ci parliamo.

Non abbiamo un rapporto», spiega. A me

Father John Misty sembra una versione cinica

e un po’ figlia di puttana (in senso buono) dei

Fleet Foxes – Pecknold non commenta, però

scoppia a ridere. Insisto: ha mai rimpianto anche

solo per un momento di non avere più un

talento come Tillman dentro la band? «No»,

risponde laconico. «Per niente», aggiunge, già

più sulla difensiva.

Ma gli opposti, è noto, non possono fare a

meno di attrarsi a vicenda. E forse in futuro

Pecknold e Tillman, queste due stelle lontane

del pop contemporaneo, decideranno di tornare

a parlarsi e fare musica insieme. Noi non

ci stupiremmo troppo.

LA PLAYLIST DI ROBIN PECKNOLD

Dirty Projectors: I See You; Nina Simone: Do What

You Gotta Do; Alexander “Skip” Spence: Little Hands;

Amen Dunes: Love.

Il baronetto del reggae

ECCO COME UN 67ENNE BIANCO È DIVENTATO IL PADRINO

DELLA CULTURA GIAMAICANA E IL MAESTRO DEI CLASH EUROPEI

David Rodigan era un ragazzino come

tanti altri, nato nel ’51, cresciuto

nella campagne dell’Oxfordshire.

Poi, grazie a una canzone, si è innamorato

della cultura giamaicana e ne è diventato

l’inaspettato padrino inglese e il re incontrastato

dei clash, nati in Giamaica e diventati

fenomeno mondiale grazie a Red Bull e

ai suoi Culture Clash. Alla vigilia dell’arrivo

dell’evento a Milano (il 10 giugno) l’abbiamo

raggiunto per farci raccontare com’è nata

la sua passione e come si affronta la sfida.

RS Ti sei innamorato del reggae grazie a

My Boy Lollipop nel ’64. È stato un colpo

di fulmine?

RODIGAN Non avevo idea di niente, di

questa musica e sicuramente non avevo in

programma di innamorarmene. Ero solo

un ragazzo delle campagne inglesi, avevo

14 anni, giocavo a calcio... Qualche anno

dopo, il mondo dello ska mi ha sommerso:

My Boy Lollipop era già parte di quella

cultura, l’aveva anticipata. Tanti amici non

capivano l’importanza di questo pezzo, per

me era semplicemente bello.

RS E 50 anni dopo la dancehall è ovunque,

da Ed Sheeran a Drake...

RODIGAN Artisti come Drake e Rihanna

amano questa musica, è parte della cultura

di Matteo Zampollo

KING DEL CLASH

David Rodigan

è nato nel 1951. Ha

vinto il Red Bull

Culture Clash

del 2014 a Londra.

black che ha influenzato tanti altri generi.

La conoscono da sempre e hanno deciso di

incorporarla nei loro pezzi, portando un

contributo incredibile. Guarda quello che

ha dato Sean Paul a questa cultura... L’ha

fatta crescere tantissimo.

RS Un altro aspetto di questa cultura sono

i clash. Come li hai conosciuti e come sono

cambiati?

RODIGAN Negli anni ’60 c’erano queste

rivalità tra i soundsystem giamaicani. Era

semplice: il mio suono è più bello del tuo,

le feste che faccio sono più belle delle

tue... Dopo, sono diventate vere battaglie.

Adesso si è trasformato, quello che Red

Bull ha fatto è stato prendere il clash ed esportarlo.

E, come prima, ha aiutato molto

questa cultura. Quello che fanno loro è

un vero Culture Clash, uno scontro tra

diverse culture, oltre i generi musicali. E

sta a te scegliere quale abbracciare.

RS Sei il re dei clash, soprattutto per la

quantità e il gusto che hai nello scegliere i

dubplate. Qual è il tuo segreto?

RODIGAN Non portarne troppi! Non li

suonerai mai tutti: anzi, scegli solo quelli

che il pubblico apprezzerà. Saranno quelli

che ti faranno guadagnare il rispetto dagli

avversari e ti porteranno alla vittoria.

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 39


SOKO

NEL FILM “IO DANZERÒ”, LA CANTANTE E ATTRICE FRANCESE

INTERPRETA UNA PIONIERA DEL TEATRO NEI PRIMI DEL ’900:

UNA DONNA CREATIVA E TORMENTATA. PROPRIO COME LEI

di Roberto Croci a.k.a. La Bestia

Cannot make it, have to go to

N.Y. Come to Echo Park».

Detto fatto. Freeway 405

North, uscita Glendale, @Echo

Park, area storica di gangs latine

femminili, adesso zona hipster di

L.A. Seduta in un bar c’è Soko,

star di Io danzerò, uno dei film più

belli, artistici, emotivi che abbia

mai visto. Due sguardi, due parole,

e il feeling è immediato e reciproco.

RS Come sei riuscita a ottenere il

ruolo di Loïe Fuller in Io danzerò?

Q

SOKO Conosco Stéphanie Di Giusto

da una vita, sin da quando era

fotografa e dirigeva videoclip e

pubblicità. Mi è sempre piaciuta,

perché ha un fuoco speciale negli

occhi, è forte, indomita, non ha

paura di niente. Un giorno mi

ha detto che avrebbe scritto un

film, e mi avrebbe dato la parte

da protagonista. “Sarà una parte

bellissima e fuori di testa, perfetta

per te!”. Dopo anni di ricerca e varie

sceneggiature, Stéphanie mi ha

chiamata e ha iniziato a mostrarmi

A

il materiale che aveva raccolto su

Loïe. Purtoppo tutti i film che si

trovano sulla sua danza raccontano

di altre ballerine, tra cui la

famosa Papinta girata dai fratelli

Lumière, visto che Loïe rifiutava

di farsi filmare. Mi sono commossa

dopo le prime immagini: non era

danza, ma poesia. Per rassicurarmi,

Stéphanie mi disse che, per le parti

dove ballava, avrebbero preso una

ballerina professionista, non dovevo

preoccuparmi. Le risposi semplicemente:

“Fuck you, Stéphanie.

I’ll dance! Non sono una ballerina,

ma se non posso essere io al 100%

in questo film, puoi dare la parte a

qualcun altro!”.

RS Next step?

SOKO Mi ha presentato

alla coreo grafa del

film, Jody Sperling,

che mette in scena il

lavoro di Loïe da più

di 15 anni. È stato

massacrante, ho studiato

danza per mesi,

sette ore al giorno,

every fucking day. Pesi, ginnastica

aerobica e nuoto. Alla fine della

giornata piangevo dal dolore, proprio

come faccio nel film.

RS Sei così naturale nella parte che

viene da chiedersi se le assomigli...

SOKO Loïe era un’artista, non solo

una ballerina. Era una pioniera

della rappresentazione teatrale,

responsabile di 50 persone del suo

staff tecnico, aveva una scuola di

danza dove insegnava la sua tecnica

a chi faceva parte del suo show,

curava scenografie, luci, costumi...

Era un’imprenditrice, ha registrato

persino diversi brevetti. 100%

creativa insomma, ma aveva una

parte autodistruttiva che la faceva

dormire pochissimo, mettendo a

rischio la sua vita e la sua salute.

Tutto perché era votata al suo sogno.

Sì, forse le assomiglio, anch’io

sono sempre stata estrema, sin da

bambina.

RS E com’era Soko da bambina?

SOKO Introversa. Dopo aver perso

mio padre quando avevo 5 anni,

mia madre ha cercato di farmi fare

duemila attività fisiche diverse

per non lasciarmi sola. Lezioni di

OUTSIDER

Soko è nata a Bordeaux

nel 1985. Io danzerò è

al cinema dal 15/6 dopo

l’anteprima (con dj-set)

al Biografilm Festival

di Bologna il 10/6.

piano, danza, equitazione, teatro,

tennis, cose che volevo evitare

perché a quel tempo pensavo non

servissero a niente. Eppure, anni

dopo, mi sono tornate utili sul

set. Oggi sono migliorata, sono

più brava a entrare in relazione

con singole persone, mentre in

un gruppo faccio un po’ cagare,

sono un’outsider che preferisce

stare per conto suo, guardare film

o suonare musica. Mi piacerebbe

leggere, ma faccio fatica, sono

dislessica.

RS Musica: quanto è importante

per te?

SOKO Se non avessi la musica nella

mia testa, sarei già morta. Ho bisogno

di ascoltare musica e anche

di scriverla. Quando

ascolto i Radiohead,

la mia band preferita,

o Elliott Smith,

so che hanno scritto

quelle canzoni, quelle

parole per gente

come me. La musica

è felicità, e mi tocca

nel profondo del cuore. Piango

spesso ascoltando musica e anche

quando la scrivo, perché sono

sempre sincera nei suoi confronti

e tra 10 anni, quando ascolterò

una mia canzone, voglio pensare:

“Fuck, so esattamente come mi

sentivo in quel momento e bastano

poche note per riportarmi

indietro nel tempo, ma allo stesso

tempo proiettarmi nel futuro”.

RS Sei al lavoro su un nuovo disco?

SOKO Sì, ho un titolo che mi piace

ed è significativo, ma per il

momento lo tengo segreto. Non

so quando uscirà, ma adesso ho

tempo da dedicarci. La musica per

me è terapia, ho inciso il mio primo

album perché avevo finito di girare

Augustine, un film difficile nel quale

avevo represso molte emozioni

che sono finite nel mio album di

esordio, I Thought I Was an Alien.

La musica per me si esprime in

questa mia frase : “From every drip

of what I live and my soul and my

pain, an endless pond of sadness”.

La traduzione è libera, a seconda

di quello che state provando in

questo momento.

FOTO VICTOR BOYKO/GETTY IMAGES FOR DIOR

40 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


Dietro il muro del suono

Pensate a una leggenda della musica e state certi che Guido Harari l’ha fotografata. Da Patti Smith

a Lou Reed, da Bob Dylan a Kate Bush, fino a Vasco Rossi, una mostra che è una playlist per immagini

di Francesca Amé

Stavamo chiacchierando, poi Patti si è

seduta, si è tolta le scarpe ed è venuto

fuori questo scatto, che è decisamente

anomalo per una come lei, non molto estroversa».

Era il luglio del ’96 e il fotografo Guido

Harari incontrava Patti Smith a Villa Arconati

di Bollate, vicino a Milano, a margine di un

suo concerto: l’artista era in Italia con la famiglia,

«una tribù viaggiante», ricorda Harari,

che includeva anche l’amico Michael Stipe

dei R.E.M.. Patti si era da poco lasciata alle

spalle un periodo cupo in seguito alla morte

del marito e del fratello: «Stava

rinascendo», spiega Harari, commentando

questo suo scatto che

pubblichiamo in esclusiva. È uno

dei tanti ritratti realizzati nei 40

anni di attività dal fotografo musicale,

tra i mattoni più preziosi e rari esposti ora

in Wall of Sound 10 (dal 17 giugno al 2 settembre

alla Fondazione Bottari Lattes di Monforte

d’Alba, in provincia di Cuneo). Più che una

mostra ci sembra una playlist musicale da urlo.

Ci sono tutti: Kate Bush, Peter Gabriel, Bob

PIEDI PATTI

La Smith nel 1996.

Uno scatto da Wall

of Sound 10

di Guido Harari,

a Monforte d’Alba

dal 17/6 al 2/9.

Dylan, Lou Reed. E i nostri Gaber,

Capossela, Vasco Rossi. L’occhio

dietro la macchina fotografica è

sempre quello di Harari, che in

queste 50 foto, realizzate tra il

1976 e il 2013, riesce a cogliere

l’inaspettato di chi ritrae. «Per fare questo

mestiere serve pazienza, rispetto del lavoro e

dello stato d’animo di chi ti trovi davanti: non

sono mai stato un predatore», ci dice. Vero. Le

sue sono «immagini musicali, piene di poesia e

di sentimento»: lo ha detto Lou Reed.

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 41


L’importante è sbagliare

In mostra a Torino 20 anni di idee di Erik Kessels, olandese icona dell’advertising (ma anche fotografo,

artista...). Un teorico dell’errore felice, che ci invita a consumare le immagini in modi nuovi

di Marco Ruba Rubiola

Pubblicitario. Artista. Fotografo. Designer.

Editore. Gallerista. Eccetera.

Andate a vedere The Many Lives of

Erik Kessels, in mostra a Torino, e provate ad

acchiapparlo, quest’olandese volante classe

’66. Kessels è un pubblicitario onesto e coraggioso,

e dunque creativo per davvero. Dal

1975 dallo studio KesselsKramer, faro per

generazioni di agenzie pubblicitarie di tutta

Europa e provincia, produce senza complessi

un lavoro tra astratto e business, tra concetto

e mercato, tra continue sorprese e il profitto

che queste producono. Celebre la campagna

pubblicitaria per un hotel di pessimo livello,

in cui prometteva un letto in ogni camera, una

colazione scarsa la mattina, e le stesse cacche

di cane del resto di Amsterdam. Onori ed errori.

Perché Kessels è un convinto sostenitore

dello sbaglio felice come possibilità creativa

e anticorpo a una società ossessionata dalla

performance della perfezione. “Se nessuno

sbaglia tutti finiscono nello stesso posto e non

si scopre niente di nuovo”, spiega Kessels nel

volume Failed It!, antologia di errori d’autore.

Una ricerca che, come ci racconta il curatore

della mostra, Francesco Zanot, si fonda su

una sorta di ecologia delle immagini: «Anziché

aumentare il volume di una produzione foto-

grafica che si espande esponenzialmente ogni

giorno, Kessels fonda i suoi progetti sulla ricontestualizzazione

di materiali pre-esistenti.

Ci invita a guardare sotto una diversa prospettiva

immagini nate con un altro scopo,

per attivare nuove letture e nuovi significati.

Archivi di qualsiasi tipo sono il suo serbatoio

privilegiato: scientifici, industriali, album di

famiglia, Internet. Questa mostra è la prima

retrospettiva sul lavoro che ormai da 20 anni

Kessels porta avanti con la logica del riciclo.

Lo spazio espositivo sarà invaso da centinaia

di migliaia di immagini che ci faranno riflettere

sul nostro rapporto con la fotografia».

The Many Lives of Erik

Kessels è in mostra dall’1/6

al 30/7 a Torino presso

CAMERA Centro Italiano

per la Fotografia. In alto: 24

hrs in Photos, installazione,

Foam Amsterdam, 2011.

Qui a fianco: un ritratto di

Erik Kessels; due immagini

dai volumi In Almost Every

Picture #8 (KesselsKramer,

2008) e In Almost Every

Picture #1 (KesselsKramer

e Artimo, 2002).

42 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


MADE BY YOU

“IL REGALO PIÙ BELLO?

DUE BIGLIETTI PER UN CONCERTO!”

MAURO

GRAPHIC DESIGNER

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MARTE & VENERE

“Nessuna donna resiste

ad un riff di chitarra!”

ROCK’N’ROLL

“La chitarra

è la mia migliore amica.”

L’ONDA SONORA

“Perchè la musica

è la mia passione più grande.”


Ben Thatcher

e Mike Kerr hanno

formato i Royal Blood

nel 2013. Hanno

debuttato con

un disco omonimo

nel 2014.

Belle canzoni (e birre buone)

I Royal Blood sono maturati: hanno affillato le armi e inciso “How Did We Get So Dark?”,

il loro secondo disco. Un “pastone” che suona molto rock e che si preparano a portare live a Milano

di Matteo Zampollo

Quando in redazione è arrivata la notizia

dell’uscita di un nuovo disco dei

Royal Blood, abbiamo quasi festeggiato.

C’è una cosa più Rolling Stone di loro?

Fighi, tosti, ruvidi, ma anche estremamente

cool, probabilmente senza nemmeno volerlo.

Dopo il primo disco omonimo, uscito nel

2014, il 16 giugno è in arrivo How Did We Get

So Dark?, sophomore album, dalle tinte più

scure, come si può intuire dal titolo, registrato

in uno studio speciale a Bruxelles, pieno

zeppo di strumenti vintage e un bar sempre

aperto. «Era uno studio incredibile», dicono.

«Ci siamo imposti di fare una decina di tracce

ed è venuto fuori un “pastone” molto rock,

molto duro. Un mix tra madness e darkness.

Tutte le tracce sono dirette e sincere».

Mike Kerr e Ben Thatcher si sono rintanati a

Brighton e da lì ci rispondono, mentre stanno

mettendo a punto gli ultimi dettagli del loro

live. Assicurandoci che restano sempre i soliti

cazzoni beer-fueled. «Il nostro approccio è

sempre lo stesso: vogliamo fare bella musica,

that’s all! Il nostro spirito resta uguale. In breve,

divertirci, bere birre e fare belle canzoni».

Una filosofia essenziale, che già caratterizzava

il breve, ma intenso primo lavoro (32 minuti

È UN ALBUM

DRAMMATICO. DEL

RESTO, GUARDA

IL MONDO IN CUI

VIVIAMO... MA CON

UN PAIO DI PEZZI

POSITIVI

e 33 secondi, divisi in 10 tracce).

«Adesso abbiamo affilato le armi,

siamo più attenti alla struttura dei

pezzi. Ecco, una cosa è cambiata:

azzardiamo di più, osiamo di più,

vogliamo fare più cose diverse.

Abbiamo la consapevolezza che

possiamo fare delle scelte più coraggiose.

In più, siamo anche migliorati in studio,

il lavoro che abbiamo fatto sulla batteria

questa volta secondo noi è davvero efficace».

Spostandosi anche verso un universo che

è molto più cupo rispetto a prima. Non è

difficile intuire il motivo. «Beh, guarda com’è

messo il mondo in cui viviamo, è difficile vedere

il lato positivo della situazione attuale.

Abbiamo puntato su un clima drammatico,

è vero, ma stai tranquillo che ci sono anche

un paio di pezzi positivi, abbiamo usato dei

groove molto sexy, anche».

Confesso al duo che ero tra i più sudati al

loro live di Milano, ormai oltre

due anni fa. E, visto che hanno

appena annunciato un’unica data

italiana (il 2 novembre si esibiranno

al Fabrique di Milano),

siamo sicuri che sarà l’occasione

buona per procurarsi un altro

po’ di lividi.

«Sarà molto divertente, questo di sicuro», dicono

ridendo. «Abbiamo un bel po’ di pezzi in

scaletta ora, diciamo che questa volta durerà

più di mezz’ora. Sarà davvero il nostro meglio.

The cream of the crops, diciamo dalle nostre

parti. Lo potremmo chiamare così, no? Cream

of the crops. Suona bene!»

44 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


Breaking

Santità e bollicine

Ricorda Lana Del Rey, ma quando rappa – nel primo singolo Coca-Cola – è una Baby K che sguazza nella

piscina di Drake. Chi è Santamanu, ennesima dimostrazione che c’è vita (da indipendente) dopo X Factor

di Giovanni Robertini

Abbiamo ascoltato in redazione

tre suoi pezzi – il singolo

Coca Cola e i demo di

California e Cocktail – e, anche

dopo aver visto le foto che ci aveva

mandato la Universal, a più d’uno

ha ricordato un po’ Lana Del Rey.

Glielo abbiamo detto, quando Manuela

Rinaldi è venuta a trovarci:

«Sì, mi sono rivista molto in lei, me

l’ha fatta scoprire mia cugina che

vive a Manchester. C’è una sensibilità

comune, nonostante enormi

differenze, tipo che lei è ricca, io

no». Già, le differenze sono tante

partendo dal fatto che Santamanu

in Coca Cola rappa quasi (una Baby

K nella piscina di Drake): «Mi sono

ispirata a Kanye e Post Malone

e ho messo dentro tutte le mie

esperienze, da quando suonavo

punk a 15 anni nelle cantine fino

ai 5 anni di Conservatorio». Poi ha

mollato e si è messa ad ascoltare la

musica italiana fica che fu, Endrigo,

Tenco. «Compongo in finto inglese

per dargli una metrica hip hop. Mi

piacciono le contaminazioni, credo

si noti anche dall’abbigliamento».

Manu ha una canotta dei Chicago

Bulls (che a Jordan andrebbe stretta,

ma a lei arriva alle caviglie), una

specie di anfibi, degli shorts e stop,

ma l’hip hop certamente si nota soprattutto

dai nomi dei produttori:

The Ceasars, 2nd Roof e Vernetti,

ovvero uno dei coach di X Factor,

a cui Manuela aveva partecipato

come metà dei Frères Chaos nella

sesta edizione: «Lì ho imparato

come gira il mondo. E che va preso

per quello che è, un talent e basta».

Dopo quell’esperienza ci sono stati

anni di lavoro e, grazie a Gabriele

Minelli, l’arrivo in Universal con

il progetto Santamanu. Le chiedo

come è nato il nome. «Quando è

venuta a mancare mia nonna, una

persona importante – religiosa,

rock&roll, indipendente e cool –

mi sono ricordata di ciò che mi

aveva detto: se fossi riuscita a fare

artisticamente quello che volevo

avrei dovuto usare il mio nome. Ci

ho messo “Santa” davanti, significa

“inviolabile”, ovvero che Manu

non accetta di mettere in discussione

il suo modo di essere e di fare». E

pare sia vero, visto che decide tutto

lei: musiche, testi, pure i videoclip.

SOGNANDO KANYE WEST

PARLA (QUASI) SEMPRE DI SESSO, MA DICE DI NON ESSERE UN’ESPERTA.

TOMMY GENESIS È LA BAD GIRL DELL’HIP HOP, PASSATA DALL’ARTE

IN ALTO, FOTO MATTIA ZOPPELLARO

La prima cosa che noti ascoltando Tommy

Genesis è la quantità di allusioni sessuali più

o meno esplicite nei testi. «La gente pensa

che se parlo di figa sono un’esperta, ma è

tutto l’opposto», spiega un po’ concitata la

giovane rapper canadese, adagiata graziosamente

sul divano di un hotel a cinque stelle.

«Si contano davvero sulle dita di una mano le

persone con cui sono stata a letto».

Quello che la gente non capisce è che le sue

rime esplicite non sono altro che un modo

per esplorare una sessualità che ancora non

l’ha convinta del tutto — già il nome che si è

scelta sulle prime potrebbe sembrare quello

di un uomo, ma sta proprio lì la provocazione.

«Non sto facendo finta, né lo faccio per

farmi pubblicità. È proprio una roba mia».

Una volta dipingeva e faceva sculture, ma

ora non ha più tempo. Nessuna lamentela,

però. Il tempo che non ha più da dedicare

alle proprie passioni ora Tommy se lo passa

in giro per il mondo fra palchi, hotel e aerei.

Si sente ancora lontana dalla vetta, però.

«Segnatelo da qualche parte», dice.

«Un giorno vedrai il mio nome su un pezzo

di Kanye West». Claudio Biazzetti

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 45


«Noel? È il nuovo Robbie Williams» – Liam è sempre gentile nei confronti del fratello: la pace in casa Gallagher sembra essere ancora parecchio lontana

Random Notes

ADOOORO!

BRAVO E BELLO,

______

FIDATEVI

______

Ok, quando strabuzza

gli occhi così forse

non è il massimo

della vita, ma Robert

Pattinson è sempre

un bel vedere per

il pubblico femminile.

E, ultimamente, sta

diventando anche

garanzia di qualità:

il suo Good Time,

presentato a Cannes,

è una bellissima

crime story.

DUE COLOSSI IN DIFESA Complici un paio di date

in Italia, i colossi del wrestling WWE si sono presi

qualche ora di libertà per visitare la sede della

Roma. Qui Cesaro e Sheamus con mister Spalletti,

che sembra approvare i nuovi acquisti.

NO SMOKING SIGN

Chissà se la passerella

di Cannes è una zona

in cui è vietato fumare...

Nel caso, però, pare

che nessuno osi dirlo

al Maestro David Lynch,

presente al festival

per presentare la sua

ultimissima fatica

(televisiva), Twin Peaks.

IN QUESTA PAGINA, DALL'ALTO IN SENSO ORA-

RIO, FOTO TRISTAN FEWINGS/FRENCH SELECT;

MATTHIAS NAREYEK/GETTY IMAGES; JANICE

MERSIOVSKY; STEPHANE CARDINALE - CORBIS/

CORBIS VIA GETTY IMAGES

46 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


Il debutto

di Regina

Riri

È arrivata (quasi) a sorpresa

Rihanna sul tappeto rosso

di Cannes. E ovviamente tutti

gli obiettivi dei fotografi

si sono spostati su di lei.

Anche perché si è impegnata

non poco a farsi notare:

abitone bianco da principessa

e gioielli abbondanti.

DALL'ALTO, IN SENSO ORARIO, FOTO KRISANNE JOHNSON/ RED BULL CONTENT POOL; INSTAGRAM @SNOOPDOGG; MAX CISOTTI/AMFAR2017; ANTONY JONES/GETTY IMAGES

UN BACIO SULLA CROISETTE Michel

Hazanavicius e Bérénice Bejo sono

gli unici che riescono a conquistare

la critica d’élite e i giornali di gossip.

Una notte al museo

Solange Knowles conferma di aver preso tutti i migliori geni

della famiglia, visto il super spettacolo che ha messo in piedi

negli spazi del Guggenheim di New York. Si chiama An Ode

To ed è una via di mezzo tra un'installazione artistica e un

concerto, che ricostruisce il suo ultimo (bellissimo) disco,

regalandogli una nuova vita. Il dress code per gli invitati – tra

cui parecchi VIP – era il total white, come si può intuire.

since2015

SNOOP DOGG

MONTHLY MAGAZINE

since2015

UNA CENA PER BENEFICENZA Cosa ci fanno allo

stesso tavolo un imprenditore italiano (Remo

Ruffini), un pilota inglese (Hamilton), un attore e

un’attrice americani (Will Smith e Jessica Chastain)

e una top model ceca (Petra Němcová)? Non è una

barzelletta, ma l’after party dell’Amfar a Cannes.

I BEI VECCHI TEMPI

Non sappiamo di cosa abbiamo più nostalgia: delle

giovanissime gemelle Olsen o di quei boccoloni sulla testa

del nostro Snoop. E non fare quella faccia da furbetto,

abbiamo visto benissimo cosa c'è applicato sul calice.

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 47


Cartellone

ARRIVA L’ESTATE E I GRANDI FESTIVAL, ZEPPI DI NOMI INTERNAZIONALI, DAGLI I-DAYS DI MONZA AL NUOVO POLO

FIORENTINO. IN PIÙ, IL MAXI-LIVE DEI GUNS N’ROSES, IL RITORNO DI BATTIATO, OLTRE A TANTE MOSTRE ED ESIBIZIONI

CONCERTI

Mario Venuti

INFO puntoeacapo.uno

5/6 Colle Sannita (Bn) - Piazza Flora

16/6 Catania – Corte Platamone

Five Finger

Death Punch

INFO vertigo.co.it

6/6 Milano - Alcatraz

Japandroids

INFO comcerto.it

6/6 Padova - Parco della Musica

7/6 Milano - Santeria Social Club

Hanson

INFO barleyarts.com

7/6 Milano - Fabrique

The Black Angels

INFO radarconcerti.com

7/6 Brescia - Latteria Molloy

8/6 Bologna - Locomotiv Club

Sherwood Festival

Lo Stato Sociale, Dente,

Brunori SAS…

INFO sherwood.it

Dal 7/6 Padova - Park Nord

Stadio Euganeo

Daddy Yankee

INFO livenation.it

9/6 Marina di Varcaturo (Na) - Ammot

11/6 Milano – Milano Summer Festival

15/6 Roma - Fiesta

Salmo

INFO vivoconcerti.com

9/6 Bari – Medimex

23/6 Fontaneto d’Agogna (No)

Phenomenon

30/6 Bellagio (Co) – Lido di Bellagio

Milano Summer

Festival

Major Lazer, Daddy Yankee, Halsey…

INFO milanosummerfestival.it

Dall’11/6 Milano - Ippodromo San Siro

Diamanda Galás

INFO flowersfestival.it

9/6 Collegno (To) – Lavanderia

a Vapore

L’anteprima del Flowers Festival

è con l’unica data nazionale della

performer americana. Si inserisce

all’interno della sezione del Festival

dedicata al lato oscuro della mente.

Tiziano Ferro

INFO livenation.it

11/6 Lignano Sabbiadoro (Ud)

Stadio G. Teghil

16, 17 e 19/6 Milano - Stadio San Siro

21/6 Torino - Stadio Olimpico

24/6 Bologna - Stadio Dall’Ara

28 e 30/6 Roma - Stadio Olimpico

Bruno Mars

INFO livenation.it

12/6 Casalecchio di Reno (Bo)

Unipol Arena

15/6 Assago (Mi) - Mediolanum Forum

Green Day

INFO dalessandroegalli.com

14/6 Lucca - Lucca Summer Festival

Simple Plan

INFO indipendente.com

14/6 Padova - Gran Teatro Geox

16/6 Milano - Fabrique

I-Days

Justin Bieber, Linkin Park, Radiohead

INFO idays.it

15, 16, 17, 18/6 Monza - Autodromo

Nazionale

Radiohead

INFO livenation.it

14/6 Firenze - Visarno Arena

16/6 Monza - I-Days

Thom Yorke e soci finalmente

in Italia con una doppia data per

presentare il loro ultimo disco

A Moon Shaped Pool.

Sfera Ebbasta

INFO thaurus.it

7/6 Piacenza – Villa Visconti

8/6 Bergamo – Setai

10/6 Ghedi (Bs) - Florida

10/6 Senigallia (An) - Mamamia

11/6 Roma – Ginnika Festival

13/6 Como – Made Club

Slayer

INFO vertigo.co.it

8/6 Milano – Alcatraz

Jasmine Thompson

INFO vivoconcerti.com

8/6 Milano - Santeria Social Club

Aspettando Metarock

Levante, The Zen Circus,

Bobo Rondelli…

INFO metarock.it

Dall’8 al 10/6 Pisa

Piazza dei Cavalieri

Guns N’Roses INFO livenation.it | 10/6 Imola (Bo) – Autodromo

Sarà un evento imperdibile per gli amanti del rock: nell’arena XL

dell’Autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola sbarca la band di Axl Rose.

L’ultima volta erano arrivati (con una formazione “rimaneggiata”) nel 2012.

American

Football

INFO radarconcerti.com

15/6 Segrate (Mi) - Circolo Magnolia

Rumors Festival

Tony Bennett, Francesco Gabbani…

INFO eventiverona.it

Dal 16 al 19/6 Verona – Teatro Romano

Luglio Suona Bene

Bastille, Michael Kiwanuka,

The Beach Boys…

INFO auditorium.com

Dal 17/6 Roma – Auditorium

Parco della Musica

Spilla Festival

Rag’n’Bone Man, Wrongonyou…

INFO spillafestival.it

Dal 19/6 Ancona – Mole Vanvitelliana

48 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


GruVillage

J-Ax & Fedez, Francesco Gabbani,

Jess Glynne…

INFO gruvillage.com

Dal 19/6 Grugliasco (To) - Arena

Esterna Le Gru

Eddie Vedder

INFO livenation.it

24/6 Firenze – Firenze Rocks

26 e 27/6 Taormina (Me)

Teatro Antico

Just Music Festival

Nicolas Jaar, Rag’n’Bone Man…

INFO justmusicfestival.it

Dal 20/6 Roma – varie location

Machine Gun

Kelly

INFO livenation.it

20/6 Sesto San Giovanni (Mi)

Carroponte

Il frontman dei Pearl Jam arriva in

Italia con tre live imperdibili, per la

prima volta come solista. A Firenze

saliranno sul palco con lui anche

The Cranberries e il cantautore

irlandese Glen Hansard. Le date

italiane chiudono un breve tour

europeo che lo vede impegnato

già da fine maggio, con due

appuntamenti ad Amsterdam.

IN QUESTA PAGINA, DALL’ALTO IN SENSO ORARIO FOTO KEVIN MAZUR/WIREIMAGE, IKKA MIRABELLI, ARIANNA CAROTTA

Ferrara sotto le stelle

Agnes Obel, Alt-J…

INFO ferrarasottolestelle.it

Dal 20/6 Ferrara – varie Location

Placebo

INFO livenation.it

21/6 Taormina (Me) – Teatro Antico

23/6 Firenze – Firenze Rocks

Damian Marley

INFO vertigo.co.it

22/6 Sesto San Giovanni (Mi)

Carroponte

23/6 Roma - Postepay Sound Rock

in Roma

24/6 Gallipoli (Le) - Parco Gondar

26/6 Bologna - Estragon

Postepay Sound

Rock in Roma

Samuel, Daniele Silvestri…

INFO postepaysound.it

Dal 23/6 Roma – via delle Capannelle

Franco Battiato

INFO internationalmusic.it

23/6 Palermo - Teatro Politeama

25/6 Carpi (Mo) – Piazza Martiri

26/6 Roma – Terme di Caracalla

28/6 Pistoia – Piazza Duomo

Elio e le Storie Tese

INFO fepgroup.it

23/6 Loano (Sv) – Piazza Italia

30/6 Legnano (Mi)

Rugby Sound Festival

IL MEGLIO DI MAGGIO

THEGIORNALISTI

In una data completamente sold-out, al di là delle polemiche, la band di

Tommaso Paradiso si conferma una delle realtà più trascinanti d’Italia.

Con ritornelli da cantare a squarciagola per tornare tutti adolescenti.

The Cranberries

INFO livenation.it

23/6 Piazzola sul Brenta (Pd)

Postepay Sound Piazzola sul Brenta

24/6 Firenze – Firenze Rocks

26/6 Roma – Luglio suona bene

27/6 Cattolica (Rn) – Arena

della Regina

Antifestival

Canova, Nobraino...

INFO antifestival.it

Dal 23/6 Cannaiola (PG) - via dei Prati

Postepay Sound

Piazzola sul Brenta

2cellos, The Cranberries…

INFO postepaysound.it

Dal 23/6 Piazzola sul Brenta (Pd)

Anfiteatro Camerini

Firenze Rocks

Aerosmith, Eddie Vedder,

System of a Down…

INFO firenzerocks.it

Dal 23 al 25/6 Firenze

Visarno Arena

Devendra Banhart

INFO vivoconcerti.com

24/6 Milano - Auditorium

Le Luci della Centrale

Elettrica

INFO godzillamarket.it

24/6 Padova – Parco della Musica

29/6 Pavia – Castello Visconteo

Depeche Mode

INFO livenation.it

25/6 Roma – Stadio Olimpico

27/6 Milano – Stadio San Siro

29/6 Bologna - Stadio Dall’Ara

Sean Paul

INFO indipendente.com

27/6 Padova – Gran Teatro Geox

Niccolò Fabi

INFO barleyarts.com

28/6 Carpi (Mo) – Piazza dei Martiri

30/6 Napoli – Castel Sant’Elmo

Badbadnotgood

INFO radarconcerti.com

28/6 Padova – Parco della Musica

29/6 Segrate (Mi) – Circolo Magnolia

The 1975

INFO indipendente.com

29/6 Milano - Fabrique

Hans Zimmer

INFO vivoconcerti.com

29/6 Assago (Mi)

Mediolanum Forum

Brunori Sas

INFO picicca.it

30/6 Milano - Carroponte

Dario Brunori prosegue nel suo

straordinario momento d’oro

con una data nel calendario

dell’edizione 2017 di Carroponte,

a Sesto San Giovanni (Mi).

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 49


a cura di Francesca Amé

Cartellone

EROS

Tinto Brass

negli scatti di

Gianfranco Salis

dall’1/6 al 29/7

Bologna – Ono Arte Contemporanea

INFO onoarte.com

Che cosa succedeva sui set del

trasgressivo Tinto Brass? Ce lo

racconta Salis, fotografo di scena

del mitico regista dell’eros, con

scatti che, da Monella a Hotel

Courbet, raccontano una storia

unica: in fondo, “eros è civiltà”

(cit. Tinto Brass, ovvio).

ARTISTAR

Odyssey

Un progetto di Ai Weiwei

per Palermo

fino al 20/6 Palermo – Zac Zisa Arti

Contemporanee

INFO amnesty.it

Torna in Italia Ai Weiwei e lo fa

per Amnesty International. In

collaborazione con l’associazione

umanitaria, porta una nuova

installazione negli spazi della Zisa:

1.000 metri quadrati dedicati ai

profughi del mondo, che l’artistar

cinese continua a mettere al centro

della sua produzione creativa.

FOTOGRAFIA

Pier Paolo Pitacco

Urban Nightmares

dal 1/6 al 22/9

Milano - Whitelight Art Gallery

INFO whitelightart.it

Tra le tante cose, Pier Paolo Pitacco è il

direttore artistico di Rolling Stone. Qui è

nei panni di fotografo, presentando una

storia ipnotizzante, dove gli spazi urbani

sono protagonisti di metaforici incubi.

MIGRAZIONI

La terra inquieta

fino al 20/8 Milano – Triennale

INFO triennale.org

Siete di quelli che pensano

che l’arte contemporanea sia

inutile? Entrate alla Triennale,

per ammirare la mostra che

Massimiliano Gioni ha curato

per la Fondazione Trussardi.

L’arte è, oggi più che mai, politica:

è la sola in grado di riflettere

le contraddizioni del presente.

NOVECENTO

Amore e rivoluzione

Coppie dell’avanguardia russa

dall’1/6 all’1/10 Nuoro – Man

INFO museoman.it

La rivoluzione bolscevica scaldò i cuori degli artisti.

Una mostra originale che ripercorre, nel centenario

della celebre rivoluzione d’ottobre, le coppie di artisti

che ne furono interpreti. La più celebre? Varvara

Stepanova e Alexander Rodchenko.

ICONE

Lucienne Bloch

Dietro la vita di Frida Kahlo

fino all’1/7

Roma – Thesign Gallery

INFO thesignsrl.com

76 immagini di quelle che non

possono lasciare indifferenti:

la mitica Frida Kahlo è ripresa

dal fotografo e amico Bloch

nel suo mondo messicano.

Bianco e nero di gran classe.

FOCUS

Stefano Cerio

Night Games

dall’11/6 al 30/7

Torino – Camera

INFO camera.to

Che succede nei parchidivertimento

quando sono

chiusi? Eccole, le spettacolari

immagini, di cui molte in maxi

formato, scattate da Cerio nei

luoghi di divertimento di massa.

50 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


ASTRATTO

Judy Pfaff

Abstract poetry

fino al 2/7 Capri – AICA

INFO ai-ca.com

Prima personale italiana dell’artista inglese

che porta a Capri una trentina di lavori

su carta, tra collage, tempere e fogli: un

assemblaggio super colorato, un disordine

solo apparente. Bella scoperta.

COMICS

BGeek Fest

dal 9 all’11/6 Bari - Palaflorio

INFO bgeek.it

Tre giorni all’insegna di fumetti,

cinema e serie tv, a Bari, con lo street

artist Solo, autore del manifesto

che vedete, e Kaho Akyama, autrice

del manga Lupin III.

SCULTURA

Gehard Demetz

Introjection

dal 23/6 al 10/9 Roma – Macro

INFO museomacro.org

Il bolzanino Demetz, 45 anni, e le

sue sculture coraggiose: l’arte

contemporanea vira sul digitale?

E lui usa solo legno di scarto.

ANIMAZIONE

Bergamo Toons

dal 22 al 24/6

Bergamo – vari spazi della città

INFO facebook.com/BergamoToons

La città del grande Bruno Bozzetto

organizza un festival dell’animazione

e invita, tra gli altri, David Silverman,

animatore de I Simpson.

VINTAGE

Ottanta nostalgia

I mitici Ottanta tra tormentoni,

successi, moda, cartoni e fumetti

fino al 1/10

Milano – Wow Spazio Fumetto

INFO museowow.it

Attiviamo la macchina del tempo e

perdiamoci tra i fumetti di Andrea

Pazienza, i poster degli Wham, giochi

in scatola, videogames (Pac Man e

non solo). Operazione nostalgia?

Semmai gentile omaggio a chi quegli

anni non li ha vissuti…

PERFORMANCE

Gérard Rancinan

Revolution

fino al 31/10 Venezia – Bel Air Fine Art

Guggenheim

INFO temporaryart.it

Rancinan rilegge opere classiche

come La zattera della Medusa di

Géricault e le rende contemporanee.

NEL MONDO

ITALIAN MOVIE A NYC

La Grande Mela si chiede

dove stia andando il cinema

italiano: un festival con una

selezione delle pellicole di

maggior successo della stagione,

intervallate da lavori

di nicchia e piccole produzioni

indipendenti. Open roads:

new Italian Cinema 2017.

Dall’1 al 7/6.

INFO filmlinc.org

PINK FLOYD A LONDRA

Non è una mostra, è un’esperienza.

Al Victoria and

Albert Museum di Londra

Pink Floyd Exhibition: Their

Mortal Remains è un viaggio,

in 50 anni di musica e 200 milioni

di dischi venduti, nella

storia della band più iconica

del ’900. Imperdibile? Di più.

Fino all’1/10.

INFO pinkfloydexhibition.

com/

TILLMANS A BASILEA

Alla Fondation Beyeler di

Basilea arriva la grande personale

di Wolfgang Tillmans

e subito la fotografia prende

a braccetto la musica elettronica.

Si entra nella magia del

suo studio per non uscirne

più. Fino all’1/10.

INFO fondationbeyeler.ch

RITRATTO

David Hockney

82 portraits and 1 still-life

dal 24/6 al 22/10

Venezia – Ca’ Pesaro

INFO capesaro.visitmuve.it

Hockney, inglese trapiantato a L.A,

ritrae “il grande circo dell’arte”:

mercanti, collezionisti, artisti.

COLLETTIVA

Il passo sospeso. Esplorazioni del limite

dal 24/6 al 3/9 Lucca – Fondazione Ragghianti INFO fondazioneragghianti.it

Dentro le mura di Lucca, una collettiva con nomi top dell’arte contemporanea

(Marina Abramovic, Santiago Sierra, Michelangelo Pistoletto...) per esplorare il

concetto di limite e di confine. Alla Ragghianti, un altro evento di qualità.

ARTE AFRICANA A PARIGI

Che l’Africa e l’arte africana

fossero di tendenza ce lo dicono

le vetrine delle gallerie

di Parigi e soprattutto la Fondation

Louis Vuitton con

la sua mostra-evento Art/

Afrique, Le nouvel atelier (la

sede del museo, con vista su

tutta Parigi, vale da sola la

visita). Fino al 28/8.

