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Vogue Italia N805 Settembre 2017

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REALIZZATA DA

BRUCE WEBER


REALIZZATA DA

BRUCE WEBER


DIOR.COM - 02 38 59 59 59


DIOR.COM - 02 38 59 59 59


VIA MONTE NAPOLEONE 25/2 MILANO


EDITORIALE

In Italia

di EMANUELE FARNETI

photo by inez & vinoodh.

È tradizione dei magazine

francesi celebrare la moda

nazionale con copertine

dedicate alle locali icone

di stile o alla magia di Parigi.

Lo stesso accade negli

Stati Uniti e in Inghilterra.

In Italia, meno. Per un

certo nostro tipico riflesso

condizionato, ci sembra

sempre che ciò che succede

lontano da qui sia, per

definizione, meno provinciale.

Io credo si tratti di

un difetto di prospettiva:

basta guardare quanto di

noi viene raccontato sui

grandi giornali internazionali,

quanta curiosità

si legge per le novità

che attraversano il Paese.

Ecco perché abbiamo

deciso che fosse proprio

l’Italia la protagonista del

numero di settembre, tradizionalmente

il più importante

dell’anno.

Nulla di più lontano dalla

retorica di una qualche,

presunta, Italia migliore.

Piuttosto, una fotografia

– inevitabilmente parziale

e soggettiva, come accade

quando si è molto vicini

al soggetto ritratto – di

un Paese che, tra difficoltà

e stanchezze, nonostante

una classe dirigente obiettivamente

inadeguata, ha

ricominciato a muoversi.

Si muove Milano, si sa: in

queste pagine parliamo

di nuovi stilisti e antichi

costumi riportati al loro

splendore, del suo Salotto

tirato a lucido, di mostre in

arrivo; si muove Firenze,

con l’arte contemporanea

che sfida storiche resistenze.

Un fiorire di piccole

realtà editoriali restituisce

un’immagine lontana dai

cliché ad argomenti tipicamente

nostri come il cibo

e il turismo. Le autrici

del più inatteso best seller

dell’anno raccontano altre

italiane ribelli. David Leavitt

scrive di meraviglie

seicentesche, Lila Azam

Zanganeh del sogno di

una piazza italiana in una

mattina d’autunno piena

di luce e aria sottile. Il

fratello di un celebre scrittore

americano punta la

luce su certi nostri luoghi

oscuri. Patrick Demarchelier

regala a tre giovanissime

italiane il respiro delle

dive che furono. Juergen

Teller si spinge fino alla

punta occidentale della

Sicilia per inseguire il suo

Italian crush”.

Poi ci sono le tre copertine.

La prima è un omaggio,

a un monumento del nostro

patrimonio artistico.

Per realizzare la loro storia

su Caravaggio Willy

Vanderperre e Olivier

Rizzo hanno viaggiato e

fatto ricerche, così ce lo

restituiscono con immagini

che sono al tempo

stesso antiche eppure modernissime.

La seconda è il racconto

di un gesto, affidato a

Mert & Marcus con Alastair

McKimm. Pietrangelo

Buttafuoco ci spiega

perché i baci italiani sono

definitivi, e diversi da

quelli dati altrove; Ivan

Cotroneo ne ricorda il

ruolo nella costruzione

dell’immaginario del nostro

cinema.

La terza è un auspicio.

Che Roma, nei cui luoghi

monumentali Inez &

Vinoodh con Alex White

hanno messo in scena il

loro racconto, torni a essere

quello che è stata – a

pensarci bene, nemmeno

troppo tempo fa. Perché

il Paese si muove davvero

solo se riparte Roma.

A tenere assieme tutti

questi fili, ovviamente, c’è

la moda. Quella, non poca,

direttamente disegnata da

italiani; quella, moltissima,

quasi tutta, che da noi viene

prodotta. Perché, con

tutti i noti limiti, il sistema

moda gioca un ruolo non

marginale nella spinta al

Paese verso il futuro. Non

solo dando da lavorare a

oltre 400mila addetti in

50mila aziende, e con un

fatturato (nel 2016) di 52

miliardi di euro. Ma rappresentando

il nostro senso

per il bello in ogni angolo

del mondo. È il soft

power che abbiamo, non

dimentichiamoci di andarne

almeno un po’ fieri.

Come ha detto una volta

Franca Sozzani: gli altri

parlano, noi facciamo. •

30

vogue.it n. 805


30

174 191 229280

SOMMARIO

Settembre

2017

30 Editoriale

in italia,

di Emanuele Farneti

112 Every Cover Tells

A Story bacio!, di

Pietrangelo Buttafuoco

114 Every Cover Tells

A Story roma!, di Lila

Azam Zanganeh

117 Every Cover Tells

A Story ad arte!,

di David Leavitt

134 Manifesto perché

l’italia ha bisogno

di ragazze ribelli,

di Francesca Cavallo

ed Elena Favilli.

141 Il Progetto my own

private vogue italia

146 VogueÕs Questionnaire

monica bellucci

174 questa è la nostra

storia, di Luca Dini

191 Primo Piano

sono spudorato,

di Angelo Flaccavento

197 L’Evento

ombra e luce,

di Giovanni Montanaro

200 La Protagonista una

principessa guerriera,

di Barbara Zorzoli

202 L’Anniversario

sul filo del colore,

di Roberta Rotta

205 Graphic Art

tutto di un tratto,

di Francesca Molteni

209 Il Personaggio

il lato positivo,

di Samira Larouci

213 Mostre/1

la fabbrica dei sogni,

di Francesca Molteni

218 Mostre/2 al moma,

di Lella Scalia

221 Anteprime

nel salotto di Milano,

di Nicola Scevola

225 Magazine/1

che rumore fa il cibo?,

di Marta Galli

229 Magazine/2

mediterraneo anteriore,

di Laura Taccari

233 Il Libro

la metà nascosta,

di Federico Chiara

238 Il Creativo

viaggio a piedi,

di Gaia Passi

240 La Kermesse

omaggio ai nostri sogni,

di Lella Scalia

243 Il Progetto

trent’anni di anna,

di Alessia Glaviano e

Chiara Bardelli Nonino

247 L’Intervista

cosa fai oggi?,

di Maria Cristina Didero

250 Design

c’è plastica e plastica,

di Paolo Lavezzari

253 L’Incontro

io in forma di candela,

di Francesco Bonami

257 Imageries

gli spazi tra le righe,

di Mariuccia Casadio

280 milano, italia,

photos by Nacho Alegre,

styling by Enrica

Ponzellini

290 le notti bianche,

styling by Patrick Mackie

292 al cancello,

photos by Leonardo

Scotti, styling by Enrica

Ponzellini

294 piena luce,

photo by Leonardo

Scotti, styling by Enrica

Ponzellini

296 buoni frutti, photos

by Pietro Cocco, styling

by Enrica Ponzellini

301 celebrazione,

photos by Amanda

Charchian, styling

by Giulio Martinelli

306 sette ragazzi

italiani, photos by

Salvatore Caputo, styling

by Enrica Ponzellini

328 Style/Il Protagonista

infinite possibilità,

di Vittoria Filippi Gabardi

334 Style/Talenti

l’isola che (non) c’è,

di Barbara Amadasi

336 Style/Talenti

comprare meno,

indossare di più,

di Francesca Reboli

Intro Front News News Code

vogue.it n. 805

47


ARMANI.COM


422

422 bacio!,

photos by Mert

& Marcus, styling by

Alastair McKimm

Well

58 vogue.it n. 805


338 368 444 492 522

338 Style/Talenti

tabula rasa,

di Dan Thawley

340 Style/Il Corto

la forza dei no,

di Francesca Reboli

344 Style/L’Anniversario

time after time,

di Lella Scalia

346 Style/Watches

tempi ruggenti,

di Micol Bozino Resmini

348 Style/Preview

la verità è bellezza,

di Elisabetta Caprotti

350 Style/La Collezione

cuore di luce,

di Carlo Ducci

368 Beauty/Icone omaggio

al cinema italiano,

make-up by Pat McGrath,

hair by Guido Palau

370 Beauty/Preview

nella notte di roma,

di Maria Vittoria Pozzi

372 Beauty/Preview uno

scandalo annunciato,

di Maria Grazia Meda

374 Beauty/Preview

dolce, pericoloso,

di Susanna Macchia

376 Beauty/Preview

per gabrielle,

di Susanna Macchia

378 Beauty/Anteprima

il colore duttile

383 Beauty/Hair

tutto è possibile

384 Beauty/Skincare

il volto ridisegnato,

di Susanna Macchia

386 Beauty/Mostre

il fior fiore,

di Susanna Macchia

388 Beauty/News

in scena, di Vittoria

Filippi Gabardi

390 Beauty/Profili

the italian job, di

Vittoria Filippi Gabardi

392 diva, photos by

Patrick Demarchelier,

stilying by Paul Cavaco

444 roma!,

photos by Inez &

Vinoodh, styling

by Alex White

456 ad arte!,

photos by Willy

Vanderperre, styling

by Olivier Rizzo

476 cristiana, my

italian tv crush,

photos by Juergen Teller,

styling by Poppy Kain

492 quando tira

il vento, photos by

Dario Catellani, styling

by Vittoria Cerciello

502 springtide,

photos by Alessio Boni,

styling by Patti Wilson

512 la vendemmia,

photos by Luigi

and Iango, styling

by Paul Cavaco

522 l’italia, vista da qui,

di Angelo Flaccavento

528 novanta vite in una,

di Raffaele Panizza

532 ancora un bacio,

di Ivan Cotroneo

539 Vogue for Milano

una notte per tutti,

di Maristella Campi

544 English Texts

558 party: roma, parigi,

a cura di Sabrina Fallea

562 Oroscopo

settembre,

di Marco Pesatori

566 Casa Italia

bacio perugina,

di Francesca Molteni

Code Code Well Well Back

74 vogue.it n. 805


BLUMARINE.COM


Quality is Our

Business Plan

Direttore Responsabile

emanuele farneti

Creative Director

giovanni bianco

Ci accontentiamo

semplicemente del meglio

e creiamo i migliori prodotti

editoriali.

Per questo abbiamo Vogue,

il mensile più autorevole,

Vanity Fair, il settimanale

leader in Italia, e Glamour,

il mensile femminile più letto.

Per questo siamo l’editore

italiano più seguito sui social.

Per questo ogni mese

raggiungiamo 16 milioni

di donne.

Tradotto in una parola, qualità.

In due parole, Condé Nast.

Vice Direttore

ALAN PRADA

Progetti Speciali Moda e Talents

Vice Direttore

SARA SOZZANI MAINO

Moda

Fashion and Accessory Market Director

ENRICA PONZELLINI

GIULIO MARTINELLI (Caposervizio)

ELISA ZACCANTI

LELE ACQUARONE

(Fashion Contributor)

VALENTINA SERRA

(Fashion Contributor)

Fashion Editor At Large

PATTI WILSON

Casting Directors

PIERGIORGIO DEL MORO

SAMUEL ELLIS SCHEINMAN

Bellezza

SUSANNA MACCHIA (Caporedattore)

VITTORIA FILIPPI GABARDI

Photo

Photo Editor/Caporedattore

ALESSIA GLAVIANO

Photo Editor

CHIARA BARDELLI NONINO

Vogue.it

ALESSIA GLAVIANO (Web Editor)

SOFIA VIGANÒ (Caposervizio)

RICCARDO ANGIOLANI

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GIORGIA GENOCCHIO

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Segreteria

Responsabile

SILVANA SACCHETTI

(Segreteria di Direzione)

Shooting Production

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Advertising and Event Production

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GRAZIA D’ANNUNZIO

Segreteria e Redazione

CHRISTINA NICASTRI

Attualità

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Reparto Artistico

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ROBERTA MASCIULLI

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Special Projects

MARIO BAZZONI

ELENA PAPAGEORGHIOU

Creative Director Assoc.

KEVIN TEKINEL

LAUREN GOLDBLUM

Assistant of Creative Director

ALVIO MANCUSO

Hanno Collaborato/Testi:

LILA AZAM ZANGANEH,

FRANCESCO BONAMI,

MICOL BONZINO RESMINI,

SARA BORNEY, PIETRANGELO

BUTTAFUOCO, MARISTELLA

CAMPI, FRANCESCA CAVALLO,

IVAN COTRONEO, MARIA

CRISTINA DIDERO, SABRINA

FALLEA, ELENA FAVILLI, MARTA

GALLI, SAMIRA LAROUCI, DAVID

LEAVITT, MARIA GRAZIA MEDA,

FRANCESCA MOLTENI, GIOVANNI

MONTANARO, RAFFAELE

PANIZZA, GAIA PASSI, MARCO

PESATORI, MARIA VITTORIA

POZZI, ROBERTA ROTTA,

NICOLA SCEVOLA, LAURA

TACCARI, BARBARA ZORZOLI,

STUDIO DIWA (Correzione Testi)

Editors at Large

ANGELO FLACCAVENTO

LUKE LEITCH (Londra)

DAN THAWLEY (Parigi)

Hanno Collaborato/Moda:

DESIRÉE ADÉDJÉ, SINEAD

ALLEN, LAUREN BENSKY,

KELLY BELLEVUE, VIOLA

MARELLA BISIACH, LOUISE

BORCHERS, EJ BRIONES,

SERENA CASTRIGNANO,

DIANA CHOI, LAUREN DAVIS,

DEBORAH DE GROOT, DIEGO

DIEZ, LUCA GALASSO, TAYLOR

KIM, KYLE MCCOY, FEDERICA

MIGLIAZZA, ITALO PANTANO,

CATERINA PIATTI, ROBERTA

PINNA, LOUISE POLLET, SYDNEY

ROSE, ANNA SANTANGELO,

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TERZO, NICCOLÒ TORELLI,

MIRTA TRASTULLI, SADIE

WILLIAMS, HAMISH WIRGMAN

Direttore Editoriale

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Direttore Generale Sales & Mktg

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Beauty

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Direttore Risorse Umane

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Tel. 0285611 - Fax 028055716. PADOVA,

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Farini 13, Palazzo Zambeccari, Tel.

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Fax 068079249. PARIGI/LONDRA, 4

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NEW YORK, 125 Park Avenue Suite 2511

New York NY 10017 Tel. 212-3808236

Fax 212-7867572 Barcelona, Passeig de

Gràcia 8/10, 3° 1a - 08007 BARCELONA

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2 0

1 7

Settembre

86

vogue.it n. 805


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Billboard artwork: Andy Warhol, Skull, 1976 © The Andy Warhol Foundation / ARS, photographed at The Andy Warhol Museum, Pittsburgh

CALVIN KLEIN 205W39NYC Fall 2017: photographed May 2017, Mojave Desert, California


calvinklein.com/205

Billboard artwork: Andy Warhol, Elvis 11 Times (Studio Type), 1963 © The Andy Warhol Foundation / ARS, photographed at The Andy Warhol Museum, Pittsburgh

CALVIN KLEIN 205W39NYC Fall 2017: photographed May 2017, Mojave Desert, California


EVERY COVER TELLS A STORY

Bacio!

di PIETRANGELO BUTTAFUOCO*

Il bacio alla francese è conosciuto.

È l’apostrofo,

Cirano vi dirà. Quello italiano,

invece, è un sottinteso.

È un bacio a mezzanotte,

infido per definizione.

Furti con destrezza sono

quelli dei baci. Se nel

sogno si sognano i baci,

non è peccato. Ed è sempre

“L’ultimo bacio” nelle

giornate di chi non vuole

crescere mai. Il restare

ragazzi, infatti, è un mercanteggiare

di giustificazioni

– “soltanto un bacio”

– quando il bacio, da solo,

è un manicomio di fuochi

e promesse.

Bocca baciata non perde

ventura, anzi, si rinnova

nel canto: «Da mi basia

mille», con Catullo.

E se nel rock la cifra tonda

dei baci è quella di

ventiquattromila la cara

sillaba, invece – per come

canta il nonno – è quella

di «ba ba baciami piccina».

Un balbettio squillante

destinato a lei, alla

nonna, che in “cuor cuor”

quello che ne ricava sono

baci in quantità e una domanda

proprio birichina:

«Tutti questi baci a chi li

devo dar?».

Trova riparo nel tirabaci,

il bacio. Eccolo: il ricciolo

che goccia allusioni sulle

gote – o perfino in fronte

– e dorme come in un sonno

di corallo, seta e fiori.

Accennato nel tic involontario

delle labbra, il bacio

resta un’omissione: l’eloquenza

del come non detto

e così mettere le mani

avanti.

Amor ci strinse. Galeotto

è il libro e chi lo scrisse,

ma il romanzo di tutti i baci

del mondo è italiano: un

mucchio di fotogrammi

tagliati via dai film – baci

censurati –, recuperati e

poi incollati. È quello di

“Nuovo Cinema Paradiso”

di Giuseppe Tornatore

e il bianco e nero, tra i vivi

colori della pellicola, fa

sfacciato ogni sottinteso:

«Chioccioline a succhiare

e femmine a baciare, non

possono mai saziare».

Un pizzicorino. E poi la

polpa. Questo la donna

reclama. L’imperativo è

sempre categorico: Baciami,

stupido! Sul labbro superiore

di lui, i peli corti e

ispidi – come una camminata

di formiche, in fila –

pungono mentre la bocca

profonde sussulti al sapore

di mandorle sulle labbra

di lei, tutte di corallo, seta,

fiori e occhi chiusi. Quando

c’erano i saloni per soli

uomini, i barbieri – non

certo i parrucchieri – non

facevano che consigliarlo,

il baffo: “Fatevelo a

camminata di formicola,

le ragazze ve ne saranno

grate”.

Lo spavento d’Italia è in

un bacio – quello di Totò

Riina – e chissà se il capo

mafia s’è fatto un piercing

sulla lingua e così battere

dove più duole.

Arrivederci e baci, si dice.

Ma la favola italiana è tutta

in un viaggiare di baci.

Come Totò che cerca i baci

in stazione, tra i treni in

partenza. Tutto il Canzoniere

del Sì che suona è

nel bacio. Ed è un ciao

ciao! Un bacio ancora. E

mille altri ancora («deinde

usque altera mille»). •

*Giornalista e scrittore, 54 anni, di

Agira, ha studiato Filosofia teoretica.

Il suo ultimo libro “I baci sono

definitivi” (ed. La nave di Teseo)

racconta storie rubate durante i

viaggi quotidiani, nella metropolitana

romana. Storie d’innamorati,

dediche sui corrimano, frasi, sguardi,

tra frettolosi passaggi, fermate,

pause pranzo. Buttafuoco annota,

registra, mentre tutto scorre, si

cancella o sbiadisce. Solo i baci restano

definitivi.

THE ITALIAN ISSUE WITH MARIACARLA BOSCONO BY MERT & MARCUS

THE ITALIAN ISSUE WITH MARIACARLA BOSCONO BY MERT & MARCUS

photos by mert & marcus

MARIACARLA BOSCONO IN PRADA

STYLED BY ALASTAIR McKIMM.

Da sinistra. Abito di alpaca. Federico Spinas @ I Love Management: pull di alpaca. Lily Aldridge @ Img Models e Vittoria Ceretti @ Elite Milano: top di satin con frange

di cristalli e top di lana. Pablo Rousson e Edoardo Velicskov: camicia e pull di lana. Tutto PRADA. I profumi La Femme e L’Homme Prada Intense di PRADA sono una

coppia e hanno un’identità fluida. Lontani dai cliché, accentuano le multiformi sfaccettature maschili e femminili con note fiorite, ambra e patchouli. hair Cyndia Harvey

@ Streeters. make-up Isamaya Ffrench @ Streeters. manicure Mary Soul using Chanel Le Vernis. set design Andrea Stanley @ Streeters. on set Across Media Productions.

112

vogue.it n. 805


EVERY COVER TELLS A STORY

Roma!

di LILA AZAM ZANGANEH*

photos by inez & vinoodh

MARIACARLA BOSCONO IN PRADA

STYLED BY ALEX WHITE.

In alto. Eschimo di montone, Prada; shoes Miu Miu.

Il viso è luminoso e naturale grazie a Instant Éclat, base

lumière, di Sisley Paris. In basso, da sinistra. Saskia de Brauw

@ Dna Model Management: completo Ermanno Scervino.

Othilia Simon @ Dna Model Management: blusa e gonna,

Fendi; orecchini con diamanti e smeraldi, Bulgari

Heritage Collection. hair Malcolm Edwards @ Art Partner.

make-up Lisa Butler @ Bryant Artists.

manicure Catia Sonia Piazza. on set Mai.London.

Ogni scrittore è un amante

mosso da un sogno. Il sogno

di una donna o di un

uomo, di una spada o di una

città. E il sogno ha bisogno

di avere un piede saldo nel

mondo reale. Perché il

mondo è la materia di cui

è fatto il desiderio.

Quale posto migliore di

Roma per sognare? Roma

in una qualsiasi mattinata

di primo autunno (la mia

stagione preferita per soggiornarvi),

in una piazza

non troppo lontana dalla

Madonna del Divino Amore.

Il sole splende tenue, ti

sorride come un momento

fuggevole di grazia o un

colpo di fortuna.

Si potrebbe bere un cappuccino,

oppure mangiare

un cornetto alla Nutella

(tempo fa ne ho mangiati

sei di fila, tanto da indurre

i miei vicini a scoccarmi

un’occhiata sbigottita).

E con il mio sesto cornetto,

eccomi là che sogno.

Sogno una piazza che genera

un’altra piazza e poi

un’altra ancora. Sogno la

Scala Santa a San Giovanni

in Laterano e malgrado

l’abbia già salita, sogno che

conduca fra le nuvole e le

stelle, in un luogo al di là

dei dipinti. Sogno la Domus

Aurea e i pittori rinascimentali

che scavavano

delle aperture per vedere

gli affreschi e rubare idee

bellissime (i grandi poeti

rubano, rubano per sognare

ancora). Sogno il Palatino,

pieno del clamore degli

imperatori ma stranamente

vuoto in un pomeriggio

d’autunno. Di quel vuoto,

di quell’assenza sono alla

ricerca perché al suo interno,

drizzando le orecchie,

si comincia a sentire

il battito vitale del tempo.

Penso alle fonti incantate

dell’Amore e del Disamore,

e a Orlando che andò

fuori di senno forse a causa,

poco più o poco meno,

di una di quelle fonti (dalle

quali spesso sembra scaturisca

la passione, metafora

di follia, o semplicemente

di mancanza di rima e di

logica dei nostri sogni).

Sogno stretti sentieri, sulle

cui pietre rovinano le

spade e al loro posto restano

soltanto le orme dei

passi. Sogno castelli che si

ergono sopra i mausolei e

ragazzi che dormono dove

un tempo dormivano le

colombe. Sogno un tempo

in cui Roma, nel lontano

futuro, non sarà che un sogno

sognato da una sognatrice

in una mattina d’autunno,

in una piazza piena

di luce e aria sottile. •

*autrice di “Un incantevole sogno

di felicità” (ed. L’ancora del Mediterraneo),

Lila Azam Zanganeh

ha trascorso lunghi periodi della

sua vita in Italia. é uno dei cinque

membri della giuria del Man Booker

Prize.

traduzione di giuseppina oneto.

114

vogue.it n. 805


GIUSEPPEZANOTTI.COM


EVERY COVER TELLS A STORY

Ad Arte!

di DAVID LEAVITT*

traduzione di giuseppina oneto.

Caravaggio, come uomo e

come artista, apparteneva

alla terra delle ombre. L’oscurità,

in un certo senso,

era il suo marmo, la luce il

suo scalpello. A cominciare

da un lavoro giovanile

come il “Suonatore di liuto”,

mostra una conoscenza

talmente profonda della

luce da farci dimenticare

che visse a lume di candela

a cavallo tra il 500 e il

600, in un mondo che non

conosceva, né poteva prefigurare,

l’elettricità, la fotografia,

il lampo del flas h

e l’ombrello rifletten te.

Il lampo, l’ombrello: non

a caso il linguaggio della

strumentazione fotografica

è il linguaggio delle

burrasche, quelle burrasche

che nei dipinti di

Caravaggio minacciano

sempre di scoppiare, con

il bagliore del lampo che

illuminerà per un millisecondo

tutto quello che l’oscurità

nasconde.

Se gli istanti che ritrae

sono fugaci è perché è

fugace la luce. Il suo occhio,

come la macchina

fotografica, cattura la più

fuggevole delle pose. E ciò

che lo rende un grande artista

è che sa sempre dove

puntare le sue lenti.

La Medusa, se guardata

in volto, pietrifica. Caravaggio

non solo la guardò,

ma ne dipinse anche il

ritratto. Irata e inorridita,

la sua Medusa incontra lo

sguardo dell’osservatore

con un’angoscia ormai oltre

la pietà, e anche oltre

l’efferatezza, come a dire:

hai sempre saputo di non

poter resistere. Adesso vedi

quello che vedo io ogni giorno

nello specchio. In linea

di principio noi possediamo

delle difese: se fossimo

costretti ad assistere

a una crocifissione, quasi

tutti distoglieremmo gli

occhi orripilati; davanti a

una luce insopportabile le

palpebre si chiuderebbero

spontaneamente, co me

accade quando cerchiamo

di guardare il sole. Eppure,

visto il volto della Medusa,

quelle difese cadono.

Possiamo osservare con

compostezza il tormento

delle carni perché ormai

siamo pietra, siamo pietrificati

e ci è stata accordata

la capacità non soltanto di

indugiare sulle sofferenze,

ma di scegliere il momento

che le raffigura con

assoluta perfezione e trasformarle

in arte.

Caravaggio, a detta di tutti,

era un uomo imprevedibile

e violento. Commise

più di un omicidio. Aveva

forti desideri sessuali, soprattutto

verso i ragazzi.

Eppure, anche nei suoi ritratti

più erotizzati – “San

Giovanni Battista”, “Bacchino

malato”, “Ragazzo

morso da un ramarro” –

l’effetto del chiaroscuro,

notoriamente cupo, serve

ad accentuare la vulnerabilità

della carne.

Pensiamo al “Bacco” degli

Uffizi: le labbra sono

rosse, i muscoli carnosi,

avvertiamo il sangue che

scorre sotto la pelle e sappiamo

che sgorgherebbe

se solo un coltello affilato

la sfiorasse. Perché è

così che la Medusa vede

il mondo, un mondo nel

photo by willy vanderperre.

MARIACARLA BOSCONO IN PRADA

STYLED BY OLIVIER RIZZO.

Cappotto di lana mohair con collo di ecopelliccia su gonna

di satin e cappello di nylon. Tutto Prada.

hair Tina Outen @ Streeters. make­up Lynsey Alexander

@ Streeters. manicure Miss Moji @ Backstage Agency.

set design Emma Roach @ Streeters. on set Prodn.

vogue.it n. 805

117


EVERY COVER TELLS A STORY

photos by willy vanderperre.

quale il corpo non è né

idolo né ideale.

Mentre San Pietro viene

inchiodato alla croce

a testa in giù, Caravaggio

non si concentra sul santo

rovesciato, ma sulle operazioni

organizzate per capovolgerlo:

le tecniche

che preludono alla tortura,

la fatica che comporta no

sui volti dei soldati e non

su quello di Pietro che

sembra dare indicazioni.

In maniera analoga, nella

“Conversione di San Paolo”,

quello che colpisce

l’occhio non sono tanto

le braccia tese del giovane

santo in estasi, quanto lo

zoccolo del cavallo delicatamente

sollevato sopra

il torace del padrone. Per

Caravaggio la luce è lo

strumento che consente

all’artista di catturare quei

rari momenti nei quali

convergono il dolore

e l’estasi, e il visionario,

mentre soffre, vede i cieli,

vede Cristo, e la barca di

Caronte tirata sulla riva

del livido fiume che attraversa.

Un paradosso: per dipingere

le parti cedevoli del

corpo umano bisogna indurirsi.

Bisogna guardare

nello specchio. E affrontare

la Gorgone con i capelli

di serpente che ciascuno

di noi ha dentro. •

*Scrittore, 56 anni, nato a Pittsburgh,

insegna alla University of Florida

ma ha vissuto a lungo in Italia

– Paese che è al centro di due suoi

libri: “Italian pleasures” (Chronicle

Books) e “In Maremma: Life and

a House in Southern Tuscany”

(Counterpoint LLC). Il romanzo

“I due hotel Francfort” (Mondadori)

e la biografia “L’uomo che

sapeva troppo” (Codice Edizioni,

appena ristampata), sono le sue ultime

pubblicazioni. L’autore sarà al

festival Pordenonelegge 2017 (16

settembre, piazza San Marco, Pordenone),

in una conversazione con

Ottavio Cappellani.

118 vogue.it n. 805


MANIFESTO

Perché L’Italia Ha Bisogno

Di Ragazze Ribelli

di FRANCESCA CAVALLO ed ELENA FAVILLI*

Ashabi Owagboriaye, attivista femminista americana,

in un celebre scatto di John Franklin Brown.

Uno studio pubblicato

dalla rivista “Science” dice

che a sei anni le bambine

credono già di essere meno

brave dei loro compagni

maschi. Ancora oggi, il

25 per cento dei libri per

bambini pubblicati ogni

anno non ha personaggi

femminili. Il 37 per cento

non ha personaggi femminili

parlanti. Per questo

abbiamo deciso di scrivere

un libro in cui le eroine,

per una volta, fossero tutte

donne. E di dedicarlo

alle bambine. Meglio, alle

bambine ribelli. Ce ne sono

tante, e hanno accolto

con gioia un libro che celebra

apertamente la loro

forza e il loro coraggio,

senza chiedere il permesso

a nessuno. “Storie della

buonanotte per bambine

ribelli” è stato soprattutto

questo, per noi: un gesto,

un varco. Un modo nuovo

di affrontare il tema dell’ineguaglianza.

Toglierlo

dai convegni polverosi,

e portarlo con gioia sui

comodini delle bambine

e dei bambini di tutto il

mondo. La ribellione che

diventa routine della buonanotte:

che meraviglia.

A novembre uscirà negli

Stati Uniti il secondo

volume. Altre 100 storie,

altri 100 ritratti. In pochi

mesi intorno al libro si è

creata una comunità di

un milione di lettori in 75

paesi. Sono famiglie che

vogliono esporre i propri

figli a una narrazione diversa,

che aiuti a superare

gli stereotipi di genere. In

Italia ce n’è un bisogno

disperato. Il nostro è un

paese ancora molto arretrato

quando si guarda ai

numeri dell’occupazione

femminile o della rappresentanza

politica. Per non

parlare della violenza sulle

donne. Anche per questo le

italiane che abbiamo scelto

di includere nel secondo

volume sono tutte viventi:

volevamo dare spazio

a una nuova generazione

coraggiosa, che sogna in

grande e si guadagna un

lieto fine con le proprie

forze. Come Bebe Vio, 20

anni, campionessa paraolimpica

di fioretto. In Italia,

i programmi scolastici

dovrebbero aggiornarsi

e smettere di dare spazio

soltanto alle conquiste degli

uomini. Sono pochissime

le scrittrici, le scienziate,

le filosofe che ancora

oggi si studiano a scuola.

Eppure le donne hanno

da sempre contribuito in

modo determinante, in

qualsiasi campo del sapere.

Tante delle nostre eroine

sono inventrici, artiste,

scienziate: come Maria Sibylla

Merian, la scienziata

tedesca che scoprì la metamorfosi

delle farfalle, o la

matematica Ada Lovelace.

Sconosciute ai più, o dimenticate.

I bambini non

nascono pensando che le

femmine valgono meno

dei maschi. Siamo noi a

insegnarglielo: quando

crediamo che vada bene

comprare una maglietta

azzurra per una bambina,

ma guai a comprarla rosa a

un maschio. Quando leggiamo

alle nostre bambine

libri senza protagoniste

femminili, magari senza

accorgercene. Anche noi ci

abbiamo messo del tempo

prima di realizzare quanto

gli stereotipi ci limitassero.

Ci sembrava normale

all’inizio che ci chiamassero

“le ragazze” quando

ci annunciavano sul palco

durante le presentazioni

della nostra start up

Timbuktu Labs. Oggi

pretendiamo che ci chiamino

sempre con nome e

cognome, come si fa con i

ragazzi. Per questo la nostra

dedica in apertura del

libro si chiude con: «Avete

ragione voi». Perché per

troppo tempo ci hanno

fatto credere che andasse

bene essere presentate

come “le ragazze”; venire

interrotte durante una riunione

di lavoro dal collega

maschio; fare la spalla del

protagonista, la valletta. E

c’è ancora un enorme bisogno

di incoraggiarsi, di

rassicurarsi, di dirselo: che

si può osare. E poi che bello

vedere alla presentazione

del nostro libro piccoli

lettori maschi in coda per

l’autografo. Sono la nostra

speranza. Perché per avere

più bambine ribelli ci vogliono

– anche – maschi

più coraggiosi. •

*Imprenditrici e scrittrici italiane.

Hanno pubblicato nel novembre

2016 “Storie della buonanotte per

bambine ribelli”, il libro più finanziato

nella storia del crowdfunding

con oltre 1 milione di dollari raccolti

in soli 28 giorni. Francesca

Cavallo 34enne regista teatrale

nata a Taranto, ed Elena Favilli, 35

anni, giornalista di Montevarchi,

vivono in California dove nel 2012

hanno fondato Timbuktu Labs.

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vogue.it n. 805


IL PROGETTO

My

Own

Private

Vogue

Italia

Le pagine di Vogue Italia

come materia prima da

manipolare, trasformare

secondo il proprio talento

per creare inedite opere

d’arte. Continua il progetto

di scouting CREATE

AND TOUCH, che ogni

mese invita i lettori a interpretare

la copertina del

magazine e a postarla su Instagram,

pubblicando poi

i lavori più interessanti

sulla rivista e sul sito Vogue.it.

Questa volta, a ispirare

i creativi digitali sono

stati Grace Elizabeth e

Garrett Neff, fotografati

sul numero di luglio da Steven

Meisel. Ecco allora la

coppia in versione surrealista,

pittorica, computer

graphic, sacro/profano. •

Le cover di luglio rielaborate

dai lettori e scelte da Instagram

tra quelle inviate al profilo

@vogueitalia #createandtouch.

In alto, itslucamainini. Da

sinistra, pimp_my_mag;

dropoutofcollage; rickdick.it.

vogue.it n. 805

141


VOGUE’S QUESTIONNAIRE

Monica

Bellucci

Passioni, piaceri, paure:

confessione d’autore

liberamente ispirata

al questionario di Proust.

Il tratto principale del mio

carattere.

La ricerca d’armonia.

La qualità che cerco quando

recito con un uomo.

L’empatia.

La qualità che cerco quando

recito con una donna.

L’empatia.

Quel che apprezzo di più nei

miei amici.

L’autenticità: sia quel che

sia.

Quale sarebbe per me la più

grande disgrazia.

Se non avessi avuto le mie

figlie.

L’animale che preferisco.

La pantera.

Il luogo in cui sono stata più

felice di lavorare.

La Sicilia.

I miei pittori preferiti.

Chagall e Caravaggio.

I miei fotografi preferiti.

Edward Weston e Helmut

Newton.

I miei artisti preferiti.

Camille Claudel e Auguste

Rodin.

Il mio Paese preferito.

L’Italia.

Il mio colore preferito.

Il lilla.

reale, ma così onirica da

sembrare un sogno.

L’immagine che mi rappresenta

in questo momento.

Un uccello migratore.

Quel che detesto più di tutto.

La violenza, in tutte le sue

forme.

Quel che c’è di male in me.

L’ingenuità.

Il dono di natura che vorrei

avere.

Ringrazio per tutti quelli

che mi sono stati dati.

Come vorrei morire.

Senza paura.

Il mio sogno di felicità.

Vivere sempre libera.

Il mio motto.

Viva la vita.

Chi metterei sulla copertina

di Vogue Italia.

Anna Magnani. •

La prima cosa che mi viene

in mente quando penso al fashion

circus.

La creatività.

L’immagine che ha cambiato

la mia vita.

Un ragazzo che camminava

per strada. Una visione

Monica Bellucci è l’attrice italiana

più famosa nel mondo. Esordisce

nel cinema nel 1991; si afferma nel

2000 con “Malena”, di Giuseppe

Tornatore. Ha recitato in oltre 20

produzioni. Tra i progetti futuri,

un film dedicato alla fotografa Tina

Modotti.

foto paolo roversi.

146

vogue.it n. 805


marni.com


Questa È La

Nostra Storia

Front

Una madre fuori dal comune, FRANCA

SOZZANI. Un figlio regista, FRANCESCO

CARROZZINI. Un film che è un atto

d’amore, in arrivo nei cinema. E questa

intervista: per raccontare quello che

non c’è più, e tutto quello che continua.

di LUCA DINI*

174 vogue.it n. 805


175


176 Front

vogue.it n. 805

photo courtesy nabil elderkin


In queste pagine.

Una serie di ritratti

di Franca Sozzani dagli

album di famiglia.

Nella pagina accanto.

Lo scorso settembre,

con Francesco alla

première di “Franca:

Chaos and Creation”, alla

Mostra internazionale

d’arte cinematografica

di Venezia. Il film

esce nelle sale

il 25 settembre,

con l’aggiunta

di un breve epilogo.

Il 3 settembre 2016 ho mandato un’email

a Franca Sozzani. La sera prima a Venezia

avevo visto “Franca: Chaos and Creation”,

il film di suo figlio Francesco Carrozzini. Le

ho scritto per dirle che ero orgoglioso, da

collega e da italiano, di aver sentito in quel

documentario così tanti e così importan ti

nomi di tutto il mondo celebrare la genialità

e l’unicità del suo lavoro. E che ero anche

commosso, da padre, per l’affetto con

cui Francesco l’aveva saputa raccontare. Poco

dopo è arrivata la risposta. «È stato un

enorme sforzo per me aprirmi così tanto

sulla mia vita privata», scriveva Franca tra le

altre cose, «ma oggi sono contenta di averlo

fatto, per dimostrare che spesso la vita è

molto diversa da una pagina patinata».

Il film non doveva essere un film, ma un

viaggio privato nella storia familiare, e l’impulso

a intraprenderlo è arrivato da un lutto,

nel 2010. Lo racconta, in una delle prime

scene, la voce dello stesso Francesco, sulle

immagini di Franca che cammina tra la neve

di Manhattan. «Dopo che mio padre è

morto, mi sono reso conto che non gli avevo

mai fatto domande, che non avevo mai

deciso di imparare a conoscerlo come un

figlio dovrebbe probabilmente conoscere i

suoi genitori. Così ho preso la videocamera,

ho portato mia madre a Central Park e ho

iniziato a intervistarla. È stato il punto di

non ritorno». Settembre 2017 è importante

per Francesco, e non tanto perché il filmmaker

e fotografo compie (il 9) 35 anni. Il

primo giorno del mese, proprio al Festival

del cinema di Venezia di cui sua madre è

stata per anni una presenza imprescindibile,

viene assegnato il Franca Sozzani Award: un

premio per attori, ma anche l’atto di nascita

di una Fondazione che si concentrerà sulla

scoperta e promozione dei nuovi talenti nel

cinema, nella moda, nella fotografia.

Domenica 24, al Teatro alla Scala di Milano,

alla prima edizione dei Green Carpet Fashion

Awards nati dalla collaborazione tra la

Camera nazionale della moda e la Eco-Age

di Livia Firth, un giovane stilista “sostenibile”

verrà nominato Franca Sozzani Emerging

Designer of the Year, e potrà così presentare

la sua collezione alla Fashion Week

di febbraio 2018.

Lunedì 25 infine, a un anno dalla prima

veneziana, “Franca: Chaos and Creation”

arriva in sala, con l’aggiunta di un breve

epilogo. Si vedono madre e figlio sul Lungosenna,

e la voce di Francesco, di nuovo,

racconta. «Poco dopo la fine delle riprese,

mia madre si è ammalata e ha dovuto vivere

una vita che non era fatta per lei... È morta

il 22 dicembre 2016, ma abbiamo avuto il

tempo di presentare il film al mondo, insieme.

Alla fine della première si è girata verso

di me e mi ha detto quanto era orgogliosa.

Questa è la nostra storia».

Tua madre nel film parla spesso della voglia

di «lasciare una traccia». Non trovi

riduttivo cercare questa traccia dentro il

recinto della moda?

Sì, perché, come dice Baz Luhrmann nella

sua intervista, «quando fai qualcosa di così

unico, in qualsiasi campo tu sia, finisci per

travalicarne i confini». Franca non è stata

tanto una giornalista di moda quanto una

pensatrice che ha riscritto le regole del gioco,

ha insegnato a pensare, anzi a ripensare,

e lo ha insegnato non solo alla gente del suo

business ma anche di altri mondi – la musica,

il cinema, le news – che ha saputo contaminare.

Ha reinventato tutto, ha osato, a

costo di rischiare il posto di lavoro.

Nel linguaggio visuale, che è anche il tuo

linguaggio, qual è stato secondo te il suo

contributo più importante?

La sua abilità di talent scout, direi. Se vuoi

fare lo chef devi avere i migliori ingredienti,

e lei ha saputo riconoscere le persone capa ci

177


di comunicare a un livello superiore e diverso

rispetto agli altri. Inventare una generazione

di fotografi oggi non sarebbe più

possibile, ma anche in quegli anni, con tutto

il rispetto per tutti, è una cosa che ha saputo

fare solo lei. Quando mi chiedono come mi

sento nei confronti del suo lavoro, rispondo

che, se come film maker volessi raggiungere

il livello che ha raggiunto Franca nel suo

campo, dovrei essere Stanley Kubrick. Sono

davvero pochi i casi nei quali, in un business,

puoi avere quella rilevanza. A quel livello, in

modo differente, ci sono state Diana Vreeland,

Anna Wintour e, nella creatività, lei.

«La vita è molto diversa da una pagina patinata»:

che cosa intendeva Franca?

Sempre Baz Luhrmann mi ha detto: «Fai

un film che solo tu puoi fare». Lei nel film

è mostrata attraverso i miei occhi, e solo i

miei occhi la possono guardare così. Non

vedi la direttrice: vedi la donna, la madre.

C’è tanto sul suo lavoro, ma alla fine a tutti

rimane impresso il nostro rapporto. Dico:

questa è la nostra storia. Ovvio che è la sua

più che la mia. Ma era mia madre, e io le facevo

le domande che da sempre volevo farle,

e che solo il film mi ha permesso di farle.

C’è una Sozzani stereotipo e c’è quella che

nel documentario dice: «Perché togliere alle

persone il sogno?». Quella che si fermava

mezz’ora a parlare con il ragazzo venuto

dalla provincia con il sogno della moda.

Io penso che sia stata una persona davvero

interessata agli altri. Ricevo almeno dieci

messaggi a settimana: tua madre mi ha dato

la forza di continuare, di crederci. Succede

anche con gli sconosciuti, e da questo capisco

che lei, quando voleva, sapeva esserci. E

poi, perché la gente a volte se ne approfitta,

sapeva essere anche durissima.

Ancora Franca, nel film: «Mi aiuta avere

humour. Bisogna essere leggeri nella vita.

La leggerezza è quando sei così profondo da

poterti permettere di volare alto. La leggerezza

è nel non prendere le cose troppo sul

serio». Aneddoti?

Siamo in Ghana per l’Africa issue di “L’Uomo

Vogue”. Ci invitano a una sfilata in un

Franca Sozzani con

Francesco, 1988 circa.

A destra. Un suo ritratto

della metà degli anni 80.

178 Front

vogue.it n. 805


Franca Sozzani, direttrice per 28 anni di Vogue Italia, con alcuni amici, nonché protagonisti del mondo della moda. Dall’alto a sinistra, in senso

orario: Karl Lagerfeld e Giancarlo Giammetti. Peter Lindbergh. Donatella Versace. Giorgio Armani. Anna Wintour (e Francesco). Bruce Weber.

«Conosco persone

che, a distanza

di anni, non

riescono a parlare

del proprio lutto.

Invece, questi mesi

sono stati i più

produttivi della

mia vita. Come se,

andandosene,

mi avesse detto:

ora tocca a te».

posto ipermoderno, neppure ancora finito

di costruire, e vediamo sul monitor il messaggio

“durata: cinque ore”. Si volta e mi

guarda come a dire: ma secondo te sono

venuta in Ghana per sorbirmi cinque ore

di sfilata? È una delle volte in cui abbiamo

riso di più. Di mio padre ho un bel ricordo,

ma non di grandi risate. Se invece penso

a lei, nonostante la perdita sia molto più

traumatica, sorrido. Conosco persone che, a

distanza di anni, non riescono a parlare del

genitore che hanno perso: è un lutto che,

quando sei giovane, può diventare motivo di

distruzione. Invece, questi ultimi mesi sono

stati i più produttivi della mia vita. Credo

dipenda dal fatto che lei mi ha insegnato ad

andare avanti. Come se, andandosene, mi

avesse detto: adesso tocca a te.

Avere il tempo di prepararsi conta.

Un po’ di tempo prima che morisse, ho incontrato

un’amica che ha perso la mamma

a sedici anni, mi ha detto: «Una cosa è vederla

malata, anche con il respiratore, altra

cosa è quando non c’è più». Vero: il trapasso

è uno shock, e ha a che fare non solo con i

tuoi genitori, ma con la morte in generale

– se muore chi ti ha generato, allora è vero

che muori anche tu. Però il fatto di aver saputo

molto prima, di aver passato tanti mesi

insieme, di aver completamente appianato

ogni discordia, di averle dimostrato facendo

questo film quanto bene le volevo, di

aver visto quanto me ne voleva lei permettendomi

di farlo, tutto questo mi ha dato la

possibilità di prepararmi, in tanti modi.

Un vostro scambio: «Non sei mai stata una

mamma di quelle che ti portano ai giardinetti».

«Se è per questo non sono neanche

venuta all’esame di quinta elementare,

perché sono arrivata il giorno dopo».

Quando ero piccolo ho sperato di avere una

madre più “normale”. Oggi non so immaginare

una madre diversa da lei. Crescendo

non pensi più che le cose importanti siano

quelle. Lei magari non era ai giardinetti o

agli esami di quinta, ma tornava alle dieci e

mi aiutava a tradurre dal greco. C’era, quando

e come doveva.

I fotografi spiegano: non ci ha dato libertà,

ci ha dato fiducia.

Per me era lo stesso. Al funerale ho pensato

– e crescendo mio figlio cercherò di ricordarlo

– che mia madre mi ha fatto contare

su di lei senza dipenderne. Non mi ha tenuto

la mano, così come non la teneva ai fotografi.

