Storia Comune

bibliotechevalledelsacco

Gli statuti comunali antichi del Lazio meridionale.
Gli statuti dei comuni del Sistema bibliotecario e documentario Valle del Sacco.
Biblioteca di Latium, 21
Istituto di Storia e di Arte del Lazio Meridionale

Storia comune

Gli statuti comunali antichi del Lazio meridionale

Gli statuti dei comuni del Sistema bibliotecario e documentario Valle del Sacco

Biblioteca di Latium, 21

Istituto di Storia e di Arte

del Lazio Meridionale


Biblioteca di Latium, 21


Biblioteca di Latium

21

Storia comune

Gli statuti comunali antichi nel Lazio meridionale

Gli statuti dei comuni del Sistema bibliotecario

e documentario Valle del Sacco

a cura di Gioacchino Giammaria

Istituto di Storia e di Arte del Lazio Meridionale

Anagni 2017


4

© Istituto di storia e di arte del Lazio meridionale

Palazzo di Bonifacio VIII

03012 ANAGNI – Italy

Questo volume è stato prodotto nell’ambito del progetto Storia Comune

finanziato con la legge regionale 23 ottobre 2009, n. 26 – Avviso pubblico

finalizzato allo sviluppo dei sistemi culturali.

La stampa delle immagini dei documenti provenienti dall’Archivio di Stato

di Roma è stata autorizzata “su concessione del Ministero delle Attività

dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, ASRM 2/2017 e ASRM

3/2017” e ne è vietata l’ulteriore riproduzione.

La stampa delle immagini dei documenti provenienti dall’Archivio di Stato

di Frosinone è stata autorizzata “su concessione del Ministero delle Attività

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è stata autorizzata con comunicazione del 19 gennaio 2017 e ne è vietata

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è stata autorizzata dalla famiglia e ne è vietata l’ulteriore riproduzione.

La stampa delle immagini dei codici provenienti dal Senato della Repubblica

è liberamente consentita citandone la fonte.

Finito di stampare nell’aprile 2017

Tipografia La Multigrafica - Frosinone

ISBN: 978-88-909212-6-1


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INDICE

Danilo Collepardi, Prefazione ................................................................ p. 7

Gioacchino Giammaria, Introduzione .................................................... p. 9

Matteo Maccioni, Sul potere di convocare

il “publico Conseglio” in Acuto..........................................................p. 17

Rossana Fiorini, Alatri: controversie del danno dato

negli Statuti cittadini.......................................................................... p. 27

Cristina Giacomi, Lo statuto di Anagni e le riformanze del XVI sec. ..... p. 35

Matteo Maccioni, Statuto d’Anagni e i maleficia ................................... p. 43

Rossana Fiorini, Boville Ernica: un lacerto dello statuto ...................... p. 55

Rossana Fiorini, Castro dei Volsci: lo Statuto Agrario del 1795.

Testimonianze d’archivio..........................................................................p. 77

Paolo Scaccia Scarafoni, Gli Statuti di Castro in Campagna ................ p. 87

Rossana Fiorini, Ceccano: danno dato, conferma di uno statuto .......... p. 113

Marco Di Cosmo, Ceprano: il danno dato nello statuto ........................ p. 127

Marco Di Cosmo, Dispute sulla legittimità del pascolo

nelle terre di Ferentino....................................................................... p. 131

Matteo Maccioni, Lex locale e contenziosi ad Anticoli nel XVIII sec. .. p. 139

Sandro Notari, Note introduttive allo studio degli statuti comunali

di Anticoli in Campanea del 1410...................................................... p. 151

Marco Di Cosmo, Il prezzo della carne a Giuliano e l’antico statuto.... p. 159

Matteo Maccioni,“Minorare il numero troppo eccedente

de Consiglierj”: la riforma dell’adunanza consiliare a Morolo ....... p. 165

Matteo Maccioni, Divisione del territorio, pene e divieti statutari

a Paliano ........................................................................................... p. 173

Marco Di Cosmo, Patrica: statuto e danni dei pastori .......................... p. 181


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Rossana Fiorini, La tutela e la salvaguardia della Selva di Pofi

negli Statuta Terrae Popharum .......................................................... p. 191

Rossana Fiorini, Ripi: alcuni casi di danno dato

negli statuti comunitativi ................................................................... p. 205

Matteo Maccioni, Serrone: la riforma dell’articolo 22 ......................... p. 219

Matteo Maccioni, Sgurgola: la “pesca” e le norme

del commercio ittico........................................................................... p. 227

Marco Di Cosmo, Il danno dato studioso e lo Statuto di Supino............ p. 233

Rossana Fiorini, Vallecorsa: oliveti e normativa statutaria.................... p. 239

Marco Di Cosmo, Lo Jus pascendi nello Statuto di Veroli ......................p. 247

Paolo Scaccia Scarafoni, Il Comune di Veroli nel tardo Medioevo ........ p. 261

Marco Di Cosmo, Alla ricerca dello Statuto di S. Stefano.......................p. 291

Alessandro Dani, Qualche nota comparativa tra lo statuto di Roma

del 1469 e quelli di altre città laziali del tempo..................................p. 297

Francesca Pontri, Indagini sui manoscritti statutari ...............................p. 319

Statuti di:Acuto (p. 325), Alatri (p. 333), Anagni (p. 356), Boville

Ernica (p. 371), Castro dei Volsci (p. 374), Ferentino (p. 385),

Fiuggi (p. 401), Morolo (p. 411), Paliano (p. 416), Patrica (p. 425),

Pofi (p. 436), Ripi (p. 441), Serrone (p. 446), Sgurgola (p. 452),

Supino (p. 459), Tecchiena (p. 467), Vallecorsa (p. 472), Veroli (p.

476).

Indice dei nomi.........................................................................................p. 489

Immagini ................................................................................................ p. 511


PREFAZIONE

L’idea di approfondire la conoscenza delle fonti della storia del

nostro territorio era nei nostri propositi da molti anni. L’occasione

per iniziare ci è stata data da un bando della Regione Lazio a cui

abbiamo partecipato con un progetto specifico sugli Statuti dei Comuni

dell’ex provincia di Campagna. Il risultato è stato un lungo

lavoro di ricerca e di confronto e questo libro, “Storia Comune”.

Tutto il lavoro sarà messo “on line” sul sito del Sistema Bibliotecario

e Documentario della Valle del Sacco. Tutti, studiosi, appassionati

o semplici curiosi avranno la possibilità così di un facile accesso a

tutta la documentazione esistente senza essere costretti a trascorrere

giorni e giorni in polverosi archivi storici della provincia o di altre

istituzioni storico- culturali.

La storia medievale e moderna del nostro territorio merita di essere

valorizzata o quanto meno di essere portata a conoscenza di

un pubblico più vasto. È un prezioso lavoro che già fanno valorosi

ricercatori che vi si dedicano con grande passione, ma il loro lavoro

rimane ristretto agli studiosi, agli specialisti. L’intento nostro è invece

quello di coinvolgere un pubblico più ampio possibile. I moderni

strumenti di comunicazione ci danno oggi possibilità che parevano

impensabili fino a qualche decennio fa.

La nostra è una provincia povera, anche dal punto di vista della

storia. La vicinanza di Roma, capitale dell’Impero e poi della Cristianità,

ci ha costretto ai margini della storia. C’è però un periodo

tra la fine dell’Impero e la nascita degli Stati nazionali, appunto

il Medioevo, che ci ha visto svolgere, spesso nostro malgrado, un

ruolo non voglio dire decisivo, ma quanto meno importante. Tutto

ruota intorno ad una grande via di comunicazione che attraversa

per tutta la lunghezza le nostre terre, la Casilina. L’antica via Latina

che in epoca medievale collegava, come ancora oggi fa, Roma con

Casilinum nei pressi di Capua. Il decadimento dell’Appia antica favorì

l’uso della nostra Casilina. L’uso in ogni senso perché attraverso

essa passarono guerre e distruzioni ma anche conoscenza e civiltà.

Le grandi cattedrali romaniche stanno lì a dimostrarlo. I longobardi,

i Normanni, gli Svevi nel mezzogiorno d’Italia costruirono regni che

hanno lasciato un segno indelebile nella storia della civiltà europea.

Questi popoli, questi regni hanno intessuto per secoli con i Papi di


8

Roma un fitto tessuto di rapporti non sempre pacifico. Il nostro territorio,

spesso, ripeto, suo malgrado, è stato parte di tali incontri e

scontri fino alla sconfitta dell’ultimo degli Svevi.

Poi la Storia, quella con la S maiuscola, ha cambiato direzione,

si è spostata più a nord e il nostro territorio è diventato marginale.

Ma i segni dell’antico splendore sono rimasti e sono le abbazie e le

cattedrali e la miriade di castelli che incoronano le nostre colline. E

anche un grande patrimonio di leggi che regolavano la vita di città e

castelli poco o per nulla conosciuto dai nostri conterranei: gli Statuti

medievali e moderni.

Con questo nostro lavoro vogliamo colmare questa lacuna o almeno

contribuire a colmarla.

Danilo Collepardi


Gioacchino Giammaria

Introduzione

Il progetto

Il Sistema bibliotecario e documentario Valle del Sacco ha elaborato

un progetto che ha usufruito di un contributo della Regione Lazio

per studiare gli statuti comunali antichi, che ha una forte valenza

sociale e culturale. I risultati di cotale attività devono essere posti

in pubblico anche con le forme più moderne della comunicazione

e per questo si è prevista la pubblicazione “canonica” di un volume

in cui raccogliere contributi scritti sull’argomento, ma, oltre a ciò,

si è anche pensato ad un DVD con l’illustrazione di una parte molto

significativa del lavoro svolto e, infine, si pubblicheranno nel web i

materiali prodotti. Oltre all’impegno dei ricercatori, il lavoro è stato

seguito dagli amministratori comunali (che l’hanno in primo luogo

voluto) e dai bibliotecari del Sistema che, non solo hanno cooperato

alla progettazione, ma collaborato alla realizzazione, soprattutto della

fase intermedia.

Che tale lavoro si sia svolto in queste terre di Ciociaria, già provincia

di Campagna dei tempi in cui apparteneva allo Stato Pontificio

ovvero dall’epoca in cui gli statuti nacquero, non è del tutto casuale

poiché gli studiosi di jus proprium comunale ricordano i convegni

ferentinati di qualche tempo fa, in cui numerosi ricercatori hanno

mostrato i loro saperi per dare un contributo al progresso degli studi

in questa materia.

Tante sono le persone e le istituzioni da ringraziare, in particolar

modo quelle dello Stato che lavorano per mettere a disposizione

dell’utenza il colossale patrimonio di memoria costituito dai nostri

archivi pubblici (e mi sembra giusto ricordare anche quelli privati

oggi a disposizione dell’utenza); oltre a queste persone cade acconcio

ricordare amministratori, funzionari e bibliotecari, molti benemeriti

studiosi che hanno prodotto i materiali utili alla ricerca. Infine

i numerosi studiosi di res statutaria che hanno accolto il nostro invito

e partecipato ai convegni. Non li menziono per nome e cognome

per evitare di dimenticarne qualcuno.


10

Gioacchino Giammaria

La realizzazione

Non appena il progetto è stato approvato dalla Regione il Sistema

ha dato il via, per cui i collaboratori dell’Istituto di storia e di arte

del Lazio meridionale, affidatario della ricerca, hanno cominciato a

studiare l’argomento dopo un primo stage informativo-formativo, e

quindi hanno consultato gli archivi necessari per svolgere l’attività

proposta. La scarsezza di archivi giudiziari ha indirizzato i tre ricercatori,

Marco Di Cosmo, Rossana Fiorini e Matteo Maccioni, verso

archivi amministrativi come quello della Sacra Congregazione del

Buon Governo, l’Archivio della Delegazione Apostolica di Frosinone,

gli archivi comunali e l’Archivio Colonna depositato, come è

noto, presso la Biblioteca del monumento nazionale S. Scolastica di

Subiaco. Si tratta di imponenti raccolte di atti “amministrativi” che

contengono importanti eventi relativi a affari e contenziosi di varia

natura, e sovente in questi grandi depositi di memoria si trovano

riferimenti agli statuti, o meglio alla loro esistenza ed applicazione.

Su questi aspetti si sono appuntati gli sguardi di Di Cosmo, Fiorini

e Maccioni, volti a trovare prove dell’esistenza di statuti in quei comuni

in cui non se ne trova traccia oggigiorno. E questo ha condotto

a scoprire tracce di statuti dei comuni di Boville Ernica, Ceccano,

Ceprano, Giuliano di Roma, Serrone, Villa S. Stefano di cui prima si

sapeva poco o niente. L’altro aspetto indagato è l’applicazione degli

statuti che negli atti amministrativi ha avuto una direzione ben precisa

o meglio si è trovato che il tema ricorrente e prevalente era quello

del danno dato. Del resto ciò è abbastanza logico e non sorprendente

in quanto l’argomento è quello che nei secoli dell’età moderna ha

avuto un largo riflesso nella vita pubblica (ed economica) ed è l’unico

ad essere stato praticato nell’ambito del diritto comunale, mentre

l’affermazione dello stato moderno ha determinato quel lungo e

lento tramonto dello jus proprium comunale. Ma non per il danno

dato, le cui norme sono state aggiornate dai consigli comunitativi,

richiamate più volte nei conflitti e contenziosi scoppiati nella società

di acien régime, sovente in quelli molto frequenti fra agricoltori e

pastori, tratto caratteristico dei secoli XVIII e XIX in cui il forte

incremento demografico ha comportato l’aumento dei terreni da destinare

alle coltivazioni, la loro recinzione, conseguenza non ultima


Introduzione

11

della riduzione, se non della totale sparizione, del pascolo brado,

ed anche dello spostamento sulle montagne dell’allevamento. Ma

anche qui, in terreni marginali, l’agricoltura ha conteso gli spazi alla

pastorizia. Le carte dei secoli si sono rivelate appunto proficue per i

due filoni di ricerca e per ogni paese si è trovato un argomento che

è stato esposto nei convegni tenuti, paese per paese, interessando

il vasto e diversificato uditorio a cui sono stati sottoposti i risultati

degli studi.

Oltre a questa ricerca si è toccato anche un secondo filone, molto

tradizionale ma poco praticato, della ricerca: l’inchiesta sui codici

statutari che, conosciuti per lo più, non erano descritti codicologicamente;

ed i risultati del lavoro di Francesca Pontri sono 18 schede

descrittive che oggi sono a disposizione di studiosi e ricercatori, in

particolar modo della ricerca storica locale che ha un punto di riferimento

sicuro. Come è noto esistono due grandi collezioni di statuti,

presso il Senato della Repubblica, con una grandiosa collezione che

riguarda tutta l’Italia, e nell’Archivio di Stato di Roma dove si trovano

manoscritti statutari delle terre appartenenti nel passato allo Stato

Pontificio; oltre a queste raccolte, copie di statuti si trovano in primis

presso gli archivi comunali, sovente si tratta di originali, ma anche in

alcuni fondi dell’Archivio di Stato di Frosinone, istituto competente

a raccogliere le carte statali della Provincia di Frosinone. Ci sono poi

biblioteche e archivi privati che ne possiedono alcuni, ed in prima

fila è il ricchissimo Archivio Colonna, raccolto dall’importante famiglia

romano-laziale ed ora conservato presso la Biblioteca statale

del Monumento nazionale S. Scolastica a Subiaco, custodito dai monaci

benedettini sublacensi. Anche qualche biblioteca privata raccoglie

buoni codici manoscritti relativi agli statuti. In questi ambienti

ha svolto la sua attività Francesca Pontri, portando alla luce anche

molti manoscritti poco noti, relegati sugli scaffali poco o per niente

consultati, e per niente studiati. Il risultato del suo lavoro, come si è

accennato, è la predisposizione delle schede descrittive che contengono

brevi riferimenti storici del paese/città, appunto per inquadrare

l’ambito in cui lo statuto è stato elaborato ed ha retto giuridicamente

la vita pubblica (e privata) degli abitanti della Campagna. Ci sono

poi le menzioni dei codici statutari trovati (in qualche caso, dolo-


12

Gioacchino Giammaria

roso, non si è potuto esaminare nessun esemplare!) che vengono

brevemente descritti, ma un’analitica descrizione è stata realizzata,

esemplare per esemplare, secondo un modello descrittivo notissimo

e risalente alle codificazioni elaborate alla fine del secolo passato. Si

va dalla descrizione esterna (identificazione, composizione materiale,

datazione, origine, materia, carte, dimensioni, fascicolazione, rigatura,

specchio della scrittura, righe, disposizione del testo, richiami,

scritture e mani, decorazione, sigilli e timbri, legatura, stato di

conservazione, copisti ed altri artefici, revisioni e annotazioni, varia)

alla descrizione interna (si parte dal titolo e si indicano le carte che

contengono le varie parti del manoscritto, premesse, libri, capitoli,

parti conclusive, sottoscrizioni e tabulae). Un lavoro certosino che

offre molte occasioni di poter approfondire tanti aspetti. Uno solo fra

quelli possibili: il confronto fra le datazioni che rende inquadrabile

in più ampie spiegazioni la redazione di un codice e mi pare opportuno

far riferimento, a mo’ di esempio, all’intervento dei Colonna

in questo campo, che appare veramente notevole in un momento in

cui andavano inquadrando nei loro stati molti feudi di Campagna.

E tutto ciò fa comprendere modi e tempi della signoria colonnese

nel corso del Cinquecento, secolo appunto del loro consolidamento

quali signori predominanti in queste parti del Lazio.

L’altro lavoro è stato effettuato da tre ricercatori che hanno esplorato

le carte di una ventina di comuni dell’area prescelta. Archivi

privilegiati, oltre a quelli comunali, sono stati quelli statali dove

si conserva documentazione del passato pontificio e colonnese di

questa zona. E poiché si ha scarsa traccia degli archivi giudiziari

locali, come si è detto sopra, le fonti maggiormente studiate sono

quelle amministrative. Sopra a tutti i fondi della S. Congregazione

del Buon Governo, della Delegazione apostolica di Frosinone ed a

seguire le carte della ricchissima raccolta documentaria dei Colonna.

Qui è stato possibile poter attingere a fondi dirette ed indirette (tra

l’altro vi sono conservate copie degli statuti) tali da poter illustrare

sia statuti di cui non si conosceva l’esistenza, come della applicazione

con casi certi e documentati, come si diceva di sopra.

Il campo è stato di fatto suddiviso in aree comunali ed i risultati

sono esposti in 25 brevi saggi ciascuno dei quali riferito ai comuni


Introduzione

13

afferenti l’area, toccando così altrettanti argomenti; uno solo riguarda

casi giudiziari (Anagni di Matteo Maccioni), gli altri hanno incontrato

soprattutto una casistica molto ampia soprattutto indirizzata

verso il danno dato, tema diffusissimo e praticamente monopolizzatore

dei contrasti locali in quanto, coll’incremento demografico del

secolo XVIII, esso veniva ad essere l’espressione visibile e reale del

conflitto fra pastori e contadini, così tipico, e su cui non conviene

soffermarci ulteriormente. Invece la casistica del danno dato ha posto

in evidenza diverse cose oltre alla sua capillare diffusione (tratto

caratteristico di società agrarie che affidavano alle coltivazioni ed

all’allevamento brado la sussistenza mentre sono rarissimi i casi in

cui compare la possibilità di accumulo, che, invece, come è noto, è

tratto caratteristico di altri aspetti dell’ economia). In particolar modo

emerge il tema dei “neri”, ovvero dell’allevamento brado del maiale

che, se anche “rientra” nel conflitto pastorizia/coltivazioni, assume

tratti particolari che partono dall’allevamento e terminano nel cambiamento

culinario in atto. La concorrenza fra greggi e branchi d’allevamento

pone al margine dello stesso allevamento il maiale, di cui

si vuol vietare il pascolo brado a favore dell’allevamento stabulante,

per cui l’essere esso animale altamente pericoloso favorisce la sua

“dannazione” ed il relegamento al chiuso. Come è noto l’allevamento

brado rimarrà in auge in ambiti marginali, più esattamente laddove

il bosco rimane a lungo al centro delle attività economiche. Ed è

noto altresì pure che se per il maiale il secolo “nero” sarà il Settecento,

lo stesso trattamento avrà la capra nel secolo seguente quando

sarà “perseguito” il suo allevamento. Se nel secolo XVIII i maiali

verranno sostituiti da altri animali minuti (soprattutto pecore, meno

le capre), nel secolo XIX i pascoli saranno frequentati da cospicui

greggi di pecore. All’interno di questi movimenti si collocano tanti

conflitti settecenteschi e del secolo decimonono, così importanti per

queste aree laziali tanto da aver assunto tratti caratterizzanti. Del

resto le carte del danno dato sono foriere di altre possibilità di poter

entrare meglio nei “meccanismi” della vita sociale delle comunità

del passato, in particolare di quelle che fanno capire quanto hanno

dominato certe regole nei momenti cruciali e di trasformazione sociale

ed economica.


14

Gioacchino Giammaria

Hanno collaborato a tale iniziativa diversi illustri studiosi di res

statutaria alcuni dei quali ci hanno consegnato loro scritti in merito.

Attraverso le biblioteche si sarebbe voluta la partecipazione di studiosi

locali, grandi conoscitori di archivi e situazioni cittadine, ma

solo in due casi si è potuto avere un confronto, risultato molto utile

al fine di indagare in modo più approfondito e in un ampio spettro

d’indagine. Anche gli studiosi più noti hanno partecipato con alcuni

contributi.

Alessandro Dani ha affrontato un problema importante ovvero il

confronto tra codici statutari del Quattrocento, o meglio tra quello

romano ed i codici laziali di Rieti, Viterbo, Tivoli, Ferentino, Alatri,

Velletri, Castro e Ronciglione, tutti risalenti al medesimo periodo

fino all’inizio del Cinquecento. Del nostro gruppo sono appunto gli

statuti di Alatri e Ferentino che presentano redazioni minori quantitativamente

ma anche dal punto di vista della casistica. Il lavoro del

prof. Dani indica una strada per successive ricerche che potrebbero

far capire molte dinamiche interne agli statuti e tanti aspetti della

civiltà giuridica locale.

Cristina Giacomi, su sollecitazione e indicazioni di Tommaso Cecilia,

ha cercato nelle riformanze comunali la presenza dei riferimenti

allo statuto comunale di Anagni, “rinnovato” nel 1517 e legato in

nuova veste nel 1587, a cui ci si riferisce sovente e non solo per le

fortunose vicende del suo trafugamento e del successivo recupero,

ma soprattutto per i richiami normativi strettamente necessari alla

formazione delle decisioni assembleari e consiliari e per l’elezione

degli organi di governo cittadini.

Sandro Notari pubblica una nota sullo statuto anticolano-fiuggino,

già presente nell’archivio comunale della città termale, che ha

avuto diverse e misteriose vicende; scomparso come altri codici statutari,

ha avuto la ventura di ricomparire, “misteriosamente”, nella

collezione del Senato dove attualmente si conserva.

Paolo Scaccia Scarafoni è presente con due note che ha letto nei

convegni di Castro dei Volsci e Veroli. Nella prima individua nel

periodo della signoria Colonna il momento redazionale e corrobora

questo suo assunto con una certosina ricerca documentaria e comparativa

con lo statuto di Olevano Romano; anche nella seconda rela-


Introduzione

15

zione individua il periodo di compilazione degli statuti restringendo

la forchetta degli anni grazie sempre ad un’indagine capillare e microscopica

attraverso l’esame delle molte e superstiti fonti verolane

del tempo. La presenza di officiali forestieri è anche l’occasione per

capire dinamiche locali e di più ampia prospettiva territoriale che

vede l’egemonia di un personaggio collegato con alleanze nel territorio

provinciale di Campagna e Marittima. L’ultimo tema accennato

è la comparazione con le Constitutiones Aegidianae che inducono a

pensare ad un’estesa influenza locale, argomento tutto da sviluppare

in modo trasversale per tutti gli statuti del territorio.


Matteo Maccioni

Sul potere di convocare

il “publico Conseglio” in Acuto

I documenti presi in esame per il comune di Acuto appartengono

alla collezione dell’Archivio di Stato di Roma, più precisamente

all’Archivio della Congregazione del Buon Governo 1 . Il materiale

si sofferma sulla figura che ha il diritto di convocare il Consiglio

popolare, o Adunanza, sulla base dello Statuto locale. Per quanto

concerne la busta 36, si tratta di un fascicolo contenente missive e

rimostranze indirizzate dal sindaco e gli “officiali” della comunità

di Acuto al Buon Governo e dal vescovo di Anagni sempre a questa

Congregazione, datate settembre 1704-aprile 1705. La busta 37

contiene la stampa di un memoriale riportante la data 19 settembre

1778.

Chi ha il diritto di convocare il pubblico consiglio? Il problema

si palesa all’interno di un contenzioso tra la Comunità di Acuto e

il vescovo di Anagni, barone di Acuto 2 , Pietro Paolo Gerardi. Da

1

Archivio di Stato di Roma, Fondo Sacra Congregazione del Buon Governo,

Serie II (in seguito solo BG), bb. 36-37.

2

Il dominio del Vescovado di Anagni sul castello di Acuto è riportato dalle

stesse fonti dell’epoca come risalente a “tempi immemorabili”. Notizie

storiche precise sull’instaurazione del dominio feudale del Vescovado di

Anagni sul castello di Acuto si hanno solamente per quanto concerne la

fase conclusiva di questo processo, ovvero a partire dalla bolla di Urbano

II del 1088 fino a quella di Bonifacio VIII del 1301. Tra l’XI e il XIII

secolo il castello di Acuto, schiacciato tra le decisioni papali e tra le operazioni

di compravendita e donazioni messe in atto dalla curia vescovile,

passa nelle mani della curia anagnina. Il castello di Acuto, oltre ad essere

soggetto alla giurisdizione del vescovo di Anagni, era anche feudo diretto

di quello, soggetto dunque al merum et mixtum imperium (governo mero e

misto), ovvero all’esercizio, spettante al feudatario, del potere giudicante

nell’ambito civile e penale della giustizia. L’interesse dello Stato pontificio

nell’acquisto e nella conquista di comunità territoriali è spiegato perfetta-


18 Matteo Maccioni

una parte quest’ultimo, messo sotto accusa dalla Comunità per il

taglio della selva, considerato eccessivo, si giustifica adducendo la

necessità di «risarcire, come per edificare case di nuovo, per Capanne,

ed altre cose bisognevoli» 3 ; dall’altra, il “Popolo, e Plebe d’Acuto”

scrive due suppliche alla Congregazione del Buon Governo per

denunciare «gl’incessanti aggravij, che quel Popolo, e Com(muni)tà

mente da Dani: «i vari Stati, deboli nelle loro maglie burocratiche, avevano

bisogno delle comunità territoriali per governare, e dunque il loro rafforzamento

andava nella direzione della conservazione di equilibri corporativi

tradizionali, sui quali si innestarono però nuovi meccanismi di ingerenza,

prima nella sfera giudiziaria (con l’invio o la designazione di magistrati),

poi in quella normativa (con l’approvazione degli statuti), quindi in quella

amministrativa (con il controllo della gestione economica)», vedi A. Dani,

Gli statuti comunali nello Stato della Chiesa di Antico regime: qualche

annotazione e considerazione, in Historia et ius, 2 (2012), paper 6, p. 1,

[www.historiaetius.eu], consultato in data 15/02/2017.

Sulla storia e le varie tappe di assoggettamento del castello di Acuto al

Vescovado di Anagni cfr. M. Ticconi, Acuto: la storia, lo “Statuto”, gli usi

e il costume, Roma 2003, pp. 79-107.

3

BG, b. 36, lettera del Vescovo d’Anagni Pietro Paolo Gerardi al Buon Governo,

31 maggio 1704. Riporto per intero l’uso del legname fatto dal vescovo:

«Tre sono stati li bisogni di Travi, Travicelli ecc. Primo del Palazzo

Vescovale, ò Baronale, nel quale Io vado ad abitare lì trè mesi dell’Anno,

per evitare il caldo della Città, per il quale li due primi Anni stiedi in procinto

di morire, e perche è tanto mal ridotto lo voglio risarcire ed à questo

effetto ho fatto fare alcuni Travicelli, e Tavole. Il secondo caso e Stato,

che ho fatto fare un Reliquiario grande con suoi ornam(en)ti, perche le

Reliquie di quella Chiesa Principale si tenevano assai indecentem(ente) in

Sagrestia, e faccio fare un Organo assai onorevole, la maggior parte à mie

spese, onde per il Palco, scale, ed altro vi sono bisognati delli legnami. Ed

in terzo luogo Antonio Neccia, per riedificare una sua casa triuta, ha parimente

auto di bisogno di alcuni Travi, per li quali hà ottenuta la licenza in

conformità dello Statuto, si da mè come dal Magistrato. Se dunque per fare

tali operazioni pie nelle Chiese onorevoli, e convenienti nel Palazzo Baronale,

e giuste per edificare case in conformità dello Statuto, e per spendere

li miei quadrini per maggior culto, et onore di Dio, ed e Santi merito querele

e ricorsi, sono pronto à riceverne rigoroso gastigo, altrimenti lo meriterà

il querelante, et all’E.V. faccio profondis(si)ma riv(eren)za».


Sul potere di convocare il “publico Conseglio” in Acuto

19

riceve da quel Vescovo», riassumibili in quattro punti: 1) il vescovo

ha fatto tagliare 190 alberi tra i migliori della selva appartenente alla

Comunità, contravvenendo ad una esplicita risoluzione del “publico

Conseglio”; 2) la Comunità versa al Gerardi 200 scudi l’anno, in

vigore di una “Concordia”, per sanare un debito di 3250 scudi, e

dunque questa chiede di essere «ammessa à monti Camerali per

restituire d(ett)o Cap(ita)le, e liberarsi da d(ett)a annua prestatione

di scudi 200 vedendo in tal modo la povera Com(muni)tà ad utilitarsi

di scudi 100 l’anno»; 3) la Comunità accusa il vescovo di aver

usurpato la terza parte del danno dato spettante interamente a questa;

4) infine, essa chiede che venga riconosciuto il diritto di convocare

il “publico Conseglio” senza la licenza del vescovo. Il Popolo di

Acuto si fa scudo di un accordo risalente al 1609 tra la Comunità e

l’allora vescovo Antonio Seneca. Con esso si stabiliva che, dietro

pagamento di 215 scudi l’anno - poi 200 - per ripianare il debito di

3250 scudi contratto con il vescovo stesso, questo «non havesse in

Acuto, che il mero, e misto impero, e non potesse ingerirsi in verun

conto nelle selve, herbe ecc., e generalm(en)te in ogni provente

della Com(muni)tà, ma quelli restassero a libera disposizione degli

Off(icia)li di quella». Poiché tali accordi sono posteriori alla stesura

dello Statuto locale, la Comunità si ritiene in diritto di appellarsi al

Buon Governo e denunciare la condotta del Gerardi 4 .

Il vescovo ribatte punto su punto alle accuse mossegli dalla

Comunità acutina, definendo gli attacchi delle mere calunnie, delle

ingiurie 5 , e sostenendo di aver seguito in molti dei casi posti sotto

inchiesta l’esempio dei suoi predecessori - motivo per cui egli

afferma che «se questa fosse usurpaz(io)ne non sarebbe mia». Per

4

Ivi, memoriale del Popolo e Plebe di Acuto al Buon Governo, 9 agosto

1704: «Né osta lo Statuto perche ritorna all’istessa risposta d(ett)a di sopra

che è anteriore alla Concordia stante le quali è ineseguibile in quelle parti

contrarie all’istessa Concordia».

5

Ivi, informativa del vescovo di Anagni Gerardi al Buon Governo, 12

settembre 1704: «queste sono ingiurie troppo insolenti contro un povero

Vesc(ov)o e provengono, perche pare sia lecito ad ognuno dare questi libelli

infamatorij sotto nome collegativo, acciò non si sappia chi li porge, e

si fà lecito con q(ue)sto stile d’infamare ed eccl(esiast)ici, e laici».


20

Matteo Maccioni

sminuire l’efficacia delle accuse rivoltegli, il vescovo sostiene che il

memorialista che ha redatto l’atto di accusa nei suoi confronti «prende

equivoco, perche imprudentem(en)te si serve delle notizie, che li dà

un Idiota, il quale non sa quello si dica», che «lo fa senza vedere le

scritture stando solo all’asserzione degl’Idioti» 6 . Il Gerardi sostiene

che lo Statuto e altri accordi tra la Curia e la Comunità certificano

che la ragione è dalla sua parte e che per questo si dice disponibile

a produrre, tutte le volte che gli verrà richiesto dal Buon Governo,

i documenti che lo attestano, discolpandosi così delle accuse «che

falsam(en)te mi si impongono» 7 .

Dallo scambio epistolare si evince che la comunità di Acuto, il

sindaco e gli ufficiali, così come il Governatore del paese, mossi

dalla necessità di eleggere il Procuratore – materia che spetta al

consiglio popolare, ritengono di poter convocare autonomamente

il “publico conseglio”. Il primo atto prodotto è una rimostranza

avanzata dal sindaco e i suoi ufficiali, i quali, dal momento che

non riescono a convocare e a tenere l’adunanza, si rivolgono alla

Congregazione del Buon Governo affinché questa faccia pressioni

in tal senso. Il sindaco afferma, vieppiù, che lo statuto locale «non

dispone, che vi debba intervenire la licenza del Barone, ma quella

della Corte, e percio si è sempre praticato di farli non solo con la

licenza, ma anche con l’intervento del Gov(ernator)e pro tempore,

senza quella del Barone» 8 . La comunità d’Acuto si lamenta del fatto

che il Governatore si è occultato più volte al fine di non partecipare

al consiglio popolare, così impedendone lo svolgimento. Questo

comportamento viene spiegato nella lettera del 28 aprile 1705, nella

quale il vescovo di Anagni afferma che il Governatore «non ha

voluto intervenire al Conseglio, che volevano fare, mentre non vi era

la mia licenza, onde io per non lasciarlo fare, e poi mandar carcerato

il sindico, ed altri intervenuti, stimai più oportuno mandargli un

6

Ivi, informativa del vescovo di Anagni Gerardi al Buon Governo, 12 settembre

1704.

7

Ivi.

8

Ivi, missiva del sindaco e degli ufficiali della Comunità di Acuto al Buon

Governo, senza data.


Sul potere di convocare il “publico Conseglio” in Acuto

21

precetto, che non facessero il Conseglio, senza la mia licenza, ò

vero senza mostrare prima la facoltà ottenuta da miei Superiori» 9 .

Stando a quanto stabilito dallo statuto locale, non è infatti possibile

convocare il consiglio «sine licentia curiae»: il governatore, mero

sottoposto del Barone, non ha tale facoltà, e d’altronde la comunità

non ha il potere di fare risoluzioni «perche è pupilla senza il Decreto

del Giudice» 10 – quanto a dire, impotente. Nella lettera del primo

aprile 1705, diretta a Monsignor Nunez, il vescovo di Anagni, Pietro

Paolo Gerardi, trascrive in toto il capitolo 49 dello statuto di Acuto:

«Cap. 49. Quod Adunantiae, sive Consilia non fiant

sine Licentia Curiae. Item Statuimus, et ordinamus, quod

Adunantiae, aut parlamentum In dicto Castro, aut alibi Per

aliquos homines ipsius Castri non debeant fieri Sine Licentia

Curiae ad Poenam ut ipsi Curiae et Officialibus videbitur» 11 .

La lettura dell’articolo dello statuto dimostra che il vescovo

è apparentemente dalla parte della ragione. Inoltre, egli afferma

di non avere nessuna difficoltà a concedere la suddetta licenza, e

che anzi sarebbe ingiusto da parte sua non farlo, ma al contempo

giudica inaccettabile tanto l’interpretazione quanto l’applicazione

che gli appellanti danno di questo articolo, ritenendole pericolose

per il mantenimento dello status quo politico: «loro si vorrebbono

governare da Republica, mà in tempo mio con la giustizia alla mano,

credo non li riuscirà» 12 .

9

Ivi, Missiva del Vescovo Gerardi al Buon Governo, 28 aprile 1705.