INFO fondationlouisvuitton.fr

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 51


SIAMO SOLO NOI

FOTO SIMONE CECCHETTI/CORBIS VIA GETTY IMAGES

Caro Vasco, posso

chiamarti nonno?

Lorenzo Rossi è il figlio che il Blasco ha

avuto da Gabri (sì, quella della canzone):

il 29 aprile gli ha regalato una nipote.

E a “RS” assicura che il 1° luglio

sarà sotto il palco a Modena a fare il tifo

TESTO TIZIANA SABBADINI – FOTO JACOPO EMILIANI

52 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


VA BENE COSÌ

Lorenzo Rossi Sturani,

31 anni, figlio di Vasco,

con la moglie Carlotta,

anche lei 31 anni,

e la loro figlia Lavinia,

nata il 29 aprile.

BBologna, terzo piano senza ascensore: sul ciglio della porta ci apre Vasco rossi

di trent’anni fa. stesso taglio degli occhi, la fronte rotonda, la Bocca Ben disegnata,

ma un sorriso troppo cordiale rispetto all’originale.

Anche i capelli rasati, la voce spedita e per niente ruvida, raccontano che si tratta di un

Rossi, ma non di quello là, che nel 1987 cantava C’è chi dice no. È Lorenzo Rossi Sturani,

31 anni dal 5 giugno, figlio di Vasco e Gabriella Sturani: il Kom l’ha riconosciuto 14 anni fa

e Lorenzo gli ha appena regalato una nipotina, Lavinia, avuta dalla sua compagna Carlotta.

Anche Lavinia ha il marchio di fabbrica Rossi, gli occhi del nonno. Che l’hanno già vista:

«Gliel’ho portata nel suo studio di Bologna. Vedendo le manine dalle dita lunghe, papà ha

detto: “Diventerà molto alta”».

Già, nonno Vasco, a 65 anni sta preparando il concerto del primo luglio al Parco Ferrari di

Modena, quello dei 40 anni di carriera: «L’ho visto bello attivo, divertito. È più in forma

di me, si allena ogni giorno con il personal trainer, camminate sui colli e chilometri in bici

per questo concerto one shot one kill: deve cantare a colpo sicuro. Non ha tempo di dire:

“La prossima volta la faccio diversa, questa nota qua”. Sarà sul palco tre, quattro ore, una

specie di Woodstock». Poi per il 2017, stop. Ma non è un addio alle scene: «Ci saranno

altri concerti, normali però. Un’altra Woodstock? Quando avrà 80 anni».

Dopo Modena, il Blasco avrà tempo per la famiglia allargata: la moglie Laura Schmidt e loro

figlio Luca, Lorenzo e Carlotta con Lavinia, il primogenito Davide, nato nel 1986 come

Lorenzo, ma da un’altra mamma.

IN CUFFIA: “SALLY”, VASCO ROSSI

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 53


SIAMO SOLO NOI

RS Anche tuo fratello Davide ha avuto un

bambino, Romeo, nel 2014. Grazie a te, il Kom

è nonno per la seconda volta.

LORENZO Lavinia, però, è la prima femmina di

casa Rossi. Papà ha avuto tre maschi e poi è

arrivato Romeo. Questa nipotina lo ha reso

felice, me l’ha detto lui: “Ci voleva una donna

in famiglia, eh”.

RS Tu e Davide siete nati nello stesso anno:

perché Vasco ha riconosciuto lui subito e te,

invece, dopo così tanti anni?

LORENZO Mia mamma era piccolina, aveva 16

anni quando s’era messa con Vasco, che era

già famoso per Bollicine o Siamo solo noi, e

un anno e mezzo dopo sono nato io. Forse

Gabri non si rendeva bene conto di quello che

stava succedendo, aveva paura che un uomo

così potente le potesse togliere il bambino. E

non gli ha chiesto di riconoscermi. Mi voleva

proteggere, tenermi con sé. Che ci può anche

stare, visto dalla parte di una mamma. Vasco

non s’era opposto.

RS Tua madre, nel 2013, ha detto che Rossi l’aveva

lasciata quando aveva saputo che ti stava

aspettando. Ti ha fatto male leggerlo?

LORENZO No, perché non so neanche se fosse

vero. Negli anni mi è stato detto che, prima di

me, mamma aveva perso un bambino o forse

avevano paura di farlo nascere. Credo fossero

dispiaciuti, addolorati per quello che era successo

e subito dopo hanno fatto me.

RS Forse eri nei loro desideri.

LORENZO Ormai “va bene così", come canta

mio padre.

RS L’anno dopo la tua nascita lui s’è messo con

Laura in modo stabile.

LORENZO Anche questo è stato abbastanza

tosto, visto da casa nostra.

RS Come sono stati i tuoi primi anni?

LORENZO Eravamo una bella famiglia, abitavamo

in un appartamento gigante sotto le

Due Torri: mamma, mia zia, i nonni, i cugini.

Non sentivo la mancanza di un papà. C’era

nonno Lucio che mi portava sempre in giro,

mentre mia madre lavorava in un negozio di

abbigliamento.

RS Nel 1990, quando Vasco cantava Liberi

liberi, il settimanale di gossip Novella 2000

aveva fatto lo scoop: Blasco aveva un bambino

segreto di 4 anni che viveva con la mamma Gabriella.

Quel servizio aveva dato un dispiacere

alla vostra famiglia?

LORENZO Ho visto quella rivista girare in casa

per anni. Ci sono io per strada in braccio alla

zia, avevo un bomberino nero. Di quell’attimo

non ricordo niente. Però la mia famiglia non

era stata segnata, io sono cresciuto sapendo

che mio padre era Vasco e in città la storia si


IO SONO

CRESCIUTO

SAPENDO CHE

MIO PADRE

ERA VASCO


UN SENSO A QUESTA VITA

Lorenzo Rossi è figlio di Maria Gabriella Sturani

ed è stato riconosciuto da Vasco nel 2003.

Oggi lavora come social media executor alla

Best Union, colosso della biglietteria elettronica.

54 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


conosceva. Era tutto vero. Solo a scuola i miei

compagni non ci volevano credere.

RS Com’è andata l’adolescenza?

LORENZO A Bologna avevo i miei amici, andavo

bene a scuola. Tutto a posto anche con

il nuovo compagno di mamma. Poi ci siamo

trasferiti in un paesino in provincia di Ferrara,

è nata la mia amata sorella Carlotta e mamma

s’è lasciata con il suo uomo. È cominciato un

periodo devastante.

RS Allora avevi 12 anni: sapevi che la canzone

Gabri parlava di tua madre? Il testo racconta

la passione ed è esplicito nelle scene di sesso:

ti imbarazzava?

LORENZO Sapevo tutto, ma allora ero piccolo,

non capivo le parole. Ma anche da grande non

mi turbano. Forse mi sono abituato. Però, nei

periodi in cui ho fatto il dj non l’ho mai trasmessa:

neanche l’anno scorso quando, grazie

a Biagio Antonacci, ho lavorato a Punto Radio,

quella fondata da mio padre nel ’75.

RS Come vivevi in provincia a 12 anni, quando

c’era il Blasco di Io no?

LORENZO Nella mia cameretta: stanza-bagnostanza-bagno.

Ascoltavo la radio per passare

i minuti. Per fortuna dovevo occuparmi della

mia sorellina, che era indifesa: la portavo a

scuola, cucinavo per lei, una pasta e due uova

le sapevo fare. Mamma, con i problemi che aveva,

non poteva badarle. Poi, per pagarmi delle

cavolate, tipo merendine o videogiochi, facevo

dei lavoretti, dall’aiuto-piastrellista al barista.

Ma stavo male, non andavo più a scuola.

RS Eri isolato.

LORENZO Andavo in giro con i capelli lunghi

e sporchi, le scarpe distrutte. I ragazzi mi

prendevano in giro, loro avevano tutti le stesse

scarpe, le stesse magliette, facevano gruppo.

Non mi volevano o ero io che non volevo loro.

Mi sentivo solo. Mi capitava di ascoltare mio

padre alla radio, ma era un passatempo. Non

pensavo a lui, non pensavo a niente. Volevo

chiuderla lì, farla finita con la vita.

RS Droga, alcol?

LORENZO No, niente. Ho bevuto alcol solo

dai 20 anni in poi. Prima non potevo, avevo

una figura in casa che lo faceva e non volevo

diventare come lei.

RS Come sei riuscito a “dare un senso a questa

vita”?

LORENZO Ho trovato una maestra di Ferrara

che, con sensibilità e coccole, mi ha tenuto lì

con la testa. Sapeva di mio padre, perché gliel’aveva

detto mamma. Mi ha aiutato a riprendere

un po’ di fiducia. Poi la svolta. Avevo 14 anni,

in tv passavano un video di Vasco, Siamo soli.

RS Dove dice: “Tutto può succedere”.

LORENZO Mi giro verso mamma: “È possibile

conoscerlo?". Non ricordo di avere mai desiderato

incontrarlo, prima. Gabri era rimasta in

contatto, so che gli spediva le mie pagelle. La

settimana dopo ho appuntamento con Vasco

nei suoi uffici di Bologna. Ero curioso di vedere

mio padre: del cantante in quel momento

non me ne fregava niente. Ci siamo guardati.

Vedevo un omone grande che camminava un

po’ così. Un incontro freddo. Da capire. Mi

spiegò che serviva l’esame del Dna, per legge.

Il prelievo me l’avrebbe fatto un suo amico, il

dottor Giovanni Gatti.

RS Poi vi siete rivisti.

LORENZO Dieci giorni dopo, stesso studio.

Sempre io, mamma, lui. Sul tavolo c’era una

busta aperta. Mio padre è uno come me, non

riesce ad aspettare le cose. Sembrava contento

che nella busta ci fosse scritto che era mio

padre. Tutti e tre avevamo gli occhi rossi, le

lacrime. Uscita la notizia, le tv mi cercavano

anche a scuola. Ma nel paesino di Ferrara

mi additavano, insultavano, qualcuno mi ha

sputato.

RS Invidia? O perché avevi osato turbare

l’idolo?

LORENZO Non so, ma erano sputi

veri. Per fortuna mio padre mi ha

fatto un discorso. “La prima cosa

che dobbiamo fare, per avere

fiducia tra noi, è che tu riprendi

gli studi, perché serve a te”. Mi

sono messo a testa bassa, ho

recuperato due anni in uno. Ho

anche unito alcuni anni delle

superiori e mi sono diplomato

ragioniere, come papà. Ho fatto

felice lui. E me.

RS Anche tua madre.

LORENZO A mia madre voglio bene, ma non

reggevo più niente in casa, a parte Carlotta.

Avevo 18 anni, ho spiegato bene a papà perché

stavo male e volessi andarmene. Fortuna che

ha capito e mi ha preso un appartamento a

Ferrara: “Queste sono le chiavi". Gli pagavo

l’affitto con i miei lavoretti. Intanto però volevo

studiare. Lui mi voleva notaio. Va beh,

notaio... Ho scelto di iscrivermi a Scienze della

Comunicazione, a Bologna.

RS Come tuo padre: aveva già la stessa laurea,

ma honoris causa.

LORENZO Lavoravo per mantenermi: barista

e segretario nello studio del mitico Gatti, che

non mi faceva mai mancare un sorriso, un

abbraccio. Sono stato anche a casa sua per

Natale, con la sua famiglia. Dopo tre anni, mi

sono laureato, con tesi su papà: Vasco 2.0, l’era

del clippino.

RS Si è inventato i clippini quando stava male.

CHI È GABRI

Maria Gabriella

Sturani è la madre di

Lorenzo, fidanzata di

Vasco negli anni '80.

Vasco le ha dedicato

un pezzo (Gabri) in

Gli spari sopra.

LORENZO Ero preoccupato. I giornali scrivevano

che moriva. Per fortuna Laura mi mandava

dei messaggi per dirmi che non era vero. Mi

fidavo solo di lei.

RS Sentivi o senti anche tuo fratello Luca?

LORENZO Quasi per niente. Ma ognuno è fatto

a modo suo.

RS Davide?

LORENZO Ci vediamo ogni tanto. Ci guardiamo

negli occhi, una pacca sulla spalla, un abbraccio

e ci capiamo al volo su quello che abbiamo

passato. Adesso siamo anche due papà.

RS Con la nascita di Lavinia hai chiuso un

cerchio.

LORENZO Ho la famiglia che desideravo. Io

non mi sono mai seduto a cena con mamma e

papà. Adesso succede ogni sera, con Carlotta

e Lavinia. Ho anche un lavoro fisso come social

media executor alla Best Union, società scelta

da Vasco per i biglietti di Modena.

RS Ci sarai al Parco Ferrari?

LORENZO In prima fila, come succede da 15 anni

ai suoi concerti. Mi piace quando dal palco il

suo sguardo scappa su di me.

RS Del tuo passato, che cosa ti trascini dentro?

LORENZO L’autostima è sotto zero.

Vivo alla giornata, con obiettivi

vicini, perché so che almeno lì ci

arrivo. Soprattutto, ho paura di

perdere tutto. Uno psicoterapeuta

mi ha detto che ho la sindrome

dell’abbandono. Ho il terrore che

Carlotta mi lasci.

RS Invece?

LORENZO Carlotta c’è, è ingegnere

edile, per ridere dico che mi ha

costruito la vita, ed è vero. Eravamo amici da

piccoli, a Riccione, poi ci siamo persi di vista

e l’ho rintracciata due anni fa su Facebook.

Sono sempre stato innamorato di lei. Una sera

ci siamo visti per caso nel pub dove lavoravo

e qualcosa è scattato anche dentro di lei. Mi

ha visto diverso, non il solito ragazzone. L’ho

corteggiata con i fiori, ci siamo messi insieme,

ed è nata la nostra bambina.

RS Che padre vuoi essere per Lavinia?

LORENZO Non è un padre che voglio essere.

Voglio essere quello che non è stata mia mamma

per me (si commuove, tace, nda). Voglio

esserci sempre.

RS Gabri ha visto Lavinia?

LORENZO Non ancora, ma voglio chiudere

nel bene anche questo cerchio con lei. Sto

accettando tutto il mio passato, perché mi ha

portato qui da Carlotta e Lavinia. Non posso

desiderare di più: una vita normale, sposarci,

“crescere bambini, avere dei vicini". Lo canta

anche papà. Come nelle favole.

RS

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 55


Basta fare

la secchiona!

56 ROLLING STONE_FEBBRAIO 2017


Ha stravolto il pop quando aveva 16 anni.

Adesso che ne ha 20, Lorde è tornata

perché ha capito che esistono i miracoli

TESTO ALEX MORRIS - FOTO PEGGY SIROTA

IL SECONDO AVVENTO

Lorde (20 anni, neozelandese

di Auckland) fotografata

a Los Angeles lo scorso aprile.

Il suo nuovo album,

Melodrama, esce il 16 giugno.

ROLLING STONE_FEBBRAIO 2017 57


LORDE

Non è proprio

come mi

aspettavo

che sarebbe

andata

la giornata,

nella cui fantasia ci vede «un gelato gusto tropicale

sciolto. Penso che Stevie Nicks a bordo

piscina si vestirebbe così», spiega. «Non l’ho

mai incontrata, ma fa sentire il mio cuore come

avvolto in un tessuto morbido. È bellissima,

vero?». Radunate alcune chicche, ci avviamo

verso uno specchio per provarle. Lorde si

sfila la maglietta. Poi mi rivolge uno sguardo

beffardo e fa un ampio sorriso. «Questa», dice

«è la mia prima intervista per Rolling Stone in

cui mi ritrovo nuda davanti all'intervistatrice».

Il che non è esattamente il tipo di carriera che

Lorde ha coltivato fin qui. Scoperta a 12 anni,

quando la registrazione di un talent show

è finita tra le mani di un manager della Universal,

l’artista che all’anagrafe fa Ella Yelich-

O’Connor viene scritturata con una sorta di

contratto di formazione, che prevedeva diventasse

abbastanza grande per cantare in modo

convincente canzoni scritte per lei da adulti.

Cosa mai successa. Già a 15 anni – e in coppia

con il produttore Joel Little, che un tempo era

stato il leader della semi-sconosciuta band pop

punk Goodnight Nurse – Lorde insiste per

scrivere la sua musica, e prendere il comando.

Durante una settimana di vacanza, scrive

Royals, il pezzo che sarebbe diventato la

grande hit dell’EP poi caricato gratuitamente

su Soundcloud (rifiutandosi però di distribuire

qualunque immagine di sé). Nel frattempo,

intuisce così bene cosa sta per accadere, che

si sceglie un nome d’arte al tempo stesso arima

a metà pomeriggio, in un magazzino da

qualche parte sulla Route 101, Lorde si sta

levando i vestiti. E a dirla tutta, anch’io. Siamo

da Shareen Downtown, un paradiso di 2.000

metri quadrati di meraviglie sartoriali di seconda

mano a Los Angeles, dove non esistono

camerini e, non a caso, gli uomini non sono

ammessi, come attesta un cartello all’entrata.

«Non è fantastico?», mi ha domandato poco

fa. «L’ho scoperto grazie alla moglie del mio

vecchio tour manager, che faceva la costumista

per Mad Men. Ripeteva in continuazione:

“Vado sempre da Shareen”. E così adesso lo

faccio anch’io».

Oggi, in mezzo alla polvere e al glamour,

la missione di Lorde è scovare qualcosa di

simpatico da indossare al Coachella, dove

tra due settimane la 20enne neozelandese si

esibirà in concerto, per la prima volta dopo tre

anni, come anteprima del suo secondo album,

Melodrama (in uscita il 16 giugno). «Oddio, è il

mio sogno», dice, dirigendosi verso un abito da

sposa delicato e vaporoso riemerso da qualche

epoca passata. «Ci pensi, al Coachella con

una corona floreale ricavata da questi decori

pazzeschi?», ipotizza, facendo scorrere la

mano sopra ai minuscoli fiori di tessuto del

vestito. «È fichissimo. Ma non ci mettono mai i

cartellini dei prezzi, e sono sempre super cari».

Alla fine, opta per un abito blu scuro di tessuto

stampato, che ha una vaga aria anni ’90 dolcemente

grunge, e un ondeggiante vestito lungo,

stocraticamente imponente e femminile (con

l’aggiunta di quella «e» a Lord) – una mossa

un filo pretenziosa, ma al 100% azzeccata.

«Ella Yelich-O’Connor... Riesci a immaginare

che vengano urlati in un festival?». Si stringe

nelle spalle. «Mi sembrava sensato cambiare».

P

ure Heroine esce nell’autunno del

2013, e vende più di un milione

di copie in cinque mesi. David

Bowie la incontra, le prende la

mano e le dice che ascoltare la

sua musica «è come sentire il futuro». Lady

Gaga lo definisce «uno degli album del 2013».

Non si tratta solo della precoce armonia del

disco (in cui i sobri ritmi elettronici sovrastati

dalla voce fumosa e sincopata di Lorde creano

un suono in parte pop, in parte hip hop, un po’

jazz e totalmente ipnotico); è anche l’adolescenziale

autorevolezza con cui i testi di Lorde

sfidano e poi si sbarazzano di decenni di figure

retoriche e stereotipi della musica pop (“Sono

tutti in fissa / Cristal / Maybach / diamanti

sull’orologio... Ma a noi non interessano”).

Il disco è così controllato, così misurato e

consapevole che, più o meno a ragione, Lorde

viene accolta ovunque come l’antidoto del pop

al proprio stesso artificio. Non è costruita. Si

veste da Goodwill come una strega impazzita.

Esercita un ascendente che va ben oltre la sua

età. In altre parole, “fa sul serio" – è la confutazione

del modello prefabbricato e chiavi

FOTO PEGGY SIROTA

58 ROLLING STONE_GIUGNO 2017

IN CUFFIA: “KIND OF WOMAN”, STEVIE NICKS


EROINA DEL POP

Royals, il primo singolo tratto

dal disco d’esordio di Lorde,

Pure Heroine, nel 2014 ha

vinto due Grammy come

“Canzone dell’anno” e “Migliore

perfomance pop solista”.

ROLLING STONE_FEBBRAIO 2017 59


LORDE

LORDE E I

SUOI DISCEPOLI

In senso orario: con

Taylor Swift; live

alla Rock & Roll Hall

of Fame; con Tilda

Swinton e David

Bowie.

“ Era una

follia, un

manicomio”,

dice Lorde

riferendosi

alla prima

ondata

della fama.

“Ma tutti

sono matti,

a 16 anni ”

FOTO CON T. SWIFT, KEVIN MAZUR/WIREIMAGE; CON D. BOWIE, FARRELL/BFA/REX/SHUTTERSTOCK

in mano che molti consideravano inevitabile

per le giovani cantanti che entravano in quel

mondo. A un certo punto della nostra conversazione,

parlando dei Grammy del 2014,

durante i quali con Royals si è portata a casa

sia il premio di “Migliore canzone dell’anno”

che quello di “Migliore performance pop

solista”, li definisce «i miei Grammy», prima

di correggere il tiro: «Intendevo dire che era la

mia settimana dei Grammy, non che mi sono

appropriata dei Grammy». Ma per certi versi

era andata proprio così.

D

a allora, la vita di Lorde ha preso

una piega prevedibilmente

surreale. Ha fatto le veci di

Kurt Cobain quando i Nirvana

sono stati introdotti nella Hall

of Fame, curato la colonna sonora di un film

della serie Hunger Games, ispirato una parodia

in South Park e ha portato Diplo a pesca

(«Adoro pescare! È la cosa da fare quando ti

trovi in Nuova Zelanda»). Nel frattempo, ha

trasmesso un'impressione di tale autenticità

che la gente ha cominciato a chiedersi se in

realtà non fosse finta, se non fosse stata scelta

dall’industria discografica per recitare il ruolo

della propria antieroina. «La sua immagine,

l'essere neozelandese e outsider non solo

rispetto al pop americano, ma anche a quanto

onnipresente sia la fama, tutto ciò la rendeva

un personaggio con cui era facile identificarsi»

dice Tavi Gevinson, direttrice della rivista

Rookie e una delle tante celebrità – compresa

Taylor Swift – con cui Lorde ha stretto amicizia

da quando si è unita ai loro ranghi.

Poi, dopo aver ammaliato un’intera industria,

Lorde scompare. O meglio, si ritira, per

cercare di capire se sarebbe stato possibile

ritrovare una qualche versione della ragazza di

periferia che aveva involontariamente creato

un capolavoro, e tentare di farne un altro. O

almeno è quanto mi ha raccontato oggi, durante

il pranzo al Beachwood Cafe, un posto

soleggiato poco sotto la scritta Hollywood,

frequentato da gente in pantaloni da yoga e

dall’aspetto ossessivamente sano. «Ora posso

guardare indietro e pensare: “Era una follia.

Tutto. Un manicomio”», dice riferendosi alla

prima ondata della fama. «Ma tutti sono matti

a 16 anni. Penso che se dicessi a un 16enne

che andrà su Marte – “Saliremo su un razzo

e partiremo, e la tua vita sarà così” – la sua

reazione sarebbe: “Ok, tutto bello, ma adesso

come adesso sto facendo le mie cose, ed è ciò

che importa”. Per certi versi, tutto si è andato

stabilizzando settimana dopo settimana».

Non che tutto fosse normale. Quando Lorde

comincia a dedicarsi a un nuovo album, in un

certo senso è bloccata su Marte. Si ritrova

nel classico dilemma degli innovatori: aveva

inventato un suono che aveva cambiato il

panorama pop. Ormai, le sfumature “di Lorde"

sono ovunque – il respiro della sua voce, il

suo mix di pop e candore cantautorale – con

la conseguenza che oggi avere sonorità “alla

Lorde" significa assomigliare a tanti altri. La

sua singolarità era stata cooptata, ma nel frattempo

il suo orizzonte era cambiato. «Il suo

primo album girava tutto intorno al fatto di

essere quella ragazza», spiega Jack Antonoff,

il produttore di Melodrama. «Quando è tutta

la tua vita a cambiare, e hai costruito la tua

carriera sull’essere leale alla tua idea, come

tiri fuori una nuova narrazione? È quasi impossibile».

In breve, Lorde deve capire come ricreare la

magia terrestre nell’atmosfera rarefatta di un

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 61


LORDE

REGINA

DEL DESERTO

Lorde al

Coachella, lo

scorso aprile. Non

saliva sul palco

da tre anni (ed è

stato un trionfo).

altro pianeta, e al tempo stesso decidere come

vuole che sia la sua vita da adulta. L’unica cosa

che le viene in mente è riprendere la strada

di casa.

Alla fine del 2014, concluso

un tour in Nord

America, Lorde rientra a

Auckland, Nuova Zelanda.

Riallaccia i contatti

con i vecchi amici – compresi

i ragazzi del video

di Royals, che non sono

particolarmente impressionati

dalla sua fama

– e cerca di gettare le

fondamenta di un nuovo

percorso musicale. «Ho

imparato che ci vuole un

po'», dice, «per lasciare

andare il disco che hai

appena terminato». L’idea

alla base del nuovo

album è quella di spiegare

la Terra a un gruppo di

alieni. «Ricordo di aver scritto qualcosa sul

primo passo fuori dall’astronave. Questi alieni

hanno vissuto solo in un ambiente sigillato

ermeticamente, quindi la domanda è: cosa si

prova quando si mette piede all’esterno?».


imparato

Ho

che ci vuole

un po’

di tempo,

per lasciare

andare il disco

che terminato hai appena


Come sempre, Lorde ha tentato di lasciarsi

guidare dai propri istinti, dalle appassionate

percezioni che così bene avevano funzionato

in precedenza. Grazie alla sua sinestesia,

vede le canzoni non solo

come colori, ma addirittura

come tessuti, ed è

cresciuta in un ambiente

benestante che ha favorito

questa tendenza,

con un padre ingegnere

e una madre poetessa a

trasmetterle una «travolgente

esperienza

sensoriale del mondo»,

racconta. «Tutto è così

vivido (per mia mamma,

nda). E tutto è governato

dai sensi in maniera

piuttosto letterale. Per

esempio, il sapore dei

diversi frutti può essere

arte». Una bambina

«abbastanza solitaria,

sognatrice, fuori posto», nutriva però una

particolare venerazione per il pop, che a volte

studiava più delle materie scolastiche. «Sono

sempre stata super allergica a qualunque idea

di esclusività nell’arte».

Nell’autunno 2015, Lorde, che

sta lavorando di nuovo con

Little, decide di allargare i suoi

orizzonti. Conosce Lena Dunham

(«Abbiamo cominciato a

chattare online, come si fa normalmente»),

che le presenta il suo ragazzo, Antonoff, chitarra

solista dei Fun e frontman dei Bleachers,

produttore di alcuni brani di 1989, l’album

di Taylor Swift. «Eravamo a un concerto di

Grimes, e lui mi fa: “Vado a prenderti qualcosa

da bere”», racconta Lorde. «È tornato con

succo d’ananas in lattina – una cosa piuttosto

strana da offrire a qualcuno – me l’ha passata,

poi se l’è ripresa e ha strofinato la parte superiore,

spiegando: “Nelle fabbriche i topi ci

camminano sopra”». In quel momento, Lorde

capisce «di essere arrivata a casa nella maniera

più bella possibile, incontrando un tipo così».

All’epoca in cui iniziano a collaborare, l’album

è ancora una raccolta confusa di impressioni

e idee. «Ho detto: “Mettiamoci intorno a un

pianoforte e vediamo cosa provi”», spiega

Antonoff, «e vediamo che cosa ti è successo

dall’ultimo album che valga la pena di condividere».

Una delle prime canzoni scritte a

quattro mani è Liability, che racconta quanto

possa essere dannosa la sua fama per quelli che

le sono vicino. «È stato molto importante»,

FOTO CHRISTOPHER POLK/GETTY IMAGES

62 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


FOTO AKM – GSI

CASA E STUDIO

Lorde con il produttore Jack Antonoff

(fidanzato di Lena Dunham). Hanno registrato

il nuovo album a casa di lui.

“ Non so

se sono una

popstar per una

ragione precisa,

ma penso che

dovrei fare

esattamente

quello che sto

facendo ora ”

dice Antonoff. «Ha dato spazio a una grande

possibilità, una cosa tipo: “Ok, esiste un

modo per parlare di tutti questi cambiamenti,

senza isolarti”. Tutti sentono una sorta

di responsabilità nei confronti degli amici e

della famiglia».

Da allora, Lorde si è affidata alle sue esperienze

così com’erano. «Tutto ciò che è stato scritto

nell’album, riga più riga meno, è ambientato in

Nuova Zelanda, siamo io e miei amici», spiega

lei. Un paio di mesi dopo l’inizio della collaborazione

con Antonoff, Lorde lascia la casa dei

suoi, per comprarne una non troppo distante

che, dalle foto sul cellulare che mi mostra con

orgoglio, ricorda una sorta di spazio retrò

anni ’50 che sembra la possibile location di un

suo video. Ha attaccato un quadro «grande,

strano, bellissimo e alquanto sfacciato», di

Celia Hempton nella stanza da letto («Si

tratta chiaramente di una vagina») e in sala

una carta da parati di De Gournay dipinta a

mano raffigurante una giungla («Sembra un

sogno bizzarro»). La sua giornata perfetta

l’ha descritta così: «È estate, nessuno lavora,

andiamo in spiaggia e poi torniamo nel mio

giardino, siamo seduti in cerchio sul prato

ad ascoltare la musica, qualcuno prepara dei

whiskey sour e intanto il giorno diventa sera,

è una sorta di evoluzione. All’improvviso sono

le due del mattino e tutti stanno ballando.

Ecco una bella giornata per me».

U

na volta fatta la scorta di quei

giorni, Lorde torna nello studio

di Antonoff per cercare di

decifrarli. «Andavo in Nuova

Zelanda, facevo le mie cose, poi

volavo per altri 16mila chilometri a N.Y. per

metterlo nero su bianco. Mi sembrava che

mantenere una certa distanza fosse importante.

Volevo sentirmi libera di dire: “Ecco ciò

che racconterò di questa persona”».

Lentamente, il processo funziona. «È stato un

album difficile», ammette Antonoff. «Se cambi

una tonalità nella voce, lei se ne accorge: o ne

va matta, o lo odia. Con lei è un processo meticoloso,

e questo disco in particolare è stato

un viaggio intenso. Penso che fosse proprio

così che doveva andare».

Ci sono momenti bui, in cui Lorde teme che

Pure Heroine possa essere il suo unico album.

«Molte volte mi sono ritrovata a pensare:

“Non ne ho un altro”», racconta. «Non era

mai abbastanza buono». A un certo punto ha

una crisi così forte che Antonoff la manda a

casa. «Erano tutti lì che mi guardavano, tipo

“levati di torno”», ricorda. «Mi hanno sbattuto

fuori dallo studio e spedito dall’altra parte

del globo». Si prende un mese di vacanza per

rimettere insieme le idee.

Poi, nel 2015, si lascia con il suo ragazzo

storico, il fotografo James Lowe. Sebbene sia

riservata sui particolari, ammette di essere

rimasta sorpresa dalla profondità delle emozioni

provate in seguito. «Cinque anni fa,

pensavo di non poter sentire qualcosa di più

intenso», dice dal sedile posteriore della Escalade

nera noleggiata per portarci da Shareen.

«Ma poi, vivere questa cosa... lo è stato cento

volte di più. Penso di aver avuto una rinascita

emotiva negli ultimi diciotto mesi. È bastato

dire: “Wow, come fa male”, e permettermi

di provare tutte queste sensazioni. È stato

alquanto trascendente».

Nella primavera del 2016, il disco inizia a

formarsi nella sua testa, non come un album

su una rottura, per l’appunto, ma in relazione

ai momenti successivi, alle feste dove sei

libera di urlare da sola nel bagno ed esplorare

i contorni di una nuova persona. Un giorno

Lorde si sveglia, e improvvisamente l’album

si è rivelato. «Era solo “melodramma”, ecco

cos’era. È come se l'universo avesse scelto

quel giorno per comunicarlo. Dopo è impossibile

immaginare qualcosa di diverso».

Laddove Pure Heroine era freddamente distaccato

e introverso, Melodrama è più indagatore,

e per certi versi più festoso. Da un

punto di vista musicale, ha un respiro più

ampio. «(In “Pure Heroine”) Ella aveva una

sensibilità elettronica», dice Antonoff. «Qui

ci sono chitarre e altri strumenti musicali

analogici. Non è più minimalismo; è qualcosa

di più grande, più vasto. È anche diverso per

varietà dei suoni. Penso che tutto parta dal

fatto che abbiamo scritto l’album davanti a

un pianoforte. Per lei è una novità». E Lorde

adesso ormai è dolorosamente aperta alle novità.

Spiega che il primo singolo, Green Light,

«sono io che grido all’universo, desiderosa di

sfogarmi, di andare avanti, di avere il semaforo

verde dalla vita». Non pensa di averlo avuto?

«Oh mio Dio... Sì», risponde.

Risolti questi misteri, Lorde passa il resto

del 2016 a New York, lavorando nello studio

della casa di Brooklyn che Antonoff divide

con Lena Dunham, che da parte sua offre sostentamento

emotivo, anche se non materiale.

«Lena non è certo uno chef stellato», racconta

Lorde ridendo. «C’era un viavai di pasti a

domicilio. Ma lei entrava e ci diceva: “Siete

incredibili, i migliori, vi voglio bene, ciao”».

Fuori dallo studio, Lorde se ne sta spesso

per i fatti suoi. Dorme in un «bizzarro hotel

frequentato da uomini d’affari – c’eravamo

solo io e i congressi», dice. «Per molti versi

mi sentivo come un piccolo monaco, a vagare

per la metropolitana, spesso da sola, con la

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 63


LORDE

mente sempre rivolta alla musica e senza socializzare

più di tanto. Capitava che qualche

studentello della NYU mi avvicinasse e mi

dicesse qualcosa di carino, ma avevo davvero

l’impressione di poter smettere di essere una

persona importante, il che è un bene prezioso.

Alla fine, questa parte della mia vita, quella

che stiamo facendo anche in questo momento,

tutto questo era diventato davvero astratto».

Oggi, comunque, è una giornata rilassata in

confronto a ciò che è accaduto in passato, e

a quanto si prospetta a breve. In pieno jet lag

dopo una settimana promozionale in Europa,

si è svegliata presto ed è andata a farsi una

nuotata. Ora si sta dedicando allo shopping

non per gli abiti di scena, ma per quello che

indosserà al Coachella come semplice fan tra

il pubblico («Non vedo l’ora di vedere gli xx, i

Radiohead. Oh, e Kendrick sarà fantastico!»).

Tenta, con una certa difficoltà, di scivolare

dentro un abito con il busto di pizzo – Lorde

dimostra l'età che ha solo

perché non si è ancora

abituata alla propria grazia.

«Ok, direi che questo


ma Cazzo,

non posso

essere sexy

almeno per

un secondo?

Devo fare

sempre la

figura secchiona? della


ha qualche problemino»,

afferma, roteando davanti

allo specchio per

rivelare dei buchi, curiosamente

situati proprio

in zona tette.

Cerca di districarsi e si

ritrova con il braccio incastrato

sopra la testa,

ridendo da sotto l’abito.

«Aiuto», esclama, «mi sa

che ho sbagliato qualcosa».

Accorro in suo

aiuto, per quanto non

ci sia alcun dubbio sul

fatto che, come sempre,

Lorde se la sarebbe cavata

anche da sola.

Un paio di giorni più tardi, la incontro nel

ristorante all’aperto dell’iconico hotel di L.A.

in cui soggiorna, malgrado la reputazione da

tipico hotel per gente come lei. Mi assicura

di averlo scelto solo per la piscina molto

profonda. Voleva fare «qualche tuffo, cose

così», e immergersi a fondo in quel blu setoso

e avvolgente. «È un fatto uterino», spiega. «È

così accogliente».

Al momento, è una sensazione particolarmente

invitante. «Cazzo, se sono nervosa»,

dice, con indosso il vestito grunge blu scuro

comprato da Shareen. «Non salgo su un palco

da tre anni, ed è come per un introverso

essere costretto a fare l'estroverso». La prova

generale per il Coachella, organizzata qualche

sera prima, ha evidenziato che buona parte

dello show deve ancora essere messa a punto.

(«Siamo sicuri che non resto fulminata?», ha

chiesto riferendosi a una delle scenografie.

Domanda alla quale un producer ha ribattuto:

«E dove va a finire l’acqua, senza fulminare

tutti gli altri?»).

Sembra nutrire meno aspettative rispetto

all’accoglienza che riceverà l’album in sé,

anche se non è ancora chiaro se si tratti di

una sorta di maestria zen, o semplicemente

della quiete al centro della tempesta. Si rende

conto che potrebbe essere impossibile

ricreare la magia di Pure Heroine. «Con quel

disco abbiamo reinventato la ruota, senza

volerlo», mi dice. «È una specie di miracolo,

davvero». Ha avuto quattro anni di tempo

per accettare l’idea che il suo primo album

potesse essere stato un colpo di fortuna; che

non tutti i concorsi di popolarità si vincono

tanto facilmente. «Non è per questo che sono

stata messa sulla Terra

– per alzare ogni volta

l’asticella», dice. «Ovviamente,

sarei contenta se

alla gente piacesse la mia

musica. Ma rispetto a

Drake, per esempio, al

modo in cui lui spinge

sempre più in là la cultura

musicale... Io conosco

i miei limiti, e penso che

imitarlo mi farebbe venire

un’ernia o una cosa del

genere».

Il che non significa che

Melodrama ripercorra

vecchi territori. Propone

invece una nuova versione

della sua creatrice.

La Lorde 16enne poteva

essere considerata l’antieroina

del pop – la regina degli adolescenti

disadattati – ma in realtà non è mai stata quella

ragazza dark, e di sicuro non lo è adesso:

«Cazzo, ma non potrei essere sexy, almeno

per un secondo? Devo fare sempre la figura

della secchiona?». Non ascolta più Pure Heroine.

«Quella era una ragazzina», dice, mentre

torniamo indietro da Shareen, ondeggiando

le dita nel vento fuori dal finestrino dell’auto.

«Questa invece è una giovane donna. Sento

la differenza».

Mentre lavorava a Melodrama, si è ritrovata

a darci dentro con Don Henley, Phil Collins

e Graceland di Paul Simon – un tipo di musica

che potrebbe essere considerata tutt’altro

che cool, ma che, ai suoi occhi, possiede una

qualità senza tempo. E anche una consumata

saggezza. Ritiene che parte del fascino della

musica risieda nella costante ricerca di un ideale

irraggiungibile; e che, nonostante questo

racchiuda una dose di angoscia, ci sia anche

abbondante indulgenza. «Non penso che

uno possa cantare di amore o di separazioni

in maniera pienamente consapevole a 20

anni», dice.

Mettendola sotto forma di domanda – adesso

sta citando Henley – “Quali sono queste voci

fuori dalla porta aperta dell’amore / che ci fanno

buttare via il nostro appagamento / e implorare

per qualcosa di più?”. È davvero la domanda

più incredibile dell’universo. Non penso di

esserne capace. Anche quando ce la metto

tutta per non vedere le cose nella maniera

più semplice, quei limiti rimangono, perché

sono ancora troppo giovane. Sono eccitata

all’idea di invecchiare, migliorare e riuscire a

farlo come loro».

L

orde ha da poco assistito alla nascita

del figlio della sua migliore

amica, cosa che «mi ha lasciato

senza fiato. Ti cambia letteralmente

la vita». Sa di volere dei

bambini. Desidera finalmente prendere la

patente. Un giorno le piacerebbe tornare a

scuola («So che arriverà il momento in cui mi

dirò: “Ok, adesso è l’ora di sentire qualcun

altro che parla di cosa significhi essere una

persona”»). Per adesso, però, si è imbarcata

per affrontare tutto questo e vedere che cosa

ne viene fuori. «Non so se sono una popstar

per una ragione precisa, ma penso che dovrei

essere qui, penso che dovrei essere proprio

qui a fare tutto quello che sto facendo adesso»,

mi dice con lo sguardo deciso, poco prima

di salutarci.

Di lì a due settimane, a dispetto del nervosismo,

la sua esibizione al Coachella sarà un

successo. Nessuno rimarrà fulminato, se non

di piacere, e alcuni la saluteranno come la

stella più luminosa del festival.

Poi, poco prima dell’uscita del disco, Lorde

avrà a disposizione qualche settimana per essere

soltanto Ella. Tornerà in Nuova Zelanda,

e si circonderà della famiglia e degli amici che

la conoscono fin dai tempi del talent show.

Forse camminerà da sola lungo la spiaggia.

Forse galleggerà dentro qualche piscina, scivolerà

nell’acqua come all'interno di un utero,

lasciandosi trasportare con gli occhi chiusi,

e delicati suoni le sbocceranno dietro alle

palpebre. Il tempo scorrerà rapido e lento al

tempo stesso, come fa sempre.

Poi si imbarcherà su un razzo spaziale diretto

su Marte. E, a quel punto, la Lorde che conosciamo

tornerà tra noi.

RS

64 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


ELECTRO DA STADIO

DAVE

GAHAN:

SPIRITO DARK

I Depeche Mode, da

sinistra Martin Gore, Dave

Gahan e Andy Fletcher,

si sono formati nel 1980.

Il loro ultimo album,

Spirit, è uscito il 17 marzo,

anticipato dal singolo

Where’s the Revolution,

pubblicato a febbraio.

“I MIEI

EROI

E I MIEI

NEMICI”

DI ALBERTO PICCININI

A BERLINO CON

IL FRONTMAN DEI

DEPECHE ,

PRIMA DELL’INIZIO

DEL TOUR MONDIALE.

TRA LA NOSTALGIA

PER DAVID BOWIE

E LA DISPERAZIONE

PER DONALD TRUMP

FOTO ANTON CORBIJN

66 ROLLING STONE_GIUGNO 2017

IN CUFFIA: “HEROES ”, DAVID BOWIE


ROLLING STONE_GIUGNO 2017 67


ELECTRO DA STADIO

Incontro Dave Gahan a Berlino, metà

marzo. Inizia da qui – con la fila di

interviste in hotel accanto alla stazione

Zoo e un miniconcerto per la tv alla

Funkhaus – la promozione di Spirit e

del tour mondiale “Global Spirit”. Più

di un milione di biglietti già venduti,

allestimento visivo firmato dal vecchio compagno

di viaggio Anton Corbijn, 22 pezzi

in scaletta (5 dal disco nuovo) e un doppio

climax: Never Let Me Down Again alla fine

della prima parte, Personal Jesus a chiudere

i bis. Uno scherzetto che li terrà impegnati

per qualcosa come un anno e mezzo. «Ci abbiamo

messo parecchio tempo a fare il disco

e sono curioso di sapere come sarà tornare

a fare concerti, stare su un palco», mi dice

Gahan. Sembra sincero. Aggiunge: «Di solito,

verso la fine dei tour, hai voglia soltanto

di tornare a casa. Io tornerò a casa alla fine

della prossima estate. Poi ci sarà qualcosa di

nuovo da fare e questa è la cosa bella della

vita, no? Non sai mai cosa ti aspetta dopo».