E l’ansia da prestazione che creava era

proprio frutto della fiducia.

Una frase che colpisce, del film: «Non volevo

attraversare questa vita con un vestitino

bianco al battesimo e, alla morte, una

lapide con la data». Da dove viene questa

fame?

Un bel ruolo sicuramente lo ha avuto suo

padre, un uomo affettuoso, ma piuttosto

duro, dai principi forti. Le ha dato quella

scintilla. Poi però credo che il fuoco sacro o

ce l’hai o non ce l’hai. O vuoi vincere o non

ti interessa.

180 Front

vogue.it n. 805


Uscire dopo tre mesi da un matrimonio perfetto sulla

carta, avere un figlio da un uomo sposato, crescerlo da

sola: scelte non facilissime. Franca dice: «Ero convinta

di poterlo fare».

In realtà non ne era affatto convinta. Ho lettere che mi

ha mandato quando ero bambino, mio padre l’aveva lasciata

e lei scriveva: non so se ce la farò. Non è questione

di forza o debolezza, tutti attraversiamo il momento

in cui vorremmo mollare: c’è chi ha la fortuna di non

lasciarsi andare.

«Più caro del giorno in cui si nasce/il giorno della

morte»: sono i versetti biblici del Qohélet, che Franca

ha voluto fossero distribuiti il giorno del suo funerale

a Portofino, la vigilia di Natale. La tua domanda sulla

fede ritrovata è una delle poche cui risponde, nel film,

senza cavarsela con una battuta.

Tutto è iniziato quando siamo andati a Torino a vedere

la Sindone, una ventina di anni fa, ero ragazzo. Mi ha

detto: «Stai qui, vado a confessarmi». Avrò aspettato

tre ore. Da lì è tornata la fede che c’era stata, ma che

aveva un po’ perso. Un percorso che ha preso molto sul

Dall’alto. Frame da “Franca: Chaos and Creation”. Polaroid con il piccolo Francesco.

serio, e che sicuramente negli ultimi tempi le è stato di

conforto. Ancora oggi la cosa che mi disturba di più è

pensare alla paura che deve avere avuto. Come reagirei

se uno mi dicesse: “tra un anno muori”? La fede deve

averla aiutata. Io quella gliela invidio molto.

Il film è pieno di momenti che, con il senno del poi,

sembrano profetici. Sapevate già della malattia?

Assolutamente no. Le ultime scene che abbiamo girato

sono quelle in cui sembra un po’ raffreddata. Un paio

di giorni dopo ha avuto una notte in cui è stata male,

e solo lì lo ha scoperto. È vero che il film è profetico,

come quando Marina Abramovic dice: «Le persone come

lei non mollano mai, lavorano fino alla fine» – mia

madre lavorava il martedì e il giovedì è morta. Ma io ho

la sensazione che, dentro, se lo sentisse da tempo. Mi

hanno raccontato che, guardando mia nonna, diceva:

«Io non voglio finire così, non voglio essere vecchia».

Ogni tanto, anche prima di ammalarsi, mi lasciava qualche

istruzione: «I gioielli del nonno sono lì, l’altra cosa

importante è là». Sapeva, credo, che se ne sarebbe andata

un po’ prima, quasi da eroina di una favola.

Di Franca, che cosa ti manca di più?

Il confronto: per due motivi. Lei è l’unica persona che

mi avrebbe sempre detto la verità. Ed è anche l’unica

che, qualunque fosse la sua opinione sulle mie azioni o

sulle mie parole, mi avrebbe sempre amato in modo incondizionato.

Se tradisco la mia fidanzata lei mi lascia;

un genitore, soprattutto una madre, ti vorrà sempre e

comunque bene, e questa cosa non l’avrai mai più. Il

resto lo scegli, l’amore dei genitori lo hai e basta.

C’è una scena che mi è rimasta particolarmente impressa.

È senza parole. Guardate insieme un video di

te, piccolissimo, che cammini appena. Siete entrambi

in silenzio, e commossi.

Davanti ai ricordi abbiamo una reazione molto diversa.

Io sono un nostalgico, lei invece si rifiuta di restare nel

passato, vuole pensare all’oggi e al domani e magari, davanti

a un momento di emozione, risolve tutto con una

battuta, come quando mi fa: «Ci credo che ti fa effetto

vedere le tue vecchie foto, eri così brutto». In quella

scena però la commozione c’è, eccome. Lei non la vuole

lasciar andare, ma c’è. Ci volevamo un gran bene, tra

noi c’erano tante manifestazioni di affetto, ma sempre

con un po’ di quel pudore che le veniva da suo padre,

da quella educazione ricevuta nell’Italia del dopoguerra.

Sto scrivendo il prossimo film con Stefano Bises, quello

di “Gomorra: La serie”, e lui che come me ha perso la

madre mi dice che avrei dovuto raccontare di più. Ma se

fossi andato più a fondo, se non avessi mantenuto quel

pudore, non avrei raccontato chi siamo noi.

A proposito di pudore, l’email ricevuta da Franca un

anno fa si concludeva così: «Non ti nascondo che due

lacrimucce me le sono fatte anche io. Ma alla sera tardi,

da sola». •

*LUCA DINI è Direttore editoriale di Condé Nast Italia.

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vogue.it n. 805


aldinini-shop.com


VO4084


PRIMO PIANO

Sono

Spudorato

«Nella maniera in cui omaggio quel

che mi piace e quel che mi ha segnato.

Per me creare vuol dire rigurgitare,

stravolgere e assemblare tutto ciò

da cui sono stato e sono attraversato».

Cosa è nuovo, cosa è ispirato, cosa

copiato? ALESSANDRO MICHELE

dice la sua su una certa, nota polemica.

di ANGELO FLACCAVENTO

News

Alessandro

Michele, 45 anni,

è il direttore

creativo di Gucci

dal gennaio 2015.

vogue.it n. 805

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La Quadriga

Infernale

di Sarteano

Tre outfit della

P/E 2017 che

rimandano alle

pitture etrusche

della tomba

della Quadriga

Infernale di

Sarteano, Siena.

foto courtesy gucci; ronan gallagher.

Cosa è originale? Una lingua, qualunque essa

sia – verbale, visiva, gestuale – non si sviluppa

nel vuoto, ma scaturisce da una reazione,

in qualche modo chimica, attivata dal

già esistente. L’atto creativo, se autentico,

nasce infatti sempre da un furto, protratto

fino a impreviste conseguenze. Si ruba un

atteggiamento alla musa, un colore alla natura,

e da lì si inventa. Il discepolo inizia il

proprio viaggio dagli stilemi del maestro;

una voga fermenta perché importata in territorio

estraneo, un po’ come l’alien di Ridley

Scott e HR Giger. Del resto, ancora una

volta con Godard e in una inaudita quanto

felice congiunzione di pensiero lineare classico

e logica zigzagante postmoderna, non

è mai importante dove e cosa si prende,

ma dove e come lo si conduce. Nella moda

questo è ancor più evidente: il nuovo origina

da una incessante, catartica, scaramantica

rielaborazione del passato che ferma il

tempo, o almeno tenta, attraverso il remake,

ad infinitum. Cosa sarebbero stati gli anni

Ottanta senza i Quaranta e i Settanta senza

gli anni Venti? Persino il modernismo

inebriato di futuro degli anni Sessanta

ha un debito evidente con le linee svelte

dell’età del jazz. Per non parlare dei creatori,

sempre fantastici debitori. Cosa avrebbe

inventato Yves Saint Laurent se non avesse

guardato alla rive gauche dei contestatori o

a Mondrian, Gianni Versace se non avesse

posato gli occhi sui vasi greci e sulle stampe

di Beppe Spadacini, Walter Albini se non

lo avessero irretito i disegni di Benito e le

sofisticherie della “Gazette du Bon Ton”?

«Sono spudorato. Per me creare vuol dire

rigurgitare, stravolgere e assemblare tutto

ciò da cui sono stato e sono costantemente

attraversato», racconta Alessandro Michele,

direttore creativo di Gucci, citazionista

indefesso. Michele è un autore. Il suo linguaggio

è inequivocabile; ha innescato in

breve un’onda d’urto dal carattere goduriosamente

decorativo che ha fatto del marchio

fiorentino l’epicentro del barocchismo

liberato, libertario e liberatorio, il tempio

enciclopedico di una moda narrativa e massimalista

che celebra la diversità scoprendosi

politica nella superficialità festaiola, che

192 News vogue.it n. 805


Le mie fonti sono

così

chiare

che non

sento il

bisogno

di una

dida

Cruise 2018: Neo Rinascimento

A/I 16-17: Omaggio A Walter Albini

Cruise 2018: Citando Dapper Dan

P/E 16: Ispirazione Tian

193


Roberta

di Camerino

Dettaglio di

un abito effetto

trompe-l’œil

della P/E 2016,

ispirato alla

stilista veneziana.

glorifica reietti, racchie, queer e beautiful

freak attraverso collage esponenziali intrisi

di passato, ma nulla affatto nostalgici perché

scevri di gerarchie e ordini costituiti, sicché

Rinascimento e kitsch, Star Trek e teatro

elisabettiano, aulico e pop convivono nello

spazio sovente di un solo outfit. Con humor

sardonico, si definisce una lavatrice che centrifuga

di tutto. È, invero, un situazionista

del pastiche, inesorabile facitore e disfacitore

di sperticati intrecci spaziotemporali.

Il suo mondo caleidoscopico è un catalogo

di cliché in cui tutto va con tutto a patto che

il clash di opposti inconciliabili sia assordante.

Che è poi, appunto, il suo modo di

essere originale. «Gli abiti sono mille possibilità

di significare, perché a ogni cambio o

diversa associazione sei una persona diversa»,

spiega.

Alessandro Michele non è certo il primo citazionista

della storia della moda e non sarà

nemmeno l’ultimo ma è, forse, il più archeologico

e accurato, di certo il più beffardo,

perché gioca con il fuoco della copia titillando

i benpensanti mentre continua a pensare

nuovi accostamenti. «Sono quasi pornografico

nella maniera in cui omaggio ciò

che mi piace e che mi ha segnato», racconta,

riferendosi alla deliberata letteralità delle

proprie citazioni. L’assemblaggio, invece, è

sempre idiosincratico, frenetico, dionisiaco.

«Certe cose le trovo, ma molte cose mi trovano,

perché anche il caso è immaginifico»,

aggiunge, descrivendo un metodo fatto insieme

di caos e di ordine. «Citare vuol dire

riabilitare, trasformare. Chi lo nega annienta

totalmente l’atto creativo».

Tanta limpidezza non lascia adito a dubbi,

eppure Alessandro Michele è stato più volte

messo alla gogna per il citazionismo che

è la sua cifra espressiva, vittima designata

della polizia antiappropriazione. «Le mie

fonti sono così evidenti che, forse a torto,

non ritengo necessario metterci sotto la

didascalia», spiega. «Rimasticare il passato

per me è un modo per non banalizzare i

vestiti e non ossessionarmi sulle lunghezze

degli orli. Quel che mi interessa, infatti, è

raccontare una storia, e se qualcuno ci vede

lacerti di altre storie, ben venga. Non

mi devo giustificare. La mia urgenza vera

è quel che voglio dire». Michele si riferisce

in modo particolare alla polemica dilagata

a fine maggio su Instagram per un look

che nella collezione cruise 2018 riprende

paro paro, o quasi, il lavoro di Daniel Day,

il sarto che ad Harlem, negli anni Ottanta,

creò una magnifica idea di ghetto tailoring

appropriazionista con l’atelier Dapper Dan,

definendo dal nulla, attraverso furti fuorilegge

di loghi del lusso, l’immagine delle

prime star dell’hip hop. «Forse avrei dovuto

dichiarare, ma mi pareva fin troppo ovvio»,

spiega. Achille Bonito Oliva, teorizzando

il neomanierismo dei primi anni Ottanta,

parlò di ideologia del traditore, che è un

perfetto modo di definire l’appropriazione

come pratica creativa. Michele lavora così:

rispetta le fonti tradendole allegramente,

ad libitum, per comporre sinfonie onnicomprensive.

Dentro ci sono anche i quadri

di Cranach, Walter Albini e le bellezze

botticelliane, che però non solleticano le

furie politically correct dei censori social.

«Il problema a mio avviso nasce da un atteggiamento

diffuso. La citazione è stata

parte fondante del percorso culturale, di

tutti e da sempre. Oggi, invece, si confonde

la citazione con la nostalgia paralizzante.

Io, al contrario, penso che l’ossessione per

il futuro sia il modo migliore per non vivere

il presente».

E qui si arriva diritti al ganglio vitale. Vedere

il passato come una miniera attiva piena

di richiami e possibilità è un modo per portare

al centro della scena il presente. Quel

che intriga nel lavoro di Alessandro Michele

è infatti la riscrittura del tempo, equivalente

a un trip psichedelico che libera coscienza e

conoscenza, e trova il valore dell’oggi proprio

nell’archeologia. «Sono cresciuto con

un padre che non usava l’orologio, e questo

ha segnato per sempre il mio rapporto con il

tempo», conclude. «Tutto quel che mi ispira

e che cito, che sia di ieri o di quattro secoli

fa, mi accade nello stesso momento davanti

agli occhi, quindi è presente. È il mio

presente, è la mia contemporaneità, ed è la

sola cosa che posso e voglio raccontare». •

194 News vogue.it n. 805


L’EVENTO

Ombra

E Luce

L’articolo di uno scrittore che

conosce i segreti dei maestri,

un servizio di moda (a p.456) ispirato

al suo genio: Vogue Italia celebra

CARAVAGGIO, mentre a Milano

apre la grande mostra a lui dedicata.

di GIOVANNI MONTANARO*

«Quando è arrivato a Roma, era affamato

e seminudo. Dipingeva due teste di santi al

giorno, ne ricavava cinque giulii, una miseria,

e mangiava quel che riusciva. Per sopravvivere,

aveva imparato a dipingere veloce».

Quando parla di Caravaggio, Rossella

Vodret – curatrice di “Dentro Caravaggio”,

aperta da fine mese al Palazzo Reale di Milano

– riesce come a mostrartelo, per le

strade di Roma alla fine del Cinquecento,

incerto, in affanno, irascibile. «Quando gli

viene assegnata una commessa importante,

la Cappella Contarelli di San Luigi dei

Francesi, Caravaggio va in tilt. È abituato

a immagini piccole, lì invece deve fare dipinti

di tre metri per tre, e si spaventa. Così,

inizialmente, fa un San Matteo di maniera,

copiato un po’ da Michelangelo un po’ da

Raffaello. Ma non gli piace. Lo ricopre e

*scrittore,

veneziano,

34 anni.

Il suo ultimo

libro, “Guardami

negli occhi”,

(Feltrinelli)

è dedicato al

celebre dipinto

“La Fornarina”

di Raffaello.

vogue.it n. 805

News

197


“Marta e Maria

Maddalena”,

ca. 1598. Nella pagina

precedente. “San

Giovanni Battista”,

1603. I due dipinti

di Caravaggio sono

esposti nella mostra

“Dentro Caravaggio”,

a Palazzo Reale,

Milano, dal 29/9

al 28/1/2018. Curata

da Rossella Vodret,

la mostra è promossa

e prodotta da Comune

di Milano-Cultura,

Palazzo Reale

e MondoMostre Skira,

in collaborazione con

il ministero dei Beni

e delle Attività

Culturali e del

Turismo. Il comitato

scientifico è presieduto

da Keith Christiansen.

Il Gruppo Bracco è

partner per le indagini

diagnostiche.

198 News

Così, partiva dal nero e tirava fuori dal buio, faceva

nascere, in un parto improvviso, senza gestazione. Così,

arrivava la sua luce, inaspettata, potentissima, tra

i vestiti umili, i piedi sporchi, gli occhi pieni di dubbio.

ricomincia, ma il tempo stringe». Che cos’è

l’ispirazione? Matisse era lento, per finire i

suoi dipinti ci metteva anni. A Rembrandt si

dice che ne bastasse uno, ma non di meno.

Tiziano teneva a lungo i dipinti incompiuti

nella sua casa, voltati verso il muro, e ogni

tanto ci tornava sopra con qualche tratto, e

poi di nuovo li girava per non vederli. Van

Gogh era il contrario; poteva completare un

dipinto al giorno, qualche volta in un’ora.

Anche Rubens, per dire, era velocissimo. A

Tiepolo gli invidiosi dicevano che era sciatto,

troppo frettoloso, si dimenticava le cose.

Ognuno ha il suo modo. Ognuno di noi fa

prevalere l’istinto o la noia, la certezza o la

foga, la pazienza o la rabbia. Forse, è anche

per fare prima che Caravaggio aveva pensato

a quella che era la sua grande rivoluzione:

partire dal nero, dipingere tutta la tela di nero

prima di cominciare con le figure, i colori.

Così, tirava fuori dal buio, faceva nascere,

in un parto improvviso, senza gestazione.

Così, arrivava la sua luce, inaspettata, potentissima,

tra i vestiti umili, i piedi sporchi,

gli occhi pieni di dubbio. Tutto, nei suoi dipinti,

è intorno alla luce, tutto è miracoloso.

Ma non è mai semplice. La cosa più interessante

da scoprire, nel processo creativo

di Caravaggio, è che la velocità non c’entra

niente con la perfezione. Anzi. La velocità è

una delle forme del tormento, dell’errore,

della rabbia. Non si direbbe, dall’esattezza

che hanno, ma i suoi dipinti sono pieni di

pentimenti, di cancellature, di cose che non

sono venute come dovevano venire, di cose

rifatte, abbandonate. «In un San Giovanni,

per esempio, i critici non hanno mai capito

perché il santo volgesse lo sguardo verso

destra, dove non c’è niente sulla tela. Si è

scoperto solo con gli ultimi studi che lì doveva

esserci un agnello, ma Caravaggio non

ce l’ha messo». Forse era la fretta, forse era

la volontà. Probabilmente, come nelle cose

grandi, era destino. •

vogue.it n. 805

courtesy detroit institute of arts. nella pagina precedente. courtesy the nelson-atkins museum of art, kansas city.


Paris, rue Cambon, March 2017.


LA PROTAGONISTA

Una Principessa

Guerriera

Per il suo ritorno su Vogue Italia

(p. 476), JUERGEN TELLER ha voluto

la Sicilia. E una ragazza napoletana, che

qui racconta quellÕincontro speciale.

«Il turbinio degli abiti mi ha trasformato in

personaggi diversi, mi ha catapultato in luoghi

incantati. È stato come recitare: ho immaginato

di essere una principessa guerriera. Con

i capelli bagnati e il trucco minimal, in contrasto

con gli abiti sontuosi, mi sono sentita

una Lady Macbeth, o una principessa elfica

del “Signore degli Anelli”, pronta alla battaglia».

Cristiana Dell’Anna – che Juergen Teller

ha voluto protagonista del servizio “My

Italian Crush” – è più solare della Patrizia di

“Gomorra”, ma ugualmente intensa. «Sono

un’attrice che ha potuto mettere piede in un

mondo nuovo e vivere un’avventura divertente

e interessante. Per me è stata una duplice

prima volta: nella moda e con un fotografo del

calibro di Juergen. Anche grazie a lui ho capito

che atteggiandomi a modella ero innaturale:

quando ho seguito il suo consiglio, sii sempre

te stessa, ecco, lì sono arrivati gli scatti più belli».

Ma com’è nata questa avventura? «Juergen

è un fan di “Gomorra”, e da tempo voleva lavorassimo

insieme. L’occasione si è presentata

mentre ero in Sicilia, per le riprese di “Rocco

Chinnici” con Sergio Castellitto, che ripercorre

la vita del magistrato ideatore del pool

antimafia ucciso nell’83. Così è volato a San

Vito Lo Capo... c’era una luce particolare quel

giorno, riflesso dell’anima pulsante della Sicilia,

che Juergen ha catturato nei suoi scatti». •

di BARBARA ZORZOLI

ritratto di JUERGEN TELLER

Cristiana Dell’Anna

ritratta da Teller.

L’attrice napoletana,

32 anni, nota per

la serie “Gomorra”,

sta girando al fianco

di Sergio Castellitto

la fiction tv

di Michele Soavi

“Rocco Chinnici”.

200 News

vogue.it n. 805


The Knitted Gaze, Lorenzo Vitturi

krizia.it


L’ANNIVERSARIO

Sul Filo

Del Colore

Con un nuovo libro, Vogue Italia

festeggia i 20 anni della direzione

creativa di ANGELA MISSONI:

immagini inedite e contributi

di amici, per un viaggio

ricco di incontri e di sorprese.

di ROBERTA ROTTA

In questa pagina.

Due scorci della

casa a Sumirago,

dimora e laboratorio

creativo di Angela

Missoni. Le foto

sono tratte dal

volume prodotto

da Vogue Italia

che ripercorre

vent’anni di attività

della stilista.

foto courtesy daniel regan e antonio monfreda.

Era il 1997 quando Angela Missoni, terzogenita di Rosita

e Ottavio, divenne direttore creativo del brand di

famiglia. Vent’anni di carriera celebrati da Vogue Italia

con un libro da collezione che, con nuove immagini

e contributi di amici, celebrities e fotografi, nonché i

saggi di Tim Blanks e Mariuccia Casadio, racconta il

percorso creativo, il mondo colorato, gioioso e sempre

in evoluzione della stilista. C’è tutto: a partire dalla casa

di Sumirago, contenitore di suggestioni immerso nella

natura, dove Angela raccoglie oggetti che parlano della

passione per i mercatini, di memorie di viag gio e della

fascinazione per l’artigianato di epoche ed etnie diverse.

Nel libro si aggiungono poi le campagne realizzate con

talenti come Testino, Meisel, Sorrenti, Borthwick, fino

agli elementi chiave del linguaggio Missoni: patchwork,

zig zag, frange, reti, ricami, jacquard. Un linguaggio

unico, sempre contemporaneo, che Angela ha reinventato

nel tempo ridandogli slancio, spinta dal coraggio,

dal l’incoscienza, dalla voglia di fare. «Lavorare a

un progetto con Angela è come viaggiare in un pae se

sconosciuto», dice Antonio Monfreda, art director e

curatore del libro. «Un itinerario ricco di sorprese, riferimenti,

scoperte, improvvisi cambiamenti di rotta: un

percorso simile a quello dei suoi celebri tessuti». •

202 News vogue.it n. 805


GRAPHIC ART

Tutto Di

Un Tratto

“Survivors”, una illustrazione di Olimpia Zagnoli.

La tradizione degli ILLUSTRATORI

italiani trova talentuosi eredi trentenni:

la loro specialità, un segno che sa

legare editoria, moda, musica, design.

di FRANCESCA MOLTENI

C’è Olimpia, che beve Coca-Cola e dipinge

quadri pop con colori fluo. Ilaria, che ama Carol

Rama per la spudoratezza naïf, e disegna

sempre, anche sulle tovagliette dei bar, mentre

telefona, parla, ascolta e si diverte. E Valerio

che, come Bruno Munari, pensa che non esista

“design” più perfetto di quello della natura, e

gio ca con le sue innumerevoli forme.

Tre illu stratori italiani, tre creatori di mondi

nuovi, tre artisti che, con la matita e l’ironia,

sono arrivati ovunque. Olimpia Zagnoli, Ilaria

Clari e Valerio Vidali hanno in comune la generazione

– sono nati rispettivamente a Reggio

Emilia nel 1984, a Torino nel 1985 e a Lodi nel

1983 –, e il successo che li ha portati sulle pagine

del “New York Times”, o di “Linus”, ma

anche tra le righe dei romanzi e sui muri bianchi

delle gallerie d’arte. Sono figli, consapevoli

o no, di una grande tradizione italiana che ha

padri illustri come Albe Steiner, il designer che

ha rivoluzionato il linguaggio visivo del nostro

vogue.it n. 805 News

205


Dall’alto. “Bla, bla, bla,

amen” di Ilaria Clari,

ispirato al mondo del

sacro; Clari è al lavoro

sulla mostra “Monstrum

vel prodigium”, che sarà

esposto a Paratissima

a Torino a novembre.

“Sofa” di Valerio Vidali,

da “100 Years Old”.

Paese. «Il grafico di fronte al pubblico ha una grande

responsabilità», scriveva, «può influire negativamente

sullo sviluppo di un bambino, per esempio». Olimpia,

Ilaria e Valerio condividono questo senso di responsabilità.

Comunicare con il disegno non è solo un gesto

libero e innocente, è un modo per arrivare in modo diretto

e immediato a tutti noi, affamati di immagini. E

farlo con onestà e in modo autentico è il loro modo di

lasciare il segno.

Olimpia, Ilaria e Valerio. Tre talenti per una rinascita,

quella dell’illustrazione, «dopo che è stata considerata

di serie B, come il fumetto. Forse perché in passato era

soprattutto su commissione», racconta Ilaria. «Oggi c’è

la persona dietro al disegno, per questo c’è più interesse.

Zerocalcare, per esempio, ha rivoluzionato il linguaggio

del fumetto; si è spogliato davanti a tutti, dicendo “questo

sono io, questo è il mio carattere, questa la mia famiglia

ed è del mio mondo che parlano i miei disegni”.

Un genio». Il mondo di Ilaria è popolato di figure al

femminile, corpi, particolari intimi, colori pastello, ma

anche di sacro, di suorine che le ricordano l’infanzia.

Sono il suo “bestiario umano”.

Valerio, invece, preferisce la botanica, vive a Berlino ma

ora è alle Canarie, a osservare il Jardín de Cactus realizzato

da César Manrique a Lanzarote. «La nostra società

tende a considerare il libro illustrato come equivalente

al libro per bambini», precisa, «in realtà è una forma

narrativa e come tale offre un’ampia gamma di possibilità

che, se si trova un editore coraggioso, diventano

infinite». Lavora a un nuovo libro, dove ogni pagina

rappresenta un anno di vita e tratta un tema che si affronta

in quell’età. Titolo provvisorio, “100 Years Old”,

editore – coraggioso – lo svizzero Kein & Aber.

Olimpia è autrice di immagini portentose, tanto che si

sono accorti di lei prima a New York che a Milano. Illustrazioni

per l’editoria, uno store on line, video musicali,

oggetti di design, sculture interattive. Dopo avere

creato delle T­shirt per Le Raclet, Zagnoli ha da poco

disegnato anche dei tessuti per la collezione TropicO­

Oz, capsule estiva di Marella e, nel 2015, per Dedar e

Rubelli. Più recente ispirazione, l’Argentina e le sue

band psichedeliche anni 70. •

206 News

vogue.it n. 805


ANTONIOCROCE.COM


IL PERSONAGGIO

Il Lato

Positivo

È quello che GIOVANNA BATTAGLIA,

fashion editor e icona di stile, racconta

nel suo nuovo libro: un omaggio alla

gioia di vestirsi, di viaggiare, di vivere.

di SAMIRA LAROUCI

L’energia vitale di Giovanna Battaglia, modella,

stylist, fashion editor, è inesauribile.

Basta osservarla mentre si muove leggera,

con eleganza, per capire che lei domina gli

abiti, non il contrario. «Mi divertono, sono

una parte importante della mia vita», spiega.

Poi aggiunge che la moda la prende un

po’ come una medicina: «Per me stessa, per

il mio lavoro. E anche per divertirmi. Ogni

giorno dobbiamo vestirci, allora perché non

rendere tutto meno noioso?». Se siete tra i

suoi 661mila followers su Instagram, “noiosa”

non è certo la parola con cui la definireste.

Questa “Glamazon” giramondo potrà

suscitare invidia, ma mai noia.

La moda e Giovanna si incontrano quando

lei ha dieci anni: «Guardavo i vestiti

vogue.it n. 805

News

209


di Barbie e pensavo: vorrei che fossero più grandi per

indossarli!». A 16 anni sperimenta: «Era il momento

dell’hip hop, dei maglioni oversize, l’equivalente di Vetements

oggi». Questa fase però non dura. «Poi scoprii

Versace, vidi Naomi, Cindy e Linda e pensai: wow, sono

come le Barbie, ma più alte. Allora, addio felpe».

La curiosità e l’attitudine giocosa per la moda ne hanno

plasmato la vita adulta: vestire per Giovanna è un modo

di vivere, oltre che un aspetto fondamentale della sua

identità. Come un’artista, per esprimersi usa la moda

quale “medium” e il corpo come tela, creando personalissimi

micromondi. L’occasione può essere un vernissage

(ha abbinato Céline e Picasso, Comme des Garçons

e Yayoi Kusama, La Double J e Rob Pruitt) o una cena

alla Casa Bianca (un completo Courrèges vintage ispirato

a Jackie per il giorno, un abito lungo di Armani Privé

in charmeuse di seta per la sera). Con l’inconfondibile

voce roca aggiunge: «Ho guidato una moto d’acqua

completamente vestita, in Africa per un safari avevo un

completo di Hermès, in Islanda invece una tuta arancio.

Ho persino tirato di boxe in Alaïa».

Nel libro “Gio_Graphy” (esce a ottobre per Rizzoli International),

ispirato alla rubrica che tiene su “W Magazine”,

Giovanna getta uno sguardo intimo, e comico,

sulla sua vita. «Dico cosa passa nella mia testa matta.

Non voglio insegnare a nessuno come vivere, solo ironizzare

sui manuali di “istruzioni per l’uso” e dimostrare

che possono essere brillanti e divertenti. Come la moda».

Gli argomenti? Svariati: come usare il bagno con addosso

un abito couture, o ballare sui tavoli a un party senza

finire al pronto soccorso, o riprendersi da una serata

impegnativa. Il tutto condito da aneddoti e moltissime

foto con gli outfit più riusciti. Considerati il suo senso

dello stile in perenne evoluzione e i vestiti strepitosi che

spuntano dalle pagine (e dai sui armadi, da Stoccolma

a New York), le dico: scegli solo tre capi passe-partout.

«Mamma mia... Un paio di Manolo Blahnik, magari kitten

heels. Un abito Alaïa, qualcosa di Fendi».

Me la immagino fare la spesa con le Manolo e il bucato

con dei cuissardes di broccato, anche se, assicura, non

disdegna le sneakers: «Sono un tipo da tacchi, ma con

le scarpe basse si è più dinamiche e attuali. Mi piacciono

quelle di Gucci o un bel paio di Nike. Adoro quelle di

Rihanna. E le creepers Puma sono fantastiche».

Il libro, con la prefazione di Natalie Massenet, amica

e fondatrice di Net-a-Porter, esplora anche l’amore di

Giovanna per i viaggi, raccontandone le passeggiate

preferite, da Mustique a Saint-Tropez, nonché qualche

ricetta segreta di famiglia.

Molto più di una celebrazione del suo senso dello stile,

“Gio-Graphy” è essenzialmente un “piano” per ritrovare

nel vestire la meraviglia dell’infanzia, il modo in cui

lei ci incoraggia a prendere la moda un po’ meno sul

serio, a ridere e a vivere pienamente la vita. «Perché il

vero messaggio del libro», sottolinea in modo appassionato,

«è provare e cercare il lato positivo in ogni cosa». •

Sopra, “Gio_Graphy” (Rizzoli International), il nuovo libro di

Giovanna Battaglia, 38 anni. In apertura ritratta da Inez & Vinoodh.

210 News vogue.it n. 805


LE EMOZIONI NON VANNO RACCONTATE, VANNO VISSUTE.

design Paola Navone - ph. Andrea Ferrari

Milano, largo Augusto 1 · Roma, via Gregorio VII 308/310 | www.baxter.it


MOSTRE/1

La Fabbrica

Dei Sogni

Per Versace era il grande amore, per

Lagerfeld un altro palco per testare

l’inesauribile estro. Il TEATRO ALLA

SCALA e i suoi costumi in un inedito

catwalk operistico, dove ritrovare

designer-melomani, registi, artisti.

di FRANCESCA MOLTENI

La mostra

“Incantesimi.

I costumi del Teatro

alla Scala dagli

anni Trenta a oggi”

sarà a Milano,

a Palazzo Reale,

dal 10 ottobre

fino al prossimo

gennaio. Accanto.

Un costume di

Pier Luigi Pizzi

per ÒOedipus RexÓ

di Stravinskij

del 1969.

vogue.it n. 805

News

213


Da sinistra.

Piero Zuffi per la

rappresentazione

del 1964 de“Il

ritorno di Ulisse in

patria” e Jacques

Reynaud disegna

i costumi de

“L’Orfeo”, 2009.

Due anni

di lavoro

per riportare

in scena

ventiquattro

straordinari

“Incantesimi”,

tra i 60 mila

custoditi

nei laboratori

del teatro.

L’incantesimo comincia quando la sala si fa

buia. Le prime note, il sipario, le luci a disegnare

lo spazio, le scene a definire luogo

e tempo dell’azione, le voci e i corpi degli

artisti a dare vita allo spettacolo. E poi loro,

gli abiti di scena, a delineare lo stile dei personaggi

secondo il gusto, i comportamenti

e la moda dell’epoca, o quello che regista e

costumista interpretano liberamente come

tali. Sono ventiquattro gli straordinari “Incantesimi”

esposti nelle sale di Palazzo Reale

di Milano: costumi, pezzi unici, dagli anni

Trenta a oggi, selezionati e restaurati tra i

tanti – più di 60.000 – custoditi nei laboratori

del Teatro alla Scala. La mostra, curata da

Vittoria Crespi Morbio, è un omaggio ai sogni

indossati dai principali interpreti dell’opera

lirica e del balletto, ai grandi costumisti

e registi, alle maestranze del teatro milanese

che li hanno realizzati, e che tutto il mondo

ammira. A promuoverla, così come il restauro,

sono gli Amici della Scala, in occasione

dei quarant’anni di attività dell’associazione.

Una celebrazione della storia dello spettacolo

italiano, frutto di un lungo lavoro di ricerca

nell’Archivio del Teatro alla Scala, e poi di

ricostruzione, con un’équipe di restauratori,

degli abiti di scena.

«Ci sono voluti più di due anni di lavoro»,

racconta Vittoria Crespi, «il restauro ha

richiesto la collaborazione di diversi specialisti,

perché diverse sono le tecniche con cui

sono realizzati, dai merletti alle plastiche». A

firmarli, i più noti costumisti della storia del

teatro. I premi Oscar Piero Tosi, Gabriella

Pescucci e Franca Squarciapino, ma anche

Franco Zeffirelli, Pier Luigi Pizzi, Alexandre

e Nicola Benois, e grandi stilisti come Gianni

Versace e Karl Lagerfeld.

Si celebrano, così, anche l’identità del nostro

teatro e dei suoi interpreti, gli spettacoli memorabili

con la regia di Luchino Visconti,

Giorgio Strehler, Luca Ronconi e Robert

Wilson, tra gli altri. E poi, le dive che hanno

reso immortali queste creazioni – da Maria

Callas a Renata Tebaldi, da Carla Fracci

a Montserrat Caballé – , senza dimenticare i

divini Rudolf Nureyev e Boris Christoff. Mai

come nel teatro d’opera il costume è il personaggio,

lo rappresenta, gli suggerisce gesti e

movimenti, attitudini e allure. È un’incarnazione

della magia, di quell’attimo misterioso,

destinato a non ripetersi mai nello stesso modo:

la trasformazione di un interprete in un

personaggio. Basti pensare a Maria Callas ne

“La sonnambula” del 1955, vestita da Piero

Tosi, all’“Aida” di Zeffirelli del 1963, con le

scene di Lila De Nobili e ancora alla “Salome”

della Caballé in abiti Versace dell’87. La

mostra lo racconta in quattro sezioni tematiche,

che si sviluppano dalla tradizione degli

foto courtesy francesco maria colombo.

214 News vogue.it n. 805


Luxury makes a difference.


anni 30-50, con le dive Maria Callas e Renata Tebaldi a

confronto, al costume storico e alla ricerca degli anni 60,

70 e 80, passando per gli stilisti che collaborano con Ronconi

e Strehler, per arrivare ai giorni nostri con le regie

di Liliana Cavani, Robert Wilson e Robert Carsen. «La

mostra ha molte chiavi di lettura», continua la curatrice,

«ogni costume di scena viene ambientato nel suo contesto,

con i figurini e i bozzetti preparatori. Si può leggere

così come cambiano lo stile e il modo di disegnare la scena».

Dal teatro della fantasia e della favola, come il “Fetonte”

con la regia di Ronconi e le scene di Vera Marzot,

o la “Cinderella” di Maurizio Millenotti portata in scena

nel 2015, al melodramma, più difficile perché vincolato

agli stereotipi, con “La Traviata” della Pescucci. Ci sono

gli sperimentatori, come Emanuele Luzzati, Piero Zuffi o

Lila De Nobili che dipinge Aida in costumi tardo impero.

Nei balletti poi, è più difficile vestire il personaggio, perché

è il movimento ad avere la priorità.

L’intimità tra il ballerino e il costumista è così forte da

diventare un sodalizio quasi esclusivo come quello tra

Nicholas Georgiadis e Nureyev per “Lo Schiaccianoci”.

Bellissimo il costume in borchie di plastica di Giocasta

nell’“Oedipus Rex” (1969) di Pier Luigi Pizzi, meravigliose

le incrostazioni marine negli abiti-scultura di Odette

Nicoletti per l’“Idomeneo” (1990). «Riguardo a “I Troiani”»,

diceva Ronconi, «due sono le possibilità di un regista:

metterli in scena come un oratorio o come un kolossal

cinematografico. La mia scelta è stata quella di cercare

una mediazione». Karl Lagerfeld è l’autore dei costumi,

«suggeriti da originali fenici e cretesi, che devono ridare

corpo all’antichità vagheggiata così minuziosamente,

quasi rivissuta, da Berlioz», continua Ronconi. Se il teatro

era il vero amore di Versace, possiamo immaginare la soddisfazione

nel disegnare per Bob Wilson una Salomè in

abiti drappeggiati di velluto e seta, con maniche costruite

a scatola che ispirano anche le sue collezioni del 1987.

Soluzioni innovative che, dal palcoscenico della Scala, arrivano

sulle passerelle del mondo. Perché qui, in teatro,

i grandi artisti hanno avuto la libertà di sperimentare e il

coraggio di osare cose mai viste prima. Incantesimi che

raccontano un’altra storia, anche della moda. •

Dall’alto. Close-up dei costumi di Mauro Pagano, “Così fan tutte”,

1983, e Jean-Pierre Ponnelle, “La donna senz’ombra”, 1986.

216 News vogue.it n. 805


MOSTRE/2

Fuori Moda,

Fuori Tempo

Nel fashion tutto è vecchio dopo una

stagione. Eppure, scommettono al

MOMA, qualcosa rimane: ecco 111 capi

sempre attuali. Sei sono italiani: questi.

Scegliamo il nostro abbigliamento perché

ci piace, non pensando a quale impatto

possa avere sui costumi, a quanto

durerà, se ritornerà. “Items: Is Fashion

Modern?” (al MoMA di New York dal

1° ottobre) racconta invece la forza di

111 abiti e accessori in grado di resistere

all’usura del tempo. Tra questi, sei italiani:

l’abito nero “spillato” di Versace

1994, un sartoriale suit di Armani, lo

zainetto di Prada, la minigonna di Simonetta,

la giacca Mao di Francesco Risso.

E la coppola, come quella fotografata

qui accanto da Peter Lindbergh. •

di LELLA SCALIA

La coppola in

un’immagine di

Peter Lindbergh.

“Items: Is Fashion

Modern?” aprirà al

MoMA di New York

il 1º di ottobre

(fino al 28/1/2018).

foto peter lindbergh, vogue italia, febbraio 1990.

218 News

vogue.it n. 805


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ANTEPRIME

Nel Salotto

Di Milano

La Galleria Vittorio Emanuele II

festeggia 150 anni con rinnovato

allure (anche per i marchi del lusso):

non a caso qui sta per aprire il suo

nuovo ristorante CARLO CRACCO.

di NICOLA SCEVOLA

Carlo Cracco,

52 anni a ottobre,

ritratto per Vogue

Italia da Delfino

Sisto Legnani.

Lo chef è affacciato

sull’ottagono della

Galleria Vittorio

Emanuele II a

Milano, dove aprirà

entro l’anno il suo

nuovo ristorante.

«Lavori così si fanno una volta sola nella vita, e si fanno

bene perché questa sarà come casa mia. Anzi, di più».

Carlo Cracco scavalca sacchi di cemento e putrelle d’acciaio

mentre perlustra il cantiere che diverrà il suo nuovo

ristorante: mille metri quadrati affacciati sul salotto

di Milano, la Galleria Vittorio Emanuele II, che proprio

questo mese festeggia 150 anni.

Entro dicembre lo chef aprirà il nuovo spazio e la corsa

contro il tempo è frenetica. I quattro piani affacciati

sull’ottagono, ridisegnati per adattarsi alle esigenze di

un ristorante, preservano ciò che di pregio esiste, ricreano

quel che è andato perduto, sviluppano nuove soluzioni.

Al piano nobile un grande ingresso conduce al

salone di ricevimento già sede del Cai, come ricorda lo

stucco a soffitto con lo scudo azzurro, l’aquila e la stella

del club alpino. All’interno si aprono tre sale da pranzo

più piccole e due salottini privati con vista sulla passeggiata

più elegante di Milano, completi d’ingresso semiindipendente

per garantire massima privacy agli ospiti.

C’è anche un fumoir con un bancone ottocentesco recuperato

a Parigi.

Ambienti raccolti, quasi da appartamento, per una cinquantina

di persone al massimo, e luci studiate per creare

un’atmosfera intima, senza penalizzare l’esperienza

gastronomica.

«Da me il piatto è principe e deve essere illuminato al

meglio», spiega Cracco, scettico su una certa propensione

contemporanea ai ristoranti crepuscolari. Il secondo

piano è un ampio open space destinato agli eventi, con

pavimento in seminato alla veneziana e balconata a un

vogue.it n. 805

News

221


passo dalla cupola aperta sul cielo: facile immaginare che

la fashion industry, tornata negli anni a frequentare la Galleria,

lo elegga a luogo prediletto per cene e party. A pianterreno

un caffè charmant, nell’ammezzato il laboratorio

di pasticceria e nell’interrato l’enoteca con oltre duemila

etichette. «Ho fatto la maturità cucinando sottoterra»,

sorride riferendosi al ristorante di via Victor Hugo in cui è

rimasto 18 anni, «ora voglio godermi la luce».

E la vista: unica, da ogni affaccio. Lo chef ha vinto il bando

per aggiudicarsi questo spazio di proprietà del Comune

di Milano con il progetto del filosofo Roberto Peregalli e

dell’architetto Laura Sartori Rimini: «Chi meglio di loro è

in grado di restituire la Galleria più bella di prima?».

«L’esterno dei palazzi dell’ottagono ha un’architettura

d’impatto, ma gli interni sono sempre stati modesti», dice

Peregalli: «Perciò abbiamo cercato di dar loro dignità portando

dentro lo stile della Galleria». Questo ha significato

disegnare stucchi e ideare pavimenti come se fossero sempre

stati lì: «Non abbiamo immaginato di restituire agli

ambienti le forme originali, ci interessava creare armonia

per trasmettere un’emozione senza per forza far capire cosa

c’era o non c’era prima».

Per Cracco è la sfida di una vita, tanto da avere messo da

parte, per ora, la carriera televisiva. Il progetto è impegnativo,

ma le regole del gioco non cambiano: «Lo chef è patron,

qui non faccio niente di diverso dal mio mestiere».

D’altronde oggi un professionista della sua portata deve

essere poliedrico: artigiano, inventore, designer, alchimista,

soprattutto imprenditore.

Se per il pubblico il ristorante è luogo di evasione e nutrimento

per anima e corpo, per lui è prima di ogni altra

cosa un’azienda, anche se un po’ speciale: «Non esiste un

altro ristorante tanto vicino al Duomo che produca tutto

in loco, anche il panettone, i cioccolatini... Sono arrivato a

Milano oltre trent’anni fa per lavorare con Gualtiero Marchesi,

è una città che mi ha insegnato tanto. Ora voglio

restituirle un po’ di quello che mi ha dato». •

Dall’alto, in senso orario.

L’ottagono della Galleria

Vittorio Emanuele II,

a Milano. Il progetto

per la decorazione della

parete di una sala da

pranzo. Bozzetto di uno

dei due salottini privati.

foto delfino sisto legnani. progetti courtesy studio peregalli sartori.

222 News

vogue.it n. 805


jbrandjeans.com


MAGAZINE/1

Che Rumore

Fa Il Cibo?

È possibile parlare di italian food

senza cadere nei luoghi comuni,

o soccombere al dominio degli chef?

Ci prova DISPENSA, semestrale molto

premiato, che tratta la gastronomia

come via per arrivare a genti e luoghi.

di MARTA GALLI

La scorsa primavera, a guadagnarsi la medaglia

d’argento ai prestigiosi Gourmand World

Cookbook Awards 2017, nella sezione food

magazine, è stata una pubblicazione italiana.

“Dispensa”, fondata dalla giornalista Martina

Liverani nel 2013 a Faenza, si è piazzata dietro

la cinese “With Eating”, affermandosi come

seconda rivista del settore al mondo e prima in

Europa. Ora, tra le sue pagine si legge: «Negli

ultimi anni la giacca da chef è diventata infinitamente

più affascinante del chiodo in pelle».

Vero. Ma in tempi caratterizzati dalla smania

generale che fa dei cuochi stellati le nuove

rockstar e dei ristoranti gourmet la meta di

pellegrinaggi collettivi, va detto, “Dispensa”

viene prima e dopo il fatto modaiolo e tratta

la gastronomia come un modo per arrivare a

genti e luoghi, in definitiva a tutto. «Riguarda

generi alimentari e generi umani, come riassume

il sottotitolo; sono le storie che avrei

voluto leggere e che non riuscivo a trovare su

altri giornali», spiega Martina Liverani, che

nell’ambiente aggiunge d’esserci nata. «I miei

nonni avevano un negozio di alimentari e io

vogue.it n. 805

News

225


Ecco Antonio Marras che traccia

parallelismi tra creatività con ago

e filo e quella di chi mette le mani

in pasta; ecco Bottura giudicato

da una bambina di nove anni.

Sotto, in senso orario. Un piatto dal numero 5 di “Dispensa”, dedicato ai maestri

dell’alimentazione. Still life con acciughe. Issue n. 6, sui suoni del cibo.