10

Ivi.

11

Ivi, Missiva del Vescovo Gerardi al Buon Governo, 1 aprile 1705. Il

libro Antico statuto della comunità di Acuto abrogato dalle presenti leggi

nell’anno della salvezza 1821, pazientemente restaurato affinché resti per

i posteri come ricordo di un animo riconoscente (trascrizione di F. Pompili,

Acuto 1995, p. 17) riporta la seguente traduzione: «RUBRICA XLIX

Similmente stabiliamo ed ordiniamo che l’Adunanza o il Parlamento non

debbano essere fatti in detto Castello o altrove da alcuni uomini dello stesso

Castello, senza il permesso della Curia, pena la pena che sembrerà opportuna

alla stessa Curia ed agli Ufficiali».

12

Ivi, Missiva del Vescovo Gerardi al Buon Governo, 28 aprile 1705.


22

Matteo Maccioni

Il contenzioso, a conti fatti, lascia trasparire il profilo di un

vescovo timoroso di una possibile ribellione all’interno della

comunità cittadina; e contrario, quest’ultima stima il potere del

Barone – spesso adoperato arbitrariamente – profondamente lesivo

della propria stabilità.

Prendendo spunto dalle oppressioni dei governatori, e dall’avidità

dei baroni a cui la comunità è sottoposta, il memoriale del

settembre 1778 illustra tre esempi di «dispotico metodo con cui e

dal Governatore, e dal Barone di detto Luogo regolansi gli affari,

e gli interessi della Communità, e del Popolo» 13 . Il primo esempio

proposto riguarda proprio la modalità di convocazione del pubblico

consiglio. Secondo Alessandro Trambusti - autore del suddetto

memoriale indirizzato al monsignor Gavotti, «Ponente Anagnina per

li Consiglieri, e Popolo della terra di Acuto Diocesi di Anagni» della

Congregazione del Buon Governo - la convocazione del consiglio

può avvenire direttamente su richiesta dei “Publici Rappresentanti”

e dei Consiglieri, se è «diretta a consultare gl’affari, e le indigenze

del Publico» 14 . Il Trambusti ritiene che, nel caso in cui si tratti di

un atto «di Governo economico, e non mai di Giurisdizione», sia

lecita la convocazione senza licenza della curia vescovile: è dovere

istituzionale dei consiglieri provvedere agli interessi e al benessere

materiale della popolazione 15 . Scrive il Trambusti:

13

Ivi, b. 37, memoriale di Alessandro Trambusti a Mons. Gavotti del Buon

Governo, 19 settembre 1778.

14

Ivi.

15

Ivi: «Che alli Publici Rappresentanti, e a Consiglieri medesimi spetti il

diritto di convocare il Publico Conseglio troppo chiaramente lo insegna il

Testo nella Leg. Observare a. Cee.de Decur ivi: Observare oportebit Magistratus,

ut Decurionibus solemniter in Curiam convocatis nominationem

ad certa munera faciant; e ciò al riflesso, che essendo la convocazione del

Conseglio diretta a consultare gl’affari, ed indigenze del Publico un’atto

di Governo economico, e non mai di Giurisdizione, quale preso de’ Consiglieri

risiede, che a tale effetto chiamansi Curatores Communitatis, come

li definisce il Bald. Nel cons. 282 num. 2 Menoch. Cons. 38 num. 32, ne

viene da ciò in conseguenza, che ad essi spetti, attesa la contingenza de’

casi, ed il respettivo bisogno del Publico il coadunare il Conseglio come


Sul potere di convocare il “publico Conseglio” in Acuto

23

«Quante volte adunque a nostri Consiglieri competa

una tal facoltà, e respettivo diritto di convocare il Publico

Consiglio, non senza un’evidente aggravio, che voglia farsi à

medesimi, potrà dall’odierno Barone pretendersi, impedire ad

essi di convocarlo se prima non ne riportino o da esso, o dal

di lui Governatore un’espressa licenza. Di fatti se li Publici

Rappresentanti, se l’Anziani del Conseglio ordinandone

la convocazione per provvedere agl’interessi, e respettive

indigenze del Publico, altro non fanno se non se esercitare

un’atto del di loro Uffizio, niuno certamente, che abbia senno,

ed intelletto potrà affermare, che in ciò sia necessaria la licenza

del Governatore Locale, mà dovrà onninamente confessare, che

una tal facoltà, quale a medesimi compete al riflesso del loro

Ufficio debba esser libera, assoluta, ed indipendente, conforme

con la commune opinione de Dottori […] Ed in vero risiedendo

nel Generale Conseglio tutto il potere della Communità, e

respettivo Popolo, come osserva il Campell, ad Conflit. Duc.

Urbin, decr. 23. num. 71. Ivi: Consilium denique generale, in

quo verè, et propriè residet tota vis, et potestas Civitatis, et

Populi; e formando altresì la Communità un Collegio lecito,

ed approvato puole Egli certamente convocarsi senza veruna

Licenza, o Ordine del di lui Superiore per gli affari ad essa

risguardanti a beneplacito de Consiglieri» 16 .

Il documento lascia trasparire l’insoddisfazione della comunità

per la propria situazione giurisdizionale e un forte sentimento di

rivalsa nei confronti delle istituzioni, dalle quali sente di essere stata

sottoposta a soprusi. La ribellione strisciante nelle lettere di 70 anni

prima - presente già a inizio XVII secolo, e sedata con la Concordia

siglata nel 1609 dal Vescovo di Anagni e il Popolo acutino - si palesa

nella richiesta di impedire l’applicazione della norma statutaria che

doppo il prelodato Testo ferma il Campell. Ad Conflit. Urbin. Decr. 34 numer.

49 ivi: At legittima Consilii coadunatio spectat ad Magistratum Leg.

Oc. Quod si forte Magistratus deesset poterit tunc antiquior ex oraine (sic)

vel Collegio Consiliariorum reliquos convocare».

16

Ivi.


24

Matteo Maccioni

conferisce al Barone il potere e l’autorità di convocare, proibire e/o

permettere la riunione del pubblico consiglio. A questa norma il

Governatore, inoltre, ha aggiunto la pretesa che gli siano comunicate

in anticipo, e per iscritto, le proposte da discutere in sede consiliare.

È per queste ragioni che il Trambusti si spinge oltre e radicalizza

la spaccatura chiedendo l’abolizione della norma 17 . Egli afferma,

infatti, che fino a quel momento il Governatore, così come il Barone,

hanno abusato del diritto di impedire la convocazione e riunione del

Consiglio, diritto che si sono arrogati in modo improprio e arbitrario:

«E chi è che non sappia, che quante volte, o dallo Statuto

prescrivasi, o dalla consuetudine siasi introdotto, che alla

coadunazione de’ Consiglieri debba precedere la Licenza del

Governatore Locale, questa non ad altro riducesi, se non se ad

una semplice notizia, che si dà al medesimo del Conseglio da

tenersi, nel quale hà anch’esso ad intervenire?

Da questa peraltro non deve, né puole arrogarsi ò il Barone,

o il di lui Governatore il diritto d’impedirlo, né toglie a

Consiglieri la libertà di coadunarsi ancorche il Governatore

ricusasse d’intervenirvi, poiché non essendo secondo la

disposizione di raggione proibito il Publico Conseglio senza

la Licenza del Barone, o sia Governatore; quante volte questa

richiedasi dallo Statuto, in tanto richiedesi acciocche le

risoluzioni da prendersi nel Conseglio restino approvate dal

Governatore del Luogo, e le medesime facciansi alla di lui

presenza, così ne precisi termini della nostra questione distingue

egregiamente il Menoch. Consil. 28 num. II. Ivi: Universitatum

Congregationes, et Consilia jure non prohibentur, nec juris

17

Ivi: «Di fatti avvalorato esso da alcune parole dello Statuto Locale, nel

quale dicesi, che il Conseglio non si convochi nisi de Licentia Curiae crede

da ciò derivarne in esso il diritto di adunare il Conseglio a suo talento, di

proibirlo, quando al medesimo così piaccia, e finalmente di non permetterlo,

se non se nel solo caso, che li Consiglieri communichino in iscritto,

qualche giorno avanti al di lui Governatore tutto ciò che debba proporsi nel

Consiglio medesimo. Strana per altro non meno, che insussistente è una

tal pretensione, e degna certamente che venga dalla Suprema Autorità di

questa Sagra Congregazione affatto abolita, e depressa».


Sul potere di convocare il “publico Conseglio” in Acuto

25

necessitate requirunt Superioris praesentiam, vel licentiam,

CUM LICENTIA SOLUM REQUIRATUR, ut actus gesti

eorum auctoritate confirmari valeant: così fermò il Cancer. var.

resol. lib. 3. cap. 13. num. 163. ivi: Est regula generalis, quod

ea, quae ad Reipublicae administrationem, administrandique

necessitatem, sive utilitatem pertinent ipsam, Rempublicam,

seu Consilium posse per se sine consensu Superiori agere,

licet bene IN CONGREGATIONE, et convocatione DEBEAT

INTERVENIRE SUPERIOR, SIVE EJUS OFFICIALIS ET

PROPOSITIO DEBEAT FIERJ etc. EO PRAESENTE.

Che se la disposizione del nostro Statuto non dà all’Odierno

Barone il gius d’impedire a nostri Consiglieri la libertà di

convocarsi, con quanto maggior aggravio de’ medesimi si è

eccitata una tal pretensione, nel caso nostro, nel quale lo Statuto

non solo in questo, mà in veruno de’ suoi Capi non è operativo,

nè puole costringere il Popolo di Acuto alla di lui osservanza,

in quelle parti, che concernono li diritti del Barone. Per ben

comprendere la verità di un tal assunto convien premettere,

gravissime essere, state ne passati secoli le controversie, che

insorgevano tutto dì tra li Baroni pro tempore, ed il Popolo;

queste ridotte a foro contenzioso produssero un ben lungo,

e dispendioso Litigio, al quale finalmente nell’anno 1609.

impose fine una solenne Transazione, che stipolossi trà il

nostro Popolo, ed il Barone di quel tempo» 18 .

Trambusti evidenzia come la pretesa del Governatore di conoscere

in anticipo quanto debba proporsi nel Consiglio 19 sia in realtà

contraria a quanto prescritto nella bolla De Bono Regimine, «la quale

vuole, che soltanto doppo convocato legittimamente il Conseglio,

si propongano gli affari, quali proposti si consultino su di ciò li

Consiglieri, e finalmente si raccolgano i Voti di questi» 20 . Ciò che

18

Ivi.

19

Cfr. nota 17.

20

Nel memoriale il Trambusti fa riferimento al commentario di Jacobo Cohellio

alla bolla De Bono Regimine del 1656, al capitolo XXXI, num. 147:

«Postquam Consilium praed(ictis) solemnitatibus convocatum est primo


26 Matteo Maccioni

più meraviglia il Trambusti è però l’incongruenza tra l’insistenza del

Governatore su questo suo presunto diritto di proibire l’Adunanza e

il fatto che egli, in concreto, non ha voce in capitolo nelle Risoluzioni

in essa adottate: è un suo diritto/dovere essere presente al Pubblico

Consiglio, eppure risulta privo della facoltà di dare il suo voto su

quanto esso decide 21 .

Il discorso portato avanti dal Trambusti è evidentemente

focalizzato sulla situazione giurisdizionale del comune di Acuto,

resa intricata dalle prerogative che il Governatore e/o il Barone

si sono arrogati nel corso del tempo – in spregio dell’accordo di

Concordia del 1609 con cui questi, consapevolmente, hanno sancito

la propria impotenza nella vita giurisdizionale del comune. L’autore

del memoriale, analogamente al Popolo di Acuto nelle missive di 70

anni prima, si richiama precisamente a questo patto di Concordia per

evidenziare abusi e soprusi a cui la Comunità viene costantemente ed

ingiustamente sottoposta. Sotto la lente d’ingrandimento vi è il danno

che questo contenzioso tra le parti arreca a una Comunità sfibrata

dalle tensioni politico-giurisdizionali e impoverita finanziariamente

a motivo del dispendio economico conseguente.

loco proponitur negocium, quod expleri debet, secundo consulitur super

eo, Tertio capitur resolutio, & definitur negocium».

21

BG, b. 37, memoriale di Alessandro Trambusti a Mons. Gavotti del Buon

Governo, 19 settembre 1778: «Ma ciò che rende più ridicola una tal pretension

si è il riflesso, che sebbene il Governatore Locale debba intervenire

al Publico Conseglio, debbano le Proposizionj farsi alla di lui presenza, ed

esso finalmente presente prendersi le Risoluzioni, non però ha Egli facoltà

di dare il suo voto nel Conseglio med(esimo) in cui presiede sopra quel

tanto, che sia stato proposto: Se adunque al Governatore Locale, si niega

affatto la facoltà di dar questo Voto, troppo legittima da cio ne deriva la

conseguenza, che al med(esimo) non debba mai rivelarsi quel tanto, che sia

per proporsi in Conseglio; Imperciocche sarebbe un assurdo grandissimo

che si dasse a quello la notizia, ed esame degl’affari da risolversi soltanto

collegialmente in Conseglio, al quale si niega nel medesimo Conseglio la

facoltà di potervi votare».


Rossana Fiorini

Alatri: controversie del danno

dato negli Statuti cittadini

Per quanto riguarda il Comune di Alatri godiamo della grandissima

fortuna di conservare diverse e più copie degli Statuti cittadini di

cui la Città si dotava, per codificare, regolamentare e amministrare

la vita sociale della collettività 1 . Ad oggi disponiamo di ben sei copie

dello Statuto di Alatri, che mostrano una normativa soggetta a modifiche

e continui cambiamenti, legati al tempo e alla società.

Le norme statutarie rispecchiano un’economia prevalentemente

agricola: il tempo della terra e della sua coltivazione scandisce il

tempo dell’uomo. Le pratiche agricole e la tutela degli spazi vocati

alla coltivazione sono argomenti centrali nella regolamentazione

normativa: su tutti spicca il cosiddetto danno dato, ovvero i danni

procurati dalle bestie o anche dagli uomini alle coltivazioni. La ricerca

d’archivio restituisce una casistica varia in materia di danno

dato.

I documenti presi in esame per il Comune di Alatri sono conservati

nell’Archivio di Stato di Roma, Fondo della Congregazione del

Buon Governo 2 . Le pratiche studiate sono formate da lettere, richie-

1

Il più antico testimone giunto a noi degli Statuta Civitatis Alatri è del

1549 (Alatri, Biblioteca Molella MS. I, 1). Il Codice Molella è l’antigrafo

della copia di uso ufficiale, redatta tra il 1585 e 1586 (Constitutiones sive

statuta civitatis Alatri, Alatri Liceo Ginnasio Conti Gentili, Biblioteca, Armadio

XX). Alatri quattro testimoni esemplati sui codici cinquecenteschi

sono conservati a Roma (ASRm, Biblioteca, Collezione Statuti, 842); a

Veroli (Biblioteca Giovardiana, MS. 42.2.16); ad Alatri (Biblioteca Molella,

due esemplari XVIII e XIX secolo). Sugli statuti cfr. M. D’Alatri e C.

Carosi, Gli statuti medioevali del Comune di Alatri, Alatri 1976; S. Notari,

Rubricario degli Statuti comunali di Alatri e Patrica (secoli XVI-XVIII).

Per un rubricario degli Statuti della provincia storica di Campagna, in

Latium, 14 (1997), pp. 141-222; G. Boezi, Jus proprium del comune di

Alatri, Alatri 2007.

2

Archivio di Stato di Roma, Fondo Sacra Congregazione del Buon Gover-


28 Rossana Fiorini

ste e memoriali che utilizzano lo Statuto per risolvere determinate

questioni sociali e quotidiane che venivano a crearsi all’interno della

Città alatrina. La documentazione, inviata dai “Pubblici Rappresentanti”

di Alatri alla Sacra Congregazione del Buon Governo, risale

alla fine del XVII secolo ed è utile ad approfondire consuetudini

e costumi della Città. In particolar modo le controversie esaminate

riguardano il diritto dello jus pascendi e le relative dispute fra la Comunità

e i padri benedettini della Certosa di Trisulti; i contrasti fra la

Comunità e gli affittuari del danno dato, che porteranno a riformare

la regolamentazione della vendita e della custodia del danno dato.

L’immediata testimonianza di come lo Statuto fungesse da elemento

base insostituibile per la risoluzione dei problemi nella Comunità.

Una supplica 3 scritta alla Sacra Congregazione del Buon Governo

da parte della Comunità di Alatri, datata 16 ottobre 1666, riportava

il divieto statutario di pascere porci per tutti. Tale disposizione

non era rispettata dai padri certosini di S. Bartolomeo di Trisulti, con

i quali la comunità aveva quindi un’antichissima lite. Infatti, anche

se è presente una forte contraddizione, si comprende dalla lettura,

come gli ecclesiastici avessero sempre goduto dello ius pascendi.

Essi si beneficiavano dei privilegi che erano stati convalidati loro

dal Cardinale Camerlengo nel 1659, già esistenti ed ufficializzati

dal potere pontificale nel 1656. La comunità pertanto richiedeva che

attraverso un bando l’osservanza statutaria fosse estesa anche ai pano,

Serie II (in seguito solo BG), b. 58.

3

Ivi. La lettera è indirizzata al Cardinal Chigi della Sacra Congregazione

del Buon Governo, datata 16 ottobre 1666 da parte della Comunità. La

firma in calce non è leggibile chiaramente. Il testo è il seguente: «Il Statuto

di Alatri proibisce, che non ardisca alcuno ritenere a pascolar porci in quel

territorio, e se i particolari interessati si contentassero, che una renovatione

di bando per detta osservanza andasse solamente sopra di loro, sarebbe

negozio facile, e con giustizia ma sentimento di questi particolari sarebbe

che il medesimo bando comprendesse i Padri Certosini di San Bartolomeo

di Trisulti, con quali hanno antichissima lite, e perché i Padri rispondono

di non poter essere costretti a questa privazione di pascolo con mostrare

incontinente il loro possesso, convalidato da più privilegi pontifici, stati

confirmati nel 1656; e per sentenza dell’Eminentissimo Signore Cardinal

Camerlengo nel 1659; mio sentimento sarebbe che non si innovasse».


Alatri: controversie del danno dato negli Statuti cittadini

29

dri certosini.

Tant’è vero che nel memoriale 4 , contenuto all’interno della suddetta

supplica, si riferiva che da moltissimo tempo i maiali venivano

condotti al pascolo, malgrado la disposizione dello Statuto proibisse

tale attività per via del gran danno che tali animali apportavano ai

terreni e alle coltivazioni e, come cita il testo, «ad altro bestiame» 5 .

Per tale ragione la Comunità cercava di raccomandarsi con l’intenzione

di far richiesta al Monsignor Governatore di Campagna, affinché

emanasse un’ordinanza penale.

La conflittualità tra le norme richiama contraddizione, che derivava

da quelle disposizioni e dai particolari privilegi di cui godevano

i certosini, grazie alle concessioni che il Papa aveva fatto loro. Ciò

però era strettamente contradditorio relativamente allo Statuto – che

invece circoscriveva certe libertà.

Al codice, libro del danno dato, vi sono riferimenti precisi:

Rubrica 36 – «De pena bestiarum porcinarum»

«Item, propter moltiplicia enormiaque damna, que per bestias

porcinas in territorio alatrino quotidie inferentur, et ut

tollantur discordie et iurgia, que propter damna predicta inter

cives alatrinos oriri possent, statuimus et ordinamus quod nullus

civis, habitator, incola civitatis Alatri seu forensis, cuiuscumque

status et conditionis existat, possit nec debeat retinere

aliquam bestiam porcinam ad pascuamdum seu pascendum in

territorio et districtu civitatis Alatri, nullo unquam tempore, ad

penam XXX librarum denariorum pro turma, et pro qualibet

bestia porcina penam XX solidorum» 6 .

4

Ivi. Nel memoriale la Comunità espone la situazione. Il documento non

presenta né firma, né data. Il testo è il seguente: «La Comunità di Alatri

espone riverentemente all’Eminenze Vostre che da molti vengono introdotti

i porci in quel territorio pascolando quivi contro la disposizione dello

Statuto, che li proibisce per il gran danno che apportano a gli altri bestiami.

Supplica pertanto l’Eminenza Vostra scrivere a Monsignor Governatore di

Campagna, che mandi un ordine penato che non vi si possino ritenere».

5

Ibidem.

6

Cfr. M. D’Alatri e C. Carosi, Gli statuti medioevali, cit., p. 238; lo statuto

continua con altre disposizioni.


30

Rossana Fiorini

La documentazione d’archivio è piuttosto ricca di controversie

legate al danno dato. Contestuali sono infatti altre carte in cui

si è di fronte ad una lettera e ad un memoriale presente all’interno

della stessa. Il Governatore di Alatri rimetteva al Buon Governo il

memoriale a lui consegnato da parte della medesima Comunità. Il

memoriale riporta la supplica da parte della Comunità che si sentiva

“turbata” dagli affittuari dell’Abbazia di San Sebastiano, i quali

avevano istituito su quello stesso territorio un carcere privato, dando

ordine di condurvi i delinquenti che commettevano danno nei terreni

dell’Abbazia stessa. La Comunità dunque rivendicava la giurisdizione

di quei terreni abbaziali, che comunque ricadevano all’interno

del territorio della Città di Alatri, e supplicava il Buon Governo di

ordinare al Governatore di ripristinare il diritto cittadino e di punire

i delinquenti che avevano istituito il “carcere privato” nel modo giusto

e consueto 7 .

In seguito leggendo la lettera del Governatore scopriamo altre informazioni

preziose: egli dichiarava che quanto riferito dalla Comunità

corrispondesse al vero e che effettivamente l’affittuario dell’Abbazia

di San Sebastiano avesse fatto ricondurre gli animali trovati a

dar danno alle coltivazioni di quei terreni presso il “carcere privato”.

Il fatto più grave è che i padroni delle bestie si fossero accordati

loscamente «pagando pena minore di quella che sarebbe loro convenuta

di sborsare all’affittuario del danno dato della Comunità». Così

si richiedeva il permesso a procedere contro i danneggiatori dei beni

7

Cfr. BG, b. 58. Il memoriale, presenta il seguente contenuto: «La Comunità

di Alatri […] espone come havendo il Ministerio del danno dato del

suo territorio, come cessionaria della Reverenda Camera, hora vien turbata

della giurisdizione dalli Ministri et Affittuarj dell’Abbadia di S. Sebastiano

situata nel medesimo territorio con havervi fatto un carcere privato, et dar

ordine, che si conduchino le bestiami delli poveri cittadini che sono trovati

a dar danni nelli terreni della detta Abbadia, et perché tutto ciò è con

grandissimo danno e spesa de cittadini, come della Comunità. Si supplica

le Eminenze Vostre a voler ordinare a Monsignor Governatore, che assista

alla medesima […], che non riceva pregiudizio in tal Ministerio, e che li

delinquenti, per il carcere privato siano gastigati come sarà di raggione». Il

documento non è datato.


Alatri: controversie del danno dato negli Statuti cittadini

31

dell’Abbazia e contro l’affittuario della medesima 8 .

Situazioni dispotiche, intricate e poco chiare erano all’ordine

del giorno, per cui lo Statuto appare unica e insostituibile fonte per

riportare equilibrio entro la collettività. Numerose sono infatti le

presenze statuali rintracciate nelle carte d’archivio, in cui è citato

nuovamente lo Statuto, proprio per sciogliere tali controversie. Un

esempio, fra tutti (del 1664), è quello in cui «poveri lavoratori e i

cittadini di Alatri», in una lettera inviata al Governatore, sottolineavano

di essere gravati dall’affitto del danno dato, e questo colpiva

soprattutto i cittadini che possedevano un numero maggiore di animali.

La Comunità spesso vendeva il danno dato. Si presenta qui

il caso di Sisto Liberati. Come solito il danno dato veniva venduto

dalla Comunità e in quello stesso anno concesso a Sisto Liberati, con

la condizione che la guardia del campo venisse svolta da due uomini

scelti dall’affittuario, così come ordinava lo Statuto. In più questi

due uomini dovevano essere accompagnati da altri due uomini scelti

dalla Comunità; la stessa Comunità aveva il dovere di consegnare

all’affittuario l’elenco dei nomi degli uomini che avevano la funzione

di accompagnare i custodi. Si utilizzava questo procedimento per

prevenire il danno e possibili controversie 9 .

8

Ivi. La firma della lettera non è leggibile. La data in calce è 6 novembre

1661. «Dall’informazione presa sopra il memoriale della Comunità di Alatri,

che qui compiegato rimetto, ho riportato esser vero che l’Affittuario

dell’Abbadia di S. Sebastiano pretenda di conoscer le cause de’ danni, che

si fanno ne’ terreni di tal Abbadia, e che alcune volte ha fatto ricondurre

da lavoratori, e ritenere i bestiami trovati a danneggiarvi, e che i padroni

di essi bestiami si sono quietamente accordati con lui, pagando una pena

minore di quella, che sarebbe loro convenuto di sborsare all’Affittuario del

danno dato della Comunità. Per parte di questa, oltre la ragione dell’aver

l’officio con titolo oneroso della risposta di settantaquattro scudi l’anno alla

Reverenda Camera, si allega, mostrandosi il libro dell’accuse, il permesso

di procedere non solamente contro quei che hanno danneggiato ne’ beni

dell’Abbadia suddetta, ma anche contro l’Affittuario medesimo di essa».

9

Ivi. La supplica è indirizzata alla Sacra Congregazione del Buon Governo

e alla Sacra Consulta. La firma riportata è de «Li poveri lavoratori e altri

cittadini della Città di Alatri». La data apposta dal Buon Governo è 24 aprile

1664. Il contenuto è il seguente: «Li poveri lavoratori e cittadini d’Alatri


32

Rossana Fiorini

Proseguendo la lettura si nota che i cittadini fossero costretti a

devotissimi oratori dell’Eccellenze Vostre si espondono ritrovarsi angariati

al maggior segno per li pesi che hanno sopra de loro bestiami, dove la

Communità per uguagliare l’esito, et introito sòle maggiormente imporre

collette; è tra l’altre gravezze se li aggiunge in questo presente anno quella

del danno dato solita a vendersi dalla Communità, come ha fatto questo

anno a Sisto Liberati con conditione che la guardia del Canpo si debbia

fare da due homini, da deputarsi da esso affittuario, et approvarsi dalla

Comunità conforme ordina lo Statuto, a quali acciò non comotano falsita,

et altri eccessi in grave danno di quel popolo; li si debbia dare dalla medesima

Communità un homo che accompagni ciascuno di detti custodi che

elegge l’affittuario; e benché la Communità per togliere ogni atto dannoso

dia al detto affittuario la nota delli omini, che devono in ciascun giorno

accompagnare detto custode dell’affittuario per far la solita custodia, nulla

di meno il suddetto affittuario per far fare delle accuse assai senza che detti

custodi da lui deputati si movano dalla Città, dà occasione alli medesimi

commandati dalla Comunità, o che non vi vadino, o che alleghino causa

frivola a non potervi andare in luogo dei quali esso affittuario deputa altri a

lui noti, et uguali alli primi con pagarli a suue proprie spese, acciò faccino

delle accuse in gran numero, per poter fare grosso guadagno; e tra l’altri

homini sempre cerca mandarvi homini mendici, di mala conditione, e

fama, et in particolare un suo compare, che questi senza vedere, né andare

a trovare il preteso dannificante, ma solo o con stare dentro la Città, o dormire

nelli cespugli, o altri luoghi nascosti formano le accuse. Perilché detti

poveri sono astretti a pagare delle decine e decine di scudi, senza commettere

un minimo danno, e anzi detto affittuario per maggiormente concuterli

far intendere a molti, che si componghino […] pagar tanto l’anno e che

poi dannifichino quanto vogliono in grave danno di quelli che seminano,

et hanno di beni nel detto territorio. Ricorrono pertanto dalle Eminenze

Vostre et humilmente, le supplicano ad ordinare al Governatore di detta

Città che astringhi detto affittuario ad osservare la conventione fatta con

detta Comunità, et il Statuto della medesima disponente sopra esso danno

dato, et anco che non facci dare esecuzione alle accuse fatte sin’ora contro

la forma del medemo, e che proibisca a detto affittuario di deputare alla

detta custodia altri homini, che quelli convenuti nella conpra che ha fatta

di esso danno dato, et a quelli commandati dalla Communità per far fare

detta custodia, e che recusano d’andarvi, d’inporvi la pena a suuo arbitrio,

e finalmente che rimedj a tanti d’anni et inconvenienti, che per causa delle

cose espresse nascono. Che il tutto. Che.».


Alatri: controversie del danno dato negli Statuti cittadini

33

pagare «decine di scudi senza mai commettere danno». Dunque i

lavoratori ricorrevano al Governatore della città per richiedere che

l’affittuario osservasse la convenzione, stipulata tra la Comunità e

lo stesso, seguendo perciò le disposizioni dello Statuto sul danno

dato. Si richiedeva inoltre di proibire all’affittuario di scegliere uomini

deputati alla guardia di sua sponte, non rispettando la lista dei

nominativi convenuti nel contratto stipulato con la Comunità. Non

era la prima volta che si verificavano estorsioni e frodi: il Sindaco

di Alatri, diversi anni prima, aveva ufficialmente fatto presente al

Cardinale Panfilj tali situazioni. Dopo aver saputo da parte dei concittadini

«di estorsione, falsità ed ingiustizia verificatesi per molti

anni» da parte del depositario e affittuario del danno dato contro le

imposizioni dello Statuto e gli ordini della Sacra Consulta. Quindi si

supplicava di «di spedire subito […] un commissario con una ottima

compartita per provvedere conformemente col giusto» 10 .

Per avere la misura di come venisse regolamentato il danno dato,

è opportuno notare i continui cambiamenti e i rifacimenti delle procedure

di vendita o di affitto dello stesso. Procedure che subirono

nuovi cambiamenti quando le estorsioni degli affittuari si fecero insopportabili.

La decisione venne presa durante un Pubblico Consiglio

11 . Si imponeva pertanto di non dare più il danno dato in affitto,

10

Ivi. La supplica presenta la data del Buon Governo del 10 giugno 1645,

scritta dalla Comunità di Alatri. «Il sindaco e officiali della Città di Alatri

devotissimi oratori […] gli rappresentano che tante l’estorsioni e falsità, et

ingiustitie fatte da molti anni in qua dal Giovanni Battista […] al presente

dipositario et affittuario di danno dato contro la dispositione dello Statuto

et ordini della Sacra Consulta, tutti i poveri cittadini si sentono agravati

et oppressi Ricorrono pertanto alla pietà e giustizia di Vostra Eccellenza

humilmente supplicandola a ordinare che sia spedito subito con il detto a

spese del medesimo un Commissario con uno ottima Computista per provvedere

conforme al giusto che del tutto Che».

11

Ivi, b. 59. Da una supplica indirizzata al Buon Governo datata 6 maggio

1673, firmata in calce da Giovan Battista Autini, “pubblico ufficiale” della

Comunità di Alatri. «Per l’estorsioni, che commettevano gl’affittuari del

danno dato della Città d’Alatri, quella Comunità risolve in Pubblico Conseglio

di non darlo più in affitto, ma deputare un Cittadino all’esattione

delle pene per l’accuse, che di giorno in giorno riportavano i guardiani del


34

Rossana Fiorini

ma di deputare un cittadino che invece riscuotesse la tassa delle pene

per le accuse. Nell’anno 1671 venne deputato per tale ruolo il signor

Lorenzo Tutij, che aveva l’obbligo di intimare periodicamente, ogni

mese, gli accusati, affinché sborsassero entro otto giorni, la somma

delle pene stabilita.

In conclusione si potrà certamente affermare che gli statuti concedano

una percezione parziale della società: la documentazione

d’archivio dona una visione abbastanza concreta di informazioni significative

che consentono di ricostruire il puzzle storico della Città

di Alatri. Il confronto tra le testimonianze d’archivio e gli Statuti

ridisegna l’immagine della collettività alatrina.

territorio con promissione di scudi dieci per cento dell’esatto, e per l’anno

1671 fu deputato Lorenzo Tutij con obligo d’intimare ogni mese all’accusati

la somma delle pene in che ciascheduno era incorso col termine di pagare

fra otto giorni, quali spirati dovesse rilassare contro di loro il mandato,

e consegnarlo all’essecutori, con registrare il tutto al libro, altrimente le

pene s’havessero per esatte in suo pregiuditio, come quel più, che dispongono

li capitoli sopra ciò fatti».


Cristina Giacomi

Lo statuto di Anagni

e le riformanze del XVI secolo 1

Il nostro sarà un intervento teso a mettere in evidenza il ruolo

cruciale dello statuto nel XVI secolo. E lo faremo presentandovi uno

strumento essenziale e prioritario del governo locale nel Cinquecento:

le riformanze.

Quando parliamo di riformanze intendiamo registri nei quali il

cancelliere riportava scrupolosamente e dettagliatamente quanto

discusso negli incontri del governo locale che si riuniva ogniqualvolta

se ne ravvedesse la necessità per discutere, deliberare, approvare o

condannare fatti ed eventi che caratterizzavano il vivere quotidiano

della città.

Per rendervi un’idea più immediata di questa tipologia

documentaria, potremmo dire che si trattava di registri dalle grandi

dimensioni, circa 15x22 cm, contenenti fogli in carta con rilegatura

cucita a mano e copertine in pergamena o in cuoio. I registri venivano

compilati da cancellieri che partecipavano agli incontri e riportavano

ogni singolo intervento dei membri del consiglio. Testimonianza di

una scrittura immediata sono i frequenti segni di cancellatura, le

abbreviazioni e una scrittura rapida, a volte di difficile comprensione.

Del resto, in quelle circostanze, non era prioritaria la forma quanto

piuttosto la necessità di riportare scrupolosamente, parola per parola,

quanto deciso in consiglio perché, reso pubblico, divenisse norma

del vivere quotidiano.

Anagni nel XVI secolo vive, citando Zappasodi, anni di “sciagure

e calamità” determinate perlopiù dal governo debole e incerto di

Clemente VII che, ponendosi contro i Colonna, lascia più volte la

città in balia di continue scorribande tanto che il popolo anagnino,

con sempre maggiore frequenza, si appella allo statuto, nel tentativo

1

Ringrazio il prof. Tommaso Cecilia per avermi dato utilissime indicazioni

e l’assistenza prestata in archivio.


36 Cristina Giacomi

estremo di tutelare i propri diritti.

Intorno agli anni ’30 del 1500 il Consiglio generale della città

decreta che l’allora «governatore cardinale Caraffa fac[ia] osservare

e osserv[i] lo statuto e le antiche consuetudini, immunità, usi e

costumi della città» e «che non fac[ia] innovare alcuna cosa nei detti

statuti oltre i soliti e consueti ordinamenti» 2 .

Da queste forti affermazioni si evince il ruolo cruciale dello statuto

e si comprende chiaramente il perché del suo essere citato, potremmo

dire quasi pedissequamente, nei libri delle riformanze del XVI

secolo. Citare lo statuto equivaleva, dunque, a inequivocabile verità,

assolutamente indiscutibile: grande forma di libertà e indipendenza

per i comuni sotto il dominio della chiesa. Iuxta formam statutorum

è la formula che compare puntualmente nelle riformanze, a conferma

di quanto finora detto.

Lo stato di abbandono ad Anagni persiste fino al 1554, anno in

cui il vescovo e governatore Torelli, “dispiaciuto” del tanto degrado,

inizia ad acquistare case diroccate per accrescere il suo palazzo di

nuovi spazi. Il consiglio comunale vive con grande entusiasmo il

“risveglio edilizio” 3 e il 13 ottobre 1554 4 , nelle riformanze si legge

dell’elezione del podestà, secondo la formula indicata nel libro I

capitolo I dello statuto 5 .

L’illusione di una “nuova e migliore era”, però, svanisce ben presto:

proprio in quello stesso 1554 la città che da anni viveva controversie

territoriali con Ferentino, viene nominata sede del comando delle

2

P. Zappasodi, Anagni attraverso i secoli, Veroli 1908 (ris. Roma 1985),

2, pp. 51-52.