È piccolo di statura, gentile nei gesti. Ride

spesso. La voce appena arrochita dal concerto

della sera prima è più morbida e alta

del registro di baritono dark che usa nei dischi.

Fu una sera d’aprile del 1980 che ebbe

il posto nei Depeche Mode. Cantava Heroes

di David Bowie in una sala prove di Basildon

e reggeva bene il salto di ottava che

ti lancia nell’ultima melodrammatica strofa:

“Standing by the Wall”, in piedi davanti al

Muro. «Bowie ha avuto un’influenza enorme

su di me, da ragazzo», ricorda ora. «Ho

imparato a cantare, a essere un’artista, a

scrivere canzoni nello stesso modo in cui lo

faceva lui». Trentasette anni dopo, Heroes

tornerà a sorpresa ogni sera verso la fine

della scaletta dei concerti del “Global Spirit

Tour”. In una versione rispettosissima

dell’originale, intimidita quasi. La chitarra

di Martin Gore si arrampica sull’intreccio

inventato (una notte, proprio qui a Berlino)

da Robert Fripp, mentre un’enorme bandiera

sventola sul grande vidiwall, in bianco

e nero. Nell’ultima strofa, quella difficile,

la voce di Gahan è appena sostenuta dal

pulsare di un sequencer.

«Dopo aver finito il disco abbiamo fatto un

piccolo concerto all’High Line Park di New

York, una performance ripresa dalle telecamere

senza pubblico, di fronte ai tecnici e a

qualche amico. Lì ho fatto Heroes la prima

volta. È venuta bene, molto bene. Ho sentito

la registrazione, ma non ho ancora visto le

immagini, prima o poi le faremo uscire»,

racconta. Vivendo a New York, le strade di

Gahan e quelle di Bowie si erano incrociate

più di una volta. All’High Line Park, Bowie

faceva il direttore artistico di un festival al

quale i Depeche Mode avevano partecipato.

Le figlie piccole di entrambi i musicisti

frequentavano la stessa scuola. «Non sono

mai riuscito a dirgli quanto aveva contato

per me, e quanto contava ancora la sua

musica», aggiunge ora Dave Gahan. E tace

per pudore l’enorme emozione provata nel

cantare di nuovo quella canzone. Accetta

di spiegarcela così: «È una canzone piena di

immagini. E di immaginario: il Muro, Berlino...

Per me è una delle canzoni

che dentro hanno più speranza.

La metto nella stessa categoria

di Imagine di John Lennon. È

quasi la stessa canzone, quando

descrive quest’idea: c’è alienazione,

ci sono differenze, ma c’è

la possibilità di essere eroi per

un giorno solo. Cioè, forse possiamo

farcela a stare assieme. Io

la interpreto così, sempre allo

stesso modo: è attuale e ha ancora la stessa

forza di quando è uscita».

Tra il 1983 e il 1986, all’inizio della loro

lunghissima storia, i Depeche Mode mixarono

tre album agli Hansa Studios. Proprio

quelli dove Bowie cantò Heroes, nella grande

Meistersaal dalla quale si vedeva il Muro che

allora era ancora in piedi. «Tante canzoni

di David Bowie hanno a che fare con l’alienazione,

con il crearsi un altro personaggio

per vivere attraverso di lui. Da quel che ho

capito, Bowie è sempre stato un personaggio

molto più che una rockstar. E anche il mio

compito con i Depeche Mode è sempre stato

quello di mettere un personaggio umano di

fronte alla freddezza dello sfondo», spiega.

Allora si trasferirono tutti per brevi periodi

a Berlino Ovest. Appena 20enni, immersi

nel tempo sospeso della città, tra la macerie

della storia e una vita notturna scatenata,

stavano alloggiati all’Intercontinental Hotel

di fronte allo Zoo, a pochi passi da dove si

svolge quest’intervista. Incrociavano Nick

Cave e gli Einstürzende Neubauten. Avevano

facce da bambini, dicevano di fare

“pop sperimentale” (curioso ossimoro per i

tempi), scrivevano testi di sinistra, usavano

gli strumenti elettronici come apprendisti

futuristi. Girarono il video di Stripped prendendo

a martellate carcasse di macchine a

due passi dal Muro e dagli Hansa Studios.

Delle canzoni che furono mixate a Berlino e

ritornano nella scaletta del “Global Spirit” c’è

Everything Counts: “La mano che arraffa / arraffa

quel può / tutto per lorsignori, dopotutto”.

E c’è Stripped, con quella polarità naïf tra il

fumo della metropoli e il verde dei prati. Un

buffo slogan: “Prendi una decisione / senza televisione

/ Voglio sentirti parlare / soltanto per

me”. Qui traduco letteralmente

IN GIRO

i testi, ma erano tutte canzoni

scritte usando le sole tinte primarie

per usare una metafora da

pittori. «L’elettronica può essere

molto fredda», continua Dave

Gahan. «Noi abbiamo dovuto

affrontare parecchie critiche,

perché non usavamo strumenti

tradizionali. A dire il vero, per

me gli strumenti non sono mai

stati così importanti, forse lo sono stati per

Martin, ma per me l’importante era l’energia

che sapevamo mettere nelle registrazioni

e nei concerti. Poi 20 anni fa, a partire da

Violator, abbiamo cominciato a usare molti

strumenti tradizionali come la chitarra elettrica.

Da allora l’elettronica viene usata in

ogni genere di registrazione, non c’è niente

di strano. Ma prima era strano».

Passando attraverso la techno di Detroit

– Derrick May e Kevin Saunderson li adoravano

–, i Depeche Mode (almeno quanto i

Kraftwerk) sono stati i primi sperimentatori

del suono nel quale la musica pop è immersa

da almeno 30 anni. Chiedo a Gahan per

curiosità cosa pensa di tutto l’autotune

che si sente in giro oggi, se lui – o il suo

“personaggio” lo userebbero: «Ah, se ce ne

PER IL MONDO

I Depeche Mode

sono impegnati

in un tour mondiale.

In Italia arrivano

il 25 giugno a Roma,

il 27 a Milano

e il 29 a Bologna.

FOTO MICHAEL CAMPANELLA/REDFERNS

68 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


ROLLING STONE_GIUGNO 2017 69


ELECTRO DA STADIO

w

fosse bisogno, non avrei problemi davvero»,

sorride. «C’è una canzone del disco che si

chiama Scum, piena di effetti sulla voce, di

saturazione e distorsione», aggiunge. «In realtà,

quel che cerco sempre di portare dentro

una canzone è l’elemento soul, la vulnerabilità

umana, e questa non può che essere nella

voce», continua. «Voglio dire, ci sono voci

che raccontano una storia, che parlano con

te soltanto con il suono. Io voglio parlare

con te, voglio che tu venga a sentire quel che

dico. Se ascolto l’ultimo disco di Leonard

Cohen, You Want It Darker, sto ascoltando

la sua voce. È commovente in un certo senso,

e lo è ancor di più perché sappiamo che

è malato, fa molta fatica, eppure è ancora

molto divertente. E sento esattamente lo

stesso in quel che fanno Nick Cave, James

Brown, Billie Holiday o Johnny Cash».

Gran parte delle canzoni dei Depeche Mode

portano la firma di Martin Gore. Quelle più

vecchie, di Alan Wilder e dello storico produttore

Daniel Miller. Gore è stato responsabile

a suo tempo dei curiosi echi sadomaso

di pezzi come Master and Servant e Never

Let Me Down Again. Le canzoni “politiche”

di Spirit, come Where’s the Revolution e

Going Backwards sono di Gore. Dave Gahan,

anche nei suoi dischi solisti, si è ritagliato

sempre uno sguardo più personale e intimo.

Di solito, protagonisti delle sue canzoni

sono un “tu” e un “io”. Leggiamo assieme il

testo di Cover Me: “Al di là di me e te / laggiù

verso le luci del Nord / ho sognato di noi / in

un’altra vita”. «Cover Me parla di un ragazzo

che non ne può più di stare dove sta, forse

in questo pianeta. Cerca un altro posto e lo

trova ma... è la stessa cosa», spiega, e ride. «È

una canzone che racconta una relazione tra

due persone, ma, quando dico che ho sognato

noi in un’altra vita, sto immaginando tutti

noi esseri umani in un’altra vita, sto parlando

di quanto siamo vicini a distruggere il nostro

pianeta prima di imparare a vivere insieme».

Accertato quanto Bowie ci sia nell’idea di

raccontare storie usando la scala dei pianeti

e dello spazio infinito, della fantascienza persino

(come Life on Mars o Starman), chiedo

a Gahan se ha voglia di parlarmi di un’altra

canzone, Poison in My Heart: “C’è veleno nel

tuo cuore / sapevo fin dall’inizio che avremmo

dovuto separarci”. «In apparenza è sulla fine

di una relazione: se tiri troppo la corda me

ne vado», risponde. «È interessante questa

cosa: le immagini che ho in mente quando

scrivo partono dal mio rapporto con una

partner che non è necessariamente quella

vera, per fortuna. Ma, a essere onesti, qui

stavo riflettendo sulla mia posizione dentro

la band. In questo disco ci occupiamo molto

della vita degli altri. Ma qualche volta per

farlo è sufficiente guardarsi dentro. Anche

se camminiamo su lati diversi della strada,

la musica è capace di metterci assieme.

Almeno, questo è quel che vogliamo fare».

I Depeche Mode da almeno 30 anni e specialmente

in America, parlano a quelli “strani”,

ai solitari, ai disconnessi dal pianeta

Terra. Per tutto questo, l’idea che siano il

gruppo di riferimento dell’alt right, la nuova

(vecchia) destra, tema di una breve ma

fastidiosa polemica girata nei primi mesi

trumpiani, è davvero una cazzata. Quando

Dave Gahan vuole riassumere lo spirito

messianico e “politico” del rock, cita sempre

John Lennon. Il Lennon americano,

anzi newyorkese (anche Gahan ha casa a

Manhattan da 25 anni), il Lennon di Instant

Karma! e Power to the People, il povero

Cristo rivoluzionario perseguitato dall’Fbi.

«La mattina dopo le elezioni, avevo guardato

la tv fino a tardi. Mia figlia doveva

andare a scuola, sono andato in camera sua

a chiamarla e mi ha chiesto subito: “Allora

ha vinto Hillary?”. “No”, le ho risposto. Lei

ha 17 anni. Ha gridato “Nooo” e si è messa

a piangere. Non ci poteva credere», ricorda

ancora. «È successo in parecchie case del

mondo», aggiungo io. «Sì, certo. Soprattutto

le donne, le bambine, sono state le prime a

dire: “Com’è possibile che quest’uomo sia

stato eletto?”. Trump è come un cartone

animato. È il personaggio del cattivo, e

nemmeno ci ha lavorato particolarmente

per apparire in questo modo. È roba che non

puoi scrivere».

L’incontro è praticamente finito, ma Gahan

ha voglia di parlare ancora un po’. Così gli

faccio ancora due domande.

La paternità ha cambiato qualcosa nel tuo

personaggio di rockstar?

«Sul palco, dici? Nah è un’altra cosa: quello

sono io che faccio spettacolo. E mi piace, mi

piace giocare con la gente. Poi c’è mia figlia».

E l’America quanto ti ha cambiato in 25 anni?

«Non ci ho mai pensato. Forse gli anni sono

26, ma mi sento ancora molto inglese. Guardo

la tv inglese, mangio fish and chips...».

RS

FOTO MICHAEL CAMPANELLA/REDFERNS

UN BIG BANG BENEFICO

Dal 2010 i Depeche Mode collaborano con il brand

orologiero Hublot per disegnare delle limited edition

davvero limited. Quest’anno, hanno deciso di creare

un nuovo pezzo, il Big Bang, in 250 esemplari,

disponibili da maggio. La vendita dell’orologio

servirà a raccogliere fondi per charity: water,

un’organizzazione senza scopo di lucro che ha la

finalità di portare acqua potabile sicura ai Paesi

in via di sviluppo. Dal 2013 a oggi, charity: water

ha dato vita a 229 progetti in Africa.

70 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


DAVID BOWIE HA AVUTO

UN’INFLUENZA ENORME

SU DI ME. MA NON SONO MAI

RIUSCITO A DIRGLI

QUANTO CONTAVA ANCORA

LA SUA MUSICA PER ME

DAVE GAHAN

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 71


Ghali viene a trovarci in redazione a

pochi giorni dall’uscita del suo primo

album. Karma e Coolness sono

sempre le due bodyguard del nuovo

ragazzo d’oro del pop rap. Seduti a

un tavolo, il nostro sfoglia l’ultimo

numero di Rolling, quello con in

cover Fabri Fibra. Legge ad alta voce lo strillo

– “Sono il rapper più odiato dai rapper” – e mi

chiede che vuol dire. Gli leggo come continua il

discorso nell’intervista a Fabri: “Il rapper italiano

è una bruttissima persona, vive nell’ombra

di quelli americani, è come il ragazzino che nel

campo da calcio vuole imitare Messi. Poi esce

dal campo e dice: ‘Sembravo Messi, eh?’. Ma tu

non devi essere Messi, devi essere te stesso!”.

IL SUO ALBUM È

PIENO DI POLITICA,

MALGRADO LUI.

INCONTRO

CON UN VERO

ARTISTA (O È UN

IMPRENDITORE?)

GHALI

cantanti rap raccontano la realtà in

RS Che ne pensi? Ha ragione Fabri Fibra?

GHALI Sì. Però ora questa cosa si è spezzata, i

rapper vogliono essere se stessi.

RS Da cosa lo noti?

GHALI Dall’originalità di stile della

scena. È una consapevolezza

nuova delle proprie capacità,

ognuno di noi sa che ha da raccontare

qualcosa e che può essere

di esempio per gli altri.

RS Roberto Saviano ha appena

fatto su Facebook un post in cui

dice: “Ghali è uno dei maggiori

poeti di lingua italiana, un poeta

rap... Mentre le polemiche

sulle Ong, permeate di razzismo

ottuso, occupano le news, l’Italia

si sta trasformando e i suoi

maniera assai più approfondita e complessa

dei suoi politici, giornalisti,

commentatori”.

GHALI Non lo conosco personalmente

– conosco quello che fa – ma è stato

un grande, bellissime parole.

RS Cosa conosci del suo lavoro ?

GHALI Evitiamo di parlarne.

RS Perché?

GHALI Non parlo di politica...

RS Già, c’è un brano del tuo disco, Ricchi

Dentro, in cui dici “Voto Boh”...

GHALI Non mi interessa la politica,

non ne parlo neanche con i miei amici, a parte

qualche volta.

RS Però hai parlato di consapevolezza... Dovresti

sapere quanto quello che fai è politico, no?

GHALI L’unica nostra politica è la musica. (Segue

un lungo silenzio, un filo di imbarazzo sotto un

sottile nuovo strato di diffidenza, a questo punto

reciproca, nda).

RS Parliamo del tuo disco. C’è un pezzo, Lacrime,

che inizia con un pianto. È il tuo?

ANTI-RAPPER

BULLI,

FOTTETEVI!

TESTO GIOVANNI ROBERTINI

FOTO ALVISE GUADAGNINO

GHALI Sì, è un pezzo teatrale, quasi burlesque.

La prima strofa la dedico a un mio figlio immaginario,

dico: “Questo pezzo è per te che

arriverai da un giorno all’altro, l’avrò già messo

nell’album, l’avrò già suonato sul palco”. Cerco

di consolarlo in una giornata triste. La seconda

strofa è dedicata a me che, nonostante abbia

realizzato il mio sogno, ho dovuto rinunciare

a molte libertà. Comunque, anche in questo

caso, niente “lacrimucce”. La terza e ultima

strofa è per una donna che ho dovuto lasciare,

dico che tutto andrà bene, non piangiamo, ché

la speranza è un passepartout per la felicità.

RS In tutto il disco sei molto “figlio”. All’improvviso

in Lacrime c’è un cambio di prospettiva.

È stato difficile immaginarsi padre?

GHALI Tutti ci pensiamo a diventare padre.

RS Dici? Dei ragazzi della tua età non so in

quanti abbiamo questo pensiero, già raro tra i

miei coetanei quarantenni...

GHALI È una cosa che può capitare

quando meno te lo aspetti.

RS Siamo nel 2017, se non vuoi

non capita.

GHALI Non è che se non vuoi

una cosa, allora non capiterà.

Quando succede, succede.

RS C’è una canzone d’amore,

Habibi, la cui cifra è la dolcezza,

in contrapposizione alla ruvidezza

spesso dominante sul tema

nell’hip hop...

GHALI È sincero, ho ammesso

a cuore aperto molte cose in

questo album. È autobiografico,

racconta quello che mi sta attorno.

RS Tipo?

GHALI Ora d’aria è un brano di denuncia.

RS E poi mi dici che non parli di

politica! Lì canti “o siamo terroristi

o siamo parassiti”...

GHALI Appunto, ascolta la canzone.

Non c’è bisogno di parlarne.

RS Nel video di Happy Days, girato in

Sudafrica, c’è la sensazione del salto,

del voler abbandonare il vecchio

Ghali from Baggio, Milano.

GHALI È un’evoluzione, un video

girato con regista e attori locali, i ballerini sono

quelli di One Dance di Drake. Non capisco perché

ti faccia strano che io faccia un video così.

RS Boh, forse perché di solito, quando i musicisti

italiani girano video all’estero, sembrano

dei turisti. Andiamo avanti. Hai fatto uscire

un video di ringraziamenti. Ci sono un sacco

di nomi, pochi musicisti (Sfera, Izi, Rkomi e

Tedua) e molte dediche: una è per tua madre:

“Questo disco è la mia laurea”...

72 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


IL RAGAZZO DI BAGGIO

Ghali Amdouni è nato a Milano nel 1993 da genitori tunisini. Album è il suo disco d’esordio.

Ha conquistato un doppio disco di platino con Ninna Nanna e uno con Pizza Kebab.

IN CUFFIA: “MR. SIMPATIA”, FABRI FIBRA

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 73


ANTI-RAPPER

HO SCOPERTO IL MIO TALENTO TORNANDO A CASA DA SCUOLA, DOPO

ESSERE STATO BULLIZZATO. HO PRESO UN FOGLIO E HO INIZIATO A SCRIVERE

74 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


TEAM GHALI

Ghali assieme alla sua crew

nelle strade di Milano.

Nelle foto di queste pagine:

scarpe adidas Originals NMD.

GHALI Quale madre non desidera che suo figlio

si laurei? Io ho avuto la fortuna di scoprire e

coltivare una passione, molti miei coetanei non

sanno cosa vogliono e rimangono immobili.

RS Hai anche talento, cosa che non tutti hanno,

pur sapendo cosa desiderare.

GHALI Il mio è un talento che nasce da una

frustrazione, l’ho scoperto tornando a casa da

scuola arrabbiato perché ero stato bullizzato.

Ho preso un foglio e ho iniziato a scrivere.

RS Sempre nei ringraziamenti dici: “Perdono

mio padre, il cancro e il diabete”.

GHALI Di mio padre ne abbiamo parlato l’altra

volta (Rolling Stone, novembre 2016, ndr). Mia

madre si era ammalata di cancro, è stato un momento

terribile, per fortuna con un lieto fine.

RS Torna spesso nel disco il tema dell’essere

lasciato fuori dai locali, perché non ti facevano

entrare. È quasi un tormentone.

GHALI Mi rode un sacco. Chi era quella gente

per dirmi di non entrare?

RS Dei cretini?

GHALI Ho conosciuto anche buttafuori gentili.

Solo che avevamo questa energia da ragazzi

di periferia per cui erano sicuri che avremmo

fatto casino. E io dovevo ingoiare, sognando il

giorno in cui mi avrebbero pagato per stare nei

club e avrei potuto decidere io chi fare entrare

e chi no, vestito come gli pare.

RS Quel giorno sembrerebbe arrivato, la festa

la fai tu con la tua musica. Questo album mi

sembra ok per un party...

GHALI Sì, un party riflessivo.

RS Riflessivo perché affronti temi autobiografici.

Hai un grosso seguito tra i ragazzini, senti

la responsabilità di quello che canti quando lo

scrivi? (Gli mostro un video di mia figlia, 3 anni,

che mangiando un gelato canticchia “Buono sa di

mango, mango”, ovvero quello che dice Ghali in

“Ninna Nanna” anche se lui non si riferiva a un

gusto da gelateria, ma alla ganjia, nda).

GHALI Sì, ma non mi censuro mai, trovo solo il

modo migliore per dirlo.

RS A che argomenti presti più attenzione?

GHALI Alla guerra, al razzismo. Cerco sempre

un modo divertente per raccontarle, sdrammatizzando.

Ma il messaggio alla fine arriva.

RS La copertina è un’opera di Ozmo rivisitata

con elementi scelti da te. A quali sei più legato?

GHALI Al Duomo di Milano. Tutti rappresentano

qualcosa per me, ci sono le contraddizioni

da cui nasco, c’è l’abete e c’è la palma.

RS Ti piacciono le palme in Duomo?

GHALI Un sacco. L’avevo predetto in un mio

pezzo, Cazzo Mene (una vera hit, nda): “Pianterò

palme nel mio vicolo”.

RS L’album è pieno di influenze musicali diverse,

c’è il reggae, c’è il pop, c’è addirittura un

pezzo latineggiante come Vida.

GHALI Io e Charlie Charles, che ha prodotto

tutti e 12 i pezzi, ci siamo chiusi in studio per

un sacco di tempo. C’erano giorni in cui non

registravamo neanche, passavamo il tempo su

YouTube, lasciandoci ispirare da pezzi arabi

anni ’70, dal baile funk, da Cesária Évora... È

un disco “suonato”, con i mezzi che ci potevamo

permettere (una tastiera e sequencer),

senza una vera band.

RS Un solo produttore e neanche un featuring.

Molto ambizioso per un disco hip hop.

GHALI Questo è il disco di Ghali. Deve essere

pulito. È il mio biglietto da visita per il futuro.

RS Con chi ti piacerebbe collaborare?

GHALI Sogno una figata, un pezzo Jovanotti,

Stromae, Manu Chao e io.

RS Manu Chao credo che i tuoi coetanei non

sappiano neanche chi sia.

GHALI Forse lo conoscono per qualche pubblicità.

Lui mi ha ispirato tantissimo, tutto il

mondo per Manu Chao parla una lingua sola.

RS Senti, siamo quasi alla fine. Voglio essere

sincero. Si percepisce una sorta di diffidenza

verso il tuo interlocutore, io nel caso specifico.

GHALI Diciamo che non mi divertono le interviste.

Mi spiego meglio con la musica.

RS Potresti farne a meno. Anzi già lo fai, usi i

tuoi canali, i social e YouTube, sbattendotene

abbastanza dei media tradizionali.

GHALI Possiamo fare tutto da soli! Se uso i miei

canali, ho la percezione reale del mio feedback,

dei miei fan.

RS Farai una festa per l’uscita del disco?

GHALI Festeggiare? Non c’è tempo.

RS Eh? Non te lo vuoi godere questo successo?

GHALI È questione di ambizione. In realtà non

c’è niente da festeggiare, voglio solo migliorare

sempre di più. Bisogna rimanere schisci e avere

quella fame che ti porta a cercare di migliorare.

RS Mah, non è più divertente esagerare un po’,

almeno ogni tanto?

GHALI Sì, ma non è da imprenditori.

RS Adesso tu saresti un imprenditore? Pensavo

fossi un artista...

GHALI Sono un artista del 2017, quindi anche

imprenditore. E non vengo dall’hip hop, non

sono un anarchico figlio di ricchi.

RS Gira voce nell’ambiente musicale che ci sia

qualcuno che ti scrive i testi.

GHALI Magari, ma non è così. Non sarebbe

un disco autobiografico se mi avesse scritto le

canzoni qualcun altro.

RS Siamo alla fine. Sei sempre così riflessivo e

tranquillo? Non sbrocchi mai?

GHALI Sono uno tranquillo, soprattutto sono

molto timido.

RS Hai messo tranquillo pure me.

GHALI Grazie, lo prendo come un complimento.

RS Lo è.

RS

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 75


(IN)COSCIENZA

SOGNO

UN

GARAGE

TUTTO

PER ME

THURSTON MOORE,

EX SONIC YOUTH,

CI SPIEGA IL SENSO

DEL SUO NUOVO

ALBUM SOLISTA,

FATTO «PER

ESSERE SUONATO

NEI BOSCHI»

DI STEFANO BENZONI

Thurston si accomoda al sole che

filtra tra le piante della borghesissima

corte del milanese hotel

diana. ha l’aria assonnata e

gentile. beve acqua, ché i caffè

– dice – lo agitano parecchio. è

uscito il suo nuovo disco solista,

“rock n roll consciousness”,

un lavoro compatto e diritto,

che suona come uno dei migliori dischi dei

sonic Youth, ma senza i sonic Youth.

È stato registrato a Londra, dove Thurston

vive con la nuova compagna Eva Prinz da

sei anni, ed è scritto con il Thurston Moore

Group, Steve Shelley (batteria, già nei Sonic

Youth), James Sedwards (chitarra) e Deb Googe,

la bassista dei My Bloody Valentine’s (tutti

insieme nella foto nella pagina a fianco, ndr).

Tre teste che sembrano parlarsi e comunicare

molto bene. «Nell’ultimo album, The Best Day,

non avevamo potuto suonare molto insieme

prima della registrazione. Ma per questo lavoro

volevo davvero che James e Deb potessero

sbocciare, avessero pieno spazio nei pezzi. In

particolare, non mi ero reso conto all’inizio

di quanto ti può dare una lead guitar e volevo

che il suono di James facesse un vero passo in

avanti. Nei Sonic Youth, io e Lee Ranaldo non

suonavamo in quel modo. Lee era un chitarrista

molto capace e affermato fin dall’inizio, aveva

molta esperienza, ma non faceva cose classiche

alla Jane’s Addiction. E io a quel tempo a mala

pena me la cavavo con i feedback!». Se la ride

sul feedback, e vai a sapere perché questa passione

per il rumore non lo abbia spinto dritto

all’elettronica, come è accaduto a molti della

sua generazione. «Non mi interessa il noise per

sé», dice, «mi interessa molto di più l’improvvisazione

e il rapporto che si crea tra chitarra e

amplificatore. La tecnologia è ancora lontana

da me, ma non è in assoluto una questione di

principio, c’entrano anche cose molto pratiche.

Per esempio, vivo con la mia compagna in un

appartamento piccolo con un divano, un letto

e una piccola cucina. Non ho uno studio mio,

e mi piacerebbe molto averne uno, un garage,

un posto dove avere il tempo e lo spazio di

sperimentare anche cose nuove». Molti hanno

descritto questo nuovo album come più

profondo e oscuro degli altri da solista. «Forse

è così», dice Thurston Moore, «forse volevo

davvero scrivere musica che non aspirasse in

76 ROLLING STONE_GIUGNO 2017

IN CUFFIA: “BLACK POWER”, THE PEACE


alcun modo agli standard che il mercato considera

necessari per il successo. Ho cercato

di pensare al suono, non alla label, alla radio o

alla televisione. Penso sia arrivata l’ora di fare

della musica qualcosa che puoi suonare nei

boschi». Non che con i Sonic Youth avesse mai

rincorso molto il mainstream, ma certo anche

il fichettissimo sottobosco newyorkese degli

amici di Glenn Branca, Lydia Lunch eccetera,

l’occhiolino a un certo mercato lo strizzava

eccome: «C’era sempre il senso di stare a

scrivere musica sperimentale per ammiccare

a un’audience più ampia. Forse i Sonic Youth

sono riusciti a fare proprio questo: un’efficace

sintesi tra rock tradizionale e i vari filoni sperimentali

che circolavano».

Le cose sono cambiate e Moore non sembra un

grande fan dell’indie contemporaneo. «Non c’è

niente che non vada nelle band di oggi, forse

sono solo io a essere semplicemente stanco di

quel linguaggio e non mi diverto più così tanto

ai concerti. Mi pare roba da ragazzi, io mi sento

il vecchio che sta lì a corrucciare le sopracciglia

e dice: “Ok, avete avuto i Pixies, i Dinosaurs Jr.,

i Sonic Youth e i Nirvana, ma andiamo avanti!”.

Preferisco cercare nella musica d’avanguardia,

ci trovo più ricchezza, più ispirazione». Sarebbe

sensato chiedersi cosa resti di ascoltabile su

questa Terra, per uno come lui. Qualcosa di

buono e di nuovo. «Se dovessi dire un titolo

direi Black Power, dei Peace, una band dello

Zambia degli anni ’70 a cui hanno ripubblicato

il disco. È stata una scoperta magica e

credo davvero che la migliore

nuova musica sia la musica che

è andata perduta. Ci sono dischi

degli anni ’60 e ’70 che nessuno

ha mai sentito e che sono senza

tempo, visionari... Non si tratta

di passione per il vintage, ma di

cambiare il nostro rapporto con

la cultura musicale e iniziare ad

avere cura di tutte le esperienze

che rischiano di andare perdute. Non è nostalgia,

è una cultura elastica del tempo».

Suonare nei boschi è molto decelerazionista e

pure la coscienza del rock&roll non scherza.

«Mi piaceva l’idea della coscienza, perché

è l’idea di essere consapevole degli aspetti

spirituali della tua vita, la relazione che c’è

tra il mondo fisico e quello metafisico e che si

coglie attraverso la meditazione. Sono cinque

UN DISCO, UN TOUR

Sopra, Thurston

Moore, 58 anni, con

il suo gruppo attuale,

con il quale porta

in tour Rock n Roll

Consciousness. In Italia

il 23 e il 24 agosto.

anni che tengo il workshop estivo sulla scrittura

alla Naropa University ed è una scuola

a forte impostazione buddista, che dà molta

importanza alla nozione di “crazy wisdom” di

Chögyam Trungpa (il Rinpoche tibetano che

nel 1974 ha fondato la Naropa, ndr). Ho una

grande ammirazione per le tradizioni religiose,

anche se ho sempre pensato che

il mio posto era fuori da lì. Rifiuto

quel senso di autorità e non

mi trovo con l’idea sociale dei

“maestri”. Nei miei workshop

cerco di diffondere questa idea,

non voglio incarnare alcuna autorità,

voglio solo portare le mie

esperienze come strumento per

la saggezza altrui». Non è un fan

della coscienza collettiva alla Lynch, niente respiro

dell’universo, niente trascendenza. «Ho

meditato in passato e ancora lo faccio, ma in

modo informale, camminando per i fatti miei,

tra i libri in un bookstore, tra pile di dischi.

Il disco si chiama Rock n Roll Consciousness

perché forse, se c’è qualche cosa a cui dare una

risposta, è il senso di questo infinito amore per

il rock&roll».

RS

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 77


GLI ANNI ’90

DI GOLDIE

Clifford Joseph Price,

51 anni, è una leggenda

della drum and bass. Il

suo nuovo The Journey

Man esce il 16 giugno.


FOTO ALESSANDRO TREVES

vantaggio». Ha iniziato a scrivere canzoni a

11 anni, ma in tutta l’adolescenza ne avrà finite

una manciata. Il problema erano soprattutto i

testi. Non riusciva a trovare le parole giuste,

perciò si concentrava sempre più sulla musica.

«È perché non sono un grande lettore,

ho sempre preferito suonare il piano». Il suo

primo software per produrre l’ha trovato

dentro una scatola dei cereali. Era la sorpresa

in regalo con la confezione, roba davvero

da principianti che, però, ha avvicinato per

la prima volta Sampha ai computer, anche

grazie al primo abbozzo di studio che gli ha

costruito uno dei fratelli. Quando parla della

famiglia, sul suo viso è stampato un sorrisone

che racconta più cose di quante ne dicano

le parole. Ma non dura a lungo. Per parlare

di Process, il suo album di esordio da solista

uscito lo scorso febbraio dopo un paio di EP

di riscaldamento, bisogna necessariamente

passare per il momento più tragico della sua

vita. «Ho cominciato a scrivere i primi pezzi

del disco in un momento di transizione. Inevitabilmente,

Process affronta la malattia e poi la

perdita di mia madre», dice. La musica in quel

momento è stata per lui non solo la via di fuga

da una realtà inaccettabile, ma anche un modo

per riposare quella capocciona piena di dread

sparati in aria. Process è un luogo malinconico,

per quanto non parli esclusivamente di perdita.

Un giornalista inglese in una recensione ha

definito “ferita” la voce di Sampha. Lui non è

molto d’accordo, ma in ogni caso riconosce che

ogni cantante soul che si rispetti ha alle spalle

qualcosa da dimenticare. E per dimenticare,

saggiamente, Sampha canta. «Ho realizzato

che per processare, per metabolizzare i traumi,

a volte bisogna solo parlarne», spiega. Ora non

lo spaventa più nulla, a parte forse «l’eventualità

di fallire». Ci è voluto tempo per capirlo e

soprattutto coraggio per farlo, specie per una

persona così timida come lui. Siamo seduti

uno di fronte all’altro e qualche volta fatica a

guardarmi negli occhi. Ma risponde sempre

con grande limpidezza anche quando gli chiedi

se ha cattive abitudini. «Oh, eccome se ne ho!»,

mi risponde. Dalla foga con cui lo dice uno

pensa subito alla droga o peggio, ma poi vien

fuori che le sue cattive abitudini consistono

nell’andare a letto tardi, non richiamare le

persone e nell’essere troppo goloso (e un po’

si vede), anche di cibi italiani. Probabilmente,

metà dei “vizi” è colpa della vita frenetica che

ormai si è sostituita a quella di una volta. Sampha

è appena tornato dalla Sierra Leone, dove

ha girato un cortometraggio con Apple Music.

Si intitola come l’album, ma non vuole esserne

lo spot, né tanto meno la versione video come

Interstella 5555 lo è di Discovery dei Daft Punk.

Non è nemmeno un documentario, perché i

dialoghi sono ridotti al minimo. «Si basa sulla

mia vita, ma vuole tenere al centro dell’attenzione

la diaspora dei migranti e, in parte, il

disco. Una delle poche voci che si sentono è

quella di mia nonna che parla in sierraleonese»,

ci ride su. «Ovviamente coi sottotitoli». RS

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 83


FOREVER OLD

Voi guidate,

io suono

84 ROLLING STONE_GIUGNO 2017

IN CUFFIA: “US AND THEM”, PINK FLOYD


IL FRONTMAN

DEI BLACK

KEYS HA FATTO

IL SECONDO

DISCO SOLISTA

CON VERE

LEGGENDE

DEL ROCK.

PERCHÉ A DAN

AUERBACH NON

SERVE NULLA

DI MODERNO

testo GIOVANNI ROBERTINI

foto MARGHERITA CHIARVA

Siamo nella sede della Warner,

Dan è un po’ provato

dalla giornata di interviste

per il nuovo disco.

Resiste bevendo qualcosa

con ghiaccio. Nella

nostra stanza ci sono

gigantografie degli artisti

di punta dell’etichetta, lui

si siede davanti a quella di Bruno Mars.

RS Lo conosci?

AUERBACH Non di persona. Lui fa le canzoni

giuste. Che gli vuoi dire di cattivo, a parte che

è basso? È alto così (fa un gesto con la mano e un

sorriso sornione, nda). E io non sono un gigante.

RS Ascoltando Waiting on a Song la prima cosa

che ho pensato è a quanto ti devi esser divertito.

AUERBACH È stato bellissimo, come se fosse

sempre Natale. Ho lavorato con delle leggende,

gente che ha suonato i migliori pezzi di tutti i

tempi. Tutto questo nel mio studio, con le mie

cose. Abbiamo registrato dall’estate scorsa fino

a poco fa, senza mai fermarci.

RS Hai fatto una versione Stereo 8 dell’album.

Per uno come te che ci tiene tanto al suono, è

duro pensare che molta gente ascolterà il tuo disco

con la qualità audio di YouTube e Spotify...

AUERBACH La versione Stereo 8 è solo un

gadget, è un modo come un altro di tentare di

vendere una copia in più. Ci sono le cassette e

i vinili di differenti colori, e ora ecco la versione

Stereo 8. Ormai hanno fatto vinili di così tanti

colori diversi che non c’è più neanche la possibilità

di pensare di fare un vinile colorato un

po’ esclusivo. Pensavamo fosse solo una cosa

divertente, ma i miei fan l’hanno presa molto

seriamente: il pre-ordine online è andato subito

esaurito. Per l’altro discorso che facevi, è vero:

la qualità dell’audio di YouTube è terribile.

RS E quindi?

AUERBACH E quindi che ci posso fare? Le cose

stanno così, boy. C’è gente che fa musica e gente

che fa i soldi con la musica, e non sono mai le

stesse persone.

RS L’ultimo tuo disco solista è di quasi otto anni

fa. Come mai solo ora un nuovo album?

AUERBACH In questi otto anni non sono stato

fermo un secondo tra The Black Keys, The Arcs

e altre produzioni. L’estate scorsa ho capito che

ero arrivato al limite, avevo bisogno di una pausa,

ero in tour da quasi 5 anni consecutivi. Ero

pronto a fermarmi, ma appena mi sono seduto

ho iniziato a scrivere e ho messo in piedi delle

session con i migliori musicisti di Nashville e

del mondo, da Bobby Wood a Gene Chrisman.

RS E non dimentichiamo John Prine e Duane

Eddy... Com’è stato avere a che fare con musicisti

che per età potrebbero essere i tuoi padri,

anzi meglio, i tuoi nonni? Com’era una giornata

tipo di registrazione?

AUERBACH Iniziavamo alle 9, come in ufficio.

Però poi andavamo avanti fino alle 2 o alle 3 del

mattino senza fermarci. Eravamo addicted alle

registrazioni, non uscivamo neanche a mangiare,

ordinavamo il cibo e ce lo facevamo portare.

C’era tanto da imparare da quei “ragazzi”, la loro

capacità di creare musica perfetta, canzoni pop

catchy, ma impossibili da catalogare in un genere

preciso. Penso a Sweet Caroline

CANTO DA SOLO

Dan Auerbach è nato

nel 1979 ad Akron, Ohio.

Nel 2001 ha fondato i

Black Keys e nel 2005

gli Arcs. Waiting on a

Song è il suo secondo

album solista.

di Neil Diamond o Suspicious

Minds di Elvis Presley, pezzi

incatalogabili, con un’energia

unica: era questo che volevo imparare,

a scrivere e suonare così.

RS Ti sei divertito come allievo

di questi maestri. Stai lavorando

per essere un buon insegnante?

AUERBACH Lavorare con gente

più giovane è un’esperienza totalmente diversa.

I musicisti alle prime armi tendono a essere

molto insicuri e, soprattutto, a pensare troppo.

E poi vogliono parlare, discutere...

RS Con i tuoi amici di Nashville non parlavate?

AUERBACH Parlavamo solo per scherzare e dire

cazzate. Altrimenti si suonava. Certo non si

parlava mai di musica, di quella che si stava

suonando. Al massimo loro raccontavano

aneddoti divertenti su altri musicisti. C’erano il

più grande batterista del mondo e il più grande

tastierista della storia del rock: a che cazzo

serviva parlare di quello che stavamo suonando?

Mettevo le cuffie, registravamo e loro mi

facevano andare via di testa, tutto qui. Ogni

persona in quello studio per me era un regalo.

RS Puoi dirci il tuo segreto? Come fa la tua musica

a suonare contemporanea e non vintage? È

soul, è blues, è folk, ma contemporaneo.

AUERBACH Per molti fare il mio tipo di musica

significa mettersi un abito, magari retrò, che

non indosserebbe abitualmente. A me piace

usare vecchie tecniche e strumenti di registrazione,

mettendoli al servizio di quello che c’è nel

mondo reale. Mi servo di quel sound non per

suonare vintage, ma perché è ancora quello più

potente, che spacca di più: il mio riferimento,

quando penso a fare musica, è The Dark Side of

the Moon dei Pink Floyd, non Drake.

RS Parliamo dei testi delle tue nuove canzoni.

È sempre presente il Mito dell’America, che si

colloca sopra il tempo e la Storia pur facendone

parte. Ascoltandole mi vengono in mente gli

Stati Uniti raccontati da Cormac McCarthy...

AUERBACH Non sono né di Brooklyn né di L.A.,

sono nato ad Akron, in Ohio, sono uno dei

personaggi dei libri di Cormac McCarthy. Solo

che, a differenza di quei personaggi, non ho mai

ucciso nessuno. Ora vivo a Nashville, ma se

guidi dieci minuti da lì o da Akron ti troverai in

un posto che è molto simile, è lì da dove vengo

e dove vivo. Non uso i social media, non vado

sui siti che parlano di musica, ho capito che

non mi serve nulla di tutto questo. Ho capito

che, se voglio fare arte, devo essere libero da

queste cazzate. Voglio essere egoista, in un

modo sano e che sia utile alla mia musica. Il mio

mondo a Nashville è molto piccolo, esco poco

e frequento sempre le stesse persone: facendo

così sono più creativo, proteggo

me stesso.

RS Questo tuo disco sembra perfetto

per... (Vengo interrotto).

AUERBACH ...Per guidare, per fare

un giro in macchina.

RS Sì, come fai a saperlo?

AUERBACH Perché è così pure per

me. L’ho ascoltato mentre guidavo

da Memphis – dove ho fatto

il master dell’album – fino a Nashville ed era

perfetto, mi portava via su quelle strade, cambiavano

a ogni ascolto.

RS Che altro ascolti in macchina? Rap? Rock?

AUERBACH Mi piacciono alcune nuove band, ma

non ascolto tanta musica nuova.

RS Perché stai invecchiando?

AUERBACH No, sono più interessato alle mie

cose, al sound che porto avanti. Non mi interessa

più l’hip hop, si è normalizzato: è solo

business, non è più ribelle. La ribellione va

cercata nella musica che non è di moda, che non

è al centro dell’attenzione del mercato. RS

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 85


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CONOSCETE

UN BRAVO PSICHIATRA?