In apertura. Ghiaccioli dal numero 3: un Grand Tour gastronomico d’Italia.

fin da bambina ho imparato a vedere attraverso la lente

del cibo, che per me è sempre stato oggetto di grande

curiosità: quando da piccola mi leggevano la favola

di “Cappuccetto Rosso”, ricordo, volevo sapere cosa ci

fosse dentro quel cestino».

I numeri della rivista sono tematici e approfondiscono

questioni che non si esauriscono al ritmo delle notizie o

nella formula pop della ricetta, con un gusto indulgente

per la narrazione. Ecco che il primo affronta il rapporto

con gli animali e l’etica del mangiare carne, e nel secondo

Antonio Marras traccia i parallelismi tra la creatività

con ago e filo e quella di chi mette le mani in pasta;

un altro esplora le innumerevoli variazioni del “rumore”

del cibo, mentre l’ultimo è dedicato al fanciullo in

ognuno di noi, e allora una bambina di nove anni incontra

il blasonato chef Massimo Bottura: lui serve a tavola,

lei, con un cerchietto tra i capelli, ascolta e giudica. Nel

prossimo, in uscita a ottobre, a finire sotto i riflettori

sarà il ritorno alle tradizioni artigianali che accomuna la

generazione Millennials. Semestrale, stampata su carta

ricavata da scarti organici, “Dispensa” fa a meno della

pubblicità e si sostiene con le copie vendute. Così, a

rinsaldare il legame con un seguito fedele, in cantiere

ci sono un club – «perché a volte, soprattutto nell’era

digitale, è bello potersi incontrare davvero» – e una

radio – «un mezzo che amo tantissimo, l’ascolto anche

mentre scrivo». Anche se distribuita principalmente attraverso

internet, “Dispensa” rimane soprattutto «una

dichiarazione d’amore alla carta stampata e un invito al

consumo slow». •

foto marco varoli, lea anouchinsky.

226 News

vogue.it n. 805


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MAGAZINE/2

Mediterraneo

Anteriore

Limare le caricature, combattere

il folklore: nasce un progetto

editoriale con una sorprendente

visione del SUD ITALIA: «Perché

il Meridione possa essere percepito

con la grazia e la cura che merita».

di LAURA TACCARI

«A guardar giù, al golfo di Salerno, a Sud-Est,

in un giorno turchino, a veder la scura costa del

tutto rocciosa, le chiare rocce montane, torna in

mente Ulisse, ed è come ricuperare un perduto

sé, Mediterraneo, anteriore a noi», osserva lo

scrittore David Herbert Lawrence. È quello che

accade tra le pagine di “Sud”, bookazine alla nordica

maniera, che, cercando esempi di autenticità

nell’“ultima” Penisola, trova una nuova forma di

consapevolezza del territorio e di chi lo abita, meno

innocente e più self-confident.

Un racconto diviso in atti, in cui ogni capitolo

viene dedicato a un’isola, a una bottega artigianale,

a un itinerario tra borgo e marina. Storie di

eccellenza, di tradizione, di coste sospese.

C’è Capri, “botanic and white”, c’è una mattina

nella Tenuta Vannulo, dove le bufale si svegliano

in una sorta di spa rurale e ascoltano Mozart

durante la mungitura; c’è il paesaggio domestico

della Masseria Moroseta, progetto di ospitalità

esemplare tra le olivete silenziose di Ostuni. Così

la carta di “Sud” prende spontaneamente i colori

Sopra. Un’immagine dei

Faraglioni a Capri. A sinistra.

La cover di ÒSudÓ, progetto a metà

strada tra l’opera editoriale

e l’esperimento fotografico.

Il nuovo bookazine nasce con

il proposito di offrire il proprio

contributo al turismo evoluto

che si sta facendo strada in Italia.

vogue.it n. 805

News

229


Dall’alto. Casa

Vannulo (Salerno)

e Punta Bianca

(Agrigento).

Le immagini sono

tratte da “Sud”,

fondato da Vito Maria

Grattacaso e

Francesca Morrone.

polverosi della sabbia e dei muri impalliditi

dal sole, le tinte acute dell’agrume maturo e

quelle screziate del raccolto. Le parole scelgono

la forma di una narrazione di viaggio

distillata, in cui l’ispirazione ha la meglio

sulla pura informazione.

La redazione è ancora – e forse resterà – al

suo stato embrionale, fluida e nomade. Si

lavora online e negli spazi co-working. La

creazione dei contenuti è continua, ma le

uscite non hanno scadenze e si aprono a

nuovi format. Ogni idea nasce dal desiderio

di abbattere cliché folkloristici e limare

caricature.

Il progetto, a metà strada tra opera editoriale

ed esperimento fotografico, si evolve

tra Milano, Berlino e Copenaghen, da un

circuito di connessioni ed esperienze sia artistiche

sia editoriali. «Vogliamo innestare

curiosità e desiderio, non colmare ogni dubbio.

Dare il nostro contributo alla corrente

di turismo evoluto che si sta facendo strada

in Italia, perché il Meridione possa essere

percepito con la grazia e la cura che merita,

ma la prima ambizione è la fisicità stessa,

il suo esistere su carta», spiega Vito Maria

Grattacaso, un percorso tra l’economia del

turismo, la valorizzazione del territorio e

la comunicazione, fondatore della rivista

insieme a Francesca Morrone, brand manager,

entrambi nati in Campania nel 1992 ed

“emigrati” a Milano. Poiché, come per ogni

viaggio, il destino di “Sud” è prima di tutto

un ritorno verso casa. •

230 News

vogue.it n. 805


IL LIBRO

La Metà

Nascosta

Joshua Foer, fratello di Jonathan

Safran, ha mappato i luoghi segreti

e perturbanti dove la bellezza assume

nuove sfumature. Ce ne sono anche

da noi. E li ha racchiusi in un volume

magico e inatteso: ATLAS OBSCURA.

di FEDERICO CHIARA

“Ospedale

delle bambole,

Antica Bottega

Squatriti -

Roma”, foto

di Silvia

Camporesi.

È una delle

destinazioni

incluse in atlasobscura.com.

«Dove c’è molta Luce, c’è anche molta Ombra». La

frase è di Goethe, uno che l’Italia l’ha percorsa, amata e

raccontata come nessuno. Accanto alla bellezza luminosa,

rappresentata dalle destinazioni turistiche famose in

tutto il mondo, il nostro Paese ha una sua bellezza oscura:

luoghi segreti, misteriosi, insoliti e talvolta perturbanti.

Come l’Ombra. Lo sa bene Joshua Foer, fratello

dello scrittore Jonathan Safran e di Franklin, giornalista

dell’“Atlantic”. Nel 2009, con il socio Dylan Thuras, il

minore dei fratelli Foer ha creato il sito atlasobscura.

com: una wunderkammer di luoghi internazionali che

ispirano stupore e voglia di viaggiare. Ora che il sito è

diventato anche un libro (“Atlas Obscura”, Mondadori),

abbiamo raggiunto Joshua Foer per parlare della “sua”

Italia – quella inclusa nel volume – e di molto altro.

Ha viaggiato di frequente nel nostro Paese?

Sono venuto solo due volte e ne ho visitato una piccola

parte: è il luogo che più desidero esplorare al mondo.

Quali sono i simboli e i cliché che associa all’Italia?

Non c’è cliché più grande del romanticismo di Roma.

Ma il fatto che sia un cliché lo rende forse meno vero?

vogue.it n. 805

News

233


«L’Italia possiede

un lato oscuro

che ha a che

vedere con

la straordinaria

capacità di

estetizzare

la morte. Non mi

vengono in mente

altri Paesi dove

il macabro è

reso così bello».

Recentemente il “New York Times” ha segnalato le

nostre antiche biblioteche come alternativa ai “soliti”

frequentatissimi musei d’arte. Lei vorrebbe suggerire

altri spazi emblematici fuori dalle rotte usuali?

Mi appassionano i musei della scienza, specialmente

quelli piccoli e vecchi, e l’Italia ne ha di bellissimi. Alcuni

anni fa, quando mi trovavo a Firenze, avrei voluto

dire alla gente in fila per entrare agli Uffizi che, appena

dietro l’angolo, li attendeva il dito medio di Galileo Galilei

esposto in un calice d’oro (si trova al Museo Galileo

in piazza dei Giudici 1, ndr).

Nel sito e nel libro “Atlas Obscura” ci sono altri luoghi

dal fascino misterioso: catacombe, cripte, cimiteri.

Credo che l’Italia possieda un lato oscuro che ha a

che vedere con la straordinaria capacità di estetizzare

la morte. Non mi vengono in mente altri Paesi dove il

macabro è reso così bello.

Quanti sono, in tutto, i luoghi italiani stravaganti e

poco conosciuti che ha individuato?

Il sito si basa sui suggerimenti che la nostra community

di esploratori manda da tutto il mondo. A oggi abbiamo

Dall’alto. “Vulcano Monte Busca, ‘il vulcano

più piccolo del mondo’ - Tredozio (FC)”.

“Teatro anatomico - Padova” (su concessione

dell’Università degli Studi di Padova).

“Bosco Isabella - Radicofani (Si)”.

L’Atlante Dell’Insolito

Uscirà nel 2018 e si intitolerà “Mirabilia” il secondo

libro fotografico di Silvia Camporesi, autrice

del volume “Atlas Italiae” (Peliti) nonché

delle immagini pubblicate in queste pagine. Alcune

di esse raccontano gli stessi luoghi italiani

segnalati anche nel sito di Joshua Foer.

Silvia, è casuale questa convergenza?

No, Atlas Obscura è uno dei miei punti di

riferimento online: sono infatti attratta da

tutto ciò che esce dai percorsi battuti, e se

dovessi scegliere una parola-chiave che caratterizza

la mia ricerca direi che è “l’insolito”.

Da anni colleziono libri ed enciclopedie

che trattano quest’argomento. E in fotografia

cerco di rendere visibile lo stupore che

provo nello scoprire certi posti.

Come mai ha deciso di concentrare la sua

attenzione di fotografa sull’Italia?

Dopo aver viaggiato per molti anni all’estero,

mi sono resa conto che il nostro Paese è

una fonte inesauribile di luoghi che rispondono

alle più varie classificazioni, per lo più

oscurati dalle bellezze delle città d’arte.

Cosa hanno in comune i soggetti e i paesaggi

che ha fotografato per “Mirabilia”?

Sono luoghi sorprendenti e unici, poco conosciuti

al grande pubblico, che ho scoperto

mentre realizzavo “Atlas Italiae”. Si tratta

di una mappatura di meraviglie naturali,

biblioteche, palazzi, costruzioni bizzarre e

musei fuori del comune. Un’Italia nascosta.

Un patrimonio da svelare. •

foto courtesy silvia camporesi.

234 News vogue.it n. 805


EQUIPMENTFR.COM


“Parco Mediceo

dell’Appennino -

Vaglia (Fi)”. Ospita

la scultura nota

come Colosso

di Villa Demidoff,

metà uomo e metà

montagna.

foto courtesy silvia camporesi.

catalogato 330 luoghi solo in Italia. Ricordo che nel

2009, quando lanciammo il progetto, qualcuno ci inviò

una foto del Bialbero di Casorzo – ovvero un ciliegio

nato su un gelso, in Piemonte. Ho pensato che era di

una bellezza particolare, e sono andato online a cercare

più informazioni. Non ce n’erano. Con il sito Atlas Obscura

siamo riusciti a dare a quest’albero insolito un po’

d’attenzione internazionale. E ne sono fiero.

Ormai abbiamo percorso il mondo in lungo in largo.

Forse la bellezza, in termini geografici, è un concetto

che va ridefinito secondo nuovi criteri?

Sono interessato a ciò che risveglia la meraviglia ed

espande il mio senso del possibile. A quello che mi fa

sentire incredibilmente piccolo o incredibilmente grande

come essere umano.

I luoghi abbandonati hanno una bellezza speciale?

Sì. Proprio perché trascurati, ti fanno provare un genuino

senso della scoperta. E poi il decadimento ha un suo

fascino: quando i materiali arrugginiscono, si scrostano,

perdono strati, rivelano le loro vere identità. Il tempo

e la natura, in fondo, sono sempre gli artisti migliori. •

«Sono interessato

a ciò che risveglia

la meraviglia

ed espande

il mio senso

del possibile,

a ciò che

mi fa sentire

incredibilmente

piccolo, o grande,

come essere

umano».

236 News vogue.it n. 805


seventy.it

ANNA CLEVELAND


IL CREATIVO

Viaggio

A Piedi

A Los Angeles IVAN OLITA gira corti

indipendenti e video per i brand

di moda con la sua casa di produzione

Bravò. Ma, come molti italiani della

sua generazione, cambia spesso cielo.

di GAIA PASSI

A vent’anni aveva attirato l’attenzione dei giornali tappezzando

Milano di cartelli con scritto “Affittasi benevolenza”,

oppure “lealtà”, “fratellanza”, “libertà”. Un

messaggio con cui, diceva, voleva «scuotere gli animi».

Ivan Olita era un idealista con voglia di emergere. A

Milano lavorava come modello e conduttore televisivo,

scriveva per i giornali. Ricorda quella sua prima idea

creativa con l’orgoglio divertito che si riserva alle avventure

giovanili: «Ero un ragazzino, ma mi davo da fare».

Dieci anni più tardi, dopo un periodo a New York,

è a Los Angeles a dirigere la sua casa di produzione,

Bravò, con cui realizza corti indipendenti e video per i

più importanti brand di moda.

LA è il luogo che ora chiama casa, ma Ivan Olita abita le

storie che racconta: «Seguo il consiglio del mio maestro,

il cineasta Werner Herzog: “Il mondo si rivela a coloro

che viaggiano a piedi”. Vietato prendere scorciatoie».

Così, tiene le sue cose in una borsa e spesso cambia cielo.

Nell’ultimo anno ha vissuto con i monaci buddhisti sul

monte Hiei, in Giappone, e con la comunità transgender

delle Muxes a Juchitán, Messico, cui ha dedicato un film;

ha lavorato con Lady Gaga, Miley Cyrus, Lagerfeld. Da

lontano, l’Italia gli piace di più. A mancargli è «l’eleganza

di vivere che noi diamo per scontata, ma non lo è». E

il caos creativo, che, a volte, è «portatore di bellezza». •

foto paloma aballone

Dall’alto. Un ritratto di Ivan Olita. Un frame di “Muxes”, corto

sulla comunità transgender messicana. “Amazing Angelyne”,

di Dan Kapelovitz e Ivan Olita, film sull’omonima showgirl hollywoodiana.

238

News

vogue.it n. 805


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LA KERMESSE

Omaggio

Ai Nostri Sogni

Quelli delle donne: cui è dedicata

l’edizione 2017 di FASHION FILM

FESTIVAL. Perché, come spiega

Constanza Cavalli Etro, l’arte

può aiutarci a non dimenticare

chi ci ha insegnato a inseguirli.

di LELLA SCALIA

In poche edizioni (siamo alla quarta), il Fashion Film

Festival di Milano (23-25 settembre all’Anteo Palazzo

del cinema) creato da Constanza Cavalli Etro è diventato

una realtà ambita, soprattutto dai giovani che affiancano

nomi celebri secondo il motto della manifestazione:

“Il Grande aiuta il Piccolo”. Anche quest’anno,

poi, Vogue Italia rinnova la sua collaborazione con il

festival presentando all’interno del progetto #FFFMilanoForWomen

l’episodio n. 2 di “Through My Eyes”:

5 fashion film di 5 nuove registe internazionali che saranno

proiettati in anteprima il 14 durante la kermesse

cittadina Vogue for Milano (v. pag. 539). Un modo di

cercare una volta di più il talento, in particolare quello

femminile cui è dedicata l’edizione 2017. «Ho trasformato

il dolore per la perdita di mia madre», dice Constanza,

«in un omaggio a lei e alle donne che ci hanno

incoraggiato a raggiungere i nostri sogni. Come Franca

Sozzani». E aggiunge: «L’energia femminile è in tutti

e va risvegliata per proteggere le donne. Quando ci

si allontana da questa fonte di tolleranza e creatività,

ci si allontana dal sogno di un mondo migliore». Da

800 film, giunti da 50 paesi, sono 160 i selezionati. «Il

festival è un incubatore di talenti, dove griffe e case di

produzione fanno scouting. La nostra community digitale,

poi, è estremamente attiva, anche grazie al voto

online che premia un film con il People’s Choice Award.

E stiamo per “esportarci” all’estero». Cosa ti ha più colpito?

«Il ritorno della pellicola e della presa diretta, e

una “nouvelle vague” russa che fonde underground e

mainstream». Degli emergenti? «L’emotività viva, eterna,

senza tempo». •

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Frames di alcuni film dal Fashion Film Festival,

a Milano, 23-25 settembre (courtesy Fashion

Film Festival; fashionfilmfestivalmilano.com).

1. “Echtes Leder”, di Adam Csoka Keller.

2. “iii”, di Femke Huurdeman.

3. “The Fire of Love”, di Emma Westenberg.

4. “1-800-Vision Star”, di Marie Schuller.

5. “C&A Cedric”, di Nur Casadevall.

6. “Ode to a Happening”, di Laetitia Negre.

7. “Adidas Originals”, di Nick Griffiths.

8. “A Guide to Indulgence”, di Nadia Lee Cohen.

9. “Infinite Path”, di Francesco Torricella.

240 News vogue.it n. 805


IL PROGETTO

30 Anni

Di Anna

Fotografare la stessa ragazza italiana

lungo tre decenni: per vedere come

le scorre addosso la vita, in un ritratto

che non è mai finito. E che, spiega

YELENA YEMCHUK, è anche

un modo per guardarsi allo specchio.

In queste pagine. Anna Maria ritratta dalla fotografa

quarantasettenne Yelena Yemchuk. Le foto sono ora

raccolte nel libro “Anna” (United Vagabonds LLC).

di ALESSIA GLAVIANO

e CHIARA BARDELLI NONINO

Ritrarre l’intimità ai tempi di Instagram pare scontato:

cosa ci sarà mai di radicale, quindi, nel pubblicare un

libro di immagini personali nell’epoca dell’oversha ring?

Eppure, sfogliando “Anna”, il nuovo volume di Yelena

Yemchuk – fotografa di moda e artista nata a Kiev ed

emigrata negli Stati Uniti a 11 anni –, la differenza tra

l’intimità (autentica) e la spontaneità (artificiale) che

scorre nei feed si manifesta in tutta eviden za. Così il

photobook, se da una parte è la storia di un’amicizia

quasi trentennale, dall’altra è una sorta di autobiografia

d’artista: «C’è molto di me in queste immagini», racconta

Yemchuk, «ci deve essere, perché nascono da me.

Lavoro d’istinto, seguendo il mio inconscio: quando

guardo alcune foto, riesco a vedere a che punto della

mia vita ero in quel momento». New York, 1989. Yelena

ha appena iniziato a studiare arte alla Parsons School, in

estate fa la cameriera in un ristoran te italiano a SoHo.

Nel suo primo giorno di lavoro, vede entrare una coppia

magnetica e misteriosa: sono Anna Maria e il suo ragazzo,

arrivati da poco dall’Italia. Inizia così un rapporto

vogue.it n. 805

News

243


che Yemchuk definisce «il più importante che abbia

avuto, come artista. In tutti questi anni, specie all’inizio,

quando cercavo un mio stile, una mia visione, Anna Maria

è stata la mia musa». Il progetto “Anna” inizia davvero

nel ’93 quando, dopo gli studi, la fotografa arriva in

Italia a far visita all’amica. Ossessionata dal Surrealismo

e con in mente, in modo inconsapevole, il rapporto tra

Man Ray e Kiki de Montparnasse, Yelena inizia a ritrarla:

«Furono le mie prime vere foto: voglio dire, le prime

in cui cominciai a sviluppare un linguaggio coerente.

Quei due mesi trascorsi con Anna ad Alba con la sua

famiglia e i suoi amici, in quella terra stupenda dove era

cresciuta, sono quelli che hanno veramente gettato il

seme della nostra amicizia e del mio amore per l’Italia».

Per anni, fotografa Anna Maria con frequenza variabile,

in un intreccio con la propria evoluzione di artista

e di donna. Nel libro, le foto si alternano come in un

flusso di coscienza, senza ordine cronologico: mostrano

un’Anna Maria ragazzina e poi donna; un’Anna Maria

che recita e una reale, vulnerabile, sensuale. Le foto di

Yemchuck hanno quella forza ancestrale di lavori come

“Immediate Family” di Sally Mann o dei ritratti fatti da

Emmet Gowin alla moglie: un’intimità penetran te. E

che, nel caso di Yelena e Anna Maria, «non è una conseguenza

delle fotografie, ma le pervade». •

«Quei due mesi

trascorsi ad Alba

con Anna e la sua

famiglia hanno

gettato il seme

della nostra

amicizia e del mio

amore per l’Italia».

244 News

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L’INTERVISTA

Cosa Fai

Oggi?

A Venezia, l’invito a cena. Da allora

sempre insieme. BARBARA

RADICE racconta Ettore Sottsass.

Con un libro ha dato ordine

alla sua assenza, ora con una mostra

rievoca le strade che ha aperto.

di MARIA CRISTINA DIDERO

ritratto di ettore sottsass e barbara radice courtesy studio ettore sottsass.

vogue.it n. 805

Ettore Sottsass e

Barbara Radice,

1986. A destra.

“Cabinet 54Ó,

edizione galleria

Mourmans, 2003.

«Cristina, va bene allora. Ci vediamo il 14 settembre

per festeggiare un po’ Ettore». Mi saluta così Barbara

Radice a conclusione di questa intervista. È stato per lei

un anno intenso, che l’ha vista impegnata su due fronti.

Il primo è l’uscita delle sue memorie dopo la scomparsa

di Ettore Sottsass: quindici quaderni scritti a partire dal

1o gennaio 2008 («il primo giorno che lui non c’è»),

diventati un volume dal titolo tagliente come una lama

affilata, “Perché morte non ci separi”, edito da Mondadori

Electa. Il secondo, la preparazione della mostra alla

Triennale di Milano – esposizione che solo lei poteva

curare – intitolata “There Is a Planet” (inaugurazione

appunto il 14/9, fino all’11/3/2018), che in nove sezioni

ripercorre il lavoro dell’autore fino al 2007. Il progetto

dell’allestimento è di Michele De Lucchi e Christoph

Radl, amici di lunga data di Barbara ed Ettore.

Hai conosciuto Sottsass in occasione della Biennale di

Venezia, sul vaporetto, era il 1976. La prima cosa che

ti ha detto?

Sul vaporetto, ricordo l’invito a cena. Ero perplessa

perché quasi non lo conoscevo. Deve essersene accorto

News

247


Due progetti

di Ettore Sottsass.

Da sinistra. “Barbaric

Furniture”, 1986.

Disegno per scultura,

1947. “Per qualcuno

può essere lo spazio”

(Adelphi) è il libro

curato da Matteo

Codignola che

sondando l’archivio di

Sottsass rintraccia le

strade che l’architetto

ha esplorato dagli

anni 30 ai 60:

racconti, manifesti

artistici, ritratti.

courtesy erik e petra hesmerg.

perché prima di salutarmi, al Giglio, ha aggiunto:

«Sono al Monaco, ti aspetto». E io

sono andata.

“Perché morte non ci separi” è un tuo libro

che racconta della straordinaria relazione

condivisa con un uomo speciale. Dici di

aver «voluto dare ordine alle emozioni»,

una frase enorme. Quando hai cominciato

a scrivere «per non dimenticare», avevi già

pensato a un libro?

Dare ordine alle emozioni vuole forse dire

metterle in fila, una prima l’altra dopo,

ascoltarle. Quando ho iniziato a scrivere

avevo paura, paura e basta. Era il soffocamento

del vuoto, l’enormità metafisica dell’assenza.

Non pensavo a nessun libro. Ma

mi sembra che già un paio di mesi più tardi

ho scritto, ed è nel libro stesso, di avere deciso

il titolo.

Dici che «lui c’è in un modo nuovo, inattuale».

Come descrivi oggi, a 10 anni dal

2007, questa dimensione di vita?

Non vorrei “descriverla”. Io vivo con Ettore,

senza di lui, ma con lui. Questo legame

è parte della vita. La vita è sempre bella,

ma ho imparato che è anche un “agguato”.

Il vuoto, per esempio, è un agguato, è suspense.

Bisogna allora imparare la pazienza

e l’ascolto.

Se penso a voi, l’ultima parola che mi viene

in mente è quotidianità. C’era un’abitudine,

un rituale appena svegli, che si ripeteva

nel tempo?

Dunque, la mattina ci salutavamo con le

mani, un abbraccio. Poi la solita routine:

bagno, colazione, denti. «Cosa fai oggi? Più

tardi?», Ettore non amava nessuna routine,

tranne forse quella di ritrovarci all’ora di

pranzo. Abbiamo sempre mangiato insieme.

Dopo il nostro incontro mi portava anche ai

pranzi di lavoro.

In un’intervista con l’architetto Davide

Vargas, Sottsass dice: «Come mi prendo cura

di me? Intanto vivo con Barbara Radice

che mi cura dalla mattina alla sera come

se fossi un bambino, cucinando cose molto

buone e molto sane, poi facendomi fare dei

check due-tre volte l’anno. Poi mi curo soprattutto

non pensando alle malattie». Come

affrontavate i momenti difficili?

Li affrontavamo percorrendo la strada indicata

dalle stesse difficoltà. «Andiamo

avanti», diceva Ettore. Un giorno, era domenica,

mangiavamo nel ristorante cinese

sotto casa. Era un momento faticoso e lui ha

detto: «Quello che non dobbiamo mai fare,

ma proprio mai, è perdere la nostra felicità.

Perché la vita deve essere bella». Anche il ristorante

si chiamava La Felicità. Quella raccomandazione,

all’apparenza strana e quasi

banale, mi ha molto aiutata.

Ettore ha parlato più volte di malinconia,

nostalgia. Che cosa significavano per lui

queste parole, e cosa significano per te?

«La vecchiaia è nostalgia», diceva Ettore,

«nostalgia della vita». Ma secondo me è

so prattutto nostalgia della forza. La nostalgia

non è soltanto della vecchiaia. C’è subito,

anche da giovani, da ragazzi. Io, per

esempio, ho sempre avuto una certa nostalgia

del futuro, di raggiungere tutto subito,

tutto insieme, e nostalgia anche di quello

che non si arriva a conoscere o vedere. Credo

che Ettore con la sua ossessione fotografica

cercasse di afferrare “la polvere d’oro”

della vita.

Penso alle sue belle lettere, alle righe a piede

dei disegni, alle frasi. Qual è la dedica

più significativa che ti ha fatto?

È l’ultima, del 29 novembre 2007, il giorno

del mio compleanno: «Un misterioso molto

speciale abbraccio – per sempre – da Ettore

a Barbara».

Tu ed Ettore eravate spesso accompagnati

dalla sua Leica. Guardare oltre le cose sembra

una coordinata importante per voi.

Non credo che Ettore volesse guardare oltre

le cose. Voleva anzi appiccicarsi a quel

cinquecentesimo di secondo del clic della

macchina fotografica, perché non andasse

perduto, arrestarlo anche per poco.

L’11 dicembre 1980 a casa tua nasce Memphis.

Qual è la sua più grande vittoria?

Gli oggetti parlano a noi attraverso i sensi.

Ettore parlava di sensorialità: forma, colore,

trama, liscio, ruvido, opaco, lucido, ortogonale,

asimmetrico, cultura del centro,

cultura della periferia, prezioso, povero,

standard. E riguardo a Memphis, non parlerei

di vittorie. Memphis ha aggiornato il

linguaggio dell’architettura e del design. Ha

aperto strade. Quello voleva fare e ha fatto.

Poi ognuno prende la strada che vuole. •

248 News

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DESIGN

C’è Plastica

E Plastica

Come qui spiega la curatrice

della grande rassegna che a Seul

viene dedicata a KARTELL,

esempio made in Italy di come si può

coniugare la qualità del prodotto

e la logica della grande industria.

di PAOLO LAVEZZARI

Dall’alto, in senso orario. Eugenio Gentili Tedeschi, luce a sospensione

“KD 62”, 1962. Carlo Bartoli, sedia “4875”, 1974, foto David Bailey.

Philippe Starck, sedia “La Marie”, 1999, foto Jean­Baptiste Mondino.

Al D Museum di Seul, il 14 settembre apre “Plastic

Fantastic”, grande esposizione dedicata a Kartell: una

full immersion (fino al 4 marzo 2018) nella storia e nella

sconfinata produzione dell’azienda italiana, che qui

racconta Jihyun Kim, la chief curator dell’istituzione.

Perché proprio la plastica?

Le nostre mostre coprono i più diversi ambiti creativi.

Per il 2017 ne volevamo una che indagasse il paradosso

tra il concetto di “materiale” e l’odierno mondo

immateriale tecnologico e digitale. E cosa meglio della

plastica esemplifica questa situazione? È infinitamente

malleabile e pervade ormai ogni angolo della nostra vita,

dagli interruttori della luce alle navicelle spaziali.

Perché proprio Kartell?

È il partner migliore, ha rivoluzionato l’idea stessa della

plastica portandola nel panorama domestico quando era

vista solo come materiale industriale, riconciliando così

creatività progettuale e innovazione tecnologica.

Come è organizzato il percorso espositivo?

Invece della classica disposizione cronologica abbiamo

preferito installazioni e ambienti che giocano sull’emozione,

l’intrattenimento; in programma anche corsi di

education e conferenze coi designer. La selezione fatta

nell’immenso archivio di Kartell comprende prodotti,

grafica, illustrazioni e fotografie, per raccontare come

nella storia dell’azienda, industria, creatività, innovazione

e cultura sono i tanti volti di un unico progetto. •

foto di jean­baptiste mondino e di david bailey tratte dal kartell: 150 items 150 artworks, 2003. courtesy kartell.

250 News

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edemption.com


L’INCONTRO

Io, In Forma

Di Candela

Non capita spesso di diventare

un’opera d’arte, e di venire esposti

in Piazza della Signoria. Sta per

succedere a chi scrive questa

intervista: che qui dialoga con

URS FISCHER, autore del ritratto.

di FRANCESCO BONAMI

L’autoritratto che

Fischer ha realizzato

nel 2011: una candela

che brucia. Per la

mostra “In Florence”

in Piazza della

Signoria a Firenze,

dal 22 settembre

al 21 gennaio,

l’artista ha ritratto

con la stessa tecnica

Francesco Bonami

e Fabrizio Moretti.

Lo studio di Urs Fischer a Brooklyn sembra la fucina

del dio Vulcano dove sculture, quadri, mobili, libri e cibo

vengono cucinati a un ritmo costante, ma mai frenetico.

Attorno a un tavolo, Fischer e il sindaco di Firenze,

Dario Nardella, condividono qualche riflessione su “Big

Clay”, l’opera che sarà presentata nel capoluogo fiorentino

il 22 settembre con altri due lavori; per poi continuare

il suo viaggio verso Mosca dove, nel 2019, sarà

installata nel centro di arte contemporanea Ges2, disegnato

da Renzo Piano e RPBW per la VAC Foundation

di Leonid Mikhelson. «È come la musica di Bach», è il

commento a “Big Clay” del Nardella violinista. «Credo

che il lavoro sia pre-razionale. Quell’attimo prima di

iniziare a fare errori», ribatte Fischer. «Guardando la

natura è facile vedere quanto sia veramente intelligente

e più che altro sostenibile. Le nostre creazioni sono ben

lontane da questo. Reagiamo e improvvisiamo. Intuizione

e istinto dovrebbero essere le materie più importanti

della nostra educazione».

Visitasti Firenze per la prima volta a sette anni.

Ricordo che ero seduto su una sedia, probabilmente di

un caffè, su un marciapiede, pensando che tutto fosse

molto rumoroso mentre respiravo i gas di scarico di piccole,

ma veloci utilitarie che s’infilavano nelle stradine.

Credi che la gente odierà “Big Clay” o impazzirà facendosi

migliaia di selfies?

Cosa ne so. Se osserviamo il pubblico che va al museo

vediamo che è lì per rassicurarsi che il mondo è ancora

in ordine, e non è quello di cui facciamo esperienza ogni

giorno. Forse, nel nostro rapporto con l’arte, qualsiasi

arte, c’è questo di eterno.

Per la Biennale 2011 avevi usato un’altra opera che

veniva da Firenze il “Ratto delle Sabine” di Giambologna.

Perché questa scelta?

Aveva tutte le qualità formali che stavo cercando. È una

scultura incredibile, ma al tempo stesso stranamente

impersonale.

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253


Una scultura che avevi trasformato in

un’enorme candela. Come ti è venuta questa

idea dei ritratti in forma di candela?

È stato un processo graduale, uscito da una

serie di nudi femminili che avevo scolpito

nel polistirolo, poi divenuti candele, e che

alla fine sono sfociati in un gruppo di ritratti

al maschile. La prima che realizzai doveva

essere la scultura di una celebre signora che

aveva commissionato a una serie di artisti

il proprio ritratto. Mi venne in mente di

raffigurarla come una sedia vuota cui stava

appoggiato il marito. Sfortunatamente si

separarono prima che l’opera fosse finita,

così cambiai il titolo dal nome di lei al nome

di lui. Alla fine è diventata semplicemente:

“Senza titolo (in piedi)”.

Raccontami delle due figure per l’Arengario

di Piazza della Signoria che dialogheranno

con “Big Clay”. Una è il mio ritratto

e sono un po’ imbarazzato a parlarne.

Sei un bugiardo schifoso! Comunque sì, il

caso vuole che una delle due sculture sia il

tuo ritratto. Ma ciò che più conta per me è il

fatto che il lavoro vuole raccontare due fiorentini

(il curatore Francesco Bonami e l’antiquario

Fabrizio Moretti, ndr) che amano l’arte.

Modellati da questa città. Due che non

provengono da quell’aristocrazia che uno

associerebbe con questa piazza. Da un lato,

un uomo del nuovo in continuo divenire;

dall’altro, un devoto dell’antico che continuamente

prova a rappresentare. Con la superficiale

conoscenza della storia di Firenze

che ho, ho pensato che quest’idea potesse

essere divertente. Proprio per il presente e

il passato di questa città.

Alla maggior parte del pubblico i due personaggi

risulteranno assolutamente anonimi

e sconosciuti, ma qualche addetto ai

lavori storcerà il naso... Perché hai scelto

proprio loro due?

Perché chiunque altro?

... e cosa succede quando uno diventa il soggetto

di una scultura?

Nulla di particolare, credo.

Le due opere raffigurano soggetti che hanno

entrambi qualche imperfezione fisica:

pensi che Eike Schmidt, il direttore degli

Uffizi che ha rifiutato di accogliere le opere

sotto la Loggia dei Lanzi, cui inizialmente

erano destinate, le abbia discriminate perché

è un amante della perfezione classica,

dell’Uomo vitruviano?

È un modo molto divertente di guardare

alla faccenda! Non ho idea di quali siano le

motivazioni del suo rifiuto a priori. Le persone

chiamate a prendersi cura dell’arte del

passato sono state assunte per preservare.

Realizzare un’opera nuova è una cosa del

tutto diversa. Come lo psichiatra e lo psicotico.

Sì, in effetti entrambi i ritratti sono

di uomini con imperfezioni fisiche, uno il

braccio l’altro la gamba, e vengono presentati

in mezzo a idealizzazioni rinascimentali

perfettamente preservate, non statue ellenistiche

o romane. Comunque, sia il tuo

ritratto sia quello di Moretti sono riempiti

con cera di colore del sangue arterioso; con

il passare del tempo, colerà lì in quella piazza

dove il sangue di molti fu versato e dove

in molti soffrirono secoli fa. •

Da sinistra. Scultura della

serie “Big Clay”, in cui Fischer

riproduce, con fusioni di oltre

10 metri, dei pezzetti di argilla

che ha modellato. Sarà il

centro della mostra a Firenze.

“Untitled”, 2011, il “Ratto delle

Sabine” di Giambologna in scala

1:1, trasformato in una candela.

foto stefan altenburger. in apertura. foto fulvio orsenigo; © urs fischer, courtesy l’artista/sadie coles hq, londra.

254 News

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IMAGERIES

Gli Spazi

Tra Le Righe

Difficile classificare le eclettiche

sperimentazioni che DAVIDE

MOSCONI condusse nella Milano

anni 60 e 70. Una mostra riaccende

ora l’attenzione su quelle ricerche

tra arte, musica, foto di moda, grafica.

Con i colletti inamidati e i papillon annodati ad arte, gli

abiti interi e le mantelle scozzesi da gentleman inglese,

Davide Mosconi è stato un personaggio “bigger than

life” nella Milano affluente e innovativa degli anni Sessanta

e Settanta. Eclettico eccentrico pianista e fotografo,

designer e pubblicitario, nato nel 1941 e scomparso

per un fatale incidente nel 2002, ha lasciato la città

natale dopo avere conseguito un diploma in pianoforte

e composizione al Conservatorio Giuseppe Verdi, per

di MARIUCCIA CASADIO

vogue.it n. 805

News

257


Due foto che Davide Mosconi ha realizzato nel 1979, con l’art direction di Cinzia Ruggeri,

per il Centro Tutela Lino. In apertura. ÒDonne sul lettoÓ, ektachrome in edizione numerata.

Le sue

invenzioni

visuali si

ritrovano nei

servizi scattati

per Vogue

Italia e nei

lavori per

la pubblicità.

frequentare i corsi di fotografia al London

College of Printing e poi spostarsi a New

York nel 1963, dove lavora quattro anni come

assistente di Richard Avedon e Hiro.

Con una formazione e frequentazioni internazionali,

che vanno da John Coltrane e

Cecil Taylor a John Cage e il gruppo Fluxus,

o ancora, dall’entourage di Salvador Dalí ai

geniali colleghi Ugo Mulas e Bruno Munari,

Mosconi ha fatto della sua visionarietà

multimediale uno stile di vita, sviluppando

in parallelo le sue ricerche su musica e fotografia,

e spaziando negli ambiti contrapposti

dell’alternativo e del commerciale, mettendoli

non di rado in relazione e portandoli

a interagire. Definito dalla critica “il musicista

jazz italiano più personale e dotato” a

soli 22 anni, non poneva limiti alla provocatorietà

delle sue performance sonore,

distrug gendo pianoforti “on stage” e magari

incidendo tracce algebriche su vinili vergini

che poi faceva suonare in contemporanea,

o altrimenti mescolando il suono di sabbie,

sassi o nastri adesivi alle note di strumenti

diversi. L’improvvisazione, il caso, le coincidenze

giocano peraltro un ruolo importante

anche nel suo rapporto con l’obiettivo

fotografico, uno strumento chiave della sua

arte, che espone per la prima volta nel 1967,

al rientro in Italia, negli spazi milanesi della

galleria Il Diaframma. E che sa trasformare,

come già Man Ray, Dalí o Andy Warhol,

in una fonte sicura di reddito, in un lavoro

commerciale, fondando nel 1968 il suo

“Studio X” di fotografia e grafica. Tra messe

a fuoco e sfocature, staticità e movimento,

astrazioni e sdoppiamenti, effetti surreali e

illusioni ottiche, la ricerca di Mosconi ispira

e contamina il lavoro per la pubblicità

e per la moda, le numerose campagne per

industrie come Fiat, Rinascente, Olivetti o

Branca Distille rie, gli allestimen ti, gli articoli

editoriali o pubblicitari per brand del

prêt­à­porter, dell’arredo e del tessile. È una

produzione, la sua, che ha certamente precorso

e ispirato il tempo. E ci riporta agli

anni Settanta di Vogue Italia, L’Uomo Vogue

o Vogue Gioiello, a quei numeri su carta

patinata delle origini, spessi e autorevoli

come bibbie dello stile. E ancora, alle immagini

create in collaborazione con Cinzia

Ruggeri, geniale antesignana della moda di

oggi. Fotografie commerciali che non mancheranno

di meravigliare e sorprendere,

ora raccolte nella mostra “Davide Mosconi.

Moda, arte, pubblicità”, che inaugura alla

Galleria Milano il 19 settembre. In parallelo

all’esposizione è prevista la pubblicazione di

una monografia sul medesimo argomento e

con lo stesso titolo, curata da Elio Grazioli

che già aveva firmato la precedente rassegna

e la pubblicazione omonima “Davide Mosconi:

fotografia. musica. design”, presentata

sempre dalla Galleria Milano nel 2014. •

foto courtesy archivio davide mosconi e galleria milano.

258 News

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Knowledge & Innovation.

The Future Footwear

Generation

René Caovilla e Vogue Talents insieme per presentare

un progetto di mentorship dall’alto contenuto formativo:

“Knowledge & Innovation. The Future Footwear Generation”.

Destinato agli aspiranti shoes designers di domani,

che ambiscano a cogliere i valori e i segreti di una Maison che

sin dal 1928 ha fatto della qualità, dell’artigianalità

e dell’innovazione la sua missione.


VOGUE ITALIA PER RENÉ CAOVILLA

Insieme con René Caovilla, si avrà

l’opportunità di conoscere l’arte

calzaturiera italiana partecipando

allo sviluppo di un progetto

globale, dall’elaborazione

alla realizzazione di un’idea,

attraverso l’apprendimento

delle tecniche di lavorazione e

l’indispensabile approfondimento

delle dinamiche del mercato. Una

grande opportunità professionale

per gli aspiranti designer

che saranno selezionati.

In questa pagina. Making

of di un sandalo René

Caovilla. Immagine della

campagna René Caovilla

A/I 2017-18 realizzata

da Giampaolo Sgura.

Nella pagina accanto.

L’ingresso dell’azienda

sulla riviera del Brenta.

Ogni giorno da René Caovilla un paio di scarpe viene

trasformato da intuizione in un raffinato “Oggetto

d’Arte”.

In realtà le calzature che escono dall’azienda, adagiata

sulla riviera del Brenta a due passi dalla storica

dimora veneziana Villa Pisani, sono centinaia,

e quello che colpisce, entrando nel regno Caovilla,

è che ogni singola calzatura viene pensata, sviluppata,

realizzata e controllata come se fosse… l’unica.

Proprio come faceva Edoardo Caovilla, capostipite

e fondatore di questa straordinaria realtà italiana,

che, negli anni Venti, ebbe il coraggio di seguire

la propria visione. Con la stessa straordinaria

passione con cui René Caovilla, seconda generazione,

sin dal suo ingresso in azienda nei primi

anni 50 è riuscito con dedizione e perseveranza,

in più di 60 anni di carriera, a elevare i prodotti

ad autentici “Oggetti d’Arte chiamati Scarpe”.

E come a oggi, la terza generazione con Edoardo

Caovilla ha colto la sfida di trasformare

in questi ultimi anni il marchio di famiglia in un brand

internazionale, mantenendo il DNA e rafforzandone

sempre più l’alto posizionamento, forte dei valori portanti

dell’azienda: passione, creatività, eccellenza.

Valori sui quali si è basata tutta l’evoluzione-innovazione

della Maison. Un percorso percepibile dal prodotto

e visibile all’interno dell’azienda, dove la memoria

storica del grande archivio viene intercettata da

uno sguardo senza confini sulle collezioni in divenire,

dove l’abilità manuale si fonde con l’innovazione

tecnologica, dove tutti i reparti dialogano tra di loro

in una perfetta armonia d’intenti. L’impareggiabile

know-how artigianale viene supportato dalle evolute

tecnologie dei macchinari più innovativi per ottenere,

insieme, il medesimo risultato: la costruzione del bello

in una scarpa che testimonia il valore del made in

Italy. Così il presente diventa il link per traghettare

il passato nel futuro.

Per sottolineare con coerenza la sua missione di “fare

imprenditoria” in maniera evoluta, René Caovilla in

collaborazione con Vogue Talents presenta lo scouting

“Knowledge & Innovation. The Future Footwear

Generation”. Un significativo progetto di mentorship,

dove le fasi di scouting e recruiting di giovani

designer sono il punto di partenza per dare impulso

alla volontà di far conoscere, diffondere e trasmettere

i più profondi valori dell’arte calzaturiera di René

Caovilla, supportando il talento delle nuove generazioni.

Lo scouting rappresenta la grande opportunità,

per i designer che saranno selezionati, di vivere

un’esperienza professionale a trecentosessanta gradi

della durata da tre a sei mesi all’interno della Maison,

dove avranno la possibilità di collaborare con

il team creativo, di lavorare a stretto contatto con gli

artigiani calzaturieri più qualificati del settore, di seguire

tutte le fasi della produzione di una collezione

firmata René Caovilla, di apprendere le dinamiche

alla base dell’affermazione di una attività imprenditoriale

radicata con successo nel tessuto industriale

delle calzature made in Italy. I designer selezionati

avranno inoltre l’occasione unica e irripetibile di poter

essere guidati nello sviluppo di una loro “capsule”

che permetta di trasmettere la loro interpretazione del

mondo della moda.

La partecipazione allo scouting è aperta a tre categorie

di designer: quelli che, non ancora presenti sul

mercato, vogliono lanciare la loro prima collezione;

quelli che, avendo già una propria linea, non hanno

effettuato più di tre presentazioni; quelli che, avendo

già avuto un’esperienza in un ufficio stile, vogliono

lanciare la propria linea.

Per partecipare allo scouting, i designer devono

inviare entro il 6 novembre all’indirizzo mail

caovillamentorship@condenast.it:

• bio personale e curriculum di studi, segnalando

eventuali esperienze lavorative;

• portfolio delle loro 8 migliori proposte di modelli

di calzature con il dettaglio di colori e materiali;

• indicazione dell’idea di posizionamento sul

mercato e individuazione della fascia di prezzo.

Dopo un’accurata selezione, i designer dotati dei

requisiti opportuni e che risponderanno in maniera

più adeguata alla filosofia del progetto avranno l’opportunità

di entrare in René Caovilla e sperimentare

così, alla grande, una nuova e stimolante avventura

professionale.


Code

Milano, Italia

Photos by NACHO ALEGRE Styling by ENRICA PONZELLINI

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Completo gessato, GOLDEN GOOSE DELUXE BRAND; camicia ERIKA CAVALLINI; cravatta E. MARINELLA; pochette HERMÈS.

Nella pagina accanto. Completo a check, TAGLIATORE 0205; turtleneck H&M; pochette ETRO.

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Completo doppiopetto, ANNARITA N; camicia VIVETTA.