3

Il sindaco Angelo di Alba, gli officiali Giovanni Modesto, Innocenzo

Antonucci, Filippo Iacobelli, Lorenzo Costantini, Fabrizio Finocchio,

Francesco Giorgi, il camerlengo Aristeo Manzi e i principali consiglieri,

Gian Nicola Benvenuti, Cesare Ricchi, Marzio Ambrosi, Pietro Paolo Sezzese,

Marco Bruschini e Antonio Turri approvano la domanda di edificazione

e monitorano personalmente i lavori.

4

Anagni, Archivio storico comunale, Riformanze 1554-1556 (in seguito

solo Riformanze ed estremi degli anni), f. 50r.

5

Statutum Civitatis Anagniae, libro I capitolo I.


Lo statuto di Anagni e le riformanze del XVI secolo

37

milizie postesi, appunto, tra Anagni, Frosinone, Ferentino, Alatri,

Guarcino, Fumone, Acuto e Tivoli. Anagni deve garantire vitto e

alloggio al comandante delle milizie e a tutti i soldati acquartierati,

secondo le norme vigenti. Quando nel 1556 viene dichiarata, infine,

piazza di guerra, il consiglio comunale, per far fronte alle emergenze,

nomina, appellandosi allo statuto, dei commissari per ogni contrada

della città, incaricati di provvedere alle richieste militari in genere,

dalla distribuzione del foraggio all’alloggio 6 . E di questo, ancora una

volta, se ne ha notizia tramite le riformanze.

Gli scontri bellici a cui Anagni deve far fronte sono violentissimi:

gli spagnoli, capeggiati dal Toledo, non concedono il tempo ai

difensori di organizzarsi e attaccano con violenza e spregiudicatezza,

anticipando qualsiasi tentativo di difesa della città che vede, uno

a uno, crollare i propri capisaldi. Molti dei membri del consiglio

comunale, il podestà, il sindaco, i magistrati civici abbandonano la

città nel tentativo estremo di evitare le crudeltà, imperdonabili, degli

spagnoli, che sconvolgono la popolazione, tra gli altri effetti anche il

furto di molti documenti di archivio fra cui lo statuto 7 .

Il libro degli statuti viene trafugato da un soldato spagnolo, gesto

carico di senso: per annullare una città era importante eliminare la

sua giurisdizione e, in questo senso, lo statuto essendo il caposaldo

normativo, giuridico e amministrativo è il giusto rappresentante.

Nel Libro delle riformanze 1557-1560 8 , si tratta del secondo dei

libri delle riformanze giunto a noi (probabilmente si salvò dal rogo

perché conservato nell’abitazione dell’allora camerlengo - a quei

tempi l’amministrazione pubblica veniva gestita “personalmente” per

cui è assolutamente possibile che il libro delle riformanze si trovasse

nell’abitazione personale del camerlengo) si legge dell’ampia

discussione in merito al recupero dello statuto. Nella seduta del 5

maggio 1558 9 i membri del consiglio, sindaco e officiali, nonché il

camerlengo Felice Nardoni, riunitisi disquisiscono sulla possibilità

6

P. Zappasodi, Anagni attraverso i secoli, cit., 2, p. 65.

7

Le vicende sono narrate in ivi, 2, pp. 65-67.

8

Riformanze, 1557-1560.

9

Ivi, f. 25 v.


38

Cristina Giacomi

di recuperare lo statuto, cercando di individuare un incaricato e di

definire le spese per il viaggio. Il consiglio comunale, viene, infatti, a

conoscenza del fatto che lo statuto di Anagni è custodito da Giovanni

Osorio, abitante di Petra Mellara. Ci troviamo nei pressi di Caserta

e il viaggio risulta, dunque, essere complesso. Bisogna far fronte a

una serie di spese vive: vitto e alloggio per l’addetto al recupero,

assegnazione di cavalli per il viaggio, cibo e stalle per i cavalli. Nella

stessa seduta viene definita la cifra di viginti scudorum. Qualche

giorno dopo, il 15 giugno 10 , il consiglio si riunisce nuovamente e

nomina la persona che si recherà a Petra Mellara: Giulio Campagna.

Dalle riformanze non risultano informazioni che ci permettano di

tracciare un profilo dell’incaricato; di certo, era uno degli officiali in

capite. Il 1° luglio 11 , tornando sulla questione, il Consiglio comunale

delibera che Giulio Campagna, intraprendendo il viaggio, faccia

tappa ad Alatri, dal «magnificum dominum logotenente», per avere

una sorta di firma suggellatrice ad intraprendere il viaggio. Viene,

inoltre, in quella stessa data, definito il viatico necessario. Il 3

ottobre 12 , si legge ancora, Felice Nardoni conferisce un residuo di 10

scudi a Giulio Campagna, come saldo del viaggio a Petra Mellara.

Si conclude, così, una parentesi burrascosa per la città di Anagni

che recupera alla sua storia e alle sue tradizioni un documento

importantissimo.

In quello stesso 1558, tenendo conto del numero di abitanti di

Anagni e facendo i conti con l’attuale stato socio economico della

città, si decide di ridurre il numero delle contrade da 8 a 7, unendo

quelle meno abitate. Tra di esse la contrada di Castello viene

rappresentata dai mediani Giulio Campagna e Pasquale Astolfi. Cito

proprio questa contrada perché, dal Libro delle riformanze 1560-

1564 13 , facendo riferimento alle norme statutarie, il 26 settembre

1562 14 vengono nominati un mediano e un guardiano per la stessa.

10

Ivi, f. 32 r.

11

Ivi, ff. 32 v-33 r

12

Ivi, f. 44 v.

13

Riformanze 1560-1564.

14

Ivi, ff. 195 v-196 r.


Lo statuto di Anagni e le riformanze del XVI secolo

39

Il 12 febbraio 1563 15 , invece, dalle riformanze si evince che,

appellandosi allo statuto, viene eletto podestà Ascanio De Bellis, di

Arpino. Sempre seguendo le procedure statutarie vengono eletti il

sindaco e i consiglieri. L’elezione dei membri del governo locale,

con rimando categorico allo statuto, è un aspetto frequentissimo

nelle riformanze.

Con un rapido salto temporale, arriviamo all’adunanza del 1°

novembre 1575 16 . Nel libro delle riformanze lo statuto ancora una

volta viene citato, con riferimento alla formula di insediamento del

consiglio comunale che prevede, tra le varie ritualità, la preghiera

in cattedrale. È, infatti, obbligo statutario, visitare la cattedrale in

alcuni momenti dell’anno.

Nello stesso 1575, il 13 novembre 17 , si legge dell’elezione di

4 cittadini, i conservatori del buono stato della città di Anagni e,

una volta conferito loro l’incarico, gli viene chiesto, con formula

rigorosamente riportata nel verbale dell’adunanza, che «habbino

cura dell’osservatione de Statuti [e] delle cose contenenti in essi».

Esattamente un anno dopo, e siamo al 1° novembre 1576 18 , lo

statuto viene richiamato nel libro delle riformanze in occasione del

giuramento del sindaco e degli officiali.

Il 4 febbraio 1577 19 , invece, lo statuto viene citato in occasione

della riconsegna dei libri delle entrate e delle uscite della città da

parte del camerarius. E ancora, il 14 luglio 1577 20 , nel menzionare

l’attività notarile, viene ribadita la iuxta forma statutorum.

Il 1° maggio 1578 21 , facendo una ricognizione dell’archivio

comunale, dall’inventario risulta esserci il libro dello statuto della

15

Ivi, ff. 227 v-228 r.

16

Riformanze 1575-1581, ff. 2r -3r.

17

Ivi, ff. 8r-12r.

18

Ivi, f. 79v.

19

Ivi, f. 92v.

20

Ivi, ff. 108r/v.

21

Ivi, ff. 145r/v.


40

Cristina Giacomi

città. Il 22 luglio 22 dello stesso anno, le nomine dei custodi dei campi

e del conestabile militum in vista delle feste della città avvengono,

ancora una volta, secondo le formule statutarie. Il 13 novembre

1579 23 , invece, vengono eletti 4 capocento, i guardiani deputati alla

sicurezza della città; anche qui la nomina avviene tenendo conto di

quanto dettato dallo statuto. Infine, il 17 giugno 1582 24 , vengono

eletti soprastanti e custodi secondo le norme statutarie.

Curiosa, se vogliamo, è l’adunanza del 1 gennaio 1584 25 .

Sindaco, officiali in capite e camerarius si riuniscono il primo giorno

dell’anno e redigono l’inventario dei beni posseduti dal comune e, in

particolare, elencano il materiale d’archivio; si legge, tra il posseduto,

di un timbro in argento, di un catasto vecchio e di uno nuovo, di 24

libri tra civili e criminali, di 6 libri delle riformanze e, ovviamente,

“quattro libretti in quarto” dello statuto.

Il 27 aprile 1588 26 , invece, una lunga adunanza comunale lavora su

ben 13 punti all’ordine del giorno tra cui anche l’elezione di quattro

contrade «dalle quale poi si caccino li elettori secondo la forma dello

statuto» e, successivamente si nominino gli officiali dagli elettori.

Un ultimo rimando allo statuto, nelle riformanze del XVI secolo,

si ha il 18 giugno 1588 27 , quando viene rendicontato l’acquisto di

materiale di vario tipo: olio per la lampada del palazzo comunale,

cera verde per il sigillo, candele per la festa di Santa Secondina,

carta pergamena per riportare le tasse. A seguire, è presente un

elenco di spese sostenute dal comune per il viaggio a Roma di chi

è andato per la «confirmatione delli statuti». Si legge, infatti, del

pagamento a «messere […] De Marchis notaro in Roma […] per

la speditione di […] patente fatte nella confirmatione delli statuti

et tasse de mercede delli governatori […] d’Anagni»; ancora, viene

22

Ivi, f. 158v.

23

Ivi, 204r--205r.

24

Riformanze 1581-1587, f. 34r.

25

Ivi, ff. 107r/v.

26

Riformanze 1587- 1591, ff. 13r-15v.

27

Ivi, ff. 16r-25v.


Lo statuto di Anagni e le riformanze del XVI secolo

41

retribuito il «segretario dell’illustrissimo cardinal camerlengo per il

segillo della camera messo in detta confirmatione de statuti»; altre

spese sono «per il bollo del detto segillo, fittuccia et carta pergamena

per la coperta del libro delli statuti» e «per la supplica data al Papa

per ottenere la detta confirmatione». Si legge ancora che Giacomo

Antonio Colomba, incaricato per il viaggio a Roma, si trattiene nella

città eterna per un mese e mezzo: per il pagamento del suo servizio

si attende, sollecitandola, la cassa della colletta in Roma per ottenere

la confirmatione 28 .

Da questo rapido quadro si evince anzitutto la centralità dello

statuto, i cui libri e capitoli non soltanto ricalcano appieno la struttura

socio-politica della città ma fissano soprattutto norme e regole cui

nessuno può sottrarsi. Questo rispetto costante e scrupoloso delle

norme statutarie è chiaramente percepibile nelle riformanze. È

interessante sfogliare questi grandi libri e comprendere come nulla

sfugge all’applicazione della regola. Iuxta formam statutorum è la

chiara dimostrazione di come il comune anagnino del XVI secolo

vedesse nello statuto il punto di riferimento, da cui partire e a cui

arrivare per vivere in uno stato civile.

28

Quasi sicuramente si fa riferimento alla compilazione del manoscritto,

ora deperdito, redatto in forma solenne, decorato e considerato il codice

normativo ufficiale locale, approvato dal governatore Portici.


Matteo Maccioni

Statuto d’Anagni e i maleficia

Il materiale preso in esame per il comune di Anagni proviene dal

Libro delle condanne (1558-1562), conservato presso l’Archivio

storico comunale di Anagni 1 .Il documento scelto si presenta

consunto, di difficile lettura a causa dello stato di conservazione e di

una scrittura non sempre di facile comprensione.

I casi dei procedimenti di accusa scelti sono tre e riguardano:

1) ingiurie e percosse nei confronti di una donna che raccoglieva

spighe di grano; 2) due casi di bestemmie «in via publica»; 3) un

furto di animali, cavalli e muli. Le accuse e denunce riguardano fatti

avvenuti nel giugno e luglio 1559.

Il primo caso riguarda l’accusa presentata da Narda Pitocchi

nei confronti di Antonio Celle di Filettino, accusato dalla donna

di ingiurie e percosse in seguito all’essere stata scoperta mentre

raccoglieva spighe di grano nel possedimento di Santa Maria,

presso la contrada “Le bagnera”. Il verbale dell’accusa riporta

che il detto inquisito, armato di falce messoria, «malo animo, et

pexima intentione», spostandosi di luogo in luogo con impeto e

fare aggressivo, si rivolgeva alla querelante con parole ingiuriose e

minatorie:

«« ... quod de anno presenti 1559 mense Junii die 12

prefatus inquisitus, Deum prae oculis non habendo, sed potius

humani generis inimicus, cum donna Narda Pitochi, ut in

Territorio Anagnino in quadam possetione sante Mariae in

Contrata le bagnera, ea recolligendi spicas, ut moris est, dictus

inquisitus, malo animo, et pexima intentione, armatus quadam

falce messoria vulgo nuncupata serrichio, movens se de loco

ad locum, impetum et aggressuram faciendo contra dictam

querelantem, et verbis minatorijs, ignuriosis, contumeliosis et

1

Anagni, Archivio storico comunale, Preunitario, b. 362, Libro delle condanne

(1558-1562); in seguito solo Libro delle condanne.


44 Matteo Maccioni

turpibus, videlicet vulgo loquendo, ruffiana, puttana, levate de

qua se non ch’io te taglio il naso, et alia similia verba etc. et

eam percutiendo manu vacua in pectore, et expellendo de

dicta possessione ne ricolligendi spicas contra formam iuris

statutorum ac ordinamentum Reverendissimi Domini, contra

bonos mores bonamque consuetudinem dictae Civitatis

Anagniae penas et penis etc.» 2 .

Per quanto concerne l’accusa di aver rivolto parole ingiuriose

nei confronti di donna Narda Pitocchi, è necessario tenere ben

presente quanto è stabilito dallo Statuto locale, il quale infligge

un determinato tipo di pena pecuniaria per i minori e i maggiori di

14 anni per i maschi e di 12 anni per le femmine 3 . Dette sanzioni

sono però applicabili solamente nel caso in cui la denuncia avvenga

entro 4 giorni dall’accadimento e, ancora, vengano riportate nel

verbale la data e l’offesa ricevuta 4 - caratteristiche presenti in questo

2

Ivi, f. 47rv, Narda Pitocchi contro Antonio Celle, 15 giugno 1559.

3

La differenza di età tra maschi e femmine è una ripresa di quanto avveniva

nel diritto classico in cui solamente il pubertati proximus era considerato

responsabile penalmente, qualora fosse stato riconosciuto capace di dolo

o colpa. Questa ipotesi, a differenza di quanto avveniva in precedenza,

prende in esame non più lo stato fisico del soggetto, bensì le sue capacità

intellettive, di discernimento, di scelta e di volontà. Il discrimine era, dunque,

il raggiungimento della pubertà, il cui inizio era fissato al compimento

dei quattordici anni, per i maschi, e dei dodici per le femmine.

4

Roma, Archivio di Stato, Collezione statuti (in seguito solo Collezione

Statuti), stat. 0640, Statutum inclytae ac pervetustae Civitatis Anagniae, ex

apographo quod anno MDXVII Laurentius Pacoticus sacerdos dioeceseos

Grossetanae exaraverat: «Liber III, C. XIX: De verbis iniuriosis. Item statuimus

quod quicumque masculus maior XIV annis vel foemina maior XII

annis dixerit alicui viro [vel mulieri] bonae famae, proditor, vel periurius,

falsarius, latro vel revallusus, fur vel similes iniurias de quorum verborum

similitudine stetur declarationi conservatorum aut trium ipsorum ad minus

praestito sacramento ab eisdem iuxta conscientiam ipsorum, ex quibus verbis

de jure vel ex forma statuti Anagniae iniuria resultet aequipera vel verborum

aequiperatione similis dici possit, in VII libris denariorum quotiens

offenderit puniatur. Et si major XIV annis vel foemina major XII dixerit

alicui mercendaro, poltrone, riballo, mentiris in solidis XX puniatur. Sed


Statuto d’Anagni e i maleficia

45

procedimento penale.

È importante far notare una piccola crux: sebbene in un primo

momento l’accusato venga descritto «armatus quadam falce

messoria», in seguito, nel momento in cui, percuotendola, allontana

dal suo terreno la querelante, viene presentato disarmato, «manu

vacua». Lo Statuto di Anagni prevede sanzioni differenti - sebbene

sempre di natura pecuniaria - per i casi di aggressione perpetrata

senza armi, con armi non taglienti e con armi taglienti 5 . Ovviamente,il

si alicui mulieri honestae dixerit cactiva, zocza, rea, malvagia, factochiara

vel meretrix vel similes iniurias in V libris vice qualibet puniatur; de quorum

verborum similitudine stetur declarationi conservatorum ut supra».

«Liber III, C. XX: Quod infra quatuor dies possit accusari de verbis iniuriosis.

Item statuimus quod de verbis iniuriosis possit infra quatuor dies

tantum accusari, et non aliter aliquo statuto loquente in contrarium non

obstante, post dictam iniuriam non computato die iniuriae; et dictis quatuor

diebus elapsis non audiatur. Volumus etiam quod si accusatus de verbis

iniuriosis suum accusatorem voluerit reaccusare ad accusandum admittatur

post responsionem factam factae de eo per duos dies praeter formam

praedictam». «Liber III, C. XXII: Quod accusa denuntiatio seu inquisitio

de verbis iniuriosis non valeat nisi contineat diem, et verba sint dicta praesente

iniuriato. Item statuimus quod de verbis iniuriosis accusa fieri non

possit nec inquisitio seu denunciatio si contineat diem iniuriae et nisi verba

dicta fuerint iniuriato praesente. Statuimus insuper quod si quis accusaverit

aliquem de verbis iniuriosis, et propter difectum accusae non probatae

accusatus absolvatur, et accusator puniatur in V solidis, hoc tamen locum

non habeat si per pacem factam accusatus fuerit absolutus».

5

Ivi: «Liber III, C. XLI: De percussionibus sine armis. Item statuimus

quod quicumque aliquem suppositum jurisdictioni potestatis seu rectoris

Anagniae percusserit malo modo seu tetigerit a collo seu canna superius

inclusive exceptis casibus infrascriptis, seu etiam coeperit per cannam sine

armis cum sanguinis effusione in 16 libris denariorum quotiens offenderit

puniatur. Si sine sanguine in 6 libris puniatur. Si vero arteratam seu ugillum

seu cum manibus in facie dederit cum sanguinis effusione 30 libris

denariorum quotiens offenderit puniatur. Si vero sine sanguinis effusione

in libris 20 puniatur. Et si quis aliquem per capillos caeperis vel per aures

aut per aliquem partem faciei in 15 libris denariorum quotiens contrafecerit

puniatur. Si a collo seu canna inferius percusserit seu malo modo tetigerit

seu caeperit sine armis cum sanguinis effusione in 10 libris puniatur


46

Matteo Maccioni

rapporto tra entità del danno ed entità della pena è proporzionale:

sine diminutione. Si sine sanguinis effusione in 40 solidis puniatur. Si vero

sine armis aliquem spoliaverit malo modo in 20 solidis puniatur. Si cum

armis in solidis 40 puniatur. Si vero cum pede vel cum manibus aliquem

percusserit in terra prostratam qualitercumque sine armis in quocumque

parte corporis vel per terra traginaverit cum sanguinis effusione in libris 15

denariorum puniatur: et si sine sanguinis effusione in libris 8 denariorum

quoties in aliquo praedictorum casuum offenderit puniatur. Si vero cum

armis poena dupli puniatur. Et si talis cum pede percusserit a collo seu

canna inferius cum sanguinis effusione et non in terram proiecerit in 12

libris denariorum puniatur. Et si in terram proiecerit sine sanguinis effusione

in 25 libris denariorum puniatur. Si cum sanguinis effusione in 30

libris denariorum puniatur dummodo ad alteriores actus non processerit,

et si percusserit puniatur poena statuti de maleficio alterius perpetrato et

consumato et fuerit maior poena aliis per quae pervenerit ad id poenitus

praetermissum. Si vero momorderit puniatur in singulis casibus delinquens

poena statuti praesentis manu vacua ac si percusserit. Si cum membri mutilatione

seu fractione, seu debilitatione puniatur poena dupli et si cum abscissione

membri puniatur poena, ac si ascissiset cum armis molutis. Idem

dicimus observandum in singulis maleficiis et excessibus quibuscumque

nisi in quibus ubi constaret legitime et expresse fuisse amissum divisim

vel separatim per aliquod temporis intervallum et non continuatim sive

iterata delicta fuerint de quolibet puniatur delinquens pro singulis delictis.

Et si quis aliquam vilem et abiectam personam percusserit qualitercumque

ex praedictis modis vel alias iniuratus fuerit eidem modo quocumque talis

percussor seu iniurator arbitrio conservatorum communi puniatur. Vilem

autem et adiectos vaxallos et abiectam personam in hoc casu intelligimus

de iure communi vel ex forma statutorum quod infamis habetur et etiam a

dictos spavallos et his similes, nec non de qua communiter maledicatur per

civitate Anagniae vel in contrata ubi habitat». «Liber III, C. XLII: De percutientibus

sine armis molutis. Item statuimus quod quicumque percusserit

aliquem suppositum potestati cum appello, baculo, mazza lignea vel stella,

lapite, pallocta plumbea vel cuiuscumque generis metalli, vel quocumque

genere armorum non molutorum a collo supra, ac in ipso collo sine sanguinis

effusione et membri mutilatione seu fractione aut debilitatione in 30

libris denariorum puniatur. Si cum sanguinis effusione vel tumefactione

ex qua oporteat ad sanguinem prosilire hominis mi[ni]sterio in 40 libris

denariorum puniatur pro qualibet percussione. Et si membrum fregerit non

tamen ex illa fractione efficiatur inutile, duplicetur in eo poena qualibet in


Statuto d’Anagni e i maleficia

47

maggiore è l’entità del danno fisico arrecato,più cospicua sarà la

suo casu. Si a collo infra immedietate poenarum praedictarum puniatur in

casibus supradictis. Si vero mutilaverit vel inutile fecerit puniatur poena

statuti loquentis in casu ipso ac si cum armis molutis percusserit. Si vero

cum aliquibus ex praedictis armis percusserit in facie cum sanguinis effusione

vel tumefatione ex qua oporteat ad sanguinem prosilire hominis

mi[ni]sterio in 40 libris denariorum quotiens deliquerit puniatur, ubi non

esset remansura cicatrix ex qua sequeretur deturpatio faciei perpetua; quo

casu ubi esset remansura sit poena in centum libris denariorum; si sine

sanguinis effusione puniatur in libris 30 pro qualibet percussione. Et si

quis cum aliqua quacumque re, quam tenent alienam de genere armorum

percusserit aliquem in faciei cum sanguinis effusione in libris 15 denariorum

quoties offenderit puniatur. Salvo ubi esset remansura cicatrix ex qua

sequitur deturpatio faciei, quo casu puniatur ut supra, exceptione de vilibus

et abiectis personis, de quibus puniatur ut supra in praecedenti capitulo».

«Liber III, C. XLIII: De percussionibus cum armis molutis. Item statuimus

quod quicumque suppositus iurisdictionis potestatis dictae civitatis percusserit

gladio ense manarese vel bastone ferreo seu mazza ferrea vel cum

quibuscumque armis molutis a spatulis superius inclusive cum sanguinis

effusione vel tumefatione ex qua oporteat ad sanguinem hominis mi[ni]sterio

in 40 libris denariorum puniatur vice qualibet. Sine sanguinis effusione

vel alicuius sanguine apparitione in libris 30 denariorum quoties deliquerit

puniatur. Si non exquantiaverit vel in quacumque parte faciei percusserit

cum sanguinis effusione in centum libris denariorum puniatur. Si vero sine

sanguinis effusione in 50 libris denariorum puniatur vice qualibet a capillis

inferioribus usque ad cannam inclusive. Et si quis aliquem percusserit a

spatulis inferius cum aliquibus ex praedictis armis cum sanguine effusione

vel tumefactione ut supra in 40 libris denariorum puniatur. Sed sine sanguinis

effusione vice qualibet in libris 25 puniatur. Si vero cum mutilatione vel

fractione membri vel debilitatione totali ita quod membrum sit perditum

vel mutilatum aut inutile totum factum aliquem percusserit, vel si manum

aut pedem vel nasum inciserit aut mutilaverit, vel oculum cecaverit in 30

libris denariorum talis delinquens puniatur, dummodo membrum totaliter

sit abscissum vel mutilatum aut inutile factum aut oculus cecatus. Si autem

auricula inciserit in 100 libris denariorum puniatur: et pro quolibet digito

mutilato in 100 similiter libris denariorum puniatur. Si vero dentem proiecerit

pro quolibet dente in libris denariorum 20 puniatur, et poena sanguinis

in quolibet casu praedictorum ubi de ipso sanguine expressa mentio non

habeatur non diminuatur contra percussorem. Si autem tricciam sei triccias


48

Matteo Maccioni

somma di denaro che il colpevole deve elargire. In questo caso

particolare non si fa menzione, né nell’accusa né nelle testimonianze,

di particolari ferite – perdita di sangue, tagli, tumefazioni, ossa rotte

- arrecate alla donna.

Oltre all’accusa di ingiurie e di percotimento, l’inquisito Celle

viene accusato, come si evince dalla lettura del capo d’accusa

riportato, di aver negato alla donna il diritto di raccogliere le spighe

dopo la mietitura: una consuetudine esplicitata dalle locuzioni latine

«ut moris est», «contra formam iuris statutorum ac ordinamentum»

e «contra bonos mores bonamque consuetudinem dictae Civitatis

Anagniae» 6 . A questo proposito ho potuto constatare che nelle

rubriche dello Statuto di Anagni – perlomeno nella copia da me

consultata – vi è un unico capitolo dedicato allo ius spicandi, nel

libro IV, capitolo XXVI, in cui viene sancito il divieto di raccogliere

le spighe «sine licentia domini» 7 , ovvero del proprietario del terreno

bonae et honestae mulieris inciserit in 100 libris denariorum puniatur. Et si

praedictae personae solvendae non essent incidatur eis manus dextera pro

qualibet. Et si inciserit triccias inhonestae mulieris in 10 libris denariorum

puniatur. Nisi esset sua amantia aut concubina quo casu puniatur in 100

solidis. Et si praedictae personae solvendae non essent, ac capi possent

ponantur per unum diem in catena, et si capi non possint exbandiantur de

civitate perpetuo ad quam reintrare non possint nisi poenam persolverint

cum effectu».

6

Le formule latine ut moris est e contra bonos mores bonamque consuetudinem

dictae Civitatis Anagniae indicano che lo ius spicandi faceva

parte delle consuetudini vigenti nella comunità. La consuetudine, intesa

come usus o diuturnitas, costituisce la fonte di diritto non scritta. È una

regola che viene a formarsi a seguito del costante ripetersi di un dato comportamento

nell’ambito di una determinata collettività, nella libera convinzione

di ottemperare a norme giuridicamente vincolanti. La reiterazione di

un determinato comportamento da parte della collettività lo rende moralmente,

socialmente e giuridicamente valido e obbligatorio.

7

Collezione statuti, stat. 0640, Statutum inclytae ac pervetustae Civitatis

Anagniae, ex apographo quod anno MDXVII Laurentius Pacoticus sacerdos

dioeceseos Grossetanae exaraverat: «Liber IV, C. XXVI: Quod non

liceat spicarolis colligere spicas sine licentia domini. Item statuimus quod

nullus spicarolus vel spicarola absente domino vel laboratore colligat spi-


Statuto d’Anagni e i maleficia

49

o del coltivo: siamo evidentemente in un regime di privatizzazione

del coltivo.

Il secondo caso esaminato riguarda le accuse di bestemmia mosse

verso due uomini, Giovanni Battista Canterano e Sebastiano Sabelli,

noto anche con il nomignolo di “Barile”. Per quanto riguarda questi

due casi non abbiamo notizie in merito ai querelanti, poiché nel capo

di accusa non è riportato il nominativo di chi ha sporto denuncia. Nel

caso di Canterano, questo viene accusato di aver maledetto Cristo e

di aver pronunciato frasi contrarie alla fede e alla dottrina cattolica in

pieno giorno, lungo la strada pubblica e in presenza di altri uomini 8 .

Per quanto riguarda Sebastiano Sabelli sappiamo che è stato accusato

di aver bestemmiato Dio onnipotente, maledicendolo,durante il

gioco dei dadi in una piazza adiacente alla strada pubblica, e di aver

oltraggiato con parole e frasi empie la fede cattolica e la Chiesa 9 .

cas de loco alieno per stipulas ubi sunt arcellae vel montones grani, vel

gregnae sparsae ad poenam X solidorum et damnum emendet in duplum

nisi esset de voluntate domini loci, et credatur cuilibet bonae famae cum

iuramento, et habeat dominus sive colonus accusator medietatem partem

poenae, custos vero tertiam partem».

8

Libro delle condanne (1558-1562), f. 70r, contro Giovanni Battista Canterano,

15 luglio 1559: «Hec est quedam inquisitio que fit et fieri intenditur

per Magnificum Dominum Potestatem Et suo mero offitio, potestate Auctoritate,

atque balia, contra, et adversus Johanem Baptistam, Canteranae, in

eo de eo, et super eo clamosa insinuatione referente, non quidem etc. et eo

quia malo animo etc. Deum prae oculis non habendo, eumque non timendo,

necque colendo, ausus fuit, ut malus cristicula, in via publica, de die,

coram hominibus, blasfemare Deum, dicens maledictus sit Christus, veniendo

contra formam Statutorum, contra fidem catolicam, contra formam

sacrarum constituitam bonorum morum , et bannimentorum Reverendissimi

Gubernatoris etc penas, et penis etc Quare etc Et hoc fuit, in contrada

Turris ante Domum Aronnis, de Mense aestatis Mensis Julij 1559».

9

Ivi, f. 72r, contro Sebastiano Sabelli, 18 luglio 1559: «Hec est quedam

inquisitio quae fit et fieri intenditur per Magnificum Dominum Potestatem

Civitatis Anagniae dominum Andrianum Alleva de santo genesio,

ex suo mero offitio potestatis, auctoritatis atque balia, contra, et adversus

Sebastianum alias barilem Sabelli, in eo de eo et super eo etc. Non

quidem etc Sed etc. Publica voce etc Et fama etc referente etc Atque cla-


50

Matteo Maccioni

Questi due uomini sono dunque accusati di aver contravvenuto

a quanto stabilito nello Statuto locale 10 , ai dettami della Chiesa e

al buon costume. La bestemmia è, infatti, allo stesso tempo reato

e peccato: è un’offesa ai valori cristiani in quanto tali, ed è altresì

un’offesa alla comunità, strettamente legata a quei valori. Per questo

motivo colui che si macchia di questo atto deplorevole dovrebbe

essere - e in molti casi è - relegato ai margini della società civile,

segnato dal marchio dell’infamia e trattato come un rifiuto: «È altro

mosa etc Quod de presenti anno 1559 de Mense Julij die XIII in apoteca,

Domini Vicentij setini, in platea, iuxta viam publicam, aleis ludendo rusus

fuit malo animo etc Deum prae oculis non habendo, necque eis pietatis misericordiam,

Iustitiam non considerando, immo adverso, diabolico spiriti

iudigatus Nomen Dei Omnipotentis blasfemat, videlicet dicendo sit Deus

Maledictus, Et hoc tamque impiis, et Malus cristicula, et transgressor fidei,

catholicae, Dictis animo, et anno mense die ut supra veniens contra

Ecclesiam, formam Statutorum constitutionis bonorum consuetudinorum

formam contra bannimentum Reverendissimi Domini Gubernatoris incurrendo

etc penas, et penis etc quare etc».

10

Collezione statuti, stat. 0640, Statutum inclytae ac pervetustae Civitatis

Anagniae, ex apographo quod anno MDXVII Laurentius Pacoticus sacerdos

dioeceseos Grossetanae exaraverat: «Liber III, C. XIII: De blasfemantibus

Deum et Sanctos. Item statuimus quod si quis vir maior XIV annis,

vel mulier maior XII maledixerit seu blasfemaverit Deo vel B. Virgini Mariae

aut mala verba protulerit seu dixerit, teneatur ad poenam X librarum

denariorum si constiterit curiae, et credatur accusatori cum iuramento et

uno teste idoneo, et habeat accusator quartam partem banni. Et si accusatus

non habuerit unde solvat ponatur in catena, et stet ibi per totam diem, et

postmodum fustigetur per civitatem exeptis accusationibus in casu praedicto

pro macellariis vel eorum altero factis quibus stari seu credi volumus

nisi probetur per duos testes qui non sint de macellariis. Si vero aliquis

alium sanctum vel sanctam blasphemaverit, seu de eo male dixerit solvat

pro poena libras denariorum senatus V secus si maledixerit S. Magnum vel

Beatam Secundinam duplicetur poenam et credatur ut supra. Si vero blasphemaverit

Deum et B. Virginem Mariam similiter et semel puniatur poena

dupli sine diminutione, et credatur ut supra. Et si plures Sanctos blasphemaverit

augeatur poena et multiplicetur secundum multiplicationem seu

iterationem blasphemantium et credatur ut supra».


Statuto d’Anagni e i maleficia

51

al fine che un poco di putredine colorata? No, non è altri; egli è un

uomo vile, un vermicciuolo levato su dalla terra, sordido, stomacoso,

un uomo che cola lezzo per ogni lato» 11 .

Occorre rimarcare che, in questo caso, l’accusatore deve prestare

testimonianza sotto giuramento e deve produrre un «teste idoneo»,

ovvero una persona rispettabile e affidabile, di buona fama. Anche

in questo caso la pena che spetta a colui che si macchia di questo

crimine è una pena pecuniaria: dieci libbre di denari per chi maledice,

bestemmia o ingiuria Dio, la Vergine Maria; se si bestemmiano o

ingiuriano i santi la pena è di cinque libbre, le quali raddoppiano

se si offendono san Magno o santa Secondina (perché patroni del

paese). Solamente nel caso in cui l’accusato non disponga dei mezzi

finanziari per estinguere la pena viene condannato alla catena, alla

quale è forzato a rimanere per tutto il giorno. Inoltre, può essere

eventualmente fustigato (e vituperato) ad libitum dai cittadini.

Il terzo caso preso in esame riguarda l’accusa di furto nei

confronti di Agostino Ramati, reo di essersi intrufolato, nella notte,

nel territorio della città chiamato “la Torricella” assieme a complici

e di aver sottratto due cavalli, «unum pilaminis morelli, alterumque

rubei ultra quasi», con tutti i finimenti, agli assistenti - auditore 12 e

bargello 13 - di Marco Antonio Colonna 14 . Il querelato viene accusato

11

P. Segneri, Il cristiano istruito nella sua legge, in Maledire Dio. Studio

sulla bestemmia, I. Turina, tesi di laurea a.a. 1999/2000, Università degli

Studi di Bologna, Lettere e Filosofia, Scienze della comunicazione, p.63.

12

La qualifica di auditore era attribuita a magistrati e ufficiali pubblici ed

ecclesiastici aventi compiti giurisdizionali o connessi con l’amministrazione

della giustizia.

13

Il bargello era il capo dei birri o delle milizie cittadine, dunque un ufficiale

preposto ai servizi di polizia.

14

Libro delle condanne (1558-1562), f. 74rv, contro Agostino Ramati, 21

luglio 1559: «Hec est quedam inquisitio que fit et fieri Intenditur, per Magnificum

Dominum Potestatem ex suo mero offitio, potestati, auctoritati,

atque balia contra et adversus Agustinum Ramatij, in eo, de eo, et super

eo, per fama publica, precedente etc non quidem, a malevolis et suspectis

noctis, sed a personis, veridicis et fidei dignis, non semel …, sed plureis,

et plureis, ad aures, prefati, Magnifici Domini Potestati venit, qualiter pre-


52

Matteo Maccioni

anche di aver razziato altri animali di grande valore: dodici buoi,

appartenenti a Pietro Mei e a “Piditto” della curia anagnina; altri

quattro buoi, due di proprietà di “Bello in campo” e due di Domenico

Ferrati (o Ferrari); un giovenco, «pilaminis rubei», appartenente a

Giovanni Carticone.