Mia Moglie ogni tanto Me lo dice: «tu dovresti farti

vedere, Ma da uno bravo!». coMincio a sospettare

abbia ragione. Però non è colpa mia, è quella specie di

Millennium Falcon (l’astronave “pirata” di Star Wars) che

è Rolling Stone. È quel continuo bombardamento di idee,

quei sogni che arrivano e non te li aspetti, è tutta colpa delle

sfide e delle sfighe. Come si fa a tenere una rotta tranquilla, a

impostare un numero e poi finirlo così come lo avevi pensato

UN MESE prima? In redazione sono dei santi, sopportano

i miei cambiamenti di rotta, qualche volta mugugnano e mi

guardano male, soprattutto quando non

capiscono dove stiamo andando (a volte

non lo so nemmeno io). Però non è colpa

mia, è il Millennium Falcon che è così.

Mi preoccupa di più qualche (lieve?) sintomo

di schizofrenia. Questo numero ha due

copertine: una di qui, l’altra di là. Se girate il

giornale, leggerete questo stesso editoriale.

Forse ha ragione mia moglie: dovrei farmi

vedere da uno bravo. Però (ditemi voi),

come facevo? Amo tantissimo la musica,

altrimenti non sarei a Rolling Stone. Già su

questa copertina ho cambiato idea. All’inizio

(ma proprio all’inizio) dovevano essere

i Depeche Mode: leggetevi l’intervista a

Dave Gahan e ditemi se non valeva la cover.

Poi, però, è arrivato Tiziano Ferro, e lì è entrato

in gioco il cuore. La sua musica mi ha

accompagnato per un pezzo importante di

vita: gliela dovevo, questa cover. Un solo rammarico: nemmeno

questa volta l’ho incontrato. Quando è stato qui a Milano,

il Millennium Falcon stava viaggiando nell’iperspazio: dovevo

restare ai comandi. E poi era giusto che l’intervista la facesse

Violetta Bellocchio. Tra loro è nato un bellissimo rapporto a

distanza: lei ama le sue canzoni, lui ama i suoi libri, tanto che

ha scritto una dedica apposta per Mi chiamo Sara... Erano

mesi che volevano incontrarsi, anche solo per un caffè. Non

ci erano mai riusciti: io ho dato loro l’occasione.

Stavo parlando di musica: qui trovate Ghali e M.I.A., Sampha

e Goldie, Thurston Moore e Dan Auerbach... Tanta roba,

insomma. Ma c’era una storia che non potevo bucare: il primo

Il prossimo 1° luglio a Modena

Vasco celebra 40 anni di carriera.

luglio, a Modena, prima che esca il prossimo numero di Rolling

Stone, c’è il concerto di Vasco. Sarà pazzesco. In mezzo

alla folla, con una birra in mano comprata dalla mia amica

Tizzi (che ha un chiosco proprio lì) ci sarò anch’io. Perché

Vasco è Vasco, l’unico vero rocker che l’Italia abbia mai avuto.

E quest’anno c’è una data sola. E sono 40 anni di carriera...

Volevo fargli un regalo grande. Ho provato (mettetevi nei

panni della redazione che tutte queste cose le ha sopportate)

con un grande portfolio fotografico che raccontasse questi

40 anni. Ma era tutto troppo scontato, tutte foto già viste.

Poi ho saputo che sarebbe uscito un libro

con le sue canzoni, commentate dal Blasco

medesimo. Ora che andiamo in stampa

non è ancora terminato: l’anticipazione

(ahimè) la prenderà qualcun altro. Poi,

poi, poi... Poi ho scoperto che il regalo più

grande glielo aveva già fatto qualcun altro:

il 29 aprile suo figlio Lorenzo gli ha dato

Lavinia, la prima nipote. Questa emozione

non si può battere. E allora siamo andati a

conoscere Lorenzo (e Lavinia) e ve li raccontiamo:

una storia per voi, una carezza

per Vasco.

Come facevo, però, a mettere insieme tutto

questo con la mia parte cazzara (c’è, e c’è

pure in Rolling Stone: sarà colpa del pop?).

È un anno almeno che la storia di quel ragazzo

magrino come me, vestito come Dan

Aykroyd nei Blues Brothers, che ho visto

su YouTube e poi negli spot Tim mi ossessiona: chi è? Da dove

viene? Come ha fatto? Passava per Milano, allora l’ho beccato

e gli ho dato un’altra copertina. Di seguito, abbiamo costruito

un altro numero di Rolling Stone. Chiamate uno bravo.

P.S. A proposito della parte cazzara mia e del giornale. Da questo

mese sul Millennium Falcon è salito pure Alessandro Cattelan.

Ogni numero ci regalerà un’intervista impossibile. Così impossibile

che nemmeno lui l’ha mai fatta: fedele al motto di Marzullo

“fatti una domanda e datti una risposta”, scrive di suo pugno

sia le domande sia le risposte. Comincia con Antonio Conte.

Capitelo, è interista: sa bene come farsi male.

FOTO S. PESSINA/OLYMPIA

@GiangiRolling

@rollingstoneita

6 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


COVER STORY

E POI

MI È

ARRIVATA

UNA MAIL

SVEN OTTEN

È UN TRANQUILLO

RAGAZZO DI PAESE:

LA SCUOLA, GLI AMICI,

IL MOTORINO, IL COMPUTER.

FINCHÉ FA UN VIDEO CHE

GLI CAMBIA LA VITA. NON SOLO PERCHÉ

ARRIVA A 40 MILIONI DI VISUALIZZAZIONI.

MA PERCHÉ, GRAZIE A QUEL VIDEO,

SVEN DIVENTA “IL BALLERINO TIM”

TEDESCO DI WESTFALIA

Sven Otten, 29 anni, è nato e vive a Heinsberg,

vicino a Colonia. Nella foto, camicia stampata WRANGLER;

t-shirt SISLEY; cappello BORSALINO.

TESTO GIANLUCA BELTRAME - FOTO GIOVANNI GASTEL - STYLE PINA GANDOLFI

8 ROLLING STONE_GIUGNO 2017

IN CUFFIA: “ONE TIME”, JUSTIN BIEBER


ROLLING STONE_GIUGNO 2017 9


odo cambia: c’è un attimo speciale (credo ci sia nella vita di ognuno)

che ti cambia radicalmente la vita. Una telefonata, un incontro, un’email:

dopo, niente è più lo stesso, niente può essere più lo stesso. È

come il film Sliding Doors. Una ragazza con una vita normalissima

prende la metropolitana al volo: la sua vita va da una parte. La stessa

ragazza perde il metrò e prende un taxi per tornare a casa: la sua vita

finisce in tutt’altra direzione.

Sven Otten ha 29 anni ed è un giovane normalissimo. «Sono un tranquillo

ragazzo di paese», continua a ripetere (quasi a scusarsi) durante

tutta l’intervista. Nasce, cresce e continua a vivere a Heinsberg,

41mila abitanti, vicino a Colonia, in Germania. Padre (Peter), madre

(Anneliese), una sorella più grande (Yvonne) e una più piccola (Virginia). La scuola,

il motorino, le ragazze. Il computer e i videogames, lo scambio di file: i suoi amici, a

cominciare da Yves che gli è più caro di tutti, sono un po’ nerd, come lui. E infatti

Sven studia computer science all’università di Aachen (vicino a casa): è sicuro che il

suo futuro sia lì. Poi, un giorno, sua sorella piccola condivide un video su YouTube e

tutto cambia. Nel suo personalissimo Sliding Doors, Sven Otten non sale sul vagone

della metropolitana. Per lui comincia una nuova vita: oggi è il ballerino dello spot Tim.

Lo conoscono tutti. E il video, realizzato nella sua stanza e pubblicato in rete con il

nick JustSomeMotion, ha superato i 40 milioni di visualizzazioni: «È come se metà

Germania lo avesse visto», dice. E ancora non ci crede.

È assertivo: «Ho imparato molto di più con il computer che in tutti gli anni di scuola».

Del resto, senza il computer e senza i social network questa storia non sarebbe

mai esistita, nessuno di noi conoscerebbe Sven, che avrebbe fatto la sua carriera nel

mondo della IT. La sua storia è la favola Millennial. Non ha mai messo piede in una

scuola di ballo. «Ho imparato tutto dai video tutorial, vedevo un passo che mi piaceva

e mi incaponivo, la prendevo come una sfida: dovevo riuscire a farlo».

RS Di’ la verità: studiavi le coreografie per fare colpo sulle ragazze in discoteca...

OTTEN Non ho mai studiato un’intera coreografia. Vedevo un passo che mi piaceva e

lo imparavo. Poi lo mettevo via: era come se riempissi di passi un enorme cassetto,

che poi aprivo tirando fuori quello che volevo fare in quel momento.

STAR DEI SOCIAL

Il video All Night ha più di

40 milioni di visualizzazioni.

Da Natale gli spot Tim con

Sven Otten hanno superato

i 18 milioni di contatti: 12

milioni di visualizzazioni

su Facebook, 1 milione di

persone raggiunte su Twitter,

5,5 milioni di visualizzazioni

su YouTube. Nella foto, Sven

Otten indossa giacca SISLEY;

t-shirt INTIMISSIMI; cintura

EMPORIO ARMANI; pantaloni

L.B.M. 1911; scarpe GEOX;

cappello BORSALINO.

10 ROLLING STONE_GIUGNO STONE_OTTOBRE 2017 2015


ROLLING STONE_OTTOBRE 2015 11


RS Che cosa ballavi?

OTTEN Ho cominciato con il Melbourne Shuffle,

una street dance nata in Australia negli anni ’80.

Poi ho aggiunto un po’ di Tecktonik (electro

dance) e Rebolation, che si balla nei rave brasiliani.

Alla fine sono arrivato al Charleston: mi

piaceva quel suo essere rétro e la sua ironia. Mi

sono accorto che proprio le parti ironiche erano

quelle che mi mettevano più voglia di ballare. Se

balli, è perché vuoi mostrare gioia e allegria. O,

almeno, per me è così.

RS La prima volta che hai ballato un pezzo

intero?

OTTEN Mi c’è voluto un anno per metterlo insieme,

ed era un pezzo di cinque minuti. Quando

era pronto, alla fine era Natale. Ho pensato di

farlo vedere a mio padre: una specie di regalo.

RS E gli è piaciuto?

OTTEN Molto. Quella sera avevamo la cena di

Natale dalla nonna, e lui mi ha detto: «Perché

non lo fai vedere anche a lei?». Così l’ho caricato

su YouTube, per farlo vedere alla nonna.

Anzi, l’ha caricato mia sorella Virginia, che

poi l’ha condiviso. Lo stesso hanno fatto i miei

amici. Beh, tempo una settimana era arrivato

a 100mila visualizzazioni. Pazzesco. Così ho

pensato di farne un altro: la musica era All Night

di Parov Stelar, e ha fatto 40 milioni di views.

RS E hai pensato di darti alla pubblicità.

OTTEN Ma figurati! (ride). Lì però ho cominciato

a vedere una cosa. Arrivavo a 100mila visualizzazioni

e mi dicevo: più in alto di così non potrò

mai arrivare! Le visualizzazioni arrivavano a

un milione e mi ripetevo la stessa cosa. Poi a 10

milioni... Da quel momento non ho più smesso

di sorprendermi. E infatti un giorno mi è arrivata

una mail.

RS Dall’Italia?

OTTEN No, da Los Angeles. Un produttore di

Hollywood aveva visto il mio primo video e voleva

farci uno spot. Mi chiede di raggiungerlo.

RS E l’hai fatto?

OTTEN Certo. Sull’aereo per gli Stati Uniti,

però, continuavo a chiedermi se non fosse uno

scherzo idiota messo su dai miei amici. E invece

all’aeroporto c’era davvero un autista in livrea

con in mano un cartello con il mio nome. Sono

salito su una limousine e mi ha portato in un

hotel pazzesco a Rodeo Drive. La sera ho cenato

con un muffin, era l’unica cosa che potevo

permettermi sul menu: costava 15 dollari e io ero

uno studente universitario... Mi sono chiesto

come avrei fatto a sopravvivere una settimana

a Los Angeles.

RS Ma non era tutto pagato?

OTTEN L’ho scoperto solo la mattina dopo. E a

quel punto ho ordinato una gigantesca insalata

di pollo. Buonissima.

RS E così sei entrato nel grande giro degli spot.

OTTEN Ma no, stavo ancora studiando e quella

per me era la cosa più importante, la computer

science, il mio futuro. Ammetto di aver pensato:

“Magari posso fare qualcosa di più con la musica

e con YouTube”. Così ho pensato di fare un

altro video: sono uno preciso, ho cominciato

a chiedere i diritti per le musiche. E lì mi sono

scontrato con le regole dello showbusiness.

Jamie Barry è stato carinissimo, mi ha detto

subito: “No problem”, anzi era felice che la

sua musica finisse in un video. Altri sono stati

meno carini. Così ho lasciato perdere. Anche

perché, nel frattempo, avevo trovato lavoro

come project manager in un’azienda di IT. Poi

è arrivata una mail.

RS Da Tim...

OTTEN No, da una banca tedesca. E mi avevano

scritto in inglese...

RS La banca tedesca ti ha scritto in inglese?

OTTEN Sì, perché nel frattempo su Internet era

successo di tutto. Un mucchio di gente giurava

di conoscere chi fosse veramente JustSome-

Motion: una delle voci più accreditate era che

fossi francese. C’era perfino chi aveva scritto

che avevo avuto problemi, ma che sarei tornato

presto... Tanti si erano preoccupati (ride).

RS E come l’hai gestita con la banca?

OTTEN Ho pensato che avevo bisogno di una

manager: ha fatto tutto lei. L’accordo prevedeva

che avrei mantenuto il mio lavoro, che la campagna

pubblicitaria mi avrebbe impegnato solo nel

tempo libero. Poi, invece, è successo di tutto:

mi hanno invitato perfino nel più importante

talk show televisivo tedesco, in prima serata.

Non ce l’ho più fatta a gestire tutto. Anche

perché un giorno è arrivata una mail.

NON HA

MAI MESSO

PIEDE IN

UNA SCUOLA

DI BALLO

«HO IMPARATO

GUARDANDO SOLO

I VIDEO TUTORIAL»

ADESSO ARRIVA L’UOMO RAGNO

Dall’11 giugno Sven Otten balla con

L’Uomo Ragno nei nuovi spot Tim.

A sinistra, total look EMPORIO

ARMANI. A destra, camicia SISLEY;

pantaloni WRANGLER.

12 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


ROLLING STONE_OTTOBRE 2015 13


RS Da Tim.

OTTEN Stavolta sì. Le prime mail sono tutte

uguali: “Ti abbiamo visto in rete, vorremmo

incontrarti...”. Per fortuna ora ho una manager

che si occupa di me: io non ci starei dentro. Anche

perché, hai presente quella cosa che dicevo

prima, quando pensi: “No, più di questo non è

possibile”, ecco Tim riesce sempre a stupirmi

con le sue proposte e la capacità di realizzare

cose incredibili. Parti con lo spot (il video con

la musica di Parov Stelar), poi un giorno ti chiamano:

“Devi venire a Roma a ballare in piazza

di Spagna con 300 ballerini sulla scalinata”.

Trecento ballerini, ti rendi conto? Poi un altro

giorno ti dicono: “Guarda che devi andare al

Festival di Sanremo”.

RS Sempre un passo oltre quello che immagini?

OTTEN Ma sì. Sono appena tornato dal Brasile,

dove ho girato uno spot per Tim Brasil. E io

non ero mai stato in Sudamerica. Poi gli spot

con Spiderman, li vedrete presto.

RS Ce ne parli?

OTTEN Da bambino guardavo i cartoni animati di

Spiderman. Era il mio supereroe preferito: non

un grande corpo, mica una bestia fisicata come

Hulk o Thor. Uno un po’ sfigato, ma intelligente,

ironico, che faceva tricks geniali. Mi hanno

detto che avrei fatto degli spot con lui e ho

lavorato con Chris Silcox, lo stuntman: riesce

a fare salti e robe incredibili, come lo Spiderman

che vedevo da bambino. Ha 21 anni, siamo diventati

un po’ amici. Lui sta in America, ci siamo

scambiati i numeri di telefono, ci rivedremo.

RS Tutta questa storia ti ha cambiato la vita?

OTTEN Sono sempre un tranquillo ragazzo di

paese, i miei amici sono sempre gli stessi. Mi

colpisce, però, tutta quella gente che mi scrive

sui social e mi confessa storie anche molto

personali. C’è il papà che racconta della sua

bambina di 3 anni che guarda la televisione e

aspetta lo spot Tim perché vuole ballare con

me. C’è la signora di 67 anni che mi contatta

14 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


in privato e mi parla come se fosse mia nonna:

“Guarda che in quell’intervista avevi i capelli

messi male, fatteli sistemare!”. C’è la ballerina

americana che ha dovuto abbandonare la danza

per un problema al ginocchio e dopo avermi

visto ha ripreso a ballare, non per professione,

ma per puro divertimento...

RSPerò sarai diventato ricco, ti sarai comprato

una mega casa e...

OTTEN No, guarda, mi sono comprato un appartamento,

due piani sopra i mei: soggiorno,

camera da letto, bagno e cucina. Che però non

uso: cucino e mangio dai miei. Poi torno su, e

la cucina la sistemano loro.

RS

1. CARAVAN PALACE - “SUZY”

2. JAMIE BERRY FEAT. OCTAVIA ROSE

- “LOST IN THE RHYTHM”

Inizio con due brani elettro swing,

perché è una musica che continua

a piacermi un sacco.

3. ED SHEERAN - “SHAPE OF YOU”

Per me è la canzone dell’anno.

4. FINLEY QUAYE - “DICE”

Mi ricorda un vecchio amore, anzi il mio

LA PLAYLIST DI SVEN

primo amore. Imprescindibile. Anche

perché oggi non sono innamorato.

5. ARCTIC MONKEYS -

“R U MINE”

Tanto ritmo e tanta ironia.

6. RED HOT CHILI PEPPERS -

“THE ZEPHYR SONG”

I Red Hot Chili Peppers sono la prima

band che ho davvero ascoltato.

Prima di loro, lo ammetto, sentivo

musica a caso.

Grooming: Grazia Riverditi@Glowartists. Ha collaborato Giovanni Belletti

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 15


COME NASCE UNO SPOT

E adesso

arriva

l’Uomo

Ragno

(con Mina)

Luca Josi, 51 anni,

Brand Strategy e Media

(traduzione:

responsabile della

comunicazione) di Tim.

Per una campagna di successo servono una fabbrica creativa

particolare, un team forte, idee chiare. E una gran botta di fortuna.

Parola di chi ha creato lo spot Tim

Èl’uomo che ha creato lo spot Tim: «Tutto è cominciato

in quella fabbrica creativa che è la mia famiglia allargata:

a casa mia si naviga, si guarda, si inventano cose»,

racconta Luca Josi, 51 anni, direttore Brand Strategy e

Media di Tim. «E quel video era lì: perfetto, quasi fosse

sul comodino di Agatha Christie. Sven è il testimonial che tutte le

nonne vorrebbero in casa. La sua storia è quella di un ragazzo che,

grazie a un’ottima connessione alla Rete, scopre un talento che non

sapeva di avere, una passione che fa esplodere nella sua cameretta.

L’inquadratura era perfetta, con la luce che arriva dalla finestra, lui al

centro, le mani che indicano gli spazi ai quattro angoli dello schermo

e che ci hanno permesso di “far entrare” le parole delle nostre offerte

commerciali». Infatti avete tenuto tutto, pure la musica. «L’elettro

swing è una musica contemporanea che rilegge lo swing, un genere

allegro che nasce come reazione alla Grande Depressione del ’29.

Non voglio fare sociologia a buon mercato: dico semplicemente che

è perfetto per i tempi in cui viviamo. Anzi, diciamola tutta: trovare

quel video è stata una grande fortuna. E non è stata l’unica». In effetti,

quando una cosa funziona davvero, spesso si crea una specie

di magia che porta, per l’appunto, a un’incredibile sequenza di gran

botte di fortuna. «Prendi Sanremo: avevamo firmato il contratto,

eravamo sponsor unici prima di scoprire Sven. Non pensavamo a

un simile successo: siamo arrivati al Festival proprio nel momento

di boom dello spot. Avevamo a disposizione delle telepromozioni.

Normalmente vengono trattate come le parenti povere degli spot:

vanno in onda una sola volta, a volte non ci si mette tutto l’impegno.

E invece, grazie al via libera di Presidente e AD, abbiamo creato

cinque momenti teatrali strepitosi». E poi c’era Mina... «Mina è una

grande amica. Le era piaciuto lo spot e ha detto subito di sì. E qui mi

fermo: amo la sua riservatezza e quindi non c’è altro da raccontare.

Anzi, no, una cosa la aggiungo: dall’11 giugno la voce di Mina torna

protagonista dei nostri spot, insieme a Sven e all’Uomo Ragno. Un

supereroe anomalo, non è sovrumano come Superman: lui e Sven

sono due ragazzi della cameretta. Sono spot molto gioiosi». E poi

Spiderman usa la rete... «Non solo, il suo costume rosso e blu ha i

nostri stessi colori». Continuate con Sven. Ma non pensate sia ormai

sovraesposto? In Rete circolano moltissime parodie del suo balletto.

«Le pariodie sono il premio più bello per chi fa comunicazione: vuol

dire che hai colpito nel segno, che hai creato quell’attenzione che è il

nostro obiettivo. Abbiamo aperto il canale #BallaConTIM: i nostri

utenti ci hanno sommerso di video. I migliori li abbiamo mandati in

onda la sera della finale di Champions». G.B.

RS

16 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


IMMAGINI ESCLUSIVE

Non se ne è accorto (quasi)

nessuno, ma il nuovo spot Tim,

dove Sven Otten balla con

l’Uomo Ragno, è stato girato

anche a Milano: è in onda

a partire dall’11 giugno.

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 17


BELLI E VIRALI

Dal Tuca Tuca

alla “scimmia”

(via Grease)

«“You’re the One That I Want”

ha cambiato Hollywood,

ma c’eravamo arrivati prima noi».

Luca Tommassini racconta

la storia dei tormentoni da ballare

DI MATTEO ZAMPOLLO

UNA

CARRIERA

CON I

GRANDI

Luca

Tommassini è

nato a Roma

nel 1970. Nella

sua carriera

ha lavorato

con Madonna,

Michael

Jackson,

Prince, Diana

Ross, Whitney

Houston, Kylie

Minogue, Geri

Halliwell, Lorella

Cuccarini

e Pavarotti.

Sta preparando la nuova edizione di X Factor come direttore

artistico, la sua decima. E, come al solito, vuole fare

le cose in grande. «Per fortuna ho l’entusiasmo di un

ragazzino», dice Luca Tommassini. E non lo nasconde.

Di recente ha firmato la coreografia della “scimmia” di

Gabbani. Da lì partiamo per ripercorrere la storia delle coreografie

virali. Seguendo un filo lunghissimo che parte dall’Italia – davvero

– e arriva fino ai giorni nostri.

RS Da dove nasce la febbre dei balletti, tutte queste mossette

virali?

TOMMASSINI Secondo me, l’abbiamo inventata proprio noi. In

America si è sempre sparato verso l’alto, noi abbiamo sempre

avuto l’esigenza di fare tanto con poco.

RS Qual è il segreto? Il fatto di essere replicabile?

TOMMASSINI Posso avere immediatamente tutto, è subito replicabile.

Se viene messo in piedi un progetto costoso e complesso,

difficilmente ti conquista. Prendi la scimmia di Gabbani: quell’essere

peloso che balla siamo tutti noi! (Ride). È una questione

interessante a livello umano.

RS Quindi anche tu sei affascinato?

TOMMASSINI Mi ritrovo di notte nel letto, al buio, a guardare questi

video virali. Stiamo scoprendo un mondo che esisteva già: la gente

a casa ha sempre ballato, ma non potevamo entrare per curiosare.

Il grande teatro, il grande cinema, sono mondi che abbiamo sempre

avuto e ammirato. Questo no, perciò è più interessante.

RS Quali sono le nuove vie di diffusione? I calciatori?

TOMMASSINI Loro hanno un grandissimo pubblico, e non essendo

artisti hanno più presa ancora, sono come noi, non fanno quello

di lavoro. Anche perché i cantanti italiani non ballano.

RS E a Hollywood, quando se ne sono accorti?

TOMMASSINI Con Grease. Quella è stata la prima coreografia che ha

avuto grande successo tra il pubblico. È adorabile, tutti la sanno

fare. Per Hollywood è stato uno spartiacque. E ha fatto nascere

tantissimi altri movimenti che sono arrivati fino ai giorni nostri.

Alla fine ci ispiriamo sempre al passato.

RS

18 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


ITALIA

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20 ROLLING STONE_GIUGNO 2017



rollingstone.it

IL MEGLIO DAL NOSTRO WEBSITE

CINEMA

Tempo di grandi blockbuster

da vedere in sala, come l’estate

vuole. Il ritorno de La Mummia

e l’ennesima trasformazione

dei Transformer.

NBA

Contributors

PETER TRAVERS

È il critico cinematografico

di Rolling Stone USA, con cui

collabora dal 1989, e uno dei

più noti personaggi del mondo

hollywoodiano. Per ABC News

conduce un programma di talk

e interviste, Popcorn. Per noi ha

visto e recensito i film del mese.

ALESSANDRO CATTELAN

È nato a Tortona, in provincia

di Alessandria, 37 anni fa.

Ha iniziato la sua carriera

come veejay sul canale VIVA,

poi All Music. Attualmente

è conduttore tv (E poi c’è

Cattelan, X Factor, i David...) e

radiofonico per Radio Deejay.

Da questo numero firma per

noi le Interviste impossibili,

ovvero interviste mai avvenute

con personaggi plausibili.

Si parte con Antonio Conte.


È ancora una volta Golden

State-Cleveland la finale

del campionato più bello

del mondo. Seguiremo tutte

le emozioni dal parquet.

GRANDI ELEZIONI RITORNI

GIAMPAOLO VIMERCATI

È nato a Milano nel 1958, ma da anni vive

e lavora come fotografo a Parigi, da dove

lavora con i principali magazine europei.

È un grande appassionato di sport

e di velocità. Proprio per questo, ha scattato

il surfista Leonardo Fioravanti.


Ritornano i Guns, ritornano

i Radiohead. Sarà un giugno di

nomi ben noti, di maxi concerti

e di emozioni fortissime.

E noi siamo pronti a viverle.

FESTIVAL

SPORT

JEFF GODELL

È un autore americano, oltre che

collaboratore di Rolling Stone USA e del

New York Times Magazine. Ha concentrato

le sue energie sulle questioni ambientali,

pubblicando anche diversi libri sul tema.

In questo numero ci parla di un’apocalisse

di ghiaccio, purtroppo per noi, alle porte.


Arriva l’estate e si moltiplicano

gli appuntamenti per gli

appassionati di musica: e noi

ovviamente siamo in prima fila.

PLAYLIST Moltiplica il piacere

della lettura ascoltando sul sito

la compila nel numero.

VERONICA RAIMO

Scrittrice, il suo ultimo romanzo è Tutte le feste

di domani, Rizzoli 2013. Al momento sta lavorando

a un nuovo libro e allo spettacolo teatrale

Domani i giornali non usciranno. Per noi ha

recensito i libri del mese, tra cui il nuovo romanzo

di Giordano Tedoldi.

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 21


Giugno 2017

RS06

(anno IV)


HO IMPARATO DI PIÙ

CON IL COMPUTER

CHE IN TUTTI GLI ANNI

DI SCUOLA


(Sven Otten, ballerino dello spot Tim

e star della Rete, si racconta a pag. 8)

24

INTRO

L’intervista impossibile

Alessandro Cattelan incontra

(ma per finta) Antonio Conte.

27

34

36

38

40

42

44

45

46

REVIEWS

Musica

Gaming

Libri

Strisce

Serie Tv

Cinema

Le cose

Eat & Drink

No stress

STORIE

48 Un narciso alla Casa Bianca

Trump non è il primo Presidente Usa

egocentrico. Ma di certo è il più pericoloso.

58 Tipo da spiaggia

Abbiamo incontrato (e scattato) Leonardo

Fioravanti, il miglior surfista italiano.

68 Donne del Wrestling/1

La rivoluzione femminile della WWE.

72 Donne del Wrestling/2

Alison Brie è salita sul ring per GLOW, serie

che racconta lo show più folle della tv Usa.

74 Apocalisse di ghiaccio

Una calotta antartica sta crollando nell’Oceano,

e potrebbe cambiare di colpo il pianeta.

LEONARDO

FIORAVANTI

L’intervista al surfista

è a pag. 58.

Giacca EMPORIO

ARMANI;

muta QUIKSILVER;

anelli e orologio

in acciaio GUCCI.

Foto Giampaolo

Vimercati.

22 ROLLING STONE_GIUGNO 2017

QUESTO NUMERO È STATO CHIUSO IN REDAZIONE IL 29 MAGGIO ALLE 19


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L’ intervista impossibile

DI ALESSANDRO CATTELAN

ANTONIO CONTE

(OVVIAMENTE ALESSANDRO CATTELAN NON HA MAI INTERVISTATO ANTONIO CONTE)

NoNostaNte i taNti ragguagli ricevuti

circa la sua maNiacale fissazioNe per la

puNtualità, mi preseNto all’appuNtameNto

coN il miglior alleNatore del moNdo

iN uNa fiNta trattoria italiaNa di chelsea

iN ritardo di tre miNuti. Lo sguardo

che mi riserva, appena mi vede, batte quello

di Marlon Brando in Apocalypse Now per

carisma, quello di Jack Nicholson in Shining

per follia e quello di mia madre durante tutta

la mia adolescenza per incazzatura. Provo a

rimediare con lo sguardo innamorato di Jack

mentre ritrae Rose nuda sul Titanic, ma sembra

che con lui non attacchi.

CONTE Sei in ritardo di tre minuti.

RS Sì lo so, ho perso un po' di tempo per capire

da che parte mi conveniva guardare prima di

attraversare la strada. Ogni volta che vengo a

Londra la stessa storia... Mi scusi.

CONTE Non si tratta di scusarsi. Si tratta di

rispettare le regole. Fai cinque giri dell’isolato

di corsa per punizione.

RS Ma veramente...

CONTE Sono appena diventati dieci. Subito!

Mi alzo dal tavolo nell’imbarazzo generale. Gli

altri clienti mi fissano, lasciandomi intendere

che me lo sono meritato. Inizio a correre fino

a quando, 26 minuti dopo, esausto e madido

di sudore, termino il mio castigo e crollo sulla

sedia davanti a lui.

CONTE Questi sono i miei metodi, ragazzo

caro. Punire, reprimere, scoraggiare ogni insubordinazione.

Solo così si possono ottenere

grandi obiettivi.

RS Sembra un atteggiamento eccessivamente

militaresco. Ma evidentemente ha portato i

suoi risultati. Come riesce a imporlo ai suoi

giocatori? Ventenni, ricchi e viziati...

CONTE Principalmente attraverso il terrore.

Devono aver paura di me. Tutti. Sempre.

RS Qual è stato il momento più difficile della

sua esperienza al Chelsea?

CONTE Senza dubbio quando ho fatto levare le

spillatrici per le birre dallo spogliatoio. Vorrei

essere ricordato come il visionario che ha

introdotto l’acqua nella loro alimentazione.

RS Qualcuno l’ha mai ringraziata per questo?

CONTE Principalmente le loro mogli. Se intende

qualcuno della squadra invece... No,

nessuno in particolare.

RS Dev’essere stato un

duro colpo. È per questo

che dicono stia pensando

di tornare in Italia ad allenare.

Magari a Milano?

CONTE Sono falsità. La ragione

principale è climatica

e ambientale. Quando

a un salentino come

me vengono a mancare

lu sule, lu mare, lu ientu,

rischia di impazzire. Per

questo stiamo pensando

di spostarci a Milano.

RS Ma nemmeno a Milano

c’è il mare. E anche di LA CHIOMA. COSÌ SONO

LA SVOLTA È STATA

sole se ne vede poco a dir DIVENTATO LEADER. SONO

la verità...

UN MODERNO SANSONE

CONTE ...Touché...

RS...

CONTE I Sud Sound System almeno ci sono?

RS Ogni tanto passano in concerto, d’estate

principalmente.

CONTE Ce li faremo bastare allora.

RS Al primo anno di Premier League ha vinto

il titolo e non certo da favorito. Eppure qualcuno

sostiene che lei sia solo una copia di

Mourinho, ma che ha letto meno libri...

CONTE La pazienza è amara, ma il suo frutto

è dolce. Oh, come dicono da queste parti, go

fuck yourself.

RS Certo... Quale pensa che sia la sua caratteristica

migliore come allenatore?

CONTE Senza dubbio la vendetta.

RS Può essere più chiaro?

CONTE Quando ero un giocatore nessuno mi

faceva mai sentire apprezzato. Io correvo per

tutti, coprivo, ripiegavo, mi inserivo, urlavo,

picchiavo, facevo anche qualche gol, ma poi

c’era sempre qualcuno a prendersi la scena al

posto mio... Baggio, Del Piero... E sa perché?

RS Perché la loro classe cristallina li rendeva

artisti del pallone?

CONTE La sua ingenuità mi

commuove. Non avevano

nulla più di me, tranne un

miglior consulente d’immagine.

Baggio col suo codino,

Del Piero e le sue basette da

moschettiere del Re... Erano

sex symbol, prima che

calciatori, avevano carisma.

E io, con quattro peli in testa

che mi ostinavo a tenere

troppo lunghi, a spaccarmi

la schiena al posto loro, non

potevo competere. Ho sofferto

molto per questo, finché

un giorno ho deciso di

cambiare. Prima ho provato

con le basette, poi i baffetti...

Ma sembravo un pornodivo

anni '80. La svolta è stata la chioma. Così sono

diventato leader. Sono un moderno Sansone.

Ora spremo i miei calciatori finché non sono

stremati e loro non osano battere ciglio. Antonio

Conte non dovrà più correre per nessuno.

Sono gli altri a correre per me.

RS Una storia davvero commovente. Abbiamo

ancora poche battute. Progetti futuri?

CONTE Sto preparando una mostra fotografica

che curerò personalmente. Tanti scatti che mi

ritraggono mentre fingo di litigare con qualcuno

al telefono da diverse cabine telefoniche in

diverse città. Si intitolerà Momenti di tensione

in giro per il mondo. Sarà qualcosa, vedrà.

@alecattelan

FOTO JOHN PATRICK FLETCHER

24 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


MADE BY YOU

“IN MOTO

MI SENTO LIBERO DI ANDARE

OVUNQUE.”

MARCO

ARCHITETTO

www.xjewellery.com | X Jewellery | #xjewellery

L’INFINITO

“La vita è una corsa,

nel dubbio dai gas!.”

ON THE ROAD

“Il primo link che ho scelto.

Non poteva mancare!”

PUNTINI DI SOSPENSIONE

“Il bello del viaggio non è la meta,

ma il viaggio in sé.”


Torna Waters,

l’impegnato

Il fantasma dei Pink Floyd rivive in questo

disco di ballate rock serie (a tratti, lugubri)

ROGER WATERS

IS THIS THE LIFE

WE REALLY WANT?

Columbia Records

HHHHH

ILLUSTRAZIONE SARA PAGLIA

AllA fine dello scorso Anno un cofAnetto

di 27 dischi hA restituito pArecchio di quel

che c’erA AncorA in Archivio dei pink floyd

fino Al ’72: pompei, Antonioni, lA muccA e

il prAto verde, l’orchestrA dellA BBc, l’ufo

cluB, syd BArrett, l’invenzione dellA psichedeliA.

Quel cofanetto è del tutto sufficiente

come contributo della band alla storia del ’900.

I critici degli anni ’70, quelli tosti, già odiavano

The Dark Side of the Moon e Wish You Were Here.

Sembravano a loro dischi che chiudevano un’epoca

(che avevano vissuto): un po’ furbi, certamente

hi-fi, ma vagamente paranoici, wagneriani della

mutua, tutti pieni del gran senso di colpa nei

confronti del povero Barrett mollato chissà dove

col cervello bruciato dagli acidi.

Avevano torto? Boh. I critici meno tosti di allora,

e gran parte del giovane pubblico dei Pink Floyd,

si sconvolgevano ascoltando indifferentemente

Wish You Were Here e Ummagumma. Perché di

questo si trattava. Non che si scappi facilmente

dai dark side e dai wall, questo no. Ancora nel

2016 David Gilmour – reduce da un terrificante

album solista – aveva fatto stampare delle session

di qualche anno prima con Richard Wright

ancora vivo e senza Waters: The Endless River,

ultimissimo album dei Pink Floyd. Assoli di

chitarra con eco e sustain, pedali wagneriani di

tastiera ai saldi. Abbastanza funerario, ma a suo

modo emozionante.

Il fantasma completo del gruppo si ricompone

adesso nelle ballate di Roger Waters in questo

disco. La voce, il grido, persino un leitmotiv

che ricuce buona parte delle canzoni, la chitarra

acustica e il pianoforte suonati direttamente

dentro le orecchie di chi ascolta. A 25 anni dal

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 27


REVIEWS MUSICA

precedente Amused to Death, di nuovo i testi

impegnati (e un tantino lugubri) di quello che

viene considerato uno dei migliori parolieri

del rock. Uhm. “Io se fossi dio / avrei aggiustato

le vene del viso per farle più resistenti all’alcool e

meno inclini all’invecchiamento (...) io se fossi un

drone (...) avrei paura di trovare qualcuno a casa”.

Con la voce normalmente arrochita dai 71 anni

compiuti, meno stronza e tagliente del solito.

Il solo fatto che esistano pezzi come questo

Déjà Vu, o The Last Refugee (l’ultimo rifugiato),

tanta l’aria di razzismo “normale” che tira, è

pur sempre una benedizione del rock&roll e

della sua capacità di parlare di cose molto serie

a un pubblico largamente intergenerazionale.

Waters sa bene che i Pink Floyd c’est moi.

Fin troppo bene, e se li porta in giro nei megaspettacoli

delle sue tournée (la lettura della

scaletta dell’Us + Them Tour, tutta Pink Floyd e

quasi niente il resto, è indicativa). Ugualmente

funerario perciò è l’effetto, forse meno emozionante.

Un mezzo ricatto

IL FANTASMA

COMPLETO DEI

PINK FLOYD SI

RICOMPONE

ADESSO NELLE

BALLATE DI

ROGER WATERS

IN QUESTO

DISCO

si può dire? Scrive versi

come “finchè i giornalisti

saranno messi in galera /

finchè la vita di giovani

ragazze sarà spezzata”. Si

tiene stretto anche un

certo ruolo da guida

politica della pop music

internazionale. La

sua agenda assomiglia a

quella di una Ong. Da un po’ sta tartassando

i Radiohead perché non vadano a suonare in

Israele. Ed è curioso, perché la scelta di lavorare

con Nigel Godrich come produttore ci ricorda

innanzitutto quanto la scrittura e i cromatismi

dei Radiohead (quelli classici di OK Computer,

disco che compie nel frattempo 20 anni) debbano

ai Pink Floyd di Roger Waters. Cose del

tutto impolitiche, ma non meno importanti.

Ancora più curioso il fatto che l’eredità dei Pink

Floyd (il suono prima delle parole, la forma

contro il contenuto) si venga dissolvendo in

queste ballatone dal testo ben scandito, che

potrebbero essere cantate da Massimo Ranieri

come da Thom Yorke. È questa la vita che volevamo?

Io non so che vita faccia Roger Waters.

Utilizzare nelle canzoni il vecchio trucco di

inzeppare le intro con voci di radio e televisione

per far risaltare contro la chiacchiera dozzinale

dei media la voce umana è un po’ facile e forse

anche patetico. Politicamente parlando è una

sottovalutazione del silenzio gelido e crudele,

davvero, della Rete. “Non possiamo mandare

il tempo all’indietro / possiamo dire vaffanculo,

non ascoltare piu stronzate e bugie”. Almeno su

questo siamo d’accordo. Alberto Piccinini

RADIOHEAD

OK Computer

OKNOTOK 1997 2017

XL Recordings HHHHH

Non c’è un significato dietro a OK Computer. L’unico

messaggio è il caos». Thom Yorke aveva spiegato così

nel ’97 l’album, primo passo del processo di dissoluzione

della band inglese in un’entità immateriale ed enigmatica, in grado

di scatenare reazioni fortissime. Perché OK Computer ha costretto

una generazione a interrogarsi sul futuro. Pre-millenium tension:

è uno dei modi in cui si è provato a descrivere quel misto di

paura e sogno, melodia e distorsione, campionamenti e chitarre,

politica e poesia, malinconia e rabbia, con cui i Radiohead hanno

scritto la colonna sonora del millennio che stava per finire, anticipando

molto di quello che sarebbe successo dopo. Un album

realizzato seguendo una visione difficilissima, cambiando

l’idea di canzone pop e dissolvendola in pura atmosfera, un

impossibile sonoro costruito nell’isolamento di una casa di

Bath in cui la band si è rinchiusa con Nigel Godrich, registrando

tutto dal vivo e sintetizzando un impeto che Yorke ha

descritto in modo criptico: «Mirare il bersaglio e poi sbagliare».

Questa riedizione restituisce la visione della band in tutta

la sua inconsapevole chiarezza e dimostra quanto fosse avanti

questo album, e regala otto B-sides e tre inediti, I Promise, Lift

e la strepitosa Man of War, recuperati dagli archivi e risuonati.

Con OK Computer gli album sono tornati per un momento a

essere una cosa seria, come quelli dei Pink Floyd e dei Beatles. Un

disco che ci ha costretto ad ascoltare e, forse per l’ultima volta,

ci ha invitato non a consumare musica, ma a viverla, anche come

espressione del proprio tempo. Michele Primi

POPULOUS

AZULEJOS

La Tempesta Dischi

HHHHH

Come nell’omonimo

videogioco, Populous gioca

a esplorare le possibili

evoluzioni di suoni primitivi

nelle atmosfere selvagge

ed esotiche dell’ultimo

album Azulejos. Dopo

l’esordio con l’hip hop

astratto di Quipo, l’indietronica

di Queue For Love, il

synth dream pop di Drawn

In Basic, è Night Safari a

marcare un’inclinazione

espressiva del produttore

salentino verso paesaggi

psichedelici tropicali

e trip all’insegna

dell’africanismo.