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PHOTOGRAPHED BY PETER LINDBERGH

MOJAVE DESERT, CALIFORNIA

Amber Valletta wears the M-4 30 TH


Giacca GIADA; camicia LA KORE; gonna pantalone, ANNARITA N; foulard HERMÈS.

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Giacca e pantalone, DONDUP; camicia ETRO.

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Le Notti Bianche

Delicati toni mélange e grafismi total black.

Un raffinato minimalismo, androgino e sensuale.

Lena Hardt @ Viva Paris: completi di cotone, INTIMISSIMI. Fashion editor Patrick Mackie.

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Completo body shape, INTIMISSIMI. Hair Olivier Schawalder @ Calliste Agency. Make-up Yumi Lee @ Streeters using Make up For Ever.

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Al Cancello

Maxicatene, superfici increspate e dettagli matelassé per shoulder bags in vitello

dall’appeal heavy metal. Photos by LEONARDO SCOTTI Styling by ENRICA PONZELLINI

Michael Kors Collection

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Dall’alto, in senso orario. Smalto Dior Vernis, n. 337, di Dior. Smalto, licorice, di Essie. Lacquer, n. 20937, Velvet Dream di Orly.

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Buoni Frutti

Tra lusso artigianale, qualità dei materiali e sperimentazioni futuristiche: anteprima

delle It bags autunno/inverno 2018. Sospese tra sofisticate rivisitazioni new rétro

e rimandi boho-chic.

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Chi vuol essere lieto, sia: la nuova collezione di alta gioielleria Bulgari è un omaggio

al gusto italiano per la danza, il cibo, la natura. Soprattutto, al nostro senso profondo

Celebrazione dello stare assieme. Photos by AMANDA CHARCHIAN Styling by GIULIO MARTINELLI

“Collezione Festa Olive”: orecchini e collana in oro bianco con ametiste, peridoti e pavé di diamanti gialli e bianchi, BULGARI ALTA GIOIELLERIA.

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301


Dall’alto a sinistra, in senso orario. “Collezione Festa Dancing Gouns”: collana in platino con smeraldo cabochon, diamanti e pavé di diamanti; anello in oro bianco con smeraldo

e diamanti. “Collezione Festa Secret Mirrors”: orecchini in platino e cristalli con zaffiri, smeraldi e diamanti. “Serpenti”: collier in oro bianco con diamanti a pera e pavé

di diamanti. “Collezione Festa Secret Mirrors”: orecchini in platino e cristalli con zaffiri, smeraldi e diamanti; “Collezione Festa Fiocco Reale”: anello in platino con zaffiro,

smeraldo e diamanti. Tutto BULGARI ALTA GIOIELLERIA. Tuta di cristalli, GUCCI; slip dress, PHILOSOPHY DI LORENZO SERAFINI.

302 Code vogue.it n. 805


Da sinistra. Sam Moffat @ Why Not Model Management: “Collezione Festa Merletto Magnifico”: collana in platino con smeraldo e diamanti; Ella Hope Merryweather @ Tess:

“Collezione Festa Dancing Gowns”: collana in platino con diamanti. Tutto BULGARI ALTA GIOIELLERIA. Hair Beppe D’Elia @ Beautick using L’Oréal Professionnel.

Make-up Anna Maria Negri; manicure Annie Ghizzoni, entrambe @ W-Mmanagement.

304 Code vogue.it n. 805


Sette Ragazzi Italiani

H&M

Photos by SALVATORE CAPUTO Styling by ENRICA PONZELLINI

306 Code vogue.it n. 805


Guess Jeans

Gaia Gozzi: giacca e pantaloni, GUESS JEANS; felpa, calzini e sandali, GCDS; lupetto EMILIO PUCCI.

Alberto Malanchino: giacca e pantaloni, H&M; hoodie GCDS.

307


TommyxGigi Collaborative Collection

Claudia Casarosa: giacca e pantaloni, TOMMYXGIGI COLLABORATIVE COLLECTION; sneakers CONVERSE.

Hair Alessandro Rebecchi @ thegreenappleitalia.com. Make-up Aaron Smith Henrikson @ thegreenappleitalia.com.

308 Code vogue.it n. 805


Diesel

Zadig & Voltaire

H&M

J Brand

Dall’alto a sinistra, in senso orario. Riccardo Pedini: giacca e pantaloni, DIESEL; T-shirt GUCCI. Claudia Casarosa: camicia e jeans, ZADIG & VOLTAIRE; cintura KATE

CATE. Edoardo Dionea Cicconi: camicia e pantaloni, J BRAND. Anca Macavei: blazer e jeans, H&M; T-shirt MSGM; chocker CA&LOU; collane GIOVANNI RASPINI.

310 Code vogue.it n. 805


Milano, Montenapoleone 17 - www.vicedomini.ch

VICEDOMINI

ELEVEN MONTECARLO MONACO

MOSS BE CANNES

L’ADRESS SAINT TROPEZ

BIG BOSS MEGEVE

TSUM MOSCOW

CASHMERE AND SILK ST PETERSBOURG

MONTENAPOLEONE DNEPROPERTROVSK

HELEN MARLEN KIEV

GIO MORETTI MILANO

LUISAVIAROMA FIRENZE

RUSSO CAPRI

CASCELLA PORTO CERVO

FORTE VILLAGE CAGLIARI

WISE CREMONA

G&B FLERO

NASSA LUGANO

WYNN LAS VEGAS

MARY JANE DENZER NEW YORK

ELIZABETH ANTHONY HOUSTON

BOYDS PHILADELPHIA

THE ROOM @ THE BAY TORONTO

HUGO NICHOLSON TORONTO

COLE’S OF NASSAU BAHAMAS

AMOR TEL AVIV


Pinko

Caterina Ravaglia: jumpsuit PINKO; orecchini CA&LOU; cintura MIU MIU.

312 Code vogue.it n. 805


VOGUE ITALIA PER AUDI

AUDI Q2

#UNTAGGABLE

JOURNEY

#CITYCAR?

#SUV?

#CROSSOVER?

#COUPÉ?

#ALLROAD?

VOGUE ITALIA E AUDI

Q2, DA MAGGIO AD

AGOSTO, INSIEME IN

UN ENTUSIASMANTE

#UNTAGGABLEJOURNEY A

TAPPE CHE HA TOCCATO I

LUOGHI PIÙ #UNTAGGABLE

D’ITALIA. SCOPERTI

ATTRAVERSO LE PAROLE,

LE IMMAGINI, LA MUSICA,

L’ARTE DI PERSONAGGI

#UNTAGGABLE: LORENZO

VITTURI A VENEZIA,

MATTEO CECCARINI SULLE

COLLINE DEL MONFERRATO,

EVA RICCOBONO A MILANO,

BRINA KNAUSS A SANTA

MARGHERITA LIGURE.

Una vocazione #untaggablejourney

che nasce dalla voglia di sperimentare

nuovi itinerari creativi, di percorrere

nuove strade inesplorate. Con

questo spirito, da aprile ad agosto,

Vogue Italia e Audi Q2 hanno raccontato

un lungo viaggio che, tappa

dopo tappa, ha toccato i luoghi #untaggable

d’Italia, diversi da come

vengono vissuti o lontani da come

vengono immaginati perché “visti”

attraverso le parole, le immagini,

la musica, l’arte di personaggi #untaggable.

Un viaggio alla ricerca della

bellezza degli angoli sconosciuti

delle grandi città, di paesaggi incontaminati

immersi nella natura: tra

strade asfaltate e sentieri di campagna,

tra calli affascinanti e lungomare

panoramici, a bordo di Audi

Q2, un’auto #untaggable per definizione,

perché è un crossover ma anche

un coupé, un suv ma anche una

city car. Impossibile da definire per

le sue infinite sfaccettature: perché

è una allroad che va ovunque la porta

la sua voglia di esplorare il mondo.

Nel loro #untaggablejourney

Vogue Italia e Audi Q2 hanno incontrato

artisti, musicisti, attrici, sound

designer dalla personalità eclettica

e dalla creatività multidisciplinare,

che proprio per questo sfuggono

a ogni classificazione, escono da

ogni definizione. Personaggi dallo

spirito intraprendente, capaci di misurarsi

di continuo con esperienze in

divenire, connessi in modo dinamico

alle diverse modalità della vita contemporanea,

impegnati a modificare

il presente e anticipare il futuro:

sempre on the road, ma mai nello

stesso modo.

Vogue Italia e Audi Q2 hanno iniziato

il loro #untaggablejourney

a maggio, nella magica atmosfera

di Venezia, dove nella suggestiva

cornice di PalazzinaG, affacciata sul

Canal Grande a due passi da Palazzo

Grassi, Lorenzo Vitturi ha “illustrato”

la sua visione artistica della realtà:

la sua multidisciplinarità è difficile,

quasi impossibile, da ricondurre

a tutti gli elementi che la compongono,

perché non è solo un fotografo,

non è solo uno scultore, ma tutti

e due insieme e molto di più.


MATTEO CECCARINI

#DEEJAY? #COMPOSITORE? #MUSICISTA?

#PRODUTTORE MUSICALE? #SOUND DESIGNER?

LORENZO VITTURI

#FOTOGRAFO? #SCULTORE? #COLLAGISTA?

#PITTORE DI SCENA? #STREET PERFORMER?

A giugno il viaggio #untaggable

di Vogue Italia e Audi Q2 ha

esplorato la creatività multidisciplinare

di Matteo Ceccarini,

incontrato in un road map sulle

tranquille colline del Monferrato.

Molto più che un deejay e un

sound designer, Matteo Ceccarini

è un musicista che è anche un

compositore. Dalla personalità

eclettica, nella sua professione

è imprevedibile e sorprendente,

abile nel ribaltare ogni schema

predefinito e capace di sfuggire

a ogni ordine di idee déjà vues.

Vive di musica, fa musica, interpreta

la musica, andando controcorrente

e uscendo da schemi

prestabiliti perché detesta la ripetitività,

sfugge la noia.

A luglio Vogue Italia e Audi Q2 si

sono fermati in una città #untaggable

in ogni sua manifestazione,

Milano, dove i legami tra

la moda e la pubblicità, il cinema

e il teatro sono proiettati verso

il futuro. Qui Eva Riccobono ha

ripercorso le tappe della sua

multiforme carriera di modella

e indossatrice, di presentatrice

e attrice che trova nella cornice

culturale della Triennale, immersa

nel verde di parco Sempione,

il suo luogo del cuore. Perché è

una viaggiatrice nell’anima, una

globetrotter nella vita, che per

passione e per necessità ama

esplorare il mondo con una visione

#untaggable. Ad agosto

l’#untaggablejourney di Vogue

Italia e Audi Q2 ha toccato Santa

Margherita Ligure, a due passi

da Portofino, dove nella spettacolare

cornice del Covo di Nord-

Est, Brina Knauss, modella

e musicista #untaggable della

scena artistica contemporanea,

ha “illustrato” come riesce a far

convivere musica e moda, senza

che l’una oscuri l’altra. Il suo habitat

naturale è quello dei clubbing

e dei dj setting, dove tra-


EVA RICCOBONO

#MODELLA? #INDOSSATRICE? #ATTRICE?

#CONDUTTRICE? #TESTIMONIAL?

BRINA KNAUSS

#BASKETBALL PLAYER?

#CANTANTE? #MODELLA?

#DEEJAY? #PRODUCER?

smette emozioni mai uguali,

sempre in evoluzione in rapporto

al pubblico che la ascolta, in riferimento

alle melodie che suona.

Ma l’#untaggablejourney di Vogue

Italia e Audi Q2 non è finito.

A settembre continua a Milano,

in occasione di due grandi manifestazioni

legate al mondo della

moda. Prima tappa, il 14 settembre,

alla Vogue Fashion’s Night

Out, in occasione della quale

da Banner, in via Sant’Andrea,

nel quadrilatero della moda, è

possibile acquistare la T-shirt

Special Edition con l’illustrazione

sul tema #untaggablejourney di

Bad Deal, brand dalla vocazione

#untaggable creato da Zoow24

e Marina Rubini per far dialogare

la moda con l’arte raccontando

una storia. In sintonia con il progetto

charity della VFNO, parte

del ricavato delle vendite delle

T-shirt verrà destinato alla riqualificazione

del Mercato Comunale

di Lorenteggio.

Seconda tappa di settembre

dell’#untaggablejourney di Vogue

Italia e Audi Q2 a Milano è

dal 20 al 25 alla Milano Fashion

Week: due personalità legate al

mondo della moda a bordo della

Audi Q2 percorreranno la città

da una sfilata all’altra raccontando,

attraverso una serie di

video su vogue.it, le tendenze

delle prossime collezioni. Stay

tuned on vogue.it. live.audi.it


nenette.it

Prodotto e distribuito da COTTON Srl


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328 Code vogue.it n. 805


STYLE/IL PROTAGONISTA

Infinite

Possibilitˆ

FRANCESCO RISSO, designer di Marni,

racconta la collaborazione con il fotografo

Michael Hauptman, che per Vogue Italia

compone lavori inediti. Visionarie opere

che indicano il senso di un nuovo corso.

di VITTORIA FILIPPI GABARDI

ritratto courtesy willy vanderperre.

«La moda siamo

noi, quello che

rappresentiamo.

Una sublime forma

di comunicazione.

Non sono stato un

bambino loquace ma

ero molto espressivo

nel modo di vestire.

È così che mi sono

fatto conoscere».

Francesco Risso racconta Marni come una

scatola misteriosa che si è terribilmente curiosi

di aprire: «Consuelo è stata bravissima

a creare un brand che si è liberato dagli stereotipi

grazie alle sue sfumature. A me piacerebbe

indagare le infinite sfaccettature di

queste molteplici possibilità».

L’intento della collaborazione con l’artista

Michael Hauptman è lo stesso: parlare di

personalità multiformi attraverso una sofisticata

contaminazione di moda, fotografia

e contemporaneità. Partendo dall’istinto.

Hauptman scatta le campagne pubblicitarie

di Marni in totale libertà: «Ho voluto intraprendere

con lui un percorso che duri, costruire

una storia, mettere insieme qualcosa

di collezionabile», spiega. Queste pagine ne

sono un esempio: si tratta di un lavoro inedito

concepito ad hoc per Vogue Italia, che

porta all’estremo l’intervento artistico di

Hauptman sull’immagine. Attraverso gli accostamenti

visivi di interni e natura, pianeti

o galassie, parla di dualità che si sovrappongono:

«È come uno storyboard concettuale

che racconta i diversi tratti della personalità

Marni cui lavoriamo da mesi». Tra questi

c’è un carattere meno sculturale, che Risso

ha reso morbido; una grande attenzione al

contorno, che aggiunge valore agli oggetti.

Poi l’essere eccentrici, fuori dal centro.

La sua moda è permeata di personali rimandi

intellettuali: ha l’attitudine di certi

personaggi di Polanski, il gusto per le opere

di Magdalena Suarez e riflette il pensiero

dell’artista Ryan Trecartin sulle molteplici

identità che indossiamo tra social network

e tecnologie, con il rischio di implodere. In

un collage di caratteri. •

329


«Abbinare a ciò

che vedi altre

esperienze

percettive,

costruirgli attorno

un ombrello

di sensazioni».

Mix di frammenti,

personalità soft:

così

muta

lo

stile.

Si

nutre

d’arte

e di

idee

In questa pagina. Artwork di

Michael Hauptman su alcuni

fermo immagine della campagna

Marni A/I 2017-18. In apertura,

da sinistra. Lavoro inedito

di Hauptman che mescola

un’immagine e alcuni frame video

della campagna pubblicitaria

Marni A/I 2017-18 a uno scatto

della collezione Marni Resort

2018. Ritratto di Francesco Risso.

330 Code

vogue.it n. 805


Da destra. Top

patchwork ispirato ai

maillot de bain anni 20

e gonna in popeline.

Abito in maglia a

quadri. Tutto Marni,

collezione P/E 2018.

«Marni è sempre

stato un brand

ricco, denso di

contrasti, di stimoli,

di controsensi.

Un caos ordinato

dall’incredibile

carattere».

332 Code vogue.it n. 805


STYLE/TALENTI

L’Isola Che

(Non) C’è

Una Sardegna che va oltre tutti i cliché,

quella raccontata da PRETZIADA.

Duo creativo che, tra moda e design,

rivisita l’alto artigianato locale in chiave

contemporanea. E lo porta nel mondo.

di BARBARA AMADASI

Si dice che l’utopia sia possibile se non si è ancora sperimentata.

Ma i creativi Ivano Atzori e Kyre Chenven

da due anni stanno realizzando la loro nel Sulcis, in Sardegna,

«a dieci ore di silenzio dalla penisola». La coppia

italoamericana, un passato a New York nella moda

e nell’arte, ha scelto una terra inesplorata e remota, che

molti vogliono lasciare, per ideare Pretziada, progetto

interdisciplinare che unisce artigianato, moda, turismo,

narrazione. Il filo rosso è il racconto della vita dell’isola

attraverso la sua cultura arcaica, i suoi prodotti ignoti, le

antiche tecniche da salvaguardare, in una chiave estetica

personale e contemporanea. «Vogliamo creare il mondo

in cui vivere e dare un contributo sociale», spiegano. Così

studiano a fondo il territorio – «mantenendo la visione

da outsider, nostro punto di forza» – e tessono una rete

di connessioni tra artigiani locali e designer internazionali,

per rivisitare oggetti della tradizione e farli conoscere

nel mondo con l’e-commerce. Pochi, selezionati, con

un passato da raccontare. Come le brocche della sposa,

usate dalle donne per raccogliere l’acqua nella Sardegna

rurale, reinterpretate dalla designer Valentina Cameranesi

Sgroi; o il Pretziada boot, lo scarponcino dei pastori:

modernissimo già in originale, alleggerito nei materiali.

«Volevamo creare un oggetto eterno. Vedere nelle boutique

di New York, Los Angeles, Cagliari un pezzo della

vita agropastorale sarda accanto a Margiela e Balenciaga

fa un certo effetto. E ci dà molta speranza». •

foto courtesy antonio pintus (ritratti) e ivano atzori.

Sopra. Kyre Chenven e Ivano Atzori, i fondatori

di Pretziada (pretziada.com). A destra. Il Pretziada

boot, remake del classico scarponcino in vacchetta

usato dai pastori. Una spiaggia del Sulcis, nel sud

ovest della Sardegna dove la coppia vive e lavora.

334 Code

vogue.it n. 805


A sinistra. Abito Giuliva

Heritage Collection

P/E 2018. Sotto.

I creatori del marchio

Margherita Cardelli

e Gerardo Cavaliere.

STYLE/TALENTI

Comprare Meno,

Indossare Di Pi•

È la formula di GIULIVA HERITAGE

COLLECTION, un marchio tutto made

in Italy, pensato sul Gran Sasso e realizzato

a Napoli, che punta sui fondamentali

dello stile e sull’alta sartorialità sostenibile.

di FRANCESCA REBOLI

Il gusto di saper fare. Disegnare, costruire, confezionare

con le mani capi pensati per durare. «Spezzare il ritmo

infernale del fast fashion», dicono Margherita Cardelli

e Gerardo Cavaliere, 35 e 37 anni, soci in affari e

sposi da poco. Insieme hanno creato Giuliva Heritage

Collection: due collezioni l’anno per un marchio caratterizzato

dal taglio sofisticato e da una solida sapienza

sartoriale applicata al prêt-à-porter. A partire dai tessuti,

in gran parte scozzesi, fino ai dettagli realizzati a mano:

bottoni, fodere, colli, giromanica. I frutti del loro lavoro,

nato dalla prima attività di Gerardo, la sartoria maschile

napoletana Giuliva, sono cappotti doppiopetto cammello,

robe coat in tweed pied-de-poule, soprabiti in velluto

blu per l’inverno; per l’estate, asciutti spolverini in lino

e cotone che, grazie a una sottile cintura, si trasformano

in abiti. La filosofia, non solo estetica, è chiara: ridurre

lo spreco. «Comprare meno, indossare di più». Parole

che Margherita pronuncia come un motto, e una linea

guida per la vita: «Cerchiamo un modo di produrre e di

vestire più sostenibile e razionale». Gli abiti però non

sono anche emozione? «E ispirazione: noi la troviamo

a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, luogo di bellezza

selvaggia, culla dei nostri progetti, dove presto ci trasferiremo».

Qui, tra l’Abruzzo e Napoli, nasce una moda

nuova, per chi ha provato gli eccessi del see now/buy

now e ha deciso di tornare ai fondamentali dello stile.•

336 Code

vogue.it n. 805

foto courtesy giuliva heritage collection.


STYLE/TALENTI

Tabula

Rasa

I codici d’abbigliamento che il popolo

dei club techno di Berlino reinventa ogni

giorno ispira GMBH. Pluriculturale label

che ora sbarca anche in Italia parlando

della vita di chi la crea, e di chi la indossa.

di DAN THAWLEY

Un look della

collezione unisex

P/E 2018

di GmbH. I capi

sono ora in vendita

da Macondo,

a Verona; da

dicembre, con

la P/E, anche da

Slam Jam a Ferrara

e Milano, e da

Maxim a Rimini.

In un momento in cui l’estetica stile club kids anni 90 è

riemersa prorompente, era solo questione di tempo prima

che Berlino prendesse una posizione al riguardo. Se

gli stilisti di tutto il mondo si rifanno all’underground

solo di riflesso, Serhat Isik e Benjamin Huseby guardano

al mondo reale, membri attivi di una community

culturale che gravita attorno a moda, arte e musica, e

che dalla Germania – grazie ai fondi di magazzino che

hanno scovato a Milano e usato poi per i loro capi – è

ora arrivata anche in Italia in selezionate vetrine.

L’acronimo “GmbH” (srl in italiano) è un termine generico,

che consente ai due di esprimere un punto di

vista sincero, mai statico, che si rifà alle dimesse uniformi

indossate dai loro amici al Berghain, il celebre

club della città, un qualsiasi lunedì mattina. «Abbiamo

fondato GmbH perché crediamo che un’etichetta come

la nostra sia necessaria, a Berlino ma anche a livello internazionale:

un brand che riunisce i vari background

che ci accomunano e una visione sociopolitica tutta

personale», spiega Isik, turco-tedesco, mentre Huseby

è mezzo norvegese e mezzo pakistano. «GmbH è una

tabula rasa, una pagina vuota: ciò significa tutto e nulla,

anche se qualcosa si intuisce da elementi molto tedeschi

e industrial», dice alludendo alla praticità dei capi: una

rilettura dei piumini Helly Hansen, pantaloni cargo di

vinile, abiti unisex morbidi e abbondanti.

Un fattore che connota il mondo GmbH è la tensione

verso la diversità, cui alludono in modo sovversivo

le loro creazioni. E questo slancio lo esprimono

con passione anche nei loro casting multietnici. «È

una questione di visibilità, è la tensione, il desiderio

di rappresentare la nostra comunità nel modo più vero»,

spiega Isik. «Nel nostro percorso di crescita non

ci è mai capitato di vedere gente come noi nella moda,

un mondo che cerchiamo di cambiare in ogni modo».

Il titolo della sfilata P/E 2018, “Europe Endless”, è

divenuto il logo, stile motocross, stampato su canotte

e T-shirt. Ma è pure la (loro) dimostrazione di come

la moda, anche in tempi complicati, può tenere alta la

bandiera della giustizia. •

foto courtesy emon toufanian.

338 Code

vogue.it n. 805


STYLE/IL CORTO

La Forza Dei No

Sesso, bugie e colloqui di lavoro. Nello

short movie “Io sì, tu no”, presentato alla

Mostra del cinema di Venezia, GRETA

SCARANO interpreta una millennial

alla ricerca di impiego. Risultato: una

commedia dolce, dal retrogusto amaro.

di FRANCESCA REBOLI

L’attrice Greta

Scarano, 31

anni, in Twinset.

Il suo ultimo

film è “Smetto

quando voglio:

Masterclass”.

È la protagonista

di “Io sì, tu

no” di Sydney

Sibilia, che sarà

proiettato

il 5 settembre

alla Mostra

del cinema

di Venezia.

Gli ingredienti sono di qualità. La meglio gioventù del

nostro cinema, rappresentata da Greta Scarano (vista

in “Suburra”, “In Treatment”) e Lino Guanciale (l’ispettore

Cagliostro di “La porta rossa”). Più un regista

30enne da tenere d’occhio (Sydney Sibilia, autore del

piccolo cult “Smetto quando voglio”) e un marchio del

migliore pret-à-porter italiano. Mescolati insieme danno

il corto “Io sì, tu no” (in anteprima a Venezia il 5

di questo mese, prodotto da Twinset e RaiCinema). Il

plot in breve: ragazzo e ragazza millennial alla disperata

ricerca di un impiego si incontrano in un pub. Presi

da istantanea passione, trascorrono la notte insieme. Il

giorno dopo lei ha un importante incontro di lavoro,

un po’ l’occasione della vita. Colpi di scena e bugie ci

portano a un finale a sorpresa. Focus: il destino degli

italiani intorno ai 30, precari per definizione, obbligati

a darsi da fare come matti. «Nel mio caso l’impegno

ha dato frutti, nonostante a volte mi sia sentita sfinita

dopo l’ennesimo rifiuto», dice Greta Scarano, sguardo

diretto, elegante semplicità. «Oggi posso dire che i no,

degli altri soprattutto, hanno costruito la mia carriera».

Prendiamola così, con pazienza e determinazione. •

foto courtesy twinset.

340 Code

vogue.it n. 805


VOGUE ITALIA PER MARTINI

Martini

#sharinghappytimes

#sharinghappytimes è l’iniziativa

di scouting lanciata su Instagram

da MARTINI, official drink di Vogue

Fashion’s Night Out, e Vogue Italia

per celebrare la bellezza e la

creatività attraverso l’individuazione

di cinque giovani talenti della

fotografia. Andrew Tarnawczyk,

David PD Hyde, Gioconda &

August e Monia Merlo sono gli

artisti che hanno saputo distinguersi,

tra i tantissimi partecipanti allo

scouting, per l’inconfondibile cifra

stilistica della propria opera. A

loro è stata data l’opportunità di

realizzare uno shooting esclusivo

all’interno della splendida cornice

della Terrazza Martini di piazza

Diaz. I fotografi hanno interpretato

in modo creativo i nuovi cocktail

dell’estate 2017 – Martini Bianco

e Tonic, Martini Rosato e Tonic,

Martini Negroni Rubino e Martini

Negroni Ambrato – lasciando

emergere da ogni immagine quella

joie de vivre che contraddistingue

il momento dell’aperitivo. Gli scatti

più belli saranno protagonisti della

mostra fotografica che sarà visibile

il 14 settembre a Palazzo Morando,

a partire dalle ore 19.00, in

occasione della Vogue for Milano.

Inoltre una selezione delle foto

verrà esposta in anteprima durante

l’evento MARTINI in Darsena, dal

31 agosto al 3 settembre.

Andrew Tarnawczyk

Monia Merlo

David PD Hyde

Gioconda & August

BEVI MARTINI ® RESPONSABILMENTE


David PD Hyde

Due giovani donne raffinate, amiche e complici, s’incontrano dopo una lunga

attesa: non hanno bisogno di scambiare tante parole, basta uno sguardo, tale

è la sintonia che le lega. Finalmente è arrivato il momento di ritrovarsi e stare

insieme, di condividere segreti e confidenze, abbandonandosi al piacere

di un cocktail rinfrescante come Martini Rosato e Tonic. Il fotografo londinese David

PD Hyde ci guida nello spazio sospeso di una favola contemporanea, dove

a emergere sono le emozioni più nascoste.

Monia Merlo

Una bellezza preraffaellita, aggraziata e misteriosa, sorseggia un bicchiere

ghiacciato di Martini Bianco e Tonic distesa su un letto di fiori profumati. Il suo

volto, limpido e luminoso, sembra una tela bianca in cui prendono forma, di

volta in volta, colori diversi, come i pensieri che le attraversano la mente. È la

romantica eroina dai capelli rossi del mondo di sogno di Monia Merlo, fotografa

intimista capace di raccontare l’universo femminile con profondità e delicatezza.

Ogni sua immagine è una poesia.


Gioconda & August

Una Venere nera sicura di sé, audace, sensuale e indipendente, assapora il suo

cocktail preferito, un inebriante Martini Negroni Ambrato. A volte da sola, più

spesso in compagnia, non rinuncia mai a godere degli attimi migliori della giornata.

La sua è una bellezza classica, effortless chic, che si sposa magnificamente

con lo stile anni Cinquanta dei suoi look dai colori vivaci. Il duo artistico composto

da Gioconda Rafanelli e August Kaciuruba sa come ricreare perfettamente

la magia del momento aperitivo.

Andrew Tarnawczyk

Lo sguardo di Andrew Tarnawczyk è buffo, stravagante e imprevedibile; nei suoi

scatti surreali tutto può succedere. Così la Terrazza Martini si trasforma nel teatro

di una festa improvvisata, animata da riflessi di luce e balloons. Le protagoniste

di questa storia sono due gemelle, un po’ acrobate un po’ principesse, che con

allegria e spensieratezza si godono il loro cocktail Martini Negroni Rubino.

A poco a poco tutto si tinge di rosso rubino: il colore intenso dell’energia, della

forza e della passione.


STYLE/L’ANNIVERSARIO

Time After Time

A cento anni anni dalla sua creazione

il TANK di Cartier rimane un’icona

senza tempo, che la maison celebra

con quattro nuove edizioni speciali.

A sinistra.Tank Louis

Cartier, in oro rosa,

cinturino in pelle,

carica manuale.

Sotto. Lady Diana.

lady diana: foto sipa images, courtesy cartier.

«Si tolga quell’orrendo orologio e metta

questo», strilla Truman Capote. Il giornalista

cerca di restituirglielo, e lui: «Lo tenga,

ne ho almeno sette». L’orologio? Un Tank,

inconfondibile tassello dello stile Cartier

che oggi compie 100 anni. Nato, come

molte grandi idee, dal caso. Nel 1916 Louis

Cartier vede il disegno di un tank al fronte.

Subito, nella testa di colui che primo aveva

abbracciato l’idea di orologio da polso,

nasce il progetto: un quadrato con due lati

allungati corrispondenti ai brancard, i copricingoli,

tra cui inserisce il cinturino. Un

anno dopo il Tank è realtà, incontro perfetto

di rigore formale, lusso e moderni tà che

ne fa l’orologio ideale no gender, intergenerazionale.

Delle sue tante varianti, Cartier

ripropone per l’anniversario quattro modelli:

due versioni del Louis Cartier a carica

manuale, in oro rosa o bianco; il Tank

Français al quarzo, in acciaio e diamanti, e

quello Americain in acciaio, quarzo o carica

automatica. E il Cintré scheletrato: oro rosa

o platino, edizione di 100 esemplari. •

di LELLA SCALIA

344 Code

vogue.it n. 805


STYLE/WATCHES

Tempi Ruggenti

6

L’orologeria attinge all’ART DÉCO

e alla rigorosa eleganza di un’epoca.

Con casse ispirate alle geometrie anni 30

e impreziosite da lunette di diamanti.

In acciaio o nelle calde tonalità dell’oro.

di MICOL BOZINO RESMINI

1

2

7

3 4

1. JAEGER-LECOULTRE, Reverso

One: cassa basculante in acciaio e

diamanti (40,1x20 mm). Quadrante

con cifre arabe e lancette Dauphines.

Movimento al quarzo di manifattura.

2. CHANEL, Boy·Friend: cassa in

oro beige (28,6x37 mm) e quadrante

opalino guilloché con contatore

dei secondi. Movimento meccanico

a carica manuale con 42 ore di

autonomia. 3. HARRY WINSTON,

Avenue Classic Automatic: primo

modello della linea con movimento

automatico. Cassa in oro (21,2x36,1

mm) con 29 diamanti. 4. PATEK

PHILIPPE, Referenza 7121: cassa

in oro giallo con fondello trasparente

(33 mm). Quadrante grené e quadrante

ausiliario per i piccoli secondi e le

fasi lunari tono su tono. Movimento

a carica manuale. 5. ROLEX, Cellini

Time: cassa in oro Everose (39 mm)

con lunetta in diamanti, impermeabile

fino a 50 metri. Movimento

automatico di manifattura certificato

Cronometro Superlativo. 6. HERMÈS,

Nantucket: cassa in oro rosa motivo

“Chaîne d’ancre” (17x23 mm),

quadrante in madreperla e lunetta con

186 diamanti. Movimento al quarzo

Swiss made. 7. OMEGA, Speedmaster

38 mm: cassa in acciaio e oro Sedna

con lunetta di diamanti che include

la scala tachimetrica. Movimento

automatico Co-Axial.

Dalle sfilate, Maison Margiela.

foto gorunway

346 Code

vogue.it n. 805

5


STYLE/PREVIEW

La Verità

È Bellezza

Il designer GIAMPIERO BODINO

nei suoi gioielli racchiude l’Italia delle

meraviglie. Che a ottobre, grazie alla

sinergia con il fotografo Guido Taroni,

viaggerà nel mondo con una mostra.

di ELISABETTA CAPROTTI

I “Tesori del Mare” di Giampiero Bodino, spinelli (64,95 carati),

diamanti e oro bianco, nello scatto di Guido Taroni per “Beauty

Is My Favourite Colour”. Il progetto fotografico del designer verrà

inaugurato il prossimo 11 ottobre a Londra, alla Spencer House.

Il soffitto di Villa Mozart, appartato quanto esclusivo rifugio

milanese del designer Giampiero Bodino, ricorda un

motivo marinaro, così come le squame in ferro che definiscono

il ritmo del portone affacciato sulla scalinata déco.

Bodino mi accoglie nel suo scrigno da mille e una notte,

nelle cui pareti sono incastonate rose rubiginose di zaffiri

rosa, mosaici tridimensionali in pavé di diamanti, ramage

di smeraldi: «Mi ispiro al paesaggio italiano, i colori del

Mediterraneo, le maioliche di Sicilia, le texture del quartiere

Coppedè a Roma… spesso mi sono chiesto da cosa

nasce il mio gusto e la risposta è dall’amore per questo

Paese. C’è una tale concentrazione di bellezza che non ho

fatto altro che tradurre in gioielli ciò che vedo. Siamo nel

luogo delle meraviglie, è ora che ce ne rendiamo conto».

Bodino è un visionario, un artista a trecentosessanta gradi.

Mi racconta del suo ultimo progetto, nato dalla sinergia

con il fotografo Guido Taroni, “Beauty Is My Favourite

Colour”. Quindici ritratti che verranno esposti alla Spencer

House di Londra il prossimo ottobre, poi a Milano a

novembre e a New York in primavera. Sullo sfondo ancora

una volta c’è l’Italia e i suoi luoghi, inattesi, del mistero,

desolati: un canyon in Calabria, la cascata ghiacciata, le

cave di marmo. Fanno da cornice ai luminosi pezzi di alta

gioielleria della maison e raccontano storie di donne che il

designer ammira e con le quali ha intrecciato un’amicizia:

«JJ Martin è il colore, Martina Mondadori la maiolica,

Antonia Dell’Atte il cammeo...». Sabrina Querci ritratta

in una casa abbandonata sul Lario, indossa i “Tesori del

Mare”, orecchini di spinelli rossi tagliati dalla stessa pietra

grezza, che il designer ha modellato pensando a quel mare

che da sempre gli cattura l’anima restituendogli energia.

«La parola chiave è “verità”», sottolinea Bodino, «nessun

set o modelle per gli scatti. Vere sono le persone che ho

scelto, veri i gioielli, come vera è l’accoglienza che offro a

ogni ospite nel mio atelier». •

348 Code

vogue.it n. 805


STYLE/LA COLLEZIONE

Cuore Di Luce

La wilderness, il respiro della foresta

pluviale, i frutti e gli animali: la nuova

collezione d’alta gioielleria TIFFANY &

Co. è un omaggio splendente alla natura.

Da “Miracle Berry”.

Collier con 42

tormaline ovali e

diamanti. Il pendente

in oro e pavé di

diamanti permette

l’uso fronte-retro.

di CARLO DUCCI

Il mondo dell’alta gioielleria, ovviamente, ci

abitua ai capolavori. Ma anche fra le magnificenze,

ce ne sono certe più magnifiche di

altre. È il caso della Blue Book Collection

di Tiffany & Co. che, dal 1845, ogni anno

rappresenta il livello più alto raggiungibile

in termini di qualità e rarità delle pietre, di

creatività e tipologia di lavorazione. Lo conferma

“The Art of the Wild”, la collezione

2017 divisa in sei temi ispirati alla natura.

Dalle parure di “Whispers of the Rain Forest”,

uno dei cui collier ha 200 diamanti taglio

baguette di 60 carati e gli orecchini-foglia

30 diamanti gialli, agli anelli di “Leaves

of the Sun”, di cui uno con diamante giallo

di 26 carati, ogni pezzo è tanto ricercato

quanto prezioso. «Spostiamo sempre più in

alto il limite qualitativo del lavoro artigianale»,

dice Melvyn Kirtley, vicepresidente

dell’alta gioielleria di Tiffany & Co. È lui

che, fra l’altro, seleziona le pietre più spettacolari,

rare e inusuali, che sono poi lavorate

all’ultimo piano del Tiffany Building di

New York. Nascono pezzi unici, dal valore

pressoché incalcolabile. E che, come ogni

anno, sono andati sold out in pochi giorni. •

Da “Feathered Clock”. Broche in oro giallo e

diamanti custom cut. La peculiare costruzione

riproduce con la luce il movimento della coda.

Da “Leaves of the

Sun”. Anello

in oro giallo con

tormalina verde

cabochon di 35k.

Le foglie sono

in tzavorite

e diamanti.

Da “Whispers of the Rain Forest”. Orecchini in platino

e oro giallo con diamanti tondi e taglio baguette.

350 Code

vogue.it n. 805


feleppa.com LE STILISTE FRANCESCA E VERONICA FELEPPA


Swarovski & Vogue Talents

New

Generation

Award

Otto brand internazionali, migliaia di cristalli e un tema

da sviluppare. Sono questi i numeri della seconda edizione

del progetto di Swarovski e Vogue Talents. A guidare

i designer selezionati nell’ideazione di capi e accessori

non solo l’espressione “Sparkling Water”, ma anche l’invito

a riflettere sulla relazione tra le donne e l’acqua.

In queste pagine vi mostriamo i bozzetti delle loro scintillanti

creazioni, ma per vedere dal vivo questi item

dovete aspettare Vogue Talents @ Palazzo Morando. E

durante l’evento in partnership con l’azienda austriaca

sarà presente anche una prestigiosa giuria che assegnerà

lo “Swarovski & Vogue Talents New Generation

Award”. Ma non finisce qui: verrà allestito un corner per

festeggiare il decimo anniversario di Atelier Swarovski,

la luxurious fashion jewellery and accessories line realizzata

in collaborazione con talenti di fama mondiale.

Eight international brands, thousands of crystals

and a theme to develop. These are the key features

of the second edition of the Swarovski project with

Vogue Talents. The designers selected to create garments

and accessories will be guided not only by the

“Sparkling Water” theme, but are also invited to reflect

on the relationship between women and water.

In the following pages you can see the sketches of their

brilliant designs, but to take a look at them live, you have

to wait for Vogue Talents @ Palazzo Morando. During the

event, in partnership with the Austrian company, a prestigious

panel will hand out the “Swarovski & Vogue Talents

New Generation Award”. And it doesn’t end here: a special

corner will be set up to celebrate the ten years of Atelier

Swarovski, the luxurious fashion jewellery and accessories

line created in collaboration with world-known talents.


VOGUE ITALIA PER SWAROVSKI

The Eight Brands

1. Cecilie Bahnsen.

«Sia le donne che l’acqua sono fonti di vita. Ora, grazie

a Swarovski, ho l’opportunità di riunire questi due

potenti elementi in un unico abito», spiega Cecilie

Bahnsen. «I fiori di cristallo vogliono infatti richiamare

l’acqua, e sono anche estremamente femminili».

“Women and water are two sources of life. Now thanks

to Swarovski I can bring these two powerful elements

together in a dress,” explains Cecilie Bahnsen. “The

crystal flowers seem to be blooming, and combine the

fluid feeling of water with a dazzling femininity.”

2. George Keburia.

«A dominare la mia P/E 2018 sono pois e cerchi.

Coprendoli di cristalli ricreo le illusioni ottiche che nel

nostro immaginario sono legate ai viaggi nel tempo. I

tessuti trasparenti e le forme over della collezione estiva

ricordano gli anni ’30 e ’80», dice George Keburia.

“The leitmotifs of my S/S 2018 are dots and circles. By

covering them with crystals I explore the optical illusions

created when attempting to travel across time. In my S/S

collection see-through fabrics and exaggerated shapes

recall the 1930s and ’80s,” says George Keburia.


3. Mach & Mach.

«Per noi è un onore poter collaborare con Swarovski»,

dichiarano Nina e Gvantsa Macharashvili. «Anzi, dobbiamo

ammettere che è stato molto difficile scegliere

quale capo realizzare usando i leggendari cristalli austriaci:

avremmo voluto disegnare un’intera collezione».

“Working with Swarovski is a great honour for us,”

declare Nina and Gvantsa Macharashvili. “After

having watched all the beauty that goes with these

crystals, we had a really hard time limiting ourselves

to one outfit and not designing a whole collection.”

4. MatteoMars.

«Grazie a Swarovski ho reso omaggio a due fondamenti

della nostra esistenza: la donna e l’acqua. Entrambe

sono definite da contraddizioni: forza e fragilità,

mistero e limpidezza, grazia e irruenza. Una dinamica

che ricerco costantemente», afferma Matteo Ciampalini.

“Thanks to Swarovski I paid tribute to two cornerstones

of our existence: women and water. Both of them are

defined by contradictions: strength and weakness, transparency

and mystery, grace and impetuosity. A dynamic

that is typical of my work,” says Matteo Ciampalini.

5. Okhtein.

Per Aya e Mounaz Abdelraouf «la femminilità è paragonabile

all’acqua, perché leggera, elegante e limpida».

L’esclusiva borsa da sera che hanno ideato incorporando

i cristalli forniti da Swarovski è pensata per

essere indossata da donne dalla bellezza eloquente.

For Aya e Mounaz Abdelraouf “a woman’s femininity

flows like water. It’s actually soft, elegant and clear.”

The exclusive and sparkling evening bag they designed

using the Swarovski crystals provided by the Austrian

company wants to fit beautiful and eloquent women.


6. Peet Dullaert.

«Con il mio look voglio riflettere la splendente vitalità

dell’acqua, simbolo della potenza femminile e della

bellezza che risiede nell’unicità», commenta Peet

Dullaert. «Ogni capo ospita piccoli mondi di cristallo

cuciti a mano su quelle che sembrano onde marine».

“My designs reflect the radiant vitality of water, which

is the ultimate symbol of the forceful spirit of womanhood

and of the beauty of individuality,” states Peet

Dullaert. “Each garment part of this look harbours delicate

miniature worlds created with crystals.”

7. Julia Seemann.

«Trovare un equilibrio tra la brillantezza degli Swarovski

e la cultura underground». È stata questa la

sfida principale per Julia Seemann, che alla fine ha

deciso di utilizzare i cristalli non soltanto sulla giacca

e sulla gonna, ma anche sul top e sulla borsa.

“Finding a balance between the brilliance of Swarovski

crystals and urban subcultures.” This is what Julia Seemann

found the most appealing while designing this

look. In the end, she decided to put crystals not only on

the jacket and the skirt, but also on the top and the bag.

8. Snow Xue Gao.

Una donna che cammina sotto la pioggia. È questa l’immagine

da cui Snow Xue Gao è partita per disegnare il

suo outfit per Swarovski. «Ho incorporato tessuti ricavati

sia da vecchie giacche orientali sia da completi maschili

anni ’70 e ’80 trovati nei negozi di New York».

Snow Xue Gao’s outfit for Swarovski was inspired by

a lady walking in the rain. “I like to collect vintage tailored

suits from local stores in New York. I am super

into ’70s and ’80s menswear and old Asian jackets.

I then uses them as fabrics to drape new looks.”


MILANO - VENEZIA - VERONA

e nelle gioiellerie selezionate

MARCOBICEGO.COM


US PROTAGONISTS

Mindful luxury: a state of being, a lifestyle inclusive

of the planet, a mindset focused on sustainability

and respect for nature.

It is a philosophy shared by an increasing number

of jewelers and designers, committed to creating

pieces of fine jewelry using alternative materials

that do not contribute to the deterioration of our

environment or the extinction of animals, such as

the elephant (96 elephants are killed each day, a

very alarming statistic).

One such material is the tagua nut, the seed of

a palm tree which grows in tropical climates and

rainforests of northwestern South America. Used

in a very inventive and sophisticated way, it can

substitute ivory.

Many designers – including Alexandra Mor, who

developed the concept for this edition of the US

Protagonists – have been inspired by the texture

and look of the tagua, creating several pieces that

prove that social change does not need to come at

a cost to quality or exquisite design.

US Protagonist jewels will be unveiled at an exclusive,

experiential event on September 6 at

Spring Place in New York, a unique membership

club known for shaping contemporary culture.

In addition to press, stylists, buyers, and industry

luminaries, the Salon Art + Design – New York’s

premiere fine arts fair and an esteemed partner

for this project – will invite top fine art and jewelry

collectors to attend.

The pieces in these pages and others will be available

for sale beginning September 6 on luxury

e-commerce site 1stdibs.com.

20% of the proceeds will go to support elephant

habitat conservation efforts. You can view the

jewels at 1stdibs.com/Tagua starting September 6.


Sterling silver and diamond

handmade “Foglie” ring

with natural tagua seed;

set with 32 fancy brown

natural diamonds for

a total weight of 0.26

carats. Also available in

18k white and yellow gold.

1884 Collection

www.1884collection.com

1884 Collection brandishes the powerful raw beauty of tagua nuts

with 100% Italian design and craftsmanship.

1884 Collection treats vegetal ivory like a precious material:

it respects the tagua seed’s natural form, preserving its round

shape and complementing its waxy luster and rough exterior

with a polished silver setting. In this way, a simple, natural,

and abundant resource achieves the status of a precious

stone. It is a very unusual approach for fine jewelry, but one

that yields something truly and unmistakably original.

The exclusive capsule collection, made entirely by hand, is

the culmination of quintessential Italian good taste and superb

craftsmanship. To further elevate each piece, the brand

is partnering with Franchi Argentieri, one of Rome’s most

renowned silversmiths. 1884 Collection is also proud of its

strong Italian history; established by Alberto Petochi, the

heir of a well-known jewelry dynasty in the capital, it has become

famous for its jewelry set with ancient Roman coins.