Per il furto di animali lo Statuto non stabilisce pene pecuniarie

predeterminate ma, in compenso, prevede il sequestro delle bestie

sottratte e la loro riconsegna al legittimo proprietario. Se colui che

è sospettato di essere in possesso di animali rubati non è in grado di

dimostrarne la proprietà in modo certo, al di là di ogni ragionevole

dubbio, viene condannato alla restituzione dei detti animali e alla

detenzione. Nel caso in cui il sospettato riesca a produrre una qualche

fatus inquisitus, non habens Deum prae oculis, sed potius inimicus humane

naturae, et diabolico spirito ductis … malo, commitendi et perpetrandi

prefatum, malefitium, delictum, et fortem movens se de loco ad locum,

una, cum quibusdam sotiis ad talia perpetranda, et commitenda, nomina

quorum sub silentio, pertranseunt pro meliori, et accessi, ad Territorium

istique civitatis in contrada, ubi dicitur, la Torricella, ibidem … substulit,

et furto sub traxit, duos equos, unum pilaminis morelli, alterumque rubei

ultra quasi, et similiter unum mulum, que Animalia, spectabant et pertinebant,

cum suis guarnimentis, ibidem assistentibus ad d. Auditorem et barricellum

Illustrissimi et Eccellentissimi Domini Marci Antonii de Colonna,

Iuri dominij ultra quasi, ut quo voluit asportavit ac in ... usum convertit, in

grave damnum et preiudicium prefatorum Domini, Auditores et barricelli,

et non contentus predictis sed malum malis adende, …, …, dictum Territorium

Anagninae. Invenit quosdam bufalos, nummero, duodecim in circa

spectandis et pertinentis ad petrum Mei, et pidittum de Anagnina curia, dominici

ultra quasi et similiter boves quatuor, spectantis duos, ad bellum in

campo iuri, … ultra quasi duos alios, ad Dominicum ferratii iuri, dominij

ultra quasi, nec non unum iuvencum pilaminis rubei, spectante et pertinente

iuri domini ultra quasi ad Johannem Carticonem ultra eiis malum, que

animalia omnia erat valoris, et communis extimationem pro ut liquidabitur

in processu, et quo voluit unum cum dictis sotiis conduxit et asportavit ac

in eorum usus convertit in grave ... et precis prefatorum dominorum bestiarum

contra formam iuris et Statutorum sacrorum constitutorum etc bonos

et laudabiles mores vicendi, ut predicta, facta, fuerit per supra inquisito de

Anno 1559 de mense Martij in ebdomada santa, ultra alio veriori Tempori,

etc penas et penis etc super quibusque etc».


Statuto d’Anagni e i maleficia

53

giusta motivazione per la quale si trovi in possesso delle bestie allora,

ragionevolmente, non deve essere sottoposto ad ulteriori indagini.

L’indagato ha otto giorni di tempo per trovare un acquirente per gli

animali, al termine dei quali il detentore di questi sarà condannato

a restituirli al debitore. Lo Statuto sancisce che lo stesso querelante

ha il potere di determinare le giuste garanzie nel caso in cui le

circostanze stesse trasferissero la proprietà degli animali da lui ad

altri per mezzo di un contratto di vendita 15 .

Il fatto che per il furto di animali sia prevista non una pena

pecuniaria, ma la restituzione di questi e la detenzione, è una riprova

dell’importanza degli animali all’interno della vita della comunità.

Non bisogna dimenticare che le bestie, in una società prevalentemente

15

Collezione statuti, stat. 0640, Statutum inclytae ac pervetustae Civitatis

Anagniae, ex apographo quod anno MDXVII Laurentius Pacoticus sacerdos

dioeceseos Grossetanae exaraverat: «Liber III, C. LXV: De animalibus

furto subtractis. Item statuimus quod si quis boves furto subtractus vel

alia quaecumque animalia ab aliquo potierit potestas seu rector et judex

illa incontinenti in iudicio faciat exhiberi, et primo scriptis signis et numero

bestiarum apud aliquem faciat sequestrari. Si persona possidens fuerit

suspecta ad eum quaerentem et ipsis signis in iudicio examinatis cum bestiis

si concordantia inveniatur tunc prohibeant detemptori seu convento

ad certam poenam vel ad alienationem seu contractionem procedat sine

potestatis licentia seu rectoris vel judicis vel mandato. In qua quaestione

sic procedi volumus. Quod si potestas seu rector et judex fidem habuerint

per confessionem conventi vel idonea probatione quod talis petitor ipsa

animalia bona fide possederit vel pro suis tenuerit per aliquod tempus, et de

dominio non probato, ad restitutionem ipsorum animalium detemtorem petenti

condemnetur. Salvo tamen si praefatus conventus legittime probaverit

aliquam juxtam causam propter quam idem petens a dominio petitorum

animalium vel alias a sui intentione rationabiiter sit exclusus, vel fuerit

infra terminum octo dierum sibi per emptorem praefigendum et talis detentor

eidem petitori dicta animalia secundum formam praedictam restitueri

fuerit condemnatus. Idem petitor idoneas fideiussiones cautiones quos si

quo tempore constiterit ipsum dicta animalia alienasse per quemcumque

contractum alienationis vel jus ei non competere quod ipsa vel ipsorum extimationem

restituat condemnato. Et praesens statutum sibi locum vindicet

etiam in non suppositis jurisdictione potestatis».


54

Matteo Maccioni

dedita all’agricoltura e alla pastorizia, sono fondamentali in quanto

garantiscono la sopravvivenza della popolazione da un punto di

vista economico e per la produzione dei beni alimentari: prima della

meccanizzazione dell’agricoltura gli animali erano infatti adoperati

come forza motrice degli strumenti agricoli e come mezzi di

trasporto, oltre che per la produzione di beni di consumo da vendere

all’interno e all’esterno della comunità locale.


Rossana Fiorini

Boville Ernica:un lacerto dello statuto

Il presente studio è finalizzato a riportare alla luce documenti e

testimonianze scritte sullo statuto storico del Comune di Bauco, oggi

Boville Ernica 1 .

Nelle ricerche finora condotte lo studio relativo alla Comunità

di Bauco fa riferimento a quella che viene definita «plurisecolare

attività autonormativa degli ordinamenti locali campanini» 2 . I

documenti di cui si ha possesso e conoscenza risalgono alla fine

1

L’esperienza istituzionale di Bauco è un caso atipico all’interno del contesto

territoriale della Provincia di Campagna: la comunità si diede un autogoverno

definitosi repubblicano (pur dovendo, in alcuni casi, sottostare

a Signori locali – fra i quali i Colonna – fino a quando fu direttamente sottoposta

alla Camera Apostolica) differentemente dalla maggior parte dei

centri limitrofi. Il “reggimento” repubblicano “baucano” trarrebbe origine

da uno statuto elargito nel 1204 da Papa Innocenzo III. Si può risalire ai

fatti attraverso la consultazione delle “Cronache di Fossanova”: queste riportano

che i Condomini Partecipes di Bauco riuscirono a respingere gli

assalti delle truppe germaniche insediate presso le vicine rocche di Sora ed

Arce, avamposti del Regno di Sicilia, che da sempre cercava di sottrarre

territori allo Stato Pontificio. Scampato il pericolo, il Papa concesse loro

autonomia amministrativa e giudiziaria: un sistema che concedeva la gestione

del potere da parte di dodici famiglie “nobiliari” ogni nove mesi (per

nove mesi); perciò ogni “domino” prima di poter tornare in carica doveva

aspettare ben novantanove mesi. Il periodo “oligarchico-repubblicano” si

protrasse sino al 1582 e alcune prerogative circa la scelta dei magistrati

vennero progressivamente sottratte agli organi comunitativi, a partire dal

secolo successivo. Cfr. S. Notari, Per una geografia statutaria del Lazio:

il rubricario degli statuti comunali della provincia storica di Campagna,

in Rivista Storica del Lazio, 13-14 (2005-2006), 22, Le comunità rurali e i

loro statuti (secolo XII-XV), Atti dell’VIII Convegno del Comitato italiano

per gli studi e le edizione delle fonti normative, Viterbo 30 maggio – 1 giugno

2002, a cura di A. Cortonesi e F. Viola, pp. 51, 57-58, 84.

2

Ivi, p. 58.


56

Rossana Fiorini

del XVIII secolo e descrivono una cittadina che per lungo tempo

si era “autogovernata”, in età medievale e primomoderna, come

sibi princeps (con l’imponente e per certi versi gravoso titolo di

Repubblica 3 ) e che in questo momento implora il sovrano di un

formale atto per autorizzare la «risoluzione del pubblico Conseglio di

Bauco», e pertanto fa domanda di una nuova stampa di statuti. Siamo

di fronte ad una situazione tardo feudale: la presentazione al pontefice

delle «statutarie leggi» approvate dal Consiglio generale della Terra

di Bauco «per toglier di mezzo tanti latrocinii, che si commettono in

Bauco nell’olivi, e nelle piante […] come anche per ovviare ai danni,

che si fanno dai bestiami negli oliveti […] acciò […] raffrenare la

licenza dei ladri, e dannificanti» 4 – al fine di ottenere l’estensione del

Breve Apostolico – si diede avvio ad un lungo iter legislativo. È noto

infatti dalle carte, dalla supplica al Papa risalente alla primavera del

1781, che il Luogotenente di Frosinone venne chiamato ad esprimersi

sul testo e propose degli emendamenti a due capitoli 5 , dai quali secondo

i “comunisti” di Bauco dipendeva la corretta organizzazione delle

leggi statutarie. Incaricato direttamente della questione è il Cardinale

Camerlengo Carlo Rezzonico. Gli statuti nella loro forma definitiva

vengono approvati da Papa Pio VI nel 1783; nei fascicoli preparatori

rinvenuti si trovano tutte le stesure precedenti e si leggono, oltre agli

emendamenti e alle modifiche apportate, anche le motivazioni della

bocciatura di alcune proposte di alcuni articoli 6 .

3

Ibidem. Vedi anche L. Scotoni, I territori autonomi dello Stato ecclesiastico

nel Cinquecento. Cartografia e aspetti amministrativi, economici e

sociali, Galatina 1982, p. 54.

4

Archivio di Stato di Roma, Fondo Sacra Congregazione del Buon Governo,

Serie II (in seguito solo BG), b. 447. Missiva inviata dal governatore di

Bauco al Buon Governo in data 24 novembre 1781.

5

Ivi, Biblioteca, Collezione statuti, 824.7, Lo statuto di Bauco sopra li

danni che si fanno nelli terreni del luogo sudetto (in seguito solo Lo Statuto

di Bauco), cc.6, capp. I-XVI; nel volume miscellaneo è stato inserito

il testo stampato del chirografo pontificio (in Roma nella Stamperia della

Reverenda Camera Apostolica, 1785) da cui fu esemplato il testo manoscritto

della collezione.

6

Ivi, Camerale III, Serie Comuni (in seguito solo Camerale III), b. 349. Le


Boville Ernica: un lacerto dello statuto

57

L’istanza viene accolta dal pontefice che indirizza al prefetto

della Congregazione «de’ Sgravj, e Buon Governo», Cardinal Casali,

il chirografo perché, dopo aver «riveduto, esaminati, ed in parte

riformati detti statuti» 7 , le leggi abbiano «una inviolabile osservanza

per indennità di quel territorio» 8 .

In questa sede si prenderanno in considerazione testimonianze

intorno a alcune controversie che hanno per argomento il danno

dato 9 , e le carte prodotte durante la complessa trafila che infine

prime carte contenute nel fascicolo sono delle lettere indirizzate a Papa Pio

VI. Le date apposte dalle “Stanze del Vaticano” al Cardinal Camerlengo

risalgono al 18 e al 26 maggio 1782.

7

BG, b. 447. Documento titolato «Memoria Per l’Udienza di Nostro Signore».

La decisione è riportata nel retro: «Transmitatur Copia Chirographi»

ed è datata 29 marzo 1783.

8

La sanzione e il testo son registrati nel Bullarium romanum continuatio,

VII, Roma 1843: CDXXVI, Confirmatio statuti in loco nuncupato “Bauco”

super damnis datis in bonis eiusdem loci, pp. 93b-96a. Significativo il

richiamo del pontefice alle “leggi generali” in materia, la bolla di Benedetto

XIV, del 25 gennaio 1751, e un’enciclica di Clemente XIV, «alla quale

[Enciclica Clementina] ed alla detta Benedettina si dovrà aver sempre relazione

ne’ casi, e circostanze non contemplati nei presenti Statuti». Cfr. S.

Notari, Per una geografia, cit., p. 58.

9

G. Giammaria, Il ‘danno dato’ negli statuti di Campagna e Marittima.

Una nota illustrativa, in Rivista Storica del Lazio, cit., pp. 121-140. «È

cosa nota che con l’appellativo danno dato si intenda quasi univocamente

danno campestre, sia ai fondi che alle coltivazioni, causato tanto da persone,

quanto da animali, sia di proposito sia involontariamente. Definibile

anche maleficia laeviora, fondamentale nelle società agrarie, in cui la

coltivazione e l’allevamento rappresentano le principali risorse. Esso si

ricollega al furto perpetrato alle proprietà rustiche e ben distingue l’azione

di asportazione da quella di danneggiamento, considerando la prima una

discriminante importante. Il danno dato comprende qualsiasi uso improprio

e inappropriato di beni altrui e tutto ciò che può condurre ad un’alterazione

illecita, non accettata della proprietà. Il danno risulta essere sempre

risarcibile, e tale azione – pagando un’ammenda o penalità – estingue il

procedimento giudiziario, a condizione però che non sussista maligna intenzionalità

ed il danno in questione venga ritenuto e valutato esiguo, o


58

Rossana Fiorini

porta all’approvazione delle nuove leggi statutarie. Procedendo con

ordine è opportuno pertanto elencare gli articoli ad oggi rinvenuti

che testimoniano il rifacimento dei capitoli stessi. A tal fine vengono

consultati numerosi documenti ufficiali, compreso un certo numero di

missive, che si trasmettono all’attenzione della Sacra Congregazione

del Buon Governo, secondo la tipica modalità dell’amministrar

giudicando 10 , che spesso fanno riferimento o citano direttamente

lo statuto. Va comunque sottolineato che la fonte statutaria vera e

propria di Bauco rimane ad oggi ancora sconosciuta 11 , in quanto dalle

ricerche sono emersi appunto soltanto lacerti dello statuto «sopra li

danni delli terreni» e «riforma di un capitolo», rispettivamente del

1781 e del 1816 – già inseriti nel rubricario degli statuti comunali della

provincia di Campagna da Sandro Notari, il quale sottolinea come

l’ampia letteratura storico-giuridica sulla potestas condendi statuta

dei comuni nelle terrae ecclesiae abbia affrontato solo marginalmente

ancora venga cagionato per forza maggiore o da un minore. Nel caso in cui

il danno venga apportato di proposito, le norme statutarie andranno a controllare

in maniera minuziosa la volontà: se solo volontario o con odio, se

con violenza a uomini e cose, se per incuria o solo per colpa. Non sembra

che, prima del Quattrocento, il danno dato sia stato disciplinato e pertanto

è presente solamente negli statuti cittadini e rurali». Da un punto di vista

dottrinale non perviene riflessione approfondita. Solo in età moderna ci

imbattiamo nelle considerazioni di P. Farinacci e G. De Luca; esistono

inoltre studi più direttamente processuali anche se la letteratura sembra

essere piuttosto scarsa.

10

S. Notari, Per una geografia, cit., p. 42.

11

Camerale III, b. 349. Qui è necessario citare la dichiarazione del segretario

comunale Rocco De Paulis, datata 16 luglio 1781, contenuta nel fascicolo

delle carte preparatorie per nuove leggi statutarie, in cui egli attesta

che a Bauco non esisteva alcuna normativa statutaria. Si legge: «Depongo

io infrascritto pubblico segretario di questa Comunità per la pura verità

richiesta non esser in questa nostra patria verun Statuto di sorte alcuna. In

fede di che ne ho munita la presente col solito segno comunitativo». Qualora

dunque fossero esistiti statuti precedenti è probabile che se ne fosse

persa la memoria.


Boville Ernica: un lacerto dello statuto

59

il caso concreto dei comuni di Campagna 12 . Nel nostro caso, d’altra

parte, avendo a disposizione un testo normativo inerente solamente

il danno dato, non è possibile ad oggi ricostruire compiutamente le

forme delle istituzioni che erano a capo della comunità di Bauco;

benché si possa comunque affermare che compaiono lacerti che

fanno luce su quelle che erano le norme in vigore.

Le carte inerenti «li danni sopra li terreni» sono testi imperativi, di

struttura ampia e complessa: in esse si possono leggere le cause che

portarono alla richiesta del rimaneggiamento delle fonti statutarie.

I documenti sono precisi e puntuali, e trattano con specificità

la normativa del danno dato. L’operazione del 1781 non è però

solamente un aggiornamento, ma scaturisce da un ricorso del Pubblico

Consiglio e del popolo stesso per porre «un dovuto equitativo freno

ai continui danni che si cagionano alle piante d’olive e ai loro frutti

in diverse maniere, non solo dagli uomini ma anche da ogni sorta di

bestiame, come anche ad altre sorti di piante e prodotti» 13 .

Prima di elencare i capitoli del nuovo statuto sopra il danno

dato, cerchiamo di capire in che modo questo fosse disciplinato

precedentemente. Non è agevole determinare esattamente come

fosse la normativa riguardante i danneggiamenti alle proprietà,

ma nei documenti rinvenuti presso l’Archivio di Stato di Roma

non mancano accenni atti a farcelo definire. Già a partire dal 1717

sappiamo che non fosse «più un dovere affittare il danno dato» ma

che le risorse di quest’ultimo potessero essere ricavate da un “riparto”

12

S. Notari, Per una geografia, cit., p. 30. Lo studioso accoglie il rilievo

di Sandro Carocci che, riguardo a questa tradizione di studi, sottolinea «il

limite di trascurare», circa le podestà della Santa Sede di intervenire sulle

norme, «l’articolato divario che, in questo campo intercorreva tra le enunciazioni

di papi e legati e la concreta prassi legislativa e istituzionale». Cfr.

S. Carocci, Regimi signorili, Statuti cittadini e governo papale nello Stato

della Chiesa (XIV e XV secolo), in Signori, regimi signorili e statuti nel

tardo medioevo, Atti del VII Convegno del Comitato Italiano per gli studi

e le edizioni delle fonti normative, a cura di R. Dondarini, G. M. Varanini,

M. Venticelli, Ferrara 5-7ottobre 2000, Bologna 2003, pp. 252-269.

13

BG, b. 447. Il documento è copia del verbale del Pubblico Consiglio del

giorno 11 novembre 1781.


60

Rossana Fiorini

sopra i bestiami 14 . Occorre fare qualche osservazione: anzitutto i

documenti ci fanno capire molto bene come in precedenza vigesse

l’imposizione di affittare il danno dato e che, soltanto in seguito

tale forma di esazione venisse indirizzata verso la raccolta fiscale

derivata dai bestiami; la motivazione, come si evince, era data dal

fatto che con la seconda forma si evitavano i danni. Non doveva

evidentemente palesarsi allora la situazione dei molti danni ai campi

e ai raccolti che un cinquantennio più tardi richiederà una nuova

specifica stampa degli statuti.

Poteva comunque esserci motivo di attrito fra gli interessi dei

diversi ceti sociali che si curavano della campagna e quelli della

Comunità. Il danno dato era inteso come un’entrata fiscale della

Comunità pagata dai danneggianti dei fondi privati e pubblici, ma col

tempo tale forma fiscale deve essere stata considerata negativamente

perché, come risulta sin dal 1716, alcuni allevatori di bestiame avevano

ottenuto dal Buon Governo di non dover considerare il danno dato

per i successivi tre anni, potendosi questo invece ripartire «per capo

di animali» 15 , e quindi poter sostituire l’insieme delle multe con un

“riparto”. Dopo il lasso di tempo di tre anni la Sacra Congregazione

ordinò che la ripartizione della vendita del danno dato avvenisse

diversamente, ma l’ordinanza venne trascurata. Intimamente legato

alla vicenda è il pregiudizio che ne scaturisce nei cittadini di allora:

«gli amministratori delle cose pubbliche» erano «gli stessi padroni

di animali» che secondo la Comunità «si procurarono detta licenza

14

Ivi, b. 445. «Mi riferisce il Vice Podestà di Bauco, che fin sotto li 5 di

marzo prossimo passato, da quel pubblico consiglio fusse risoluto di non

doversi più affittare il danno dato ma che debba ripartirsi sopra li bestiami

per l’entrante quota solita ritrarsi dal medesimo affitto, con contenergli

secondo l’uso a consuetudine della città di Veroli in quanto alli danni manuali

et affidati con il motivo che dalli affitti dell’accennato provento si

faccino illeciti accordi con chi ha bestiami dal che ne nascano danni considerabili».

Da una missiva firmata dal governatore Giovan Battista Leonini

indirizzata al Buon Governo, datata 16 maggio 1717.

15

Ivi, b. 445. Il foglio, accluso all’interno di una supplica datata 21 gennaio

1722 scritta dal governatore Ludovico Anguissola, probabilmente risale al

20 novembre 1721.


Boville Ernica: un lacerto dello statuto

61

per potere a loro beneplacito danneggiare liberamente» 16 . Tangibile

riferimento alla necessaria licenza si riscontra ancora nelle carte del

1717 17 , con la causa «di togliere […] i tanti danni che si commettono

e l’estorsioni degli affittuari» 18 , facendoci intendere in che modo il

quadro generale avesse subito dei cambiamenti nel tempo. Nelle

testimonianze dell’anno susseguente è possibile sapere che quando

«nell’anno […] passato […] fu ripartito a capo dei bestiami l’affitto

del danno dato, furono commessi danni eccessivi nei sementati a

vigne, a cagione che non camminava per il territorio l’affittuario del

danno dato, et in cambio di riuscire di utile al pubblico, fu trovato

dannoso» 19 .

Queste parole ci fanno capire che l’espediente di eliminare

l’affitto del danno dato è risultato notevolmente dannoso ai coltivi,

poiché mancava l’affittuario che, evidentemente, era visto come un

controllore del pascolo e un deterrente per i danni.

Non era però sempre facile avere un affittuario, poiché nel 1718 la

Comunità di Bauco non trova chi avesse voluto attendere all’affitto

del danno dato; intanto la Sacra Congregazione aveva permesso di

ripartire l’entrata per due anni «sopra li bestiami del territorio» 20 e

tale “riparto” fu portato avanti non solo per il tempo stabilito, ma

sino a tutto il 1721 21 , pur senza il rinnovo della concessione da parte

del Buon Governo 22 . In una missiva del Marzo del 1722 la Comunità

di Bauco lamenta come «il podestà […] sia fatto lecito senza ordine»

16

Ibidem.

17

Ivi. Dal memoriale annesso alla lettera inviata da Giovan Battista Leonini

il 16 maggio 1716 già citata.

18

Ibidem.

19

Ivi. Missiva del governatore Leonini al Buon Governo del 6 febbraio

1718.

20

Ivi. Missiva del governatore Leonini al Buon Governo del 18 giugno

1718.

21

Ivi. Il documento è firmato in calce da Ludovico Anguissola, governatore

di Frosinone; datato 21 gennaio 1722.

22

Ivi.


62

Rossana Fiorini

di vendere l’affitto «del danno dato spettante alla Comunità» 23 . La

disputa nasce ora intorno alla somma spettante alla Comunità: negli

anni passati l’affitto del danno dato rendeva di 60 scudi all’incirca,

e grazie al riparto invece la somma era salita a circa scudi 95, fino

ad arrivare a 200. Non solo, si chiede anche che il governatore di

Frosinone ordini al podestà di convocare il Pubblico Consiglio prima

di procedere ad una risoluzione dell’affitto 24 . Così il governatore

avanza la richiesta ai consiglieri di pubblicare i «soliti editti e incarti

per la vendita del provento». È chiaro che la Comunità aveva tutto

l’interesse a mantenere il riparto sul bestiame: la procedura prevedeva

che si giungesse ad una decisione durante la seduta consiliare in cui,

sottoposta la proposta da parte dell’autorità governativa, si arrivò

alla votazione che risultò essere infatti «favorevolmente vinta con

voti 51 favorevoli e 2 soli contrari» 25 .

Questa è l’ultima informazione del periodo. Si può ipotizzare che

il “ripartimento” sul bestiame possa esser stato causa dell’aumento

dei danni denunciati e della necessità di revisionare le leggi, soltanto

a distanza di molti anni, nel 1781. In quell’anno la Comunità di

Bauco, riunito il consiglio comunitativo il giorno 11 novembre 1781,

decide di riformare alcuni capitoli dello statuto per evitare i danni

agli oliveti 26 .

«Die 11 novembris 1781. Coram Illustrissimis Dominis

Francisco Bisentio praetore, Ioanne Gualberto Becarini

Sindaco, Domino Cayetano Diamante; et Eugenio Palmegiani

officialibus, absentibus, quanquam intimatis Domini deputatis,

ecclesiastico, saeculari, et regulari fuit convocatum pubblicum

consilium, cum interventu Dominorum consiliariorum de

numero etc. Propositio: Avendo questa nostra comunità fatto

umiliar supplica alla Santità di Nostro Signore Papa Pio

23

Ivi. I cittadini supplicano il Buon Governo. Il documento probabilmente

risale al febbraio, o al più tardi, ai primi di marzo del 1722.

24

Ibidem. La lettera riferiva che il podestà aveva, senza ordine esplicito,

dato in affitto il danno dato per la somma di 60 scudi.

25

Ivi.

26

Ivi, b. 447. Verbale del consiglio del giorno 11 novembre 1781.


Boville Ernica: un lacerto dello statuto

63

VI felicemente regnante fin dallo scorso Febbraro, in cui si

chiede la conferma per mezzo d’un Breve d’alcuni Capitoli

concernenti un dovuto equitativo freno alli continui danni che

si cagionano alle piante d’olive, e loro frutti in diverse maniere

non solo dagl’Uomini, ma anche da ogni sorta di bestiame

come anche ad altre sorti di piante, e prodotti per cui degnasi la

Signoria sua rimetter iscrizione dell’Istanza all’Eminentissimo

Signor Cardinal Conti Segretario de Brevi, che ne volle sentire

l’informazione, e voto del Signor Luogotenente di Frosinone,

come pervenuta informazione al detto Eminentissimo

Signore, e riferita alla santità sua, che si degnasse rimetterla

all’eminentissimo signor cardinal Camerlengo, da cui

maturatamente esaminati i Capitoli a seconda dell’equità, e

ragione, e riformati nella maniera che ora le signorie vostre

sentiranno, quindi è che essendo stata presentata nuova

supplica a Nostro Signore per la spedizione dell’accennato

Breve e degnatasi di riscrivere che si proponessero tali

Capitoli in detto Consiglio seguente, cioè: capitoli formati

dalla comunità di Bauco, per evitar li danni e furti degl’olivi,

come anche di qualsivoglia altri arbori fruttiferi e de seminati

nel suo territorio.

1 – Che trovandosi, chiunque a portar via dagli oliveti, rami o

legna di ogni sorte di olive, tagliar alberi, sveller radiche e fare ogni

altro atto pregiudizievole alle piante di olivo in qualsivoglia tempo,

incorra 27 nella pena di scudi 4, da dividersi 28 fra il giudice locale, ed

accusatore, oltre la rifazione di tutti e singoli danni ed in altre pene

corporali ancora, secondo la qualità, e condizione delle persone e

27

Cfr. Ivi, b. 447. Dal fondo è stato reperito un “foglio di correzioni” utile

a ricostruire le diverse stesure del testo statutario. Nel foglio di correzioni

qui viene indicato aggiungere dopo “incorra” le parole “per conferma voler”.

28

Ibidem. Dopo “da dividersi” si aggiungerà “pro equali fra il Giudice

locale, la Comunità e l’Accusatore”. I testi preparatori del Camerale mantengono

la correzione. Cfr. Camerale III, b. 349.


64

Rossana Fiorini

circostanze di casi 29 .

2 – Che chiunque si farà lecito di rubar piantoni di olivi, o ramo

di questi per piantagione, debba soggiacere alla pena di scudo 1

per piantone, o ramo derubato 30 oltre la rifazione del danno, e pena

afflittiva come sopra.

3 – Che qualora si trovassero dannificati gli olivi senza la presenza

della persona dannificante ed indi si venisse in cognizione di chi

avesse causato tal danno, sarà lecito di procedere contro questi,

previa le solite legali giustificazioni, per inquisizione ad oggetto

soltanto 31 della rifazione del danno a pro del dannificato.

4 – Che non sia lecito a chiunque di introdurre bestiami di sorta

alcuna, sotto qual si voglia quesito colore, negli oliveti ristretti

con macerie, fossi o limiti in qual si voglia tempo, sotto pena 32 , se

saranno pecore di baiocchi 10 per qual si voglia capo; se somaro, o

mulo baiocchi 50 per capo; se bovi, purché non stiano attualmente

sotto il giogo scudo 1 per bove; se capra baiocchi 50 per capo atteso

il maggior danno, che sogliono cagionare con il loro morso; oltre

di che sia tenuto ogni pastore dei riferiti bestiami alla rifazione del

danno intendendosi oliveti ristretti, ancora quelli, li quali fossero

con termini con 1 o più compossidenti, e non vi fosse nei termini, o

confini, divisione di macerie, siepi, limiti o fossi, bastando che stiano

ristretti nella circonferenza.

5 – Parimenti si proibisca poter introdurre qualunque sorte dei

29

Cfr. BG, b. 447, foglio di correzioni: si aggiungerà “a tenore dell’enciclica

della sua sacra memoria di Clemente XIV de …”. La correzione è

riportata in Lo Statuto di Bauco, cit.

30

BG, b. 447, foglio di correzioni: dopo la parola “derubato” si aggiungerà

“per ciascuna volta da dividersi come sopra”. La correzione è riportata in

Lo Statuto di Bauco, cit.

31

BG, b. 447, foglio di correzioni: “Si levi la parola soltanto e, prima della

parola sarà, si dica …”. Nell’ultimo testo preparatorio la correzione è stata

mantenuta. Cfr. Camerale III, b. 349. La correzione è riportata in Lo Statuto

di Bauco, cit.

32

Cfr. BG, b. 447, foglio di correzioni: dopo la parola “sottopena” si aggiungerà

“da incorrersi in ciascuna volta e a dividersi come sopra”. La

correzione è riportata in Lo Statuto di Bauco, cit.


Boville Ernica: un lacerto dello statuto

65

bestiami nelle piantagioni di olive per anni 10, che si son fatti e si

faranno, sebbene non siano ristretti come sopra, altrimenti si incorra 33

nella pena contenuta nel capitolo 2, da ripartirsi come sopra con la

rifazione anche del danno, dovendosi questi riguardare come ristretti

per dar tempo alle piante che crescano 34 .

6 – Negli oliveti non ristretti di macerie, siepi fossi o limiti si

possa introdurre qualunque sorte di animali, con che però trovandosi

danno nei germogli, o piantoni dei detti oliveti, siano li dannificanti

tenuti alla rifazione dei danni 35 .

7 – Che si intenda in detti oliveti, o ristretti o non ristretti in tempo

del frutto pendente proibita l’introduzione di tutte le su dette sorti

dei bestiami dal 1 di novembre fino a tutto febbraio 36 , in caso di

contravvenzione sia i delinquenti soggetti 37 alle pene espresse nel

capitolo 4; qualora poi i frutti pendenti cominciassero a cadere

per infezione, o intemperie d’aria, allora si intenda la proibizione

anticipata al 15 di ottobre, previa la notificazione da pubblicarsi dal

governatore locale, e le dette pene da dividersi come sopra con la

rifazione dei danni 38 .

8 – Riguardo ai gallinacci come pregiudiziale ai frutti, non

solo pendenti, ma anche decaduti dalle piante, si intenda proibita

33

Cfr. BG, b. 447, foglio di correzioni: dopo la parola “si incorra” si aggiungerà

“ciascuna volta”. La correzione è riportata in Lo Statuto di Bauco,

cit.

34

Cfr. Camerale III, b. 349. La frase “dovendosi questi riguardare come

ristretti per dar tempo alle piante che crescano” sarà depennata nei fascicoli

preparatori.

35

Alla fine dell’articolo nello Statuto è stato aggiunto: “ed all’incorso nelle

pene come nel Capitolo V”, cfr. Lo Statuto di Bauco, cit.

36

Cfr. Camerale III, b. 249. Nei fascicoli preparatori il mese indicato è

quello di “gennaio” ma nella stesura definitiva dello Statuto si riporta “febbraio”,

cfr. Lo Statuto di Bauco, cit.

37

Cfr. BG, b. 447, foglio di correzioni: dopo la parola “soggetto” si aggiungerà

“ciascuna volta”; correzione mantenuta anche nella redazione definitiva,

cfr. Lo Statuto di Bauco, cit.

38

Cfr. Camerale III, b. 349. Nei fascicoli preparatori la frase “e le dette

pene da dividersi come sopra con la rifazione dei danni” non è riportata.


66

Rossana Fiorini

l’introduzione in qualsivoglia sorte dal 1 di settembre sino alla totale

raccolta sotto la pena 39 di baiocchi 5 per capo, rifazione del danno e

la pena su detta da dividersi come sopra.

9 – E siccome si sono troppe inoltrate le maligne industrie dei

ladri da pochi anni a questa parte, li quali sotto specie di spigolare 40

vanno di giorno e notte a man salva derubando olive con notabili

danno anche delle piante stesse col romper rami; quindi è che per

ovviare ad un danno cotanto notabile si proibisca a chiunque di

spigolar olivi in qualsivoglia oliveto se prima il padrone dello stesso

non avrà terminata interamente la raccolta delle olive sotto la pena 41

di scudi 4, ed altre afflittive da arbitrarsi da su detto governatore

locale secondo la qualità dei casi e persone 42 .

10 – Ed acciò che la povera gente possa aver comodo di raccoglier

la spiga negli oliveti si proibisca perciò esser pressamente ad ogni

padrone di qualsivoglia sorte di bestiame, ed anche ai padroni degli

oliveti medesimi di introdurre bestiame di qualsivoglia specie a

pascolarlo negli oliveti, già colto il frutto se non scorsi giorni 8 dalla

39

Cfr. BG, b. 447, foglio di correzioni: dopo le parole “sotto la pena” si aggiungerà

“per ciascuna volta”; correzione mantenuta anche nella redazione

definitiva, cfr. in Lo Statuto di Bauco, cit.

40

Cfr. BG, b. 447, foglio di correzioni: dopo la parola “spigolatura” si

aggiungerà “e di profittare della olive abbandonate dal Padrone o suoi Uomini

nell’atto della raccolta” (correzione mantenuta anche nella redazione

definitiva, cfr Lo Statuto di Bauco, cit.). Nei fogli del Camerale si legge:

“[…] li quali col pretesto di spicolare vanno di giorno […]”. Cfr. Camerale

III b. 349.

41

Cfr. BG, b. 447, foglio di correzioni: dopo la parola “pena” si aggiungerà

“per ciascuna volta”; correzione mantenuta anche nella redazione definitiva,

cfr. Lo Statuto di Bauco, cit.

42

Cfr. BG, b. 447. Il foglio di correzioni indica di apporre alla fine della

frase le parole “a tenore di detta enciclica”; correzione mantenuta anche

nella redazione definitiva (cfr. Lo Statuto di Bauco, cit.), che terminerà

con le medesime parole succitate. Il fascicolo preparatorio del Camerale

riportava dopo la medesima sanzione dei quattro scudi “per ogni volta da

distribuirsi al Padrone, e di altre anche corporali secondo la circostanza de

casi”. Cfr. Camerale III, b. 349.