Un’interpretazione sempre

più world dell’elettronica

come in Azulejos, dove le

contaminazioni ci portano

in Sudamerica: dall’intro à

la Boards of Canada con

le magnifiche aperture

di synth in Alfama, tutto

si trasforma in un ritmo

scandito da percussioni

e vocalizzi in loop come

in Alala, avvolta dai bassi

rotondi di un tunnel

tribale che proseguono in

Voz Serena. Accanto alla

fascinazione più orientale

della title-track, troviamo

il reggaeton con tanto

di trombe da stadio di

Caparica, nonchè l’afro

trap di Racatin e Mi Sueño.

Per non farci mancare

proprio niente, Populous

abbraccia ancora una

volta le sue derive più pop,

ospitando cantanti quali

la colombiana Ela Minus

tra le maracas di Azul Oro,

e l’anglo brasiliana Nina

Miranda e la sua sensualità

da pelle d’oca in (gran)

Cru. Di tutt’altre

atmosfere, il finale tribalhop

con Batismo con il

milanese RIVA. Azulejos è

un viaggio etno-pop dove

tutto è un po’ di tutto.

Elisa Miglionico

FOTO DANNY CLINCH

28 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


VIDEO di VH1

SAMUEL

LA STATUA DELLA MIA LIBERTÀ

Regia: Antonio Usbergo & Niccolò Celaia

PHOENIX

Ti Amo

Glassnote

HHHHH

FOTO EMMA LE DOYEN

Quando Samuel mi ha

fatto vedere in anteprima,

sul suo telefono, il video

del suo nuovo singolo,

eravamo seduti in una

piazzetta del centro di

Genova, luogo cosmopolita,

città di mare e

crocevia di culture. Come

Palermo, dove il video è

stato girato da Antonio

Usbergo e Niccolò Celaia

di YouNuts. I registi rivelano

grande sensibilità

nel fotografare la bellezza

del popolo migrante che

abita il quartiere Ballarò,

e rendono le viuzze e gli

angusti cortili della città

angoli universali. «Potrebbe

essere stato girato

a Cuba, Kingston o Città

del Messico», ho detto a

Samuel quella sera. Una

scelta stilistica precisa il

contrasto visivo tra una

tematica attuale e dolorosa

come quella dell’immigrazione,

le sonorità della

canzone scritta insieme a

Jovanotti, dall’andamento

reggae e dal sapore

tropicale e i colori vivaci

del video. In fondo a un

vicolo è stato ricreato un

block party in cui Samuel

canta con la sua band

circondato da musicisti di

strada e ragazzi che ballano,

cucinano e sollevano

pesi. L’allegria della canzone

convive con la realtà

della vita di strada, a

simboleggiare il fatto che

l’integrazione e l’unione

tra popoli sono possibili,

e solo così chi arriva sulle

nostre spiagge fuggendo

da guerre e povertà può

ritrovare speranza e gioia

di vivere. “La sorte ha

voluto giocare in quest’angolo

dell’universo, io devo

scappare lontano, seguire

il richiamo di un mondo diverso”.

Luca de Gennaro

VH1 è sul canale 67 del Digitale terrestre

Quando nelle scorse settimane

hanno iniziato a prendere forma

tutti questi bizzarri titoli in

italiano che animano il disco dei Phoenix

(dalla stessa Ti Amo a Fior Di Latte,

o ancora Via Veneto o Telefono) non ero

troppo fiducioso. Diciamo che ero... incuriosito.

Perché l’infinite coolness della

band di Mars era davanti a una prova

difficile: come si fa a fare una canzone

intitolata Ti Amo e farla suonare come

un pezzo dei Phoenix e non come una

melensa ballata anni ’60 italiana oppure

come una di quelle operazioni furbette

di bieco marketing destinate ai mercati

più sensibili (di cui noi siamo maestri

con i dischi in spagnolo)?

Quelle parole buttate lì nella lingua di

Dante suonano più come un divertissement

di Mars (che dell’Italia ha fatto

la sua patria adottiva, sposandosi con

Sofia Coppola a Bernalda, provincia di

Matera, e chiamando la secondogenita

Cosima) che come un’operazione artistica

pensata e portata a termine. E il

bello è che è proprio così. Perché il pop

è anche questo. Visto che di puro pop

si tratta. Lasciate perdere ogni altra

etichetta, questo album è una distesa di

chitarrine e tastierine incredibilmente

catchy, di ritmi tra la disco e la dance,

con poche ballad (l’essenziale Via Veneto,

tutta arpeggiatori e riverberi, una

dedica alle Vacanze Romane). A definire

ancora meglio il concetto di easy-listening

è anche l’assenza di quella traccia

strumentale che ha caratterizzato finora

i dischi dei Phoenix e che invece qui,

magicamente, non c’è. Stilisticamente il

disco si avvicina molto alle produzioni

di Wolfgang Amadeus Phoenix o addirittura

del folgorante esordio United

(2000). La voce di Mars non è proprio

fresca come in passato – e, a dirla tutta,

adotta alcune soluzioni vocali già

sentite, provate a mettere a confronto

alcuni pasaggi di Fior di Latte con Love

for Granted del 2004 – ma suona come

una nuvola che porta un po’ di refrigerio

in un disco torrido, impacchettato per

l’estate. Da tenere nelle cuffiette per

tutti i mesi caldi, da accompagnare con

abbondante gelato. Fior di latte, ovviamente.

Matteo Zampollo

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 29


HARRY STYLES

Harry Styles

Columbia

HHHHH

REVIEWS MUSICA

Harry Styles non vuole essere una

semplice rockstar – vuole diventare

la rockstar. E nel suo debutto solista

il ragazzo degli One Direction si prende il ruolo

di vero e proprio principe del rock&roll, un

ballerino cosmico profondamente in contatto

tanto con la sua anima introspettiva quanto

con quella più glamour. Styles ha evitato di

trasformare il suo esordio in un trionfo di

collaborazioni celebri, scegliendo piuttosto

di percorrere una strada più vicina al softrock

degli anni ’70.

Non ci sono pezzi per scatenarsi, questo è

un disco di ballate scritte da una star 23enne

che continua a domandarsi il senso di tutto il

tempo passato da solo a guardare il telefono in

qualche stanza d’albergo. Harry affonda a piene

mani nella tradizione romantica della California:

i suoi tatuaggi, “Jackson” e “Arlo”, sono

probabilmente omaggi a Browne e Guthrie.

“You can’t bribe the door on your way to the sky”,

canta in Sign of the Times, ed è proprio al cielo

che punta questo disco, che trasmette una

consapevolezza impressionante – non sembra

mai che il ragazzo cerchi di risultare credibile

con troppa insistenza. I singoli che hanno anticipato

l’uscita dell’album presentano al meglio

questa sua scrittura old school: il ritornello

di Ever Since New York, la chitarra di Sweet

Creature, i riferimenti ai Queen e a Bowie di

Sign of the Times, tutti questi brani mostrano le

influenze di Styles, ma suonano sempre unici,

giocosi e teneri allo stesso tempo.

Carolina ha un ritmo estivo e tropicale, mentre

Two Ghosts sembra presa di peso dal repertorio

dei Bread. Con Kiwi e Only Angel, Styles

si avvicina a sonorità più hard rock, ma è nei

brani più vulnerabili che risulta davvero a

suo agio. L’ultimo pezzo del disco, From the

Dining Table, è uno sfogo acustico ambientato

in una solitaria camera d’albergo. Styles riesce

a schivare tutte le trappole che di solito sabotano

gli esordi degli artisti che vengono dalle

boy-band. Questo disco dimostra che non

c’è davvero niente di ordinario nella testa di

questo ragazzo. Rob Sheffield

DUE RAGAZZE PER ME.

POSSONO BASTARE?

Il mondo si divide in due

categorie di band: quelle che se

la prendono con calma e quelle

che, invece, sfornano dischi a

raffica. Quelle che prendiamo

in esame sono due formazioni

attorno alle quali gravita molto

hype — una più dell’altra. Ma non

è questo il punto. Il fatto è che,

nonostante la breve età, i King

Gizzard & The Lizard Wizard e i

Pumarosa sono separati da un

abisso discografico, per quanto

stilisticamente ci sia un terreno

comune. I primi sono attivi dal

2010 e fa quasi spavento che il

Murder of the Universe in uscita

sarà il 12esimo album in studio in

appena cinque anni dal primo 12

Bar Bruise (ci sono anche due EP,

tra l’altro). Non solo — e scusatemi

il pippone sui numeri — perché

l’album in uscita di cui sopra,

diviso in tre parti da mediamente

sei brani l’una, è il secondo di

cinque previsti quest’anno. Se

non fossi sicuro che gli australiani

si divertono a fare il loro lavoro,

avendoli visti dal vivo, verrebbe

da pensare a una dipendenza

da studio. Una specie di horror

vacui della propria discografia

da riempire con dischi uno ogni

due mesi. Eppure Murder Of The

Universe non sacrifica la qualità

e anzi riconferma i matti di

Melbourne (perché comunque

un po’ lo sono, eh) fra i più

capaci e a questo punto fertili

artisti della scena psych rock

contemporanea. Certo, molti dei

DON’T BELIEVE THE HYPE

brani durano meno di un minuto

e molto probabilmente sono delle

jam session vestite bene, ma sfido

io a essere così prolifici e attivi nei

tour mantenendo sempre la voglia

di fare casino, fra kraut, psych e a

volte pure un pochino di surf rock.

Più o meno, anche i Pumarosa si

conoscono da cinque/sei anni, ma

non aspettatevi 12 album. Volendo

sono l’opposto dei Gizzard.

In questo tempo, sono riusciti

ad assemblare un solo album The

Witch, che oltretutto si compone

perlopiù di materiale già uscito.

Qui c’è meno casino e molta più

cura dei dettagli. Forse tutto ciò è

dovuto all’anima più danzereccia,

londinese e quindi un po’ fighetta

dei Pumarosa, anche se con i

Gizzard condividono un antenato

psych in comune. Sta tutto nello

scegliere quale ragazza ti piace

di più: quella che vedi quasi ogni

sera, che si veste un po’ più casual

e alla mano, o quella che vedi in

discoteca una volta al mese,

tirata e truccata tipo red carpet

di Cannes? C.B.

KING

GIZZARD &

THE LIZARD

WIZARD

MURDER

OF THE

UNIVERSE

Heavenly

PUMAROSA

THE WITCH

Fiction Records/

Caroline

30 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


KEVIN MORBY

CITY MUSIC

Dead Oceans

HHHHH

Singing Saw di Kevin Morby

è stato uno dei miei dischi

del 2016, quindi aspettavo

con trepidazione il nuovo

album. Non ho dovuto

aspettare a lungo, visto che

Morby torna già ora con

City Music ed è di nuovo un

bel disco. Dal folk di Singing

Saw si passa al rock&roll, a

volte persino troppo (1234),

spostando l’influenza da Bob

Dylan verso Lou Reed, con

un pezzo come Tin Can, dove

l’idea di un omaggio viene

presa alla lettera. Morby

dice di essersi ispirato a un

articolo del New York Times

su un uomo trovato morto

nel suo appartamento dopo

svariato tempo e al testo di

Turn Me On di Nina Simone

per comporre la sua odissea

tra grandi città degli Stati

Uniti. Il risultato è un disco

perfetto da sentire in cuffia

mentre siete in metro,

reclusi nel vostro senso

di alienazione. V.R.

CIGARETTES AFTER SEX

CIGARETTES AFTER SEX

Partisan Records

HHHHH

Rispettare le attese non è

facile, soprattutto quando

hai uno dei nomi di band più

fichi in circolazione e l’hype

è già salito da 0 a 100

con un singolo. Il progetto

di Greg Gonzalez è chiaro:

un ambient pop rallentato e

fumoso, total black (e quindi

che “sta bene con tutto”)

con tanto di songwriting

citazionista – un po’ dai ’60

un po’ dagli ’80 - e voce

sexy al limite della parodia.

All’inizio ci sono cascato

anch’io: sono canzoni

perfette nel fare da cassa

di risonanza al languore e alla

malinconia. Ma di fronte al

ripetuto ascolto domestico

dell’album, quando questa

muzak da crociera emotiva

aveva già circumnavigato

varie volte il mio letto, ho

capito che mi trovavo dentro

a una versione aggiornata

e fichetta del Buddha Bar.

Tutto suonato con stile:

siamo dalle parti dei Beach

House, dei primi The xx, però

l’esperienza dei Cigarettes

After Sex non è quasi mai

originale, e annoia presto.

Giovanni Robertini

HEROIN IN TAHITI

REMORIA

Soave Records

HHHHH

Se Remo avesse ucciso

Romolo e non viceversa,

la città si sarebbe chiamata

Remoria invece che Roma.

Remoria è il rimosso, il

mondo di sotto, i canali

sotterranei, le linee di forza

che uniscono in segreto

le vie e i luoghi della città.

La musica del duo Heroin in

Tahiti esplora da parecchio

tempo questa dimensione

parallela, ricca di suggestioni

narrative, profondamente

incastonata nella storia

delle “derive” situazioniste.

Remoria, il nuovo album

diviso in sette lunghe

improvvisazioni, cerca da

solo questo passaggio agli

inferi – l’entrata nella città

che avrebbe potuto essere

e non è stata. È un rituale di

possessione nelle periferie

brutaliste bruciate dal sole,

un sabba elettrico/ipnotico

che mescola Goblin e

etnomusicologia, Morricone

e Hank Marvin. La ricerca

di una sintesi alchemica

oltre il banale decadentismo

neopasoliniano. Musica

del quinto mondo. A.P.

SUFJAN STEVENS

& FRIENDS Planetarium

4AD

HHHHH

Quando avevo chiesto a Mac

DeMarco quali fossero le sue

recenti influenze musicali, ha

citato anche l’album Plantasia di Mort

Garson. Si tratta di musica da suonare

alle vostre piante per farle crescere bene.

Non so che ne pensino le piante, ma è un

disco molto bello, però se non l’avesse

tirato fuori lui non mi sarebbe mai venuta

voglia di ascoltarlo. Allo stesso modo,

l’afflato cosmico, un po’ new age, di Planetarium,

il nuovo lavoro di Sufjan Stevens

– ispirato al sistema solare – in collaborazione

con Bryce Dessner (chitarrista

di The National), Nico Muhly e James

McAlister, mi avrebbe creato una certa

diffidenza, se non fosse stato composto

da un supergruppo del genere: l’impianto

sinfonico di Nico, l’armonia di Bryce, la

ritmica di James, i testi (un’esplorazione

spaziale che si risolve in un’indagine

interiore alla Space Oddity) e la voce

(sfruttata in ogni possibile direzione) di

Sufjan, più un quartetto d’archi e sette

tromboni a completare l’ensemble. Ci

sono dischi che ami perché ti sembra

di non aver sentito mai niente di simile

prima, altri perché riescono a intercettare

una tua emotività particolarmente

esposta, poi ci sono dischi come Planetarium

che attivano un altro livello di

piacere, in qualche modo più indiretto,

ma paradossalmente più profondo.

Per come la vedo, è la capacità di creare

qualcosa conoscendo bene i codici del

contemporaneo e senza dissimulare la

propria consapevolezza. Planetarium è

così. Non ti verrebbe mai da dire che è un

disco immediato, né tantomeno fresh, per

usare un aggettivo inflazionatissimo, anzi

è proprio il contrario: ti chiede un atto

di fiducia nello stile e nell’ambizione del

talento a evolversi. Ti seduce attraverso

un virtuosismo controllato (che può

pure nascere da un’irrequietezza fuori

controllo) in grado di tenere insieme classica

contemporanea, rock ed elettronica

in una sorta di messa laica dove anche

la spiritualità arriva alla trascendenza

passando per la scienza. Veronica Raimo

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 31


REVIEWS MUSICA

LONDON GRAMMAR

Truth Is a Beautiful Thing

Universal

HHHHH

Leggi il nome del gruppo e pensi

a Dickens: a mocciosi maltrattati

dalle periferie di metropoli

raffazzonate, a severi prof ricoperti di

tweed, dalla testa ai piedi. E non sbagli

di molto: c’è del plumbeo tra queste

tracce, quelle posture rigide di chi vuole

mostrarsi senza macchia di fronte a un

giudizio. Hannah Reid ha quel vocione

gutturale e divisivo che – da Alison

Moyet a Florence Welch – fa, indifferentemente,

innamorare all’istante o

venir voglia di spegnere tutto a metà del

secondo pezzo. Una voce spesso glassata

di riverbero che te la fa visualizzare al

centro di una chiesa abbandonata mentre

si strugge tra piani, archi, chitarre

molto garbate e rintocchi di batteria

elettronica o meno.

Scelta dell’ingegnere del suono che calza

meravigliosamente la trasognata Rooting

for You, Hell to the Liars, la title track e

fa baluginare sottili riflessi gospel tra le

note di Oh Woman Oh Man. Il punto

forte della band è l’equilibrio che sa

raggiungere tra la leggiadria degli arrangiamenti

e una specie di compulsione

alla monotonia (la ripetizione di “frasi

chiave”, spunti melodici o anche il mood,

scuro e compatto del disco). Meno bene

va, quando, occasionalmente, interpretano

una forma di tardo trip-hop in

chiave naturista: aggiornamento conservatore

ed “elegante” del soul elettronico

e non più quell’ibrido di noir, desolazione

e campionatori della prima ondata

di Bristol. Chi ha ascoltato e amato

l’esordio della band non si aspetti

grandissime sorprese. Il disco funziona

di più, paradossalmente, quando è

più paludato e statico. Meno, quando

smania per essere incluso nella colonna

sonora di una serie tv (ci sono andati

vicini per un trailer di Game of Thrones

e hanno centrato il bersaglio in una puntata

di The Originals). E, se proprio deve

succedere di nuovo, che sia per qualcosa

tipo Fortitude. Franceso Tenaglia

ALGIERS

THE UNDERSIDE OF POWER

Matador Records

HHHHH

Ritrovarsi di fronte a

un secondo disco che è

migliore del primo sembra

incredibile, ma pare che

ogni tanto succeda. Nel

caso degli Algiers è proprio

così: The Underside of

Power è il secondo nato,

a due anni di distanza

dall’omonimo esordio. La

band di Atlanta ha messo

insieme un pacchetto

esplosivo. Nel disco ci

sono cambi di ritmo

continui e affascinanti,

con un inizio fulminante,

una sezione più placata

e un finale esplosivo: The

Underside of Power è una

bomba coinvolgente. La

voce di Frank Fisher regge

ogni cambio di stile e

registro, accompagnata dal

maestoso basso di Mahan.

Quando trovate un disco

che ha al suo interno pezzi

come Cleveland e Animals,

fatecelo sapere. M.Z.

ROYAL TRUX

PLATINUM TIPS

+ ICE CREAM

Domino

HHHHH

Rugiada ed eroina. Rolling

Stones e Ornette Coleman.

Fotogenici e geniali,

hanno attraversato i ’90

col ghigno postmoderno

che pensa al rock come

materia morta, malleabile

come pongo, ma anche

con la devozione di chi

si taglierebbe una mano

per fedeltà alla tribù degli

Elvis. Tra la melma di Twin

Infinitives (Velvet al cubo,

capolavoro del 1990) e la

normalizzazione di Pound

for Pound (2000), solo

mine, un contratto con una

major che li scarica dopo il

barocco Sweet Sixteen

e la tazza del cesso colma

di vomito in copertina.

Le campagne pubblicitarie

per Calvin Klein, il

trasferimento in un ranch

in Virginia, il passaggio dalla

droga alla Borsa, la fine

della coppia. E dopo 17 anni

arriva questo live di “hits”

che suona come una festa

d’istituto. Primitivo. A tratti

pub rock. Poi arriva quel

riff, quello sbracamento,

quell’urletto arrogante.

E ti si riapre la pelle. F.T.

BINKER & MOSES

JOURNEY TO THE

MOUNTAIN OF FOREVER

Gearbox Records

HHHHH

Nel giro di un anno i giovani

Binker Golding, sassofonista,

e Moses Boyd, batterista,

sono diventati la nuova

avanguardia del jazz inglese,

vincendo praticamente

tutti i premi a disposizione

in patria. Journey to the

Mountain of Forever è il loro

secondo lavoro: il doppio

album, registrato in due

giorni, seguendo la filosofia

del buona-la-prima, mescola

la tradizione del free jazz

con le ritmiche dell’urban

e le progressioni dilatate

dell’elettronica di oggi.

Un concept album pensato

come “un viaggio dal noto

all’ignoto”: non a caso,

melodie e strutture si fanno

più complesse man mano

che la tracklist prosegue.

Il risultato è un percorso

visionario tra generi

musicali, che lascia spazio

all’improvvisazione e alla

sperimentazione (At the Feet

of the Mountain of Forever),

ma si fa apprezzare anche da

chi ha un orecchio più pop.

Marta Blumi Tripodi

32 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


LAUREL HALO

DUST

Hyperdub

HHHHH

È molto brava Laurel Halo.

È brava a manipolare i

suoni, a inventarsi situazioni

capovolgenti nei suoi pezzi,

a tenere molto alta la

concentrazione di chi ascolta.

Ecco, questa volta lo è stata

un po’ meno. Con Dust,

l’americana di casa Hyperdub

sente l’urgenza di tornare

a metterci la voce dopo

un paio di album strumentali

incredibili. Non che non

canti bene, eh, ma pare un

peccato sacrificare l’affilata

IDM con una voce trattata

come un elemento qualsiasi,

spezzettato e incollato con

criteri randomici solo in

apparenza, ma abbastanza

per dare all’opera un’aria

quasi retrofuturista. Si finisce

per assomigliare alla musica

concreta che facevano

Schaeffer e Stockhausen

quasi 70 anni fa. In Moontalk

poi spuntano fuori a caso gli

anni ‘80, mentre in Who Won?

regna il jazz. Le cose belle alla

Laurel Halo ci sono e portano

nomi come Syzygy e Like an

L, ma nel complesso la nostra

sembra non aver capito quale

dei suoi background vuole

far prevalere e come farli

coesistere in armonia. C.B.

RIDE

Weather

Diaries

Wichita

HHHHH

La parabola di un gruppo

in procinto di riunirsi comincia

sempre nello stesso

modo: un’offerta faraonica da parte

di un grande festival (di solito se

non è direttamente il Coachella, è

il Primavera). Quello che succede

dopo quelle apparizioni e l’obbligatorio

tour mondiale è invece tutto

da scrivere. Perché, se da un lato è

facile ritrovarsi in saletta a provare

i vecchi pezzi, le cose si fanno

più complicate quando si tratta di

scrivere nuovo materiale. Prendete

i Pixies, per esempio, dopo un

decennio di best of dal vivo, gli è

bastato solo discutere di un possibile

nuovo approdo in studio per

vedere riemergere le stesse tensioni

che avevano mandato a puttane la

band nel ’91. Quando ho visto i Ride

dal vivo, tre anni fa, non ho pensato

neanche un secondo che quella

reunion potesse avere un seguito

discografico. Il gruppo appariva

già distaccato sul palco e non ho

un grande ricordo di quello show.

Quindi provate a pensare con quale

stato d’animo mi sono messo ad

ascoltare questo Weather Diaries, e

come ci sono rimasto quando, dopo

un inizio che mi ha lasciato perplesso

(ormai se non inserisci un synth

alla Carpenter/Stranger Things non

sei nessuno), mi sono lasciato trasportare

da questa doppia manciata

di belle canzoni. Essì, perché sono

proprio belle canzoni e lo sono in

un modo per nulla passatista, anzi.

Forse a restare delusi saranno

proprio i fan dei Ride più shoegaze,

ma quello che il 2017 ci ha

restituito è un gruppo capace di

suonare fresco e non nostalgico

senza rinunciare alle sue particolarità.

Comunque non dovete

preoccuparvi: i riverberi e gli echi

abbondano e, nonostante le canzoni

abbiano un impianto pop, anche i

palati più raffinati avranno pane per

i loro denti. Il fatto che esca a poca

distanza dal ritorno degli Slowdive,

ci fa pensare a una tarda primavera

bagnata dai delay come non accadeva

ormai da tempo. E questa sì che è

nostalgia. Emiliano Colasanti

VINILI

FOTO ANDREW OGILVY

FABRIZIO DE ANDRÉ

ANIME SALVE

BMG Ricordi, 1996

Valutazione : 350 – 450 euro

Fabrizio De André è stato senza

dubbio uno dei più importanti

artisti italiani degli ultimi decenni

e il suo modo di comporre e la

particolare ricercatezza delle sue

liriche lo rendono ancora oggi un

artista molto amato. Qui mi rivolgo

ai lettori più giovani: quando negli

anni ’70 si ascoltavano i suoi

dischi, pochissimi di noi

sapevano com’era fatto: niente

esibizioni live, pochissime

fotografie, poche notizie sulla sua

vita. A noi giovani appassionati di

musica arrivavano unicamente le

sue canzoni, le sue liriche davvero

pregevoli e la sua inconfondibile

e profonda vocalità. Nessuno

poteva prevedere che decenni

dopo alcuni suoi testi – La Guerra

di Piero, per esempio – entrassero

nelle antologie scolastiche e che

a lui fossero dedicate strade,

biblioteche, edifici scolastici.

Lo abbiamo poi seguito su ardui

percorsi, dalle riserve americane

a Edgar Lee Masters, per arrivare

al misterioso dialetto genovese di

Creuza de mä. Molte sono le rarità

discografiche di questo artista:

non dimentichiamo che la prima

incisione di De André è datata

1961 (Nuvole barocche / E fu la

notte, Karim, 45 giri). Stranamente

tra le rarità discografiche di

FDA va citato il suo ultimo

album Anime Salve (BMG Ricordi

STVL 392351,1996) registrato in

collaborazione con Ivano Fossati.

La rarità di quest’opera è dovuta

al fatto che a metà degli anni ’90

il cd sembrava dovesse dominare

il mercato e quindi la casa

discografica pubblicò la versione

in vinile in tiratura molto limitata

(2.500 copie). Oggi l’edizione

originale numerata viene venduta,

a seconda delle condizioni del

vinile e della copertina, a un prezzo

variabile tra i 350 e 450 euro.

Guido Giazzi

Info: redazione@rollingstone.it

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 33


Gaming

Braccia rubate alla boxe

Nintendo esordisce nel competitivo genere picchiaduro e lo fa alla sua maniera, con un gioco

originale, coloratissimo e un po’ folle. Un altro buon motivo per possedere una Switch

ARMS

Nintendo Switch

Sviluppo: Nintendo EPD, Nintendo

HHHHH

Il giocatore, da solo o in multiplayer, combatte

dentro un’arena utilizzando pugni (estensibili) e

armi. Vince chi sferra l’attacco più devastante.

Dalle parti di Nintendo c'è gente pacifica:

il genere picchiaduro (Street

Fighter, Tekken ecc.) non è mai stata

la loro specialità. Però sanno come tirare un

pugno, questo è sicuro. Almeno fin dai tempi

di Punch-Out!! per NES (1987), videogame

di boxe celebre anche per gli stereotipi dei

personaggi – c’era il francese codardo, lo

spagnolo vanesio, il tedesco guerrafondaio

ecc. – e per avere come boss finale la versione

in pixel di Mike Tyson (imbattibile, almeno

per me). Anche il gioco di boxe contenuto in

Wii Sports (2006), che grazie al telecomando

Wiimote sfruttava in modo rivoluzionario

i movimenti dei giocatori, era semplice ma

appassionante – talmente fisico da causare

veri infortuni ai giocatori, oltre che danni

all’arredamento di casa.

Questo mese Nintendo torna alle scazzottate

con Arms per Switch, che sfrutta la tecnologia

dei nuovi Joy-Con per rivisitare la boxe in

chiave futuristica. Se ancora può chiamarsi

così un combattimento in un’arena 3D, dove

il giocatore (da solo o in compagnia, locale o

online fino a un massimo di 2v2) controlla un

personaggio dotato di braccia estensibili (oltre

a una vasta serie di armi) che possono mandare

k.o. l’avversario da una parte all’altra del campo

di battaglia. Arms, insomma, appartiene a

un genere indefinibile, nella migliore tradizione

di Nintendo. Così come Mario Kart non è

mai stato un vero gioco di corse, e Splatoon

non è un vero sparatutto. E qui sta il bello.

Il giocatore, impugnando i Joy-Con, può schi-

vare, parare, avanzare e sferrare i colpi con il

movimento delle proprie braccia. Si può giocare

anche con i pulsanti tradizionali (mettersi

a tirare pugni in metrò non è consigliabile), ma

è in piedi, con un Joy-Con per ciascuna mano,

che Arms trova la sua dimensione ideale. Il

gioco ha controlli piuttosto semplificati, e

questo lo rende adatto a ogni giocatore. Ma

il combattimento ha abbastanza profondità

per attirare anche i lottatori più competitivi.

Se volessimo scommettere, potremmo dire che

Arms è destinato a diventare una popolarissima

disciplina di eSports, quasi un’arte marziale

dei videogames.

Insomma, Arms è un altro bel colpo per Nintendo

Switch, che a una manciata di mesi dal

lancio, anche grazie a Mario Kart 8 Deluxe e

all'atteso Splatoon 2 (in arrivo a luglio), sta

dimostrando di avere già una line-up di tutto

rispetto. Non soltanto una console per giocare

al nuovo Zelda, quindi. Mario Bonaldi

34 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


Mazzate

di famiglia

Riecco il gioco di lotta più

tecnico e bizzarro di tutti.

Con tanto di esorcista italiano

TEKKEN 7

Arcade, PC, PS4, Xbox One

Sviluppo: Bandai Namco Studios, Bandai Namco

HHHHH

L’ultimo capitolo della gloriosa saga giapponese

è più potente e spettacolare che mai, con una

ricca story mode e tanti nuovi personaggi.

Il mondo dei picchiaduro si divide tra quelli

che pestano sui bottoni (equivalente del rullare

nel biliardino) e quelli che vogliono portare

i colpi nella maniera più netta ed efficace

possibile. Tekken 7, ultima edizione della saga

nipponica nata nel 1995, fa di tutto per coccolare

la seconda categoria. Una delle qualità di

questa serie, infatti, è quella di avere sempre

premiato un tipo di combattimento più tattico,

meno ignorante insomma. Ma questo non

significa che Tekken 7 non continui a essere un

trionfo di fantasia: un mix tra gameplay perfet-

to, controlli intuitivi, narrazione stravagante

e grafica potente.

Dal punto di vista della (tortuosa) storia,

questa edizione racconta la fine del clan Mishima,

in quella che si profila come la battaglia

definitiva tra padre, figlio e nipote. Un finale

per questa famiglia, ma non per l'intera serie,

forse. Tekken 7 introduce anche un tale Claudio

Serafino, dal discutibile gusto nel vestire, che

di mestiere fa l’esorcista. Del resto è italiano.

Due nuovi meccanisimi di gioco potrebbero

indispettire i puristi, ma a parte questo Tekken

7 dà subito una sensazione familiare, una versione

ancora più spettacolare e fluida del titolo

che ci fa divertire da oltre 20 anni. E come nel

recente e splendido Injustice 2, una solida e

bizzarra story mode rende Tekken 7 appetibile

anche per gli amanti del gioco in solitaria.

Insomma, nel giro di due mesi il genere picchiaduro

– con questo gioco, il citato Injustice 2 e

Arms – sembra avere ritrovato la forma di un

tempo. Bene così: di una palestra dove sfogarsi

tirando incredibili mazzate (virtuali) c'è ancora

bisogno, in questo mondo. M.B.

CRASH BANDICOOT N. SANE TRILOGY

PS4

Sviluppo: Vicarious Visions, Activision

HHHHH

Ci era già venuto un friccicorino quando quelli

di Naughty Dog ci avevano fatto una sorpresa,

inserendo un livello di Crash Bandicoot in uno

dei momenti più intimi e geniali di Uncharted 4.

Come Nathan Drake, non tutti hanno giocato a

questa pietra miliare apparsa per la prima volta

nel 1996 per PSOne. Ora, Activision ha riunito i

primi tre capitoli del mitico platformer che negli

anni ha contribuito al successo della console

Sony, rimasterizzando grafica (anche in 4K) e

audio. Operazione nostalgia? Forse, ma anche i

neofiti ne godranno, com’è successo di recente

con Ratchet & Clank. Il roditore australiano con

le sopracciglia alla Bergomi ci era mancato.

IMPACT WINTER

PC

Sviluppo: Mojo Bones, Bandai Namco

HHHHH

Se (e quando) arriverà la fine del mondo, emergerà

anche il nostro vero io? Saremo eroi o codardi, leader

o seguaci? E soprattutto, saremo quello che

abbiamo sempre creduto di essere? Impact Winter,

sviluppato da uno studio indie inglese, lascia

che sia il giocatore a trovare queste risposte. In

un futuro imprecisato, il mondo è piombato in un

inverno perenne dopo la caduta di un meteorite in

stile “estinzione dei dinosauri”. Nei panni di Jacob,

a capo di un gruppo di sopravvissuti (da gestire

nel modo più saggio), dobbiamo resistere 30

giorni prima che arrivino i soccorsi. Ma il freddo,

la mancanza di cibo e i nemici in agguato rendono

l’atmosfera ancora più carica di tensione.

TOKYO 42

PC, Xbox One; PS4 (metà luglio)

Sviluppo: SMAC Games, Mode 7

HHHHH

“Il figlio di Syndicate e GTA1”. Sono gli sviluppatori

stessi, spavaldi, ad annunciarlo. Da una bellissima

estetica isometrica (un mix tra Monument Valley e

una città immaginata dagli e-Boy) un gioco openworld

ambientato in una Tokyo futuristica e coloratissima.

Nei panni di un assassino determinato

a rovesciare un’estesa cospirazione, bisognerà

farsi strada in questo labirinto pop, muovendosi di

nascosto tre le masse di persone e utilizzando una

grande varietà di armi. Fondamentale è ruotare la

visuale di 90° per scoprire e sfruttare ogni angolo

del campo da gioco. È prevista anche un’interessante

modalità multiplayer che ricorda “guardie e

ladri”. E poi gatti. Un sacco di gatti.

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 35


Libri

Il triangolo sì

Non desiderare la donna d’altri. Perché poi, in genere, succede un gran casino. Lo scopre

il protagonista di “Tabù”, una discesa nei sogni (o negli incubi) di qualcun altro

Isola di Wight, agosto 1970. Gli spettatori del Pop Festival si rilassano in spiaggia tra un concerto e l’altro.

Capita anche a me di volere – o di fare, senza

volerlo – proselitismo letterario. Leggi questo,

leggi quest’altro. Mentre lo faccio, la

sensazione è quella di provare una copia impallidita,

mortalmente scialba, dell’originaria esperienza che

era stata la lettura solitaria. Quando poi nel mio proselitismo

incrocio qualcuno che ha effettivamente

letto il libro che sto propagandando, è finita, e uno

degli atroci momenti dell’esistenza – la condivisione

tra due persone della bellezza – ha luogo”.

Lo scrive Giordano Tedoldi in un articolo di Rivista

Studio, e devo dire che cercare di far proselitismo

rispetto al suo romanzo Tabù mi pone di fronte allo

stesso disagio, anzi di fronte a una forma ancora più

complessa di disagio, perché la mia esperienza solitaria

di lettura è inintelligibile persino a me stessa, e

se dovessi incrociarmi per strada credo avverrebbe

qualcosa di più ambiguo della condivisione della

bellezza tra due persone. Probabilmente allungheremmo

entrambe il passo, nella speranza che nes-

GIORDANO TEDOLDI

TABÙ

Tunué, pp. 220

HHHHH

Pietro seduce Emilia, moglie

del suo migliore amico. Inizia

così un viaggio nel mondo del

proibito, tra anarchia sessuale

e ricerca dei limiti sociali.

suna riconosca l’altra, e con il timore di confessarci

ciò che abbiamo vissuto. Leggere Tabù è stato come

osservare la materia onirica di qualcun altro. Non

con il distacco compiaciuto e autoprotettivo del

voyerismo, ma proprio con un senso di deportazione

in quei luoghi, senza accesso alla parola di sicurezza

per chiedere di stoppare il sogno (confesso che ci

sono stati momenti in cui l’ho desiderata quella

parola, ma la vera potenza della scrittura di Tedoldi

è saper attivare la voglia perversa di andare avanti,

evitando però stratagemmi furbi da suspense o da

inquietudine Lynchiana).

Il “sogno”, se vogliamo chiamarlo così, è quello di

Piero Origo, professore di Storia e Filosofia al liceo,

che decide di sedurre la moglie del suo miglior amico,

Emilia – “la divinità del superfluo e del transitorio, e

perciò molto più compiuta e affascinante di ogni necessità”.

Il nono comandamento – non desiderare la

donna degli altri – a maggior ragione se gli altri sono

tuoi amici (“A volte penso che mi sono inventato

FOTO EVENING STANDARD/GETTY IMAGES

36 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


un migliore amico solo per soffiargli la moglie”)

resiste dalla notte dei tempi come principio di

solidità sociale, in una società che tenta di espandere

indiscriminatamente l’orizzonte di piacere.

Infrangere il comandamento, cioè sfidare il tabù,

può spalancare le porte dell’inferno, e la cosa

peggiore è a che a voler adottare un codice etico

della depravazione potremmo sentirci ancora

più ingabbiati che in una vita di apparente sanità

morale. Sono i rischi del libertinaggio, la densità

vischiosa della sua meccanica, quelli che faranno

ritrovare Piero all’interno di una comune votata

al libero amore.

Per Tedoldi il libero amore è un ossimoro e, quando

Piero dovrà illustrare la comune a un’aspirante

adepta, non sfodererà grandi doti da piazzista:

“Siamo una specie di serraglio ottomano da opera

buffa, siamo tutti devoti a una finzione estetica

ed etica. A noi interessa solo un certo piacere dei

sensi, una certa rilassatezza della vita, che non

faccia troppo freddo, che non tiri troppo vento,

che il mare si mangi pure tutta la costa ma non la

fettina nostra, e, quel che è peggio, nessuno di

noi (...) qui ha uno scopo

nella vita, nemmeno

provvisorio”. Se Girard

parlava della menzogna

romanzesca descrivendo

la struttura triangolare

del desiderio –

ovvero desiderare ciò

che gli altri desiderano

– Tedoldi complica la

ROMPERE IL

COMANDAMENTO,

SFIDARE

IL TABÙ PUÒ

SPALANCARE

LE PORTE

DELL’INFERNO

geometria intensificando e sovrapponendo triangolazioni,

con rivalità che oscillano comicamente

dall’eroismo passionale all’autocommiserazione:

“Il proprio migliore amico sarà pure una faccenda

infantile, ma io sono infantile, il mio istinto è puro

infantilismo”. L’ossessione di Piero nei confronti

di Emilia perdura anche nella comune, dove ha

fatto costruire una statua per poterla adorare “un

sostituto così forte, che solo la pura e prolungata

assenza del modello vivente lo supera in termini

di piacere”.

L’infrazione del nono comandamento si riverbera

nel proliferare di legami incistati in una sorta di

eterno presente, già contaminato dal peccato

originale. “Io non penso che il tempo passi”, dice

Marco, altro amico/rivale di Piero. “Noi cambiamo,

ma solo apparentemente. Perdiamo i capelli, i

nostri occhi si sprofondano in orbite sempre più

rosse, subiamo deformazioni per niente piacevoli.

Ma se abbiamo il dono della memoria, vuol

dire che è nella nostra natura guardare a tutta la

nostra esistenza come una simultaneità”. E sarà

anche il futuro a sconfinare nella simultaneità in

una delle scene più belle – niente spoiler – alla

fine del libro. Veronica Raimo

DANA SPIOTTA

INNOCENTI

E GLI ALTRI

La nave di Teseo, pp. 288

HHHHH

Quando i documentaristi

parlano del loro rapporto

con la verità resta sempre

una latenza, la prossimità

con l’oggetto che crea

distanze man mano che

ci si avvicina. Il romanzo

di Spiotta si interroga

sull’aspetto confessionale

della verità proprio

con un approccio da

documentarista (non a caso

ciò che diventerà Meadow,

la protagonista) rivelando

i gradi di manipolazione

dell’esistenza – anche la

propria – che adottiamo

per costruire un’identità.

(“Una bugia su di te non

andrebbe chiamata bugia.

Ha bisogno di un termine

diverso. Magari è una

fabula (…) una nebbia del

possibile dove non c’è

ancora niente”). Non è

semplice raccontare Gli

innocenti e gli altri, perché

il dispositivo ideato da

Spiotta ci immerge nel

processo creativo di chi

cerca di scoprire cosa

vuole raccontare mentre

lo sta raccontando. Ci

sono Meadow e Carrie,

amiche cresciute nella

Los Angeles anni ’80 che

inseguono la loro passione

per il cinema, e c’è poi

un terzo personaggio –

bellissimo – Jelly, una

donna obesa che seduce

uomini potenti al telefono

grazie alla sua voce. La

macchina da presa segue

le loro vite nella continua

ambivalenza tra percezione

e mispercezione: ovvero

l’unico modo in cui la

verità può essere

raccontata. V.R.

MARK HADDON

I RAGAZZI CHE SE NE

ANDARONO DI CASA

IN CERCA DELLA PAURA

Einaudi, pp. 300

HHHHH

È bello essere smentiti

nei pregiudizi. Ammetto

che nutrivo un discreto

scetticismo per i racconti

di Haddon (autore del

bestseller Lo strano

caso del cane ucciso a

mezzanotte), ma mi hanno

sorpreso più di quanto

immaginassi. Per una

raccolta di racconti si

dice spesso: “il racconto

X vale da solo il prezzo di

copertina”. Ora, a parte

che non è simpatico dover

giustificare il prezzo di un

libro, qui non c’è nessun

racconto che “da solo”

valga il vostro investimento

economico. Perché I

ragazzi che se ne andarono

di casa in cerca della paura

(l’edizione italiana cerca

un titolo più accattivante

dell’originale The Pier

Falls, “Crolla il pontile”)

è interessante proprio

nella sua capacità di

mettere insieme racconti

diversissimi tra loro,

che vanno dal realismo

più crudo al fantastico

inquietante, tanto che

sarebbe molto complicato

dire un “racconto alla

Haddon” con la stessa

disinvoltura con cui si

direbbe “un racconto

alla Carver” o “alla Poe”.