Today, 1884 Collection’s storied past and futuristic vision of

mindful luxury have found each other. This capsule collection

underscores the brand’s deep and lasting commitment

to sustainable luxury and environmental preservation, while

demonstrating its ability to innovate and create completely

new and meaningful pieces. As Alberto Petochi himself says,

«Using tagua nuts as luxury elements gave me the chance to

show the public how precious the environment is and also

offer it something truly striking and new».

VOGUE ITALIA FOR ANIMA GROUP


22k yellow gold hand-carved

tagua seed Kayonan hoop earrings.

Alexandra Mor

www.alexandramor.com

Alexandra Mor’s collection resounds with ancestral echoes of Indonesian art and she finds

new inspiration in the tagua nut, an ancient yet very relevant element.

Alexandra Mor was exposed to the concept of handcrafted

couture work by her mother, a French couturier

and the multicultural mélange of Israel where she grew

up. Mor discovered her career calling during a jewelry

bench class in 2004 and soon after went on to debut her

first collection at Phillips de Pury in New York City. She

spent the next decade creating bespoke heirlooms for

her collectors as well as working on her Haute Couture

Signature Collection, until 2017 when she felt the urge to

seek inspiration in a totally new environment. This past

year, Mor dove headfirst into the unknown and moved

to the island of Bali, Indonesia. Crossing the threshold

from the frenetic economic center of New York City to

the fertile, lush environment of Bali, Mor’s journey was

a call to adventure — one that looked toward an inner

compass of self-reflection and social consciousness

— that helped shape her new, more meaningful and

spiritually connected voice as an industry leader in the

world of mindful and sustainable luxury. The direction

for her next capsule collection became clear when she

discovered that elephant ivory is still used in jewelry

design. Compelled to find a sustainable alternative to

elephant ivory, Mor’s research lead her to the tagua

seed, a sustainable botanical alternative with physical

characteristics nearly identical to ele phant ivory. An

idea that later on lead to a partnership with Vogue Italia

and their annual US Protagonists, providing an ideal

platform to launch this campaign. Mor’s intent with this

collection is not to replace her Signature Collection or

brand DNA, but rather to use her voice to initiate conversations

about sustainable and mindful luxury in the

jewelry industry, and inspire collectors, designers and

retailers through her continued use of ethically sourced

gemstones and her use of tagua. Mor’s tagua capsule

collection incorporates traditional and handcrafted

Balinese workmanship and heritage, heralding an evolution

of Mor’s signature design with new materials like

hand-carved tagua seeds, wood, pearls and 22 karat yellow

gold filigree work -- discovered on her artistic and

spiritual journey in Bali.

VOGUE ITALIA FOR ALEXANDRA MOR


Antiquity 20k gold necklace

with carved tagua nut,

gold beads and diamonds

2.37 carats.

Antiquity 20k gold pendant

with turtles carved in

tagua nut, with diamonds

0.22 carats and

aquamarines 13.84 carats.

Coomi

www.coomi.com

Wearable art: a realistic yet dreamlike frame made of tagua nut, 20k gold, and

precious stones: the ethical luxury of Coomi.

For Coomi, art is a universal language that speaks directly

to the soul. Her jewels are authentic fragments of art:

inspired by nature, architecture, the past, and everyday

life. They are made utilizing traditional techniques, painstaking

artisan workmanship, and materials – stones with

ancient cuts, diamonds and 20k gold. They evoke worlds

and tell stories that are capable of opening the mind and

touching the spirit with a touch of enchantment. This

magical element is found in each of her works, including

her tagua nut creations – a gratifying challenge for the

American designer. «When I saw the nut for the first time,

I realized I was embracing something unknown,» she says.

«That brown shell did not seem to have the potential to

create a jewel. But then, experimenting with it, I realized

that the nut would have determined its shape.» The dialogue

between the jewelry designer, goldsmith, and engraver

led to an unusual ensemble with a romantic look;

comprised of a necklace of vegetable ivory disks, from

which hangs a pendant carved from the same material

that evokes foaming waves and frames the silhouette of

a sailboat made of gold and diamonds, propelled by the

wind and suspended on a sea of blue aquamarines. It is a

precious object full of meaning, not only as a lucky charm

(in jewelry language, a sailboat is given to wish someone

well while embarking on a new path in life), but most of

all, because it is eco-friendly and brings to mind environmental

and responsible production and the safeguarding

of local economies. It is ethical, informed luxury.

VOGUE ITALIA FOR COOMI


MATAR Gorget: faceted

polished tagua nut,

genuine Bahraini high

luster baroque natural

pearls, shakudo with

traditional niage patina,

14k gold grommets, links

and custom closures.

Hind Matar

www.houseofmatar.com

Hi-tech and enchanting, Hind Matar’s futuristic jewelry collection

proves that sustainable luxury is not just a dream.

It’s not often that a piece of jewelry captures the entire world.

Ancient Japanese techniques, South American materials,

natural pearls from Bahrain, and Indian ebony all mingle

comfortably in Hind Matar’s pieces. Perhaps unsurprising

for a globetrotter like MATAR, hers is an aesthetic that is

focused firmly on the future – albeit an otherworldly one.

Yet the unique design language she is developing seems to

be rooted in lavish visions and daydreams of the past. Clearly,

the young Bahraini’s story is as eclectic and multifaceted

as the places from which she draws inspiration. Following

the warm international reception of her eponymous fashion

brand, she was approached to lend her hand to architecture

and interiors projects and chose to collaborate with Tech Noir

Lab, a pioneer in wearable technology, on her first full-range

fine jewelry collection, launching next season. MATAR is

currently preparing to debut a capsule collection featuring

fine tagua nut. The collection, called Futuristic Antiquities,

pays tribute to the artistic enigma of ancient civilizations

such as the tempered use of shakudo, a centuries-old Japanese

metal coloring technique for inlays. It also gives a nod

to the designer’s own rich and vibrant heritage. For several

generations, the MATAR family have been leading natural

pearl merchants in the Middle East, supplying many of the

finest jewelers around the world, including Cartier. But it is

MATAR’s eye for innovation and her bold choice of sustainable,

humanitarian materials that makes her jewelry so relevant

now. To use the tagua nut as the main material for a fine

jewelry collection not only updates our definition of luxury,

it also contributes to the growing movement toward a more

responsible approach to luxury. The result is a series of edgy,

one-of-a-kind jewelry sculptures that let the raw merge with

the regal, the ancient with the modern, and bring together unusual

colors and material combinations from natural pearls,

gold and silver to shakudo and, above all, tagua. “We can’t

all be reborn as a completely sustainable brand overnight but

we can all be mindful of where we want to end up and make

conscious decisions along the way that help us get that little

bit closer to a better, cleaner, fairer world,” says Hind Matar,

who sees the tagua nut as the ideal alternative to ivory. “And

some of those decisions don’t even have to be a compromise.”

VOGUE ITALIA FOR HIND MATAR


Cinta 18k yellow gold

Naga necklace with

white mother of pearl and

andalusite beads, tagua

nut, 95.24-carat Madeira

citrine drop and 2.15-carat

yellow sapphire center

stone, 1.76-carat brown

diamond, 12.04-carat

orange sapphire

pave, and 0.03-carat

blue sapphire eye.

John Hardy

www.johnhardy.com

Hollie Bonneville Barden perpetuates the traditions of maîtres bijoutiers in John Hardy’s Bali atelier.

Her latest couture jewel carries a spiritual message celebrating the harmony between man and nature.

Wearing a creation by John Hardy makes a statement: it

means sharing a philosophy of life that focuses on nature

and a respect for ancestral traditions. Of course, there is

also the pleasure of wearing unique jewels created by artisans

using techniques that have been passed down since

the dawn of time. An avid environmentalist, John Hardy

dedicated himself to creating a company that operated in

harmony with nature. He moved to Bali in the 70’s where

the workshop continues to operate, sustainability woven

into every aspect of the brand. What was once a simple atelier

has flourished into a beautiful estate surrounded by rice

fields, where an entire community of artisans thrives. John

Hardy creative director Hollie Bonneville Barden’s collections

are saturated with the rich Balinese culture that has so

heavily influenced the brand’s signature aesthetic. But her

most recent creation is a true tour de force that required the

collaboration of thirteen artisans and three months of work:

a precious citrine pendant nested within a removable shell

of intricately carved tagua. Suspended on beaded strands

inspired by Balinese Naga necklaces, the piece is a veritable

“hidden treasure,” paying homage to the sacred and eternal

beauty of nature by giving the tagua a brilliant citrine seed.

«I wanted to celebrate the natural character, warmth, and

purity of the tagua nut, which can be admired and appreciated

as an object of beauty itself,» says the designer. «The

citrine hidden inside the locket has amazing flashes of light

and energy. This transformable piece plays on the idea that

it is up to us to protect and preserve nature.»

VOGUE ITALIA FOR JOHN HARDY


Objects Organique

earrings in 18k yellow,

white, or rose gold with

South Sea pearls, carved

tagua nuts, and .40-carat

total weight diamonds,

.74-carat pear-shaped rose

cut diamond, and .81-carat

champagne pear-shaped

rose cut diamond.

K. Brunini Jewels

www.kbrunini.com

K. Brunini Jewels’ eco commitment spans two decades, and now the designer embraces

a new, precious element for her nature-inspired designs: the tagua nut.

Whether climbing mountain ranges, surfing waves, or

hiking lush forests, Katey Brunini has always found inspiration

in the power and grace of nature. It is only fitting,

therefore, that her namesake brand should reflect the

all-encompassing essences of the five elements. Nature

offers Brunini such treasures as precious stones, wood,

bone, and antlers, which she gratefully transforms into

artistic jewels with organic designs. Among her powerful

and eclectic collections, Twig is reminiscent of a tree in a

storm, stripped of its leaves; Vertebrae, meanwhile, is inspired

by the core energy housed in the human body. Her

latest creations, however, utilize the tagua nut as a key

element. It is an elegant, polished material that is easily

carved. The tagua is less brittle than bone and harder

than a Brazil nut. Its creamy white hue gives it a similar

appearance to ivory. Its raw sophistication complements

the decorative exuberance of precious metals and stones.

Earth-conscious and ecologically mindful patrons seek

out artists who share their values. Artists of integrity create

treasures that are not only beautiful, but also foster a

relationship between nature and the adorned. For more

than twenty years, Brunini has crafted fine pieces with

the wellbeing of Mother Earth in mind. Her commitment

to preserving our environment for future generations

can be seen throughout her career; having worked extensively

with wood, Katey has donated to reforestration in

Costa Rica to further support the ecology of our planet

by replacing what she uses.

VOGUE ITALIA FOR K. BRUNINI JEWELS


18k yellow gold, 62

carats pavé diamonds,

approximately 4 total

carats in emerald cut

and cabochon emeralds,

black onyx beads, white

tagua doughnut beads.

KC Sukamto

www.kcsukamto.com

KC Sukamto Culha’s work with vegetable ivory emphasizes color, brilliance, and lightness

in her Southeast Asian-inspired chandelier earrings.

Her world is a map dotted with the vibrant colors of Colombian

emeralds, Thai sapphires and rubies, and the shimmering

gleam of Australian opals and Tahitian pearls. It is a map

that she travels in search of materials, precious gems, and

inspiration to form her aesthetic imagery of classic, timeless

lines – and a concept which KC Sukamto Culha, a Los Angeles

designer who trained at Central Saint Martins, now

interprets through the tagua nut, a botanical alternative to

ivory. For Vogue Italia, she creates a pair of chandelier earrings

that frame the face, creating a look that is at once opulent

and intimate – a rigid dichotomy broken by the material’s

characteristic lightness. The craftsmanship – the work

of skilled artisans with whom the designer collaborates on

a one-on-one basis – highlights the perfect symmetry of the

earrings’ lines, as well as the uniformity of the brilliant white

nut. These are jewels which nod in the direction of Southeast

Asia – the largest consumer of ivory goods – and also

prompt reflection on how the use of certain materials has

an effect that is not only environmental, but also social and

political. “The fashion world is consciously making a shift

towards materials and processes that do not damage our

Earth,” she states. “The signature of my brand has always

been a strong personal perspective and intricate craftsmanship.

There is no reason to forgo these elements while

staying true to our message of sustainability. More so, what

makes jewelry so special is its ability to transcend time, turning

away from this modern notion of ‘fast fashion’. What is

more luxurious and environmental than that?”

VOGUE ITALIA FOR KC SUKAMTO


“An ode to Wayne

Thiebaud”. Handcrafted

with Hoover & Strong

Harmony Platinum, 2.85

CTW Made by Man Lab

Grown Diamonds, 2.5

CTW Assorted Gemstones,

Calf Skin Leather and

Tagua Nut.

Kristin Hanson

www.kristinhanson.us

Kristin Hanson uses vegetable ivory for her new Pop Art jewel

and calls attention to the fight against the illegal ivory trade.

Contemporary art has long been a catalyst for the work

of jewelry designer Kristin Hanson. Among the many

genres and styles she references, her interests in Pop art

are seen in one of her best creations, “An ode to Wayne

Thiebaud,” which pays tribute to the godfather of Pop

art. Hanson’s choker is beautifully crafted in the form

of a typical American donut strewn with colorful gemstones

and studded with diamond icing. Handmade from

100% recycled platinum, lab-grown diamonds, leather,

and a tagua nut, this piece exemplifies Kristin’s design

philosophy; her creative work for years has involved a

sustainable use of natural resources. The vegetable ivory

symbolizes Kristin’s dedication to creating art with

an eco-friendly mindset. Despite its lighthearted appearance,

the precious donut seeks to draw attention to

the illegal ivory trade and the poaching of elephants by

using a hand-carved tagua nut as its centerpiece. With

this new, completely naturally resourced piece, Kristin

Hanson has succeeded in creating a piece of fine jewelry

that combines avant-garde design, pop references and

environmental sustainability. This beautiful and exotic

donut choker flirts with fashion with fun-loving attitude.

Hanson’s donut is immediate and connects to all facets

of society, just as great Pop art should.

VOGUE ITALIA FOR KRISTIN HANSON


Tagua bead necklace

set with mixed fancy

sapphires and blue topaz.

MCL Design

www.mcldesign.net

Matthew Campbell Laurenza’s approach brings together design and art – and respect for

tagua, which he works in such a way that it will become more beautiful as time passes.

They are eclectic, colorful, and fun creations made of rare

materials; their structure, however, is based on solid architectural,

sculptural, and artistic foundations. And they

look to art, drawing influence from Modernism, Art Deco,

and the Renaissance: historical periods and art movements

which molded Matthew Campbell Laurenza’s taste

and the strong identity of his brand, M.C.L. Matthew left

Savannah College of Art, where was studying architecture

and interior design, to pursue a degree in Fine Arts, specializing

in sculpture, at Bellarmine College. «My vision

has always been to create pieces that stand the test of time

by virtue of the high quality of materials and the design,

going against the trend of the urge to buy endless, faddy

gadgets,» he says. «This involves a more sensitive use of

resources, which may mean reusing old stones, metals, and

mounts or introducing new, organic, sustainable materials,

such as the tagua nut, which helps to defend the elephant

and whose cultivation has very little impact on the environment.»

It is a vision that goes from the short to the long

term, like his jewels, created to be passed from generation

to generation, in a symbolic dialogue between the artist

and the people who, on each occasion, interpret his works.

«I always try to create interaction. My greatest pleasure is

to see how much my work is transformed in relation to the

person who wears it.» And how it becomes, over time, even

more beautiful and precious.

VOGUE ITALIA FOR MCL DESIGN


Handmade one-of-akind

tagua nut swallow

necklace. 18kt yellow gold

19.5”. Round brilliant cut

diamonds 4.60 carats.

Pear-shaped diamonds

1.46 carats. Hand-carved

boulder opal swallow.

Hand-carved tagua nut

swallows.

SYLVA & CIE.

www.sylvacie.com

With her tagua nut fine jewels, SYLVA & CIE. embraces green jewelry – and an ethical

commitment to protect the planet and encourage social development.

Sylva Yepremian’s passion for fine jewelry began as a childhood

dream. Nine years ago, she launched her brand, SYL-

VA & CIE., in Los Angeles; it has since become known for its

balance of ancient world elegance with dynamic and imaginative

designs. The variety of precious metals and the brilliant,

colorful stones have become aesthetic hallmarks of the

brand; Sylva uses reclaimed diamonds and recycled vintage

elements to transform something old and something found

into something unexpectedly modern. Creating sustainable

jewelry fills Sylva with a sense of pride, which is why the challenge

of turning a humble tagua nut into a work of art appealed

so strongly to her. A material that resembles ivory but

breathes like wood, the tagua is an abundant and sustainable

resource, unique in its texture and versatile in its application.

It is a substance that perfectly exemplifies the direction in

which fine jewelry is moving: discovering new methods and

materials to create collectibles of exquisite quality that also

honor our shared cultural heritage and our earthly history.

As an aware artisan, Sylva is proud to be part of this major

shift in the industry. Working with the tagua has offered her

an interesting opportunity to galvanize real environmental

and social change through her showstopping eco-conscious

pieces. And perhaps those who adore SYLVA & CIE. will

become green jewelry ambassadors due to the unmistakable

passion and sincerity for environmental protection Sylva exudes

throughout her jewelry collection.

VOGUE ITALIA FOR SYLVA & CIE.


BEAUTY/ICONE

Un dialogo per immagini tra PAT McGRATH, make-up artist, e GUIDO PALAU, hair stylist.

Pat

COME VIRNA LISI by STEVEN MEISEL / Vogue Italia, luglio 2016

Vittoria Ceretti alla maniera di Virna Lisi. Sugli occhi l’effetto anni 60 dell’eyeliner Signature de Chanel, noir. Sfumatura arancio

sulle labbra con Rouge Allure Ink, n. 158. Tutto CHANEL. Fashion editor Olivier Rizzo. Hair Guido. Make-up Pat McGrath.

368 vogue.it n. 805


Omaggio Al Cinema Italiano

Guido

COME MONICA VITTI by STEVEN MEISEL / Vogue Italia, ottobre 2003

Elisa Crombez cita Monica Vitti in “La Notte” di Antonioni. Sul viso Creamy Illuminator, n. 60; per lo sguardo The Mascara

Volumized Lashes, n. 3. Tutto DOLCE & GABBANA BEAUTY. Fashion editor Brana Wolf. Hair Guido. Make-up Pat McGrath.

369


BEAUTY/PREVIEW

Nella Notte

Di Roma

L’haute parfumerie ha scritto un nuovo capitolo olfattivo,

una dedica speciale a una dea della notte, dal

fascino irraggiungibile. That’s Goldea The Roman

Night di Bulgari, fragranza che racconta un’eleganza

inedita, più incisiva e drammatica: è un jus cipriato-floreale-muschiato,

costruito con una partenza

di peonia nera, mora e bergamotto. Si schiude, poi,

in un’assoluta di tuberosa (la regina dei fiori della

Roma by night) e di gelsomino in fiore, per dichiararsi,

infine, con un cuore di patchouli e vetiver che

aggiunge carisma e una forte identità. Chi è la dea di

questa notte misteriosa dal fascino irraggiungibile?

Inevitabilmente Bella Hadid: «Bulgari fa parte dei

momenti più belli della mia famiglia, quindi della

mia vita. Papà regalò a mamma una parure, che oggi

appartiene a me», ricorda la top model (e icona-globale,

con i suoi oltre 14 milioni di followers). Cucito

sulla sua bellezza magnetica lo storytelling del film

che accompagna il lancio: lei che corre verso la Città

Eterna e si dissolve nelle luci dorate della notte, nei

suoi profumi ipnotici. «Conoscevo già Roma e la

amo. Una cara amica che ha vissuto qui me l’ha fatta

scoprire. Di notte, più oscura e audace, la città mi

piace di più. Anch’io sono una ragazza notturna». •

di MARIA VITTORIA POZZI

foto di PHILIPPE JARRIGEON

Collana

collezione

Serpenti

Tubogas,

in oro rosa

e pavé di

diamanti,

BULGARI.

370 Code

vogue.it n. 805

set design pompili & cameranesi @ carole lambert.


BEAUTY/PREVIEW

Uno Scandalo

Annunciato

JEAN-PAUL GAULTIER lancia

la sua nuova fragranza gourmand

“jambes en l’air”. Con uno

sguardo (ironico) all’Eliseo.

Di solito, quando si tratta di Jean-Paul

Gaultier, è il pubblico che grida allo scandalo.

Questa volta, però, il couturier ha

preso l’iniziativa e a parlare di scandalo è

lui in persona. Dopo quasi 3 anni di gestazione,

nasce Scandal: fragranza femminile,

gourmand e sensuale, che sa di miele e gardenia,

di notti dissolute e di giorni eccitanti.

Persino il flacone è un ironico ammiccamento

all’espressione francese “jambes

en l’air”, intraducibile, ma inequivocabile:

«È un po’ spinto, ma è divertente no?»,

dice Gaultier con un guizzo malizioso nello

sguardo. «Parlando seriamente, volevo

evocare la libertà, il movimento: le gambe

servono a correre verso la persona che

vuoi baciare o a scappare da una situazione

che non ti soddisfa. Ora che ci penso: è un

profumo en marche!». Ride, per il gioco

di parole sull’espressione “in cammino”,

diventato slogan del presidente Macron. Il

clin d’oeil alla politica si estende anche alla

campagna pubblicitaria: una donna sexy

e decisa che celebra la notte con amici

e amanti a Pigalle, e poi all’alba un’auto

blu la porta all’Eliseo. «Chi l’ha detto che

se occupi un posto istituzionale non puoi

divertirti? L’importante è affrontare le

cose significative con serietà, conservando

un po’ di leggerezza e autoironia». •

di MARIA GRAZIA MEDA

foto di PHILIPPE JARRIGEON

372 Code

vogue.it n. 805

set design pompili & cameranesi @ carole lambert.


ELISIR

ANTI-ETÀ

OIL-ABSOLUTE ®

NUTRE – TONIFICA – LEVIGA

ILLUMINA – UNIFORMA – AFFINA [1]

UNA FORMULA ANTI-ETÀ ECCEZIONALE

4 oli preziosi arricchiti dall’ambra eterna in una texture

vellutata sublimatrice che risveglia la pelle affaticata.

Principi attivi potenti ed esclusivi tonificano, levigano,

illuminano e affinano la grana della pelle in un solo gesto.

Riattivazione cutanea visibile in 30 giorni.

IL PRIMO LABORATORIO FRANCESE (2) DI MEDICINA ESTETICA

[1] La grana della pelle [2] Fondato nel 1978.


BEAUTY/PREVIEW

Dolce,

Pericoloso

set design pompili & cameranesi @ carole lambert.

Se, come dice Alessandro Michele, «il

vero lusso è la libertà di essere se stessi»,

Hari Nef ne è l’incarnazione perfetta.

Modella, attrice, scrittrice, a soli 24 anni

ha già cambiato strade, identità e mondi

diversi. Lo stilista di Gucci l’ha voluta come

coprotagonista della prima fragranza

creata sotto la sua direzione artistica: Bloom

(insieme a lei, interpreti della campagna

sono l’attrice Dakota Johnson e l’artista

Petra Collins).

Qual è il link tra voi tre?

Il fatto di affrontare ogni cosa a modo

nostro. È essere “unconventional”, ma in

maniera sottile, non urlata. Come Bloom.

Che è “sweet and dangerous” allo

stesso tempo.

Credi che un profumo possa farti sentire

diversa? Più sensuale?

Ho sempre pensato che fossero i vestiti

a parlare per te, ma in realtà parlano

molto di più le fragranze. Quando ti si

avvicina qualcuno, è “costretto” a sentire

il tuo profumo. E sei tu, solo tu, che

decidi cosa far sentire agli altri. Il potere

comunicativo è molto forte.

Cosa significa Gucci per te?

È la celebrazione dell’identità. Il non imporre

mai una visione unica.

E la bellezza?

È autenticità. Trovo che qualcuno sia attraente

se, mentre ci parlo, mi viene da

pensare: mai incontrato uno così! Non

flamboyant, ma freak o all’avanguardia.

Semplicemente unico. Un po’ come Alessandro

Michele. •

di SUSANNA

MACCHIA

foto di PHILIPPE

JARRIGEON

374 Code

vogue.it n. 805


NEW


BEAUTY/PREVIEW

Per Gabrielle

Dedica olfattiva a MADAME COCO.

All’audacia, all’irriverenza, allo spirito

indomabile. Con un trionfo floreale.

Se non fosse diventato parfumeur, Olivier

Polge avrebbe fatto il pianista. Musica e

profumi, d’altronde, parlano la stessa lingua:

note, composizioni, armonia. Ma se gli

si chiede che musica sarebbe Gabrielle, il

nuovo jus creato per Chanel, non riesce a rispondere.

«Perché è un’armonia totalmente

nuova: solo fiori, protagonisti come mai

prima. La quintessenza di un floreale». •

di SUSANNA

MACCHIA

foto di PHILIPPE

JARRIGEON

Scarpe,

archivio CHANEL.

set design pompili & cameranesi @ carole lambert. manicure sandrine bo.

376 Code vogue.it n. 805


BEAUTY/ANTEPRIMA

Il colore duttile

veste

labbra

e occhi.

Toni

nudi o

disco

rock.

foto di COPPI BARBIERI

YVES SAINT LAURENT

BEAUTÉ Palette Couture

Variation Eyes & Lips, n. 05,

della collezione maquillage a/i

Night 54. Permette di creare

look diversi grazie a un’estesa

varietà di colori e di texture:

opache e lucide, calde

e fredde, per occhi e bocca.

378 Code

vogue.it n. 805


Candy

Split

by Giannico

Coloratissima, golosa e divertente. La sesta collezione creata

da Kiko Milano per i suoi vent’anni e firmata da Giannico, uno

dei brand di scarpe più cool del momento, è un’apoteosi di tinte

caramellose, pack bon bon e toni marshmallow. La linea infatti

è un’omaggio alla pasticceria e al cake design. Irresistibile.

Un designer di scarpe che ha solo 22 anni ma è già famoso

in tutto il mondo, un cult-brand di make-up e i bon bon più

gourmand. È il mix di protagonisti della sesta capsule collection

che Kiko Milano ha creato per celebrare i suoi primi

20 anni di storia. La collezione si chiama Candy Split ed è

firmata Giannico, che la racconta così: «Mi sono ispirato al

mondo delle caramelle e dei dolci: la delizia della pasticceria

francese, con tutte le sublimi creazioni, come gli incantevoli

macarons». La vera sfida? «Trasferire tutte le mie idee in

oggetti così piccoli». Sfida assolutamente vinta con matite,

lipstick, nail lacquer, perfino nail stickers: tutti coloratissimi,

divertenti e irresistibili. Come il più goloso dei cup cake. E

come solo il trucco Kiko Milano sa essere. Make-up Cosetta

Giorgetti @ Close Up Milano agency. Hair stylist Franco Argento

@ Atomo Management. Photographer Rosi di Stefano.


Candy Split

by Giannico

Dall’alto. In senso orario. Brush Kit: 3 pennelli per fondotinta e ombretti in una pratica pochette. Eye&Brow Glossifier: gel contorno

occhi, viso e sopracciglia con estratto di lampone. Lipstick, n. 01 Cherished Rose, n. 02 Lovely Lavander, n. 03 Violet Glaze e n. 04

Creamy Sage: rossetto cremoso all’aroma di vaniglia, dal colore intenso e luminoso. Pochette disegnata da Giannico, ideale per

portare sempre con sé i trucchi della collezione. Nail File Set: lime per unghie a forma di caramella. Nail Lacquer, n. 01 Golden

Icing Sugar, n. 02 Cotton Candy Rose, n. 03 Periwinkle Cream e n. 04 Tiffany Macaron: tonalità confetto per gli smalti top coat,

da abbinare tono su tono o in contrasto, su tonalità più classiche. Serum: siero viso idratante e illuminante, ideale come base

trucco. Highlighter: illuminante viso effetto marmorizzato che permette di creare punti di luce mirati. Eye Pencil, n. 01 Rosy Marsh-

Mallow, n. 02 Candy Iris, n. 03 Sweet milk Mint e n. 04 chewy Liquorice: matita occhi a lunga tenuta. Eyeshadow, n. 01 Violet

Cupcake, n. 02 Mauve Lollipop, n. 03 Golden Sorbet e n. 04 Mild Green: ombretto in crema ad alta sfumabilità. Lips Mattifier:

top coat opacizzante labbra all’aroma di biscotto. Lip Scrub: esfoliante a base di cristalli di zucchero. Still life by Pietro Scordo.


BEAUTY/HAIR

Tutto È Possibile

Aminoacidi della seta, lipidi micronizzati

per ricostruire ex novo la fibra capillare.

Personalizzazioni di colore, sfumature su

misura, effetti ocean wave in città. Così

la SCIENZA crea inedite idee di bellezza.

foto sfilata marni a/i 2017/18 @ gorunway.

Da sinistra.

R+Co Sail Soft

Wave Spray.

KÉRASTASE

Touche

Chromatique.

ROSSANO

FERRETTI

Prodigio

Regenerating

Potion. WELLA

Fusion Amino

Refiller. ALTER

EGO Hasty Too

Curls Amplifier.

vogue.it n. 805

Code

383


BEAUTY/SKINCARE

Il Volto

Ridisegnato

3

Interrompere i meccanismi dell’AGING

e riattivare le funzioni vitali della pelle.

Con sieri booster o maschere notte.

Sempre ad alta tecnologia cosmetica.

2

4

Lo skincare più innovativo affronta l’aging cutaneo

in modo globale: «Riattivando le cinque

funzioni vitali della pelle (rigenerazione, ossigenazione,

nutrimento, idratazione e protezione)

in contemporanea», spiega Marie Hélène Lair,

direttore comunicazione scientifica Clarins.

Non è più quindi solo questione di rughe o di

cedimenti. È l’estetica generale che conta. Per

trattamenti da giorno multi-attivi. E maschere

da notte che, stimolando le proteine della giovinezza,

promettono risvegli in grande stile. •

di SUSANNA MACCHIA

foto di CHIARA GIAMINARDI

1

5

1. DIOR One

Essential, Skin

Boosting Super Serum.

2. CLARINS

Double Serum.

3. CHANEL Le Lift Masque

de Nuit Récupérateur.

4. STRIVECTIN Nia

Glow on Demand.

5. SKINCEUTICALS

A.G.E. Interrupter.

384 Code

vogue.it n. 805


inascimento.com


BEAUTY/MOSTRE

Il Fior Fiore

La moda, la pubblicità, gli still

life. Poi i ritratti in bianco e nero

di artisti, scrittori, stilisti:

IRVING PENN al Grand Palais.

Per più di 60 anni ha lavorato per Vogue.

Ma il percorso di Irving Penn non

si è mai limitato alla fotografia di moda.

Spaziando dalla bellezza ai fiori, ai progetti

per la pubblicità, amava ritrarre

personaggi celebri come Pablo Picasso,

Yves Saint Laurent e Audrey Hepburn.

In occasione del centenario della sua nascita,

il Grand Palais di Parigi gli dedica

una retrospettiva completa: la prima in

Europa, dall’anno della sua morte. •

di SUSANNA MACCHIA

“Mouth” è una foto realizzata per L’Oréal Paris, nel 1986 a New York.

L’immagine fa parte dell’esposizione dedicata a Irving Penn allestita

al Grand Palais di Parigi, dal 21 settembre al 29 gennaio 2018.

Brillantemente

Coloratissime, trasparenti, mat o disegnate:

le labbra sono il focus del maquillage di stagione.

Complice la tecnologia cosmetica che,

nella sezione rossetti, ha raggiunto livelli inaspettati.

Per dire: Linda Cantello, international

make-up artist Giorgio Armani, si sbilancia

e, parlando di Ecstasy Shine, lo definisce il

«Rossetto perfetto». Perfetto, in che senso?

«Perché coniuga il meglio delle performance

trattanti di un balsamo, al top della brillantezza

cromatica». Versatile e multitasking anche

Rouge Sculpt di Givenchy che fa da rossetto

ma anche matita per il contorno. •

the metropolitan museum of art, new york, © the irving penn foundation.

Da sinistra. CHANEL Rouge Coco, N474, lipstick idratante. GIORGIO ARMANI BEAUTY

Ecstasy Shine, N300, lucentezza a specchio e massima idratazione. GUERLAIN KissKiss Matte,

hot coral, finish mat. GIVENCHY Rouge Sculpt, N2, con doppia texture: colore e contorno.

386 Code

vogue.it n. 805


© Paul Rousteau

From Thursday 28 th September to Sunday 1 st October 2017

Ready-to-wear & accessory collections → SS18

Jardin des Tuileries & Place de la Concorde, Paris

premiere-classe.com — parissurmode.com


BEAUTY/NEWS

In Scena

BELLA HADID per Nars, un sofisticato

TRAVEL CASE, una SPA medicale.

È l’immagine inedita del backstage della campagna

di Nars, iconico marchio di make-up: la

nuova testimonial Bella Hadid stretta al musicista

Justin Gossman. Poi frange, catene e

molta pelle, anche nuda. L’ispirazione è il rock

anni 70. E il maquillage segue lo stesso ritmo.

di VITTORIA FILIPPI GABARDI

Il Baule Dei Profumi

Louis Vuitton disegna esclusivi travel case, questa volta per i suoi

profumi. Portando avanti la tradizione della maison, legata all’arte

di creare scrigni su misura per effetti personali. Flaconnier in

cuoio avvolgono i sillage come gioielli di sublime artigianato. •

Rinascita

Premiata da poco come

la migliore medical spa

del mondo, Lanserhof

Tegernsee è un luogo

di rinascita psicofisica

dove la cucina organica

si mescola al benessere

olistico. Per migliorare

lo stato di salute, anche

dei capelli. Con System

Professional di Wella. •

388 Code

vogue.it n. 805


L E L L A B A L D I . C O M


BEAUTY/PROFILI

The Italian Job

Greta Varlese

19 anni il 21 agosto. Mamma tedesca, papà

calabrese. Nata e cresciuta a Soverato.

Cos’hai amato di più dello shooting?

Il mio primo nudo! Eravamo sulla terrazza

dello studio di Patrick, a NY. Ero a mio agio.

Qual è il tuo talento, in questo mestiere?

Non mi fisso su come posare, che espressioni

fare, non programmo niente. Cambio a

seconda del giornale o dei vestiti che indosso.

Cos’è la bellezza italiana, oggi?

Molto diversa dal passato. La mentalità cambia

e quindi anche i gusti. Vivo nel presente

e siamo forzati a percepire nuovi standard. •

Nel servizio di Patrick Demarchelier

(pag.392) tre giovanissime modelle

italiane interpretano il fascino intenso,

melodrammatico e sensuale delle grandi

dive: da Sofia Loren a Silvana Mangano,

ad Anna Magnani. Un’indagine sull’idea

di femminilità radicata nel nostro

immaginario collettivo. Partendo dal

passato verso nuovi, molteplici, spunti.

di VITTORIA FILIPPI GABARDI

Giulia Maenza

Siciliana di Camporeale, 17 anni.

Come hai cominciato?

Tre anni fa, in uno stadio di

atletica leggera un’ex modella mi

ha convinta a provare.

Quali sono gli stereotipi estetici

dell’immaginario italiano?

Le dive del passato rimangono un

modello ma credo sia necessaria una

reinterpretazione più attuale.

Cosa ti piace del nostro paese?

Siamo circondati dalla bellezza e da

fonti inesauribili d’ispirazione. •

Gail Pelizzari

Milanese, 18 anni.

Com’è iniziata la tua carriera?

Prima sono stata rifiutata per l’altezza, solo

1,73. Poi una fotografa mi ha vista al bar.

Ricordi dal set?

Stavo al mio posto, non riesco a essere

troppo espansiva. Patrick scattava velocissimo,

con me ci ha messo 5 minuti.

Da dove viene il tuo nome?

Dalla protagonista del film “Carlito’s way”.

Mia madre lo ha tatuato sul polso. •

390 Code

vogue.it n. 805


musani.com


392 Code vogue.it n. 805


Diva

photos by Patrick Demarchelier

393


394 Code vogue.it n. 805


Õ In apertura. Greta

Varlese @ The Society

Management. Sui

capelli Eimi Ocean

Spritz di WELLA

PROFESSIONALS.

Sottoveste

LA PERLA.

In queste pagine.

Gail Pelizzari @

Women Direct.

Eau de Parfum

La Mia Perla di

LA PERLA ha note

orientali e solari.

Vestaglia LA PERLA.

styling by Paul Cavaco

hair by Jimmy Paul

make up by Diane Kendal.

395


396 Code vogue.it n. 805

In questa pagina.

Sa di rosa selvaggia

Eau de Parfum

Miss Dior

di DIOR. Trench

e scarpe DIOR.

Ò Nella pagina

accanto. Giulia

Maenza @ Why Not

Models. Eyeliner

Metalizzato N04;

Mascara Volume,

black. Tutto collezione

Fall 2.0 di KIKO

MILANO. Lingerie

LA PERLA.


397


398 Code vogue.it n. 805


In queste pagine.

Polvere compatta

Diorskin Nude Air,

N030 di DIOR.

Miniabito di seta con

corpino di tulle a

ruches, CHANEL.

Manicure Yuko

Tsuchihashi

for Granje @ Susan

Price NYC.

399


400 Code vogue.it n. 805


In queste pagine.

Sugli occhi eyeliner

Signature de Chanel,

N10; sulle ciglia

Le Volume

Ultra-Noir de Chanel.

Tutto CHANEL.

Trench di cavallino,

PHILOSOPHY

DI LORENZO

SERAFINI.

401


Alchimie

Creative

Innovazione, stile e sostenibilità

made in Italy, le qualità vincenti

dei tessuti Sensitive® Fabrics

di Eurojersey.

Frutto di una tecnologia innovativa italiana, brevettata

da Eurojersey, i tessuti Sensitive® Fabrics

sono considerati l’eccellenza nel campo dei

cosiddetti indemagliabili. L’esclusivo intreccio

di microfibra di nylon e fibra elastica lycra®

offre straordinarie performance: leggerezza,

traspirabilità, elasticità tridimensionale. I tessuti

Sensitive® Fabrics sono la quintessenza del lifestyle

contemporaneo grazie alle caratteristiche

di qualità, funzionalità e versatilità che consentono

la creazione di uno stile personalizzato.

Tessuti che modellano il corpo dando vita ad

abiti dallo stile lineare che si rifanno a un minimalismo

pratico. Trattamenti avanzati e tecniche

innovative come le cuciture termosaldate, le nastrature,

i tagli laser e a ultrasuoni ne enfatizzano

l’aspetto tailoring. La poliedricità dei tessuti

Sensitive® Fabrics permette di creare un intero

guardaroba di capi dalla vestibilità ineguagliabile,

perfetti in tutte le occasioni con un comfort

ottimale in ogni momento della giornata.

La speciale struttura tessile dona una particolare

luminosità e una straordinaria brillantezza di

colori, oltre a un’altissima definizione cromatica

e di stampa. L’intero ciclo produttivo verticalizzato

dell’azienda è improntato alla sostenibilità.

Riduzione di coloranti, energia e acqua sono

solo alcuni dei risultati raggiunti da Eurojersey

che ha fatto di stile, qualità e rispetto per l’ambiente

il proprio credo.

Fotografia di Tino Vacca


VOGUE ITALIA PER EUROJERSEY

TECNOLOGIE

DI STAMPA

MESSE A PUNTO

DA EUROJERSEY

ECOPRINT. Eccellente

qualità e brillantezza.

È una tecnologia

brevettata da Eurojersey

che utilizza pigmenti

colorati con sorprendenti

giochi di luce e tono

su tono.

STAMPA DIGITALE.

Simula un decoro

offrendo un aspetto

stampato davvero

tridimensionale.

La sensazione materica

unita al comfort

e alle performance

di prodotto.

PLACEMENT PRINT.

Nasce dall’ingegno

creativo dell’ufficio

stile dell’azienda.

Il disegno viene

stampato secondo

le dimensioni del capo

grazie alla riproduzione

proporzionale

direttamente sui tessuti

Sensitive® Fabrics.


COTE

Featuring

NIVEA

Una coppia di talentuosi stilisti e un

brand cult di bellezza, attento alle

esigenze delle donne di tutte le età.

COTE e NIVEA hanno unito i loro

mondi creativi per personalizzare il

look del deodorante più fashion oriented

che c’è. È Invisible for Black&White,

il deo che rispetta i tessuti, ora reso

unico da una grafica very cool.

Invisible for Black&White di NIVEA, nelle tre versioni

Original, Fresh e Active. Tutte in edizione limitata con

pack disegnato da COTE.


VOGUE ITALIA PER NIVEA

Cosa ha a che fare un deodorante con il mondo della moda?

Molto, anzi moltissimo. Quando si indossa un abito,

infatti, l’obiettivo è sentirsi a proprio agio. Cioè, fresche

e perfette, all day long. Quindi: zero sfumature bianche

o gialle che non solo fanno sentire a disagio, ma possono

deteriorare definitivamente un vestito o una camicia.

Ecco perché NIVEA ha pensato alla formula di Invisible for

Black&White che, al netto di una freschezza a lungo termine,

ha il massimo del rispetto per i tessuti, sia quelli bianchi

soggetti a ingiallirsi, sia i capi scuri a rischio sfumature

chiare. Invisible for Black&White è proprio un deodorante

che ama la moda. E per suggellare questo amore, NIVEA

ha chiesto a COTE, fashion brand italiano già molto conosciuto

a livello internazionale, di personalizzare tre flaconi

con dei disegni ad hoc. Così Tomaso Anfossi e Francesco

Ferrari, i due stilisti fondatori del marchio, raccontano

il progetto: «Abbiamo creato queste grafiche attingendo

dal nostro mondo estetico, esprimendo appieno lo spirito

NIVEA che ogni donna può fare suo». I designer hanno

rielaborato dei pattern di abiti di collezioni passate, stilizzandoli

e trasformandoli in bianco e nero proprio per

ribadire il legame con Invisible for Black&White. I flaconi

firmati da COTE (presentati in anteprima durante la Vogue

Fashion’s Night Out in un corner di Palazzo Morando

a Milano) sono tre, rispettivamente pensati per le tre versioni

del deodorante: Original, Fresh e Active. Difficile sceglierne

uno. Il consiglio? Collezionarli tutti e tre. I flaconi sono infatti

un’edizione limitata assolutamente da non perdere.

WWW.NIVEA.IT


Mountain Wellness

In una valle incontaminata del Trentino, al cospetto delle montagne

patrimonio Unesco, sorge QC Terme Dolomiti. Il nuovissimo

centro termale del Gruppo QC Terme. Che rafforza il legame col

territorio. E vizia gli Ospiti con un articolato percorso benessere,

tra forest bathing, biosaune, piscine indoor e outdoor.

Una sala panoramica del nuovo centro QC

Terme Dolomiti (foto di Francesco Bolis).


VOGUE ITALIA PER QC TERME

Poltrone sospese

nella sala Il cielo

in una stanza (foto

Francesco Bolis).

Decor della sala relax

Salotto del Loden

(foto Francesco Bolis).

Una veduta

della vasca interna

che prosegue all’aperto

(foto Francesco Bolis).

Leggenda vuole che, sulle vette montuose

del Catinaccio, re Laurino coltivasse un

roseto così bello da attirare la curiosità

del principe del Latemar: arrivato per

vedere le rose, scoprì invece l’esistenza

della principessa Ladina, che rapì. Grande

fu l’ira del re, il quale rese invisibile

il suo giardino con un incantesimo. Le

uniche tracce risiedono nell’Enrosadira,

fenomeno che rende rosa le cime all’alba

e al tramonto. Proprio dalla Val di Fassa si

gode una vista privilegiata sul massiccio

dolomitico del Trentino, patrimonio naturale

Unesco; ed è qui che sorge il nuovo

centro QC Terme Dolomiti, nono gioiello

dei centri benessere QC Terme.

Inaugurato all’inizio di dicembre 2016,

rafforza il legame tra QC Terme e la

montagna, che nella filosofia del Gruppo

dei fratelli Quadrio Curzio è un elemento

chiave dell’approccio al benessere: luogo

in grado di favorire il rilassamento e di

stimolare il contatto con la natura.

Il centro, che si sviluppa su tre livelli e

ha una superficie di 4.300 mq, è stato

progettato per avere un minimo impatto

sull’ambiente: a riprova dell’orientamento

sostenibile della struttura, QC Terme Dolomiti

ha attivato un percorso che lo porterà

a ottenere la certificazione internazionale

LEED (Leadership in Energy and Environmental

Design), che ne garantisce l’eccellenza

nella progettazione energetica

e ambientale.

Tra le peculiarità del centro, che viene

alimentato dalla sorgente naturale Alloch,

unica sorgente solforosa del Trentino,

sono le piscine e gli spazi esterni: luoghi

ideali anche per praticare quel “forest

bathing” che in Oriente viene assimilato

a una forma di medicina preventiva.

Camminare tra gli alberi, all’aria aperta,

calmerebbe infatti stress e depressione,

aiuterebbe a regolare la pressione e a

rinforzare il sistema immunitario. Per gli

Ospiti la possibilità di un percorso benessere

ricco di momenti diversi: nella

struttura, vasche idromassaggio, percorsi

Kneipp, cascate d’acqua, bagno giapponese

e a vapore, stanze del sale, saune

e biosaune. Non mancano aree relax e

sale per i trattamenti; e l’appuntamento

con l’Aperiterme. Perché anche Pozza di

Fassa, rimanendo fedele alla sua anima

“slow”, entra a far parte di un ideale lifestyle-destination

tour.


QVC Next

/The Fashion

Edition

14 settembre 2017, Milano: torna la Vogue Fashion’s Night Out. E con lei la seconda

edizione del programma promosso da Vogue Talents e QVC, il retailer multimediale

che unisce tv, digital e mobile per un’esperienza di shopping integrata. Il progetto

QVC Next / The Fashion Edition anche quest’anno sostiene le nuove generazioni

di designer, offrendo ad alcuni di essi l’opportunità di vendere attraverso le proprie piattaforme

delle capsule collection realizzate in esclusiva.