Boville Ernica: un lacerto dello statuto

67

detta general raccolta sotto la pena a trasgressori di scudi 3 per qual

si voglia volta da ripartirsi tra il giudice, comunità ed accusatore ed

anche per inquisitionem 43 .

11 – Chiunque devasterà macerie, siepi e fossi che formano

ristretti gli oliveti, incorrerà nella pena di scudi 1 da dividersi tra il

giudice ed accusatore 44 oltre la rifazione della stessa materia e siepi

e olive e fossi.

12 45 – Se poi si trovassero persone le quali di proposito, sia di

notte che di giorno, andassero a man salva derubando, incorrono

nella pena del furto, come anche afflittiva secondo l’enciclica della

S. M. di Clemente XIV, oltre la rifazione di danni.

13 46 – Che volendosi dai padroni degli oliveti, compratori,

raccoglitori di olivi, volgarmente detti spigolatori ed affittuari,

macinar i loro olivi nei mulini forestieri di Bauco, sia loro permesso

di farlo, con che però debbano dare la preventiva assegna al segretario

locale della quantità che per il fine su detto verranno estratte sotto la

pena della perdita dei detti olivi, o olio, che cadranno in commissum

ed altre pene afflittive secondo la già riferita enciclica della S. M. di

43

Ibidem. Nella fascicolazione di preparazione la “spiga negli oliveti” è

individuata con le parole “olivi derelitti”; non devono passare 8 giorni ma

15; la pena non è di scudi 3 ma di 10; non è indicato il giudice ma il governatore.

Il testo definitivo dello Statuto è identico a quello riportato nel

testo, cfr. Lo Statuto di Bauco, cit.

44

Cfr. Camerale III, b. 349: nella stesura preparatoria non sono indicati il

giudice e l’accusatore ma si legge “da dividersi come sopra”. Al testo definitivo

viene aggiunta “la Comunità”, cfr. Lo Statuto di Bauco, cit.

45

Cfr. Camerale III, b. 349. Nella redazione preparatoria contenuta nel

fascicolo dello Statuto il capitolo 12 è del tutto depennato, e così di seguito

la numerazione scala di un’unità, ma l’articolo sarà invece riportato in Lo

Statuto di Bauco, cit.

46

Cfr. Camerale III, b. 349. Ci sono delle differenze fra le diverse redazioni:

oltre ad incorrere nella sanzione della perdita degli olivi o dell’olio,

vi era anche un’ammenda di 10 scudi da pagare. Nella parte finale non si

fa riferimento all’Enciclica ma si scrive “secondo la circostanza de casi e

delle persone”. L’articolo non è riportato nel testo definitivo dello Statuto,

cfr. Lo Statuto di Bauco, cit.


68

Rossana Fiorini

Clemente XIV.

14 – Che ogni padrone dei molini da olio sia tenuto nel fine

d’ogni settimana, da che comincerà la macina, sino al fine, dare

nota giurata per mano di pubblico segretario, che dovrà far gratis 47 ,

di tutti quelli, che realmente ed effettivamente avranno macinato e

della quantità all’olivi, ed olio ritratte da qualunque persona sotto

pena in caso di contravvenzione, a chi la darà detta nota di scudi

due, a chi la darà simulata, sotto pena di scudi sei per ogni volta ad

ambedue le suddette mancanze da ripartirsi tra il giudice, comunità

ed accusatore 48 . E tutto ciò affine di venire in cognizione non solo

de veri padroni macinati, ma anche per aver la notizia certa di tutta

la quantità dell’olio, che si ritraerà in tutto il territorio, per darne le

consuete assegne all’Annona Olearia di Roma, incombensandosi il

medesimo segretario passar copia dell’esegre ricevute in mano dal

giudice locale settimana per settimana, acciò possa inquirere contro

i trasgressori.

15 – Essendosi da molti anni incominciata l’industria della seta

in questa nostra patria e per tal effetto fatte delle molte piantaggioni

de mori celsi da cittadini, che però scorgendosi continui derubamenti

nella foglia medesima con grave loro danno e pregiudizio e nell’arbori

stessi col romper rami; perciò si è stabilita, oltre l’emenda del danno

al padrone dannificato, la pena di scudi cinque contro chiunque

ruberà la foglia suddetta, o pregiudicherà agl’arbori, da ripartirsi tra

il giudice, comunità ed accusatore 49 , e non essendo il dannificante

idoneo al pagamento si debba procedere alla pena afflittiva a tenore

della suddetta Enciclica.

47

Cfr. BG, b. 447, foglio di correzioni: “Invece di far gratis dire mercede

gratis”; lo stesso testo è anche nella preparazione; cfr. Camerale III, b. 349.

L’articolo non è riportato nel testo definitivo in Lo Statuto di Bauco, cit.

48

Cfr. Camerale III, b. 349. Nella redazione preparatoria non sono indicati

giudice, comunità ed accusatore ma si usano solo le parole “come sopra”.

Inoltre tutta la frase finale non è stata riportata affatto.

49

Cfr. Camerale III, b. 349. Nel testo preparatorio invece di “tra il giudice,

comunità ed accusatore” si legge “come sopra”. Il testo definitivo dello

Statuto è identico a quello riportato nel testo (art. 13), cfr. Lo Statuto di

Bauco, cit.


Boville Ernica: un lacerto dello statuto

69

16 50 – Contro poi tutti quelli, li quali studiosamente danneggiaranno

le piante di qualunque specie sia nascenti che crescenti, s’intenda

comminata, ed imposta la pena di scudi quattro da ripartirsi come

sopra, ed anche afflittiva secondo la suddetta Enciclica; ma se il

danno non sarà studioso, allora s’intendono soggetti gli dannificanti,

oltre l’emenda del danno alla pena di baiocchi 30.

17 51 – Come ancora incorrono nella medesima pena ed anche

afflittiva e all’emenda del danno fatto quelli che a bello studio

danneggiaranno i seminati d’ogni specie con i loro bestiami, o

faranno pascer l’erba ne terreni, sia ristretti che non ristretti, ed

anche prativi.

18 – Alla medesima pena di scudi 4, oltre l’afflittiva, ed all’emenda

del danno si intendano incorsi tutti quelli che anderanno derubando

o se sapesse avere in qualunque medesimo derubato tanto ne campi,

quanto nell’are, grano, formentone detto granturco, orzo, legumi,

ed altre strade volendo, che per reprimere maggiormente la licenza

di tutti ladri, persone danneggianti abbiamo ad incorrere tanto alla

Benedettina Bolla de danno dato, quanto all’Enciclica suddetta della

S. M. di Clemente XIV in quelli casi e circostanze che non sono stati

50

Cfr. Camerale III, b. 349. Il capitolo risulta discostarsi in parte da quello

qui della copia del Camerale: “Contro poi tutti quelli, che studiosamente

danneggieranno le piante sia nascenti, che crescenti, s’intenda, che siano

incorsi, oltre all’emenda di paoli tre da ripartirsi come sopra, ed anche

afflittiva secondo la detta Enciclica”. La parte finale del testo non è invece

stata trascritta. Il testo definitivo dello Statuto è identico a quello riportato

nel testo, ma si precisa la pena di scudi quattro “per ciascuna volta” (art.

14); cfr. Lo Statuto di Bauco, cit..

51

Cfr. Camerale III, b. 349. Anche qui ci sono delle differenze ragguardevoli

fra le diverse redazioni: «E finalmente chiunque farà danno nelli orti

seminati, vigne, arboreti, erbe, e tutt’altro non compreso nella presente

ordinazione dovrà rimaner soggetto alle pene prescritte o dallo Statuto, o

dalla consuetudine, che si osserva nella Città di Veroli da ripartirsi come

sopra, ed oltre all’emenda del danno a favore del dannificato». Il testo definitivo

dello Statuto è identico a quello riportato nel testo ma non si registrano

precisazioni intorno al danno studioso (art. 15), cfr. Lo Statuto di

Bauco, cit.


70

Rossana Fiorini

nel precedente statuto, né previsti né considerati 52 .

In seguito di simil ubidienza si propongono alle medesime

EE.VV., acciò li esaminino ed in conformità di essi diranno il loro

rispettivo parere» 53 .

Nel fascicolo preparatorio vi sono delle carte molto interessanti

in cui si spiega perché alcuni articoli vengano rigettati e quindi

non approvati da parte del Luogotenente. Le ragioni, tutte trascritte

dallo stesso, sono diversificate: egli spesso consiglia di “resecare”

52

L’articolo riportato è l’ultimo dello Statuto, non presenta differenze (art.

16). Nell’analisi presentata all’interno del presente studio la numerazione

degli articoli farà riferimento a quella del testo sopra riportato e non a quella

degli Statuti conservati nella Biblioteca dell’Archivio di Stato di Roma.

53

BG, b. 445. Si riporta di seguito il frammento conclusivo del documento.

«L’Ill.mo Sig. Tito Marziale uno del numero de’ Sig.ri Sindaci arringando

dice, che essendo pur troppo giusti a ragione volergli proposti capitoli concernenti

il modo d’evitar i danni che si fanno tanto dagli uomini, quanto

da bestiami, e come più diffusamente dal tenore di essi capitoli, e questi,

sia cosa molto vantaggiosa, anzi necessaria ad accettarsi ed abbracciarsi in

tutte le sue parti a riserba soltanto però di restringere nel capitolo decimo

il termine di giorni quindici a giorno otto, per la introduzione di bestiami

nell’oliveti già ricolti, e rispetto al capitolo undecimo che si comprenda

colla devastazione di macerie e siepi, anche quella de’ fossi, qualora questi

servano di ristretto agl’oliveti, ed il tutto a seconda delle supreme determinazioni,

che si degnerà in ciò prender la santità di Nostro Sig.re, quante

volte voglia compiacersi ammetter tali riflessioni, con determinare anche

il giudice, che dovrà procedere nell’esecuzione delle pene in detti capitoli

stabilite contro trasgressori, coll’espressione della qualità delle pene corporali,

giusta le circostanza de delitti e de casi; per il che è di parere, che

di bel nuovo si reiterino alla ... le preci da questo nostro magistrato per la

grazia già richiesta della spedizione del divisato Breve. Proclamato per

medesimo. Chi intende aderire a tal arringo, e di approvare detti capitoli

da me proclamati, e come sopra dichiarati darà il voto bianco, e chi no, lo

darà nero».

Il rinvenimento degli importanti documenti menzionati di sopra ci offre la

possibilità di poter effettuare confronti fra le diverse stesure del testo che in

questa sede ci limitiamo solo ad indicare sommariamente avendo ben presente

la necessità di uno studio molto più esteso che richiede un’ulteriore

indagine archivistica e soprattutto l’approfondimento tematico necessario.


Boville Ernica: un lacerto dello statuto

71

gli articoli per favorire le libertà dei possidenti oppure per non

intralciare l’attività dei periti nelle eventuali perizie; inoltre scrive

per salvaguardare i confini (spesso definiti grossolanamente), le

liti sull’attività della spremitura d’olio e infine per tutelare il libero

commercio 54 .

Dalle lettura del testo, emerge come le disposizioni relative

alla materia penale fossero fortemente caratterizzate da una

connatura afflittività: con esse si perseguiva una spiccata funzione

repressiva. I reati penali contemplati dalle carte statutarie in esame

riguardano danni al patrimonio, ai terreni e alle proprietà. In special

modo disciplinano i danni agli oliveti: viene infatti riportata una

descrizione analitica dei danneggiamenti che si potevano arrecare

a questo tipo di piantagione. Tale valutazione dipende naturalmente

dal valore attribuito al frutto degli oliveti nell’economia locale 55 .

Inoltre vengono distinti gli oliveti non ristretti da quelli ristretti,

intendendosi con questi ultimi i terreni “con termini” 56 , ovvero delle

colonnette monolitiche, cippi rozzamente scalpellati oppure pali,

poste ai limiti dei campi per segnare il confine.

In un unico contesto e con le opportune evidenziazioni, è

interessante notare come le disposizioni legislative e regolamentari

relative agli oliveti vengano importate per i casi generali, quindi

applicate a tutti gli altri tipi di piantagioni – pubblicate negli

articoli finali dello statuto e per le quali infatti si richiamano le

pene e le punizioni espresse precedentemente. Sono soltanto tre

infatti gli articoli che citano tutti i tipi di piantagione, sottolineando

così la grande importanza che le olive dovevano rappresentare

nell’economia rurale del paese. Si potrebbe quasi dire che le norme

54

Cfr. Camerale III, b. 349.

55

G. Giammaria, Il ‘danno dato’ negli statuti di Campagna, cit., p. 134.

56

Accorgimento molto importante soprattutto se si trattava del confine con

altri Comuni limitrofi. Nel nostro caso, ad esempio, all’art. 4 si precisa

bene che poteva trattarsi di “termini con uno o più compossidenti”. Tale

documentazione risulta estremamente interessante e ritengo che debba essere

oggetto di uno studio apposito, approfondito sia sul piano giuridico

che economico ed anche per i risvolti sociali che emergono.


72

Rossana Fiorini

sugli oliveti avevano portata generale, e non rappresentavano invece

il caso specifico.

Preliminarmente possiamo affermare che la fonte statutaria

prevede, in linea di principio, che chi ha causato un danno sia

soggetto ad una pena ed anche al risarcimento, da corrispondere

in ogni circostanza 57 . Ovviamente ricorrono classificazioni che

caratterizzano anche il corpo di altre leggi statutarie, prima fra tutte

la diversificazione fra le bestie 58 . Le pene sono sempre commisurate

alla gravità del reato commesso e sono subordinate alla volontà

colposa o dolosa di commettere il reato 59 . Una discriminazione è

57

Nei diciotto articoli la penalità che ricorre maggiormente è la “rifazione

del danno”, seguita poi dalla tipologia della contravvenzione; all’art. 13 la

pena è la perdita degli ulivi o dell’olio macinato. Sono menzionate pene

afflittive riferite nell’Enciclica di Papa Clemente XIV (artt. 12-13; 15-16;

18). Si nomina anche la “Benedettina Bolla de danno dato” (art. 18). Eccezionalmente

ricorrono pene corporali (artt. 1-2) e questo appare particolarmente

insolito se si confrontano altri statuti come quello di Pontecorvo o

quello di Castro dei Volsci (cfr. G. Giammaria, Il ‘danno dato’ negli statuti

di Campagna, cit., p. 134-135).

58

A titolo puramente esemplificativo, una bestia minuta che compie un

danno comporta una pena inferiore rispetto ad una bestia di notevoli dimensioni.

Sulla base della lettura dello statuto si differenziano bestie quali

“pecore”, “somari”, “muli”, “bovi”, “gallinacci” e “capre”, quest’ultime in

particolare additate per il maggior danno atteso a causa del “loro morso”.

Non si fa però nessun riferimento al branco.

59

Possono essere menzionate alcune disposizioni significative: “Se poi si

trovassero persone le quali di proposito […]” per quanto riguarda i furti

in generale (art. 14); “Contro poi tutti quelli, li quali studiosamente danneggiaranno

[…]” in relazione a tutte le specie di piante (art. 16); “Come

ancora incorrono nella medesima pena ed anche afflittiva e all’emenda del

danno fatto quelli che a bello studio dannaggiaranno i seminati d’ogni specie”

(art. 17). Dunque è considerata un’aggravante la “volontaria decisione

di produrre un vulnus al proprietario”. Cfr. G. Giammaria, Il ‘danno dato’

negli statuti di Campagna, cit., p. 128. La Bolla Benedettina prima e l’Enciclica

Clementina dopo, disciplinavano le pene per il danno dato nelle

campagne. Ad esempio, a norma della Bolla non con una pena corporale,

ma soltanto con la pena pecuniaria era punibile l’autore di un danno dato


Boville Ernica: un lacerto dello statuto

73

attuata poi in riferimento al periodo dell’anno in cui è commesso

il danno 60 , non comparendo però, come circostanza aggravante,

l’esercizio notturno dell’attività 61 .

La pena poi si diversifica anche a seconda che si tratti di portar

via rami, legna, radici ed alberi dagli oliveti o si tratti ad esempio di

rubare «i piantoni di olivo».

Un’altra attività importante nell’agricoltura e che con i nuovi

statuti si va a disciplinare è la cosiddetta “spigolatura”: consisteva

nella raccolta delle spighe di grano in seguito alla mietitura, cadute

nel campo e non raccolte dal mietitore. Era lecito, secondo la

norma, poter spigolare soltanto quando il padrone del campo avesse

terminato definitivamente la raccolta (nei documenti la spigolatura

si riferisce anche alle olive); in più, per gli otto giorni seguenti, era

negato l’ingresso nei campi alle bestie da pascolo.

Anche la spremitura delle olive era regolata dagli statuti, infatti,

gli artt. 13 e 14 stabiliscono con molta chiarezza norme in caso di

esportazione delle olive i raccoglitori dovevano preventivamente

studioso. Ma coloro i quali non avessero potuto soddisfare la pecuniaria,

avrebbero dovuto subire quella corporale.

60

Sussiste una particolarità negli statuti baucani a tal proposito. Invero non

è attuato un inasprimento della pena ma sono disposte delle proibizioni in

determinati periodi dell’anno; esemplificando: “in tempo del frutto pendente”

dal primo novembre fino a tutto febbraio o, con un’anticipazione,

dal 15 ottobre si proibiva l’introduzione del bestiame negli oliveti (art. 7)

e dal primo settembre fino alla totale raccolta dei frutti caduti si intendeva

vietata l’introduzione di galli o galline (art. 8). Qui dunque sono stati

prescritti i tempi calendariali ed in relazione ad essi si sono determinati i

divieti e le penalità. Cfr. Ivi, p. 129.

61

La potestà statutaria delle Comunità rurali presenta generalmente delle

casistiche specifiche in relazione al tempo del danno dato. Ciò solitamente

comporta una penalità più grande se il danno è arrecato nottetempo. La

disciplina statutaria di Bauco invece non diversifica in nessun articolo la

doppia regolamentazione, anzi all’art. 1 la pena disposta è la medesima “in

qualsivoglia tempo”, così come i divieti di “spigolare” all’art. 8 “vanno di

giorno e di notte” e all’art. 12 la pena inflitta è fissata “sia di giorno che di

notte”.


74

Rossana Fiorini

denunciare l’“assegna” della quantità da condurre fuori al segretario

locale. Anche i proprietari dei frantoi dovevano dichiarare al

segretario coloro che avevano macinato, la quantità delle olive

lavorate e dell’olio ricavato. Il lavoro del segretario comunitativo

durante questi procedimenti era molto oneroso e la sua figura appare

centrale nella procedura di controllo della produzione. Il suo lavoro

era sottoposto al giudice locale. Il segretario, con nota giurata, dava

ogni settimana la quantità delle olive che erano state effettivamente

macinate e dell’olio ritirato dalle famiglie; se ne dava infine notizia

all’Annona Olearia.

Una coltura particolarmente interessante, di cui si legge all’art.15,

dalla Comunità è legata alle piantagioni dei gelsi, utili all’industria

della seta attiva già da molto tempo rispetto all’anno degli statuti.

L’articolo disciplinava le pene per i danni che si causavano in

particolar modo alle foglie.

La vigenza e la codificazione degli statuti è segnatamente legata

all’organizzazione degli uffici e degli istituti del Comune. Dalla

lettura delle carte emergono gli ufficiali maggiori dello stesso, fra i

quali il sindaco 62 , i consiglieri, il camerlengo 63 , il podestà 64 , il giudice,

l’accusatore. Queste ultime tre cariche sono quelle che la dottrina

statutaria qui presentata nomina più spesso. In particolar modo in

tema di disposizioni di organizzazione della pena a contravvenzione

si prevedeva 65 la ripartizione della medesima fra la Comunità, il

giudice locale e l’accusatore.

Un simile testo – riveduto, esaminato ed in parte riformato, come

dai documenti si legge – dopo la tanto agognata approvazione,

62

Figura che era a presidio del Pubblico Consiglio. Firmava e sottoscriveva

i documenti, doveva quindi essere persona istruita, in grado di saper

leggere e scrivere.

63

Custodiva ed amministrava il denaro e le entrate del Comune, tenendo

presso i suoi uffici i sigilli da usarsi previa licenza del Pubblico Consiglio

o del sindaco.

64

La più alta carica dell’ordinamento comunale, il più alto magistrato.

65

Si confrontino gli artt. 1, 10, 11, 14 e 15.


Boville Ernica: un lacerto dello statuto

75

sarebbe dovuto rimanere intatto per molto tempo. Nelle intenzioni

del legislatore gli statuti avrebbero infatti dovuto rappresentare

l’esito finale di una bilanciata ripartizione delle pene rispetto alla

precedente normativa che, come abbiamo potuto appurare nelle

pagine scorse, aveva suscitato non pochi disordini nella Comunità

stessa. Se, tuttavia, l’obiettivo di una nuova stampa degli statuti era

stato quello di soddisfare le pressanti richieste della Comunità e di

limitare quindi i danni provocati nei terreni (soprattutto negli oliveti),

la ripartizione delle pene non sembrò coerente, equa ed equilibrata.

I casi previsti erano differenziati ma evidentemente approssimativi

e quindi, contrariamente a quanto si sarebbe potuto supporre,

la Comunità cercava un mutamento di prospettiva rispetto alla

precedente disciplina, esortando nel 1794 66 ad una riformulazione

di alcune delle voci elencate dagli statuti stessi. Sintomatica di tale

approssimazione redazionale fu la richiesta di modificare alcuni

capitoli statutari. A questo proposito è agevole osservare come la

supplica, inviata al Buon Governo, venisse sottoscritta dai padroni

delle bestie, gravati per le querele e le multe ricevute per i danni

causati in campagna. La cifra sintetica di tale richiesta di moderazione

era elaborata a ridosso del tipo di danno causato, che la norma né

stabiliva né interpretava attingendo ad una nuova e maggiore equità

e facendo leva sulla distinzione tra i danni di poco conto e quelli di

più ampia entità. Ciò infatti sta a chiarire che per tutti i danni, anche

quelli di piccola entità, si applicava e si ripeteva inesorabilmente

la medesima rigorosa multa. A chiosa del documento peraltro si

legge: «risiedendo i rispettivi contadini in campagna è caso quasi

impossibile che qualche loro animale non abbia per sfuggita ad

incorrere in modico danno, non sembrando perciò ragionevole, che

debba il padrone esser multato a similitudine del danno grave» 67 .

66

BG, b. 449. Si tratta di un memoriale e due lettere indirizzate al Buon

Governo. A redigere i documenti a nome della Comunità sono il sindaco

Giovan Gualberto Beccarini e l’ufficiale Paolo Crescenzi. L’arco temporale

delle suddette è compreso fra l’8 e il 26 febbraio 1794. La data apposta

dal Buon Governo è del 15 marzo 1794.

67

Ibidem.


76

Rossana Fiorini

Si supplicava pertanto di poter stimare il danno con una maggiore

accuratezza. È ipotizzabile che tali motivazioni siano state accolte

nella Riforma di un capitolo dello Statuto, nel 1816, di cui è bene

precisare che non si hanno altri dati limitatamente a questa ricerca.

Le più recenti presenze dello Statuto nelle carte d’archivio si

registrano ancora nel 1840, per un episodio di danno dato avvenuto

nel 1838. L’avvenimento è relativo ad un ragazzo di Monte San

Giovanni Campano che si era introdotto all’interno di un oliveto

e, sorpreso, era stato accusato e multato della pena di diversi

scudi. Invero, sarà poi il padre a comparire nelle carte, essendo il

ragazzo ancora minorenne, figlio di famiglia. Le ultime evidenze

documentarie provengono dall’Archivio di Stato di Frosinone,

fondo della Delegazione Apostolica, in una testimonianza in cui il

Priore di Bauco nel dato afferma che «in questa Comune vi esiste

lo Statuto Locale per i danni dati nel di lui territorio cagionati, e

fino al presente e in pieno vigore, specialmente per li danni fatti dal

bestiame caprino, con quelle regole, e penali che nel Capitolo 4° di

esso Statuto restano già emanati contro di queste, per cui per maggior

dichiarazione, ho creduto rimetterne qui copia autenticata» 68 .

Tale episodio porta quindi a concludere indiscutibilmente che

ancora alla metà del XIX secolo lo Statuto di Bauco sopra li danni

che si fanno nelli terreni è fonte normativa di riferimento in “pieno

vigore” per tutta la Comunità.

68

Archivio di Stato di Frosinone, Fondo Delegazione Apostolica, Agricoltura,

Titolo II, b. 324. Il priore Paolo Pinti alla Delegazione Apostolica; la

data in calce è del 22 luglio 1841. Nella busta è stata rintracciata inoltre la

copia autenticata menzionata dal Priore. Si è potuto appurare che il Capitolo

4° combaciava ancora con quello che in questa sede si è presentato.


Rossana Fiorini

Castro dei Volsci:

lo Statuto Agrario del 1795.

Testimonianze d’archivio.

In merito alla ricerca storica locale relativa al progetto “Storia

comune”, sono stati visionati documenti che riguardano gli Statuti

comunali medievali vigenti fino al 1816 nel Comune di Castro dei

Volsci, anticamente chiamato Castro, un piccolo centro che viveva

di agricoltura e allevamento.

L’esperienza istituzionale di Castro era regolata dagli statuti

denominati Statuta terrae Castri. La stesura del più antico testo

normativo castrese attualmente posseduto, che discende da un atto

di autonomia normativa dell’Universitas, va collocata tra il 1404 e il

1510; lo statuto ebbe poi una trascrizione nel 1589.

La fonte statutaria di Castro, analogamente a molte altre, non

può definirsi immutabile, fissa e costante; essa è materia viva,

suscettibile di modifiche o integrazioni, per regolare al meglio la

vita della Comunità, ancorché sussistevano per la stessa degli ambiti

di specifico e maggiore interesse come, per esempio, la tutela e la

massima importanza che si attribuiva alle pratiche agricole e ai danni

che si potevano arrecare a piantagioni o terreni. È vero infatti che

dello statuto quattrocentesco, rimasero in vigore fino al XVIII secolo

(quando con l’assoggettamento delle terre baronali alla legislazione

statuale la sua normativa perse rapidamente valore), solamente

le disposizioni sul danno dato; finché furono sostituite col nuovo

Statuto agrario del 1795.

Il nuovo codice si divideva in due parti: danni dati con bestie,

danni manuali. Lo statuto agrario andava a sostituire le disposizioni

del vecchio statuto che risalivano a diversi secoli prima e che quindi

non potevano più considerarsi idonee a regolare giuridicamente le

pratiche agricole, né tantomeno il danno dato.

Così, come asserisce Paolo Scaccia Scarafoni, si possono

facilmente comprendere quanto inadeguate dovessero essere quelle


78

Rossana Fiorini

disposizioni, che erano state elaborate in funzione di un sistema

economico agricolo molto primitivo e per una comunità di poche

centinaia di persone, che ora viceversa superava le 2100 unità.

Inoltre, mentre l’inflazione monetaria aveva tolto efficacia alle

sanzioni pecuniarie stabilite dall’antica regolamentazione, si doveva

percepire l’esigenza «del coordinamento di questa con la ormai

copiosa legislazione statuale in materia agricola» 1 . Tali motivazioni

si possono scorgere dalla lettura delle carte d’archivio consultate

presso l’Archivio Colonna della Biblioteca del Monumento

Nazionale di Santa Scolastica di Subiaco e presso il fondo della Sacra

Congregazione del Buon Governo dell’Archivio di Stato di Roma.

La ricerca d’archivio ha infatti prodotto una serie di documenti che

riguardano per larga parte il danno dato. Grandissima importanza

ha tale informazione, perché ci fa capire in che modo lo studio sul

danno dato – all’interno della più vasta disamina delle carte – possa

riportare a noi uno spaccato dell’effettiva applicazione delle norme

che derivavano dallo statuto. Il materiale visionato peraltro risale

agli anni immediatamente precedenti la nuova redazione dello

Statuto agrario del 1795. L’importanza della regolamentazione delle

attività produttive rurali appare più fattiva e concreta nell’accurata e

meticolosa distinzione dei damnorum datorum.

Emerge chiaramente una estrema attenzione delle scritture

normative per i danni arrecati da animali e uomini ai coltivi e in

generale ai prodotti agricoli: una costante di lungo periodo che

collega e accomuna le civitates rurali e le minori comunità. Si nota

il bisogno collettivo di incrementare i terreni da destinare a coltivo,

necessità avvertita anche dagli ecclesiastici e spesso osteggiata dai

baroni, attirati dai minori costi del pascolo. L’inasprimento delle

pene e la ricerca di una maggiore efficacia sanzionatoria in alcuni

casi sembrerebbe conseguenza dell’introduzione di colture erbacee

destinate al bestiame e alla correlata sottrazione di varie tipologie di

1

P. Scaccia Scarafoni, Gli Statuti di Castro (oggi dei Volsci), Anagni 1989

(Biblioteca di Latium, 8) p. 31; Id, Gli Statuti di Castro di Campagna, in

questo volume.


Castro dei Volsci: lo Statuto Agrario del 1795

79

fondi, banditi, anche solo in maniera temporanea, al pascolo 2 .

Dai documenti risultano le suppliche di singoli cittadini, ad

esempio per richiedere che si attuasse una giusta regolamentazione,

in grado di accumunare tutti i luoghi e i paesi confinanti, in relazione

ai dazi 3 da pagare per i terreni da pascolo e in riferimento alle multe

da pagare legate al danno dato.

Già a partire dal 1752 ritroviamo delle suppliche indirizzate al

Buon Governo in cui è possibile discernere la volontà della Comunità

di modificare le disposizioni relativamente alla giurisdizione sui

danni provocati dai suini. Si richiedeva maggiore sorveglianza verso

le stesse che rendevano l’aria e la terra “sporca”, a discapito della

cura del corpo della persona e della sua buona salute. Inoltre veniva

reiterata l’istanza sopra l’espulsione dei suini, già precedentemente

comprovata fin dal 1708 da risoluzioni consiliari. Si inviavano

al contempo: copia del bando elaborato nel 1708 a firma del

Governatore 4 , copia della lettera della Sacra Congregazione, copia

2

Subiaco, Biblioteca del Monumento Nazionale di Santa Scolastica, Archivio

Colonna (in seguito solo Colonna), Castro III A.D., Corrispondenza,

1742-1775. Il luogotenente Domenico Antonio Galloni, con una

missiva del 12 settembre 1772 indirizzata al Governatore, ribadisce che

la consuetudine di Castro, relativa al pascolo, prevede che le pene per il pascolo

abusivo nella selva terminano il giorno dopo di S. Andrea Apostolo,

esclusa le Selva della Monticella. Però i fratelli Lauretti di Vallecorsa vogliono

togliere il libero pascolo ai castresi e per questo vanno raccogliendo

testimonianza contrarie a tale consuetudine. Tutto ciò è pregiudizievole

agli interessi di casa Colonna poiché si inibisce il transito al libero pascolo

creando ostacolo anche alla fida.

3

Ivi.

4

Ivi. Il testo del bando recitava: «Ci ha la medesima Sacra Congregazione

con ordine espresso a noi ordinato con ogni rigore estirpare tali animali

da detta Terra, e Territorio sotto pene rigorosissime, riservando solo ad

uso proprio dei cittadini chi vorrà allevarsene ritenere anche uno, o due,

ristretti e che non vadino vagando per la terra ciò le sia lecito. Quindi

per ubbidire, come è il nostro debito, con il precedente pubblico editto

ordinario, ed espressamente comandiamo, che dopo la pubblicazione del

presente non vi sia nessuna persona di qualsivoglia stato, grado, condizione,

anche privilegiata, non ardischi, né presumi ritenere simili animali se


80

Rossana Fiorini

di alcune risoluzioni consiliari adottate per ovviare ai continui

danneggiamenti che si commettevano 5 . Si spiegavano le motivazioni

che avevano portato una insufficiente osservanza del suddetto bando

a causa di “facinorosi” e “delinquenti” che non ne hanno fatto

eseguire la sua piena attuazione 6 .

In realtà, gran parte delle successive carte d’archivio sono

connotate dai conflitti fra i cittadini per i diversi casi disciplinati dal

codice del danno dato. Gli ambiti nei quali tali conflitti si rivelarono

particolarmente aspri furono, oltre a quelli dei diritti sul pascolo e il

potere di limitazione degli stessi, relativi all’inasprimento delle pene

non con la conformità del presente editto sotto la pena della perdita degli

animali e di scudi 25 per padrone, d’applicarsi la metà alla corte e l’altra

metà disponeva in tal caso la detta Sacra Congregazione oltre la mercede,

che destiniamo agli esecutori, che sarà di scudi 5 per massaria, e giulj per

capo d’animale, dichiarando la massaria s’intenda passata il numero di 10;

avverta ogni uno di ubbidire perché si procederà per via di inquisizione e

si darà credito ad un testimone degno di fede; il presente editto pubblicato

che sarà, e affisso la copia nel luogo solito di questa terra vogliamo, che

abbia forza e rigore come fosse stato ad ognuno personalmente intimato,

dato in Castro nella nostra residenza questo dì 6 ottobre 1708. Lelio Lunghi

Governatore. Pompeo Mulinaro Cancelliere».

5

Ivi. Il governatore scrive al Principe Colonna in data 20 aprile 1752 «I

pubblici rappresentanti per comprovare maggiormente le loro istanze […]

hanno esibito un bando proibitivo di detti (animali) neri fatto fin dal 1708,

dal Governatore di quel tempo per ordine della Sacra Congregazione […]

come altresì alcune resoluzioni consiliari per la detta espulsione».

6

Ivi: «[…] mi è stato soggiunto avere avuta l’esecuzione per alcuni anni,

e che l’avrebbe avuta fin al presente giorno, se in questa terra non fossero

nate delle scissure, e disordini per causa di omicidij ed altri enormi delitti,

per i quali contumaci e delinquenti si erano resi talmente audaci e facinorosi,

che la Giustizia non poteva seguire il suo pieno corso e gli esecutori non

potevano mai accostarvisi, e dal tempo delle predette scissure in qua perde

la sua osservanza; laonde per le cose suddette prima di venire alla rinnovazione

di detta proibizione di neri ho stimato mio preciso debito consultarne

le sanissime determinazioni di Vostra Eccellenza, potendole accertare tanto

per parte mia, che per parte dei renomati pubblici Rappresentanti esser

gravi li danni che da detti animali si apportano […]».


Castro dei Volsci: lo Statuto Agrario del 1795

81

comminate per i danni delle bestie.

La trattazione dell’argomento dal Pubblico Consiglio avvenne

nel 1794, proprio un anno prima che si confermassero le nuove

disposizioni. Vi fu, anzitutto, la segnalazione dei danni arrecati alle

piantagioni di olive e si votò affinché si aumentassero le sanzioni,

credendo questo l’unico rimedio per impedire il «frequente

danneggio, e come l’unico mezzo per promuovere lo spirito di questa

utile industria, tanto raccomandata» 7 dal Buon Governo «con editto

7

Archivio di Stato di Roma, Fondo Sacra Congregazione del Buon Governo,

Serie II (in seguito solo BG), b. 918. Da una lettera del Luogotenente

Giovan Battista De Giulj al Principe Colonna, in data 28 gennaio 1794:

«Sul ricorso avanzato a nome Giuseppe Solli alla Santità di Nostro Signore

per l’accrescimento delle pene per le bestie, che dannificano le piantagioni

di olive, rimessomi da Vostra Eccellenza volersi i Pubblici Rappresentati

sentire il Pubblico Consiglio, tenuto il 24 del corrente. Niuno dei consiglieri

si oppose alla rappresentanza del Solli in quanto alla sussistenza dei

su detti danni nelle dette piantagioni, massime novelle si questionò lungamente,

se sì o no, dovessero crescere, le pene per rimediare a tali dannificazioni.