Ancora più sorprendente

è l’accuratezza linguistica

(che ricorda in molti tratti

McEwan): l’abilità di far

emergere i personaggi

grazie allo stile, a cambi

di prospettiva e punti di

vista, all’elaborazione della

cronaca senza menate

psicoanalitiche. V.R.

JACQUELINE WOODSON

FIGLIE

DI BROOKLYN

Edizioni Clichy, pp. 166

HHHHH

Se avessi vent’anni in

meno, avrei amato molto

questo romanzo

e non perché Jacqueline

Woodson ha scritto svariati

libri per ragazzi (non è

questo il caso, qualunque

cosa voglia dire letteratura

young adult), ma per lo

stesso motivo per cui oggi

non riuscirei a leggere

con la stessa intensità

di un tempo La campana

di vetro di Sylvia Plath, per

dirne una. È stato strano

scoprire di aver perso

un po’ di stupore, o di aver

elaborato una distanza

emotiva da un tipo

di disagio chiamiamolo

“da ragazza”, come se da un

certo momento in poi fosse

più sincero riconoscersi

nell’elaborazione di quella

distanza che nel disagio.

Anche il dolore cambia.

Woodson sa descrivere con

grande affetto

il passaggio dall’infanzia

all’adolescenza, la perdita

della fanciullezza, le cose

in cui abbiamo creduto

quando per la prima volta

eravamo nella posizione

di desiderare e di scegliere,

o di conoscere i codici

che regolano il mondo

(l’amicizia, l’amore,

lo scarto sociale, la

questione razziale). E sa

raccontare anche la perdita

di un luogo (la Brooklyn del

’73, così diversa da quella

che è diventata). Eppure

non sono riuscita fino in

fondo a sentirmi dentro

il suo romanzo. Se la me

di oggi dà 3 stellette, la me

di 20 anni fa ne avrebbe

date 4. V.R.

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 37


Strisce

Senza privacy (per davvero)

Tra 60 anni Internet non esisterà più, il mondo sarà offline e tutti sapranno tutto di tutti,

perché qualsiasi segreto sarà stato divulgato. Fantascienza? Per ora, sì

La nuvola di dati, il Cloud, quella leggiadra

magia invisibile a cui abbiamo

appaltato la gestione dei nostri dati

personali: mentre ci chiediamo che fine facciano

quei terabyte di ricordi e fattacci personali,

c’è chi si immagina un futuro in cui da quel

nuvolone pioverà – e chiunque saprà tutto di

tutti in una forma di onniscienza che cambierà

per sempre la società. The Private Eye è una

lunga storia scritta da Brian K. Vaughan (il cui

cv include Lost e Paper Girls, tra le altre cose)

e disegnata da Marcos Martin. Nato come

webcomic – vincitore dell’Eisner e Harvey

Awards di categoria nel 2015 – e ora arrivato

in Italia per i tipi di Bao, The Private Eye è ambientata

in un futuro post “alluvione”, ovvero

dopo lo scoppio della Cloud e la conseguente

fine di Internet.

Tutto è diverso nella Los Angeles del 2076: Internet

si è estinto e il mondo è andato offline,

c’è una lotta di potere tra la categoria dei giornalisti,

che ormai fungono da autorità costituita,

e i “paparazzi”, ovvero i giornalisti senza

licenza, sono i nuovi pirati in un mondo in cui i

pettegolezzi hanno un valore unico. Tutti, per

esempio, indossano maschere assurde – tra i

momenti migliori della serie, la ricercatezza di

alcuni copricapi animaleschi – perché tutte le

BRIAN K. VAUGHAN

THE PRIVATE EYE

Bao Publishing, 304 pp. HHHHH

Un’epopea fantascientifica ambientata in un

mondo senza Internet in cui la Cloud è scoppiata,

facendo piovere tutti i dati personali dei suoi

utenti. La privacy non esiste più per nessuno.

cronologie web di tutti gli abitanti del pianeta

sono ormai state pubblicate, mandando all’aria

carriere, vite e matrimoni. La privacy, da queste

parti, è un’anomalia.

La storia segue le vicende di uno di questi

paparazzi, P.I., assoldato da una ragazza che

gli chiede di indagare su di lei stessa: trovare

tutto il marcio che gli altri – chi? – potrebbero

trovare. Poche ore dopo, la ragazza viene

trovata morta e P.I. si ritrova invischiato in

un complotto che coinvolge: a) dei terroristi

francesi; b) un razzo.

The Private Eye è una notevole storia fantascientifica

su un mondo letteralmente post

Internet, in cui la grande Rete è scomparsa, ma

rimane nei ricordi dei nonni e nell’inconscio

collettivo come uno spettro, una presenza

inquietante e misteriosa. Inevitabilmente, in

tutto questo, c’è chi tenterà di ricreare il web

per tornare alla normalità del passato, per sognare

un mondo connesso e per fare un sacco

di soldi ai danni di tutti gli altri. Che è anche

come è nato veramente il web. Pietro Minto

38 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


SVOLTE

IN ALTO A DESTRA © 2013, JOHN LEWIS AND ANDREW AYDIN ALL RIGHTS RESERVED. TITOLO ORIGINALE DELL’OPERA: “MARCH: BOOK ONE” © 2017 MONDADORI LIBRI S.P.A., MILANO

NICOLAS DE CRÉCY

DIARIO

DI UN FANTASMA

È difficile scorgere Nicolas

de Crécy nei suoi racconti.

Il genio del Celestiale

Bibendum o de La repubblica

del Catch si posiziona di

solito dietro a uno spesso

strato di assurdo dettagliato.

Non qui, ne Il diario di un

fantasma (Eris Edizioni, 224

pp.), un racconto “autobiografico”.

Il protagonista è

un bozzetto di un disegno

pubblicitario – cosa non particolarmente

autobiografica,

lo so, ma aspettate – appena

arrivato in Giappone per

un viaggio di lavoro. È qui

per diventare un simbolo,

un pezzo di cultura pop, e

viene raggiunto subito dopo

dal suo manager, un uomo

piuttosto spiacevole che

cercherà di vendere il bozzetto

(e se stesso) a diversi

giapponesi. Dopo il primo

capitolo, onirico e in linea

con la produzione dell’autore,

il bozzetto incontrerà

Nicolas stesso, l’Artista, qui

sotto forma di un terribile

vicino di posto in aereo.

Ha inizio la seconda parte,

realistica e diaristica, che

ci porterà nel cuore delle

mille frustrazioni artistiche

di un talento imprevedibile

e unico. Un artista di norma

ben nascosto dietro a

tavole ricchissime e trame

incredibili, che invece qui si

presenta quasi nudo, lieto di

condividere con il pubblico

insicurezze e fallimenti.

Un volume molto particolare,

consigliato a chi ha già

letto le sue opere principali,

come il citato Bibendum.

In marcia per la libertà

Con la storia, in tre parti, di John Lewis, politico americano attivo

nella lotta per i diritti civili dei neri, i memoir-fumetto fanno boom

John Lewis ha avuto una vita... importante.

Giovanissimo, ha cominciato a lottare pacificamente

per i diritti civili delle persone

di colore negli Stati Uniti, conoscendo Martin

Luther King e finendo per ispirare generazioni

di attivisti e politici (non ultimo Barack Obama).

Oggi è deputato della Georgia e ricorda,

anzi racconta, la sua vita a un piccolo

gruppo di studenti in visita al suo ufficio,

quasi increduli che lui sia davanti

ai loro occhi. March è costruito attorno

a un semplice meccanismo di déjà-vu,

un rimpallo continuo tra il suo passato

nel Sud degli States e un presente a

Washington sicuramente migliore, per

quanto ancora imperfetto, per usare

l’eufemismo dell’anno. Diviso in tre

episodi, il primo volume di March sbarca

in Italia come debutto di Mondadori

INK, nuovo marchio di Segrate dedicato

ai fumetti. Un’uscita prestigiosa e in

linea con il recente trend della biografia

a fumetto, di particolare successo in

J. LEWIS/A. AYDIN

MARCH

Mondadori INK, 144 pp.

HHHHH

L’incredibile vita

di John Lewis in

una trilogia in b/n.

Italia e all’estero. Come ha detto Peter Bagge al

Guardian in un articolo sull’argomento: “I memoir

a fumetto hanno avuto più successo delle biografie

negli ultimi anni”. March e il suo bianco e nero

sono l’epicentro di questo trend. Scritta da Lewis

e Andrew Aydin e disegnata da Nate Powell, la trilogia

racconta con estrema precisione

l’incredibile vita di un personaggio che

ha saputo portare a casa grandi vittorie

di passo in passo, accettando sconfitte

e pugni in faccia per niente metaforici.

Come scrive Francesco Costa nella prefazione

al primo libro: “March mostra

che, in qualsiasi momento della Storia,

il progresso non avviene dalla sera alla

mattina”. Un libro che è una sessione

di terapia per una nazione in cui, fino a

pochi decenni fa, un nero doveva stare

attento a non fermarsi a fare benzina in

alcuni Stati. Come successe allo zio di

John Lewis, quando decise di portarlo

con sé al Nord, per mostrargli un’altra

idea di nazione. P.M.

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 39


Serie Tv

Figli di nessuna madre

Tratto da un romanzo di Margaret Atwood del 1985, “The Handmaid’s Tale” è il potente racconto

distopico di una realtà non lontana dalla nostra. Che ti scava dentro come una lama affilata

THE HANDMAID’S TALE

di Bruce Miller

con Elisabeth Moss, Joseph Fiennes, Yvonne Strahovski

Hulu (2017)

HHHHH

In un futuro prossimo il genere umano non può

più procreare. Una dittatura teocratica sfrutta

come schiave le pochissime donne ancora fertili.

Nulla cambia da un momento all’altro. Se

dentro una vasca l’acqua cominciasse a

surriscaldarsi poco alla volta, finiremmo

bolliti vivi senza nemmeno accorgercene.

L’elemento più inquietante della distopia di

The Handmaid’s Tale, ultima novità della

piattaforma digitale Hulu, è la sua prossimità

al nostro quotidiano. Un universo che, sul

modello orwelliano, non ha bisogno di navicelle

spaziali, alieni antropomorfi o automi che

sognano pecore elettriche per farci ragionare

sulla realtà che ci circonda.

In un futuro non troppo lontano, di bambini

non c’è quasi più traccia. Il mondo è al collasso,

le guerre per le poche risorse devastano le

risorse naturali e gli eserciti stanno per esaurire

i loro soldati. La natalità è ai minimi storici e le

poche gravidanze portate a termine risultano

nella morte del neonato. Colpa dell’inquinamento,

della sovrappopolazione, tutte quelle

faccende noiose che paiono non riguardarci mai

direttamente. Il bene più prezioso, perciò, non

è più il denaro, ma un utero fecondo. E quando

una setta pseudo-cristiana prende il potere negli

Stati Uniti, le donne ancora fertili finiscono

per diventare bestiame da allevamento.

Tratto dall’omonimo romanzo di Margaret

Atwood (in italiano Il racconto dell’ancella),

The Handmaid’s Tale è un thriller psicologico

e fantapolitico che ti scava dentro come una

lama affilata. Segue le traversie di una ragazza

il cui unico scopo è generare figli per uno dei

comandanti del nuovo ordine costituito. È una

donna privata di ogni libertà, prima fra tutte

quella sul suo corpo.

C’è una tensione che percorre l’intera visione

della serie, non solo interna al racconto: è la

paura di un tessuto sociale che, seppur progressista

come quello occidentale, è ancora

lontano dal raggiungimento della parità di genere,

dentro un sistema dalle radici patriarcali

in cui la donna si trova ancora oggi a reclamare

un potere decisionale sulla propria vita. Così

la descrizione cruda e asciutta dell’ordinaria

oppressione di una donna vestita di un rosso

acceso e colpevole non può lasciare indifferenti.

Merito anche di Elisabeth Moss, già eroina

femminista in Mad Men, che regala un’interpretazione

viscerale e potentissima.

The Handmaid’s Tale si presenta come l’ultimo

tassello di una televisione che, oggi più che

mai, è il tornasole di una società in costante

cambiamento. E allora speriamo di non ritrovarci

tutti bolliti. Giovanni Di Giamberardino

40 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


Ri-famolo strano

Dopo 27 anni torna “Twin Peaks”. Riusciremo a perderci

ancora nel labirinto di sogni e incubi creato da David Lynch?

I LOVE DICK

di Sarah Gubbins, Jill Soloway

con Kevin Bacon, Kathryn Hahn, Griffin Dunne

Amazon Prime Video (2016-)

HHHHH

Il brusco passaggio da New York a una

sperduta e polverosa cittadina del Texas può

essere traumatico, soprattutto se sei una

regista sperimentale obbligata a seguire il

compagno professore nel suo nuovo incarico.

Ma può essere ancora peggio se entrambi

prendete una sbandata per il capo di lui (Kevin

Bacon), una sorta di cowboy intellettuale

capace di mettere in discussione tutte le tue

certezze. Adattamento del romanzo omonimo,

I Love Dick è l’ultima opera dell’autrice

dell’acclamata Transparent, che firma

un altro viaggio intimista intorno al concetto

di identità e passione, con un’attitudine

indie un po’ troppo compiaciuta che a volte

decolla, ma spesso gira a vuoto. G.D.G.

THE LEFTOVERS

di Damon Lindelof, Tom Perrotta

con Justin Theroux, Carrie Coon, Amy Brenneman

Sky Atlantic (2014–)

HHHHH

Sono passati sette anni dalla “Sudden

Departure”, il giorno in cui il 2% della

popolazione mondiale è svanito nel nulla.

Per alcuni è stato un segno divino, per altri il

caso, per tutti un momento che ha stravolto la

percezione stessa dell’esistenza. E la famiglia

Garvey, sentendo di nuovo il peso del mondo

sulle spalle, cerca un senso in un universo

che sembra non possederne alcuno. The

Leftovers torna per la terza e ultima stagione

con la stessa travolgente potenza creativa

che ha caratterizzato le annate precedenti,

dimostrando un’incisività quasi sovversiva

rispetto ai canoni di oggi. Proprio quel 2%

di serialità di cui abbiamo bisogno. G.D.G.

David Lynch ritorna sul piccolo schermo

con l’opera che ha segnato il

primo vero giro di boa della serialità

tv, antesignana per eccellenza della famosa

golden age televisiva.

Già dai minuti iniziali della première, però, è

chiaro che, sebbene siamo di nuovo insieme

all’agente Cooper e a gran parte del cast (oltre

alle musiche di Badalamenti e alla fotografia

anni ’90), Twin Peaks non è tornata alla magia

di un tempo. Almeno non del tutto. La creatura

della premiata ditta Lynch-Frost, infatti,

non era soltanto un mistery-horror onirico

e disturbante, ma un’opera complessa, dalle

mille anime diverse almeno quanto la cosmogonia

di personaggi che sviluppava. Ognuna

delle storyline, infatti, aderiva a un genere

differente in una tv che ancora non amava le

contaminazioni, proponendo una riflessione

sul mezzo televisivo di allora: si passava dalla

soap al giallo, dalla fantascienza alla comedy e

al dramma familiare come si facesse zapping.

L’atteso sequel si concentra invece sugli

elementi più simbolici della serie (la Loggia

Nera, Bob), che però non ne costituivano

il cuore. Il focus così preponderante sulla

stanza dalle tende rosse e sulla dimensione

del sogno/incubo va a discapito dei personaggi

che abbiamo amato, ridotti a comparse

almeno quanto la stessa cittadina di Twin

Peaks, persa in una geografia narrativa che

si è allargata a dismisura. Anche il tono, che

calca la mano su cupezza e violenza, sembra

mancare di varietà ed eleganza. Il Twin Peaks

del 2017 assomiglia più all’adattamento di

Fuoco cammina con me, pellicola in cui Lynch,

senza più i freni dei network generalisti americani,

aveva dato sfogo al suo estro. Che il

prezzo della libertà sia la minore complessità

di visione? Nel corso di questi nuovi 18 episodi

capiremo se è possibile smarrirsi ancora

una volta nel labirinto di David Lynch. G.D.G.

TWIN PEAKS

di David Lynch, Mark Frost

con Kyle MacLachlan, Sherilyn Fenn, Sheryl Lee,

Laura Dern, Naomi Watts, David Duchovny

Showtime (2017) HHHHH

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 41


Cinema

Com’è dura l’avventura

È difficile dire di no a un film ambientato nella giungla. E “Civiltà perduta”, con un tris di divi

che funzionano alla grande, riesce a essere potente e visionario. Come certi capolavori del passato

CIVILTÀ PERDUTA

di James Gray

HHHHH

con Charlie Hunnam, Robert Pattinson, Sienna Miller

La vera storia di Percy Fawcett, esploratore

e ufficiale britannico dell’inizio del XX secolo,

ossessionato dall’idea del favoloso Eldorado.

Al punto da sacrificare tutto pur di trovarlo.

Gray fa film come un esploratore, cerca

dettagli che definiscano la sua poetica

e i personaggi. Ma Civiltà perduta non

assomiglia alle sue altre opere: Little Odessa, I

padroni della notte, C’era una volta a New York

indagavano la sua città natale, N.Y.. Questo

film, ambientato in Irlanda, Inghilterra e nella

giungla amazzonica all’inizio del XX secolo,

porta il regista ebreo-russo fuori dalla sua

zona di sicurezza. Racconta la storia di Percy

Fawcett, ufficiale britannico con un’ossessione:

esplorare una regione selvaggia della Bolivia

in cerca, appunto, di una civiltà perduta.

A interpretare Fawcett è Charlie Hunnam,

già motociclista nella serie tv Sons of Anarchy.

Hunnam parte in sordina, ma la forza implosiva

della sua prova trova presto il passo giusto.

Fawcett è un soldato che non ha mai visto

l’azione. La Royal Geographical Society gli dà

l’opportunità di affrontare un diverso genere

di nemico: l’ignoto. La moglie, incinta (un’appassionata

Sienna Miller), vede i pericoli

nascosti dietro a questo pellegrinaggio lungo

due anni. Ma Fawcett non ha intenzione di

perdere un’occasione del genere.

Nel 1906 parte per il suo primo viaggio (saranno

tre in tutto) in compagnia di Henry Costin

(un bravissimo Robert Pattinson), il quale

adotta un piglio stravagante che contrasta

bene con la rigidità esteriore di Hunnam.

Quando Fawcett e Costin discendono un

fiume in barca e attirano la curiosità delle popolazioni

indigene, tra cui dei cannibali – oltre

a piranha e predatori vari – Civiltà perduta si

trasforma in un’autentica avventura esotica.

Fawcett torna in Inghilterra. La sua ambizione

gli ha fatto rischiare la vita, ma gli ha portato

le medaglie. Il celebre esploratore antartico

James Murray (Angus Macfadyen) si unisce a

lui per il secondo viaggio. Ma è la persona che

resta a casa a lasciare il segno più profondo.

Miller è superba nei panni della pre-femminista,

indignata per una specie di camicia di forza

culturale che impone alle donne di restare

fuori dal mondo degli uomini.

Sarà il figlio maggiore Jack (Tom Holland) a

seguire Fawcett nel suo ultimo viaggio, che

si concluderà nel 1925 con la sua scomparsa.

Gray non cerca di eguagliare la visceralità

messa in scena da Coppola in Apocalypse Now

e Herzog in Aguirre furore di Dio. Il suo passo è

classico nella forma, ma l’impatto è ugualmente

potente. Tutti danno il meglio per questo film

visionario: una provocazione che ti conquista

a poco a poco, come l’Eldorado che Fawcett

ha desiderato per tutta la vita. Provate a farlo

uscire dai vostri sogni, adesso. Peter Travers

42 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


SOGNARE È VIVERE

di Natalie Portman

con Natalie Portman, Shira Haas

HHHHH

È un’opera rara nella Hollywood

ossessionata dalle formule

collaudate: sulle prime potreste

non coglierne il respiro. Al suo

debutto alla regia, Portman adatta

il memoir del 2002 Una storia di

amore e tenebra, in cui lo scrittore

Amos Oz intreccia la propria

infanzia con quella di Israele.

Sognare è vivere è tutto tranne che

un biopic tradizionale. Portman

sceglie il punto di vista del giovane

Amos (Amir Tessler), bambino nella

Gerusalemme pre-fondazione

dello Stato. I suoi genitori ebrei

sono scappati dall’Olocausto

emigrando in Palestina, allora

governata dai britannici. Il padre

Arieh (Gilad Kahana), un grigio

accademico, non è il protagonista

delle fantasie della moglie. Lei è

Fania (Portman), madre di Amos,

gli occhi attraverso cui il bambino

vede il conflitto nella sua famiglia

e quello più grande all’esterno.

Fania ha un ruolo centrale: è lei a

insegnare ad Amos il potere delle

parole, raccontandogli storie che

lo fanno sognare. Il suo mondo

ruota intorno a questa forza

generatrice. Fino al giorno in cui

tutto finisce. Portman non ci

fornisce un bigino del libro di Oz:

ci fa vedere ciò che Amos vede, e

solo in parte comprende. Quando

per Fania naufragano i sogni di una

nuova vita e di una nuova patria,

la donna cade in depressione.

Le storie che racconta – ora

parlano di suicidio – lasciano il

figlio allarmato. Amos non può

comprendere la brutalità del

mondo, né i danni che la propria

bellissima madre infligge a se

stessa. Portman ha creato i ritratti

di un bambino e di uno Statobambino.

Niente sermoni né bagni

salvifici per curare ferite emotive:

davanti a questo film siamo soli,

come lo è stato Amos. P.T.

NERVE

di Henry Joost, Ariel Schulman

con Emma Roberts, Dave Franco

HHHHH

Sei un giocatore o un

osservatore? Nerve vuole una

risposta, occhio a cosa scegli.

C’è un’ottima idea dietro a questo

thriller, ed è già più di quanto

si possa dire di tanti film estivi.

Peccato che Nerve non abbia il

coraggio di seguirla fino in fondo.

In questi giorni di Pokemon Go

e ragazzini trasformati in zombie

digitali, la storia di un gioco

online che spinge gli utenti a

rischiare la vita per un Like non

potrebbe essere più tristemente

attuale. Nel film, gli osservatori

pagano per guardare i giocatori:

su Snapchat l’umiliazione è

merce che vale oro. Emma

Roberts è Vee, una liceale troppo

impaurita per essere altro che

un’osservatrice. Ma la sua amica

Sydney (Emily Meade), che non

ha problemi a mostrare il culo

a uno stadio gremito solo per

accumulare punti nel gioco,

la convince ad alzare la posta.

Nella sua prima prova, Vee è

sfidata a baciare in pubblico uno

sconosciuto di nome Ian (Dave

Franco) e inizia così a tirar fuori

il proprio lato selvaggio.

Presto ci scappa il morto, ma

a quel punto pure sceneggiatura

e ritmo del film non se la passano

troppo bene. Roberts e Franco,

troppo vecchi per passare per

adolescenti, fanno di tutto per

dare fascino ai loro personaggi. Il

problema è che Nerve non crede

che il target di millennial a cui è

rivolto sia capace di pensare con

la propria testa. Il film si sballa

con questa metafora dei social

media come malattia venerea, ma

gli cala tutto quando si trasforma

in una predica sulla perdita della

privacy e della nostra identità. E

finisce così per farsi unfolloware

dallo spettatore. P.T.

ASPETTANDO IL RE

di Tom Tykwer

con Tom Hanks, Sarita Choudhury,

Ben Whishaw

HHHHH

Il film si apre con Tom Hanks

che recita l’attacco di Once in a

Lifetime dei Talking Heads: “And

you may find yourself in another

part of the world…”. Quel mix

di stranezza e sentirsi fuori

equilibrio è il meglio che si possa

dire di questo adattamento

del romanzo di Dave Eggers.

Hanks – nessuno interpreta il

decoro meglio di lui – prende il

ruolo di Alan Clay, businessman

sul viale del tramonto. Dopo il

divorzio, Alan ha perso, oltre

alla bella moglie, la casa, e non

è nemmeno in grado di pagare

la retta dell’università della

Dall’alto: Kahana, Portman e Tessler in Sognare è vivere; Emma Roberts

e Dave Franco (sotto il casco) in Nerve; Tom Hanks in Aspettando il Re.

figlia. Ma ha un’altra possibilità:

un viaggio in Arabia Saudita, dove

potrà salvare le chiappe se riuscirà

a vendere al sovrano una nuova

tecnologia per videoconferenze in

3D. Peccato che il Re del titolo sia

a dir poco sfuggente. A complicare

le cose, una strana escrescenza è

apparsa sulla schiena di Clay. Lui

cerca di inciderla con un coltello,

ma le metafore di questo film sono

dure a morire. In un flashback,

vediamo il padre di Alan accusare il

figlio di avere portato all’estero per

l’ennesima volta dei posti di lavoro

americani. Nel suo libro Eggers

aveva un bizzarro approccio comico

che sapeva lasciar spazio a un

doloroso sottotesto. Ma nel film

di Tykwer (Lola corre), i diversi toni

non si mescolano, si scontrano

l’uno con l’altro. Non si può certo

negare la sua ambizione, ma gli

sforzi non rendono questo film

migliore. Non riesce a essere

nemmeno una copia sbiadita della

bellezza e del terrore che Eggers

sapeva evocare sulla pagina. P.T.

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 43


Le Cose

SUPER TREND

SALA PROVE

1.

2.

3.

4.

5.

6.

Ikea-mania

Tutto è iniziato grazie a Balenciaga. Per una curiosa combinazione (più o meno

voluta) il brand ha creato una borsa in pelle dal valore spropositato che ricorda

da vicino la mitica “borsa blu” dell’Ikea. Da allora, il colosso svedese ha avuto una

fantastica opportunità che, per il momento, non ha sfruttato: lanciarsi nel mondo

dell’abbigliamento. Ma per loro ci hanno pensato altri, tra cui Norwood Chapters.

SWIMMING IN THE RAIN

Dopo un maggio un po’ piovoso, per usare

un eufemismo, sembra davvero scoppiata

finalmente l’estate. Ecco, quindi, 6 cose utili e

sfiziose a tema marittimo da mettere in borsa

per i primi weekend al largo con la barchetta.

1. Voyager Music, custodia per cellulare con

jack per cuffie, Cellularline. 2. Costume da

surf Surfaris, Reef. 3. Orologio GA-100ST

realizzato in collaborazione con lo street artist

Stash, G-Shock. 4. Costume da bagno intero,

Calvin Klein. 5. Bikini a righe della collezione

TommyXGigi, Tommy Hilfiger. 6. Charms in

argento a forma di polipo, Giovanni Raspini.

CONTEST

Una coppia da film.

Proprio come la vostra

Cosa ci rende più forti se non l’amore? Sono

innamoratissimi Matilda Lutz e James Jagger

nella campagna delle nuove fragranze Emporio

Armani. Se lo siete altrettanto, dimostratecelo!

Seguiteci su rollingstone.it e su Instagram

per scoprire nelle prossime settimane quattro

coppie in cui l’amore rende più che forti che

mai. Ispiratevi a loro e postate la vostra foto

con #TogetherStronger e @RollingStoneItalia:

potreste finire sulle nostre pagine.

44 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


COCKTAIL

“MILAN L’È UN

GRAN MILAN!”

GIASS

Giass (“ghiaccio”, in dialetto

lombardo, ndr) è il primo dry

gin nato all’ombra della Madonnina,

partorito da cinque

amici, Andrea e Simone Romiti,

Francesco Niutta, Francesco

Braggiotti e il barman Richard

D’Annunzio. Omaggio alla

città in cui “bere bene” è un

imperativo categorico. Tempo

zero dal lancio sul mercato (lo

scorso aprile), si è già aggiudicato

due premi internazionali:

un argento alla San Francisco

World Spirits Competition e

la SFWSC Packaging Competition.

Diciotto erbe botaniche

selezionate che creano una

complessità da assaporare

anche on the rocks. Bacche di

ginepro, coriandolo, radice di

angelica, mela golden, scorza di

arancia, rosa, camomilla, violetta,

fiori di arancio, karkadè,

mandorla, menta, semi di finocchio,

verbena, citrus, cardamomo,

melissa, cassia e timo.

ECCO LA RICETTA

DEL COCKTAIL:

Aria: cocktail fresco,

vitaminico ed energico

• 5 cl di Giass

• Tonica Scortese

• Profumo alimentare al karkadè,

cardamomo e fiori d’arancio

• Guarnizione con lime disidratato

e foglia di karkadè

TOP

FIVE

1. DA ZURRO

STROMBOLI

Zurro è un pescatore,

un cuoco e un gran

personaggio per l’isola

di Stromboli. Noto per

il suo look pantalonibandana

multi color e per

la sua barba bianca da Il

vecchio e il mare. Il suo

ristorante è tra le ultime

strutture dell’isola prima

delle spiagge raggiungibili

solo dal mare. Sempre

pieno, caponata deliziosa,

famoso per il suo pane e

i suoi ravioli neri, come

l’isola vulcanica.

2. DA ALFREDO – SALINA

Dopo aver girato sotto

un sole cocente per

l’isola siciliana di Salina,

arrivare a Lingua e vedere

2.

una spiaggia sembra

un miraggio. Sedersi da

Alfredo e assaggiare una

delle sue abbondanti

granite è un’esperienza

indimenticabile. Fragola,

gelso, pistacchio,

mandorla, anguria, caffè:

le ha tutte, sempre

freschissime (dato il

flusso di clienti) e 100%

genuine. Un dovere

mangiarle con panna

e brioche.

3. PASTICCERIA PANSA

AMALFI

Un tesoro nato nel 1830

da Andrea, il bisnonno

del nonno degli attuali

gestori. Una delle piazze

più belle d’Italia, ad

Amalfi, una pasticceria

antica e tenuta a dovere.

Le ricette sono segreti

Eat & Drink

La bella vita: cinque posti

(al mare) in giro per l’Italia

di Sofia Villa

1.

3.

dei conventi, ma provare

una delizia al limone su

un tavolino al sole regala

orgoglio per il nostro

Paese. Un’esperienza

metafisica!

4. LA PINETA – MARINA

DI BIBBONA

Una stella Michelin,

Luciano Zazzeri (il

maestro), figli e tutta la

squadra/famiglia sono

un’istituzione, lavorano

a mille appena inizia la

stagione. Attraversata

una pineta, si arriva alla

spiaggia che sembra

il set di un film. In un

locale elegante, sono

pronti a stordire gli

ospiti di piacere con una

schiacciata di sfoglia

croccante, spaghetti

cremosi ai ricci, fritture

4.

5.

leggere e pesce bollito

(sempre freschissimo)

con maionese e bottarga.

5. BAR TURISMO

POLIGNANO A MARE

Polignano a Mare è la

meta del romantico in

vacanza. Il Bar Turismo

è, invece, un posto

autentico, fermo nel

grande Sud degli anni ’70.

Luogo di pellegrinaggio

per gli amanti del

gelato, con una gestione

familiare che lavora duro

perché la preparazione

del gelato vero richiede

molto tempo e molta

alchimia. Nocciola

e doppia panna al caffè

su un semplice cono

di wafer fanno ricordare

il sapore della bontà.

IO NON FACCIO

IL CASCAMORTO,

SE CASCO,

CASCO MORTO

PER LA FAME

TOTÒ

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 45


TATTOO ADDICTED

No Stress

EFFETTO PHOTOSHOP

A CURA DI MARIA VITTORIA POZZI

BENESSERE+MUSICA

LUNGA VITA AI TATUAGGI

Per il benessere della pelle dei 7 milioni di

italiani tatuati in farmacia è in vendita il nuovo

Cicaplast Kit Tattoo di La Roche Posay (€ 24),

prodigioso cofanetto che contiene Cicaplast

B5 Lavant per detergere in delicatezza la cute

fragilizzata e Cicaplast Baume B5 spf 50 per

ripararla e preservare colori e nitidezza

del disegno. Entrambi sono antibatterici,

lenitivi e riparatori. E poiché la pelle tatuata

non deve mai essere secca, mantengono

anche il giusto tasso di idratazione.

VIVE LA FRANCE

TRIBUTO A

EMMANUEL MACRON

Scelta di carattere, se

si punta su Eau Fraîche

Homme di Eisenberg (€

129), una fragranza fresca

ma pungente e di forte

personalità, grazie alla

partenza di Bergamotto

e Cardamono, alle fredde

note di anice, menta e zenzero e alla persistenza

dei legni pregiati. Il risultato? Un sillage davvero

indelebile e vincente. Proprio come Macron,

ottavo presidente della Repubblica Francese.

HARI NEF

DAKOTA JOHNSON

7 ANNI DI STUDI,

20 RICERCATORI E

150 MATERIE PRIME.

Se è vero che non c’è

vita senza acqua, grazie

Waterlover Sun Milk spf

15, 30, 50 di Biotherm

(solo da Sephora, €

35). Con una formula

biodegradabile al 96%

e un pack con il 14%

di plastica in meno,

ha un minor impatto

sull’ambiente acquatico.

Ovviamente protezione

ottimale e sensoriali top.

UN GRAN B(L)OOM

IL 2 IN 1 PER CAMBIARE PELLE

IN SOLI 28 GIORNI

Cosa succede se stanchezza, stress

e qualche anno in più si accumulano?

Che il viso perde subito di luminosità,

il colorito si offusca e i primi segni

diventano rughe. Ecco allora Peeling

de Nuit Progressif Visionnaire

Crescendo di Lancôme (€ 96 circa),

due sieri in un solo flacone per due

diverse concentrazioni. Dopo 28 notti

di utilizzo in due momenti separati,

consentono di dare un nuovo inizio

alla pelle. Al cuore della formula:

acidi della frutta nel flacone 1 e acidi

salicilico e glicemico al 10% nella 2.

Unica precauzione: per il giorno

va scelta una crema con spf 20.

SOLARI SALVA-VITA

AFTER PARTY NEL GIARDINO URBANO

erano anche Lana del Rey, Angelica Hicks e Sean Lennon all’after

C’ party, che si è tenuto lo scorso maggio nel cortile del MoMa PS1,

in occasione del lancio della prima Eau de Parfum femminile Gucci, nata

sotto la direzione di Alessandro Michele. Si dice sia una fragranza audace

e floreale (e ci mancherebbe!), perché sprigiona una potente scia che

racconta un giardino straboccante di fiori. Proprio come

il sentire del suo direttore creativo, che ha partecipato

all’evento al fianco dei tre volti che racconteranno Gucci

Bloom, ovvero Dakota Johnson (in oro laminato), Petra

Collins e Hari Nef (in vestaglia-kimono). Nel cortile

del MoMa PS1 di Long Island City, trasformato per

l’occasione in un giardino abitato da rose, peonie e

gelsomini e una flora piumata alla Gucci, si è esibita

live Goldfrapp, seguita dal dj-set di Juliana Huxtable.

Festival in green

Borotalco, brand iconico del

benessere, sostiene dal 23 al

25 giugno, presso Villa Arconate

di Bollate, in provincia

di Milano, il progetto artistico-ambientale

di Terraforma,

Festival Internazionale della

Musica sperimentale più

green. In che cosa consiste?

Nel recupero di un’oasi di

alberi che costellava, come

rinvenuto da alcune incisioni

del 1743, Villa Arconati.

Si pianteranno così altri 300

nuovi alberi di carpino, che

completeranno la ricostruzione

dell’antico labirinto

forestale. Il Festival, prodotto

da Threes con Augusto

Rancilio, è un’esperienza

musicale unica e caratterizzata

da eventi live, happening,

workshop, performance artistiche

e incontri con musicisti

provenienti da tutto

il mondo. Un contributo

concreto che sposa ecologia

con architettura dei giardini.

46 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


INCONTRI RAVVICINATI

The year

of the Kat

STORIA DI UNA TATTOO-ARTIST

OVER THE TOP CHE HA CONQUISTATO

IL MONDO CON UNA LINEA MAKE-UP

26 milioni di followers non sono

bruscolini. E infatti avvicinarla

non è stato semplice. Kat Von D, la

tattoo-artist delle celeb oggi colora

e ridisegna il viso di tutte le sue fan

con la linea make-up nata in partnership

con Sephora. Vegana convinta,

crede nella bellezza come potere che

può “muovere” e ottenere molto.

Trucco e tatuaggi: non c’è molta

differenza?

Il passo è stato fisiologico. Sono

due forme d’espressione diverse, ma

vicine, perché comunicano.

Ispirazioni?

Il mondo che mi circonda: amici,

cultura pop, i miei gatti, l’architettura,

la musica. Diciamo, tutto ciò che

mi riesce facile condividere con altri.

È vero che suoni e componi?

Amo tutti i generi musicali. Due

anni fa ho composto un album e,

perché no?, cantare potrebbe essere

la mia prossima vita.

La tua colonna sonora?

I Depeche Mode, i Cure e

Beethoven. Adoro anche Beyoncé

e in generale tutte le canzoni malinconiche

che parlano d’amore.

Perché sono tutte pazze del tuo

make-up?

Perché libera l’istinto e la creatività,

è tecnicamente perfetto, a lunga

tenuta e facile da usare, grazie a

polveri ultra-fini e kit che creano

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ROLLING STONE_GIUGNO 2017 47


AMERICAN

AFFAIRS

Un narciso

( pericoloso)

alla Casa Bianca

L’America ha avuto Presidenti depressi,

alcolizzati (Nixon, da sbronzo, ordinò l’inizio

di una guerra nucleare), esibizionisti. Riuscirà

a sopravvivere anche a Donald Trump?

di Alex Morris

illustrazione di Matt Mahurin

A

lle 6.35 del mattino del 4 marzo, il Presidente

Donald Trump ha fatto qualcosa

che nessun altro Presidente aveva mai

fatto prima: ha accusato il suo predecessore

di averlo spiato. L'ha fatto su

Twitter, senza presentare prove e – se

qualcuno non avesse colto il punto –

ripetendo l'accusa alle 6.40, alle 6.52

e alle 7.02. Nell'ultimo tweet parla di

Obama come di un “Bad (or sick ) guy!”.

A sei settimane dall'inizio del suo mandato, questo tipo di tweet è solo

uno dei modi con cui il Presidente ha affermato cose sostanzialmente

false (come si è capito subito), ma questa volta ha gettato l'integrità

americana giù dal dirupo. E non l'ha fatto in qualche riunione privata

con il Dipartimento di Giustizia, l'ha fatto sui social media in un trionfo

di ira ed errori grammaticali. Se qualcuno non se lo fosse chiesto prima,

è il momento giusto: il Presidente è psicologicamente sano?

Adesso è chiaro a tutti che il Trump della campagna elettorale non era

solo un “personaggio” per acchiappare voti. Non è ancora diventato,

come sosteneva lui stesso, “la persona più presidenziale di sempre,

secondo solo ad Abramo Lincoln”. Sono bastate 24 ore per capire che

il Trump che abbiamo eletto era proprio quello che, il giorno dopo le

elezioni, ha passato tutto il suo tempo a dedicarsi ai suoi problemi

personali, non a quelli del Paese.

Da quando Trump ha annunciato la sua candidatura, la sua assurda

visione della verità e la facilità con cui ha attaccato chi lo minacciava

hanno fatto pensare a molti che fosse “unfit for office”, o addirittura

che sia completamente matto. Nessun candidato si è mai comportato

così: il suo modo di fare è così anormale che non possiamo fare a meno

di pensare che sia frutto di qualche patologia. La parola “crazy” è abbastanza

appropriata.

Mentre la candidatura di Trump avanzava, molti della comunità scientifica

hanno affermato di notare chiari segni patologici nel comportamento

del Presidente, nonostante la Goldwater Rule impedisca un

pronunciamento ufficiale (“Nessuno psichiatra può fare una diagnosi

senza aver esaminato accuratamente il paziente”, una regola nata dopo

48 ROLLING STONE_GIUGNO 2017

IN CUFFIA: “MY PREROGATIVE”, BOBBY BROWN


ROLLING STONE_FEBBRAIO 2017 49


gli scandali della campagna elettorale Goldwater

vs. Johnson). «È una regola ridicola», dice

Claire Pouncey, psichiatra e autrice di un

saggio sul Journal of the American Academy of

Psychiatry and Law, «impedisce di sfruttare

l'opinione degli psichiatri sugli aspetti più

pericolosi di alcune personalità pubbliche».

Molti si sono rivolti alle organizzazioni psichiatriche

americane per dare l'allarme. «Abbiamo

provato più volte a coinvolgerle durante

la campagna elettorale», dice Lance Dodes,

uno psicanalista e professore ad Harvard.

«Insomma, tutti sentivamo la necessità di dire

qualcosa». Nessuna di queste organizzazioni,

però, voleva infrangere la Goldwater Rule

e, inoltre, «i sondaggi lo davano come sicuro

sconfitto. Quindi, nonostante le nostre

preoccupazioni, pensavamo tutti che non ci

sarebbero state conseguenze».

Conseguenze, invece, ce ne sono state parecchie:

il 13 febbraio scorso, Dodes e altri 34

psichiatri, psicologi e operatori

sociali hanno pubblicato una lettera

sul New York Times per spiegare

perché “le azioni e i discorsi

di Mr. Trump lo rendono incapace

di essere Presidente”. «Questa

non è una questione di programma

politico, per niente», mi spiega

Dodes. «Il suo comportamento

mostra costantemente al Paese

quali sono i limiti, o i problemi,

della sua mente». Nella lettera,

gli esperti non si sono spinti fino

a fare una diagnosi, ma hanno

spiegato che il reale problema del

Presidente è una forma di narcisismo

così estrema da impedirgli di

funzionare razionalmente: disturbo

narcisistico della personalità.

La definizione più comune di

questo disturbo è “un disordine

mentale in cui le persone

hanno una percezione alterata

della propria importanza e un

profondo bisogno di ammirazione, con una

marcata mancanza di empatia per gli altri”. Per

confermare la diagnosi sono necessari almeno

cinque di questi sintomi:

1. Un gigantesco senso di self-importance

(“Nessuno costruisce muri meglio di me”,

“Nessuno rispetta le donne più di me”).

2. Fantasie di successo illimitato, potere, intelligenza

e bellezza (“Solo io posso farcela”, “È

davvero difficile attaccarmi sul mio aspetto,

perché sono davvero bello”).

3. La convinzione di essere così “speciale”

e unico da poter essere affiancato solo da

AMERICAN

AFFAIRS

persone o istituzioni di status particolare

(“Sono così bello soprattutto perché sono

molto ricco”).