Questo programma dedicato ai nuovi talenti della moda è il risultato di un impegno costante

da parte di QVC nell’investire sui brand del made in Italy che, proprio grazie a QVC Next,

trovano uno spazio di visibilità e vendita. Un impegno concreto che intende promuovere

l’intuizione creativa, il lavoro e le aspirazioni che si celano dietro a ogni idea.

Le prime due designer selezionate sono Manuela Di Prima e Giuliana Mancinelli Bonafaccia:

nel corso della VFNO saranno loro le protagoniste, con un evento dedicato a Palazzo

Morando in cui verrà svelata un’anteprima delle linee create per QVC.

Il primo appuntamento è il 14 settembre con la capsule boho-chic di Via Po by Manuela

Di Prima, disponibile in web preview su www.qvc.it. Il giorno dopo, la collezione verrà

invece presentata con un live show televisivo alle 21, e da quel momento potrà essere

acquistata in tv, sul sito internet o sull’app QVC.


VOGUE ITALIA PER QVC

Manuela Di Prima

Stilista dal background eclettico e internazionale,

Manuela Di Prima prende ispirazione

dalle sue esperienze di vita, dall’arte

e dal cinema per disegnare moda tra l’Italia,

la Francia, New York e Los Angeles. Dopo

aver lanciato il marchio Maison Di Prima per

celebrare la sua passione per l’haute couture

e lo stile minimal, ha deciso di fondare

il nuovo brand Via Po by Manuela Di Prima

per raggiungere un pubblico più vasto:

«Grazie alla partnership con QVC presenterò

una capsule collection che propone un

mix di capi da abbinare tra loro per creare

diversi total look».

Giuliana Mancinelli Bonafaccia

Dettagli geometrici e ispirazioni pop. La loro

contrapposizione è alla base di ogni borsa

e gioiello creati da Giuliana Mancinelli Bonafaccia,

e la loro combinazione è sempre

estremamente contemporanea. «Per realizzare

la capsule GMB by Giuliana Mancinelli

Bonafaccia sono partita dagli elementi

distintivi della mia griffe e li ho resi più accessibili.

QVC Next / The Fashion Edition

mi dà infatti la possibilità di sperimentare,

proponendo una linea che è in grado

di raggiungere un target molto ampio», spiega

la designer che ha fondato il suo brand

nel 2011 e che tre anni dopo è stata tra

i finalisti di Who is on Next?.

In questa pagina, dall’alto. Anello Knot,

orecchini Bind e anello a spirale con borchia

e stella con pavé di cristalli Swarovski.

Questi gioielli sono bagnati in oro

chiaro e fanno parte della capsule GMB

by Giuliana Mancinelli Bonafaccia. Nella

pagina accanto. Abito corto con carré in

pizzo e collo alto della collezione di Via

Po by Manuela Di Prima.

Sintonizzati su:

Digitale Terrestre e tivùsat

canale 32

Tivùsat HD canale 132

Sky e Sky HD canale 475

Segui QVC su:

www.qvc.it

facebook.com/QVCitalia

twitter.com/QVCitalia

Sono due gli appuntamenti esclusivi con QVC: il 14 settembre, in occasione della VFNO, web preview su www.qvc.it della capsule

collection di Via Po by Manuela Di Prima; il 15 settembre alle 21, show in diretta televisiva in cui la designer racconterà la propria collezione.


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a base di principi attivi naturali che permettono di realizzare effetti personalizzati che esaltano la bellezza di ogni donna.

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ABRUZZO

Fabio Di Carlo

Via Valle 66A-66030 Arielli (CH)

Tel. 3802696719

Tono su Tono

Via Nazionale Adriatica Nord 26-Francavilla al

Mare (CH) Tel. 3313023366

Rita Salemme

Via della Libertà-Ortona (CH)

Tel. 3278338319

Da Fermo Lella

Via Cavour 51-Sambuceto di S. Giovanni (CH)

Tel. 3273763647

Moretti Marilena

Via Dante Aligheri 168-Scerni (CH)

Tel. 0873919792

Rosanna Modacapelli

Viale Abruzzo 15-Montesilvano (PE)

Tel. 0854453417

CAMPANIA

Creative Style

P.za Minicipio 7/10-Montoro Nord (AV)

Tel. 08255833535

Coiffeur Elena

v.le Lincoln 407-Caserta (CE)

Tel. 3398840770

Volti Diversi Parrucchieri

via Dubai-Camposano (NA)

Tel. 0818296488

Lakka Buono Giuseppe

via G. Cosenza 207-Castellammare di Stabia

(NA) Tel. 0818701521

Guadagno Luca

Via delle Mimose 8-Cercola (NA)

Tel. 0815551377

Kapera Schettino Maria

Via Castellammare 146-Gragnano (NA)

Tel. 3669744567

I Ferrigno Parrucchieri

Via Vincenzo Merolla 19-Marano di Napoli (NA)

Tel. 0815863415

Susy & Roberta

C.so Vittorio Emanuele 45-Napoli (NA)

Tel. 081663663

Annunziata the Beauty Room

Via Pappalardo 79-Ottaviano (NA)

Tel. 0818274333

Armonie Parrucchieri

Via F. Caiazzo 58-Pomigliano d’Arco (NA)

Tel. 0815845136

Lakka Leno Romeo

Via Sacra 16-Pompei (NA) Tel. 0818502240

Studio Estetico Fascio

C.so Leonardo da Vinci 36-Portici (NA)

Tel. 081274959

Prisco Consiglia

Via G. di Prisco 125-San Gennarello di Ottaviano

(NA) Tel. 3333353448

Easy Chic

Via Ottaviano 90-San Gennaro Vesusiano (NA)

Tel. 0818666128

Massimo Polese

Via M. Di Savoia 17-San Giorgio a Cremano (NA)

Tel. 3471881663

Erminia’s Cut

Via E. Manfredi 7-Saviano (NA)

Tel. 3772675010

Eugenio Modacapelli

Via Circumvallazione 176-Torre del Greco (NA)

Tel. 0818825637

Tedesco Sergio

Via Amendola - Palazzo Amato-Agropoli (SA)

Tel. 3386776309

Italian Style

Via Agrisani-Nocera Inferiore (SA)

Tel. 3932913274

Hair Tv di Vittorio

Via Paolo Volpe 29-Salerno (SA)

EMILIA

ROMAGNA

MO.DA

Via Roma 3-Baricella (BO)

Tel. 051879261

Enjoy Parrucchieri by Sabrina

Via Toscana 8/D-Bologna (BO)

Tel. 051442335

Acconciature Bruna by Ilaria

Via degli Ortolani 38A-40139 Bologna (BO)

Tel. 3276610120

Blue-Bell Parr. Marina

Daniela & Rita

Via Beethoven 2/B-Bologna (BO)

Tel. 051474985

T’Amy by Cristina

Via B. Gigli 17-Bologna (BO)

Tel. 03478776448

Color and Go

Via Montegrappa 26 A-B-Bologna (BO)

Tel. 051221838

Debora per I Brunelleschi

Via Lame 31A-Bologna (BO)

Tel. 051264737

Mia Barbara e Marika

Via Ciro Menotti 3/AB-Bologna (BO)

Tel. 051249014

Vanto

Via Leandro Alberti 62-Bologna (BO)

Tel. 051347682

Immagine Parrucchieri

Via Zambeccari 1-Bologna (BO)

Tel. 0516145605


Cinzia Hairstylist

Centro Commerciale Bertella-Castel San Pietro

Terme (BO) Tel. 3389239233

Salone Rosanna

Via VIII Dicembre 28-Fontanelice (BO)

Tel. 054292645

Anna Modacapelli

Via Irma Bandiera 13/2A-Granarolo dell’Emilia

(BO) Tel. 051761663

Momà Fashion Center

Via Turati 1-Imola (BO) Tel. 0542643479

Francesca Acconciature

Via Cavallotti 25-Medicina (BO)

Tel. 051852551

L’ H Parrucchieri

Via Cavallotti 7-Medicina (BO)

Tel. 051850907

Manuela & Valentina

Parrucchieri

Via Casaglia 22F-Monzuno (BO)

Tel. 0516771548

Il Centro Commerciale La

Bellezza

Via Emilia 68-Ozzano dell’Emilia (BO)

Tel. 051796610

Vale & Fede Acconciature

P.za del Mercato 14-Pian del Voglio (BO)

Tel. 053498105

Acconciature Monica

Via Porrettana Sud 73/5-Pian di Venola (BO)

Tel. 051932538

Io & Catia Parrucchieri

Via Nazionale 106/2 c/o Pianoro Sport

Accademy-Pianoro (BO) Tel. 3382711211

Lalunapiena Parrucchiera

Via S.S. Trinità 11/A-Pieve di Cento (BO)

Tel. 051975490

Il Ricciolo

Via A. Gramsci 261-Sala Bolognese (BO)

Tel. 0516814424

Studio E Acconciature by Elena

Via Fosse Ardeatine 3-San Giorgio di Piano (BO)

Tel. 051892300

Bruno & Teresa Parrucchieri

Via Fosse Ardeatine 10-San Lazzaro di Savena

(BO) Tel. 051466518

Fuori di Testa by Cristina

Via Emilia 52-San Lazzaro di Savena (BO)

Tel. 051460270

Parrucchiera Romagnoli

Patrizia Canessa Marina

Via Magenta 22-Chiavari (GE) Tel. 0185304671

Bros Parrucchieri

C.so Sardegna 62R-Genova (GE)

Tel. 010511463

Genny & Tixxi Equipe

della Bellezza

P.za del Mercato 9-S. Stefano D’Aveto (GE)

Tel. 018588144

Sensazioni

Via A. Mazzini 7-La Spezia (SP) Tel.018724622

Forbice d’Oro

Corso Nazionale 315-La Spezia (SP)

Tel. 3465237694

Ascoli Gianna

Via Montello 4-La Spezia (SP) Tel. 018721151

Salone Tony di Bellegoni

Via XX Settembre 60-Sarzana (SP)

Tel. 0187621542

Parr. per Signora Raimondo

P.zza Italia 3-Millesimo (SV) Tel. 3356062595

LOMBARDIA

Gritti Nadia

Via Papa Giovanni XXIII 38/A-Almè (BG)

Tel. 035543708

Acconciature Meris

Via San Giorgio 4-Almenno S. Salvatore (BG)

Tel. 035640631

Sisana Federica

Via Paleocapa 57-Alzano Lombardo (BG)

Tel. 035512015

Franchi Patrizia

Via Nazionale 261-Costa Volpino (BG)

Tel. 3406065088

Accociature Patrizia e Catia

Via Papa Giovanni XXIII 12-Leffe (BG)

Tel. 035733161

Proposta Centro Immagine

Via Roma 80/E-Sovere (BG) Tel. 035981473

Natural Hair Claudia

Tomasoni

Via Repubblica 25-Berlingo (BS)

Tel. 3332456685

Acconciature Nunzia

Via G. Galilei 35-Boario Terme (BS)

Tel. 0364531634

Guidetti Arianna

Via Roccole 90-Boario Terme (BS)

Tel. 0364531065

Griffe

Via Indipendenza 37 S. Eufemia-Brescia (BS)

Tel. 030364678

Federico G. Parrucchieri

Via Forcello 1/a-Brescia (BS)

Tel. 3458515032

Roberta Parr.

Via S. Briscioli-Capo di Ponte (BS)

Tel. 0364331366

Momento Donna

Via Ungaretti 53-Capriano del Colle (BS)

Tel. 0309971629

Gregori Pietro P. Arte&Moda

Via Bergoma 5-Carpenedolo (BS)

Tel. 0309983050

Paparusso Laurantonella

P.za Martiri Della Libertà 8-Chiari (BS)

Tel. 3807873073

Giovanessi Mara

Via Garibaldi 1 - Colombaro-Corte Franca (BS)

Tel. 3395621219

Acconciature Federica

via Colombare 12 - Centenaro-Desenzano (BS)

Tel. 0309103105

Very & Cinzia Snc

Via Vitt.Emanuele II , 17-Flero (BS)

Tel. 0302563043

Augusta Style Guerreschi A.

Via Carlo Marx 8-Manerbio (BS)

Tel. 0309383028

Acconciature Yanina

Via G. Galilei 17/a- Orzinuovi (BS)

Tel. 0309942304

Roberta

Via Antica Valeriana -Pisogne (BS)

Tel. 036486092

Parmigiani Alessia

Piazza XI Febbraio 2-Quinzano d’Oglio (BS)

Tel. 3421958742

Lucilla

Via Castello 15-Rodengo Saiano (BS)

Tel. 030610128

Parr. Giovanna Equipe

Via Marconi 38-Roncadelle (BS)

Tel. 0302587035

Ambizione Donna Rapizza C.

Via S. Rocco 4-Rovato (BS)

Tel. 3337743035

Noi Donne

Via Moretto 3-Sarezzo (BS) Tel. 3391706648

Acc. Fantasia

Via E. Fermi 67/R-Urago d’Oglio (BS)

Tel. 0307071499

Davide Giulia DIeGI Acconc.

Via Lenzi 19-Verolanuova (BS)

Tel. 3384697671

Glamgo di Rossana

Via Glisenti 58/b-Villa Carcina (BS)

Tel. 0308980405

Azione Donna Da Angelo

Via Mazzini 35 - Canzo (CO) Tel. 031681508

Acconciatori Lanza

Piazza Matteotti 6-Erba (CO) Tel. 031611403

Barber Shop

Via Brianza 6/A-Montorfano (CO)

Tel. 031200688

Il Bello del Naturale

Via G. Pedone 26/A - Cremona (CR)

Tel. 0372807040

Arte in Testa Rut Hair

C.so Mazzini 51-Cremona (CR) Tel. 037231580

Romagnoli Sabrina

Via Acquanera 53-Fengo (CR) Tel. 0372722989

Bianchi Emanuela

Via Stradivari 30-Monodine (CR)

Tel. 037366643

Liberty’s

Piazza Pertini 3-Arlate di Calco (LC)

Tel. 399920677

Galli Mauro

Via Appiani 5-Bosisio Parini (LC)

Tel. 31865029

Adele & Gigi Parrucchieri

l.go Garibaldi 2-Calolziocorte (LC)

Tel. 0341643528

Mariuccia

Via Rossini 19-Lecco (LC) Tel. 0341422031

Carpe Diem

Via Cavour 3-26847 Maleo (LO)

Tel. 037758277

Hair Fashion Evolution

Via Duca D’aosta 21-26861 Retegno di Fombio

(LO) Tel. 037734992

Alberto hair Style

Via torricelli 83-Seregno (MB)

Tel. 0362230411

Diamoci un Taglio

P.zale Madonnina 5-Seregno (MB)

Tel. 0362235603

Striuli Cristina

P.za P. Giuliani 13-Cernusco S/N (MI)

Tel. 029240569

Acc. Michela

P.za Bollati-Cerro Maggiore (MI)

Tel. 0331535857

Andrea Diffusion

Via G. Parini 5-Cesano Maderno (MI)

Tel. 0362501874

Marilyn

Via Vittorio Emanuele Orlando 10-Cinisello

Balsamo (MI) Tel. 0226223330

Hair Mania

Viale Rinascita 64-Cinisello Balsamo (MI)

Tel. 0266049830

Frange - Cornaredo

Via Ponti 22-Cornaredo (MI) Tel. 0293565399

Di Matteo

Via Monti 9-Corsico (MI) Tel. 024471420

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P.za San Giorgio-Cuggiono (MI)

Tel. 0297240358

R&A Love Me Parrucchieri

Estetisti

Via Roma 80-Garbagnate M.se (MI)

Tel. 029956514

Madà Mod Art

Via Varese 2-Garbagnate M.se (MI)

Tel. 0239543343

Frange - Lainate

Via Adige 19-Lainate (MI) Tel. 0239624412

Co. El.

Via Venezia 63-Legnano (MI) Tel. 0331599661

Afrodite

Via Novara 61-Magenta (MI) Tel. 0297291127

Elite Acconciatura Estetica

Via Giacomo dei Medici 4-Magenta (MI)

Tel. 3665450808

Capriccio Donna

Via Jachini 97-Marcallo con Casone (MI)

Tel. 029760609

Effetto Donna

Via George Sand 2-Milano (MI)

Tel. 026464226

Divina FC

Via Emilio de Martino 1-Milano (MI)

Tel. 026437817

Cristam

Corso Genova 4-Milano (MI) Tel. 028372713

Riti di Bellezza

Via Col Di Lana 20-Monza (MI) Tel. 039380107

Il Capricciolo

Via Eustachi 3-Monza (MI) Tel. 0362523651

Futuro Donna

Via Stelvio 7-Novate M.se (MI) Tel. 023548213

Rosy Acconciature

Via Monte Sabotino 90-Palazzolo M.se (MI)

Tel. 029186744

Immagine Donna

Via Gorizia 30-Rho (MI) Tel. 029315733

Vanity Parrucchieri

C.so Europa 217-Rho (MI) Tel. 029302670

Mara Wellness

C.so Mazzini 52-S. Colombano al Lambro (MI)

Tel. 0371200431

Frange - San Pietro

Via Magenta 66-San Pietro all’Olmo (MI)

Tel. 0293565154

Fashion Hair Lena

Via Cellini 3-Segrate (MI) Tel. 022132535

Il Bello delle Donne

via Giacomo Leopardi 12-Sesto San Giovanni

(MI) Tel. 0239663195

Soleluna

Via Tonale 6-Sesto San Giovanni (MI)

Tel. 0239434273

Mariclod

Via Podgora 151-Sesto San Giovanni (MI)

Tel. 0222474038

Beauty Hair

Via Cacciatori delle Alpi 72-Seveso (MI)

Tel. 0362553445

G&G Acconciature

Via Borromeo 37-Seveso (MI) Tel. 039830153

Big Sister Hair Design

P.za Roma 1-Seveso (MI) Tel. 0362505205

Il Ricciolo di Grazia

Via Pregnana 5/A-Vanzago (MI)

Tel. 0293548654

Vanità

Via Della Filanda 4- Vanzago (MI)

Tel. 0293548470

Idee Nuove di Carminati Barbara

Via Largo Chiese 21-Asola (MN)

Tel. 3383760012

Primon Roberta

Via Avis 98 Fraz.Cereta-Volta Mantovana (MN)

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Via Pio X 72-Cassano Magnago (VA)

Tel. 0331201383

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Via Baraggia 3-Gallarate (VA)

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Via Bergamo 25-Saronno (VA) Tel. 029607629

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Via Albuzzi 5-Varese (VA) Tel. 0332830574

Menegaldo Nicoletta

Via Versetti 7-Varese (VA) Tel.0332240172

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Via Tonale 3-Varese (VA) Tel. 0332236535

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Via Valgella 12-Varese (VA) Tel. 0332331127

PIEMONTE

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Via Migliara 51-Alessandria (AL)

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Ravotto Katia

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Tel. 017335834

Pezzolla Donata

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Tel. 0173821603

Gianfranco Studio

Acconciature

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Piacere & Piacersi

C.so Galileo Ferraris 15-Cuneo (CN)

Tel. 0171480263

Silvia Acconciature

Via Roma 45-Sommariva Perno (CN)

Tel. 017246302

Simo Style

Via Montale 24-Borgomanero (NO)

Tel. 3884216472

Mauro Acconciature

Viale Marconi 41/A-Borgomanero (NO)

Tel. 3934827616

Acc. Cinzia & Roberta

P.za Dante 13-Cameri (NO) Tel. 0321510139

TE. MA. Parrucchieri

Via Sforzesca 97/C-Novara (NO)

Tel. 0321402293

Il Salotto di Rita

P.za Domenico Berti 4-Carmagnola (TO)

Tel. 119720271

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Via Prospero 4-Grugliasco (TO)

Tel. 0114143434

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P.za cavour 2-La Loggia (TO) Tel. 119658178

Annalisa & Paolo di Iudici

P.za Bernini 9-Torino (TO) Tel. 0114332207

Philly Stilisti

Via Napione 26 D-28-Torino (TO)

Tel. 011882276

Renna Cinzia

C.so Trapani 54-Torino (TO) Tel. 011332217

Catone Cristina

Via Montevideo 18-Torino (TO)

Tel. 0113119159

Irene Hair Design

C.so Orbassano 205-Torino (TO) Tel. 11350650

Favale Giovanna

C.so Unione Sovietica 531-Torino (TO)

Tel. 11342761

Acc. Morena Pandora

Via Brione 15-Val Della Torre (TO)

Tel. 0119689833

PUGLIA

Mimì Parrucchieri

Via Roberto da Bari 102-Bari (BA)

Tel. 3382238310

Mod’Art

Via Piccinni 162-Bari (BA)

Tel. 3807651152

Raspatelli Italia

Via Enrico Nannei 15-Bari (BA)

Tel. 3392615289

Mininni Lino

C.so Benedetto Croce 44-Bari (BA)

Tel. 3389523222

Antonino Maddalena

Via Amm. Vacca 168/D-Bitonto (BA)

Tel. 3286797244

Donna Oggi Coiffeur

Via Turi 5-Casamassima (BA)

Tel. 080675373

Donna Più

Via Fratelli Bandiera 2-Castellana Grotte (BA)

Tel. 0804967995

Un Look Perfetto

Via Roma 72-Castellana Grotte (BA)

Tel. 0804964509

Art Hair

P.za Don Bosco 28-Cellamare (BA)

Tel. 0804656574

Effetto Donna

Via Ettore Zola 7-Gioia del Colle (BA)

Tel. 0803482354

De Robertis Grazia

Via Ricciotto Canudo 58-Gioia del Colle (BA)

Tel. 3394199854

Leronni Crescenza

Via Orsini 8-Gioia del Colle (BA)

Tel. 0803432425

Profili di Stile

Via Lepre 26-Gioia del Colle (BA)

Tel. 0803431616

Total Beauty

Via Gogavino 28-Gravina di Puglia (BA)

Tel. 3405397596

Fascino di Pavia Floriana

Maria

Via 10 Marzo 59/b-Modugno (BA)

Tel. 0805353520

D&P di Dora e Palma Amato

Via Bari 48-Molfetta (BA) Tel. 0803349787

Elisir Parrucchieri

Via San Francesco d’Assisi 50-Molfetta (BA)

Tel. 0802042618

Gianluca Staff

S.Maria della Croce 7-Noci (BA)

Tel. 3452683685

Ralfstyle

Via Repubblica 129-Noci (BA)

Tel. 0804039526

Teresa Gassi

Via Cappuccini 47-Noicattaro (BA)

Tel. 0804796466

Tinelli Massimo

Via Giacomo Laterza 10-Putignano (BA)

Tel. 0804912634

I Miccoli Parrucchieri

Via C. Colombo 99-Torre a Mare (BA)

Tel. 0805432716

Caradonna Giovanni Battista

Parrucchieri

Via Casalino 132/F-Triggiano (BA)

Tel. 0809144187

Giulian Q Style

Via San Giorgio 1-Triggiano (BA)

Tel. 0804627978

Accademia Total Look

Via Milite Ignoto 39-Andria (BT)

Tel. 0883555996

Fucci Angelica

Via Genova 30-Andria (BT)

Tel. 3382746101

GL Style di Giulia Lopolito

Via Fragata 116-Bisceglie (BT)

Tel. 0803929203

Centro Estetico Cemava

P.za Terme 11-Canosa di puglia (BT)

Tel. 3491839465

Vanità & Stile

Via Marconi 49-San Ferdinando di Puglia (BT)

Tel. 3291248021

Rosa Del Negro

Via S. Pellico 50-San Ferdinando di Puglia (BT)

Tel. 0883620478

Coiffeur Gina

Via Maroncelli 27-San Ferdinando di Puglia

(BT) Tel. 3497364099

Musicco Antonia

Via Bonomo 55-Trani (BT) Tel. 3476102403

Nicola Frigione

P.za Indipendenza 11-Trani (BT)

Tel. 3930233428

Porcelli Giuseppina

Via Andria 99-Trani (BT) Tel. 3341024439

Rossella

Via Imbriani 303-Trani (BT) Tel. 0883 583760

Silvia Parrucchiera

Via Superga 69-Trani (BT) Tel. 3495861364

Ruggiero Parrucchieri

Via C. Menotti 7-Manduria (TA)

Tel. 0999737476

SARDEGNA

Charme Coiffeur

P.zza Italia 5-Budoni (SS) Tel. 3401569840

Grazia Parrucchieri

Loc. Porto Turistico-Castelsardo (SS)

Tel. 3393142503

Mode-Art

Via Salvatore Marras 7/E-Sassari (SS)

Tel. 3290335842

Tizio e Caio

Via Donatello 6-Sorso (SS) Tel. 3293614321

SICILIA

Gazzo Parrucchieri

via Magenta sn c/o Torre del Grifo-Mascalucia

(CT) Tel. 095350794

Parrucchiera Mariella

Via Vittorio Emanuele 47-Rodì Milici (ME)

Tel. 3338164025

New Style

Via S. Michele 46-S. Angelo di Brolo (ME)

Tel. 3428643710

Pecoraro Antonio Spazio

2932

Via Puglisi Bertolino 2-Palermo (PA)

Tel. 091584141

Santo Marino

Via Federico Pipitone 25-Palermo (PA)

Tel. 0916254315

Massimo Speciale

Via Papa Giovanni II 10-Villabate (PA)

Tel. 091493251

TOSCANA

Acconciature Marinella

Via C. Landino 13-Pratovecchio (AR)

Tel. 0575583868

Sole Hair Stylist

Via Colombo 99-Forte dei Marmi (LU)

Tel. 05841641218

Ermes

Via Sarzanese Nord 2277-Massarosa (LU)

Tel. 0584976053

Angela Hairstylist

V.le Sardegna 20-S. Vito Lucca (LU)

Tel. 0583496426

Acconciature Barbara

Ferrari

Via della Repubblica 67/C-Albiano Magra (MS)

Tel. 0187415035

Hair Visi

P.za Istria 27-Massa (MS) Tel. 3347216295

Art Luca Coccole per Capelli

Via Malaspina 11-Villafranca Lunigiana (MS)

Tel. 0187493581

Why Not

Via Roma 10-Casciana Terme - Lari (PI)

Tel. 0587686117

Valentina Hair Studio

P.za della Casa Bianca 18-Pontedera Loc. I

Fabbri (PI) Tel. 0587476475

Passioni Marco & Davide

Via Machivelli 49-Prato (PO) Tel. 057426071

L’Arte del Capello

Via Brennero 484-Abetone - Cutigliano (PT)

Tel. 0573606715

VENETO

Zecchinato Antonio

Strada Battaglia 71-Albignasego (PD)

Tel. 0498756230

Centro Lei 2

Via M. Ausiliatrice ang. Via Santa Marta-Caselle

di Selvazzano (PD) Tel. 3461611969

Faggian Giuliano

Via Monta 97-Padova (PD) Tel. 049714492

Compagnin Sabrina

Via Fortin 41-Padova (PD) Tel. 049754604

Parrucchieri Lisa

P.zzetta Sartori-Padova (PD)

Tel. 0498761706

Folly Parrucchieri

Via Tesina-Padova (PD) Tel. 049 603991

Controluce Parrucchieri

Via Vicolo Vicenza-San Martino di Lupari (PD)

Tel. 3407313141

Arte in Movimento

Via G. Carducci 3/A -Vo’ Euganeo (PD)

Tel. 0499941151

Acconciature Ravagnani

Bianca

Via Don Minzoni 9C-Castelmassa (RO)

Tel. 0425840709

Vele Capelli

Riviera Falcone e Borsellino 17-Rovigo (RO)

Tel. 0425-200202

Salone Pinfi

Via Saline 1727-Rovigo (RO) Tel. 0425-935042

Salone Maria Grazia

Prandini

Via Vittorio Veneto 29-Rovigo (RO)

Tel. 0425422310

Salone Antonia

Via Ortigara 5-Castelfranco Veneto (TV)

Tel. 0423495152

Jenny Hair Style

borgo Montegrappa 48-Castelfranco Veneto

(TV) Tel. 0423724488

Studio 28 Parrucchieri

Borgo traviso 169-Castelfranco Veneto (TV)

Tel. 0423495240

Cirotto Sandra

Via Sicilia 34-6-Castelfranco Veneto (TV)

Tel. 0423720359

Modasalone Maria

P.za Avis 4-Ormelle (TV) Tel. 0422745691

Salone Loretta

Via IV Novembre 42-Ponte della Privia (TV)

Tel. 0438445041

Perin Vetti

Via Masaccio 1B-Riese Pio X (TV)

Tel. 0423456350

Fuser Edi

P.za Matteotti 1-Jesolo (VE) Tel. 0421351269

Hair Studio

Via Porta Est 18-Marcon (VE) Tel. 0415950618

Bullo Sara

Via Canal Bernardo 10/C-Marghera (VE)

Tel. 041930710

Molin Maurizio

Via Roma 9-Musile di Piave (VE)

Tel. 042153294

Biral Lucia

Via XIII Martiri 87-S. Donà di Piave (VE)

Tel. 3668163465

Zoe Salone Unisex

Via Torri 14-Arcugnano (VI) Tel. 044453114

Salone Tagli e Dettagli

Via Venezia 7-Arzignano (VI) Tel. 0444673483

Gaiarsa Arianna

Via Zaccaria Bricito 29B-Bassano del Grappa

(VI) Tel. 04241751560

Olivieri Romanina

Via Cavour 69-Brendola (VI) Tel. 0444601459

Vathi Trendafile

Via Roma 77-Camisano (VI) Tel. 3297153608

Marcato Monica

Via Olmo 44-Campodarsego (VI) Tel.

0499201729

Salone Monica

P.zza Papa Giovanni XXIII-Gambellara (VI)

Tel. 3382009581

Zaupa Donatella

Via Chiesa 8-Malo (VI) Tel. 0445580599

Tendenze di Nardi

Corte delle Filande 2-Montecchio Maggiore (VI)

Tel. 0444491724

Belle Dentro

Via Martiri 118/bis-Nove (VI) Tel. 0424470483

Salone New Planet

Via Europa 3-San Nazario (VI)

Tel. 3467090523

Cicchellero Monica

Via Fogazzaro 4-Torrebelvicino (VI)

Tel. 0445570081

Dal Molin Sabrina

Via Carisana 80-Torri di Q.lo (VI)

Tel. 0444582019

Armonia Tessaro Alessandra

Via Roma 80/e-Valli del Pasubio (VI)

Tel. 3392428393

Danzi Carlotta

Viale Europa 5-Negrar (VR) Tel. 0457502289

Sonia Studio Immagine

Via Ghetto 63/a-Verona (VR) Tel. 3473105429


La Forma

Del Caffè

Creatività, sperimentazione e innovazione applicate al caffè. In una parola, Coffee

Design. Una disciplina che non esisteva e con Lavazza è diventata arte, senza rinunciare

a promuovere autenticità e unicità, elementi fondanti della sua storia da oltre

120 anni. All’interno del Training Center di Torino, l’azienda ha da tempo creato un

vero e proprio laboratorio interamente dedicato al Coffee Design. L’idea è quella di

sviluppare prodotti, combinazioni di gusti e strumenti: il Food Design al servizio del

caffè. Golosità da provare, a breve, nel nuovo flagship store che verrà aperto nel

cuore di Milano, in Piazza San Fedele, dedicato ai coffee lovers.


VOGUE ITALIA PER LAVAZZA

Caviale di Caffè

Nasce da una idea del

Team Lavazza e dello chef

Ferran Adrià. La ricetta è

realizzata con la tecnica

della sferificazione, prevede

che un composto a base

di caffè e una soluzione

con cloruro di calcio diluito

entrino in contatto, creando

una membrana trasparente

attorno a microsfere di

caffè. In bocca l’effetto

è davvero sorprendente:

un’esplosione multipla

di aroma e gusto.

Coffeetail nº 50

Presentato al 50 Best

Restaurants 2016 – l’evento

che incorona i migliori

ristoranti di alta cucina

al mondo –, è un tributo

non convenzionale al Cuba

Libre. La cola è sostituita

dal Cold Brew, caffè Kafa

Lavazza estratto a freddo

per 12 ore, cui si

aggiungono un goccio

di rum e scorza di limone.

Un drink serale che si serve

in un barattolo di vetro,

seguendo il trend “drinking

in a jar”.

Taco-sponge

Ancora innovazione per il

team Lavazza. Con la cottura

rapida al microonde, realizza

un pan di Spagna molto

soffice. Farcisce poi la base,

con caffè Lavazza macinato

finissimo, che regala un

aroma profondo,

e aggiunge una farcitura

di morbida spuma al

cappuccino. Il risultato è una

dolcezza avvolgente.

Disegnare il caffè. Dargli nuove forme,

consistenze, sapori. Utilizzarlo

in modo inusuale e sorprendente.

Un’idea che Lavazza ha da subito

condiviso con i fratelli Adrià, avanguardia

pura nella cucina mondiale,

con cui anni fa ha iniziato una

partnership mai interrotta. È Albert

a raccontare: «Da Ferran (per molti

anni ai vertici di The World’s 50

Best Restaurants, ndr) ho ereditato

la passione per il Coffee Design.

All’inizio, nel nostro ristorante El

Bulli, il caffè veniva proposto in

modo tradizionale, a fine pasto».

E aggiunge: «Dopo l’incontro con

il team del Training Center Lavazza,

il caffè è diventato materia gastronomica.

Nuove tec niche, concetti

e modalità di degustazione hanno

visto la luce grazie a studi

e sperimentazioni, sempre sostenuti

dall’esperienza Lavazza». Una rivoluzione,

che si è concretizzata in

progetti visiona ri, ironici, divertenti,

ma sempre nel segno della qualità.

«La mia volontà», conclude Albert,

«è continuare nella ricerca e vedere

il caffè non solo come bevanda,

ma ingrediente, spezia...». Ideale

per mettere alla prova gli chef

e proporre ai clienti la perfetta

coffee experience.

Tutte le ricette si assaggiano

nel nuovo flagship store di

Milano, Piazza San Fedele.

Lavazza e l’alta cucina: le tappe

1996 Apre il San Tommaso 10, nella storica drogheria di Luigi Lavazza, e propone i Coffee Menu. 2000 I Piaceri del Caffè sono i primi esempi di

Coffee Design. 2002 Inizia la collaborazione con Ferran Adrià: il caffè è solido nell’Èspesso. 2003 Si sperimenta con Cookie Cup, tazzine biscotto,

ed Espresso Galassia, ispirata al calendario Lavazza di Thierry Le Gouès. 2004-2007 Ancora Adrià, con Passion>Me, caffè e frutto della passione,

Cappuccino Lio, schiuma di caffè, Cappuccino Nitro, freddo, e Pasas di caffè, chicchi simili a uvetta. 2008 Carlo Cracco gioca con le gelée di caffè,

le Coffee Lens. 2009 e 2011 Lo chef spagnolo con il Frozen Espresso e la Granita Espresso. 2010 Il maestro chocolatier Guido Gobino inventa

il Bacio al caffè. 2012-2013 Massimo Bottura rivisita l’espresso, che diventa salato in “Come to Italy with me”, e il Tiramisù, in “It’s just a dessert”.

E poi i tools: Espoon (2010), il cucchiaio forato, e Ecup (2012) sono di Davide Oldani.


Palazzo Morando

Costume Moda Immagine

In via Sant’Andrea 6 un museo d’eccezionale fascino.

Arredi maestosi, traboccanti di saperi e arte, preziosissimi

e dallo struggente fascino rétro. Ma anche un osservatorio

privilegiato nel cuore del Quadrilatero della Moda in cui

immergersi nello stile di Milano e nella sua storia.


VOGUE ITALIA PER COMUNE DI MILANO

Salottino dorato, Galleria cinese e soffitto della Sala dell’Olimpo fotografie di Irene Bascì. Dipinto di Angelo Morbelli fotografia di Saporetti Immagini d’Arte. Copyright: Comune di Milano - Palazzo Morando | Costume Moda Immagine, Milano.

Palazzo Morando è molto di più che

un museo, una ex casa aristocratica

o una passerella di stile e moda.

È la quintessenza del fascino milanese,

sofisticato, charmant, di classe.

Dal Seicento dimora di alcune tra

le più importanti famiglie della città

come i Casati, i De Cristoforis, i Villa

e gli Weill-Schott, nella prima metà

del XX secolo diventa la residenza

prediletta dei Morando Bolognini.

La contessa Lydia Caprara Morando

Attendolo Bolognini, nobildonna

coltissima, dalla personalità eclettica

e appassionata di spiritismo ed esoterismo,

rimasta vedova nel 1945

dona il palazzo e le collezioni qui

conservate al Comune di Milano,

non prima di averne fatto un crocevia

di cultura ed estro. Il “Salottino dorato”

è il luogo dove è perpetuata la memoria

del periodo rococò e dei precedenti

proprietari, la “Galleria cinese”

testimonia la passione per l’arte orientale,

la “Sala dell’Olimpo” trabocca

di fascinazione per l’arte figurativa.

Luoghi magici che fanno parte

del suggestivo percorso che Palazzo

Morando offre al visitatore.

Accanto all’appartamento della contessa,

la Pinacoteca, dedicata alla

Milano antica e moderna con le rappresentazioni

seicentesche dei luoghi

più evocativi, passando per l’epoca

neoclassica e i dipinti dell’Ottocento

che raccontano la città all’ombra

della Madonnina – le vie d’acqua

dei Navigli, la costruzione della

Galleria, le nostalgiche vedute di

corso Vittorio Emanuele e di piazza

Duomo, rispettivamente ritratte nelle

celebri tele da Giuseppe Canella,

Corsia dei Servi, e Angelo Inganni,

Veduta di piazza del Duomo con

il coperto dei Figini –, fino alla Milano

popolare e operaia che emerge

nei capolavori di denuncia sociale

di Achille Beltrame e Angelo Morbelli.

Inoltre, dal 2010 il palazzo custodisce

ed espone a rotazione abiti, costumi

e accessori della ricca collezione

civica, siano questi antichi o contemporanei,

che diventano testimonianza

di quel gusto unico e inconfondibile

che nei secoli ha caratterizzato la produzione

artigianale milanese.

Palazzo Morando | Costume Moda Immagine

via Sant’Andrea 6 - Milano

dal martedì alla domenica, 9-13 e 14-17.30

ingresso con biglietto del Museo

www.civicheraccoltestoriche.mi.it


Black Calf and Oro Suede Hammock Bag

with Red Intarsia Dots, 2017


Fall Winter 2017 2018

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09

Bacio!

Mert

&

Marcus

Roma!

Inez

&

Vinoodh

Ad Arte!

Willy

Vanderperre

Cristiana,

My Italian

Tv Crush

Juergen

Teller

Quando

Tira

Il Vento

Dario

Catellani

Springtide

Alessio

Boni

La Vendemmia

Luigi

and Iango

421


BY MERT & MARCUS


STYLING BY ALASTAIR McKIMM


Õ In apertura. Greta Varlese @ Elite Milano: bolero di piume e corsetto di cotone, GIVENCHY, jeans TRIPP NYC;

cintura VETEMENTS. Nella pagina accanto, da sinistra. Arsun Sorrenti @ Img Models: T-shirt

DAVID CASAVANT ARCHIVE. Vittoria Ceretti @ Elite Milano: giacca di shearling, ALEXANDER McQUEEN;

orecchini e T-shirt, Stylist’s Studio. Ô Qui sotto, da sinistra. Chiara Mazzoleni @ Marilyn Agency: montone CHLOÉ,

pantaloni di pelle, TOM FORD, boots, Stylist’s Studio. Federico Spinas @ I Love Models Management:

completo BALENCIAGA. William Los @ Wilhelmina Models NY: giacca RAF SIMONS. Pelliccia di visone e volpe,

VERSACE; bikini Stylist’s Studio. Roberto Rossellini @ Ford Models NY: camicia di flanella, DSQUARED 2 .


Da sinistra. Mariacarla

Bo scono @ Elite Milano:

abito di chiffon,

ALBERTA FERRETTI;

lingerie INTI MISSIMI.

Dale Cutts: canotta

CALVIN KLEIN JEANS,

jeans CHRISTIAN

DADA. Filip Hrivnak

@ Soul Artist Management:

pull SAINT LAURENT

BY ANTHONY

VACCARELLO. Cappotto

di grain de poudre,

EMPORIO ARMANI;

bikini e boots, Stylist’s

Studio. Hair Cyndia

Harvey; make-up Isamaya

Ffrench, entrambe

@ Streeters. Manicure

Mary Soul using Chanel

Le Vernis. Set Design

Andrea Stanley

@ Streeters. On set Across

Media Productions.


Ô Qui sotto, da sinistra. Montone CHLOÉ. Giacca e t-shirt, BALENCIAGA.

Ò Nella pagina accanto, da sinistra. Candice Swanepoel @ Img Models: giacca, top e pantaloni, STEFAN COOKE;

boots Stylist’s Studio. Hermann Nicoli: jeans SAINT LAURENT BY ANTHONY VACCARELLO; sneakers CONVERSE.


Ó Qui sopra, da sinistra. Bolero, corsetto e scarpe, GIVENCHY, pantaloni TRIPP NYC; cintura VETEMENTS. Tank top CALVIN KLEIN

JEANS. T-shirt POLO RALPH LAUREN. Giorgio Abruscato @ Why Not Models: giacca di pelle, SAINT LAURENT BY ANTHONY

VACCARELLO, camicia MARTINE ROSE. Abito a lavorazione patchwork di seta e pizzo, ERMANNO SCERVINO; collant FOGAL, scarpe SAINT

LAURENT BY ANTHONY VACCARELLO. Alessio Pozzi @ Elite Milano: tank top, CALVIN KLEIN JEANS.

Ò Nella pagina accanto, da sinistra. Matilde Rastelli @ Elite Milano: cappotto oversize di shearling, TOM FORD. Julian Schneyder @ Soul Artist

Management: pantaloni RAF SIMONS; boots CALVIN KLEIN 205W39NYC.


Ô Qui sotto, da sinistra. Biker jacket, SAINT LAURENT BY ANTHONY VACCARELLO, pantaloni MARTINE ROSE. Giacca

SAINT LAURENT BY ANTHONY VACCARELLO, gonna di nappa, SALVATORE FERRAGAMO; boots GIANVITO ROSSI.

Tank top e jeans CALVIN KLEIN JEANS. Canotta Stylist’s Studio, jeans SAINT LAURENT BY ANTHONY VACCARELLO.

Trench effetto lacca, VALENTINO, t-shirt KELLY COLE, jeans TRIPP NYC; belt Stylist’s Studio. Ò Nella pagina accanto,

da sinistra. Tank top CALVIN KLEIN JEANS. Ecopelliccia MIU MIU, t-shirt vintage, KELLY KOLE; orecchini Stylist’s Studio.


Da sinistra. Pull vintage,

Stephen Sprouse

@ RESURRECTION

ARCHIVE. Top

CHERRY VINTAGE,

pelliccia BLUMARINE,

jeans TRIPP NYC.

Abito di seta con volants

a stampa micropois,

BALENCIAGA. Coat di

cavallino DIOR HOMME.

Cappotto TOM FORD.


Ô Qui sotto, da sinistra. Ecopelliccia MIU MIU, jeans TRIPP NYC. Chad White @ Soul Artist Management: tank top e jeans,

CALVIN KLEIN JEANS. Pablo Rousson: camicia MATTHEW ADAMS DOLAN. Edoardo Velicskov:

T-shirt CHERRY VINTAGE, jeans LEVI’S. Giacca SAINT LAURENT BY ANTHONY VACCARELLO.

Nella pagina accanto, da sinistra. Meghan Collison @ NY Model Management: pelliccia di volpe, TOM FORD, top DAVID

CASAVANT ARCHIVE; pantashoes BALENCIAGA. Giacca di shearling e pelle, ALEXANDER McQUEEN, jeans TRIPP NYC.


Giacca STEFAN COOKE.


Ó Qui sopra, da sinistra. Briefs CALVIN KLEIN UNDERWEAR; boots CALVIN KLEIN 205W39NYC. Lily Aldridge: cappotto di nappa ricamata,

PRADA. Ò Nella pagina accanto. Giacca di velluto a coste, PRADA.


Ò Nella pagina accanto,

da sinistra. Camicia

di lana con tasche frontali

a contrasto, maglia a collo

alto di cotone con ricamo,

pantaloni di lana con

banda laterale a contrasto.

Tutto CALVIN

KLEIN 205W39NYC.

Top DAVID CASAVANT

ARCHIVE; jeans e boots,

VETEMENTS.


BY INEZ & VINOODH


STYLING BY ALEX WHITE

Õ In apertura, da sinistra. Abito

di seta stampata, N°21; borsa

di pelliccia, VALENTINO

GARAVANI; orecchini LANVIN;

bracciale e anello “Étoilée” ,

BUCCELATI; shoes PRADA.

Completo STELLA

McCARTNEY; scarpe RALPH

LAUREN COLLECTION.

Da sinistra. Othilia Simon

@ DNA Model Management:

blusa e gonna di chiffon creponne

di seta, BLUMARINE; occhiali

LINDA FARROW; orecchini

VALENTINO GARAVANI;

collana e bracciale, PRADA.

Saskia de Brauw @ DNA Model

Management: completo di lana

e camicia di cotone, THE ROW.


Abito di crêpe sablé,

MARNI; orecchini JENNIFER

FISHER; bracciali IPPOLITA;

borsa VALENTINO

GARAVANI. Hair Malcolm

Edwards @ Art Partner. Make-up

Lisa Butler @ Bryant Artists.

Manicure Catia Sonia Piazza.

On set MAI.London.


Da sinistra. Completo di lana

e camicia di chiffon,

VICTORIA BECKHAM.

Blusa di seta, ROCHAS;

gonna GUCCI; borsa HERMÈS;

cuff BUCCELLATI.


Da sinistra. Pelliccia di marmotta,

LOEWE. Abito di seta e lurex,

BOTTEGA VENETA; borsa di

visone, VALENTINO

GARAVANI; bracciali PRADA.


Cappotto over di montone

con revers di cammello, lupetto

di lana e gonna con spacco

sul davanti e, a destra, completo

di lana: tutto MAX MARA.

Occhiali LINDA FARROW;

collier BUCCELLATI; sandali

PRADA; scarpe RALPH

LAUREN COLLECTION.


BY WILLY VANDERPERRE


STYLING BY OLIVIER RIZZO

Õ In apertura. Mica Arganaraz

@ Dna Model Management:

camicia di popeline di cotone,

FENDI. Paul Hameline

@ Success Models. In tutto il

servizio: briefs CALVIN KLEIN

UNDERWEAR 205W39NYC;

hats PRADA. In queste pagine.