I Deputati Ecclesiastici, se non dal numero maggiore, almeno dalla

parte più sana de’ consiglieri diedero il loro ragionato voto consultivo, che

si crescessero tali pene, come l’unica remora per impedire questo frequente

danneggio, e come l’unico mezzo per promuovere lo spirito di questa utile

industria, tanto raccomandata dalla Santità di Nostro Signore con editto

emanato per organo di Monsignor Tesoriere de’ 21 aprile 1788. Al parere

de’ Deputati Ecclesiastici, si oppose il Consigliere Marco Palombi, il

quale senza confutare le ragioni addotte da essi deputati, arringando altro

non poté dire, che si stia alle pene delle Liberanze, altre volte imposte. Il

di lui arringo però, tutto che inconcludente, tirò a sé nella ballottazione il

maggior numero De’ voti de’ Consiglieri, i quali avendo bestiame a proprio

conto non sanno indursi all’accrescimento delle pene, che sarebbero contro

loro stessi e perciò invece di seguire il parere de’ Deputati Ecclesiastici,

la maggior parte de’ Consiglieri approvò l’arringa del consigliere Marco

Palombi, la quale favorisce i Dannificanti; e toglie ogni speranza ai coltivatori

degli Olivi di vedere un giorno il frutto de’ lori sudori e impedisce l’accrescimento

di questa vantaggiosa industria. Che però costando dall’esperienza,

che le pene imposte in addietro per impedire le dannificazioni a tali

piantagioni, non sono state finora bastanti ad ottenere il fine della legge;

sembra troppo necessario, che si venga ad espediente più efficace, quale


82

Rossana Fiorini

emanato nel 1788». Posizione differente fu assunta dal consigliere

Marco Palombi il quale, senza confutare le sanzioni, con un’arringa

portò al successo la sua tesi poiché: «Il di lui arringo, tutto che

inconcludente però, tirò a sé nella ballottazione il maggior numero

di voti dei consiglieri, i quali avendo bestiame a proprio conto non

sanno indurgli all’accrescimento delle pene, che farebbero contro

loro stessi» 8 . Pertanto la maggior parte dei consiglieri non prese

in considerazione il parere dei “deputati ecclesiastici”, ma preferì

approvare l’arringa 9 del consigliere Palombi.

Giuseppe Solli, in una supplica al Papa contro i pastori, ribadì

che continuavano ad essere eccessivi i danni provocati dal bestiame

alle piantagioni delle olive 10 e chiese dunque di imporre una pena

per impedire «i danneggiamenti». L’Uditore di Ceccano, diretto al

è appunto l’accrescimento di dette pene, a norma del parere de’ Deputati

Ecclesiastici, ben informati della vastità del territorio sufficientissimo per

il pascolo del bestiame, senza che questi scorrano per il corpo degli uliveti:

che in contrario ne dicano i Pubblici Rappresentanti a piè del foglio della

risoluzione consiliare, che col ritorno del ricorso umilio all’Eccellenza Vostra

a cui profondamente mi inchino. Di Vostra Eccellenza Padrone. Castro

28 Gennaio 1794. Giovan Battista de Giulij Luogotenente»

8

Ivi.

9

Ivi. Tale arringa «toglie ogni spesa a coltivatori di olive, di vedere un

giorno il frutto di loro sudore; e impedisce all’accrescimento di questa vantaggiosa

industria».

10

Ivi. Giuseppe Solli invia una supplica al Papa. Il documento è datato 11

gennaio 1794. «Giuseppe Solli al Beatissimo Padre. Giuseppe Solli del

Luogo di Castro Feudo del Gran Contestabile Colonna prostrato ai piedi

della Vostra Beatitudine umilmente espone, che li Pastori di detta Terra di

giorno in giorno danneggiano con il Bestiame le piantagioni d’olive. Per la

tenuità di pena imposta contro tali Danneggianti nella Legge Municipale

fatta da Persone che ritengano Bestiami in guisa, che per mero caso in una

piantagione vi resta qualche piantone, che non sia dalli Bestiami; già la

Vostra Beatitudine animò lo Stato a far tali piantagioni con dar il premio

per esser tal piantagione riconosciuta troppo vantaggiosa; ora affinché tal

piantagione possa dare, e rendere l’utile riconosciuto, l’Oratore supplica la

Vostra Beatitudine ad imporre una pena, mediante la quale si astenghi di

danneggiare simili piantagioni. Castro, 11 Gennaio 1794».


Castro dei Volsci: lo Statuto Agrario del 1795

83

Buon Governo, fece notare che la proposta del Solli non era bene

accetta da tutti e che la situazione risultava essere più complicata

di quanto si credesse, in quanto certamente l’aumento delle pene

avrebbe scoraggiato l’attività della pastorizia; per cui sarebbe bastato

applicare le norme dello Statuto esistente. Inoltre l’Uditore sottolineò

che la pastorizia era un’attività rilevante e che per converso gli stessi

proprietari degli oliveti non intendevano investire alcuna somma

di denaro per realizzare una recinzione con “macerie” e siepi 11 che

fosse veramente efficace.

La Comunità di Castro dunque propose 12 di aumentare la somma

11

Ivi: «Il memoriale presentato al Santo Padre da Giuseppe Solli di Castro

e rimesso alla Sacra Congregazione in cui proponeva l’aumento delle pene

statutarie per il danno dato negli Uliveti e di quel Territorio, si manda da

quel Luogotenente la informazione. Il Consiglio di quella Comunità e li

Pubblici Rappresentanti di quel Pubblico sono contrari al detto proposto

aumento delle pene, come dalla carta ossia foglio, che umilio a Vostra Signoria

Illustrissima e Revendissima. Aggiungo, che se le pene si esiggessero

come si trovano stabilite, potrebbe ciò bastare alla salvezza degli oliveti.

Pare probabile, come avvertono li Pubblici Rappresentanti , che l’aumento

si proponga per iscoragiare la pastorizia con la industria della quale si mantengono

moltissimi in quella Terra. Gli Zelanti poi dell’aumento pare, che

intendino di non volere spender per le fratte e per le macerie con le quali

ristringere i loro oliveti, e avere per lo scoraggimento de’ pastori indirettamente

il loro intento […]». Lettera dell’Uditore di Ceccano Giacomo A.

Rizzardi al Buon Governo in data 4 febbraio 1794.

12

Ivi. Copia del verbale del Pubblico Consiglio della Comunità di Castro

firmato dal Segretario Domenico Antonio Galloni e dal Luogotenente

Giovan Battista de Giulij in data 25 gennaio 1794. «Foglio di risposta che

fanno li Signori Pubblici Rappresentanti di Castro alla supplica fatta dal

Sig. Giuseppe Solli a Nostro Signore per la pena rigorosa ai Bestiami nelle

piantagioni delle Olive, qual supplica è stata fatta manifestata alla Sacra

Congregazione del Buon Governo, che ha riscritto informazione, etc. Sentiti

gli Pubblici Rappresentanti, i quali per una cosa più giusta hanno voluto

sentirne il Pubblico Consiglio tenuto coll’intervento de signori Deputati

Ecclesiastici, fatto ieri 24 gennaio 1794 del seguente tenore, cioè: Proposta:

il sig. Giuseppe Solli ha ricorso ha Nostro Singore colla supplica che

ponga la pena contro a chi danneggia li Oliveti più di quello, che è nella


84

Rossana Fiorini

delle contravvenzioni relative ai danni provocati dalle bestie,

andando a disciplinare una diversificazione degli stessi: se compiuti

da animali “grossi” oppure “minuti”, se “studiosi” o “notturni”

(quindi intenzionali).

È interessante notare che la disposizione proposta durante il

Pubblico Consiglio fu in seguito accolta nel testo definitivo dello

Statuto Agrario di Castro dei Volsci dell’anno 1795:

«Le pene che si saranno imposte anche liberazione fatta

deliberanza per causa, che quella vi è troppo tenue, motivo per cui vengono

danneggiati detti oliveti come meglio dalla supplica ora letta, la quale dalla

Sacra Congregazione del Buon Governo è stata rimessa per sollecita informazione

sentiti in scritto i Pubblici Rappresentanti, i quali vonno sentire il

presente Pubblico Consiglio, onde li sopradetti sig. Deputati ecclesiastici

Abate don Domenico Antonio Tafani, e don Giuseppe Lombardi per il loro

voto consultivo, per dar remora a questi danni frequenti per dare al Paese

una risorsa, forse l’unica, che si puole sperare con l’industria dell’oliva,

sono di sentimento, che si crescano le pene, cioè riguardo alle bestie grosse,

cioè vaccine, anche Bovi, muline, o Somarine vi si imponga la pena

danneggiando gli oliveti ristretti in ogni tempo scudi due a capo, e che di

notte il doppio, ed che studioso il doppio della notte, e riguardo alle Bestie

minute caprine, pecorine, e porcine trovate a danneggiar in detti oliveti

ristretti vi si imponga la pena di baiocchi settancinque a capo, e di notte il

doppio, ed essendo danno studioso il doppio della pena della notte; a queste

stesse pene si estendano anche le stesse anche se ristretto all’oliveti non

ristretti in tempo che vi sono li frutti. E tali pene da ripartirsi per la metà al

danneggiato oltre il danno, e per l’altra metà alla corte o balio.

Marco Palombi consigliere arringando dice che li pare ben giusto di stare

alle pene già imposte nello statuto ossia nelle deliberanze e perciò che si

debba fare a dette pene.

Stante tale disparere, si voterà due volte con dichiarazione che si intenda

accettato o sia approvato il parere, o arringo, che avrà più voti bianchi, e

chi no non approvato.

Corso il Bussolo per il parere dei Signori Deputati Ecclesiastici si sono

trovati voti bianchi numero nove e neri numero dieci sette.

Corso il Bussolo per l’arringo del Consigliere Palombi si contavano voti

bianchi sedici e neri numero dieci.

Sicché è stato approvato l’arringo di Marco Palombi. G.B. de’Giulj Luogotenente.

Di A. Galloni segretario»


Castro dei Volsci: lo Statuto Agrario del 1795

85

dalli deputati del Pubblico Consiglio tenuto coll’intervento

dei deputati ecclesiastici, e già approvata dal barone sono

le seguenti: bestie grosse a spromuccare, o altro danno agli

oliveti ristretti recipienti giulii 10.

Bestie minute, anche porcine, a detti oliveti giulj 15.

E dette pene agli oliveti ristretti vi siano di tutto tempo. Agli

oliveti non ristretti sì padronali che communitativi nihil.

Bestie grosse a dar danno agli oliveti non ristretti, in tempo

vi sono le olive, o in terra o nei piedi baiocchi 15.

Bestie minute, anche porcine, a dar danno come sopra scudi

50, alli porci mannarini scudi 5» 13 .

Ciò conferma linearità e continuità in merito alla disciplina del

danno dato 14 .

13

Ivi, il documento si conclude con il seguente testo: « Essi Pubblici Rappresentanti

dicono, che si rimettono anche essi a quanto è stato risoluto in

Pubblico Consiglio, cioè al parere dell’arringatore Marco Palombi, quale

è rimesso approvato in detto Consiglio, e dicono che fa bene il parere dei

Sig. Deputati Ecclesiastici è stato di dare grosse pene, questo credo che sia

stato a motivo di non esser essi capaci della pastorizia e neppure del territorio

di Castro che è troppo confuso, che il tutto. Castro, 25 gennaio 1794.

Domenico Antonio Galloni segretario».

14

Cfr. inoltre P. Scaccia Scarafoni, Gli Statuti di Castro, cit., pp. 102-103,

art. 11 sugli «Oliveti».


Paolo Scaccia Scarafoni

Gli Statuti di Castro in Campagna

Forse fin da epoca tardoantica o altomedievale, il territorio di Castro

appartenne patrimonialmente alla Chiesa come grande proprietà

agricola, messa a frutto attraverso aziende rustiche di pianura (i

casalia e le domuscultae), come sembrano indicare i ritrovamenti

archeologici altomedievali di Casale di Madonna del Piano 1 . Comunque

sia, l’appartenenza al patrimonio della Chiesa di Roma si

manifesta pienamente alla metà del secolo XII, quando Eugenio III

dona all’abbazia di Casamari una porzione di mulini, terre, pascoli e

selve di Castro e del limitrofo castello di Montenero, centro peraltro

in via di spopolamento a favore di Castro 2 .

Tuttavia la prima menzione di Castro è precedente, cioè del 1081,

quando papa Gregorio VII, confermando la giurisdizione del vescovo

di Veroli, comprende il castello nel territorio diocesano, come poi

faranno i pontefici successivi da Urbano II ad Anastasio IV 3 . È intu-

1

Il sito ha restituito i resti di una grande villa esistita fra epoca tardo-repubblicana

ed imperiale, ridotta ad azienda agricola nel IV secolo e in cui,

tra V e VI secolo, venne realizzato un edificio di culto cristiano, absidato

e a tre navate; il complesso agricolo-cultuale ebbe vita fino al secolo IX,

quando fu distrutto da un incendio «probabilmente coevo della distruzione

di Montecassino e di San Vincenzo al Volturno ad opera degli Arabi (881-

883)», cfr. G. R. Bellini, L’edificio di culto, in Il Museo civico archeologico

di Castro dei Volsci, a cura di M. Fenelli, P. Pascucci, Roma 2009,

pp. 63s; 64. Per notizie e bibliografia sul complesso archeologico vedi S.

Pietrobono, Carta archeologica medievale. Frosinone, Firenze 2006, pp.

161-164; Il Museo civico, cit., passim.

2

Vedi argomentazioni e bibliografia in P. Scaccia Scarafoni, Gli Statuti

di Castro (oggi Castro dei Volsci), Anagni 1989 (Biblioteca di Latium, 8),

p. 10.

3

Cfr. A. Pieralisi, Bullae seu diplomata, Roma 1899, pp. 9-11; C. Scaccia

Scarafoni, Le carte dell’Archivio capitolare della cattedrale di Veroli,

Roma 1960, pp. 104-108, 121-124, 145-148, 150-153, 169-171, 193-196.


88

Paolo Scaccia Scarafoni

ibile che Castro, abitato di altura e fortificato come indica lo stesso

nome, sia sorto nell’àmbito del più vasto fenomeno dell’incastellamento

quando nel Lazio, dal secolo IX, la necessità di coltivare le

terre lontane dalle città spinse sopratutto i grandi enti ecclesiastici a

creare nuovi insediamenti abitativi in luoghi muniti e difesi da mura 4 .

Al 1157 risalgono le prime notizie dello stretto controllo dell’amministrazione

papale sul castello attraverso un fiduciario, detto prima

balivo e poi custode: è da sottolineare che la carica di custode è

quella preposta al governo di un castello di vitale importanza politica

e militare per lo Stato della Chiesa. Le fonti storiche successive sono

molto esplicite circa il ruolo strategico di Castro, controllato attraverso

personalità ecclesiastiche e laiche, che – dietro pagamento di

un consistente canone in danaro alla Chiesa – esercitano per proprio

conto i diritti patrimoniali e di sovranità sulla popolazione e sul territorio

5 .

Tra l’altro, nel 1284, papa Martino IV conferisce la castellania di

Castro al rettore della provincia di Campagna e Marittima, Andrea

Spiliati 6 , cosicché non stupisce che poi documentazione del 1311

attesti che Castro sia sede del tribunale del giudice generale della

provincia, Raimondo di Guglielmo de Bolderiis 7 .

Nonostante questo controllo così stretto da parte dell’amministrazione

papale, nel corso del Trecento sembra svilupparsi un’organizzazione

civica, perché nel testamento di Giacomo di Ceccano del

1363 vengono lasciati sessanta fiorini «hominibus de Castro in conmunitate»,

in riparazione di alcuni danni arrecati alla popolazione 8 .

4

Sull’incastellamento vedi P. Toubert, Les structures du Latium médiéval.

Le Latium méridional et la Sabine du IX au XIII siècle, Rome 1974, pp.

303-447.

5

Cfr. P. Scaccia Scarafoni, Gli statuti di Castro, cit., pp. 11-14.

6

G. Falco, I comuni della Campagna e della Marittima nel Medio Evo, in

Id., Studi sulla storia del Lazio nel Medioevo, Roma 1988, pp. 419-690:

470.

7

Cfr. M. T. Caciorgna, Le pergamene di Sezze (1181-1347), Roma 1989,

pp. 342-344.

8

Regesta chartarum. Regesto delle pergamene dell’Archivio Caetani, a


Gli Statuti di Castro in Campagna

89

Ma certamente i tempi non sono molto propizi, perché siamo all’epoca

della cosiddetta “cattività avignonese”, cioè quando i successori

di Bonifacio VIII sono perlopiù francesi, risiedono ad Avignone ed

amministrano questa provincia con personale ultramontano (prima

era romano o nativo del Lazio meridionale), che, estraneo alle

tradizioni giuridiche locali, cerca di comprimere le secolari libertà

dei comuni maggiori, consacrate da papa Caetani nella costituzione

“Romana mater”, e certamente argina la nascita di nuove autonomie

nei castelli controllati direttamente, come Castro 9 .

Tra l’altro, il periodo della residenza avignonese dei pontefici

coincide con gravissime ribellioni all’interno di tutto lo Stato della

Chiesa contro l’amministrazione papale e nel 1366 scoppia una

sollevazione generale dei comuni del Lazio meridionale, ma Castro

è saldamente nelle mani degli officiali della provincia e non vi partecipa

10 .

La “cattività avignonese” ha termine nel 1377 col ritorno a Roma

di Gregorio XI, che però muore l’anno seguente, lasciando molti

contrasti irrisolti tanto nello Stato quanto all’interno del collegio cardinalizio.

La successiva elezione di Urbano VI, primo papa italiano

dopo cinque francesi, provoca per contraccolpo la secessione dei

cardinali francesi, che a Fondi – con la protezione armata del conte

Onorato Caetani – eleggono un altro pontefice, ovvero un antipapa:

il francese Robert de Genevois, che prende il nome di Clemente VII.

Inizia così il Grande Scisma d’Occidente (1378-1417) destinato a

protrarsi per ben 39 anni. Clemente VII non riesce ad insediarsi a

Roma e va a stabilirsi ad Avignone, ma nomina rettore della provincia

di Campagna e Marittima Onorato Caetani, con poteri di vicario

apostolico e concedendogli pure l’ereditarietà della carica. Il Caetani

è abilissimo uomo d’armi e politico accorto, tanto che, guerreggiando

e promettendo le migliori condizioni ai comuni, riesce a guadacura

di G. Caetani, Sancasciano Val di Pesa 1926, 2, p. 218s.

9

Sulla situazione della Campagna e Marittima all’epoca, vedi G. Falco, I

comuni, cit., pp. 567-659.

10

Ivi, p. 463.


90

Paolo Scaccia Scarafoni

gnare l’obbedienza di larga parte della provincia 11 .

In questi frangenti, la città di Veroli passa all’obbedienza avignonese

tra marzo e aprile 1383, dopo la morte del suo vecchio vescovo

Giovanni de Prato. Segue un periodo in cui Veroli ha contemporaneamente

due vescovi: l’uno di nomina romana non può prendere

possesso della cattedra in Veroli e – almeno nella seconda metà degli

anni ‘90 – risiede a Bauco (Boville Ernica) 12 ; mentre l’altro, Nicola,

prima d’entrare a Veroli, nel 1384 s’installa a Castro, che era dunque

già nell’orbita di Onorato Caetani e, anzi, doveva presentarsi come il

luogo più sicuro nella diocesi per la fazione avignonese 13 .

Ma, nella seconda metà degli anni ‘90 del Trecento, Onorato Caetani

e l’obbedienza avignonese pèrdono progressivamente terreno

in tutta la provincia sotto il profilo militare e politico (Veroli ripassa

all’obbedienza romana nella primavera 1399) e, assai significativamente,

la prima notizia di Castro per il Quattrocento ci mostra questa

castellania presidiata da un fiduciario del papa romano Bonifacio IX,

successore di Urbano VI: Ubaldino Guidalotti, investito del castello

nel 1403 14 .

Nel successivo 1404, Bonifacio IX guadagna a sé il potente re di

Napoli, Ladislao d’Angiò, dandogli in contropartita il governo della

provincia di Campagna. Il monarca di Napoli ha tra i suoi migliori

11

Per notizie e bibliografia su Onorato Caetani vedi Dizionario biografico

degli Italiani, Roma 1973, 16, sub voce a cura di E. R. Labande; M.

T. Caciorgna, La contea di Fondi nel XIV secolo, in Gli ebrei a Fondi e

nel suo territorio. Atti del convegno. Fondi 10 maggio 2012, a cura di G.

Lacerenza, Napoli 2014, pp. 49-88. Per l’azione politica inerente i comuni

di Campagna e Marittima, vedi G. Falco, I comuni, cit., pp. 659-676; A.

Esch, Bonifaz IX. und der Kirchenstaat, Tübingen 1969, ad indicem; M. T.

Caciorgna, La contea, cit., pp. 63-72.

12

Archivio Capitolare di S. Andrea in Veroli, perg. 86, in data 1396 giu.

29, Bauco, rescritto del vescovo d’obbedienza romana, Francesco Bellanti,

relativo a beneficio in Veroli.

13

Ivi, perg. 52, in data 1384 giu. 7, Castro, rescritto del vescovo clementista,

Nicola, relativo a beneficio in Veroli.

14

G. Silvestrelli, Città, castelli e terre della regione romana, Roma 1940,

p. 135; A. Esch, Bonifaz IX. undderKirchenstaat, cit., p. 491n.


Gli Statuti di Castro in Campagna

91

alleati i Colonna del ramo di Genazzano e ricompensa presto costoro

con la concessione di Castro e Ripi (certamente prima del 1408) 15 .

Non si conoscono i termini di questa prima concessione ai Colonna

di Genazzano, ma costoro riescono a conservarne il possesso anche

quando il Grande Scisma si complica ulteriormente con il prevalere

in questa provincia di una terza obbedienza, cioè quella ad Alessandro

V, eletto dal concilio di Pisa nel 1409: fin da quell’anno questo

pontefice riconosce i castelli di Castro e Ripi ai fratelli Giordano e

Lorenzo Colonna per tre generazioni, con le facoltà di vicari apostolici,

cioè con una posizione giuridica quasi sovrana 16 .

Infine il Grande Scisma ha termine nel 1417 con l’incontrastata

elezione al soglio pontificio del fratello di Giordano e Lorenzo Colonna:

Oddone, che assume il nome di Martino V. Il favore del nuovo

pontefice consente ai Colonna di consolidare e perpetuare il possesso

di Castro. Anzi, nel 1427, Martino V provvede a dividere i numerosi

feudi colonnesi tra i nipoti Antonio ed Odoardo, figli di Lorenzo,

e assegna ad Antonio la titolarità di Castro. Però, nel bilancio della

Camera apostolica del 1481, attraverso dinamiche successorie che

non conosciamo in dettaglio, Castro risulta essere passato al «signor

duca Columna et fratelli», ovvero a Fabrizio duca dei Marsi e fratelli,

figli di Odoardo, di cui avremo modo di riparlare 17 . Intanto diciamo

che le ulteriori successioni nella signoria di Castro sono in linea

retta: da Fabrizio a suo figlio Ascanio, celebre uomo d’armi, e da

questi al figlio Marcantonio II, il vincitore di Lepanto.

Gli statuti di Castro pervenutici sono del periodo dell’appartenenza

ai Colonna, come mostrano quattro riferimenti del testo ai domini

Columnenses o domini nostri (proemio; libro I, rubr. I e XXXVI;

libro II, rubr. XXVII) 18 . Inoltre, in due casi, le espressioni che accompagnano

il riferimento ai Colonna fanno intendere che la loro

15

Vedi P. Scaccia Scarafoni, Gli statuti di Castro, cit., p. 15.

16

Vedi ibidem.

17

Vedi C. Bauer, Studi per la storia delle finanze papali durante il pontificato

di Sisto IV, in Archivio della Società romana di storia patria, 50

(1927), pp. 319-400: 358.

18

Vedi P. Scaccia Scarafoni, Gli statuti di Castro, cit., pp. 35, 37, 46, 57.


92

Paolo Scaccia Scarafoni

signoria del castello sia già di vecchia data 19 . Combinando questa

constatazione col fatto che gli statuti antichi in latino sono seguiti da

“capitoli novi” in volgare che, datati 1510, presuppongono esplicitamente

l’esistenza degli statuti 20 , si può ragionevolmente dare una

prima attribuzione del testo latino al periodo fra il pieno Quattrocento

e la fine del secolo. Inoltre le riferite espressioni domini Columnenses

e domini nostri inducono a credere che, al momento della

compilazione del corpo statutario, la signoria del castello spetti a

una pluralità di titolari. Perciò, in base alle cognizioni disponibili, si

può proporre come più probabile il periodo in cui Castro risulta di

Fabrizio Colonna e fratelli, cioè intorno al 1481.

È giunto il momento di spendere qualche parola su gli statuti

comunali in generale. Innanzitutto sul nome statuta, che deriva dal

verbo statuere, cioè stabilire. Invero gli statuti più antichi furono

deliberazioni isolate prese di volta in volta dalle autorità comunali

di fronte a una necessità pratica e attuale. In un secondo momento,

ogni comune cominciò a riunire le risoluzioni che avessero stabile

contenuto normativo, in un unico testo organizzato per materia. Nella

genesi e sviluppo dei testi statutari ebbe ovviamente un ruolo fondamentale

il ceto dei giurisperiti (soprattutto notai e causidici), che

– inseriti nelle varie magistrature civiche – prima diedero forma e

linguaggio giuridico alle deliberazioni e poi ne curarono la riunione

in testi organici, distribuiti in più libri secondo materia; provvidero

infine alla loro riforma ed aggiornamento secondo l’evoluzione dei

tempi.

Bisogna aggiungere che gli statuti non intervenivano in un mondo

privo di regole giuridiche, anzi: ce n’erano molte: tutta la tradizione

del diritto romano giustinianeo reinterpretato dai commentatori e dalle

scuole legate alle università; le decretali papali riunite in raccolte

19

«[...] universitas terrae Castri ad laudem dominorum nostrorum, sub

quorum gremio fidelis semper extitit [...]», cfr. ivi, p. 35; «[...] pro statu

dominorum nostrorum Columnensium, prout solitum et consuetum fuit»,

cfr. ivi, p. 46.

20

«li guardiani [...] non possano punire ultra la forma delli statuti», cfr. ivi,

p. 73.


Gli Statuti di Castro in Campagna

93

organiche, che spaziavano in molti campi del diritto e costituivano

i più autorevoli precedenti giurisprudenziali; inoltre, ogni provincia

del dominio papale aveva proprie costituzioni, che rispecchiavano le

tradizioni giuridiche locali; infine, la consuetudine, normativa non

scritta, che in ogni luogo corrispondeva all’esigenza e al sentimento

di giustizia. In tale situazione, gli statuti corrispondevano anzitutto

alla necessità di avere certezza circa le norme da applicare, ma

anche al bisogno di creare norme più adatte alla realtà locale, cioè

costituire un diritto particolare. Altresì, quando i comuni iniziarono

ad avere giudici forestieri (i podestà delle città, i vicari o rettori nei

castelli), si dovette sentire l’esigenza di mettere per iscritto il diritto

consuetudinario locale o almeno la parte di esso che poteva apparire

controvertibile di fronte al giusdicente estraneo al luogo. Dal

complesso di questi fattori risulta peraltro chiaro che gli statuti non

avevano alcuna pretesa di contenere tutta la normativa vigente nel

luogo di riferimento.

Tanto per fare un esempio, gli statuti di Castro non contengono

una norma che punisca l’omicidio, ma ciò non significa che, a Castro,

gli omicidi non venissero puniti: certamente lo si faceva ricorrendo

ad altra normativa.

Per quanto riguarda gli statuti comunali del nostro territorio, grosso

modo, essi si possono inquadrare in due categorie: quelli delle città,

che contemplavano, affermavano e consacravano per scritto autonomie

più o meno ampie nei confronti dell’amministrazione papale;

e quelli delle comunità castellane soggette a signorie di tipo feudale,

statuti questi che tendevano a contenere i poteri signorili e a veder

riconosciute dai feudatari (e dai loro tribunali) le consuetudines castri,

ovvero le norme consuetudinarie del luogo, in particolare quelle

che regolavano le prerogative signorili. Sotto un profilo meramente

quantitativo, si potrebbe dire che, tendenzialmente, gli statuti cittadini

fossero piuttosto estesi, cioè articolati in molte rubriche, mentre

quelli castellani fossero sensibilmente più semplici 21 . Ma una pro-

21

Circa questa tipologia di statuti comunali in quest’area, vedi S. Notari,

Per una geografia statutaria del Lazio: il rubricario degli statuti comunali

della provincia storica di Campagna, in Rivista Storica del Lazio, 13-14

(2005-2006), 21-22, Le comunità rurali e i loro statuti (secolo XII-XV),


94

Paolo Scaccia Scarafoni

fonda differenza fra gli statuti dei comuni cittadini maggiori rispetto

a quelli dei centri castellani stava nella libera elezione o meno di chi

esercitava il potere politico e giudiziario del luogo: cioè il podestà

della città, il vicario o officiale del castello.

Veniamo agli statuti castresi tardomedievali, conservati nel manoscritto

cinquecentesco pergamenaceo descritto da Francesca Pontri

in questo stesso volume, iniziando i cenni dal breve proemio che

precede le disposizioni. Inizialmente ha un’intonazione di carattere

morale astratto, ma poi fornisce alcune indicazioni preziose per

comprendere la genesi del corpo statutario: infatti afferma che è stata

l’«universitas terrae Castri» a stabilirlo e che ha fatto ciò «ad laudem

dominorum nostrorum, sub quorum gremio fidelis semper extitit»,

ma con il fine pratico della certezza del diritto («ne inter multa volumina

legum fluctuare cogatur»), allo scopo prevalendo sopra ogni

legge, comprese le costituzioni provinciali. L’idea della nascita degli

statuti castresi da un atto di autonomia normativa della comunità

sembra notevole, ancorché si possa pensare che l’iniziativa sia stata

preceduta da una trattativa con i Colonna. Si noti che, dal punto

di vista storico, un’operazione di questa portata potrebbe collocarsi

soddisfacentemente durante il burrascoso periodo che comprende i

pontificati da Sisto IV ad Alessandro VI, quando – coprotagonisti nel

complesso gioco politico italiano – Fabrizio e la famiglia Colonna

debbono affrontare pesanti proscrizioni e confische dei feudi e sono

nella necessità di assicurarsi la maggior fedeltà possibile delle popolazioni

loro soggette 22 .

Le norme statutarie di Castro sono articolate in centotrentanove

Atti del VIII Convegno del Comitato italiano per gli studi e le edizione delle

fonti normative, Viterbo 30 maggio – 1 giugno 2002, a cura di A. Cortonesi

e F. Viola, pp. 25-92. Su singoli aspetti e comparazioni fra statuti, vedi

A. Esposito, Matrimonio, famiglia e condizione femminile nella normativa

statutaria del Lazio medievale, in ivi, pp. 93-108; G. Giammaria, Il ‘danno

dato’ negli statuti di Campagna e Marittima. Una nota illustrativa, in ivi,

pp. 121-139.

22

Per una sintesi dell’operato e delle vicende di Fabrizio Colonna, vedi sub

voce a cura di F. Petrucci in Dizionario biografico degli italiani, Roma

1982, 27, pp. 288-293.


Gli Statuti di Castro in Campagna

95

rubriche in latino giuridico tardomedievale, con qualche variante ortografica

forse locale (come assallimentum per assalimentum, condandatio

per condemnatio, quatraginta per quadraginta, quicunque

per quicumque, solli per solidi). Nella copia cinquecentesca pervenutaci,

gli statuti castresi non si presentano divisi in libri, ma – dalla

successione degli argomenti e dalla comparazione con altre compilazioni

statutarie 23 – si comprende facilmente come, in origine, il corpo

normativo fosse distribuito in quattro libri, secondo un modello

abbastanza diffuso:

• il primo libro è dedicato all’organizzazione civica e

ai principi di diritto processuale;

• il secondo contempla la repressione dei maleficia, ovverosia

il diritto criminale, oggi detto penale;

• il terzo libro riguarda la materia del così detto ‘danno

dato’, cioè i più importanti casi di danneggiamento nell’economia

agricola;

• il quarto libro contiene norme eterogenee ovvero gli

extraordinaria, perlopiù a carattere amministrativo.

Il manoscritto in pergamena comprende anche Capitoli novi sul

danno dato, indirizzati il 1° dicembre 1510 da Agnesina di Montefeltro,

moglie di Fabrizio Colonna, al “commissario” di Castro, cioè al

rappresentante della signoria colonnese in loco 24 . Differentemente

dal testo precedente, queste disposizioni sono in volgare e in un passo

– relativo a controversie tra Castro e Pofi – si rinvia all’ «ordine

che darrà Domenico de Bologna», personaggio che dunque dovrebbe

avere un ruolo superiore a quello del commissario nell’amministrazione

colonnese, forse un governatore .

Veniamo alle norme statutarie. Ho già fatto cenno dell’importanza

che aveva l’elezione del giudicante per l’autonomia dei comuni. In

23

Vedi ad es. a livello locale nell’àmbito delle terre colonnesi, gli statuti

di Morolo e di Supino: E. Canali, Cenni storici della terra di Morolo (con

l’edizione dello statuto del 1610), a cura di G. Giammaria, Anagni 1990

(Biblioteca di Latium, 12), p. 18s; G. Giammaria, Lo statuto di Supino,

Anagni 1986 (Biblioteca di Latium, 1), pp. 18-22.

24

Cfr. P. Scaccia Scarafoni, Gli statuti di Castro, cit., p. 73s.


96

Paolo Scaccia Scarafoni

effetti, il primo problema d’interpretazione delle norme statutarie di

Castro riguarda proprio questo argomento. Infatti, dalla terza, molte

rubriche di quello che s’individua come primo libro, parlano diffusamente

dei còmpiti dell’officialis – o officialis curiae – come giudice

civile e penale 25 , mentre la prima rubrica ne stabilisce l’elezione popolare,

fatta “in concione universali” con la scelta di una rosa di due

o tre nomi, nel cui àmbito il locale governatore dei Colonna opera

un’ulteriore scelta, confermandone uno soltanto nell’ufficio. L’elezione

di una rosa di candidati all’ufficio, vincolante per il governatore

del feudatario, sembra un segnale di notevole sviluppo politico

per una comunità castellana tardomedievale. Ma questa statuizione

avrà mai avuto effettiva applicazione? o sarà stata una concessione

strappata ai Colonna in un momento di particolare debolezza della

loro signoria, poi rimasta sulla carta? Si badi: non è solamente una

questione di rapporti di forza politica fra la comunità castellana e la

signoria colonnese, perché all’epoca occorrevano ampie relazioni e

conoscenze non comuni per individuare un giurisperito forestiero

disposto a venire in loco e capace di «totam hanc universitatem in

genere administrare, gubernare et procurare» come recita la formula

di giuramento (lib. I, rubr. II), laddove nell’administrare è compresa

l’amministrazione della giustizia, ma pure tutta una serie di scelte

politiche. E non si può escludere che l’elezione popolare descritta

dalla norma statutaria dovesse comportare una partecipazione della

comunità agli oneri economici di stipendiare l’officialis. Si rifletta

sul fatto che già le maggiori città della Campagna avevano vistosi

limiti nel reperire i podestà, dovendosi spesso accontentare di giurisperiti

provenienti da centri viciniori 26 .

25

Ad es. lib. I, rubr. [III], [IIII], [VI], [VIII]-[XI], [XIII]-[XV], [XVIII],

[XXIII]. In quest’ultima rubrica compaiono tanto l’“officialis curiae”

quanto gli officiales dell’ universitas Castri. Gli officiales comunali sono

poi presi in più esplicita considerazione dalla rubr. [XXXXVI], De mutatione

officialium, che ne stabilisce la durata in carica per un quadrimestre,

l’elezione “in consilio universali” e i termini del giuramento.

26

Vedi in proposito J.C. Maire Vigueur, Comuni e signorie in Umbria,

Marche e Lazio, in Comuni e signorie nell’Italia nordorientale e centrale:

Lazio, Umbria e Marche, Lucca, Torino 1987, p. 423.