4. Il bisogno di ammirazione eccessiva (“Pare

che sia stata la più grande standing ovation dai

tempi di Peyton Manning e del Super Bowl”).

5. La convinzione che tutto sia dovuto (“Quando

sei una star te lo lasciano fare. Puoi fare

quello che ti pare. Grab them by the pussy”).

6. L'abitudine a sfruttare gli altri.

7. Mancanza di empatia, incapacità di riconoscere

i sentimenti e i bisogni degli altri (“Non è

un eroe di guerra... è stato solo catturato. A me

piacciono quelli che non si fanno prendere”).

8. Invidia degli altri e convinzione che tutti

siano invidiosi di lui (“Io sono il Presidente

e tu no”).

9. Costante esibizione di atteggiamenti arroganti

(“Potrei sparare a qualcuno nel mezzo

della 5th Avenue e non perdere neanche un

voto”).

L’aspetto più

preoccupante della

personalità di Donald

Trump è la sua

incapacità di distinguere

tra realtà e finzione

Il DNP è stato inserito tra i disordini della

personalità nel 1980 e ne soffrono il 6% degli

americani. È una serie di tratti, una programmazione

cerebrale che si sviluppa durante l'infanzia,

a quanto pare risultato di problemi con

i genitori: può svilupparsi sia con quelli che

mettono i figli sul piedistallo sia con quelli che

non mostrano affetto, e costringono il figlio a

costruirsi un ego enorme per sopravvivere. In

ogni caso, questo disturbo impedisce di avere

un senso del sé realistico: crea una narrativa

epica dell'ego che richiede conferme e supporto

costante – le “scorte di narcisismo” – per

riempire un devastante senso di vuotezza.

Tra tutti i disturbi della personalità è quello

che reagisce meno alla terapia: i narcisisti non

vogliono, o non possono, ammettere di essere

imperfetti.

Trump, durante la sua infanzia, è sempre stato

sul piedistallo. «Tu sei un re», diceva Fred

Trump a suo figlio mentre gli spiegava che il

mondo è un posto spietato e che bisogna «essere

dei killer». Trump ha colto perfettamente

il messaggio: tirava sassi ai figli dei vicini e si

vantava di aver preso a pugni un insegnante.

Gli altri bambini della zona (la parte più ricca

del Queens) non potevano giocare con lui e a

scuola era sempre in punizione. Quando suo

padre ha scoperto la sua collezione di coltelli a

serramanico, l'ha mandato alla New York Military

Academy, dove poteva essere controllato

mentre sfogava la sua personalità da maschio

alpha. «Penso che anche il padre fosse un

narcisista», dice Michael D'Antonio, autore

di The Truth About Trump. «Forse anche la

madre, persino il nonno. La sua è una famiglia

molto ambiziosa».

Visto con gli occhi di un medico, il comportamento

di Trump – dalle relazioni della

scuola e dell'accademia, che lo descrivevano

come troppo competitivo per avere amici,

fino alle sue conferenze stampa,

dove sfoga la sua paranoia e il

suo bisogno di insultare tutti –

sembra una costante ricerca di

“scorte di narcisismo”. In pochi

hanno inseguito la popolarità

con la stessa determinazione di

Trump, uno che ha sempre alzato

la posta per diventare sempre più

famoso. Non si è accontentato

di essere l'erede della fortuna del

padre, ha investito tutta la sua

giovinezza per portare la Trump

Organization a Manhattan, per

fare i palazzi più grandi, più monumentali

e più alti di tutta la città

(esagerando anche sulla conta dei

piani). Non si è accontentato di

aver inflitto a New York una serie di grattacieli

con il suo nome scritto a caratteri cubitali sulla

facciata, ha comprato i casinò di Atlantic City

e il terzo yacht più grande del mondo (nonostante

dicesse di non amare le barche).

Nel frattempo, per assicurarsi che nessuno si

perdesse la notizia, ha bombardato la stampa

di informazioni sulle sue conquiste professionali

e sessuali. «L'esempio più lampante del

suo narcisismo sta nello scandalo sessuale che

ha distrutto il suo primo matrimonio», dice

D'Antonio. «Ha fatto talmente tante cose per

avere l'attenzione di tutti che è davvero difficile

non pensare che ci sia qualcosa di strano».

La Casa Bianca non ha voluto commentare il

presente articolo.

Gli psicologi hanno individuato cinque tratti

fondamentali della personalità, i Big Five –

estroversione-introversione, gradevolezzasgradevolezza,

coscienziosità-negligenza,

50 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


Un muro

di

copertine

Da Rolling Stone Usa

all’Internazionale,

passando per

il tedesco Der Spiegel

e lo spagnolo Tapas:

il mondo

della stampa

internazionale ha

messo Trump,

narciso pericoloso

e distruttivo,

in copertina.

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 51


nevroticismo-stabilità emotiva, apertura

mentale-chiusura mentale. Un narcisista è

molto estroverso e per nulla aperto mentalmente.

Sia sul lavoro che nella vita privata, il

modo di stare al mondo di Trump non prevede

amicizie, ma solo dominio. È noto il terrore

che serpeggia nel suo staff presidenziale, così

come è nota la sua abitudine di affidare a due

persone lo stesso lavoro per farle combattere

tra di loro. La sua tendenza ad assumere

donne era vista positivamente durante la

campagna elettorale, ma chi ha lavorato con

lui sostiene che lo faccia solo perché le ritiene

meno minacciose degli uomini (forse anche per

questo Ivanka è la sua figlia preferita). Trump

è famoso per stressare i suoi dipendenti e per

scappare dai suoi creditori. E non c'è niente di

peggio del modo in cui ha trattato i suoi detrattori:

centinaia di cause inutili, lettere assurde

(come quella che ha mandato alla giornalista

del New York Times Gail Collins: una foto della

donna con scritto “The face of a dog!”) e tweet

maligni, tutti strumenti per ottenere scorte di

narcisismo immediate. Molti studi mostrano

come Twitter e i social media abbiano trasformato

Internet in una sorta di parco giochi per

narcisisti: offrono gratificazione istantanea a

chi ha bisogno di costruirsi un falso sé.

«Se non ci fossero i Kardashians, non ci sarebbe

nessun Presidente Trump», ha detto Keith

Campbell, professore di psicologia all'Università

della Georgia. «Trump fa il Presidente

in stile-Kardashian, senza filtri. Quando ha

ricevuto Kanye nella Trump Tower, ho pensato:

“Dovrei licenziarmi. Il mio lavoro qui è

finito”». Campbell, però, non pensa che Trump

abbia un DNP. La personalità del Presidente

non gli impedisce di agire: «Si tratta di un miliardario

che fa il Presidente degli Stati Uniti.

Mi sembra che sia una persona altamente

funzionante», ha detto.

Altri pensano che il problema sia nei requisiti

per effettuare la diagnosi. «C'è solo la questione

dell'impedimento a funzionare», ha detto

Joshua Miller, collega di Campbell ed esperto

in psicopatia e narcisismo. «Forse il DSM (lo

strumento di diagnosi descrittiva dei disturbi

mentali) non è utile per trattare questa cosa

nel modo giusto, non considera quanti problemi

possa causare questa persona a chi gli

sta intorno». Miller, in particolare, pensa

che la ricchezza di Trump sia stata una sorta

di scudo verso impedimenti che sarebbero

stati più pericolosi. «Riesce ancora a porsi

come un geniale businessman nonostante sia

andato spesso in bancarotta, nonostante siano

molte le cose che non lo fanno sembrare così

astuto come dice di essere», ha detto Miller.

«Potremmo sapere qualcosa di più su come si

AMERICAN

AFFAIRS

SAPER VINCERE Donald Trump saluta i militari e le loro famiglie a Harrisburg, in Pennsylvania, lo scorso

29 aprile. Il 4 marzo Trump ha definito su Twitter l’ex presidente Barack Obama un “Bad (or sick) guy!”.

comporta in una relazione, se le sue ex mogli

non avessero ricevuto denaro in cambio del

silenzio sul comportamento dell'ex marito.

Può circondarsi di chi vuole grazie alla sua ricchezza.

Se fosse un politico qualsiasi, avrebbe

molti problemi in più di quanti ne ha adesso».

Il dibattito sulla sanità mentale di

Trump, comunque, ci permette di

chiedere come sarebbe avere un Presidente

con questo tipo di disturbo.

«Odiavo Bush, ma nessuno di noi si

è mai chiesto se avesse un qualche problema

psichiatrico», dice John Gartner, psicologo

e professore alla John Hopkins University

Medical School per 28 anni (ha criticato fortemente

l'utilizzo della Goldwater Rule in questo

caso, ndr). Il professore sostiene che Trump

soffra di “narcisismo maligno”, un termine

– inventato per spiegare i problemi mentali

di Hitler – che fa riferimento al triumvirato

dei disordini della personalità: narcisismo,

paranoia e comportamento antisociale. «Anche

se non sono d'accordo con nulla di quello

che pensa, sarei estremamente sollevato nel

vedere un Presidente Pence», ha detto. «Lui

almeno non è pazzo, è solo un conservatore».

Avere un problema psichiatrico, comunque,

non renderebbe Trump impossibilitato a fare

il Presidente. Uno studio pubblicato nel 2006

sul Journal of Nervous & Mental Disease sostiene

che 18 dei primi 37 Presidenti americani

avevano disordini psichiatrici: depressione (il

24%), ansia (8%), alcolismo (8%) e disordini

bipolari (8%). Dieci di loro hanno esibito i sintomi

durante l'esercizio del mandato. Uno era

Abraham Lincoln, che soffriva di depressione.

Il problema è che, quando si tratta di leadership,

non tutte le patologie sono uguali.

Alcune, come la depressione, non mettono

in grande difficoltà la capacità di prendere

decisioni, al massimo creano problemi agli

amici e ai familiari del malato. Altre, come

l'alcolismo, possono fare molti più danni: nel

1969 Nixon si ubriacò a tal punto da ordinare

un attacco nucleare contro la Corea del Nord.

Non successe nulla solo grazie all'intervento

di Henry Kissinger.

Quando si tratta di Presidenti, e in generale

di politici, è normale incontrare un po' di

narcisismo. Molti narcisisti diventano “leader

emergenti”, hanno una grande capacità di farsi

eleggere. Sanno essere affascinanti e carismatici.

Dominano, intrattengono. Infondono

forza e sicurezza. Sono bravi a convincere

le persone che sono davvero così incredibili

come pensano di essere (e no, non lo sono

davvero). In particolare, questo tipo di leadership

emerge più facilmente in momenti

di malcontento: un narcisista ha interesse a

FOTO AL DRAGO/THE NEW YORK TIMES

52 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


AMERICAN

AFFAIRS

Bugiardo in capo

«Cosa dovrebbe fare un senatore ameriCano di fronte a

un Presidente bugiardo?», ha domandato pubblicamente Bernie

Sanders lo scorso marzo. I media, i politici, persino i portavoce di

Trump stanno vivendo con grande difficoltà le bugie croniche del

loro comandante in capo. Alcuni hanno deciso di non definire mai

“bugie” le sue affermazioni false. «Non potendo guardare dentro

la testa di Trump», ha affermato un reporter di NPR, «non posso

capire quali sono le sue intenzioni». Ma, come ha proseguito il

senatore Sanders, «ignorare la realtà aiuta il popolo americano?».

Non pensiamo proprio: Donald Trump è un bugiardo senza vergogna,

una faccia di bronzo. Si prende il merito di conquiste non sue,

descrive il mediocre come eccezionale, inventa la Storia e fomenta

teorie cospirazioniste. Mente anche sul meteo. Ecco qui, divise per

argomento, le sue bugie più incredibili. TESSA STEWARD

Economia


Il rapporto sull’occupazione

di gennaio

mostra un aumento di

237mila posti di lavoro.

Molti dipendono dal

nuovo spirito che ha

pervaso la nazione”

(3 febbraio)

In precedenza Trump aveva

definito i rapporti del

Dipartimento del Lavoro

americano “menzogne”

e “invenzioni totali”. Poi,

quando i numeri sono

diventati positivi, si è preso

tutto il merito. Trump si è

attribuito anche il job program

di Exxon (attivo dal

2013) e la decisione di Fiat

Chrysler di espandere la

produzione in Michigan

e Ohio (pianificata da più

di un anno).

Crimine


Quando il

Presidente Obama era

a Chicago, due settimane

fa, ha fatto un bel

discorso, davvero un bel

discorso. Nel frattempo

qualcuno ha sparato

e ucciso due persone”

(25 gennaio)

Secondo la polizia di

Chicago, nessuno è

stato ucciso quel giorno.

Zero persone. Invece a

Philadelphia, secondo

Trump, gli omicidi sarebbero

«cresciuti enormemente».

In realtà sono

diminuiti, da 391 (nel 2007)

a 277 (nel 2016). Trump ha

anche detto che la droga è

diventata «più economica

delle caramelle». Sognare

non costa nulla.

La sua eredità


Tutta la mia storia

è raccontata su Time...

Sono finito sulla rivista

almeno 15 volte, solo

quest’anno” (25 gennaio)

Due precisazioni: Trump

è stato sulla copertina di

Time 12 volte, Nixon 55.

Trump, inoltre, sostiene di

aver fatto il record di partecipanti

al suo discorso

di inaugurazione: secondo

gli esperti erano 160mila;

durante il discorso di

Obama 1,8 milioni. Per

quanto riguarda gli ascolti

televisivi, invece: «11

milioni in più rispetto

a quattro anni fa!».

Ha detto la verità,

ma il problema sta

nel paragone. Gli

spettatori non guardano

il discorso di un

Presidente che è stato

eletto per il suo secondo

mandato.

Il primo discorso di

Obama, infatti, è stato

guardato da 7 milioni di

persone in più rispetto

a quello di Trump. Per

quanto riguarda il resto

del mondo, invece: Trump

sostiene di aver “predetto”

la Brexit, in realtà ai tempi

del referendum ha solo

dichiarato: «La Brexit non

mi interessa più di tanto».

promuovere caos e a inventare un nemico

comune. «Vogliono stare al centro dell'attenzione,

e ci riescono proponendo grandi

cambiamenti e presentandosi come leader

coraggiosi», dice Campbell. «Se le cose vanno

bene, non vuoi un leader narcisista. Se le cose

vanno male, invece, pensi: “Beh, proviamoci.

Vediamo che cambiamenti riesce a fare, cambiamo

le carte in tavola”. Poi ti rivolgi a Dio e

speri che funzioni».

A volte funziona, spesso no. Ironia della sorte,

i narcisisti vengono eletti più facilmente

quando le cose vanno male, ma si comportano

meglio quando le cose vanno bene e possono

prendersi tutto il merito. Una delle domande

del Narcissistic Personality Inventory, un

questionario utilizzato per individuare la

presenza di tratti narcisistici della persona-

lità, chiede di scegliere tra due frasi: (1) “Il

pensiero di governare il mondo mi spaventa

da morire”, e (2) “Se governassi io, il mondo

sarebbe un mondo migliore”. I narcisisti

generalmente scelgono la seconda, ma questa

sicurezza è sconveniente: se pensi di essere

il migliore, che senso ha perdere tempo per

migliorare? È più facile puntare il dito: «I

narcisisti esteriorizzano la colpa», dice Miller.

«Guarda Spicer: Trump lo sta per licenziare.

Invece dovrebbe dire: “Avrei dovuto leggere

questo trattato con più attenzione”. Ma un

narcisista non lo farebbe mai, non si prende

mai la responsabilità dei suoi passi falsi».

Nonostante gli ovvi rischi, avere un Presidente

narcisista non è sempre un disastro.

«La democrazia è basata sulla risoluzione di

problemi tramite il conflitto», ha detto Sean

Wilentz, professore di Storia a Princeton e

collaboratore storico di Rolling Stone USA.

«Un leader dalla personalità dominante può

essere molto efficace». Lyndon Johnson, il

Presidente che ha ottenuto il punteggio più

alto nello studio che ha analizzato le tendenze

narcisiste dei leader americani, aveva l'aggressività

necessaria per far approvare il Civil

Rights Act, ma non ha avuto la forza di abbandonare

il Vietnam. Quando un gruppo di

giornalisti gli ha chiesto spiegazioni, pare che

si sia abbassato la zip dei pantaloni e, tirando

fuori il pene, abbia detto: «Ecco perché».

Quindi, come si comporterà Trump? Nixon,

probabilmente il Presidente meno etico della

Storia americana, si è classificato secondo,

ma lui si è dimostrato più furbo di Trump. La

sua forma di narcisismo era più adattabile,

FOTO DOUG MILLS/THE NEW YORK TIMES; ANDREW HARRER/BLOOMBERG VIA GETTY IMAGES

54 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


Immigrazione


Abbiamo scoperto

109 persone tra le

migliaia che viaggiano

tutti i giorni, e l’unica

cosa che abbiamo fatto è

stato qualche controllo”

(5 febbraio)

Nonostante Trump insista

che il passaggio all’immigration

ban sia stato assorbito

benissimo, la realtà è

che oltre 90mila viaggiatori

sono stati colpiti dal suo

ordine esecutivo, che ha

anche fatto esplodere proteste

spontanee in tutto

il Paese. Dopo la sospensione

del provvedimento,

Trump ha dichiarato: «Ora

chiunque, anche chi ha

cattive intenzioni, può

entrare negli Stati Uniti».

Non è vero: controlli specifici

sono previsti da anni.

Russia


L’NSA e l’FBI hanno

spiegato al Congresso

che la Russia non ha

interferito nel processo

elettorale” (20 marzo)

Il Congresso ha chiesto al

direttore dell'FBI James

Comey e a quello dell'NSA

Mike Rogers se ritenessero

che «l’obiettivo dei russi

fosse minare la fede degli

americani nel processo

democratico». Entrambi

hanno risposto: «Yes».

Le elezioni


Un numero

compreso tra i 3 e

i 5 milioni di voti

illegali mi ha impedito

di vincere il voto

popolare”(23 gennaio)

Nessuna persona

o organizzazione

credibile ha offerto

prove che

possano confermare

questa

affermazione.

Trump ha dichiarato,

in maniera

poco plausibile: «Molti

hanno detto che ho ragione.

E nessuno di questi

voti era per me, erano tutti

per Hillary». Persino i suoi

consiglieri hanno ammesso

che «il Presidente ci ha

creduto davvero». Per

compensare, Trump ha

ingigantito la sua vittoria:

«Credo di aver ottenuto il

miglior risultato dai tempi

di Reagan». No, è successo

proprio il contrario.

La difesa


Dopo il mio arrivo,

abbiamo risparmiato

oltre 700 milioni di dollari

di spesa pubblica

solo per gli F-35”

(28 febbraio)

Trump non ha niente

a che vedere con

l’abbassamento

del prezzo degli aerei.

L’annuncio del taglio sul

costo degli F-35, infatti, è

arrivato un mese prima del

primo incontro tra Trump

e il capo del Dipartimento

di Difesa. Nel frattempo,

Trump ha mentito anche

sulle spese dell’Esercito:

«Sto lavorando a uno dei

maggiori aumenti di spese

militari nella Storia». Per

ora, la spesa militare

è aumentata soltanto

del 10%: un risultato

mediocre, almeno

secondo l'analista

Laicie Heeley.

Sanità

“ L’Obamacare

esploderà. Ma noi ci

riuniremo e studieremo

un grande programma

sanitario per il popolo.

Non preoccupatevi!”

(23 gennaio)

A Trump piaceva ripetere

che l’Obamacare stava

“esplodendo”; in realtà il

Congresso ha sempre definito

il programma come

“stabile”. Il piano di Trump,

approvato dopo grandi

difficoltà, prometteva assistenza

per tutti. Invece,

24 milioni di cittadini resteranno

senza un’assicurazione

sanitaria.

FOTO OLIVIER DOULIERY/POOL VIA BLOOMBERG; DOUG MILLS/THE NEW YORK TIMES

machiavellica. Molti narcisisti, infatti, vedono

il mondo come una grande scacchiera, devono

pensare prima degli altri per mantenere il

vantaggio che ritengono gli sia dovuto. Per

questo l'impulsività non è un tratto classico

dei narcisisti. Trump, quindi, presenta una

sfortunata combinazione di caratteristiche:

«L'impulsività e la mancanza di riflessione,

insieme alla sua immensa autostima; sono

queste le cose che mi spaventano di più, di

Trump», avverte Miller.

I narcisisti sono particolarmente vulnerabili

ai leccapiedi, a quelli che dicono loro solo

ciò che vogliono sentirsi dire. Non importa

se Steve Bannon sia davvero l'eminenza grigia

dietro ad alcune sparate del Presidente,

persino i repubblicani hanno paura della sua

influenza su Trump. Impedire ai non-eletti

di sfruttare le debolezze psicologiche del

Presidente dovrebbe essere automatico nel

sistema politico americano: «L'importanza di

Bannon è un segno della necessità di avere

partiti funzionanti», dice Wilentz, «perché

solo i partiti possono gestire questi personaggi.

Non arrivi dove Trump è adesso con

un sistema dei partiti funzionante. Questa

particolare crisi politica, che è una crisi dei

partiti, ha prodotto un Presidente di questo

tipo. Normalmente gente così è esclusa dalla

politica».

Per molti esponenti della comunità scientifica,

l'aspetto più preoccupante della personalità di

Trump risiede nella sua incapacità di distinguere

la realtà dalla finzione. Il narcisismo, se

diventa DNP, può portare ad allucinazioni,

a immaginare una realtà alternativa dove il

narcisista rimane al top nonostante tutto dimostri

il contrario. «Lui è davvero veloce, velocissimo,

a minare la credibilità di chiunque

minacci il suo dominio», dice Gwenda Blair,

autrice di The Trumps: Three Generations of

Builders and a President. «Se percepisce qualcosa

– e ha sensi davvero acuti – che possa

minare l'idea che lui sia al 200% un vincente,

la distrugge immediatamente. Gli articoli che

spiegavano come non avesse vinto il voto popolare,

per esempio, non riusciva ad accettarli.

Cercava continuamente altre spiegazioni:

ci saranno stati voti illegali, avranno perso

delle schede. È impossibile che abbia perso,

non riesce a immaginare questa possibilità».

Considerare “impensabili” verità documentate,

però, è una «seria minaccia per qualcuno

che per lavoro deve acquisire informazioni e

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 55


AMERICAN

AFFAIRS

FOTO AL DRAGO/THE NEW YORK TIMES/CONTRASTO

56 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


FOTO JABIN BOTSFORD/THE WASHINGTON POST VIA GETTY IMAGES

forma più tossica di una malattia mentale che ti

rende comunque funzionante. Insomma, nella

sua prima settimana di governo ha minacciato

di invadere il Messico, l'Iran e Chicago. Ti

rendi conto?».

Il 29 giugno 1999 Trump ha letto un elogio

funebre durante il funerale del padre, a Manhattan.

Altri avevano ricordato Fred Trump

e la sua storia: un uomo che aveva costruito

case solide per migliaia di newyorkesi.

L'attuale Presidente, invece, ha usato il suo

tempo per spiegare a tutti che la più grande

conquista del padre era stata una e una sola:

suo figlio, Donald.

I Presidenti uniscono le nazioni attorno alle

loro idee, buone o cattive che siano. Un Presidente

con un DNP non pensa a niente che non

sia il suo ego, non offre una narrativa che non

sia il suo “falso sé”. Un Presidente narcisista

si aspetta che gli americani lo seguano, ignoprendere

decisioni. Diventa impossibile capire

dove hai sbagliato, perché non accetti che

questa possibilità esista», spiega Dodes. Questo

è soprattuto vero quando l'informazione è

negativa per l'ego del narcisista. Così si spiega

il primo giorno della Presidenza Trump, la sua

continua affermazione di superiorità, la velocità

con cui ha abbandonato vecchi alleati e

la formazione del suo governo, una collezione

di persone tanto ricche quanto prive d'esperienza.

Una bolla narcisista su misura per non

mettere in discussione il suo dominio.

«Messi di fronte a informazioni negative su

loro stessi, i narcisisti svalutano, denigrano,

non le accettano», dice Pincus.

«Le scacciano via, le

distorcono, incolpano qualcun

altro, hanno bisogno di

vedere un'immagine di loro

stessi superiore, non tollerano

l'idea di avere difetti,

imperfezioni o che ci sia

qualcuno migliore di loro».

Questo significa che non

solo Trump mente molto

facilmente (solo il 2,5% delle

affermazioni fatte durante

la sua campagna elettorale

erano vere, il 78% false,

false in parte o totalmente

assurde), ma che continuerà

a farlo e a rinchiudersi

nel suo cerchio magico che,

spiega Pincus, «non farà altro

che ascoltarlo e ripetergli

che è il numero uno. Per

questo è scioccato quando

qualcuno ha un'opinione

diversa, per questo denigra

i tribunali e gli Stati che gli vanno contro. Non

si metterà mai in discussione».

Continuerà a ribaltare e a proporre visioni

distorte di ogni evento negativo della sua

Presidenza: «Le sue quattro bancarotte non

erano viste come un segno negativo durante

la campagna elettorale. Erano mostrate come

un segno della sua furbizia», dice Blair. E continuerà

a insistere sui suoi deliri, come quello

sulle cimici installate da Obama, nonostante

tutto indichi che non ci sia niente di vero.

Questo preoccupa molto Wilentz. «Abbiamo

avuto molti Presidenti problematici: alcolismo,

paranoia, problemi psicologici classici»,

mi spiega. «Questa cosa è diversa. Lui è dissociato

dalla realtà. Non abbiamo mai visto una

cosa del genere». Gartner è ancora più deciso:

«Si comporta come un folle, e si arrabbia quando

gli altri non vedono le stesse cose che sono

nella sua testa».

La dissociazione dalla realtà, insieme

al bisogno infantile di Trump

di affermare la sua superiorità,

hanno portato molti professionisti

del settore a pensare che i

tratti esibiti siano sufficienti per renderlo unfit

to office, non importa la diagnosi. In questo

caso il dovere da strizzacervelli scavalca la

Goldwater Rule: «Dal punto di vista psichiatrico

siamo in una situazione molto pericolosa»,

dice Gartner. «Se Trump fosse ancora

più malato, nessuno lo ascolterebbe più. Se

il suo problema fosse grottesco, non sarebbe

una minaccia. Invece, purtroppo, soffre della

TUTTA LA VERITÀ Donald Trump durante un comizio. Secondo uno studio, solo il 2,5%

delle affermazioni che ha fatto durante la scorsa campagna elettorale erano vere.

rando che dietro alle sue manie, dietro alla sua

ossessione per il suo mito personale, non ha

nient'altro da offrire se non la sua debolezza.

«Faremo questo e quest'altro, sarà fantastico,

incredibile», dice Pincus. «Non c'è nessuna

sostanza in quello che promette. Come farai a

fare queste cose? In che modo conquisteremo

quegli obiettivi?».

Non conosciamo la risposta. Le notizie che trapelano

dalla Casa Bianca descrivono un uomo

arrabbiato, che voleva diventare Presidente,

ma che non vuole essere il Presidente. Trump

è arrivato nello Studio Ovale pieno di idee e

voglia di cambiamento, ma non ha l'esperienza

politica o storica di Johnson

o persino di Nixon. Il

malcontento che serpeggia

al Congresso ci fa capire

che esiste davvero la paura

che Trump possa vedere le

riforme non razionalmente,

senza metodo e, soprattutto,

senza ragionamenti

bipartisan. Per ora, come fa

notare Barney Frank, «pur

avendo le due Camere sotto

il controllo del Partito

repubblicano, Trump non

ha fatto quasi niente».

Il suo immigration ban è stato

bloccato, e il suo budget

ridicolizzato. «L'orizzonte

temporale delle decisioni

di Trump sembra essere di

circa 13 minuti», dice Frank.

«Non puoi lavorare con

persone più preoccupate

delle conseguenze personali

di una riforma, piuttosto

che di quelle pubbliche».

Se Trump soffrisse davvero di DNP, e se le sue

idee non dovessero mai realizzarsi, le sue convinzioni

assurde continueranno a scontrarsi

con la realtà. Secondo molti esperti, questo

non farà altro che esasperare il problema.

«Credo che siamo di fronte a una situazione

in continuo deterioramento», ha detto

Gartner. «Penso che sarà sempre più matto».

Come spiega la lettera di Dodes al New York

Times, gli attacchi di Trump contro “i fatti e

chi li dimostra continueranno ad aumentare,

almeno finché il suo mito di grandezza non

diventerà realtà”.

Comunque, non importa quanto fallimentari

saranno i prossimi quattro anni. Secondo

la biografa Gwenda Blair, «non c'è dubbio,

lui sarà convinto di aver fatto un lavoro

grandioso. Questo non è assolutamente in

discussione».

RS

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 57


Voglio andare

a casa.

La casa dov’è?

Forse in Francia,

forse alle Hawaii.

Perché la vita di

Leonardo Fioravanti è così,

in giro per il mondo da quando aveva

11 anni.

La dura (ma bellissima) esistenza

del miglior surfista italiano

TESTO MATTEO ZAMPOLLO

FOTO GIAMPAOLO VIMERCATI

STYLE PINA GANDOLFI

58 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


Leonardo Fioravanti

è nato a Roma l'8

dicembre 1997.

Ha iniziato a surfare

a 4 anni, a Cerveteri.

Nella foto:

cappotto GUCCI;

muta QUIKSILVER.

ROLLING STONE_FEBBRAIO 2017 59


possiamo farla io e te, da

soli? Preferirei... Vorrei

fosse una chiacchierata

tra noi, se non è un

problema...». Non è una

cosa che capita spesso,

vedere un personaggio, al di là della sua importanza,

che chiede all'ufficio stampa di allontanarsi

prima dell'intervista. Ma Leonardo Fioravanti è

così. Biondino angelico, con la faccia da bravo

ragazzo, ma che nasconde un coraggio e una

disinvoltura notevoli. È il nome più importante

del surf made in Italy: lo scorso ottobre, per dire,

in una tappa della World League ha sconfitto il

mito Kelly Slater – ovvero il surfista americano

che ha vinto più titoli e contest individuali in

assoluto – e non era neanche la prima volta che

succedeva, visto che già ad aprile in Australia gli

aveva fatto mangiare la schiuma. A dicembre,

poi, si è qualificato “per davvero" per la League,

ovvero senza sfruttare la Wild Card con cui ha

partecipato alla scorsa edizione, diventando così

il primo italiano a entrare tra i 32 migliori surfisti

di tutto il mondo.

Leonardo ha 20 anni ancora da compiere (è nato

l'8 dicembre 1997), una vita surreale, che l'ha

portato via da Cerveteri, provincia romana, a 11

anni per inseguire il sogno, ovvero trasformare

la sua tavola da surf nella sua scrivania da ufficio.

Con la – grande, anzi grandissima – complicità

dei suoi genitori, è uno di quelli che ce l'ha fatta.

E considerato che, tra qualche anno, il surf arriverà

anche alle Olimpiadi, le speranze per lui e

per tutti sono di vederlo anche in competizione

durante i Giochi per antonomasia.

Incontro Fioravanti a Milano in una delle rarissime

volte in cui è di passaggio in Italia. Perché

Leonardo è uno che snocciola viaggi in posti tipo

isole Hawaii, Marocco e Indonesia con la stessa

facilità con cui io parlo delle gite della domenica

pomeriggio sul lago d'Orta. Un aspetto che lo

fa diventare involontariamente snob, ma anche

terribilmente figo.

In accappatoio – un dettaglio a uso e consumo

di tutte le giovani lettrici che stanno là fuori – ci

sediamo in una saletta appartata, tra una foto e

l'altra. Mentre ci rimpinzano di quintali di pizza

(«Ti manca questa quando sei all'estero?», gli

chiedo, mentre divora un pezzo dopo l'altro. Lui

A destra: cerata MONCLER;

anelli e orologio in acciaio GUCCI.

60 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


ROLLING STONE_FEBBRAIO 2017 61


non risponde, ma strabuzza gli occhi), iniziamo

a chiacchierare. Senza interruzioni da parte

dell'ufficio stampa.

RS So come hai iniziato a surfare, c'è scritto da

tutte le parti, ma cosa ti ha spinto a iniziare? Non

è che uno si sveglia una mattina e decide di salire

su una tavola...

FIORAVANTI Da piccolo andavo al mare vicino

a casa mia, in uno stabilimento che si chiama

“Ocean Surf ”. Sono cresciuto lì praticamente.

I proprietari, Ciccio e Pallino, sono amici di

famiglia da tanto tempo: sono loro che mi hanno

messo sulla tavola, e prima ancora ci hanno fatto

salire mio fratello che ha qualche anno in più di

me. Ho capito subito che quello era lo stile di vita

che faceva per me. Quando c'erano le onde uscivamo,

altrimenti stavamo comunque in acqua,

che fosse estate oppure inverno, a mollo in riva

oppure remando per andare al largo.

RS Ma cos'è scattato dopo? Che cosa ti ha fatto

dire: “Questa sarà la mia vita"?

FIORAVANTI Non c’è stato un momento preciso

in realtà, è stato più che altro un colpo di fulmine.

La mia famiglia mi ha sempre aiutato, non ho mai

sentito nessuna pressione, non c'era nessuna

aspettativa su di me, quindi ho vissuto tutto con

molta calma. Mi godevo l'adrenalina che sentivo,

quella carica che mi arrivava dal mare. Stare su

una tavola per me era la cosa più divertente

del mondo. E i miei genitori mi hanno sempre

supportato: mia mamma mi veniva a prendere a

scuola, diceva alle maestre che dovevo uscire prima

perché avevo un appuntamento dal dottore

o qualche altro impegno e invece mi portava al

mare a fare surf.

RS Vabbè, è facile così! Avevi una complice

fortissima...

FIORAVANTI Sì, certo. Aveva capito quanta gioia

mi dava il mare e aveva imparato che in Italia non

c’erano molte onde. Quindi, quando era il giorno

giusto e c'erano le onde per me, faceva di tutto

per vedermi felice.

RS Diciamo che sei stato fortunato.

FIORAVANTI Sì, i miei mi hanno sempre aiutato.

Quando avevo 11-12 anni e iniziavo a fare le prime

gare, mia mamma ha deciso di seguirmi in giro

per il mondo. Praticamente ha lasciato da solo

mio fratello che aveva solo 18 anni. Ma è stato lui

il primo a capire cosa stava succedendo e a dirle

“Mia mamma

mi veniva

a prendere

a scuola dicendo

che dovevo andare

dal dottore, ma invece

mi portava a surfare”

A destra: pantaloni SISLEY;

anelli e orologio in acciaio GUCCI.

62 ROLLING STONE_GIUGNO STONE_FEBBRAIO 2017


ROLLING STONE_FEBBRAIO 2017 63


64 ROLLING STONE_FEBBRAIO 2017


di seguirmi. Avevano tutti capito che era giusto

così, a costo di fare tanti sacrifici.

RS Facendo questa vita, però, ti sei perso completamente

un passaggio importante come l'adolescenza

e una scuola normale (ha frequentato una

scuola online, facendo esami da privatista e ha preso

il diploma in una scuola americana, ndr). Come hai

passato quella fase della tua vita?

FIORAVANTI Non ci penso spesso. Sicuramente

la mia vita ha seguito ritmi totalmente diversi

da quelli “normali". Ho lasciato l’Italia e lo stile

di vita italiano che ero ancora un bambino, e mi

sono abituato ad avere amici ovunque in giro

per il mondo. Anche adesso è così, c'è chi sta

alle Hawaii, chi in Francia, chi in Australia. Sono

cresciuto con loro, a seconda dei momenti. È uno

stile di vita diverso da tutti gli altri.

RS Che ti sta bene, quindi?

FIORAVANTI Certo! È la vita migliore del mondo!

Mi ha scelto lei, ho la consapevolezza di non

averla scelta io.

RS Mi sono documentato un po' e ho visto che

nel surf ci sono praticamente due approcci opposti:

c'è chi evita le gare preferendo l'esplorazione,

la scoperta di nuovi spot in giro per il mondo e

chi, invece, cerca la competizione a tutti i costi

e vive in funzione delle gare e dei campionati. Tu

in quale tipologia ti collochi?

FIORAVANTI Per me la competizione è tutto!

Sono cresciuto competitivo, ho sempre seguito

mio fratello e i suoi amici più grandi, cercando

di fare quello che facevano loro. Mi arrabbiavo,

se mi battevano anche a biliardo o, che ne so,

a ping pong. Sono nato così: o primo o niente.

Crescendo, ho imparato anche a perdere, ma

se non vinco non riesco a essere felice, per me

la vittoria è tutto. Ogni giorno io mi alleno per

vincere. Però, come dici tu, c'è anche un'altra

parte di questo sport, diciamo che può essere

vissuto anche attraverso altri aspetti. Amo

girare per i circuiti, amo viaggiare alla ricerca di

qualche spot. Magari ho un giorno libero e vado

in Marocco oppure in Portogallo, controllo dove

ci sono le onde buone e parto. Cerco sempre di

incastrare dei piccoli viaggi, anche una toccata e

fuga, nella mia agenda.

RS Appunto, la tua agenda. Quanto c’è di programmato?

Come sei messo?

FIORAVANTI Bene! A parte il fatto che non so ne-

A sinistra: blazer TAGLIATORE;

giacca con cappuccio K-WAY;

muta QUIKSILVER; anelli GUCCI.

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 65


66 ROLLING STONE_FEBBRAIO 2017


“Com’è

messa la

mia agenda?

Bene!

Anche

se non ho

idea di dove

sarò domani”

anche domani dove starò, va tutto bene! (Ride). Il

mio programma sono le gare che devo affrontare

e il calendario delle varie competizioni, in base

a quello gestisco tutto. Quando rallento un po',

perché non ci sono gare in programma, cerco di

viaggiare o comunque di allenarmi il più possibile,

anche perché ci sono dei nomi belli grossi con

cui confrontarsi nella World League.

RS Ma hai delle tappe fisse nella tua vita? Hai un

posto che potresti definire casa tua?

FIORAVANTI Diciamo che da maggio fino a ottobre

circa sto con mia mamma in Francia, dove

abita e, tra una gara e l’altra, torno sempre da

lei. Quindi forse è quello il mio punto di riferimento.

Il resto dell'anno lo passo tra le Hawaii e

l'Australia, più tutti gli spostamenti che ti dicevo.

RS Come mi spiegavi, sei pieno di amici sparsi

in giro per il mondo. Siete una comunità molto

legata in questo sport, o è solo apparenza e sotto

sotto vi odiate?

FIORAVANTI Ma no! (Ride). Oddio, magari c'è

quello un po’ meno socievole degli altri, che sta

un po' più sulle sue. Ma io sono molto aperto

e amico di tutti, soprattutto dei brasiliani, dei

portoghesi... Ho avuto la fortuna di imparare le

lingue straniere quand’ero più giovane: le volevo

parlare bene per potermi integrare al meglio con

gli altri. È completamente diverso così. Anche

se devi soltanto ordinare qualcosa da mangiare

al ristorante, se lo fai nella lingua locale diventa

tutto più facile, ti guardano con un occhio diverso,

più rilassato. È una sorta di rispetto verso gli

altri e di educazione.

RS A proposito di rispetto, tu fai parte di una

generazione che sta arrivando ai livelli più alti

del surf e sta piano piano prendendo il posto

al vertice di quelli che hanno 40/45 anni. Cosa

pensi sia cambiato nell'approccio tra la loro

generazione e la tua?

FIORAVANTI Uhm, secondo me bisogna vedere

come sono cambiate le stesse generazioni, più

che altro. Per esempio, la generazione dei 40enni

si è adattata molto negli ultimi anni, prima era

tutto molto più easy in questo mondo, era tutto

più libero, c'erano meno regole. Se non conosci

il surf, se non lo vivi dall'interno, lo vedi ancora

in questo modo.

RS È un po' la stessa cosa che è successa con lo

snowboard...

FIORAVANTI Esatto. Ora anche il nostro è uno

sport di atleti: se non ti alleni, se non fai sacrifici,

se non hai un programma duro, non puoi seguire

gli impegni del circuito, non puoi battere i migliori.

Proprio non riesci a reggere! Io preferisco

che sia così, siamo diventati davvero degli atleti

completi, il livello si sta alzando talmente in fretta

che è necessario allenarsi ogni giorno, uscire ogni

giorno per arrivare a competere con i campioni.

RS Tipo? Chi sono i riferimenti adesso? O meglio,

i tuoi avversari?

FIORAVANTI Ti direi due nomi su tutti: il brasiliano

Gabriel Medina e John John Florence,

americano. Sono quelli da battere.

RS Al di là del surf, quando hai tempo fai qualche

altro sport?

FIORAVANTI Sì, gioco anche a golf.

RS Ecco, questa è una risposta che non mi aspettavo.

Non ti facevo tipo da golf. È una passione

recente?

FIORAVANTI No, ho iniziato quando avevo 11

anni con il compagno di mamma, che tra l'altro

è anche il manager di Kelly Slater. Anche Kelly

gioca da tantissimo tempo.

RS E come sei messo?

FIORAVANTI Piano piano sto migliorando, adesso

ho un handicap di 17 o 18. Il 31 dicembre scorso ho

fatto il mio record, chiudendo a 80, 8 sopra il par.

RS Solo per curiosità, in che parte del mondo eri

quando l'hai fatto?

FIORAVANTI Alle Hawaii!

RS

A sinistra: giacca STONE ISLAND; muta QUIKSILVER; anelli e orologio in acciaio GUCCI.

Grooming RITA DELL’ORCO. Hanno collaborato GIOVANNI BELLETTI e LUDOVICA MISCIATTELLI.

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 67


WOMAN

WRESTLING /1

VUOI CHE

TI SALTI

ADDOSSO?

NEL PAZZO MONDO DEL

WRESTLING WWE LE REGOLE

DEL GIOCO SONO CAMBIATE.

UNA RIVOLUZIONE VERA,

CHE STA TRASFORMANDO

DELLE BELLISSIME RAGAZZE

IN SUPERSTAR DEL RING.

PRONTE A TUTTO, IN NOME

DELL’ENTERTAINMENT

DI MATTEO ZAMPOLLO

68 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


ATTENTE LÌ SOTTO

Alexa Bliss plana sulle

avversarie durante il

Six-pack Challenge match

nell’ultima edizione di

Wrestlemania a Orlando.