Top di broccato e stivali con

incrostazioni di metallo, CALVIN

KLEIN 205W39NYC.


Fernando @ Hakim Model

Management: biker jacket con

inserti di rose di metallo,

CALVIN KLEIN 205W39NYC.

Corona ANGELS THE

COSTUMIERS. Ò Nella pagina

accanto. Mariacarla Boscono

@ Elite Milano: abito

di satin, cuissardes di pelle.

Per i ragazzi: pantaloni di nylon.

Tutto PRADA.


Da sinistra. Henry Lecluse: corona

ANGELS THE COSTUMIERS.

Amanda @ Tomorrow Is Another

Day e Kiki Willems @ Img

Models: camicia e abito di cotone

con stampa, ANDREAS

KRONTHALER FOR

VIVIENNE WESTWOOD. Daan

@ Rebel Model Management:

maschera DISNEY STORE. Jonas

G @ Tomorrow Is Another Day.


Amandine Renard @ Supreme

Management: biker jacket di pelle

con borchie, GUCCI. Elmo antico,

COSTUME STUDIO. Nella

pagina accanto. Abito di satin

broccato, ALEXANDER

McQUEEN. Ali COSTUME

STUDIO; maschera Darth Vader

(signed by George Lucas),

UNIVERSAL STUDIOS LA.


Blesnya @ Elite Paris: cappotto

di cashmere, CALVIN KLEIN

205W39NYC. Armatura antica,

COSTUME STUDIO. Ò Nella

pagina accanto. Per il ragazzo al

centro: jumpsuit GUCCI; stivali

BALENCIAGA. Per le ragazze: top

di seta con ruches e gonna; abito

di seta ricamato e cappotto di lana

con polsini di seta. Tutto GUCCI.

Philipp R e Christopher R

@ Tomorrow Is Another Day.


Lungo abito di raso di seta,

VALENTINO. Hair Tina Outen

@ Streeters. Make-up Lynsey

Alexander @ Streeters. Manicure

Miss Moji @ Backstage Agency. Set

design Emma Roach @ Streeters.

On set PRODn Paris.


Tunica di cotone, COMME

DES GARÇONS HOMME PLUS.

Corona antica, COSTUME

STUDIO. Ò Nella pagina

accanto. Giacca over di nylon

e gonna di lana plissettata,

BALENCIAGA. Scettro antico,

ANGELS THE COSTUMIERS.


Da sinistra. Boiler suit di denim

stone washed, DIOR. Clement

Chabernaud @ Success Models.

Nella pagina accanto,

Alpha Dia @ Marilyn Agency:

tunica di lana, VIVIENNE

WESTWOOD MAN. Corona

ANGELS THE COSTUMIERS.


Cappa di lana, ALBERTA

FERRETTI. Corona COSTUME

STUDIOS. Nella pagina

accanto. Per la ragazza: reggiseno

di lana, gonna di satin e cuissardes

di pelle. Per i ragazzi: pantaloni

di nylon. Tutto PRADA.


Ô Nella pagina accanto. Cristiana Dell’Anna: pelliccia di visone con ricami floreali, VERSACE; abito di velluto a fiori, GIORGIO ARMANI; headband GUCCI; orecchini CÉLINE.


A sinistra. Top e gonna di popeline di cotone stampato, cintura di velluto. Tutto ERDEM; scarpe MARY KATRANTZOU. Hair Jimmy Paul @ Calliste. Fashion editor Poppy Kain. On set Mai.London.


A sinistra. Abito di velluto a stampa floreale con ricami di cristalli in vita e anelli, GUCCI. Ô Nella pagina accanto. Top di mikado double e gonna di ecopelle a stampa ritratto, PRADA.


A sinistra. Abito di seta a frange, EMILIO PUCCI. Ô Nella pagina accanto. Tubino di organza con fiori ricamati e bracciale con cristalli, DOLCE & GABBANA.


A sinistra. Abito di paillettes con coprispalla di pelliccia, MIU MIU; scarpe GUCCI. Ô Nella pagina accanto. Lungo abito di tulle con ricami profilato di piume e sandali, ALEXANDER McQUEEN.


A sinistra. Lungo abito con coda di velluto stretch con applicazioni di frange e décolletées, MOSCHINO.


A sinistra. Abito di tulle a balze, ALESSANDRA RICH. Ô Nella pagina accanto. Autoritratto di Juergen Teller.


photos by Dario Catellani

Quando tira


il vento


Styling by Vittoria Cerciello

Õ In apertura, da sinistra. Frederikke Sofie @ DNA Model Management:

giacca di lana e orecchini. Lungo cappotto di mohair e scarpe. Õ Nelle pagine

precedenti, da sinistra. Cappello di ecopelliccia e orecchino di resina. Mantella

doppiata di raso, pantalone di velluto e scarpe. Tutto GIORGIO ARMANI.

In tutto il servizio i cappelli sono ELLEN CHRISTINE COUTURE; i guanti

CAROLINA AMATO; la lingerie COSABELLA; le calze WE LOVE COLORS.

Ô Qui sotto. Cappotto di cashmere, pantaloni di mohair, basco di ecopelliccia

e scarpe. Ò Nella pagina accanto. Blusa di seta a taglio geometrico e pantaloni di

satin effetto petalo. Tutto GIORGIO ARMANI.


Õ Nelle pagine precedenti, da sinistra. Cappotto di cashmere double, basco

di ecopelliccia e orecchini di resina e di plexiglas. Tutto GIORGIO ARMANI.

Hair Marki @ Bryant Artists for Marki Hair Care. Make-up Emi Kaneko @

Bryant Artists. Set design Whitney Hellesen @ Frank Reps. On set JN Production.

Ô Qui sotto. Blusa di seta a taglio geometrico, pantaloni con pinces e orecchini

di resina. Ò Nella pagina accanto. Mantella di mohair. Tutto GIORGIO ARMANI.


PHOTOS BY ALESSIO BONI

SPRINGTIDE


STYLING BY PATTI WILSON


In apertura.

Mattia: camicia di

popeline con colletto

ricamato. Michelle

G @ Monster

Management:

bustier con dettagli

di pizzo e diadema

con cristalli. Femke

Huijzer @ Women

Management:

pantaloni di denim

con scritte dipinte a

mano.

Camicia di crêpe

de chine stampato e

pantaloni di viscosa

a righe. Jelle Honing

@ Elite Milano: stola

di volpe; tubino di

cady a stampa rose.

Tutto DOLCE

& GABBANA.


Qui sopra, da

sinistra. Reggiseno

di seta e pantaloni

di pizzo con ricami

punto croce. Giacca

e abito di pizzo

ricamato. Per Noah:

pantaloni di lana.

Da sinistra.

Roos Abels @ Brave

Models: giacca

e abito di pizzo.

Sottoveste di chiffon

di seta. Hugo

Villanova @ Elite

Milano: pantaloni di

lana. Tutto DOLCE

& GABBANA.


Tubino di tulle

ricamato con ampio

collo brodé; camicia,

papillon e pantaloni.

Tutto DOLCE &

GABBANA. Hair

Raphael Salley

@ Streeters using

Oribe. Make-up

Lucy Bridge

@ Streeters.

Manicure Carlotta

Saettone @ W-M

Management.

Set design

conti|marchetti

studio.


In queste pagine.

Bomber jacket con

ricamo di fiori su

sottoveste di chiffon

di seta; scarpe di

pelle ricamate. Per

i ragazzi: camicie,

papillon, pantaloni

e scarpe di vernice.

Tutto DOLCE

& GABBANA.


La

Vendemmia

by Luigi and Iango


styling by Paul Cavaco

Õ In apertura. Mica Arganaraz @ DNA Model Management: abito a

lavorazione patchwork di lurex stampato con ricami di cristalli e

perle. Tute di lurex o jacquard floreale. Biker di pelle con borchie e

ricami di maglia. Guanti di pizzo e fascia con logo.

Ô Qui sotto. Abito di pizzo con maniche di seta stampata.

Ò Nella pagina accanto. Giacca di renna con borchie, frange di

suede multicolor e ricamo di paillettes e perline; booties di pelle

brodé. Tutto GUCCI.


Da sinistra. Giacca di lino stampato. Tailleur pantaloni con revers e

polsini di velluto ricamati. Jumpsuit di maglia jacquard. Tutto GUCCI.

Special thanks Amie & Helena @ D1Models; Allison Brooks, Kyrsten Bates,

Anna Eberg, Zayd Atkinson, Beau Lazear, Adri Martinez & Orion Klein @

Red Model Management; Lau Van Londerzele & Lera Kvasouka @ APM

Models; Asia, George Okeny, Christian Mageau, Shimmy Harmon, Adrian

Jiminez, Jordan A & Sam Schirvar @ MSA Models; Ana Schurmann, Sasha

Mart, Logan Weatheres, Austin Kairis, Anthony Humphrey, Robert Holiday

& Phillip Mayberry @ Major NYC.


Ô Qui sotto. Abito di georgette di seta con polsini di velluto trapuntato

e ricami di paillettes, perle e cristalli.

Nella pagina accanto, da sinistra. Camicia a quadri di lana con

patch ricamati. Giacca di jersey tecnico a stampa floreale e anelli con

pietre. Tutto GUCCI. Hair Luigi Murenu assisted by Hikaru Hirano.

Make-up Yumi Lee @ Streeters. Manicure Naomi Yasuda @

Streeters. Set design Cooper Vasquez. Executive producer Paul

Preiss @ Preiss Creative.


Qui sotto. Mantella di lana jacquard e stivali di pelle.

Nella pagina accanto. Jumpsuit di lurex. Tutto GUCCI.


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Stefano Pilati

L’Italia, Vista Da Qui di

ANGELO FLACCAVENTO

522

vogue.it n. 805


Una certa distanza aiuta, si sa, a osservare il paesaggio. E allora chi meglio

di STEFANO PILATI e RICCARDO TISCI per ragionare sullo stato della moda

italiana? E, attraverso di essa, su come cambia la nostra idea del bello?

ritratto di riccardo tisci, foto karim sadli.

Riccardo Tisci

523


Stefano Pilati

Per osservare con lucidità critica il sistema è necessaria una

certa distanza, in ogni senso. Stefano Pilati e Riccardo Tisci

vivono, in modi diversi ma paralleli, la medesima condizione

di temporaneo ma fruttuoso esilio dal fashion system. Il

primo da Berlino, il secondo errante. Al Bel Paese, però, sono

entrambi profondamente legati, e non ne fanno mistero.

Creativi di rango in pausa momentanea en attendant un

impiego all’altezza, si aprono con schiettezza in questa intervista

doppia, affrontando argomenti scottanti sull’identità,

i caratteri, le peculiarità della moda italiana, e non solo di

quella. Chi meglio di loro? Forse sono leoni feriti, e per questo

graffiano. A colpire è la fotografia che scattano, impietosa ma

appassionata, a un sistema che urge riformare quanto prima,

tenendo a mente la lezione gloriosa della storia. Il pessimismo

apparente, a conti fatti, si ribalta in forza, e da questa

emerge la visione per costruire un futuro migliore. (A.F.)

Sopra. Steven Meisel, “Vogue Italia”, agosto 2011.

Si può definire la creatività italiana?

La si può sicuramente definire, se contestualizzata

nell’ambito delle arti. Che il popolo italiano sia creativo

e ingegnoso è la storia che lo insegna. Che la cultura

italiana sia creativa è la storia che lo insegna. Purtroppo,

non sono convinto che tanta creatività italiana, seppur

ricca di storia, sia applicata anche al di fuori delle arti.

In politica o in socio-politica, la creatività italiana non è

stata sufficientemente aperta da rompere la dimensione

di provincialismo che attualmente ci attanaglia.

Come si è evoluta negli anni e in quali condizioni versa

adesso?

Eccetto alcuni casi specifici, trovo che tra gli anni Ottanta

e il Duemila l’affermazione del ruolo del Made in

Italy nel panorama della creatività mondiale si sia involuto

invece che evoluto. È, a mio avviso, l’ennesimo riflesso

di una assenza di percorso e insufficiente capacità

di ottimizzazione e capitalizzazione delle risorse locali.

Cosa è successo alla nostra cultura del progetto?

Vedo l’Italia come un luogo di romantici sognatori. Lavorando

nella moda, ho avuto la possibilità di credere

e appassionarmi a quelle identità creative che hanno

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vogue.it n. 805


Riccardo Tisci

Si può definire la creatività italiana?

Certamente. È fatta di istinto, pragmatismo, amore per

la bellezza.

Come si è evoluta negli anni e in quali condizioni versa

adesso?

La storia ci insegna che le leadership, culturali o economiche,

sono dinamiche e spesso cicliche. Dopo un

indiscusso primato italiano, i flussi si sono alimentati

attraverso creatività differenti subendo contaminazioni

multiformi, talvolta giapponesi, talvolta est europee,

talvolta latinoamericane. La creatività ha assunto una

dimensione multietnica e globale, ma quel che rimane

indissolubilmente italiano è e sarà la capacità di rappresentare

eleganza e bellezza, connaturate al nostro

patrimonio culturale, in un prodotto qualitativamente

perfetto, grazie alle capacità artigianali divenute ormai

rarissime.

Cosa è successo alla nostra cultura del progetto?

La progettualità non è mai stata uno dei motori forti

della creatività italiana, che storicamente ha avuto magnifiche

espressioni grazie alle logiche del mecenatismo,

ecclesiastico o nobiliare. Il progetto, inteso come

organizzazione multiculturale e sociale, è ancora un

percorso lungo, in cui gli italiani hanno molto da imparare.

Esiste ancora un Italian touch nella moda e nel design?

Dove e come si manifesta?

In ogni prodotto di qualità è presente l’Italian touch,

sia nel mondo del fashion che in quello del mobile. Gli

italiani sono ancora un patrimonio irrinunciabile per

tantissime aziende internazionali che vogliono acquisire

un’estetica e un gusto.

Cosa è stato rappresentativo della creatività italiana

nel passato? Cosa lo è oggi?

Le arti visive e l’architettura hanno rappresentato storicamente

la nostra creatività. Il design di prodotto e

l’artigianato la rappresentano oggi.

Nella moda, siamo un paese di inventori o di commercianti?

Entrambi. Ed è questo che ha reso possibile il nostro

successo.

525


(Stefano Pilati)

agito con successo. Mi riferisco a protagonisti come

Gianni Versace, Giorgio Armani, Prada. Ma il successo

è business, e il business prima o poi assorbe quella parte

di emotività che serve ai creativi perché vitale. Anche i

marchi, di conseguenza, ne soffrono e perdono di istinto.

L’urgenza creativa diventa dovere.

Esiste ancora un Italian touch nella moda e nel design?

Dove e come si manifesta?

Non so se esiste un Italian touch. Forse nel design è

più evidente. Resistono comunque ancora nella moda

italiana delle identità di stile che mantengono coerenza

nell’esprimere la propria estetica. Trovo sia ammirabile

e di livello.

Cosa è stato rappresentativo della creatività italiana

nel passato? Cosa lo è oggi?

Credo che oggi siano troppe le variabili che possono far

sì che si perda passione per un progetto. Fanno paura,

snervano; si pensa che stimolino l’evoluzione quando

Sotto. Mario Sorrenti, Vogue Italia, marzo 2011.

in realtà sono soffocanti. Lo spirito creativo ne risente.

All’inizio, il successo e l’espansione, come la mission e

la passione, sono motori a partecipare: to be part of the

conversation. Ma è proprio il desiderio di partecipare

che devia l’autocritica e decentra l’oggettività a favore

di una soggettività a mio parere sempre più auto-riferita,

urlata e sbagliata. L’errore è nella scala delle priorità,

non nella mission. Oggi, come tutto e tutti, siamo valutati

sui volumi che muoviamo e assai meno per la cultura

e il gusto che veramente rappresentiamo. Preferiamo

la quantità alla qualità di chi sa veramente apprezzare. Se

senti il brand prima del cuore, fai check-out!

Nella moda, siamo un paese di inventori o di commercianti?

Direi entrambi. Geograficamente siamo un gioiello.

Quale è il tratto più profondamente italiano nel tuo

lavoro?

Credo di essere riconosciuto per adottare un senso di

eleganza nelle mie creazioni. La relatività in contrasto

con la mia ambizione la trovo altrettanto italiana.

E quello in assoluto meno italiano?

La mia curiosità, così come il mio senso di autocritica,

non li considero puramente italiani.

L’Italia è un paese per giovani?

Potrebbe esserlo, se si stimolassero i giovani a sperimentare

invece di istruirli o abbandonarli, fagocitandoli

in spazi sempre più ristretti. I giovani si accumulano in

angoli, non li si lascia respirare. Custodendo anziché

condividendo, le energie creative implodono.

Bisogna davvero emigrare per essere riconosciuti?

Esiste un mondo fuori dall’Italia. Per fortuna: se si vuole,

se si ha accesso. Essere o sentirsi italiano non significa

che il tuo percorso non possa svolgersi al di fuori del

tuo luogo o la tua cultura originari.

Ti senti italiano? Perché e in cosa?

Credo di riconoscermi italiano nel mio gusto. Lo esprimo

spesso spontaneamente con un senso di eleganza

che riconosco in assoluto solo italiana, perché misurata.

Da cosa bisogna partire per rifondare la classe creativa,

e non solo quella, nel Paese?

Dall’educazione, come sempre. Purtroppo nessuno capisce

che noi, oltre a essere creativi, siamo anche manifatturieri.

Senza manifattura, la creatività non si esprime.

Senza creatività, la manifattura diventa industria,

ordinaria. Si perde il concetto di primato al quale ambire.

A mio avviso, un concetto del tutto nobile e sano,

perché sinonimo di continua ricerca.

Sei ottimista o pessimista sul futuro?

Sono pessimista.

Il futuro della creatività è locale o globale?

Globale.

Nel tuo percorso, quale è l’errore che non rifaresti?

Impossibile per me non fare errori. Tutti quelli che ho

fatto sono stati utili per capire che non bisogna mai ascoltare

gli altri, che fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio.

Professionalmente, non ho rimpianti di nessun tipo. •

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Sopra. Steven Meisel, Vogue Italia, luglio 2012. Nella doppia pagina

precedente, a destra. Mert & Marcus, Vogue Italia, marzo 2009.

(Riccardo Tisci)

Qual è il tratto più profondamente italiano nel tuo lavoro?

La rappresentazione della forza e della seduzione, maschile

e femminile.

E quello in assoluto meno italiano?

La capacità di provocare la tradizione e rompere gli

schemi, insieme a un immaginario a volte più fosco della

realtà.

L’Italia è un paese per giovani?

Sì, senza dubbio. Purtroppo però i giovani, oggi, si limitano

a imitare o reinterpretare il passato. Dovrebbero

invece cercare una visione personale dello stile.

Bisogna davvero emigrare per essere riconosciuti?

Quando ho iniziato, per un ragazzo italiano era quasi

impossibile riuscire ad affermarsi o essere riconosciuto

in Italia. Ho la sensazione che oggi le cose siano cambiate,

che molti tabù siano caduti e che alcune strade

siano più semplici. Anche l’Italia, infatti, si è aperta a

logiche e correnti internazionali.

Ti senti italiano? Perché e in cosa?

Mi sento italiano per tutto ciò che concerne la sensibilità

nei confronti del bello, della qualità, della manualità.

Anche nel mio amore per le cose che potrebbero a prima

vista risultare inconsuete o inusuali c’è sempre una

connessione profonda, a volte nascosta, con le radici e

la cultura italiana.

Da cosa bisogna partire per rifondare la classe creativa,

e non solo quella, nel Paese?

Bisogna ripartire da un nuovo senso civico che comprenda

spirito imprenditoriale e solidarietà, etica del

sacrificio e capacità di fare squadra.

Sei ottimista o pessimista sul futuro?

Sono un ottimista… Con un tocco di pessimismo.

Il futuro della creatività è locale o globale?

Globale, come ogni cosa.

Nel tuo percorso, quale è l’errore che non rifaresti?

Non lavorerei più sette giorni su sette. Anche Dio si riposò

la domenica. •

527


Novanta Vite

In Una

Il prossimo 29 settembre inviterà gli amici a Parigi

per festeggiare vent’anni di carriera. Ma MARIACARLA

BOSCONO è molte altre cose ancora, oltre la moda.

di RAFFAELE PANIZZA

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vogue.it n. 805


foto inez & vinoodh.

529


Di punto in bianco, Mariacarla Boscono racconta d’aver

fatto l’amore per la prima volta decisamente tardi, già

maggiorenne: modella richiestissima, posava nuda con

la più selvaggia nonchalance, ma non aveva mai conosciuto

un uomo. Indossare lingerie: ecco cosa la metteva a

disagio. La faceva sentire volgare. Blocco che ha superato

non molto tempo fa, tra l’altro, ritratta per La Perla.

Poi racconta dei suoi genitori, che negli anni Settanta

vivevano tra Phuket e l’India vendendo stoffe colorate a

Fiorucci, una coppia d’imprenditori un po’ freak per i

quali, dice, «tutto o quasi era lecito…», con molti puntini

sospensivi per far capire che vederli mentre si fumavano

uno spinello, la sera, lei bambina, non era scena

così strana. Quindi salta di palo in frasca e chiede: Ma lo

sapete come si ubriacano certe modelline della nuova generazione?

Sentite qua: per sentir la testa leggera ma allo

stesso tempo non assumere calorie intingono gli assorbenti

nella vodka, giura, «e poi vanno a ballare». Mariacarla

ride. Mariacarla inciampa. Diventa seria parlando

della figlia di cinque anni, Marialucas, e del papà, che in

questo periodo non sta tanto bene. Accenna al nuovo

fidanzato, Guido, che lavora per lo storico club DC10 di

Ibiza dove l’ha conosciuto, e sintetizza il loro amore giovane

di due anni così: Se magna, se ride, se fa l’amore.

Tiene banco per ore con un’energia inclusiva, incontenibile

e sincera. Il prossimo 29 settembre, a Parigi, inviterà

tutte le persone più importanti della sua carriera

per festeggiare i vent’anni da protagonista nel mondo

moda. Ci sarà l’amico Riccardo Tisci, conosciuto quando

il futuro direttore artistico di Givenchy frequentava

la Central Saint Martins di Londra. Da quel giorno,

non è passato momento in cui non si siano visti o sentiti.

Soprattutto in questo periodo, in cui Tisci sta pensando

al futuro ed è irriconoscibile da quanto è bello, dice

Mariacarla, si gode la vita ed è rilassato, dopo dodici

anni che praticamente non dormiva, dice lei. Poi ci sarà

Piero Piazzi, il booker che l’ha scoperta, e che rappresenta

il dolore, la paura di non farcela, la certezza poi

smentita di non essere adatta, il volerci credere, l’insistenza,

i successi. Quindi i fotografi Mert & Marcus e

Peter Lindbergh, i più importanti della sua carriera.

Specialmente Lindbergh, che Mariacarla descrive come

uno specchio, colui che immortalandola le ha mostrato le

dimensioni esatte della sua fragilità.

Poi ci sarà di certo un po’ di gente non invitata, perché

Mariacarla, ammette, ama gli infiltrati e ne facilita il

compito. E magari Karl Lagerfeld, con cui giura di aver

avuto uno scambio in romanesco, lei ragazzina, lui già

lui, vent’anni fa. Stava facendo un fitting per Fendi e

Lagerfeld ci andò giù un po’ pesante con una spilla. Ah

Karl, disse la monella, che m’hai preso er culo? E lui, che

parla il francese come i francesi, e l’italiano come gli

italiani, che le risponde Nì, nun te preoccupà, c’est pas grave.

Vuole ringraziarli tutti perché sono stati i suoi tutori,

dice. Sono figlia della moda, insiste. Sono un prodotto della

moda, rafforza. Mi ha insegnato a leggere le persone, capire

gli intrecci psicologici, le gerarchie, capire ciò che si ha, cosa si

vorrebbe, le maglie in cui siamo costretti.

Nata a Roma trentasei anni fa, musa di tutti, ha trascorso

l’infanzia nel villaggio keniota di Kilifi, tra Mombasa

e Malindi, dove gli unici esseri viventi a farle compagnia

erano un bastardino di nome Pippo, un’iguana che s’affacciava

alla finestra tutte le mattine, il precettore che

bussava per le lezioni private e poi Bati, una diciassettenne

musulmana che le faceva da tata. Dice che si deve

a questo la grande capacità d’interpretazione che tutti le

riconoscono, il talento di racchiudere uno stato d’animo

nella frazione di un clic. Sì, c’è anche la scuola di recitazione

Lee Strasberg, frequentata a New York, ma, soprattutto,

è stata la solitudine la sua maestra di introspezione.

A dieci anni aveva già letto tutto Isaac Asimov. Ha

passato anni a parlare solo con se stessa. E adesso, dice,

ha una fantasia che Ciao. Ha pure rischiato di creparci,

in Africa. Il giorno in cui non ha dato ascolto ad alcuni

amici di famiglia indiani che le dicevano di non bere

l’acqua, a cena, meglio la birra, perché la falda era contaminata.

Ma lei niente, voglio l’acqua. Ed è stata a letto

una settimana a vomitare, quasi completamente disidratata,

col primo ospedale lontano chilometri. O quan-

530 Back

vogue.it n. 805


Mariacarla è fatta di

vento e luci stroboscopiche.

Mariacarla è cresciuta

in Kenya con un

bastardino e un’iguana,

ha nuotato con

gli anaconda, bevuto

l’ayahuasca con uno

sciamano in Brasile,

dormito per terra

nel deserto mongolo,

tirato mattina negli

strip club di New York.

do, nel bagno di casa, la domestica Bati ha trovato un

black mamba rannicchiato in un angolo, uno dei serpenti

più veloci e velenosi d’Africa, soprannominato “ombra

di morte” per il colore nero delle fauci, quando le

spalanca.

Ed è per questo che sono spassose le storie che Mariacarla

racconta sulla Tanzania, quando c’è tornata nel

2009 per gli scatti del calendario Pirelli. Lei, tra tante

top, l’unica consapevole dei pericoli nascosti in quella

natura incontaminata. Tutte convinte di essere su una

giostra esotica e di potersi permettere qualsiasi cosa, urlettini,

selfie, vezzi. Ricorda Malgosia Bela appesa alle

zanne di un elefante gigantesco, che continuava a ciondolarsi

come fosse sull’altalena, con l’addestratore terrorizzato

per l’evidente e imminente perdita di pazienza

dell’animale. Oppure di notte, quando attraversando la

foresta tutte quante avevano voluto fermarsi a fotografare

un cucciolo di leone. E Mariacarla a dire No, se c’è il

cucciolo, c’è anche la madre. E in un attimo si erano ritrovati

circondati da un branco di leonesse, una dozzina,

costringendo i guardaparco a sfoderare i fucili per difendere

lei, Lara Stone, Isabeli Fontana, Daria Werbowy.

Mariacarla ha sempre viaggiato così, almeno fino a cinque

anni fa, quando è nata Marialucas, di cui è mamma

così single da chiedere che l’uomo con cui l’ha avuta

non venga neppure nominato.

È stata in Mongolia da sola, abbandonata nel deserto

per tre giorni da una corriera sgangherata, bevendo birra

e basta, perché cibo non ce n’era. È tornata che pesava

quarantasei chili, da quel viaggio. La mia migliore

stagione di sempre sulle passerelle, scherza. Anche se non

scherza dicendo che una volta tornata a New York, la

prima cosa che ha fatto è stata passare la notte in uno

strip club, per sentirsi ancora Mariacarla, che è fatta di

vento ma anche di luci stroboscopiche e divanetti rossi.

Lei unica a buttarsi nel Rio delle Amazzoni dove vive

l’anaconda, convinta a lanciarsi per prima da un gruppo

di uomini che poi non hanno avuto il coraggio di seguirla.

E ancora, la notte a prendere l’ayahuasca con

uno sciamano in Brasile, l’allucinogeno naturale che dicono

sappia curare l’anima, bevuto quando era ancora

incinta.

Mariacarla si può raccontare, come abbiamo provato a

fare fin qui. Oppure bisogna lasciare che si racconti lei,

seguire le sue traiettorie mentali, senza nulla a inframmezzare.

Seduti in un ristorante di Roma, dove ordina il

più sanguinolento degli hamburger, beviamo acqua e

vino, e ci lasciamo trasportare entrambi dal suo flusso

ininterrotto di cose, di confusione luminosa.

Amo ancora la moda, dice, però mi rendo conto che comincia

a venirmi tutto troppo facile. E allora su un quaderno scrivo

tutte le idee che mi vengono, perché questa energia altrimenti

non riesco a incanalarla, tutte le cose che la mia mente vede

e registra, la voglia di sfida. Mi invento collezioni di moda, e

ultimamente mi piace mescolare camicie da notte anni Trenta

con scarpe piene di lustrini. Poi progetto nuove riviste di viaggio.

E poi scrivo idee per valorizzare Roma: mi piacerebbe

occuparmene davvero. A livello turistico. Organizzare e promuovere

eventi che possano aiutare questa meravigliosa città

a riaffacciarsi al mondo. Cose diversissime, insomma. Perché

se è vero che questa è l’unica vita che abbiamo, io voglio vivere

fino a novant’anni, e vivere novanta vite in una.

Adesso non ha tempo, ammette, ma un giorno realizzerà

qualcosa di nuovo, ne è convinta. Lo sento, dice, presto,

arriverà anche il mio momento. •

531


Ancora Un Bacio

Cos’hanno di così speciale quelli del CINEMA

ITALIANO? Spiega il regista che alla questione

ha dedicato il suo ultimo film: non il voyeurismo,

ma una memoria fatta di attese, timore, possibilità.

Come nella copertina di questo numero di Vogue.

di IVAN COTRONEO*

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vogue.it n. 805


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Da sinistra. Monica Vitti e Alain Delon in “L’eclisse” di Michelangelo Antonioni.

Sophia Loren e Marcello Mastroianni in “Ieri, oggi, domani” di Vittorio De Sica.

In apertura. Ancora Loren e Mastroianni in “Matrimonio all’italiana”, sempre di De Sica.

Pagine successive: Enita Ekberg e Mastroianni in “La Dolce Vita”, di Federico Fellini

Di tutti i baci che sono stati messi in scena nella storia

del cinema, italiano e non, da spettatori ricordiamo benissimo

quelli che ci hanno catturato, che hanno segnato

la nostra memoria, quelli visti in una sala che tratteneva

il fiato in trepidante attesa, sapendo istintivamente

quanto fosse un momento cruciale quello a cui stava assistendo.

Non solo un momento di tensione narrativa,

quindi, ma di restituzione di senso. Perché i baci, sullo

schermo, hanno un enorme potere di rivelazione.

C’è qualcosa di particolarmente irritante in un bacio

non riuscito, qualcosa che ci infastidisce come spettatori

e che va al di là del semplice schiaffo alla credibilità

dei personaggi e alla rivelazione della messa in scena.

Quando due personaggi sullo schermo si scambiano

un bacio finto, palesemente rappresentato, un moto di

rifiuto se non di stizza ci percorre, e la memoria dei baci

che abbiamo dato nella vita, o meglio, che ci siamo

scambiati, si risveglia pronta per segnalarci che quello

a cui stiamo assistendo nella narrazione, quell’incontro,

quell’avvicinarsi delle labbra e quello scambio di

umori, non è che l’imitazione poverissima dell’eccitazione,

dell’inizio dell’avventura, dell’abbandono carico

di spavento. Come le altre simulazioni a cui il cinema ci

ha abituati (ma più che in quella della morte, di fronte

alla quale, quando viene rappresentata in un film, siamo

più tolleranti, perché sfiora un tabù di pensiero al quale

non sempre vogliamo accostarci), quella del bacio ha il

potere di svelare l’inganno, o di converso, quando è riuscita,

di sublimare la perfezione della rappresentazione

e renderla memorabile. Dei vari baci cinematografici ricordiamo

come particolarmente riusciti quelli che non

ci hanno fatto pensare alla professionalità dei due attori

intenti a unire le labbra di fronte a una troupe. Forse

perché si sono ricollegati direttamente al nostro vissuto.

O forse perché li abbiamo riconosciuti come appartenenti

alla nostra esperienza umana.

Il cinema italiano classico ha una storia costellata di attori

che hanno fatto sognare il mondo: i loro baci sono

stati non la possibilità voyeuristica di vedere una star

alle prese con la messa in scena di un momento intimo,

ma la sublimazione estrema di una memoria fatta di attese,

di timore, di scoperta di possibilità.

Sono baci risolutivi, che svelano o affermano con forza

l’attrazione, l’idea del congiungimento, l’espressione di

un sentimento. Più ancora che per le scene di sesso –

che raramente hanno il potere di emozionarci in questo

modo, e quando lo hanno è perché raccontano altro –,

i baci svelano la violenza della passione, come in “Rocco

e i suoi fratelli”, o l’impossibilità di una qualsiasi superficialità

nell’attrazione fisica (penso a quasi tutto il cinema

di Pasolini), o il desiderio di un incontro che vada al

di là della ripetitività sterile dei giorni (“Io la conoscevo

bene” di Pietrangeli) o l’ossessione del desiderio (ancora

Visconti, “Senso”).

Se hanno una forza eversiva, questi baci la possiedono

non per i soggetti coinvolti, ma per quello che ci raccontano

sulla rottura dei loro preconcetti (“Il conformista”

di Bertolucci) o per il loro potere di rovesciare

il mondo contro tutto e tutti (“Io sono l’amore” di Luca

Guadagnino). A volte sono attesi dagli spettatori in

maniera inconscia come il momento della verità, quello

che rivelerà se tutto ciò che ci è stato detto su carattere,

personalità, orientamento sessuale dei protagonisti

è vero, segnando così un nuovo passo nel racconto del

film, un passo in cui il regista afferma con decisione:

puoi fidarti di me (Riccardo Scamarcio e Carmine Recano

in “Mine vaganti” di Ozpetek).

I baci che restano nella nostra memoria lo fanno a volte

grazie a un realismo magico, e se la situazione non è comune

ma straordinaria, muovono le nostre aspirazioni

a che la nostra vita possa accogliere un tale momento:

Dietro quell’immagine dev’esserci un mondo

di possibilità, di sogno. I baci sono annunci,

e quand’anche vengano smentiti dopo

cinque minuti, nel momento in cui le labbra

si incontrano sono perfetti e chiusi in sé.

in questa pagina. foto interfoto/alamy stock photo. in apertura. foto champion/concordia/kobal/rex/shutterstock.

534 Back

vogue.it n. 805


www.shirtaporter.com


una bellissima fontana, un momento di follia lucida,

essere Mastroianni, o la Ekberg, o preferibilmente entrambi.

Esserci, non solo assistere passivamente. La sequenza

finale di “Nuovo Cinema Paradiso”, nella sua

ineluttabilità precisissima, mostra una teoria virtualmente

infinita di tutti i baci delle pellicole proiettate,

baci che nel corso del racconto sono stati tagliati via

dalla censura, e nonostante le nostre possibili resistenze

ha il potere di commuoverci, o comunque di catturarci.

Sono i baci negati che vediamo in quel momento,

non nel racconto del film, ma nella vita – e in un senso

nostalgico sono quelli che non siamo riusciti a dare ma

che avremmo voluto.

Nella mia personale esperienza di regista ho vissuto un

episodio per me particolarmente significativo nel corso

delle riprese del mio ultimo film: i due giovani attori

protagonisti, Rimau Grillo Ritzberger e Leonardo

Pazzagli, esordienti al cinema, dovevano scambiarsi un

bacio in scena. Il bacio era stato provato prima delle riprese,

anzi direi che era stata senz’altro una delle scene

cruciali dei provini. I due ragazzi nelle prove si erano

scambiati un bacio vero, curioso, di scoperta, insieme

potente e terribile. Quando ci siamo poi ritrovati per

quella scena sul set, tre mesi dopo, al primo ciak il loro

bacio risultava timido, impacciato, buffo, quasi scambiato

per gioco. Ho dato lo stop, ho chiamato da parte i

due ragazzi, ho chiesto loro cosa stesse succedendo. Mi

hanno risposto che al provino non si conoscevano per

niente, e che invece ora erano diventati amici. Questo

rendeva più difficile baciarsi con quel misto di eccitazione

e sgomento che accompagna i primi baci. Da regista

li ho spronati a ritrovare quel sentimento vissuto

nei provini, e durante i successivi ciak ci sono riusciti.

Ma in fondo sentivo che mi avevano spiegato una verità.

Gli amici ovviamente non si baciano come gli amanti,

non si baciano per scoperta, paura, timore, ansia di perdere

quell’emozione che sta passando. La pellicola cattura

quell’attimo lo restituisce nella sua verità emotiva

– quando non reale, almeno possibile. Tutto il cinema, o

almeno il cinema che piace a me, tende alla creazione di

una verità emotiva, qualsiasi essa sia, fosse anche la negazione

o l’assenza di un sentimento. I baci, esattamente

come nella vita, rivelano tutto quello che c’è da sapere,

senza che venga pronunciata una sola parola. Dietro

quell’immagine deve esserci un mondo di possibilità,

di sogno. I baci sono annunci, e quand’anche vengano

smentiti dopo cinque minuti, nel momento in cui le

labbra si incontrano sono perfetti e chiusi in sé. Come

per Lady Chatterley, hanno il potere di fare risuonare le

campane. E nel cinema più bello, quelle campane non

suonano per i protagonisti, ma per noi spettatori che li

guardiamo. Perché – e questa è la verità segreta e forse

il senso della magia del cinema – quel bacio che viene

scambiato per i nostri occhi deve invece pretendere, e

nel cinema più bello lo fa, di esistere da sempre e per

sempre, esattamente come le promesse d’amore che ci

scambiamo nella vita. •

*Regista e scrittore, ha diretto “Un Bacio” (2016).

foto courtesy everett collection/contrasto.


MANGANO

MILANO / FIRENZE / DESENZANO / FORTE DEI MARMI / MILANO MARITTIMA / MANGANO.COM


Una Notte

Per Tutti

La VFNO cambia nome e format.

Diventa “Vogue For Milano”

e si arricchisce di mostre, talk

e di live music. Per avvicinare

ancora di più la città alla moda, alla

fotografia, al cinema e alla musica.

E allo shopping a scopo di charity.

di MARISTELLA CAMPI

Dal pomeriggio

a sera inoltrata,

tutta la città

si trasforma in

un palcoscenico

diffuso. Per nuovi

incontri e idee.

Taglia il traguardo della nona edizione e

volta pagina la “Vogue Fashion’s Night

Out”, organizzata da Vogue Italia con il

patrocinio del Comune di Milano. Infatti,

pur rimanendo una grande festa della

moda dall’approccio democratico e dalla

vocazione solidale, con numerose attività

di shopping a sfondo benefico, quest’anno

si trasforma presentandosi con una veste

completamente rinnovata.

Innanzitutto, nel nome. La manifestazione

viene rinominata “Vogue For Milano”,

un claim evidenziato anche nel logo attraverso

un gioco grafico che mette in primo

piano proprio la nuova denominazione, pur

lasciando sullo sfondo quella originaria,

Vogue Fashion’s Night Out”. Un cambiamento

che ha lo scopo di sottolineare

e rafforzare il legame con la città simbolo

del made in Italy e portavoce nel mondo di

quella italianità che è anche il tema centrale

di questo numero di Vogue Italia.

Nuova anche la data, giovedì 14 settembre,

che anticipa di una settimana la Milano Fashion

Week. Infine, anche il format è stato

rivoluzionato. Il calendario degli eventi

è stato distribuito lungo tutto l’arco della

giornata, con un momento clou dalle 17 alle

22 (e in alcuni casi anche oltre), per consentire

a tutti di partecipare agli appuntamenti

nel Quadrilatero della moda – via Manzoni,

via Montenapoleone, via Sant’Andrea, via

della Spiga, corso Vittorio Emanuele, corso

Venezia e dintorni – ma anche in corso

Genova e nel quartiere di Brera, in corso

Como, in piazza Gae Aulenti e nel distretto

emergente di Porta Nuova.

vogue.it n. 805

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539


Giovani fotografi, registi,

musicisti e designer:

Vogue for Milano è anche

un crocevia di talenti.

Moda & fotografia

Nel cortile di Palazzo Bagatti Valsecchi, in via Gesù, la

mostra “The New Beautiful”, a cura di Alessia Glaviano,

photo editor di Vogue Italia, espone le interpretazioni

della bellezza femminile di quattro artiste contemporanee:

Clara Giaminardi, Alexandra Von Fuerst, Justine

Tjallinks e Romina Ressia.

Moda & cinema

Doppio appuntamento in via Montenapoleone. Al 23,

nella Montenapoleone Vip Lounge, è in programma

la proiezione di “Through my Eyes Episode 2-Women’s

View”, raccolta di cinque fashion film diretti da

cinque registe (Alexa Karolinski, Chantal Anderson,

Leigh Johnson, Marie Schuller, Marta Di Francesco),

esponenti del nuovo panorama internazionale, realizzati

da Vogue Italia in partnership con Fashion Film

Festival Milano all’interno del progetto #FFFMilano-

ForWomen. Per l’occasione, si potrà provare la nuova

fragranza “Gabrielle Chanel” di Chanel, omaggio a

Mademoiselle. Al 19, invece, nel cortile dell’illy Café

si può assistere a una selezione delle “best interviews”

– interviste video ad artisti e fotografi – di Vogue Italia.

Moda & talk

Si intitolano “The Art of Influencing” i talk che, in alcune

boutique del Quadrilatero (Alcantara, Alberta Ferretti,

Krizia, Fendi, Moschino, Salvatore Ferragamo),

affronteranno il tema dell’impatto che la fashion culture

esercita su cinema, arte, fotografia. Un’occasione per conoscere

le storie di celebri brand, anche attraverso l’evoluzione

del loro dna. Al Bar Meraviglia di San Pellegrino

si discute invece di supporto al talento.

Moda & musica

Un concerto dalla Terrazza di Duomo 21, con performance

dal vivo degli artisti internazionali più ascoltati

del momento, chiude la serata di “Vogue For Milano”.

Milano & Venezia

La VFNO, nel week-end del 16-17 settembre, ha

quest’anno un’estensione a Venezia, al T Fondaco dei

Tedeschi, affacciato sul Canal Grande nel sestiere di

San Marco. Qui, una serie di eventi legati alla cultura

della moda – dalle visite guidate a cura degli editor

di Vogue Italia ai talk con gli esperti, fino ai “Vogue

Suggests”, con le idee e i suggerimenti di stile di Vogue

Italia – sono il punto di riferimento per chi vuole partecipare

a una fashion experience di grande impatto.

illustrazione jacopo ruggine; foto new press.

540 Back

vogue.it n. 805


Distribuito da Miriade spa Tel. 081.8266701 su licenza di Barocco Roma srl - www.miriadespa.it


AUDI prosegue con Q2 il suo #untaggablejourney,

con la tappa della VFNO. Da Banner, in via

Sant’Andrea 8/A, si può acquistare la T-shirt Special

Edition con illustrazione sul tema #untaggablejourney

di Bad Deal, brand creato da Zoow24 e Marina

Rubini. Tutto il ricavato sarà destinato alla

riqualificazione del mercato di Lorenteggio.

HUAWEI accoglie tutti nel cortile di palazzo

Bagatti Valsecchi, che ospita la mostra “The New

Beautiful”, con due iniziative: un mini trunk show

con modelle con i look selezionati da Vogue Italia e

una photo booth in cui provare i nuovi smartphone

P10 e P10 Plus. Sono realizzate con i device Huawei

anche le foto di backstage del concerto live,

proiettate sul maxi schermo in piazza Duomo.

MARTINI, cocktail ufficiale della VFNO,

celebra la Terrazza Martini e i giovani talenti della

fotografia selezionati dal canale PhotoVogue

Gioconda & August, Monia Merlo, David PD Hyde

e Andrew Tarnawczyk – che interpretano i drink

Martini dell’estate 2017 negli scatti di una mostra

fotografica a Palazzo Morando (dalle 19). Durante

la serata la casa di Chieri propone il nuovo

cocktail Martini e Tonic Bianco, Rosso e Rosato.

Vogue For Milano” conferma ancora la

sua vocazione charity grazie al contributo dei negozi che

aderiscono alla manifestazione con oggetti realizzati in tiratura

limitata per questa speciale occasione. Quest’anno,

il ricavato delle vendite di tutte le limited edition sarà devoluto

a un progetto destinato alla riqualificazione delle

periferie della città, che fa parte di un più vasto programma

del Comune di Milano. Obiettivo è la realizzazione

della copertura della pedana del Mercato Comunale del

Lorenteggio, progettata da Renzo Piano. L’idea alla base

dell’iniziativa è di riuscire a trasformare lo spazio pubblico

in un punto di incontro socio-culturale, che possa

funzionare anche durante la stagione invernale. Infine,

una serie di collaborazioni, con Audi, Huawei, Martini,

Nivea e Qvc, contribuiscono a rendere la serata ancora

più articolata e ricca di appuntamenti. •

NIVEA celebra i “Deo Nivea for Black and

White” che, in occasione di “Vogue For Milano”,

cambiano veste con un pack in edizione

limitata grazie alla collaborazione con CO|TE,

promettente duo di designer selezionati da

Nivea e “Vogue Talents”. La special edition e

gli abiti di CO|TE che l’hanno ispirata sono i

protagonisti di un corner a Palazzo Morando.

QVC, la piattaforma multimediale che unisce

TV, digital, mobile e social media per una

shopping experience a 360 gradi, lancia a Palazzo

Morando la seconda edizione di “QVC Next/The

Fashion Edition”, programma in collaborazione

con “Vogue Talents” che sostiene i talenti del

made in Italy. Quest’anno sono Maison Di Prima

e Giuliana Mancinelli Bonafaccia a vendere

su QVC le loro capsule collection esclusive.

RMC è la radio ufficiale della VFNO, con una colonna sonora raffinata

e internazionale. Tutti gli aggiornamenti degli eventi e delle adesioni

dei negozi in tempo reale sono su www.vogue.it/vfno2017 e sulla

pagina Facebook. #VFNO2017

542 Back

vogue.it n. 805


Distribuito da Miriade spa Tel. 081.8266701 su licenza di Mario Valentino spa - www.miriadespa.it


English Texts

The Italian Issue

by EMANUELE FARNETI

French magazines have a tradition of celebrating

national fashion with covers dedicated

to local style icons or the magic of Paris.