Gli Statuti di Castro in Campagna

97

Peraltro, la norma sull’elezione del giusdicente non è l’unica che

proponga difficoltà d’interpretazione storica: dubbi analoghi sorgono

circa parte della normativa sui maleficia, di cui Marcantonio II

escluderà l’efficacia “a sanguine supra” nell’approvare gli statuti nel

1561 27 ; altresì problematica appare la rubrica De molendinis et molituris

(lib. I, rubr. XXXXV), che assicurerebbe la libertà di andare

a macinare in qualsivoglia mulino, in aperta contraddizione con la

relativa privativa signorile che conosciamo dai documenti d’età moderna

28 .

C’è poi una questione ulteriore, connessa peraltro alla stessa genesi

degli statuti castresi: quale significato ha la circostanza che (sia

pur sviluppandone l’articolazione e la casistica) molte norme criminali

ricalcano quelle degli statuti di Olevano del 1364? Tra l’altro,

in quell’anno – come risulta evidente negli statuti 29 – l’antico feudo

colonnese di Olevano era stato assoggettato dal comune di Roma,

anche se per tornare poi ai Colonna 30 . In altra sede, si è ipotizzato

che parte degli statuti di Olevano sia servita di modello per quelli di

Castro nel secolo XV, grazie al passaggio di giurisperiti da un castello

all’altro nella rotazione di personale a servizio dei Colonna 31 .

Tuttavia non si può escludere che entrambi i corpi normativi derivino

queste norme da un archetipo comune non ancora individuato. Ad

ogni buon conto, in appendice si riproducono gli esempi più significativi

di queste coincidenze tra i due testi statutari.

Di fronte a questioni così complesse, che finiscono col coinvolgere

la stessa essenza e modalità della signoria colonnese, sarebbe

desiderabile disporre di fonti che ci permettessero di conoscere ampiamente

i nomi dei giusdicenti di Castro nel secolo XV e i processi

celebrati da costoro, come pure l’organizzazione e il personale

27

Vedi P. Scaccia Scarafoni, Gli statuti di Castro, cit., p. 74.

28

Vedi ivi, p. 16s.

29

Vedi V. La Mantìa, Statuti di Olevano Romano del 15 gennaro 1364,

Roma 1900, p. XVII.

30

Per il dominio dei Colonna su Olevano, vedi G. Silvestrelli, Città, cit.,

p. 343.

31

Vedi P. Scaccia Scarafoni,Gli statuti di Castro, cit., p. 29.


98

Paolo Scaccia Scarafoni

impiegato dai Colonna nella gestione del feudo. Nei limiti del presente

lavoro, chi scrive ha condotto una prima indagine nei cinque

protocolli più antichi del fondo notarile di Castro, che abbracciano

gli anni dal 1472 al 1525 32 . Invero non si possono aspettare grossi

risultati da una ricerca del genere perché condotta in un fondo di

scritture di rogatari del luogo, mentre il notaio a servizio del giudice

era generalmente un forestiero. Tuttavia si può cogliere qualche

elemento utile.

Il primo giusdicente rinvenuto è ser Giovanni di Perugia, vicario

di Castro, che in tale ruolo ordina e presenzia ad un inventario di

beni mobili di un defunto con l’assistenza del fattore della curia,

l’ecclesiastico Antonio Cole Iacobi, in un momento tra la fine del

1476 e l’inizio di agosto 1477 33 . A distanza di quasi un ventennio,

il 25 marzo 1496 troviamo nelle funzioni di giudice ser Nicola di

Ripi, vicario di Castro, impegnato in un procedimento di volontaria

giurisdizione 34 . Poi, occupato in pari attività, nel 1498 compare

32

Archivio di Stato di Frosinone, Fondo dell’Archivio Notarile di Castro

dei Volsci (in seguito soltanto ASFr, Fondo Notarile Castro dei Volsci), b.

1, prott. 1-5.

33

Ivi, prot. 2, atti del notaio presbiter Laurentius Ioannes, c. 59v, atto con

data cronica mutila di anno e mese, restando le sole indicazioni dell’indizione

decima e del sesto anno del pontificato di Sisto IV: «[…] hoc est

memoriale et inventarium bonorum omnium mobilium condam Antonii

Gaglardi (così), factum et ordinatum per ser Iohannem de Perusia, vicarium

castri Castri, presentem etc. et presente dopno Antonio Cole Iacobi,

factore curie [...]».

34

Ivi, prot. 5, atti del notaio Sebastianus ser Francisci Iohannis Postis de

castro Castri, cc. 19v-20v: «[...] constituta in iudicio coram spectabili viro

ser Nicolao castri Riparum, honorando vicario terre Castri, Nanna Antonii

Bubalelli, uxor condam Pauli Cole Iacobi Simeonis, mater infrascriptorum

heredum, que petiit a prefato vicario ius videlicet Marie, Antonii et Nicolai,

heredum condam dicti Pauli olim defuncti, tam personis quam bonis

ipsorum pupillorum, heredum et filiorum predictorum, dari tutorem et curatorem

quam ibidem a dicto domino vicario, nomine dictorum filiorum

nominavit et petiit predictam Nannam uxorem predicti Pauli et matrem

predictorum [...]. Qui dictus dominus vicarius et officialis predictus, sedens

pro tribunali ad eius solitum bancum iuris, suum interposuit decretum


Gli Statuti di Castro in Campagna

99

Federico di Cecigliano, dottore in diritto, commissario ed officialis

di Castro 35 . Nel 1502, sempre un atto di volontaria giurisdizione

si compie coll’approvazione di Giovan Francesco Spada di Alatri,

commissario del castello 36 .

Da queste notizie, sia pur così limitate, si trae l’impressione che

coloro che amministrano la giustizia in Castro, siano in realtà di nomina

colonnese, perché altrimenti sarebbe difficile giustificare la

presenza di un giurisperito di Perugia e perfino di un dottore in diritto

in un’epoca in cui ci sono ancora comuni maggiori governati da

podestà non addottorati 37 . Del resto, anche il prevalere dal 1498 del

et auctoritatem, dicendo dicte Nanne hec verba: Tutrix esto et curatrix esto;

cum beneficio tamen inventarii bonorum dictorum pupillorum [...]. Actum

in domo solite residentie supradicti officialis, in contrata Civite, ad bancum

iuris, presentibus hiis, videlicet Iacobo Antonii Matonis et Bartholomeo

Cole Melioris et Salvatore Collepardis habitator(ibus) Castri, testibus vocatis

etc.».

35

Ivi, c. 69r-v, atto in data 1498 apr. 10: «[...] constituta personaliter in iudicio

coram iuris doctore domino Federico de Cicigliano, honorabili commissario

et officiale terre Castri», Bella Rose Ioannis, madre dei minori

Benedetto, Antona e Beatrice, figli del defunto Antolino Bernabei, chiede

al medesimo commissario di costituire gli zii Vangelista e Antonio Bernabei

tutori e curatori per detti minori; «qui dominus commissarius et officialis

predictus, sedens pro tribunali et eius solitum bancum iuris, suum

interposuit decretum et auctoritatem, dicendo dictis Vangeliste et Antonio

hec verba: Tutores extote et curatores extote, cum beneficio tamen inventarii

bonorum dictorum pupillorum, pupillorum et heredum. Actum in domo

solite residentie supradicti officialis, ad bancum iuris [...]».

36

Ivi, prot. 4, atti di notaio non identificato, c. 38r: «[...] coram spectabili

viro Iohanni (così) Francisco Spada de Alatro, honor(abili) commissario

terre Castri», Nicola Todiscus chiede che sia nominato un tutore per suo

figlio Giacomo, minore ed erede della defunta madre, indicandolo nella

persona di Alessandro Aurelio, nonno materno del minore; «qui dominus

commissarius supra, sedens, predicta admisit fieri [...] dicendo eidem Alexandri

(così) presenti et intelligenti et acceptanti: Esto tutor, esto tutor, esto

tutor [...]. Actum in terra Castri, in domo residentie dicti commissarii [...]».

37

Ad es. per Veroli, l’obbligo di eleggere podestà unicamente chi sia dottore

in legge interviene solo con una riforma statutaria del 1516 (Biblioteca


100

Paolo Scaccia Scarafoni

titolo di commissario lascia intendere che si tratti di incaricati dei

Colonna. Anzi, in tal senso depongono chiaramente le lettere patenti

di nomina del «magnificus Gabriel de Briscia, comissarius generalis

domini Fabritii de Colunna», rilasciate dal duca in Roma nel 1487

e pervenuteci grazie all’inserimento in un atto notarile dello stesso

anno 38 :

Fabritius Colunna, armorum etc.

Castri, Riparum et Sancti Stephani

[P]er tenore della presente, ordiniamo et deputamo et constituimo

nelli infrascripti lochi nostro comissario lo nobeli[ssimo] Gabriel

de Brescia circha tucte le entrate et occurrentie quomodocumque

pertinenti ad nui et alla nostra corte; commandando expressamente

ad tucti vicarii, facturi, comestabili, officiali et subditi nostri de dicti

infrascripti lochi gli debiano dare in tucte cose fede piena che lui

ordenarà et vorrà et obedientia quanto alla persona nostra propria;

notificando che nui haberemo rato, accepto et fermo tucto quello

sarrà facto, ordinato et exequito per lo dicto Gabriel comissario et

conpare nostro, quanto fosse facto, ordinato et exequito da nui propri;

non facendo, né persconendo lo contrario per quanto havendo

cara la gratia nostra et socto altra nostra iure pena reservata al nostro

arbitrio. In quorum fidem, presentes fieri fecimus nostri consueti

sigilli impressione munitas. Datum Rome, xvi iunii, anno Domini

MCCCCLXXXVII.

Giovardiana in Veroli, perg. P. LI).

38

ASFr, Fondo Notarile Castro dei Volsci, b. 1, prot. 3, atti del notaio presbiter

Laurentius Ioannes, cc.143v-146r, atto in data 1487 lug. 4, Gabriele

di Brescia, «comissarius generalis domini Fabritii de Colunna», esibisce le

lettere patenti della sua nomina e provvede a vendere un’area di spettanza

della curia di Castro. Nel pubblicare qui le lettere patenti, si è avuta cura di

riordinarne gli elementi, riportando l’intitulatio e l’inscriptio all’inizio del

testo mentre nella copia notarile sono trascritte al termine («[...] A capite

presentium scriptum erat: Fabritius Colunna, armorum etc. Intus erat scriptum:

Castri, Riparum et Sancti Stephani»).


Gli Statuti di Castro in Campagna

101

Il documento merita almeno un’ulteriore considerazione: Fabrizio

Colonna esercita da solo la signoria di Castro. Salvo diversa interpretazione,

questa circostanza può far ritenere superata dalla metà

del 1487 la ricordata fase di contitolarità tra Fabrizio e i fratelli. Comunque,

anche i documenti successivi fanno menzione unicamente

di Fabrizio come signore del luogo 39 .

Viceversa, una dozzina di anni prima, il 19 maggio 1475, durante

la messa dell’arciprete nella matrice di S. Oliva, si era celebrata

solennemente un’adozione di una bambina «coram reverendissimo

domino prothonotario de Columna, domino nostro» 40 , dunque uno

dei contitolari di Castro, anche se non è possibile identificarlo con

sicurezza perché, all’epoca, ci sono due protonotari apostolici fratelli

di Fabrizio: Lorenzo, che cadrà assassinato a Roma nel giugno

1484 per mano di nemici della famiglia, e Giovanni, che sarà creato

cardinale da Sisto IV nel 1480 41 . Comunque fosse, sembra che il pro-

39

ASFr, Fondo Notarile Castro dei Volsci, b. 1, prot. 3, cc. 160r-v, atto in

data 1487 dic. 3: «Iohannes condam archipresbiteri, factor i(llustris) domini

Fabritii de Columna et administrator etc.» concede a Giovanni e a

Carlo del defunto Pietro Caçarelli la facoltà di edificare sopra un torrione

di Castro, lasciando aperte tuttavia le feritoie e quant’altro necessario alla

difesa del paese. Ivi, medesimo prot., c. 163r, atto in data 1487 dic. 21:

Giovanna del defunto Cola Stephani vende una camera dell’abitazione,

«occasione delicti filii sui presbiteri Bartholomei, qui in presenti detinetur

in carceribus sub potestate domini Fabritii de Colunna». Ivi, prot. 5, cc.

136v-137v atto in data 1499 ott. 12: il magister Giacomo archipresbiter e il

magister Francesco, entrambi di Castro, sono affittuari delle erbe e dell’erbatico

del territorio di Castro, per acquisto fattone «a factore castri predicti

et illustrissimi domini domini Fabritii Columne ducis etc.» e vendono tutta

la ghianda a Diallevalo, ceccanese.

40

Ivi, prot. 2, c. 31v. L’adozione è compiuta attraverso azioni formali e

solenni degne di essere studiate per la storia locale del diritto: Antonio condam

Petrutii di Castro pone la figlia Giovanna sull’altare dove è celebrata

la messa, e Angelo Falanga di Gaeta la solleva dall’altare, ricevendola con

ciò in figlia, peraltro col diritto di utilizzarla «in cunctis suis negotiis onestis»

per otto anni e con l’onere di assegnarle in dote 24 ducati.

41

Circa il protonotario Lorenzo vedi le notizie riportate nella voce relativa

a Fabrizio in Dizionario biografico degli italiani, a cura di F. Petrucci, cit.,


102

Paolo Scaccia Scarafoni

tonotario in questione si trattenesse abbastanza a Castro, visto che un

atto notarile del 29 settembre 1476 elenca tra i testimoni «Simone de

Valentone, familiari domini prothonotarii de Colunna» 42 . Viceversa,

un documento del 1484 si riferisce esplicitamente al ‘protonotario’

Giovanni (in effetti cardinale da tempo) come contitolare di Castro

con Fabrizio 43 .

Dai protocolli notarili emerge anche la consistenza dell’apparato

locale dell’amministrazione colonnese e della sua attività. Così, tra

marzo e luglio 1476, tra i testimoni di atti notarili compare il notaio

Fabrizio de Pontianis di Roma 44 , che potrebbe essere stato il notaio

della curia signorile: con rammarico si deve constatare che l’Archivio

di Stato di Roma conserva i suoi protocolli solamente dal 1496.

Dal 1485 figura nella documentazione il già ricordato e autorevole

Domenico di Bologna, ovvero «Dominico de Porta de Bononia, habitatore

Castri» 45 , che – pur privo di esplicite qualifiche – dobbiamo

presumere sia un giureconsulto dei Colonna. Ovviamente, in questo

rango elevato di professionisti vanno ricompresi i vicari e commissari

già esaminati, che tengono udienza «ad bancum iuris» nella loro

residenza, «in contrata subtus platee (così) Sancti Salvatoris” 46 , ov-

27, p. 288. Per Giovanni vedi sub voce in ivi, pp. 342-344.

42

ASFr, Fondo Notarile Castro dei Volsci, b. 1, prot. 2, c. 52v.

43

Ivi, prot. 3, cc. 38r-39v, atto in data 1484 feb. 27: permuta fra il capitolo

della matrice di S. Oliva e «Antonius Simeonis de castro Castri, factor

et administrator rerum dominorum nostrorum, videlicet domin(orum)

i(llustrium) prothonotarii Iohannis et Fabritius (così) domini nostri de

Colunna ».

44

Ivi, prot. 2, cc. 42v, 43r., 50r.

45

Ivi, prot. 3, c. 84, atto in data 1485 set. 11; ivi, medesimo prot., c. 157r,

atto in data 1487 ott. 11 (da cui è tratto il passo tra virgolette). Circa i figli

di costui: ivi, prot. 5, c. 18v, contratto matrimoniale del 1496 feb. 1, Giovanni

Battista è testimone; I monasteri di Subiaco. La biblioteca e l’archivio,

a cura di V. Federici, 2, Roma 1904, pp. 302, 446, Sigismondo è notaio

e roga a Subiaco nel 1557.

46

ASFr, Fondo Notarile Castro dei Volsci, b. 2, fascicolo ricongiunto dopo

il restauro, c. 61v di antica cartulazione, atto in data 1477 gen. 15.


Gli Statuti di Castro in Campagna

103

vero “in contrata Civite” 47 .

A questi si affianca, in posizione subordinata, l’addetto all’ordinaria

amministrazione degli interessi patrimoniali della signoria,

cioè il fattore, spesso un ecclesiastico, che provvede – tra l’altro –

all’affitto dell’erbatico e del ghiandatico del territorio castrese 48 . È

presente pure l’elemento militare 49 e, per il personale esecutivo, il

mandatario della curia, che è un forestiero 50 .

Riguardo all’amministrazione della giustizia criminale, ci sono

poche tracce ma danno l’idea di un sistema tenuto in efficienza e

curato dall’amministrazione centrale dei Colonna 51 . A questa si deve

anche l’utilizzo delle forze professionali locali facendole circolare

nei feudi della signoria 52 in una strategia di governo che potrebbe

47

Ivi, b. 1, prot. 5, c. 70v, atto in data 1498 apr. 10.

48

Ivi, prot. 2, c. 43v, atto in data 1476 feb. 1; b. 1, prot. 2, c. 59v, atto attribuibile

al 1476-77, vedi nota 33; b. 1, prot. 3, cc. 38r-39v, atto in data 1484

feb. 27; b. 1, prot. 3, c. 86r; b. 1, prot. 3, cc. 160r-v, atto in data 1487 dic.

3; b. 1, prot. 5, cc. 136v-137v, atto in data 1499 ott. 12.

49

Ivi, prot. 5, cc. 155-v-158r, atto in data 1500 feb. 3, tra i cui testimoni

figura «Princivalle armigero illustrissimi domini Fabritii Columna dux

(così) etc.».

50

Ivi, prot. 1, c. 4v, atto in data 1472 mag. 31: Mariano Antonelli di Anagni,

mandatario di Castro, ha bandito una vendita di terreni al miglior offerente.

51

Ivi, prot. 2, fascicolo ricongiunto dopo il restauro, c. 62r-v di antica cartulazione,

compravendita in data 1477 gen. 22, da cui risulta che Antonio

condam Iohannis Ferrari di Castro, «ob certum scelus contra curiam per

eum actum [...], factus erat exul et Castrum reverti minime poterat»; b.

1, prot. 3, c. 163r, atto in data 1487 dic. 21, Giovanna del defunto Cola

Stephani vende una camera dell’abitazione, facendolo «occasione delicti

filii sui presbiteri Bartholomei, qui in presenti detinetur in carceribus sub

potestate domini Fabritii de Colunna».

52

È il caso del notaio «Sebastianus ser Francisci Iohannis Postis de castro

Castri», che nel 1498 è vicario di Piglio ed emette una sentenza che si

conserva in uno dei suoi protocolli per averne egli stesso redatto il documento,

vedi in ivi, prot. 5, cc. 104r-105r: 1498 nov. 6, Piglio, «Nos notarius

Sebastianus de castro Castri, pro illustrissimo domino domino Fabritio

Columna etc. vicarius castri Pilei, pro tribunali sedentes ad meum soli-


104

Paolo Scaccia Scarafoni

essere degna di studio in altra sede.

Viceversa, purtroppo, nei protocolli notarili esaminati manca

qualsiasi esplicito riferimento alle norme statutarie, anche quando

è molto probabile che ci si trovi di fronte ad una loro applicazione,

come nel caso degli arbitrati fra stretti parenti, previsti dalla rubrica

De differentiis inter consanguineos (lib. I, rubr. XIIII) 53 . Per contro,

gli stessi protocolli danno testimonianza di una società castellana

più vivace e dinamica di quanto ci si possa aspettare da un piccolo

centro feudale dell’epoca, con flussi d’uomini e scambi commerciali

al di fuori dell’àmbito strettamente locale.

tum banchum iuris [...]». Un altro esempio è quello del castrese Pellegrino

Rampalli, castellano della rocca di Colli, vedi in ivi, c. 153r, atto in data

1500 gen. 27.

53

Ad es. ivi, c. 3r, elezione di arbitri del 1494 mag. 29, fra Angelo Antonii

Ambrosii e suo figlio Pietro, per dividere una casa in comune e contesa fra

loro.


Gli Statuti di Castro in Campagna

105

appendice

comparazione fra alcune norme degli statuti

di Olevano e di Castro

Statuti di Olevano

Rubr. LVIII. De penis minorum

Item quod si minor XXIIII annis

usque ad X fecerit furtum, puniatur

in dimidio quam alius qui

maior esset. Et si minor X annis

damnum dederit aut furtu commiserit,

damnum tantum emendet.

Et si rixam fecerit aut percusserit

cum sanguine vel sine,

absque pena transeat, medicaminis

pretium tantum prestet. Et ad

probandum dictam etatem et annos,

pater et mater admittantur.

Statuti di Castro

[Lib. II, rubr. XXXVIII]. De

furtis puerorum, damnis et excessibus

Si minor quindecim et maior

decem annis puer fecerit furtum,

puniatur in dimidio quam maiores

et, si minor decem annis,

damnum aut furtum emendet sine

poena. Et, si rixam fecerit aut percusserit

tam cum sanguine quam

sine, impune transeat, medicantis

pretium tantumodo prestet et ad

probandum ipsam etatem sive annos

pater et mater admittantur.

Statuti di Olevano

Rubr. LXIII. De excessibus

commissis ludendo

Item quod excessum aliquem

si quis commiserit ignoranter seu

ludendo seu casualiter et probare

poterit, facta reconciliatione cum

parte lesa, sine pena transeat et

contra eum procedi non possit.

Et si processum fuerit, retractetur

processus.

Statuti di Castro

[Lib. II, rubr. X]. De excessu

commisso ludendo

Statuimus quod si quis excessum

commiserit ludendo vel

ignoranter et hoc probare poterit,

facta compositione cum parte

lesa,transeat sine poena et officialis

non procedat ulterius contra

eos, nec permittat quod aliquis

contra eos procedat nisi facta fuerit

querela coram officiali a parte

lesa, non dum facta compositione

de offensa; et hoc intelligimus in

casibus in quibus potest transigi

et pacisci.


106

Paolo Scaccia Scarafoni

Statuti di Olevano

Rubr. LXIII. De forbannitis

et diffidatis

Item quod forbanniti et diffidati

dictum castrum reintrare non

possint, nisi prius curie et parti

lese extiterit satisfactum. Si aliter

reintraret aliquis ipsorum, castellanus

seu vicarius teneatur ipsos

capere et detinere donec satisfaciant

curie et parti lese, salvo si

a dicto exbannimento fuerit appellatum

et in causa appellationis

obtentum pro parte diffidati,

in quo casu appellationi deferre

teneatur. Forbanniti vero propter

homicidium nullo modo reintrare

possint donec in totum satisfecerint

secundum formam statuti loquentis

de homicidio (. . .).

Statuti di Castro

[Lib. II, rubr. XI]. De forbanditis

Ordinamus quod forbanditi

in dicto Castro regredi non possint

nisi prius curiae et parti lesae

erit satisfactum; salvo si ab exbandimento

fuerit appellatum et

in causa appellationis pro parte

forbanditi fuerit impetratum, in

quo casu officialis appellationem

differre debeat. Forbanditi vero

propter homicidium nullo modo

redire possint.

Statuti di Olevano

Rubr. LXIV. De verbis iniuriosis

Item quicumque dixerit alicui

verba iniuriosa, videlicet homicida,

latro, fur, revallosus, puctana,

mentiris et his similia, in decem

solidos vice qualibet puniatur,

sive unum verbum dixerit sive

plura.

Statuti di Castro

[Lib. II, rubr. XV]. De verbis

iniuriosis

Quicunque dixerit alicui verba

iniuriosa, videlicet homicida, fur,

latro, revagliosus, ruffianus, reportator

et hiis similia, ex quibus

rixa et odium consuevit exoriri,

sive unum de predictis sive plura

dixerit, in viginti solidos puniatur

si fuerit proclamatum exinde

ab audiente iniuriam et infra tres

dies cum iuramento fiet accusatio

testimonialis.


Gli Statuti di Castro in Campagna

107

Statuti di Olevano

Rubr. LXV. De improperiis

Item quicumque improperavit

vel ad memoriam reduxerit alicui

iniuriam sibi illatam, eius patri,

matri, fratri, sorori vel nepoti carnali,

utpote de patris homicidio

vel matris vel aliqua morte turpi

vel iniuria gravi, in X solidos vice

qualibet puniatur.

Statuti di Olevano

Rubr. LXVI. De pena impellentium

aliquem

Item si quis aliquem irato animo

impulerit, si eum cadere fecerit

in X solidos puniatur, si vero

cadere eum non fecerit puniatur

in V solidos.

Statuti di Olevano

Rubr. LXIX. De pena extrahentium

arma sine percussione

Item si quis contra aliquem

extraxerit quocumque modo arma

et non percusserit, in X solidos

puniatur, nisi hoc fecerit ad sui

defensionem. Et si contra plures

personas eodem instanti semel

dicta arma extraxerit, pro uno excessu

tantum puniatur.

Statuti di Castro

[Lib. II, rubr. XIIII].De exprolatione

iniuriarum

Quicunque reimproperaverit

vel ad memoriam reduxerit alicui

iniuriam sibi vel patri vel matri,

fratri vel sorori suae vel nepotibus

illatam, utpote de homicidio

vel morte aliqua naturali, puniatur

in quatraginta solidos, si persustinentem

iniuriam fuerit exinde

proclamatum et cum iuramento

illum duxerit accusandum.

Statuti di Castro

[Lib. II, rubr. XVI]. De impulsione

iratorum

Si aliquem irato animo impellet

et cadere non fecerit, puniatur

in viginti solidos et, si cadere fecerit,

dupliciter puniatur.

Statuti di Castro

[Lib. II, rubr. XVII]. De extractione

armorum

Quicunque extraxerit arma

contra suum civem ad percutiendum

et non percusserit, puniatur

in quindecim solidos, nisi hoc

fecerit in suam defensionem; et

si contra plures in eodem loco in

una rixa extraxerit arma, pro uno

excessu tantum puniatur.


108

Paolo Scaccia Scarafoni

Statuti di Olevano

Rubr. LXXII. De percutientibus

cum armis in facie

Item si aliqui aliquem percusserit

cultello vel ense, clava, lancea,

sagitta, falcione vel lapide

seu baculo et his similibus in facie

cum sanguinis effusione, ita quod

signum turpe appareat et in facie

percussi remaneat, si cum cultello

et his similibus, puniatur in XV libris

denariorum; si cum lapide vel

baculo, in X libris. Mulieres vero

et minores XV annis usque ad decem

annos, si talia commiserint,

puniantur in centum solidis. Et si

offensor penam solvere non poterit

vel neglexerit infra competentem

terminum sibi datum et capi

poterit, secundum iura puniatur.

Et si capi non poterit, procedatur

contra eum ad diffidationem

et publicationem bonorum curie

et offenso pro tertia parte. Et

quod in omnibus percussionibus

percussor cogatur dare pretium

medicaminis percusso, taxatione

tamen castellani seu vicarii.

Statuti di Castro

[Lib. II, rubr. XX]. De percussione

cum armis

Si qui percusserit aliquem

cultello, ense, clavia, lancea seu

sagitta, falcione et baculo ferrato

et hiis armis similibus, cum sanguine

et in facie, ita quod signum

cicatricis appareat et remaneat,

puniatur in quindecim libras et

expellatur de Castro a loge duodem

milia passus et stet exul per

tres menses ad minus. Si vero

percusserit cum lapide, puniatur

in decem libras et maneat exul

per duos menses. Mulieres autem

et pueri decem annorum usque ad

quindecim, si predicta commiserint,

puniantur in tribus libris.

Et si offensores predictas poenas

solvere non poterint nec capi,

procedatur contra eos ad exbandimentum

et ad publicationem omnium

bonorum eorum, applicandorum

curiae et offenso pro tertia

parte; et hoc ordinamus expresse

observare. Et si capi poterit, puniatur

secundum iura.


Gli Statuti di Castro in Campagna

109

Statuti di Olevano

Rubr. LXXVI. De pena insultus

Item si aliquis assaliverit aliquem

seu insultaverit in quocumque

loco existentem, puniatur

in XL solidis, salvis aliis penis

in quas incidere potest pro aliis

excessibus quos committeret. Et

si de nocte fuerit, puniatur in duplum

et qui eum tunc offenderet,

transeat sine pena. Assalimentum

vero et insultum intelligi volumus

cum aliquem offenderet vel

offendere vellet, nullis verbis precedentibus.

Statuti di Olevano

Rubr. LXXVIII. De excessibus

commissis ad defensionem

Item qui, ad defensionem

suam vel sue familie, utpote patris,

fratis, sororis, matris, nepotis

carnalis seu consobrini vel familiaris,

domestici, aliquid fecerit

seu aliquem offenderit, non teneatur

ad penam.

Statuti di Castro

[Lib. II, Rubr. XXII]. De assalimentis

Si quis aliquem assalliverit in

quocunquqe loco existentem, puniatur

in centum solidos, salvis

aliis pęnis in quibus incurrat pro

aliis excessibus quos commiserit.

Et qui, succurrendo assallitum,

percusserit vel offenderit agressorem,

transeat sine poena; et qui

de nocte assalliverit, puniatur in

duplo. Assallimentum autem vocamus

et intelligimus dummodo

aliquis aliquem offendat vel offendere

velit, verbis iniuriosis et

contumeliis non precedentibus.

Statuti di Castro

[Lib. II, Rubr. XXIII]. De

percussione causa defensionis

Quis, ad sui defensionem vel

suae familiae, matris, patris, sororis

et fratris sui vel nepotis carnalis

seu consobrini aut domestici,

familiaris, aliquem leserit, non

puniatur ad aliquid, dummodo

fiat defensio cum moderamine inculpate

tutele ut iura volunt, ac si

ipsum defenderet vel res proprias.


110

Paolo Scaccia Scarafoni

Statuti di Olevano

Rubr. LXXX. De pena armorum

Item si quis inventus fuerit

cum armis prohibitis per vicarium

vel familiares et domesticos

ipsius intus castrum predictum

de die, solvat V solidos, de nocte

vero decem, exceptis officialibus

curie et communis, quibus portare

liceat, non tamen malitiose sed

pro statu pacifico et concordia

dicti castri.

Statuti di Castro

[Lib. II, Rubr. XXVII]. De

portantibus arma

Quicunque fuerit inventus

cum armis ad defensionem seu

impugnationem vel offensionem,

excepto cultello non ultra mensuram,

intus dictum Castrum,

puniatur in decem solidos et de

nocte in duplo, exceptis officialibus

curiae et communis, salvo

quod non possit ire cum dictis

armis malitiose nisi pro statu dominorum

nostrorum et communis

dicti Castri, salvo tempore guerrę

quando mandatur ab officiali cum

concilio quod liceat omnibus portare

arma.

Statuti di Olevano

Rubr. LXXXIII. De nequitiis

mulierum

Item considerantes nequitias

mulierum, volumus quod si aliqua

mulier fuit pregnans et voluerit de

aliquo ponere clamorem dicendo

quod fuerit exfortiata ab illo a quo

esset pregnans, eius proclamatio

non teneat nec admittatur et accusatus

transeat sine pena.

Statuti di Castro

[Lib. II, rubr. VII]. De nequitia

mulierum

Considerantes nequitiam mulierum,

statuimus quod, si foemina

[gravida] proclamaverit dicendo

quod fuit exfortiata a quo est

facta gravida, proclamatio eius

non admittatur et, si male denunciatum

fuerit, accusatus transeat

sine poena.


Gli Statuti di Castro in Campagna

111

Statuti di Olevano

Rubr. XC. De pena infocantis

Item qui studiose posuerit

ignem ad comburendum aliquam

domum intus castrum, secundum

iura puniatur; si vero extra in aliqua

domo in qua habitetur, puniatur

in L libris denariorum et, si

non habitetur, in X libris. Et si vocatus

non comparuerit, diffidetur

et bona eius publicentur curie et

damnum passo usque ad debitam

quantitatem pene et damni et reaffidari

non possit donec satisfecerit

curie et damnum passo. Et si

capi poterit et infra competentem

terminum sibi datum satisfacere

neglexerit, secundum iura puniatur

et curia possit omnimodo procedere.

Statuti di Castro

[Lib. II, rubr. XXXX]. De incendiariis

Ignem studiose accendentes

causa comburendi aliquam domum

intus Castrum, secundum

iura puniantur; si extra menia in

domo habitantis, puniantur in

quinquaginta libris; et si domus

non habitatur, in vigintiquinque

libris puniatur; et si capi non poterit,

diffidetur de Castro et bona

eius curiae applicentur et passo

incendium usque ad satisfactionem

damni; si non capietur etpoenam

ante dictam solvere noluerit,

puniatur secundum iura. Intelligitur

quod in quolibet predictorum

casu damnum emendet, excepto

in casu ubi poena esset personalis,

in quo ad curiam generalem

remittatur.

Statuti di Olevano

Rubr. CIV. De pena non euntium

ad opus communis

Item qui vocatus fuerit ad opus

communis et non iverit, solvat denarios

XX.

Statuti di Castro

[Lib. I, rubr. XXXVIII]. Ad

opus communis

Qui vocatus fuerit ad opus et

non iverit, puniatur in quinque

soli(do)s nisihabeat legitimam

excusationem et credatur ei cum

iuramento.


112

Paolo Scaccia Scarafoni

Statuti di Olevano

Rubr. CVI. De cautionibus

Item quod castellanus dari faciat

cautiones de non offendendo

et pace servanda cuilibet petenti

eas ab aliquo de dicto castro ,

qui, si dare noluerit, forbanniatur

et stet forbannitus donec prestet

huiusmodi cautiones.

Statuti di Castro

[Lib. I, rubr. XXX]. De cautionibus

ne offendatur

Statuimus quod officialis dari

faciat cautiones de non offendendo

et pace servanda homini de

Castro petenti ex rationabili et

evidenti causa; et qui dare recusaverit

aut dare non potuerit [exbandiatur]

donec prestet huiusmodi

cautiones.


Rossana Fiorini

Ceccano: danno dato, conferma di uno statuto

Introduzione

Ripercorrere in maniera esatta e puntuale le tappe basilari della

storia statutaria del Comune di Ceccano 1 è compito assai arduo vista

la scarsità delle fonti a disposizione. La storiografia locale infatti

lamenta l’assenza degli antichi statuti, ma grazie alla disamina dei

documenti d’archivio si sono prodotte numerose testimonianze circa

la normativa statutaria della comunità. Le carte prese in esame per la

nostra ricerca provengono dal fondo della Congregazione del Buon

Governo presso l’Archivio di Stato di Roma.

È altresì importante chiarire che, malgrado l’inesistenza di una

copia statutaria sulla quale confrontare i dati reperiti, in nostro favore

possiamo disporre delle Delibere del Consiglio, 2 custodite presso

1

I destini della Comunità si legarono indissolubilmente a quelli dei comites,

poi domini, de Ceccano, potente famiglia che dominò una vasta Signoria

a partire dalla seconda metà del X secolo. La maggior parte delle notizie

relative ai de Ceccano si trovano in G. H. Pertz, Annales Ceccanenses seu

chronicon Fossae Novae, in Monumenta Germaniae Historica, Hannoverae

1866 (Scriptores, 19). L’instaurarsi di una simile stirpe nel territorio

determinò diversi conflitti con il papa: i de Ceccano infatti non ruotavano

nell’orbita del potere papale e cercarono sempre di sviluppare assetti e

pratiche amministrative in contrasto con la giurisdizione pontificale; poi,

con Giovanni, sotto Innocenzo III, riconobbero la signoria pontificia, fintanto

che la loro potenza non si esaurì nel corso del XIV secolo. Cfr. G.

Falco, I Comuni della Campagna e della Marittima nel Medioevo, in Archivio

della Regia Società Romana di Storia Patria, (1919), pp. 537-605;

P. Toubert, Les structures du Latium médiéval: le Latium méridional et la

Sabine du IXème à la fin du XIème siècle, Roma 1973; Castelli del Lazio

Meridionale: contributi di storia, architettura e archeologia, a cura di G.

Giammaria, Roma 1998.

2

A tal proposito cfr. C. Cristofanilli, Vicende statutarie di Ceccano dal

Medioevo al sec. XX, in Teretum, 6 (1995), 2, p. 65; un esame dei Libri


114

Rossana Fiorini

l’archivio storico comunale, che già hanno fatto emergere molteplici

informazioni. Dunque la nostra analisi aggiunge nuovi ed ulteriori

elementi a quanto finora conosciuto.