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 69


WOMAN

WRESTLING /1

Hey Bayley. I wanna know, if you be

my girl!”. Quando c’è Bayley sul

palco, il pubblico (qualsiasi pubblico,

in qualsiasi angolo del mondo),

canta questo ritornello lievemente

modificato rispetto all’originale,

accompagnato da urla scimmiesche

– come da copione – e spesso anche da

movimenti pelvici. E riescono a farlo perché

sono tutti in piedi, nei momenti caldi degli

incontri femminili della WWE. A raccontarlo

un paio di anni fa nessuno ci avrebbe creduto.

Come nessuno avrebbe mai creduto di vedere

due-incontri-due per il titolo di campionessa

all’interno del cartellone di Wrestlemania a

Orlando, ovvero la finale della Champions

League, il Super Bowl del wrestling, insomma,

l’evento degli eventi dello sport entertainment

più importante del mondo. Un cambiamento

che nell’ambiente non esitano a definire una

vera e propria rivoluzione.

QUESTO MOMENTO È BELLISSIMO PER NOI,

PER IL MOVIMENTO E PER LE DONNE IN

GENERALE.. NON PENSO CHE IN PASSATO SIA

MAI SUCCESSO NIENTE DEL GENERE

Alexa Bliss

DIVE E NON DIVE

La storia del wrestling femminile corre parallela

a quella maschile. Nella WWE (al tempo

WWF) la data di inizio è il 1983, ovvero l’anno

in cui arriva in federazione Fabulous Moolah,

nata Lillian Ellison, campionessa della NWA,

cioè la federazione delle federazioni, da cui la

lega della famiglia McMahon si stacca proprio

quell’anno. E campionessa non è un titolo

a caso: la Ellison, scomparsa a 84 anni nel

2007, detiene il record di regno più lungo con

la cintura, dal 1956 al 1984, quando verrà poi

sconfitta da Wendi Richter, giovane stella accompagnata

sul ring da Cindy Lauper. Sì, quella

Cindy. Girls just want to have fun, dopotutto.

Da Lillian Ellison in poi, la storia delle donne

sul ring è popolata di dive più che di wrestler

– usando la definizione della WWE, adottata

negli anni ’90 e poi andata in disuso in occasione

di Wrestlemania 32 – ovvero bellissime

ragazze dai fisici mozzafiato, biondine e

brunette, in gran parte in abiti succinti, che

usano la via della lotta come una scorciatoia

per avere successo e soldi assicurati (non c’era

ancora Instagram, altrimenti avrebbero potuto

intraprendere la carriera delle influencer, e risparmiarsi

così un paio di suplex). Con qualche

eccezione ovviamente. A livello di “combat-

70 ROLLING STONE_GIUGNO 2017


QUELLE CATTIVE

RAGAZZE

Dall’alto, in senso

orario: Alexa Bliss

durante la tappa di

Bologna del tour

europeo della WWE;

Sensational Sherri,

wrestler degli anni

’80 e ’90; la proposta

di matrimonio di

John Cena a Nikki

Bella; un momento

femminile di

Wrestlemania 33.

FOTO COURTESY WWE

timenti”, sicuramente Chyna, la più

possente ragazzona vista su un ring,

unica a vincere un titolo destinato agli

uomini, persa poi in una vita turbolenta

e deceduta a 46 anni. E poi una

manciata di nomi noti, da Sensational

Sherri, che è tra le preferite di Alexa

Bliss, a Miss Elizabeth, moglie anche

nella vita reale di “Macho Man” Randy

Savage, da Beth Phoenix, ultimo

ingresso nella Hall of Fame a Orlando

lo scorso aprile, a Trish Stratus o Lita.

Ma quelle kicking ass si contavano

sulle dita di una mano. E, invece, la

nuova generazione mette sul piatto

molto di più. La già citata Bayley, tra

le più amate, ma anche

Eva Marie, Sasha

Banks, Natalya o Nia

Jax. Che sono tutto,

fuorché delle semplici

bellocce per allietare il

pubblico pagante.

COME “BEAUTIFUL”,

ANZI MEGLIO

Ecco, il pubblico del

wrestling è un pubblico

che da puramente

maschile – e maschile

non esattamente della

miglior specie – si

sta trasformando in

un ambiente molto

più trasversale. Non

siamo noi a dirlo, ma

analisi e statistiche che

stanno fotografando

un cambiamento nella

composizione degli

spettatori. Da un profilo super nerd, di

grandissimi appassionati, quelli che si sono

appassionati alla WWE in televisione stanno

diventando più “aperti”.

I motivi? Due, essenzialmente. Il primo è

generico, ipotizziamo: l’esplosione delle serie

televisive. L’abitudine alla serialità che il pubblico

mondiale sta facendo sua ha avuto effetti

positivi anche sul wrestling. Il mondo della

WWE è una sorta di Beautiful ante-litteram,

con le sue avventure, i suoi amori e i suoi litigi.

Solo che qui, al posto di insultarsi e scambiarsi

qualche sberlona quando le cose si mettono

davvero male, si azzuffano e si prendono a

sediate. E quindi che differenza c’è tra questo e

una nuova stagione in streaming? Soprattutto

adesso che la federazione, che è anche una potenza

economica da oltre 700 milioni di dollari

di fatturato annuo, quotata in Borsa, ha anche

sviluppato proprio un servizio streaming:

WWE Network, lanciato nel 2014 ed entrato

subito nella top 5 mondiale, serve sostanzialmente

a seguire gli eventi topici della stagione,

ma anche ad andare a gustarsi i combattimenti

del passato, con speciali, approfondimenti e un

sacco di altri contenuti.

Il secondo motivo è la rivoluzione femminile

di cui sopra. Se ci fosse da prendere una data

particolarmente rappresentativa, quella data

sarebbe il 30 ottobre 2016, ovvero il giorno

del primo Hell in a Cell al femminile.

DUE DONNE E UNA GABBIA

L’Hell in a Cell è un tipo di combattimento in

cui il ring viene chiuso dentro una gabbia calata

dall’alto e dove all’interno (e fuori, e sopra) si

può fare più o meno quello che si vuole – anche

spingere le persone giù dal tetto, andate a

vedere cosa fanno Undertaker e Mankind nel

1998, se ne avete il coraggio. L’anno scorso a

menarsi c’erano Charlotte Flair, figlia dell’Hall

of Famer Ric Flair, e Sasha Banks. Due donne,

accidenti. Che, per svariati minuti, se le sono

suonate senza nessuna esclusione di colpi.

«Ho visto accadere una rivoluzione vera e

propria», commenta Alexa Bliss, lunghissima

chioma colorata di rosa e attuale campionessa

femminile di Raw, una delle divisioni interne

nella federazione, incontrata appena prima

di Wrestlemania. «Abbiamo partecipato ad

alcuni incontri impensabili fino a pochi anni fa.

L’Hell in a Cell, ma anche i match Steel Cage

(molto simili ai primi, solo con una gabbia più

piccola, ndr)... Questo momento è bellissimo

per noi, per il movimento e per le donne in

generale. Non penso che in passato sia mai

successo niente del genere». E no, sicuramente

no. Quello a cui si sta assistendo è un’impennata

di competività. Nikki Bella, che peraltro

ha ricevuto una proposta di matrimonio,

inscenata ma vera, da John Cena durante

l’ultimo Wrestlemania, la definisce una situazione

non soltanto legata al wrestling, ma il

riconoscimento «da parte della federazione di

un empowerment femminile che tocca tutti gli

aspetti del mondo dell’entertainment».

Le donne del wrestling, in generale hanno dimostrato

di non avere solo urletti, sberlette e

tiratine di capelli nel loro repertorio, ma anche

una buona dosa di prese, mosse spettacolari

e fegato da vendere. E, soprattutto, hanno

fatto vedere al mondo che possono competere

esattamente sullo stesso piano dei più noti,

muscolosi e celebrati campioni maschili. E

chissà, forse un giorno, anche puntare al titolo

più importante.

RS

IN CUFFIA: “HEY! BABY ”, BRUCE CHANNEL

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 71


WOMAN

WRESTLING /2

SONO UNA BAD GIRL

ARRIVA “GLOW”, SERIE TV

CHE RACCONTA IL LATO

NASCOSTO DEL WRESTLING

ANNI ’80: SELVAGGIO,

KITSCH E PER SOLE DONNE

DI MARIO BONALDI

Forse non tutti sanno che la mamma di

Sylvester Stallone, la signora Jackie (oggi

ha 95 anni, e il suo viso re-immaginato

dal bisturi è un impressionante combo

tra il figlio e una maschera Kabuki) è stata,

oltre che astrologa e ballerina, anche

una promoter di wrestling femminile.

Dobbiamo, infatti, ringraziare una sua idea – la

catena di palestre per sole donne Barbarella’s

–, se nel 1986 è arrivato sui teleschermi americani

G.L.O.W. – Gorgeous Ladies of Wrestling.

Immaginate un bizzarro mix tra La bustarella e

Colpo grosso (solo per restare in Italia). Solo che

nello show americano le donne non erano figure

accessorie pronte a mostrare culi/tette a beneficio

del pubblico maschile: si conquistavano a mani

nude – letteralmente – il ruolo di protagoniste.

Ma lo show era troppo matto per durare a lungo.

La sua diversità (tra le lottatrici c’era la dark,

l’angelo, la pazza con l’ascia, la donna-lupo, la

samoana obesa, le sorelle heavy-metal, la danzatrice

del ventre ecc.) è stata nel corso degli anni

soppiantata nel wrestling da generiche Divas,

ideale di bellezza del maschio medio americano

a metà tra la cheerleader e la pornodiva (anche

se negli ultimi tempi le cose stanno cambiando,

come raccontiamo nelle pagine precedenti).

Questo mese, quell’allegra follia eversiva rivive

(in forma di fiction) in GLOW, una serie Netflix

prodotta da Jenji Kohan, che con Orange Is the

New Black ha cambiato il modo di ritrarre l’identità

sessuale, i rapporti razziali e l’immagine del

corpo femminile in tv. La protagonista è Alison

Brie, dolce bellezza americana (ma capace di

diventare tremendamente sexy in un istante) celebre

per avere interpretato due figure femminili

Alison Brie (34 anni) in una scena di GLOW, la serie che debutta su Netflix dal 23 giugno.

piuttosto rassicuranti nelle serie tv Mad Men e

Community. Ora, state sicuri, la vedrete sotto una

luce completamente diversa: «Ho portato sul set

una foto di Sigourney Weaver nel primo Alien, e

ho detto ai producer: è a lei che voglio assomigliare»,

mi racconta al telefono da Los Angeles. «Non

sapevo nulla dello show originale», continua, «ma

quando mi è arrivata la sceneggiatura ho capito che

si trattava di una grande idea per una serie tv. Non

era soltanto wrestling: era sketch-comedy, reality,

un varietà bizzarro con dentro soltanto donne».

Brie interpreta Ruth, attrice la cui carriera fatica

a decollare: nella Hollywood anni ’80, i ruoli femminili

erano spesso subordinati a quelli maschili.

Ma lei non vuole accontentarsi, la sua ambizione

è diventare una star. Finché non arriva la grande

occasione: un nuovo programma sta cercando

“ragazze non convenzionali”. Peccato che la

produzione sia scalcagnata, e il regista Sam Sylvia

(Marc Maron, comico e podcaster oltre che

attore) usi metodi discutibili. Per non dire brutali.

Il regista ribattezza Ruth “Strindberg” (come il

drammaturgo svedese) per il suo atteggiamento

altero. «Ruth prende sul serio la sua carriera», dice

Brie, «è molto fiera della propria esperienza teatrale,

e questo all’inizio le crea qualche problema

con le altre ragazze». Brie in questa serie è molto

diversa da come l’avevamo vista in precedenza:

magra e muscolosa, prima di evolversi in una

lottatrice è addrittura bruttina, per quanto sia

possibile. «Volevo apparire diversa da come sono

sempre stata», racconta. «Ho dovuto lottare per

questo ruolo, ero vista come la tipica ragazza americana...

Mi sono presentata all’audizione senza

trucco, vestita da palestra, coi capelli raccolti. Poi,

prima di iniziare le riprese, abbiamo fatto cinque

settimane di addestramento con Chavo Guerrero

Jr., l’ex star della WWE. Dopo questa esperienza

ho per i wrestler una considerazione diversa.

Quello che fanno richiede preparazione atletica,

grazia, capacità di improvvisare. Ora il wrestling

mi diverte un sacco, perché so come funziona e

conosco anche qualche trucchetto».

Uno degli aspetti più interessanti dello show

originale è il suo non essere per niente politically

correct. Mi chiedo quanto di questo sia rimasto in

GLOW: «Quel genere di scorrettezza oggi non

sarebbe possibile», spiega Brie, «ma è un aspetto

che affrontiamo nella serie, quando le ragazze si

trovano a scegliere il proprio personaggio. Il wrestling

degli anni ’80 viveva di stereotipi. I buoni

erano americani, i cattivi stranieri, con un accento

marcato... Era un po’ razzista, insomma!».

Finiamo con uno spoiler: Ruth è una good o una

bad girl? «Mi piace stupire, tutti si aspettano che

interpreti una brava ragazza», risponde Brie, «ma

trovarsi sul ring con tutto il pubblico che ti fischia

contro... non c’è niente di più esaltante!». RS

72 ROLLING STONE_GIUGNO 2017 IN CUFFIA: “PHYSICAL”, OLIVIA NEWTON-JOHN


Da sinistra, Alison Brie nei panni di Ruth e Betty Gilpin (Debbie), amiche/nemiche in GLOW.

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 73


Apocalisse

di ghiaccio

IN ANTARTIDE, SI STA PER STACCARE UN

ICEBERG PIÙ GRANDE DELL’INGHILTERRA.

METTENDO A RISCHIO L’INTERO PIANETA

di Jeff Goodell

74 ROLLING STONE_FEBBRAIO 2017


UN MARE SEMPRE

PIÙ CALDO

Le gigantesche e instabili

pareti del ghiacciaio Thwaites,

nell’Antartide Occidentale.

ROLLING STONE_FEBBRAIO 2017 75


Knut Christianson, un glaciologo 33enne

dell'Università di Washington, ci è stato due

volte. Qualche anno fa, lui e un team di sette

scienziati hanno percorso più di 1.000 chilometri

dalla McMurdo Station, la principale

struttura di ricerca dell'Antartide, per passare

sei settimane sul posto. Hanno attraversato

l'infinita distesa di neve e ghiaccio a bordo

di sei motoslitte e due gatti delle nevi: «Ci si

sente molto soli, qui», dice Christianson, che

con i suoi colleghi ha scavato buchi profondi

più di 90 metri nel ghiaccio. All'interno hanno

gettato della dinamite da detonare una volta

sul fondo: poi, misurate le vibrazioni grazie

a dei sensori, è possibile vedere le creste e la

trama di un continente interamente sepolto

sotto il ghiaccio.

Christianson e i suoi colleghi, però, non sono

semplicemente dei nerd del ghiaccio in giro a

mappare la topografia del pianeta. Quello che

stanno studiando è un futuro disastro globale:

mentre il mondo continua a scaldarsi, capire

esattamente in quanto tempo si scioglieranno

i ghiacciai e quanto salirà il livello del mare potrebbe

essere una delle ricerche più importanti

di sempre. Metà della popolazione mondiale

vive a circa 80 chilometri dalla costa, miliardi

di dollari di proprietà immobiliari sono accumulati

in riva al mare in città come Miami o

New York. Un aumento lento e costante del

livello delle acque sarebbe gestibile, un evento

improvviso no: «Sarebbe una catastrofe, e

probabilmente inizierà proprio con Thwaites»,

dice Ian Howat, glaciologo dell'Ohio.

Il ghiacciaio Thwaites, uno dei più grandi del

pianeta, è importante perché rappresenta

quello che gli scienziati chiamano un threshold

system, un sistema-soglia. Il termine sottolinea

la natura della struttura, quasi un castello

di carte: è stabile fino a un certo punto, poi

collassa tutta insieme. E se a collassare è un

pezzo di ghiaccio grande come la Pennsylvania

è un grosso problema. Certo, non è una cosa

76 ROLLING STONE_GIUGNO 2017

APOCALISSE DI GHIACCIO

Il ghiacciaio di Thwaites

è così isolato

che solo 28 esseri

umani ci hanno mai

messo piede.

che capita nel corso di una nottata. Ma se il

costante riscaldamento del pianeta non rallenterà,

potrebbe succedere già nei prossimi

decenni.

L'evento destabilizzerebbe tutta la parte ovest

dell'Antartide, e il livello del mare si alzerebbe

di 3 metri in molte parti del mondo; a New

York e Boston, a causa della gravità, potrebbe

salire addirittura di 4 metri. «L'Antartide

potrebbe fare alle coste del mondo quello che

l'Uragano Sandy ha fatto a New York», spiega

Richard Alley, geologo della Penn State University,

uno dei maggiori esperti di ghiacciai

del pianeta. «Il problema è che quell'acqua non

va via dopo poche ore. Rimane per sempre».

Un evento del genere trasformerebbe

il Sud della Florida in un

parco acquatico a tema: Miami,

Fort Lauderdale, Tampa e

anche West Palm Beach, dove

Donald Trump ha la sua residenza invernale,

verrebbero tutte allagate. Nella Bay Area

sparirebbe tutto quello che è

sotto la Highway 101, compreso

il Googleplex; gli aeroporti

di Oakland e San Francisco

verrebbero sommersi. Anche

luoghi che sembrano al sicuro,

come Sacramento (al centro

della California), verrebbero

parzialmente inondati dalla

piena del fiume che bagna la

città ingrossato dall'Oceano

Pacifico. New Orleans e Norfolk

(in Virginia) sarebbero

perdute per sempre. A Washington

la spiaggia arriverebbe

a poche centinaia di metri

dalla Casa Bianca.

E questo solo negli Stati Uniti.

Il resto del mondo corre rischi

simili, se non peggiori: grosse

fette di Shanghai, Bangkok,

Giacarta e Londra verrebbero

sommerse, per non parlare del

Delta del Nilo e di una grossa

parte del Bangladesh.

Christianson sa di cosa stiamo

parlando meglio di chiunque

altro, per questo lui e i suoi

colleghi spendono tutto questo

tempo nella zona di Thwaites.

Vogliono capire la velocità di

scioglimento del ghiacciaio e

hanno bisogno di sapere, tra

le altre cose, la tipologia di terreno

sottostante: è un fondale

scivoloso? Ci sono sedimenti

morbidi? C'è qualcosa che potrebbe rallentare

il ritiro del ghiacciaio?

Ogni notte, il gruppo si riunisce dentro una

tenda e mangia biscotti scaldati nel forno a

energia solare. Parlano di cosa si prova a stare

così lontano da casa, eppure sono proprio

nel luogo dove si deciderà il futuro della nostra

civiltà. «Ci piace pensare a cambiamenti

graduali, soprattutto per posti come l'Antartide.

Ma sappiamo che non è così», mi spiega

Christianson.

La scorsa estate l'ex Segretario di Stato John

Kerry era nelle Svalbard, un arcipelago vicino

alla costa della Norvegia. Ha visitato alcuni

ghiacciai e ha parlato con gli scienziati dei rischi

legati al climate change. Kerry si è reso subito

conto di essere nel posto sbagliato. «Tutti

gli scienziati mi hanno detto la stessa cosa:

se vuoi capire davvero cosa sta succedendo,

devi andare in Antartide». Così ha fatto. A novembre,

proprio nella settimana delle elezioni

presidenziali, Kerry ha passato tre giorni nella

zona: ha visitato i ghiacciai in elicottero, ha

pranzato con Sauerbraten

e Spaetzle nella stazione di

Marble Point e ha ascoltato

cosa succederebbe in caso

“ Un

aumento

graduale

del livello

delle acque

sarebbe

gestibile,

ma un

evento

improvviso

sarebbe una

catastrofe


di rapido scioglimento dei

colossi bianchi dell'Antartide,

soprattutto il Thwaites.

«Gli scienziati vedono

l'instabilità crescere a velocità

preoccupante», mi

dice Kerry. «Sono davvero

sconvolto da quello che sta

succedendo laggiù».

L'Antartide – popolazione

permanente: zero – è grande

quanto gli Stati Uniti e

il Messico messi insieme.

Non è territorio di nessuna

nazione e non ha un

governo nel senso classico


Break Point

Qui sopra, una frattura

lunga oltre 160

chilometri nella calotta

Larsen C. A destra,

il collasso della calotta

Larsen B, nel 2002.

«L’Antartide è sempre

stato un elefante

addormentato»,

dice Mark Serreze,

scienziato del clima.

«Ora l’elefante si sta

svegliando».

del termine. Sin dai tempi in cui l'esploratore

britannico Robert Falcon Scott e il norvegese

Roald Amundsen affascinarono il mondo con

la loro corsa al Polo Sud, il territorio è stato

il parco giochi di scienziati e avventurieri (e

pinguini). Il 70% dell'acqua terrestre è qui,

congelata in lenzuola bianche spesse fino a 5

chilometri. Il continente è rozzamente separato

dalle Montagne Transantartiche; la parte

Est è più grande e più fredda di quella Ovest,

molto più vulnerabile al pericolo-scioglimento

a causa dell'altitudine sotto il livello del mare

di molti dei ghiacciai dell'area.

Fino a non molto tempo fa erano pochi gli

scienziati che si preoccupavano di questa parte

del mondo. Insomma, è la parte più fredda

del pianeta e non si è mai scaldata più di tanto.

Si pensava, poi, che fosse immune al riscaldamento

delle acque grazie a una corrente che

circondava il continente, isolandolo dal resto

del pianeta. Il più recente studio del Pannello

Intergovernativo delle Nazioni Unite (IPCC)

dedicato al climate change (le sue pubblicazioni

costituiscono la regola aurea per gli scienziati

del clima) prevede una crescita del livello

globale dei mari di un metro al massimo entro

il 2100, ma non considera quasi per niente

l'acqua che potrebbe arrivare dall'Antartide.

Le proiezioni dell'IPCC sono molto dibattute,

soprattutto perché lo scioglimento dei ghiacciai

dell'Antartide e della Groenlandia sono

davvero difficili da prevedere. James Hansen,

il papà della scienza del global warming, mi ha

detto che, secondo la sua opinione, le stime

dell'IPCC sono troppo conservative e che

il livello del mare potrebbe salire anche di 3

metri. Per Hansen il passato insegna molto:

tre milioni di anni fa, durante il Pliocene, il

livello di CO2 era simile a quello attuale e le

temperature solo leggermente più calde. Il

livello del mare, però, era superiore di circa 6

metri: rispetto al passato, quindi, c'è ancora

parecchio da sciogliere. I ghiacciai potrebbero

contribuire, ma per arrivare a 6 metri l'apporto

di Groenlandia e Antartide dovrebbe essere

molto più imponente.

Per gli scienziati la Groenlandia è

una preoccupazione ovvia. L'Oceano

circostante si sta scaldando

più velocemente di tutti gli

altri del mondo. Lo scioglimento,

inoltre, sarebbe visibile da chiunque gettasse

anche solo un rapido sguardo sull'area: ogni

estate, quando la superficie del ghiaccio si

scalda, l'acqua si libera in grandi fiumi blu,

alcuni scavano buchi nel ghiaccio che vengono

chiamati mulini. E, rispetto all'Antartide, la

Groenlandia è molto più raggiungibile: è sufficiente

un breve volo dall'Europa verso uno

dei tanti villaggi di pescatori della costa. Puoi

visitare il ghiacciaio Jakobshavn e tornare in

albergo in tempo per la cena.

Negli ultimi anni, però, le cose si sono fatte

strane in Antartide. Il primo evento allarmante

è stato il crollo improvviso della calotta

Larsen B, vicino alla Penisola Antartica. Una

calotta è una sorta di estensione che cresce alla

fine di un ghiacciaio, nel punto dove si incontra

con l'acqua. I ghiacciai vicino a Larsen B,

un po' come quasi tutti quelli della zona Antartica,

sono conosciuti come marine-terminating

glaciers: sono in gran parte sommersi.

Il crollo delle calotte non contribuisce all'innalzamento

del livello del mare, ma svolge un

importante compito di sostentamento. Dopo

la scomparsa della calotta Larsen B, i ghiacciai

circostanti hanno iniziato a sciogliersi a

una velocità otto volte superiore al passato.

«Ci siamo ritrovati a dire: “Che diavolo sta

succedendo qui?”. Ci siamo accorti che i

ghiacciai sono molto più sensibili di quanto

pensassimo», mi ha detto Ted Scambos, a

capo del National Snow and Ice Data Center

di Boulder, in Colorado.

Per fortuna, i ghiacciai vicino alla calotta B

non sono molto grandi e l'innalzamento del

IN CUFFIA: “IN FONDO AL MAR”, LA SIRENETTA

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 77


APOCALISSE DI GHIACCIO

livello del mare non ha determinato problemi

urgenti. L'evento, però, ha spinto gli scienziati

a guardare con più attenzione alla situazione

di tutta la zona. Guardando le immagini satellitari,

è stato facile notare il restringimento delle

calotte di tutto il continente, soprattutto nella

parte Ovest. Non è stato facile capire perché,

ma le temperature non sembravano aumentate

di molto. L'unica spiegazione possibile era

l'Oceano: gli scienziati hanno scoperto che,

a causa dei cambiamenti nei venti e nel movimento

delle acque oceaniche, correnti più

calde erano arrivate sotto le calotte, sciogliendole.

«Un grado in più è un grosso pericolo per

un ghiacciaio», dice Alley, uno scienziato della

Penn State University.

Più avanti è diventato chiaro che in Antartide

stavano succedendo molte cose strane. Le calotte

si assottigliavano sempre di più, mentre

alcune correnti d'acqua calda scorrevano sotto

i ghiacciai che si muovevano sempre più velocemente.

Tutto il continente è su una strada

drammatica: davvero la più grande minaccia

per le città costiere è l'Antartide, e non la

Groenlandia? Se tutta la Groenlandia dovesse

sciogliersi, il livello del mare crescerebbe di

7 metri. Se dovesse succedere in Antartide,

sarebbero 60. «Questa zona è sempre stata

l'elefante addormentato. Beh, ora si sta svegliando»,

dice Mark Serreze, anche lui a capo

del National Snow and Ice Data Center.

La prima persona a comprendere

i rischi della situazione è stato

l'eccentrico glaciologo dell'Ohio

John Mercer. Cresciuto in una

piccola cittadina inglese, Mercer

ha visitato l'Antartide a metà degli anni '60.

All'epoca gli scienziati stavano ancora iniziando

a capire la correlazione tra le emissioni

di CO2 e il riscaldamento globale; sapevano

che i ghiacciai si erano gonfiati o ristretti nel

corso del passato, e sapevano che questo

aveva innalzato il livello del mare, ma è stata

la scoperta della correlazione di questi eventi

con una minima oscillazione dell'asse terrestre

a suggerire come i ghiacciai siano più sensibili

del previsto all'aumentare delle temperature.

I nuovi strumenti tecnologici, inoltre,

hanno permesso agli scienziati di capire che

i ghiacciai non sono blocchi monolitici, ma

strutture complesse fatte di fiumi di ghiaccio,

ognuno con una sua direzione. Alla fine degli

anni '60, Mercer è stato probabilmente il

primo scienziato a fare una domanda ancora

fondamentale: quanto è stabile l'Antartide,

in un clima riscaldato dall'uso continuo di

combustibili fossili?

Il suo interesse era rivolto principalmente alla

78 ROLLING STONE_GIUGNO 2017

zona Ovest. A quanto è dato sapere, nessuno

ha messo piede da quelle parti fino al 1957,

l'International Geophysical Year, una collaborazione

tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica

per espandere i confini della ricerca scientifica.

Un team di studiosi si è avventurato tra

i ghiacciai della zona Ovest dell'Antartide,

tra cui il Thwaites; dopo una serie di scavi

hanno scoperto che il terreno sottostante era

sottoposto alla pressione del peso di ghiaccio

accumulato in milioni di anni. «Immagina una

zuppiera gigante riempita di ghiaccio», mi dice

Sridhar Anandakrishnan, un esperto della

Penn State University.

Seguendo la metafora della zuppiera,

i bordi dei ghiacciai – il punto

in cui si separano dalla terra e iniziano

a galleggiare – sono sospesi

sul bordo della caraffa a 300 metri

sotto il livello del mare. Gli scienziati la chiamano

grounding line: sotto al bordo il terreno

scivola su una linea discendente per centinaia

e centinaia di metri. Nelle parti più profonde

del bacino il ghiaccio è spesso 3 chilometri.

Negli anni '50, ben prima di aver capito i

rischi del riscaldamento globale, la scoperta

fu considerata poco più che un particolare

interessante sulla struttura dell'Antartide.

Poi, nel 1974, Hans Weertman, uno scienziato

della Northwestern University, ha scoperto

che questi ghiacciai erano molto più vulnerabili

del previsto. Ha anche coniato un

termine specifico per il fenomeno: marine

ice-sheet instability. Weertman scoprì che l'acqua

più calda dell'Oceano poteva penetrare

nella grounding line, sciogliendo il ghiaccio da

sotto. Se lo scioglimento fosse avanzato più

rapidamente del congelamento – ed è quello

che sta succedendo adesso – il

ghiacciaio si sarebbe staccato

dal terreno per cominciare

a ritirarsi, un po' come una

valanga. Più il ghiacciaio è

sott'acqua, maggiore è il rischio

di esposizione all'acqua

calda, e questo determina

l'aumento di velocità di tutto

il fenomeno. Altre parti del

ghiacciaio, contemporaneamente,

cercano di galleggiare,

aumentando lo stress sulla

struttura, fino a romperla.

Una volta avvenuta la frattura,

una grande quantità di

ghiaccio si sarebbe riversata

nell'Oceano. Senza neanche

volerlo, Weertman aveva scoperto

il meccanismo dietro a

una possibile catastrofe naturale.

Mercer ha visto per primo le implicazioni delle

scoperte di Weertman. In un saggio del 1978

intitolato Le lastre di ghiaccio dell'Antartide e

l'effetto serra: un possibile disastro si è concentrato

sulle lastre che sostengono i ghiacciai

dell'Antartide occidentale. Sono le più sottili

e sarebbero le prime a subire l'effetto delle

acque calde fino a staccarsi. Quando succederà,

non solo non riusciranno più a ridurre

lo scivolamento dei ghiacciai nell'acqua, ma ne

cambieranno anche l'equilibrio, causandone

il galleggiamento lontano dalla grounding line.

Mercer, inoltre, era convinto che la situazione

fosse più instabile di quanto pensasse Weertman.

«Ritengo che un disastro ambientale –

causato da un rapido innalzamento del livello

del mare dopo la deglaciazione dell'Antartide

Ovest – sia imminente», ha scritto, prevedendo

inoltre che «l'evento sommergerà gran

parte della Florida e dell'Olanda». Mercer

non poteva indicare un orizzonte temporale

preciso, ma secondo i suoi calcoli la situazione

poteva degenerare in circa 50 anni. Praticamente

adesso.

Un giorno – forse proprio quando

leggerete questo articolo

– un pezzo della calotta Larsen

C si spezzerà e galleggerà

nell'Oceano che circonda

l'Antartide. La frattura della calotta C si sta

allargando da diversi anni. Negli ultimi mesi,

però, la situazione è peggiorata drasticamente.

Mentre scrivo è arrivata a misurare più di

160 chilometri. Il collasso di queste calotte è

il primo segno del disastro, o almeno questo è

quello che sosteneva Mercer. La notizia finirebbe

sulle prime pagine di tutti i giornali, un

segno dell'imminente caos

in Antartide.

Ma potrebbe anche non

“ Nessuno

ha mai visto

una cosa

simile. Un

ghiacciaio

si scioglie

lentamente,

ma può

incrinarsi

in modo

molto

rapido


andare così. «Le calotte si

rompono continuamente,

a volte non è un grosso

problema», dice Alley, studente

di Mercer ai tempi

dell'Ohio State University.

«Tutto dipende dalla reazione

dei ghiacciai circostanti».

Alley ha spiegato

che i ghiacciai vicino alla

calotta C sono piuttosto

piccoli, e anche se si sciogliessero

più rapidamente

del previsto, provocherebbero

un innalzamento

del livello del mare di solo

qualche centimetro. Per


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Catastrofe in cinque atti

1

3

5

ANTARTICA

Nasce il ghiacciaio

Poco più di 100mila anni fa, il ghiaccio ha iniziato a

formarsi sui pendii della piattaforma continentale

che oggi costituisce l’Antartide Occidentale.

Il riscaldamento dell’Oceano

Il riscaldamento del clima influisce sugli oceani.

L’acqua scioglie il ghiaccio da sotto e causa

la rottura della piattaforma di ghiaccio.

Il crollo ha inizio

Diversi studi sostengono che in Antartide

l’Oceano surriscaldato stia facendo

sciogliere i ghiacciai da sotto, evento

che potrebbe scatenare crolli improvvisi

e un innalzamento del livello del mare.

Un glaciologo ha affermato: «Abbiamo

passato il punto di non ritorno». Ecco

come il processo potrebbe svolgersi

2 Il ghiaccio diventa più spesso

Con il successivo calo delle temperature,

il ghiaccio è aumentato di spessore, facendo

abbassare il livello del terreno sotto il ghiacciaio.

4

APOCALISSE DI GHIACCIO

Il ghiacciaio si spezza

Il ghiacciaio, senza più appoggio, è destabilizzato

e il ghiaccio inizia a incrinarsi. L’acqua filtra

dentro le fratture e accelera il processo.

Senza più una piattaforma e con il ghiaccio incrinato, il ghiacciaio comincia a crollare. Così facendo,

arretra verso il continente e le sue pareti diventano sempre più alte e fragili. Maggiore è la velocità

con cui avvengono i crolli, più instabile è il sistema, in quella che viene definita “ritirata incontrollata”.

farla breve: questa frattura non è quello che

Alley chiama «un disastro da fine del mondo,

urla e gente terrorizzata». D'altra parte, però,

questo non significa nemmeno che un disastro

del genere non sia scritto nel futuro del continente

ghiacciato.

Alley è un uomo strano: ha una grossa barba,

conserva un hula-hoop nel suo ufficio ed è

famoso per la sua imitazione di Johnny Cash.

Quando era ancora uno studente a Ohio State,

parlava spesso con Mercer. Ha letto il suo

saggio sui rischi del collasso dell'Antartide, e

ne è rimasto ossessionato. «Aveva ragione?»

ha chiesto a un gruppo di scienziati durante

una recente conferenza. «Ho sempre pensato

che avremmo accumulato abbastanza informazioni

prima che la situazione diventasse troppo

grave. Abbiamo fallito nel non sfruttare le

scoperte di John Mercer?».

La tecnologia satellitare ha permesso

agli scienziati di osservare

nel dettaglio quello che sta

succedendo nella parte Ovest

dell'Antartide, e le informazioni

raccolte confermano le ipotesi di Mercer. Dallo

Spazio è possibile misurare i cambiamenti

nello spessore del ghiaccio e anche la velocità

del ritiro di ghiacciai come il Thwaites. Le

notizie, purtroppo, non sono buone. Nel 2014

due scienziati (Eric Rignot della NASA e Ian

Joughin dell'Università di Washington) hanno

pubblicato due studi diversi, ma dalle conclusioni

analoghe. Come scrive Joughin: “Le

nostre simulazioni confermano che il processo

di scioglimento del ghiacciaio Thwaites sta già

avvenendo da tempo". Rignot è stato ancora

più chiaro: “Nella parte Ovest dell'Antartide

abbiamo passato il punto di non ritorno".

Alley ha speso gran parte della sua carriera

scientifica studiando le dinamiche del ghiaccio:

come si muove sotto pressione e come si

comporta se scaldato. Il collasso della calotta

Larsen B lo ha sorpreso e turbato: non si è

solo spezzata, si è disintegrata in poche settimane.

«Nessuno aveva mai visto una cosa del

genere», dice. «Abbiamo capito che un grosso

pezzo di ghiaccio si scioglie lentamente, ma

può fratturarsi molto, molto rapidamente».

Dopo il collasso della calotta Larsen B, Alley

si è ritrovato a pensare sempre di più alla

profezia di Mercer, soprattutto relativamente

al ghiacciaio Thwaites. Sapeva che la parte

anteriore del Thwaites misura 144 chilometri

in lunghezza e 550 metri in altezza (90 sono

sommersi sott'acqua). La pressione dell'Oceano

sostiene la parte sommersa del ghiacciaio,

ma il resto è sorretto solo da alcune lastre

di ghiaccio. Alley sa perfettamente che se il

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 81


APOCALISSE DI GHIACCIO

ghiacciaio dovesse ritirarsi, la parte anteriore

diventerebbe sempre più alta. Quanto può

andare avanti questo processo prima che crolli

tutto? Secondo Alley, quando il Thwaites si

ritirerà completamente potrebbe arrivare fino

a 2 chilometri di altezza, il doppio di El Capitan,

la famosa montagna di Yosemite. Pensate

a gigantesche scogliere di ghiaccio che crollano

nel mare. È un'immagine surreale, e anche il

più scarso sceneggiatore di film catastrofici la

considererebbe assurda. Ma Alley continua a

chiedersi se tutto questo sia davvero possibile.

E qualora lo fosse, tra quanto succederà?

Come molti scienziati del clima,

Alley è sempre stato affascinato

dal crollo del ghiacciaio

Jakobshavn in Groenlandia. Si

tratta del ghiacciaio in movimento

più veloce del mondo, scivola nel mare

con una velocità di 24 chilometri annui. Se

avete visto le drammatiche immagini di un

ghiacciaio che si scioglie, probabilmente era

proprio il Jakobshavn. Alcuni anni fa, mentre

Alla fine del mondo

Presso il ghiacciaio Thwaites, nell’Antartide

Occidentale – dove solo qualche decina di umani

ha mai messo piede – il glaciologo Knut Christianson

mappa insieme al suo team la topografia

del terreno sottostante allo strato di ghiaccio.

«Ci si sente molto soli, qui», dice Christianson.

lavoravo a un'altra storia, mi è capitato di girarci

attorno in elicottero. Le profonde crepe

sulla superficie blu zaffiro mi hanno sconvolto:

ho potuto osservare un gigantesco pezzo di

ghiaccio crollare nel mare. Adesso so di aver

assistito a un classico esempio di collasso.

Non è una semplice rottura, è un'implosione.

Ci sono moltissimi fattori che influenzano la

velocità di scioglimento, e Alley lo sa meglio

di chiunque altro. Uno dei più importanti è

la resistenza del ghiaccio stesso: sono molte

le differenze tra Jakobshavn e Thwaites. Il

secondo è infinitamente più grande e non subisce

la stessa frizione del primo. Se dovesse

crollare, quindi, lo farebbe molto più velocemente.

E, soprattutto, Jakobshavn non è posizionato

sul bordo di un bacino d'inversione

come Thwaites. Può collassare velocemente,

certo, ma non ha la stessa funzione limitante

del cugino d'Antartide. L'unica cosa che hanno

in comune è che la loro integrità strutturale è

determinata dalla classica fisica del ghiaccio.

Le pareti di ghiaccio dello Jakobshavn sono le

più alte del pianeta, misurano oltre 90 metri.

Alley e altri scienziati hanno scoperto che le

pareti dei ghiacciai vicini al mare hanno un limite

strutturale esattamente di quella misura,

se fossero più alte collasserebbero sotto il loro

stesso peso. Alley si è reso conto che la struttura

interna di Thwaites non potrebbe mai

reggere un'altezza del genere. In altre parole,

un ghiacciaio alto meno di 90 metri è relativamente

stabile; superata questa soglia, no.

Come mi ha detto lo stesso Alley, «da lì in poi

è tutto un collassare, collassare, collassare».

Un giorno, lo scienziato si è ritrovato a pensare

a un problema che Dave Pollard e Rob

DeConto, due colleghi, avevano con il loro

modello climatico. I due hanno collaborato diversi

anni per sviluppare un modello in grado

di capire l'impatto dei combustibili fossili sul

ROLLING STONE_GIUGNO 2017 83


APOCALISSE DI GHIACCIO

riscaldamento della Groenlandia e dell'Antartide.

Si tratta di software che cercano di prevedere

come si svilupperanno i processi fisici

del mondo naturale. Rispondono a domande

come questa: se la temperatura aumentasse di

un grado, quanto salirebbe il livello del mare?

Non è un problema semplice, richiede di calcolare

il modo in cui il ghiaccio riflette la luce

solare e anche l'impatto dell'aumento

di temperatura sull'espansione

dell'Oceano Atlantico. I software

sono migliorati molto negli ultimi

decenni, ma non possono ancora

simulare tutti i processi fisici del

mondo.

Un modo per capire se un modello

funziona sul futuro è vedere se riesce

a ricreare il passato. Una volta

fatta questa verifica, si può fare

un relativo affidamento su quello

che dirà dei prossimi avvenimenti.

DeConto e Pollard hanno cercato

per anni di riprodurre il Pliocene,

l'epoca geologica in cui i livelli di

CO2 nell'atmosfera erano molto simili

a quelli attuali. Ma, nonostante

numerosi tentativi, non sono riusciti

a replicare la velocità con cui si sono

sciolti i ghiacciai in quel periodo.

«Nella dinamica del nostro modello

mancava qualcosa. Ne eravamo sicuri»,

dice DeConto.

Alley ha suggerito di inserire

nel modello l'integrità

strutturale del

ghiaccio stesso. I due

hanno seguito il consiglio

e l'idea ha funzionato. Era questo

il meccanismo mancante, il loro

modello aveva finalmente raggiunto

il grado di precisione necessario.

I due, quindi, hanno subito usato il

software per capire cosa succederà

nel prossimo futuro. Quello che hanno scoperto

è che, in uno scenario ad alte emissioni

di anidride carbonica (cioè lo scenario attuale),

il livello del mare si alzerà di un metro da

qui al 2100, principalmente a causa di quello

che succederà nella zona Ovest dell'Antartide.

Aggiungendo il contributo della Groenlandia

e l'espansione degli oceani, l'aumento complessivo

è di quasi 2 metri, il doppio rispetto

a quanto previsto dall'IPCC.

Per chi abita a Miami o in qualsiasi altra città

costiera, la differenza tra 1 o 2 metri è la differenza

tra una città vivibile e una totalmente

sommersa – miliardi di dollari di proprietà

immobiliari, per non parlare