The same happens in the US and the UK.

But less so in Italy. Due to a certain typical

conditioned reflex of ours, it always seems to

us that whatever happens far away from here

is, by definition, less provincial. I believe it

boils down to a lack of perspective. Suffice

it to see how much the leading international

press talks about Italy and Italians, and how

much curiosity one reads for the latest news

and novelties traversing our country. For this

reason, we have decided to make Italy the

protagonist of the September issue, which is

traditionally the most important of the year.

Nothing could be further from the rhetoric

of some allegedly “better Italy”. Instead, it is

a snapshot – albeit partial and subjective, as

inevitably happens when one is so close to

the portrayed subject – of a country that,

between trials and tribulations, and despite

an objectively unfit ruling class, is waking

from its slumber.

It’s no secret that something is stirring in

Milan. On these pages we speak of new designers

and age-old costumes returned to

their splendour, of the city’s polished Galleria,

and of upcoming exhibitions. Florence

is also on the move, with contemporary art

challenging historical resistances. A blossoming

of small-scale publishers is painting

a picture far removed from Italy’s usually

stereotyped topics such as food and tourism.

The female authors of this year’s most

unexpected best-seller tell us about other

rebellious Italian women. David Leavitt

writes of 17th-century wonders, while Lila

Azam Zanganeh describes her dream of an

Italian square on an autumn morning full

of light and rarefied air. The brother of a

famous American writer casts light on some

of Italy’s most obscure places. Patrick Demarchelier

gives three young Italian girls

the style and grace of erstwhile divas. And

Juergen Teller ventures to the western tip of

Sicily in pursuit of his “Italian crush”.

Then there are the three covers.

The first pays homage to a monument of

Italy’s artistic heritage. Willy Vanderperre

and Olivier Rizzo travelled and researched

to create their story on Caravaggio, portraying

him with images that are simultaneously

old yet strikingly modern.

The second cover is the story of a gesture,

entrusted to Mert & Marcus with Alastair

McKimm. Pietrangelo Buttafuoco reveals

why Italian kisses are the ultimate and

unlike others given elsewhere. Ivan Cotroneo,

meanwhile, recalls their role in the

construction of Italian cinema’s imaginary.

The third cover is a wish. A hope that Rome

– whose monumental sites provided the setting

for the narrative told by Inez & Vinoodh

with Alex White – can return to its former

self, which, on reflection, was not even so

long ago. Because the country will only really

get moving if Rome gets back on its feet.

Obviously, all these threads are held together

by fashion. Specifically, the considerable

amount of fashion designed directly by

Italians; and that enormous amount, almost

all of it, which is produced in this country.

After all, with all its well-known limitations,

the fashion system plays an anything

but marginal role in Italy’s drive towards

the future. Not only by giving jobs to over

400,000 professionals in 50,000 companies,

and with a turnover of 52 million euros (in

2016). But also by representing the Italian

sense of beauty all around the globe. It is the

soft power we possess. Let’s not forget to feel

at least a little bit proud of it. As Franca

Sozzani once said: others talk, we do. •

original text page 30

Bacio!

by PIETRANGELO BUTTAFUOCO*

French kiss is well-known. As Cyrano de

Bergerac would say, it’s a pink apostrophe

between the words je t’aime. An Italian kiss,

on the other hand, is an allusion. It’s a midnight

kiss – “un bacio a mezzanotte” – untrustworthy

by definition.

Kisses are like artful thefts. It’s not a sin if

you dream of kisses. And it’s always “The

Last Kiss” of the day for people who never

want to grow up. In fact, staying young is a

trade-off of excuses – “just a kiss” – when a

kiss, alone, is a madhouse of fireworks and

promises.

“The mouth that has been kissed does not

lose its savour, indeed it renews itself,” as

Boccaccio’s proverb goes. Or “Give me a

thousand kisses”, as Catullus would say.

In rock ’n’ roll the round figure for kisses

is 24,000, but la cara sillaba, or “the sweet

word” – at least in the songs that grandpa

sings – is summed up with “ba ba baciami

piccina”, or “ki ki kiss me little darling”. This

bright stutter is intended for grandma, and

what she gets in her “heart of hearts” is “baci

in quantità” (i.e. lots of kisses) and a cheeky

question: “Tutti questi baci a chi li devo dar?”

(Or, “Who should I give all these kisses to?”)

The kiss finds refuge in the kiss curl: a lock

of hair that drips allusions onto cheeks – or

even foreheads – and the kiss sleeps as if in a

slumber of coral, silk and flowers.

Implied in an inadvertent twitch of the lips,

the kiss remains an omission: the eloquence

of things left unsaid as a way to safeguard

oneself.

Love seized us. Galehaut is the book and who

wrote it, but the story of all the world’s kisses

is Italian: a bundle of film clips – of censored

kisses – that were cut, preserved and then

edited together. It’s the story of Giuseppe

Tornatore’s “Cinema Paradiso”, and between

the vibrant colours of the film, the blackand-white

images make every allusion plain

to see: “You can never get your fill of escargots

to suck and girls to kiss.”

An itch. And then the substance. This is what

the woman demands, and the imperative

is always categorical: Kiss me, stupid! Vapid

stubble lines his upper lip – like a row of

marching ants – and it prickles as his mouth

sinks almond-flavoured throbs onto her lips,

all of coral, silk, flowers and closed eyes. Back

in the days of men’s-only clubs, the barbers

– certainly not hairdressers – heartily recommended

a moustache: “Wear a pencil moustache

as fine as a line of ants, and the girls

will thank you for it.”

Italy’s fear lies in a kiss – the kiss of Totò Riina

– and who knows if this mafia boss had a

tongue piercing to keep turning the aching

tooth.

Goodbye kisses, they say. But the whole Italian

fairy tale lies in a toing and froing of

kisses. Like Totò the legendary actor, who

went looking for kisses in the station among

the departing trains. Petrarch’s entire “Canzoniere”

in vernacular Italian lies in a kiss.

544 vogue.it n. 805


FRANCO PUGI

www.francopugi.com


ENGLISH TEXT

And it’s a ciao ciao! Another kiss. And then a

thousand more (“deinde usque altera mille”).

(Trad. Antony Bowden) •

*Journalist and author, 54 years old, from Agira, with a

degree in Theoretical Philosophy. His latest book “I baci

sono definitivi” (La Nave di Teseo) was inspired by daily

trips on the Rome subway and features stories about sweethearts,

inscriptions on railings, phrases, and glances,

hurried traffic, stops, and lunch breaks. Buttafuoco takes

notes and observes as everything rushes by, is erased or

fades. Only kisses definitely remain.

original text page 112

Roma!

by LILA AZAM ZANGANEH*

Every writer is a lover moved by a dream.

The dream of a woman, a man, a sword or

a city. And this dream needs a foot in the

real world. Because the world, in sum, is the

fabric that desire’s made on.

So what better place on earth to dream than

Rome? Rome, on any given morning in the

early fall (my favorite time of the year in the

city), on a square, not too far from the Madonna

del Divino Amore. The sun shines lightly,

it smiles upon you, like a momentary

grace, or a stroke of good luck.

One could be having a cappuccino, or else a

cornetto full of Nutella (I had six in a row,

not so long ago, prompting my neighbors to

leer in dismay).

There I am, having my sixth cornetto, and

dreaming. I dream of a square giving birth

to another square and another yet. I dream

of the Scala Santa in San Giovanni in Laterano,

and though I’ve scaled it before, I

dream it leads to the clouds and the stars, to

a place beyond the painting. I dream of the

Domus Aurea, and how the painters of the

Renaissance dug holes to see the frescoes

and steal beautiful ideas (good poets steal,

they steal to dream again.) I dream of the

Palatino, full of the rumor of Emperors, and

strangely empty on a fall afternoon. I seek

that emptiness, that void, because inside it,

when you prick up your ears, you begin to

hear the living pulse of time. I think of fountains

and their philters, “Love” and “Disdain,”

and how Orlando was driven raving

mad by perhaps no more and no less than

such a philter (passion often seems to spring

from a fountain, a metaphor for madness, or

simply, the lack of rhyme and reason in our

dreams.) I dream of narrow byroads where

swords have fallen over rocks, and where in

their place only a footprint remains. I dream

of castles rising above mausoleums and boys

sleeping where doves once slept. I dream of

a time when Rome, somewhere far off into

the future, will be but the dream of a dreamer

dreamed on a fall morning, in a piazza

full of light and thin air. •

*Author of “The Enchanter: Nabokov and Happiness”

(W.W. Norton & Co.), Lila Azam Zanganeh spent long

periods of her life in Italy. She is one of the five members

of the Man Booker Prize jury.

original text page 114

Ad Arte!

by DAVID LEAVITT*

As an artist and a man, Caravaggio belonged

to the shadowland. Darkness, you might say,

was his stone, light the chisel with which he

sculpted. Starting with such early works as

the “Boy with the Lute”, Caravaggio reveals

an understanding of light so masterly as

to make us forget that he lived on the candlelit

cusp of the seventeenth century, in a

world that did not know, could hardly imagine,

electricity, photography, the flashbulb

and the flood light and the portrait umbrella.

Flood, flash, umbrella: tellingly, the language

of camera equipment is the language of storms,

just as in Caravaggio’s paintings storms

always threaten, and with them the burst of

lightning that will, for a millisecond, expose

all that the darkness conceals. If the moments

Caravaggio portrays are ephemeral, it is because

light itself is ephemeral. His eye, like

the camera, captures the briefest of exposures.

What makes him a great artist is that he

always knows where to aim his lens.

To look the Medusa in the face is to be turned

to stone. Caravaggio not only looked the

Medusa in the face, he painted her portrait.

Wrathful and appalled, his Medusa meets the

viewer’s gaze with an anguish beyond pity,

even beyond cruelty, as if to say, You knew all

along you could not resist. Now see what I see every

day in the mirror. In principle, we have defenses

against this sort of seeing. Most of us,

were we to be forced to witness a crucifixion,

would turn away in horror. Our eyelids might

shut of their own volition against such brutal

light, as they do when we try to stare into the

sun. And yet once you have looked the Medusa

in the face, these defenses fall away. You can

observe the harrowing of another’s flesh with

equanimity because now you are stone, you

are stony, you are endowed with the capacity

not just to scrutinize suffering, but to choose

the moment that most perfeclty embodies

suffering, and thereby transmute it into art.

By all accounts, Caravaggio was wayward and

violent. He killed more than once. He lusted,

mostly after boys, yet even in his most eroticized

portraits – “Saint John the Baptist”, “Sick

Bacchus”, “The Boy Bitten by a Lizard” – the

effect of his famously tenebrous chiaroscuro

is to emphasize the vulnerability of the flesh.

Consider his “Bacchus” in the Uffizi: the

lips are red, the muscles supple, you sense the

blood pumping beneath the skin, and know

that the merest caress of a sharp knife will be

enough to make it flow. For this is the world

as the petrified and petrifying Medusa sees

it, a world in which the body is neither idol

nor ideal. As Saint Peter is nailed to the cross

upside-down, it is the logistics of the operation,

not the actual upending, on which Caravaggio

focuses: the engineering that underlies

torture, the strain it brings out in the faces

of the soldiers rather than the face of Peter

himself, who appears to be giving directions.

Similarly, in “The Conversion of Saint Paul

on the Road to Damascus”, what catches the

eye is less the ecstatic young Saint’s reaching

arms as the hoof of his horse, delicately lifted

over its master’s chest. For Caravaggio, light

is the tool that allows the artist to capture

those rare moments when pain and ecstasy

converge and the suffering visionary sees heaven,

sees Christ, sees Charon’s barge pulled

up to the bank of the murky river he navigates.

A paradox: to portray all that is soft in the

human body, you must make yourself hard.

You must look in the mirror. You must confront

the snake-haired Gorgon in yourself. •

* Author, 56 years old, born in Pittsburgh. A professor at

University of Florida, he has lived for an extensive period

in Italy – the country that is at the center of his two books:

Italian pleasures” (Chronicle Books) e “In Maremma:

Life and a House in Southern Tuscany” (Counterpoint

LLC). “The Two Hotel Francforts: A Novel” (Bloomsbury)

and the biography “The Man Who Knew Too

Much” (W.W. Norton & Co., recently reprinted), are his

latest publications. The author will be at the Pordenonelegge

2017 festival (September 16, piazza San Marco, Pordenone),

in a conversation with Ottavio Cappellani

original text page 117

Franca Sozzani

by LUCA DINI

On September 3rd, 2016, I sent an email to

Franca Sozzani. The night before in Venice

I had seen Franca: Chaos and Creation, the

film by her son Francesco Carrozzini. I wrote

to tell her that I was proud, as a colleague

and as an Italian, to hear in the documentary

so many important names from around the

world celebrate the genius and uniqueness of

her work. I also told her that, being a father

546 vogue.it n. 805


VOGUE FASHIONÕS NIGHT OUT

IL 14 SETTEMBRE

DALLE 17 ALLE 22

CON L'ESCLUSIVO TALK

DI SALVATORE PICCIONE

DESIGNER DEL BRAND PICCIONE.PICCIONE

Un’esperienza che riesce a sorprenderti

in ogni sua componente solare,

autentica e positiva. È il Mediterraneo

che ci fa sognare e che ci stupisce

con gli agrumi, i colori, i sapori freschi

e intensi. È la semplicità di un luogo

che sa regalarti gesti meravigliosi:

un posto pensato per te

e per vivere i tuoi momenti di piacere,

dove gustare le Bibite Sanpellegrino

protagoniste di un’esperienza unica.

Questo è il Bar Meraviglia!

#BARMERAVIGLIA

BAR MERAVIGLIA - VIA VINCENZO CAPELLI, 2


ENGLISH TEXT

myself, I was deeply moved by the love with

which Francesco had told the story. Not long

after, a reply arrived. Among her comments,

Franca wrote: “It was a tremendous effort for

me to open up so much of my private life.

But today I’m happy to have done it, to prove

that life often is very different from the

glossy page.”

The film wasn’t supposed to be a film but

rather a private journey through a family’s

history. The motivation to undertake it was

born out of a loss from 2010. This is told

in a voice-over in Francesco’s own words in

one of the first scenes set to images of Franca

walking in a snowy Manhattan. “After my

father died, I realized that I had never asked

him questions, that I never decided to learn

to know him as a child should probably

know his parents. So I took a video camera

and brought my mother to Central Park and

started to interview her. There was no turning

back.”

September 2017 is important to Francesco

not so much because the filmmaker and

photographer turns 35 (on the 9th). On the

first day of the month, at the Venice Film

Festival, the Franca Sozzani Award, a prize

for actors, will be handed out. It will also signal

the birth of a foundation that will focus

on discovering and promoting new talent

in cinema, fashion and photography. On

Sunday the 24th, at the Teatro alla Scala in

Milan, the first edition of the Green Carpet

Fashion Awards, born from the partnership

between the Camera Nazionale della Moda

and Livia Firth’s Eco-Age, will name a young

“environmentally conscious” designer as the

Franca Sozzani Emerging Designer of the

Year, thus enabling them to present their collection

at the February 2018 Fashion Week.

Lastly, on Monday the 25th, one year after

its Venetian premiere, Franca: Chaos and

Creation arrives in Italian theatres with a

short epilogue added. Mother and son are

seen on the Seine riverfront with Francesco

again narrating. “Shortly after the end of

shooting, my mother became ill and had to

live a life that was not for her… She passed

away on December 22nd, 2016 but we had

time to present the film to the world, together.

At the end of the premiere she turned

to me and told me how proud she was. This

is our story.”

In the movie your mother often speaks of the

desire to “leave a mark.” Do you find it a bit

limiting to look for this mark solely within

the confines of fashion?

“Yes, because, as Baz Luhrmann says in his

interview, when you do something so unique,

in whatever field you are in, you end up

crossing boundaries. Franca wasn’t so much

a fashion journalist as a thinker who rewrote

the rules of the game. She taught people

how to think, or rethink, and not just those

in her field. She crossed over into other areas

– music, cinema, the news. She reinvented

everything, she took risks that could have

cost her her job.”

In this visual language, which is also your

language, what do you think was her most

important contribution?

“I would say it was her ability as a talent

scout. If you want to be a chef you have to

have the best ingredients. She was able to

spot people who were capable of communicating

on a higher level and who were different

from others. It wouldn’t be possible today

to create a generation of photographers

but even in those years, with no disrespect to

others, only she knew how to do this. When

people ask me how I feel about my mother’s

work, I say that as a filmmaker if I wanted

to attain the level that Franca reached in her

field I would have to become Stanley Kubrick.

There are very few cases where one has

that sort of relevance. At that level, there was

Diana Vreeland, Anna Wintour, and, in terms

of creativity, her.”

What did Franca mean by “Life is very different

from the glossy page”?

“Baz Luhrmann told me to make a movie

that only I could do. In the film she is seen

through my eyes and only my eyes can look

at her in that way. You don’t see the editor-inchief;

you see the woman, the mother. There

is a lot about her work but in the end it is our

relationship that everyone is impressed with.

I say that this is our story. Of course, it’s more

hers than mine but then she was my mother.

I asked her the questions I had always wanted

to put to her and only the movie allowed

me to do it.”

There is a Sozzani stereotype and then there’s

the Sozzani in the documentary who

says: “Why take the dream away from people?”

It’s the Sozzani who would stop to talk

for half an hour with a kid from small-town

Italy who dreamed about fashion.

“I think she was a person who was really interested

in others. I receive at least ten messages

a week saying: your mother has given

me the strength to continue. It happens with

strangers, too, which tells me that she knew

how to be there when she wanted to. And of

course she knew how to be really hard when

people took advantage of that.”

In the film, Franca also says: “It helps me

to have a sense of humor. You need to relax

in life. Lightheartedness is when you are so

deep that you can get above it all. Lightheartedness

is not taking things too seriously.”

Anecdotes?

“We were in Ghana for the Africa Issue of

Uomo Vogue. They invited us to a runway

show in a supermodern setting, an unfinished

building, and we saw on the monitor

the message ‘Duration: Five Hours.’ She

turned to me with a look that said: you think

I came to Ghana to put up with a five hour

runaway show? It is one of the times we

laughed the hardest. I have good memories

of my father but not of laughing. If I think

about her, though the loss is more traumatic,

I still smile. I know people who, after years,

can’t talk about the parent they lost: it’s a loss

that when you are young can turn into something

self-destructive. Yet these last months

have been the most productive of my life.

I believe it’s because she taught me how to

get on with things. It’s as if, with her passing,

she’s telling me: now it’s up to you.”

It helps to have time to prepare.

“Before she died I met a friend, who lost her

mother at age 16, who told me that it’s one

thing to see her sick, even on a ventilator, but

it’s another thing when she’s no longer there.

It’s true. The passing is a shock. It’s not only

dealing with the death of a parent but with

death in general – if the person who gave you

life passes then it’s true that you, too, will die.

But knowing about it in advance, being able

to spend many months together, to smooth

out any discord, to show her how much I cared

for her by making this movie, to see how

much she cared for me by letting me do it,

all this gave me the means to prepare myself

in many ways.”

In one exchange, you say: “You were never

one of those moms who took me to the park.”

She replies: “For that matter, I didn’t make

it for your fifth-grade exams. I arrived the

day after.”

“When I was little I hoped to have a mother

who was more ‘normal.’ Today, I can’t imagine

a mother who is not like her. Growing up

you no longer think that these are important

things. She wasn’t always at the park or there

for the fifth-grade exams but she came home

at ten o’clock at night and helped me translate

Greek. When she was there – when it

was important for her to be there – she was

really there.”

Photographers say: she didn’t give us freedom,

she trusted us.

548 vogue.it n. 805


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ENGLISH TEXT

“For me it was the same. At the funeral I

thought – and raising my son I will try to

remember this – that I could count on her

without depending on her. She didn’t hold

my hand just as she didn’t hold the hand of

her photographers. That stress to perform

that she created was born out of trust.”

One sentence stands out in the film. “I don’t

want to go through life leaving a white

christening dress and a gravestone with the

date.” Where does her drive come from?

“Surely her father had an important role in

that. He was an affectionate but tough man

with strong principles. He gave her that

spark. But then I believe you either have

that burning desire or you don’t. Either you

want to win or you couldn’t care less.”

Ending a perfect bourgeois marriage after

only three months, having a son with a

married man and raising him alone weren’t

easy choices. Franca says: “I did it because

I was convinced that I could do it.”

“The truth is, she wasn’t convinced at all.

I have letters that she sent me when I was

a child, after my father had left her. She

wrote: I don’t know if I can do it. It’s not a

question of strength or weakness. All of us

go through a time when we want to give up.

There are those who are fortunate enough

to not let things go.”

“The day of death is better than the day of

birth.” These biblical verses from Ecclesiastes

Franca wanted distributed on Christmas

Eve, the day of her funeral in Portofino.

Your question about rediscovering faith

is one of the few in the film that she answers

without making a joke.

“It started twenty years ago when I was

a child and we went to Turin to see the

Shroud. She said to me: ‘You stay here, I’m

going to confession.’ I must have waited

three hours. From there, her faith, which

was always there but which had gone missing,

returned. It was a journey she took

very seriously and no doubt in the last months

it was a comfort for her. Even today the

thing that bothers me the most is to think

about the fear that she must have had. How

would I react if someone told me that in a

year I would be dead? Faith must have helped

her. I envy her a lot.”

The film is full of moments which, in hindsight,

seem prophetic. Did you already

know about the illness?

“Absolutely not. The last scenes we shot were

those where she seems to have a cold. A

couple of days later she was sick one night

and only then did she discover it. It is true

that the film is prophetic, like when Marina

Abramovic says: ‘People like her never

give up, they work to the end – my mother

worked on a Tuesday and on Thursday she

was dead. I sense that inside she had known

for a while. People told me that referring

to my grandmother she had said: ‘I do not

want to end up like this, I do not want to

be old.’ Now and then, even before she was

sick, she would leave me instructions: grandpa’s

jewelry is there, the other important

thing there. I think she knew that her time

would come sooner, almost like a heroine in

a folk tale.”

What do you miss most about Franca?

“The directness. For two reasons. She was

the only person who always told me the

truth. And she was the only one who, whatever

her opinion about my actions or words,

would always love me unconditionally. If

I cheat on my girlfriend, she leaves me; a

parent, especially a mother, will always, no

matter what, love you, and this thing you

will never have again. Everything else you

choose. The love of your parents you just

have. Full stop.”

There is a scene that made a strong impression

on me. There’s no dialogue. The two of

you are watching a video of you when you

were very little and just learning to walk.

You both stay silent and get emotional.

“We have a very different reaction to memories.

I’m nostalgic while she refuses to

stay in the past. She wants to think about

today and tomorrow. In the face of something

emotional, she might crack a joke,

as she does when she tells me: ‘I can see why

it’s hard to see your old photos; you were

so ugly.’ But in that scene there are feelings

for sure. She does not want to show them,

but they are clearly there. We cared deeply

for each other. Between us there were lots

of moments of affection but always with a

little sense of reserve that came from her father’s

side, from that post-war upbringing.

I’m writing my next movie with Stefano

Bises, the one behind the Gomorrah series.

He, too, lost his mother and he always tells

me that I should have shown more. But if

I had gone deeper, if I had not maintained

that reservedness, I would not have told the

story of who we were.”

About that reservedness, the email from

Franca a year ago concluded as follows: “I

will not hide from you that I, too, wept a

few big tears. But it was late at night and I

was alone.” •

original text page 174

Alessandro Michele

by ANGELO FLACCAVENTO

What is truly original? A language – whether

it be verbal, visual or gestural – doesn’t develop

in a vacuum, but originates from a sort

of chemical reaction sparked by something

already existing. If authentic, a creative act is

in fact born from a theft taken to unforeseen

consequences. One steals an attitude from

the muse, a colour from nature, and from

there one starts inventing. Pupils start their

journey from the style of their masters; a vogue

simmers when taken to foreign territory,

a bit like the alien that Ridley Scott and HR

Giger conceived. After all, once again in Godard’s

words and in an unheard-of yet happy

pairing of classic linear thought and postmodern

non-linear logic, it is not important

where you take things from, but where you

take them to. This is even more evident in

fashion: the new originates from an incessant,

cathartic, superstitious elaboration of

the past that stops time, or at least it tries to,

through remaking, endlessly. What would

the ’80s have been without the ’40s, and the

’70s without the ’20s? Even the modernism

of the ’60s, so inebriated with the future, clearly

owes more than a little bit to the brisk

lines of the jazz era. Not to mention the

creators, who are always amazingly indebted.

What would Yves Saint Laurent have invented

had he not looked at the Rive Gauche

of the protesters or at Mondrian; or Gianni

Versace had he not laid his eyes on Greek

vases and on Beppe Spadacini’s prints; or

Walter Albini had he not been intrigued by

Benito’s drawings and by the sophistications

of the Gazette du Bon Ton? “I am brazen.

For me, creating means regurgitating, distorting

and assembling everything that has

passed through me and continues to do so,”

says Alessandro Michele, tireless appropriator

and Gucci’s creative director. Michele is

an author, and his language is unequivocal.

In a short amount of time, he has triggered

a pleasurably decorative shock wave that has

turned the Florentine fashion house into

the epicentre of a liberated, libertarian and

liberating Baroquism. It has become the

encyclopaedic temple of narrative and maximalist

fashions, which celebrate diversity

while freeing their political power in the party-hard

superficiality that glorifies outcasts,

skanks, queers and beautiful freaks. And it

does this through mad collages imbued with

the past yet in no way nostalgic, as they are

devoid of established hierarchies and orders.

550 vogue.it n. 805


ENGLISH TEXT

As a result, Renaissance and kitsch, Star Trek

and Elizabethan theatre, refinement and pop

often coexist in the same outfit. With sardonic

humour, he calls himself a washing machine

that spin-dries everything. He is, indeed,

a situationist of pastiche, an inexorable

maker and undoer of lavish spatiotemporal

twines. His kaleidoscopic world is a catalogue

of clichés in which everything goes with

everything as long as the clash of irreconcilable

opposites is deafening. And this is

exactly his way of being original. “Clothes

are endless possibilities for meaning, because

with every change or different association

you are a different person,” he professes.

For sure, Alessandro Michele is not the first

appropriationist in fashion history and will

not be the last. But he is probably the most

archaeological and accurate and surely the

most derisive, because he plays it hard and

risky with pseudo copies that unsettle the

moralists while he keeps on elaborating new

juxtapositions. “I am almost pornographic

in the way I pay homage to what I like and

what has influenced me,” he explains, referring

to the deliberate literalness of his own

citations. The assemblage, instead, is always

idiosyncratic, hectic and Dionysian. “I find

things, but many things find me, because

chance is also imaginative,” he adds, describing

his modus operandi made of both chaos

and order. “Quoting means rehabilitating,

transforming. Denying this means nullifying

the very act of creation.” Such crystal clarity

leaves no room for doubts, but despite it

Alessandro Michele has often been questioned

for the very same zest for appropriation

which is his own creative trademark, and

ended up being the victim par excellence of

the anti-appropriation police. “My sources

are so evident that, perhaps wrongly, I don’t

consider captions necessary,” he explains.

“For me, reworking the past over and over

again is a way not to trivialise the garments

and not to obsess over hem lengths. What I

am interested in, as a matter of fact, is telling

a story and, if someone sees fragments

of other stories in it, be my guest. I don’t have

to justify myself. What is urgent for me is

what I want to say.” Michele especially refers

to the controversy that spread on Instagram

at the end of May for a look in the cruise

2018 collection which refers quite literally to

the work of Daniel Day, the tailor who in the

’80s in Harlem created a magnificent idea

of appropriationist ghetto tailoring with the

Dapper Dan atelier, defining the image of

the first hip-hop stars from scratch, through

the illicit theft of luxury labels’ logos. “Maybe

I should have said it openly, but to me it

was far too obvious,” he explains. Theorising

the neo-mannerist wave of the ’80s, art critic

Achille Bonito Oliva forged the formula “the

traitor’s ideology”, which is a perfect way to

define appropriation as creative practice. It is

exactly the way Michele works: he respects

his sources by betraying them at will to compose

overwhelming symphonies. This includes

Crancach’s paintings, Walter Albini’s and

Botticelli’s beauties, which, however, don’t

trigger the politically correct rage of social

media censors. “I believe the problem springs

from a widespread cultural attitude. Citations

have always been a fundamental part of

everyone’s cultural journey. Today, however,

citations are confused with paralysing nostalgia.

On the contrary, I believe obsessing over

the future is the best way not to live the present.”

Here we get to the vital point. Seeing

the past as a lively mine full of references and

possibilities is a way to bring the present into

the limelight. What is fascinating in Alessandro

Michele’s work is his rewriting of time,

akin to a psychedelic trip that frees cognition

and knowledge, and that finds the value of

today exactly in archaeology. “I grew up with

a father who didn’t wear a watch and this has

permanently marked my relationship with

time,” he concludes. “All that inspires me and

all that I quote, whether it is one day or four

hundred years old, occurs at the same time

before my eyes, so it becomes the present. It’s

my present, my time and it’s the only thing

that I can and want to describe.” •

original text page 191

Stefano Pilati, Riccardo Tisci

by ANGELO FLACCAVENTO

To examine the system with critical clarity,

one must take a certain distance, in

every sense. Stefano Pilati and Riccardo

Tisci, in different but parallel ways, are

experiencing the same temporary but fruitful

exile from the fashion system. The

former in Berlin, the latter nomadically.

But they are both deeply bound to the Bel

Paese, and make no mystery of it. These

two top-notch creatives on momentary

hiatus, waiting for a worthy opportunity,

open up in this double interview, talking

frankly about thorny issues like the identity,

character and peculiarities of Italian

fashion – and not only. Who better than

them? Wounded lions bite harder. What’s

striking is the picture they paint, merciless

but impassioned, of a system desperately

in need of reform, while keeping in mind

the glorious lesson of history. But in the

end they turn their evident pessimism into

strength, and from it emerges a vision for

building a better future.

Can Italian creativity be defined?

SP Of course it can, if it’s contextualized

among the arts. History proves that the

Italian people are creative and resourceful,

just as it proves the creativity of Italian

culture as a whole. Unfortunately, I’m not

convinced that all this creativity is applied

elsewhere. In politics and the social sphere,

it hasn’t been enough to break through the

provincialism that currently strangles us.

RT Certainly. It’s equal parts instinct, pragmatism

and love of beauty.

How has it evolved over the years, and where’s

it going now?

SP Apart from a few specific cases, it seems

to me that between the ‘80s and the ‘00s,

the affirmation of the role of Made in Italy

in the context of international creativity

folded in upon itself, due to an insufficient

ability to optimize and capitalize local resources.

RT History teaches us that being first,

whether culturally or economically, is a

dynamic and often cyclical phenomenon.

After an indisputable Italian reign, the currents

started being fed by different sources

of creativity, undergoing contaminations of

various forms, whether Japanese, East European,

Latin American. Creativity took on

a multi-ethnic and global character, but that

which remained incontrovertibly Italian is

and will always be the ability to represent

elegance and beauty, informed by our own

cultural heritage, in a product that is qualitatively

perfect thanks to artisanal skills that

have become extremely rare.

What has happened to our design culture?

SP I see Italy as a country of romantic dreamers.

Working in fashion, I’ve had the

chance to believe in those creative dreamers

who have risen to great success – people like

Gianni Versace, Giorgio Armani, Prada. But

success is business, and sooner or later business

absorbs the emotivity that creatives

need because it’s vital. Brands too, as a consequence,

suffer from this and lose their instinct.

Creative urgency becomes duty.

RT Design has never been one of the

strongest drivers of Italian creativity, which

552 vogue.it n. 805


ENGLISH TEXT

historically has found magnificent expressions

thanks to the practice of patronage,

whether ecclesiastic or aristocratic. Design,

in the sense of a multicultural and social

organization, is still a long process, about

which Italians still have a lot to learn.

Is there still an ‘Italian touch’ in fashion

and design? Where and how does it manifest

itself?

SP I don’t know if there’s such a thing as an

Italian touch in fashion or design. Perhaps

it’s more apparent in design. In Italian fashion

there are still stylistic identities that

remain coherent in expressing their own

personal aesthetic. This I find admirable

and worthy.

RT The Italian touch can be found in every

product of quality, both in fashion and furniture.

The Italians are still an invaluable

treasury for lots of international companies

that want to borrow our aesthetic and taste.

How was Italian creativity expressed in the

past? And today?

SP The variables that can cause you to lose

passion for a project are too many. They’re

frightening, unnerving; you think they stimulate

evolution when they are actually

suffocating. The creative spirit suffers the

consequences. Initially, success and expansion,

like mission and passion, are drivers.

But it is precisely the desire to succeed that

deflects self-criticism and knocks objectivity

off balance in favor of self-referential,

overstated subjectivity. The mistake is in

the scale of priorities, not in the mission.

Today we are evaluated more for the volumes

we move than for the culture and taste

we truly represent. We prefer quantity to

the quality of those who really appreciate it.

If you put the brand before your heart, it’s

time to get out!

RT Historically, the visual arts and architecture

represented our creativity. Product

design and craftsmanship represent it today.

When it comes to fashion, are we a nation

of inventors or merchants?

SP I would say both. Geographically we’re

a jewel.

RT Both. And this is what has made our

success possible.

What is the most profoundly Italian feature

of your work?

SP Elegance, which everyone acknowledges,

and then the relativity in contrast with

my ambition.

RT The representation of strength and seduction,

both male and female.

And the least Italian?

SP Curiosity, and an ability to be self-critical.

RT The capacity to challenge tradition and

break the mold, along with a repertoire of

imagery that is sometimes even darker than

reality.

Is Italy a country for young people?

SP It could be, if it stimulated young people

to experiment instead of merely instructing

them and abandoning them to increasingly

tighter spaces. Young people pile up in forgotten

corners, where they can’t breathe.

By guarding them instead of sharing with

them, their creative energies implode.

RT Yes, no question. However, young people

today unfortunately limit themselves to

imitating or reinterpreting the past. They

should be looking instead for a personal vision

of style.

Does one really have to emigrate to find

recognition?

SP There’s a world outside of Italy. Luckily,

if you want, if you have access. Being or feeling

Italian doesn’t mean that your career

can’t happen somewhere other than your

home country or culture.

RT When I started out, it was almost impossible

for an Italian kid to get established

and recognized in Italy. I have the feeling

that things have changed, that many taboos

have fallen and that certain paths are easier.

Indeed, even Italy has opened up to international

currents.

Do you feel Italian? How and why?

SP I think my Italian-ness lies in my taste.

I often express it spontaneously with a sense

of elegance that is uniquely and entirely

Italian.

RT I feel Italian in everything that has to

do with the sensitivity to beauty, quality and

craftsmanship. Even my love for things that

might at first seem unexpected or unusual,

there’s always a deep connection, sometimes

hidden, with my Italian roots and culture.

Where do we need to start to reestablish the

creative class, and other things as well, in

this country?

SP Education, as always. In addition to

being creative, we Italians also make things.

Without manufacturing, creativity can’t be

expressed. Without creativity, manufacturing

becomes ordinary industry. The concept

of being the best gets lost. And in my

opinion it’s a noble and healthy concept,

because it’s synonymous with continuous

enquiry and research.

RT We need to start from a new civic sense

that includes entrepreneurial spirit and solidarity,

the ethic of sacrifice and the ability

to work as a team.

Are you optimistic or pessimistic about the

future?

SP I’m a pessimist.

RT I’m optimistic. With a touch of pessimism.

Is the future of creativity local or global?

SP Global.

RT Global, like everything else.

What mistakes wouldn’t you make again?

SP It’s impossible for me not to make mistakes.

I’ve learned from every mistake that

you shouldn’t listen to others, that trusting

them is fine but not trusting them is better.

Professionally, I have no regrets whatsoever.

RT I wouldn’t work seven days a week!

Even God rested on Sunday. •

original text page 522

Mariacarla Boscono

by RAFFAELE PANIZZA

Out of the blue, Mariacarla Boscono reveals

that she made love for the first time

decidedly late, when she was already a fully

fledged woman. A model in high demand,

she posed nude with unbridled nonchalance,

but she had never been with a man.

Modelling lingerie was what made her feel

awkward, or even vulgar. Incidentally, it

wasn’t so long ago that she conquered that

inhibition, when she was photographed for

La Perla. Then she speaks of her parents,

who in the 1970s lived between Phuket and

India selling coloured fabrics to Fiorucci. As

a couple of slightly hippyish entrepreneurs,

“for them just about everything was legit…”

she says, adding a poignant ellipsis suggesting

that for her, as a girl, it wasn’t strange

to see them smoking a joint in the evening.

Jumping topics, she then asks: Do you know

how drunk certain models of the new generation

get? And hear this: to feel light-headed

without absorbing the calories, she

swears they soak their tampons in vodka before

going out clubbing. Mariacarla laughs

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ENGLISH TEXT

and trips over her words. She turns serious

when speaking about her five-year-old daughter

Marialucas, and her father, who isn’t

very well at the moment. She mentions her

new companion Guido, who works for the

legendary DC10 club in Ibiza, and whom

she met at Isla Blanca. She sums up their

two-year-young romance by stating: we eat,

we laugh, we make love.

She leads the conversation for hours with

her inclusive, irrepressible and sincere vitality.

Next 29 September, in Paris, she’ll be

inviting all the key people of her career to

celebrate 20 years as a protagonist of the fashion

world. Her friend Riccardo Tisci will

be there, whom she met when the future

art director of Givenchy was still studying

at Saint Martins in London. From that day,

not a moment has passed without them seeing

or speaking to each other, especially

now that Tisci is contemplating his future.

He looks so great he’s unrecognisable, declares

Mariacarla. He’s relaxed and enjoying

life, after 12 years of getting little to no sleep,

she says. The party guests will also include

Piero Piazzi, the booker who discovered

her and who symbolises her pain and fear of

not making it, her unfounded conviction of

not being up to the mark, her will to believe,

her persistence and successes. There will

also be Mert & Marcus and Peter Lindbergh,

the most important photographers of

her career. Particularly Lindbergh, whom

Mariacarla describes as a mirror, the one

who showed her the precise extent of her

fragility in his immortalisation of her. No

doubt there will also be a few gatecrashers,

because, as Mariacarla admits, she loves

infiltrators and facilitates their incursions.

Karl Lagerfeld may also be attending. She

swears she had an exchange with him in

Roman dialect 20 years ago. She was still a

girl, and he was already him. She was doing

a fitting for Fendi, and Lagerfleld was a bit

heavy-handed with a pin. Ah Karl, said the

cheeky teenager, che m’hai preso er culo?

(Which roughly translates as, “Hey Karl,

did you stick the pin in my butt?”) And Lagerfleld,

who speaks French like a Frenchman,

and Italian like an Italian, answered,

Nì, nun te preoccupà, c’est pas grave. (Or

rather, “Kinda, but don’t worry, it’s not serious.”)

She says she wants to thank all these

people for being her guardians. I’m a daughter

of fashion, she declares. I’m a product

of fashion, she reiterates. It taught me how

to read people, to comprehend psychological

intrigues, hierarchies, to appreciate what

we have, to understand what we’d like, but

also the tangles that constrain us.

Born in Rome 35 years ago and now everyone’s

muse, she grew up in the Kenyan village

of Klifi, between Mombasa and Malindi.

The only living creatures to keep her

company were a mongrel named Pippo, an

iguana that appeared at the window every

morning, her tutor who visited for private

lessons, and then Bati, a 17-year-old Muslim

girl who worked as her nanny. She

says she has to thank this childhood experience

for her great performing ability that

everyone acknowledges – her talent to encapsulate

a state of mind in the fraction of

a click. Sure, she also went to the Lee Strasberg

acting school in New York, but above

all it was solitude that taught her about

introspection. By ten years old she had already

read all of Isaac Asimov. She spent

years just talking to herself. And now, she

says, her imagination is beyond. She even

risked her life in Africa. Like the day when

she didn’t listen to some Indian friends of

the family who told her not to drink the

water at dinner. She was better off with

the beer, they said, because the water table

was contaminated. But she insisted: I want

water. And she spent the next week in bed

vomiting, almost completely dehydrated,

with the nearest hospital miles away. Or

the time when Bati the housemaid found

a black mamba curled up in a corner of the

bathroom – one of Africa’s fastest and most

poisonous snakes, nicknamed “the shadow

of death” because it bares the blackness of

its mouth when it opens its jaws.

This is why it’s amusing to hear Mariacarla’s

stories about Tanzania, when she returned

there for the Pirelli Calendar photo shoot

in 2009. Of all the other top models, she

was the only one aware of the hidden dangers

in that uncontaminated nature. The

others acted like they were in an exotic fun

fair where they could do as they pleased,

with all their shouting, shrieking, selfies

and quirks. She remembers Malgosia Bela

dangling from the tusks of a gigantic elephant,

swaying back and forth as if riding

on a swing, with the handler terrified about

the animal’s evidently dwindling patience.

Or at night, when everyone wanted to

stop and photograph a lion cub while crossing

through the forest. It was Mariacarla

who said No, if there’s the cub, there’s the

mother too. In an instant they found themselves

surrounded by about a dozen lionesses,

obliging the park wardens to shoulder

their rifles to defend her, Lara Stone, Isabeli

Fontana and Daria Werbowy.

Mariacarla’s travels have always been like

this, at least until five years ago when she

gave birth to Marialucas. An authentic

single mother, she even asked for her daughter’s

father to remain unnamed. She went

to Mongolia alone, and ended up marooned

in the desert for three days by a ramshackle

coach, drinking beer and nothing else, because

food wasn’t on the menu. She came

back from that trip weighing 46 kilos. It was

my best ever season on the runways, she

jokes. But she isn’t kidding when she says

that upon returning to New York, the first

thing she did was spend the night in a strip

club, to feel like Mariacarla again, because

her essence is made of the wind, but also

of strobe lights and red sofas. She was the

only one who dived into the Amazon – home

of the anaconda – when she was convinced

into jumping first by a group of men

who then didn’t have the courage to jump in

after her. Or there was the night when she

was still pregnant and drank ayahuasca with

a shaman in Brazil, the natural hallucinogen

that is said to heal the spirit.

Up to here we’ve tried to describe Mariacarla.

The alternative is to let her describe

herself, following her mental meanderings

without interspersions. Sitting in a restaurant

in Rome, she orders the most underdone

of hamburgers while we drink water

and wine, both of us drifting along with

her continuous flow of things and bright

confusion. I still love fashion, she says, but

I realise it’s all starting to come to me too

easily. So I write all my ideas in a notebook,

because it’s the only way I can channel

this energy – all the things that my mind

sees and registers, my desire for challenges.

I make up fashion collections, and lately

I like mixing 1930s nightgowns with sequin-covered

shoes. I also dream up new

travel magazines. And I write down ideas

about how to make the most of Rome.

I’d really like to get involved with that on

a tourism level, organising and promoting

events that can help this amazing city to

get back on the world stage. There’s lots of

stuff buzzing around my head. Because if

it’s true that we only get this life, I want to

live until I’m 90, and live 90 lives in one.

She admits she doesn’t have time right now,

but she’s convinced she’ll create something

new one day. I can feel it, she says, my moment

is just around the corner. •

original text page 528

556 vogue.it n. 805


VOGUE ITALIA PER HUSSAIN HARBA

Foto courtesy Pietro Savorelli, Marco Carulli.

Love

Affair

Eclettico e creativo designer,

Hussain Harba. I suoi nuovi

progetti spaziano da poltrone

icona ai gioielli esclusivi,

a borse “art objects”.

ll punto di partenza è sempre l’amore per

il bello. Una forza impalpabile quanto potente,

che è alla base della creatività di

Hussain Harba. Architetto e designer nato

a Babilonia, culla della storia e dell’architettura

più antica, da anni ha base a Torino.

Il suo studio di progettazione è un ambiente

creativo, carico di colori ed energia positiva.

Le sue creazioni spaziano dall’arte al

design, dall’architettura alla moda, passando

per i gioielli. Tutti in edizione numerata e limitata.

«È la mia filosofia di vita a guidarmi

quando creo», spiega Hussain. «Vorrei che

fosse un progetto universale, che ricerca la

fusione tra bellezza e funzionalità». Denominatori

co muni delle proposte di Harba:

il colore come protagonista assoluto, l’amorevole

ri cerca di forme innovative, la preziosità

e l’altissima qualità dei materiali e delle

finiture. Tra le ultime creazioni di Hussain

Harba, le iconiche “Mini-Home”: borse definite

“art objects”, il cui nome evoca il legame

che ognuno di noi ha con la propria

casa, presentate in anteprima alla Torino

Fashion Week 2017 dove l’architetto era

Special Guest. Per Hussain Harba, il colore

riflette e influenza in modo potente le emozioni

uma ne: una visione che lo ha guidato

nel la nuova reinter pretazione della poltrona

“Joe”, icona del design italiano e internazionale

anni 70 prodotta da Poltronova, guidata

dalla lungimirante Roberta Meloni. Ne è così

nata una collezione numerata di 24 pezzi.

Il concept di Harba: natura, pellami e design.

La borsa “Mini-Home”. Un arcobaleno

di colori che esaltano la forma.

Bloom | Couture Dress di Hussain Harba

per la poltrona “Joe” disegnata da

De Pas - D’Urbino - Lomazzi per Poltronova.

Pitone, struzzo, coccodrillo. Le texture

più preziose per una sofisticata It bag.


Camilla

Filippi

Silvia Venturini

Fendi

Emanuele

Farneti

Ilaria Venturini

Fendi

Sandra

Carraro

Raffaello

Napoleone

Margherita

Buy

Sara

Serraiocco

Isabella

Borromeo

Ugo Brachetti

Peretti

Emmanuel

Fourès

Leonetta Luciano

Fendi

Ivan

Scalfarotto

Chiara

Borghetti

Oksana

On

Maria

Kolosova

Eleonora

Nobile Mino

Veronica

Nobile Mino

Esther

Elisha

Kim

Heewon

Ivan

Cotroneo

Valentina

Romani

Simonetta

Gianfelici

Niccolò

Giannini

Talentuosamente Roma

Nicolò

Beretta

Alessandro

Roja

Claudia

Ranieri

Per tre giorni LA CAPITALE si è trasformata in

un distretto della creatività, popolato da designer,

modelle, maestri artigiani. Tra sfilate, talk, party.

Nell’ex caserma Guido Reni, nuovo p