Sorte di uno statuto

Una prima fonte statutaria – che racchiudeva le più antiche

consuetudini della comunità – si ebbe verosimilmente sotto la guida

di Giovanni I, quando si trovò maggiore stabilità politica. 3

Più tardi, nel XIV secolo, anche Ceccano rientrò nel più generale

riordinamento normativo delle cosiddette Costituzioni Egidiane (in

vigore nel territorio ceccanese dal 1362) e tutti i paesi che ricadevano

all’interno della signoria dei de Ceccano erano tenuti a rispettare gli

statuti ceccanesi. Tali disposizioni avevano come obbiettivo quello

di soddisfare il rafforzamento dei poteri della Chiesa. 4 Nei secoli

dei Consigli conduce l’autore ad una parziale ricostruzione degli organi

decisionali della Comunità, che nelle linee generali non si discostavano da

quelli previsti per le comunità dello Stato Pontificio; cfr. E. Lodolini, L’archivio

della S. Congregazione del Buon Governo (1592-1847). Inventario,

Roma 1956 (Pubblicazioni dell’Archivio di Stato, 20).

3

C. Cristofanilli, Vicende statutarie, cit., pp. 66-67. Di essa non abbiamo

alcuna trascrizione, ma possiamo recuperare delle informazioni grazie ad

un documento coevo, la Carta Libertatis, con la quale Giovanni I de Ceccano

nel 1196 concedeva all’abate Landulfo giurisdizione su uomini e beni

dell’abbazia di Santa Maria a Fiume.

4

Ibidem. Gli statuti comunitativi avevano l’obbligo di uniformarsi e costituire

delle norme coerenti con le nuove costituzioni, per non risultare

in contrasto con esse. Gli statuti di nuova compilazione invece dovevano

ricevere approvazione pontificia per poter entrare in vigore. La nuova disciplina

fu causa di ribellioni da parte di alcuni Comuni, fra i quali anche

Ceccano; inoltre l’abrogazione della bolla pontificia Romana Mater emanata

da Bonifacio VIII (1297), nell’ambito della quale si autorizzavano i

donativi volontari del clero a favore del re senza permesso del papa, ed era

permessa la libera elezione del podestà e delle massime cariche comunali,

fece inasprire le ribellioni. Le controversie si conclusero soltanto quando

la suddetta bolla venne modificata e reintegrata; un documento del 1389

ricorda che il governo della città, pur rimanendo sotto il potere feudale di


Ceccano: danno dato, conferma di uno statuto

115

successivi le vicende istituzionali di Ceccano si congiunsero alle più

generali sorti della Provincia di Campagna e Marittima dello Stato

Pontificio, sempre più roccaforte delle nobili casate romane 5 .

Una prima redazione di uno statuto comunitario dovrebbe

appartenere alla prima metà del Cinquecento: si tratta di una versione

ora perduta, più volte citata nei Libri dei Consigli e nel Registro

delle Sentenze 6 .

Sul danno dato

È evidente come non sia agevole studiare la disciplina statutaria, 7

ma svariate interpretazioni e numerosi elementi possono esser fatti

derivare dalla lettura di documenti ufficiali o carteggi e missive.

Giovanni III, aveva ufficiali propri e una magistratura formante l’Universitas.

In seguito Papa Sisto IV decretò – nella bolla Etsi Cunctorum (1478)

– che le precedenti Costituzioni Egidiane fossero estese a tutto il territorio

dello Stato Pontificio; e Paolo III Farnese diede loro nuovo vigore tam in

Urbe quam in Provincia (cfr. inoltre G. Floridi, La “Romana Mater” di

Bonifacio VIII e le libertà comunali nel Basso Lazio, Guarcino 1986).

5

Utili ad una ricerca documentaria intorno alla normativa statutaria sono

gli inventari di Onorato III Caetani di Fondi, perché oltre ad elencare i beni

del castello, restituiscono all’indagine storica le ordinanze della Corte. In

tali documenti, alla Corte vengono resi tutti i territori di Ceccano e vengono

citate le disposizioni circa gli antichi defensa (diritti) della Chiesa, da rispettare

secondo gli articoli e lo Statuto ad essa concessi. Cfr. Inventarium

Honorati Gaietani: l’inventario dei beni di Onorato II Gaetani d’Aragona,

1491-1493, trascrizione di C. Ramadori, revisione critica, introduzione e

aggiunte di S. Pollastri, Roma 2006, ad indicem; E. A. Papetti, Ceccano

al tramonto del Medioevo nell’inventario di Onorato III Caetani. 1491,

Traduzione e note a cura di U. Germani, Frosinone 2003, pp. 7-23.

6

Tale redazione si inserisce nel più vasto ambito di un’opera di sistemazione

delle norme e consuetudini comunitative che portò, in quegli stessi

anni, alla revisione degli statuti di molti altri centri del Lazio meridionale.

7

A tal proposito notevole importanza riveste una copia cartacea del secolo

XIX, due fogli di recto e verso, proveniente dall’archivio privato di Carlo

Cristofanilli, che ci restituisce il capitolo numero 54 del libro IV dello statuto

ceccanese.


116

Rossana Fiorini

La Comunità di Ceccano si rivolge alla Congregazione del Buon

Governo per evidenziare i gravi danni derivanti dalle bestie caprine.

Con una lettera dell’agosto 1778, la Comunità di Ceccano denuncia

lo stato di insufficienza giurisdizionale delle norme statutarie nei

confronti delle sanzioni per i danni arrecati alle coltivazioni 8 e

sollecita la Sacra Congregazione affinché approvi definitivamente

la risoluzione consiliare, precedentemente discussa e approvata in

Consiglio 9 . La nuova norma sanciva la possibilità di poter sopprimere

le bestie che si trovavano a danneggiare le coltivazioni. Il Consiglio

si era riunito e aveva deliberato l’11 gennaio 1778. Trattavasi di

una disposizione abbastanza anomala: è a tutti noto infatti, anche in

confronto a dati assunti in generale da altre Comunità della Provincia

di Campagna, che le bestie erano considerate risorse importanti,

quindi difficilmente soggette a uccisione. La risoluzione consiliare

adottata non incontrava il parere positivo e favorevole di tutti: da

un altro foglio della medesima busta infatti (risalente al maggio

dello stesso anno) si può leggere il giudizio di Gaspare Tonelli,

uditore di Ceccano. Egli, scrivendo al Buon Governo, sostiene che

la risoluzione presa dal Consiglio sia in contrasto con la giustizia

e per questo suggerisce invece di imporre una sanzione pecuniaria

contro i trasgressori, i padroni delle bestie che avessero arrecato

danni ai terreni definiti “ristretti” – cioè quei terreni recintati vocati

esclusivamente alla coltivazione, in cui passaggio e pascolo degli

8

Archivio di Stato di Roma, Fondo Sacra Congregazione del Buon Governo,

Serie II (in seguito solo BG), b. 938. La Comunità di Ceccano scrive, in

data 14 agosto 1778, alla Sacra Congregazione. «La comunità di Ceccano

[…] rappresenta essere intollerabili i danni, che specialmente dalle bestie

caprine, si recano a quei arboreti ed oliveti. Giacché non sono state sufficienti

le pene ed aumento delle medesime per ovviare tali danni».

9

Ibidem. «[…] il Consiglio, che a questo effetto si adunò, per non sentire

più tali schiamazzi e bestemmie di quei poveri, risolvette che da qui in

avvenire si potessero le capre ammazzare impunemente trovandosi a dar

danno nei luoghi suddetti. Resta solo, che tale risoluzione venga ora approvata

dall’Eminenze Vostre, di che sono pregate, perché così si sarà dato

fine a tali danni né più si sentiranno i lamenti, e bestemmie di quel popolo

danneggiato».


Ceccano: danno dato, conferma di uno statuto

117

animali risultavano particolarmente dannosi. Senza la necessità

dunque di uccidere l’animale 10 .

La deliberazione del Consiglio però appare l’estrema ratio

dinanzi ad episodi ricorrenti: i documenti sono estremamente chiari

al riguardo, riportano una situazione in cui nulla avevano potuto le

precedenti disposizioni che avevano modificato e aggravato le pene

comminate. I danni perpetrati spingevano dunque la Comunità a

richiedere di rendere legale l’uccisione delle bestie. La risoluzione

consiliare adottata recitava infatti:

«Per dar riparo a li danni che vengono causati nelli ristretti

di questa terra, e suoi cittadini, giacché gl’altri pratticati per

il passato tutti sono stati, e riusciti inutili, sarebbe egli di

opinione, e erede espediente, che oltre la pena statutaria contro

li trasgressori, dare la facoltà, e libertà alli padroni di tali

ristretti di poter impunemente ammazzare le bestie caprine,

che entrano in detti ristretti, con l’approvazione dei superiori».

Malgrado ciò era stato impossibile trovare un rimedio ai danni

apportati dalle capre 11 , quindi il parere dell’uditore si era ora

10

Ivi. L’uditore di Ceccano scrive alla Sacra Congregazione in data 5 maggio

1778. «È contraria alla giustizia e all’equità la risoluzione presa da

questo Pubblico Consiglio di potersi ammazzare le capre, che si trovano

a danneggiare ne’ luoghi ristretti, potendo quelli, che ricevono il danno,

convenire giudizialmente li padroni di esse per conseguirne l’emenda. Se

si crede tenue la pena statutaria, si può accrescere, a riportarne l’approvazione

de’ superiori, giacché così si rimedierebbe all’intollerabile licenza

d’alcuni caprari».

11

Ivi, b. 939. Missiva indirizzata al Buon Governo dall’uditore Pietro Antonio

Vaccari, in data 3 ottobre 1780. «Rapporto a quanto si espone nella

supplica data alla Sacra Congregazione del Buon Governo in nome dei

Consiglieri della terra di Ceccano, e che univocamente col documento nella

medesima annessa mi do l’onore di ritrovar compiegata all’Eccellenza

Vostra devo ossequiosamente riferire alla medesima, esser veramente

intollerabili li danni, li quali si recano delle capre nelle vigne, alboreti,

oliveri, ed altri ristretti di quel territorio, e non esser stato possibile finora

il prendervi riparo, neppure all’accrescimento della pena altre volte dalla

prelodata Sacra Congregazione ordinato, atteso che gl’animali suddetti appartengono

per la massima parte a persone prepotenti, le quali poco, o nul-


118

Rossana Fiorini

uniformato a quanto richiesto dalla popolazione. Ora si consiglia

di cacciare totalmente le bestie dal territorio e consentire la loro

uccisione, o meglio una per branco, come già accade per i maiali 12 .

Risulta però che il malessere della popolazione, a seguito di una

breve tregua, torni a manifestarsi perché come testimonia Domenico

Marella il ricorrere nei confronti è durato poco e gli animali tutti, in

generale, vanno compiendo notevoli danni 13 .

la temono lo sbirro. Farci perciò anch’io di parere, che altro riparo che vi

resti a prendere, se non bandirle affatto dai luoghi, e ristretti suddetti colla

permissione a chi ve le troverà a danneggiare di ucciderne una per branco,

nella maniera istessa che per statutaria disposizione vien permesso di fare

con gli’animali neri, tantoppiù che non mancano in suddetto territorio altri

luoghi commodi, e propri, ove ritenerle alli pascoli senza pericolo di recar

danni».

12

Questo dato sugli animali neri può esser confrontato con alcune informaaioni

reperite nelle Delibere Consiliari. «Si confermano le difese tra le vigne,

e che se debbia ammazzar il porco trovandosi a far danno nelle vigne,

e portar il quarto alla Corte, e che se paga de pena uno carlino (per pascere

uno da dece in giù), et che se debbia rescuoter il denaro dell’erbatico ecc.

che alcuno fosse trovato con uva in mano, o incontrato per strada, o in

qualunque luogo fossero trovati, che gli abbia a menar dove l’ha colta con

la pena ad arbitrio del signor Auditore (facendolo) stare anche in berlingha

e che sia creso con giuramento ogniuno per accusar (danni) dell’uva e che

sia pagato quello che accorderà il (capitano)». Ceccano, Archivio Storico

Comunale, Libro dei Consigli (1579-1587), Delibera 5 Agosto 1580; cfr.

inoltre C. Cristofanilli, Vicende statutarie, cit., pp. 66-67.

13

BG, b. 939. Il documento è un memoriale che non presenta né firma né

data. È annesso a due lettere, una del 30 ottobre 1784 e l’altra del 5 novembre

1784, rispettivamente firmate dall’uditore Patrei e dall’uditore Terisse.

Le carte sono indirizzate alla Sacra Congregazione che appone, sul retro,

la data del 13 novembre 1784. «Domenico Marella della terra di Ceccano

diocesi di Ferentino Oratore Umilissimo dell’Eccellenza Sua divotamente

le rappresenta come da quattro anni fa quella Comunità porge supplica alla

Sacra Congregazione del Buon Governo per li danni che quella Comunità

praticava nei ristretti, e molto più nelli oliveti, per i danni che facevano

le bestie caprine; si degnò essa Sacra Congregazione con veneratissimo

rescritto imponere la pena sopra le bestie caprine […] motivo che più da


Ceccano: danno dato, conferma di uno statuto

119

Attraverso gli statuti si regolava la materia giuridica civile e penale

della Comunità, ma non sempre le norme stabilite erano sufficienti a

mitigare gli abusi che si commettevano (soprattutto nelle campagne)

e, di conseguenza, spesso si richiedevano sanzioni più rigide per far

rispettare la legge.

In particolare si apprendono nozioni sulla supplica di Antonio

Lauretti 14 al Buon Governo (della fine del XVIII secolo), inviata per

ottenere che nei vigneti già danneggiati a causa delle recenti gelate,

venisse vietata l’introduzione degli animali per almeno cinque anni

e che si accrescesse la sanzione di 20 baiocchi per ciascuna bestia

che avesse compiuto il danno. In questo documento viene citato

il danno dato, ovvero i danneggiamenti, dolosi o colposi, delle

terre comunali e delle relative coltivazioni, provocati da persone o

animali. L’attenzione è posta proprio intorno alla pena accresciuta

(già dovuta al tribunale): la risoluzione consiliare 15 deliberava che

padroni venderne suoi armenti di bestie caprine. […] Ha durato poco un

tal rigore in quanto anno corrente non solo nelli ristretti vanno pascolando

le capre, ma pecore e animali neri, vaccine d’ogni genere, bufali e cavalli,

senza haver visto avanti ai propri occhi i poveri paesani non hanno a chi

ricorrere […] pertanto poveri paesani vivono nelle angustie molto più che

molti de poveri compatrioti nella annata scorsa.

14

Ivi, b. 940. Nelle carte è stato reperito un memoriale firmato da Antonio

Lauretti e altri possidenti del territorio di Ceccano. La data in calce è del 22

maggio 1790. Il documento riporta «come stante le gelate dell’anno scorso

si seccarono negli albereti tutte le viti quali soltanto in quest’anno germogliando

nelle radiche si vanno ritirando su per unirle all’albero, portando

anche del frutto; ma siccome Eminenti Signori seguita la raccolta del grano

e granturco, entrando le bestie al pascolo queste ritrovando le viti basse e

stando alla loro altezza essendo, che le pascolano, e se una va a perdere il

frutto, o l’intento, che per l’anno fruttuoso sia la vite giunta all’albero, non

essendovi compenso per qualunque danno si potesse far pagare alle dette

bestie dannificanti». Infine si richiedeva che fosse «chiunque proibito di

pascolare in detti viti, dove sono questi albereti, sotto pena della perdita

della bestia, da applicarsi in favore della Comunità».

15

Ivi. L’uditore Giacomo Antonio Riccardi scrive alla Sacra Congregazione,

in data 14 agosto 1790, per avere un parere intorno al caso e alla

supplica presentata da Antonio Lauretti, di cui invierà alla stessa copia del


120

Rossana Fiorini

il divieto di introdurre le bestie nei terreni durasse per cinque anni

e stabiliva che la sanzione venisse applicata per metà al padrone

del fondo e per l’altra metà alla Comunità. L’uditore considerava

tale diversificazione nella pena contrastante con il diritto baronale 16 ,

che fino ad allora era stato esclusivo, nel senso che il barone

prendeva l’intera pena. Inoltre l’uditore propone di mantenere il

divieto per due anni e non cinque 17 . La risposta 18 dell’incaricato del

memoriale. «Il memoriale dato a nome di Antonio Lauretti, quale ritorno a

Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima ha dato causa al Consiglio

di Ceccano di risolvere, che si imponesse la pena di baiocchi 20 per ciascuna

bestia, che si volesse introdurre e si facesse introdurre negli oliveti

ed albereti ristretti da durare per due anni. L’allontanamento delle bestie da

tali luoghi ha per fine la conservazione dalla rinascenza delle radici delle

piante seccate nell’inverno dell’anno 1789».

16

Ivi. «Sia ben pensato un tale allontanamento: ma il modo di applicare

la pena è offensiva del diritto del Barone, il quale per l’applicazione delle

pene del danno dato al suo Tribunale vi compare la Reverenda Camera

Apostolica sotto di Clemente VIII onde con titolo oneroso restano addotte

alle casse de’ rispettivi frutti. Imperocché il Consiglio […] la metà della

pena che impone per ciascuna bestia introdotta nei predetti ristretti applica

alla Comunità, e l’altra metà al padrone del ristretto fondo. Il signor Contestabile

terrà per nullo in questa parte il detto Consiglio senza tralasciare

di applaudir alla proibizione della introduzione delle bestie negli oliveti, ed

albereti per li due anni. Io […] non tralascio di portare nel capo al doppio

la pena statutaria da applicarsi alla Curia».

17

Ivi. «L’uditore del Barone ammette per giusta tale risoluzione, supponendo

che debba durare per due anni, quando la risoluzione conciliare porta

per cinque anni. Ma si oppone all’applicazione della pena accresciuta al

padrone del fondo, ed alla Comunità, perché le pene dei danni dati spettano

al Barone e al suo Tribunale per la cessione avutane da Clemente VIII».

18

Ivi. Il documento porta la titolazione: «Sulla supplica di Antonio Lauretti».

Si tratta di un parere scritto dal Ponente del Buon Governo, relativo

appunto alla supplica precedentemente inviata da Antonio Lauretti di Ceccano.

«Supplicò Antonio Lauretti la Sacra Congregazione, che proibisse

l’introduzione degli animali negli albereti, per un danno, acciò le viti già

molto pregiudicate dalla gelata dell’anno passato possano rigermogliare, e

giungere li nuovi germogli ad una altezza tale da non poter essere pregiu-


Ceccano: danno dato, conferma di uno statuto

121

Buon Governo va a mediare la richiesta del Lauretti con il parere

dell’uditore, consigliando di stabilire il divieto per tre anni. Riguardo

la suddivisione della sanzione “accresciuta”, imputata per metà al

padrone del fondo e per l’altra metà alla Comunità, il suo parere trova

accordo con quanto statuito dal Consiglio, poiché in tal modo non si

« reca pregiudizio alcuno al Barone per le pene del danno dato, che

dev’esigere il suo Tribunale a tenore delle tasse vigenti per essere

queste pene accertate, e preservate nella Risoluzione Conciliare» 19 .

D’altra parte l’inasprimento imposto riguardava l’introduzione degli

animali e non propriamente il danno arrecato 20 . Il Ponente della Sacra

Congregazione dunque concludeva:

« Poiché la suddetta pena aggiunta s’intenda e sia per la

sola introduzione di qualunque bestia. Crederei perciò, che la

Sacra Congregazione potesse riscrivere:

Pro approbatione Resolutionis Concilii ad Triennium

tantum Etiam quod applicationem poenarum auctarum ex

causa Introductionis animalium in Arboreta et oliveta, salvis

juribus Tribunalis pro exactione Poenarum Danni dati justa

taxas» 21 .

dicati da medesimi animali. Rimessa la supplica pro informatione audito

concilio cum interventu de deputati ecclesiastici, il consiglio è convenuto

che la proibizione di introdurre gli animali negli albereti, ed oliveti duri per

cinque anni. Con accrescere la pena già dovuta al Tribunale per li danni in

baiocchi 20 per ogni bestia minuta, e grossa di qualunque sorte che verrà

introdotta negli albereti, ed oliveti. Ed applicandola per metà al padrone

del fondo e per l’altra metà alla comunità».

19

Ivi. «Il tempo, che dovrà durare tale proibizione, io crederei, che si potesse

determinare per soli tre anni, perché tanto le viti, quanto gli olivi, quale

che non riacquistano in tre anni non lo riacquistano più. La pena accresciuta

poi credo, che sia bene applicata al padrone del fondo per la metà, e per

l’altra metà alla Comunità».

20

Ivi. «[…] l’accrescimento stabilito dal Consiglio non è propriamente

pena del danno, ma piuttosto una pena imposta alla sola introduzione degli

animali e pena di contravvenzione non di danno; come spiega la Risoluzione

Conciliare».

21

Ivi.


122

Rossana Fiorini

Nei primissimi anni del XIX secolo si solleva la questione degli

animali neri 22 , che essendo troppo dannosi vengono banditi, oppure,

così come stabilito, si consente la loro uccisione, quando siano trovati

a far danno. Difatti, come recita una supplica firmata dal sindaco e

dal segretario di Ceccano:

«Per ovviare alli grandissimi danni che si commettono

dalli animali neri in quel territorio e nelli granturchi, e ristretti

d’arboreti in una, olive, o d’altri generi, vi fu sotto il 4 del

corrente luglio risoluzione consiliare, nella quale fu stabilito

e risoluto, che trovandosi a danneggiare dette sopra tanto di

morra, che mandarini di ammazzarli […] come in tempo del

governo provvisorio fu ulteriormente risoluto di tal pena per

esser li danni» 23 .

La risoluzione consiliare succitata confermava le modifiche

apportate alla normativa – rese evidentemente indispensabili per via

22

A tal proposito cfr S. Notari, Per una geografia statutaria del Lazio: il

rubricario degli statuti comunali della provincia storica di Campagna, in

Rivista Storica del Lazio, 13-14 (2005-2006), 22, Le comunità rurali e i

loro statuti (secolo XII-XV), Atti dell’VIII Convegno del Comitato italiano

per gli studi e le edizione delle fonti normative, Viterbo 30 maggio – 1

giugno 2002, a cura di A. Cortonesi e F. Viola, p. 47. «È assai ricorrente

in tutta la provincia la previsione di dure sanzioni risarcitorie per limitare

i danneggiamenti arrecati ai coltivi dai ‘porci mandarini’ (o ‘mandarili’), o

addirittura la facoltà di ucciderli”, così come accadeva anche nel Comune

di Pofi». Inoltre, come specifica Giammaria nel suo contributo sul danno

dato nella provincia di Campagna e Marittima, come fosse certamente lecito

uccidere il maiale, animale notoriamente devastatore, in qualche caso

anche altri animali, per i quali c’erano prescrizioni comportamentali e soprattutto

condizione d’essere. Per evitare contestazioni l’uccisore era obbligato

a portare alla Curia una parte dell’animale, quasi a voler significare

la compartecipazione di quest’ultima ad un’azione ammessa dalla legge.

Cfr. G. Giammaria, Il ‘danno dato’ negli statuti di Campagna e Marittima.

Una nota illustrativa, in ivi, p. 139.

23

BG, b. 942. La supplica è firmata dal sindaco Giovan Francesco Leo e

dal segretario Magno Colantonj. La data apposta dalla Sacra Congregazione

riguardante l’intera pratica – cioè tutti i documenti annessi – è del 14

agosto 1802.


Ceccano: danno dato, conferma di uno statuto

123

delle enormi ed ingenti rovine presso i campi di granturco, i vigneti,

gli oliveti o altri terreni, anche ristretti – consentendo di sopprimere

le bestie; tale provvedimento fu accolto positivamente dall’uditore 24 .

È da sottolineare inoltre come tali disposizioni non incontrassero

spesso il consenso degli ecclesiastici 25 . La proposta in Consiglio

aveva ottenuto una votazione unanime 26 , ora se ne richiedeva

l’approvazione definitiva da parte della Sacra Congregazione.

Controversie giurisdizionali sul danno dato disputate all’inizio del

XIX secolo

Interessanti sono le controversie giurisdizionali sul danno

dato disputate all’inizio del XIX secolo fra la curia di Ceccano e

la curia subalterna di Ripi. La disputa nasce tra Giovanni Martelli

giudice e governatore di Ripi e l’uditore di Ceccano, suo giudice

superiore, sui capitoli IV, V, VII e VIII 27 del motu proprio papale

24

Ivi. «[…] è giustissima la risoluzione presa del pubblico consiglio di poter

uccidere gli animali neri che si rinvengon esser danno nei granturchi, e

ristretti di questo territorio, conforme giusta la riconoscono anche li stessi

pubblici rappresentanti […]».

25

Ivi. Viene inviata al Buon Governo copia della risoluzione consiliare,

la data della trascrizione è del 27 luglio 1802. La firma in calce è di Magno

Colantonj, che qui è indicato come notaio pubblico e segretario. «Si

propone finalmente, che si commettono dalli molti danni dell’animali neri

nelli campi di granturco, e nelli ristretti, e in specie nell’uva, olive ed altri

generi, nonostante pene statutarie che vi sono, che per evitare questi gran

danni, si stima bene metter la pena di potergli ammazzare trovandoli a

danneggiare come sopra, e com’anche altre volte è stato risoluto, e siccome

in questo provvedimento s’è trovato l’ostacolo sempre degl’ecclesiastici

però si stima bene far approvare tal pena dalla Sacra Congregazione del

Buon Governo ad oggetto, che restino soggetti alla medesima pena tanto li

secolari, che gl’ecclesiastici, e anche da Sua Eccellenza».

26

Ibidem. «[…] onde chi vuole, ponga il voto bianco inclusivo, e chi no il

nero esclusivo; quali distribuiti, e raccolti, sono stati rinvenuti tutti bianchi

con il voto decisivo delli stessi deputati ecclesiastici e rimane accettata».

27

Gli articoli sono i seguenti:

«IV: Rapporto poi ai danni dati casuali, cioè quelli che provengono dal


124

Rossana Fiorini

del 4 Novembre 1801. Gli articoli erano tutti relativi alla maniera di

giudicare i danni dati, e riguardavano i procedimenti e le modalità

attraverso cui i casi venivano disciplinati. Nel motu proprio si

richiedeva alla Congregazione Economica di formulare una nuova

legge atta a regolare al meglio il danno dato in tutti i territori dello

Stato Pontificio; le nuove norme dovevano essere utili a prevenire

i danni, soprattutto in quei territori in cui le disposizioni vigenti

erano inefficaci. Un documento inviato al Buon Governo porta a

naturale ferino degl’animali, e dalla incuria de loro contadi, e che sono certamente

i più frequenti, e quelli per conseguenza che più degli altri vanno

prevenuti, incarichiamo la Congregazione Economica, affinché […] voglia

immaginare […] una nuova legge esecutiva più adattata all’importante oggetto

di prevenire tali danni, e la quale togliendo la prattica stata sempre in

signe di attendere in tali giudicati le disposizioni dai rispettivi Statuti Municipali,

fra i quali ve ne sono parecchi che impongono pene troppo miti e

per conseguenza inefficaci, ostenda anche in questa parte detta legislazione

economica dello stato ecclesiastico quella perfetta informità de’ principi, e

che vogliamo che alligni in tutte le diramazioni della legislazione stessa».

«V: Desiderando noi però porre sin da ora, e per quanto è possibile un argine

alla troppa frequenza dei predetti danni dati casuali vogliamo che siano

dalla pubblicazione della presente nostra cedola di motu proprio in tutta la

estensione dello Stato Ecclesiastico, niun luogo eccettato, si osservino rapporto

agli stessi danni dati casuali li seguenti regolamenti, nonostante che

potesse trovarsi disposto diversamente dai rispettivi Statuti Municipali».

«VI: E primieramente siccome a prevenire i delitti influisce non tanto la

gravità della pena quanto la prontezza di essa, e a questo giova moltissimo

la speditezza della processura, così vogliamo che in tutta la causa dei suddetti

danni dati casuali non si osservino le solennità solite a praticarsi nei

Giudici ordinari, e formarli, ma che debbano esse trattarsi sommariamente,

e senza recapito; e figura di giudizio».

«VII: E parimenti precisiamo, che il giuramento del dannificato unito ad

un sol testimone degno di fede, o avvalorato da qualche ammennicolo sia

sufficiente per concludere la prova del dato».

«VIII: E prescriviamo inoltre, che dette cause di danni dati casuali […]

restino ultimate nello spazio di venti giorni, passati i quali la causa resterà

devoluta al Giudice superiore, e senza che da questi si possa appellare

sennonché in devolutivo, come pure che tutte le spese di giudiziali, che

stragiudiziali debbano sempre rifarsi dalla parte soccombente».


Ceccano: danno dato, conferma di uno statuto

125

conoscenza dell’opinione dell’uditore di Ceccano, il quale asserisce

che quanto disposto dai capitoli debba essere osservato soltanto

quando la Congregazione Economica incaricata avrà effettivamente

emanato le nuove disposizioni, e che la modalità dell’«antico diritto

di rivedere le cause subalterne dei danni dati» debba continuare ad

avere efficacia fino ad allora. Tale metodologia veniva comunque

«reputata abusiva ed irregolare» dallo stesso, «diversamente opposta

alla riforma ora stabilita» 28 . La risposta della Sacra Congregazione 29

(spedita insieme a una copia del suddetto motu proprio) farà

però ancora riferimento alla Bolla benedettina sul danno dato,

confermando la prima istanza di competenza del giudice locale. Per

questo la Sacra Congregazione non poteva intervenire nella disputa,

28

BG, b. 942. La supplica è scritta per intercedere fra Ceccano e Ripi.

Riporta una data del Buon Governo del 26 giugno 1802. «Crede in primo

luogo Ceccano, che il disposto in que(sti) capitoli non s’intenda osservabile

adesso, ma dopo soltanto che sarà fatta la legge incaricata […] alla Sacra

Congregazione Economica. E crede poi, in vista di tale supporto, che quel

che lui […] persister possa nell’antico diritto di rivedere le cause subalterne

de danni dati nella maniera costante finora. Questo metodo (che l’Oratore

ha sempre però riputato abusivo) è stato […] di non solo chiamare a sé,

a semplice supplica dei ricorrenti, atti, copie, ed altro gratis, ma ben anche

di ordinare la soppressione delle molestie, e voler esser informato, e quindi

giudicare economicamente come ha ceduto senza attender prima i giudicati

de partibus. L’Oratore dice che all’incontro rapporto al primo punto, che

quei capitoli fanno, e far doveano di osservare per tutti i tribunali fine della

data di detto motu proprio, e non mai dopo la legge, che dovrà stabilirsi. E

rispetto al secondo, che Ceccano non può, non deve più volere quell’antico

suo metodo, sì perché è diversamente opposto alla riforma ora stabilita

segnatamente dalli § quinto, ed ottavo, ed altresì perché quello stile non si

uniforma nemmeno alla equità, e ragione, e buone regole. È direttamente

opposto al § quinto, ed ottavo, perché il primo, abolisce ogni diritto anche

municipale per non doversi creder più fermo uno stile abusivo, ed il secondo,

ossia l’ottavo, non dà agl’accusati nemmeno l’appellazione in sospensivo,

e così non può non segnarli, che lasci aperta una via economica

cagione di non pochi disordini, ed abusi».

29

Ivi. Il documento intitolato «Ceccano e Ripi. Controversie giurisdizionali

sul danno dato» riporta la data del Buon Governo del 3 luglio 1802.


126

Rossana Fiorini

da decidersi invero dalla Segnatura o dalla Consulta (sia per i danni

criminosi che per quelli studiosi).


Marco Di Cosmo

Ceprano: il danno dato nello statuto

Introduzione

A Ceprano è noto che manchi l’antico statuto comunale.

L’Archivio Storico del comune di Ceprano contiene principalmente

materiale post-unitario 1 ; tuttavia, la ricerca condotta consultando il

fondo della Congregazione del Buon Governo presso l’Archivio di

Stato di Roma, ha portato alla luce alcuni interessanti riferimenti

all’antico Statuto della comunità cepranese.

Dapprima un riferimento esplicito all’antico Statuto in materia di

danno dato per irregolare transito del «bestiame nelli cerqueti», e,

in un momento storico successivo, una lacuna statutaria in materia

di danno dato relativamente al taglio della legna nella macchia di

Ceprano.

Da questa duplice menzione, di seguito trattata in dettaglio, si

evince quindi l’esistenza dello Statuto di Ceprano, pur non avendone

oggi traccia documentaria.

I casi di danno dato

Il danno dato è argomento centrale nelle documentazioni

statutarie, essendo una delle materie più rilevanti all’interno delle

esperienze giuridiche locali.

Con il termine di danno dato si identificavano tutti i reati relativi

ai danneggiamenti delle terre provocati da persone, o più spesso

animali.

Tali danneggiamenti, come vedremo, si rivelavano particolarmente

critici per un’economia locale, a Ceprano come in altri paesi,

fortemente legata all’agricoltura.

La materia che regolava questo tipo di controversie è dunque la

1

A. M. Ferraioli, Le fonti conservate nell’Archivio Storico del Comune di

Ceprano, Ceprano 2004.


128

Marco Di Cosmo

parte preponderante, sia degli Statuti, che delle testimonianze qui

analizzate.

Uno dei casi esaminati relativi al danno dato riguarda l’irregolare

transito del bestiame, nella fattispecie la causa tra Giovanni Rotondo

e il comune di Ceprano, per il passaggio degli animali nei querceti.

Il Rotondo scrive alla Sacra Congregazione del Buongoverno

come, contro la forma dell’Antico Statuto, «l’affittuario del danno

dato, fatta la commemorazione di tutti i Santi, ne deve pretendere

le pene del danno nelle ghiande fatto con bestiame nelli cerqueti di

queste parti etiam nelle riserve» 2 .

Il caso più recente, risalente al 1776, e relativo al danno dato,

riporta invece l’istanza presentata dal popolo di Ceprano contro

«Prospero de Camilly, Crescenzo Guglielmi e Francesco Trani,

per ottenere riparo al danno considerabile che li loro domestici

cagionavano alla macchia communitativa col continuo taglio della

legna, senza riguardo agli alberi fruttiferi» 3 .

Il taglio indiscriminato della legna nei territori di Ceprano, infatti,

colpiva enormemente l’agricoltura locale, andando a danneggiare gli

alberi, potenziale fonte di approvvigionamento della comunità.

Si legge nel memoriale del Buongoverno come il podestà locale,

verificando la sussistenza di tale danno, suggerì l’emanazione di un

editto che proibisse il taglio indiscriminato della legna 4 .

2

Archivio di Stato di Roma, Fondo Sacra Congregazione del Buongoverno,

Serie II (in seguito solo BG), b. 961. Deposizione di Giovanni Rotondo,

deposizione contenuta in fascicolo sub data 21 febbraio 1629.

3

Ivi, b. 963. Istanza presentata dalla Comunità di Ceprano alla Sacra Congregazione

del Buon Governo, 31 maggio 1776.

4

Ivi: «in tal ricorso rimesso al Governatore di Campagna, ed in seguito

con lettera del 5 successivo maggio, tramite l’informazione di quel Podestà

locale, in cui verificando questi la sussistenza del danno, suggerì il provvedimento

della pubblicazione di un Editto proibitivo di tagliare la legna

in detta Selva sotto pene vigorose Intanto però la Sagra Congregazione

prima di prendere alcuna provvidenza […] determinò di scrivere sotto li 4

maggio di dett’anno allo stesso Governatore di Campagna per sapere se li

Particolari di Ceprano abbino il diritto di legnare in tutta l’estensione della

Macchia, se la facoltà sia ristretta al taglio della legna morta, o di quella in


Ceprano: il danno dato nello statuto

129

A sostegno dell’accusa si legge come numerosi testimoni abbiano

visto più volte tagliare la legna in quei luoghi 5 .

Mancata applicabilità dello Statuto e richiesta di redazione

In riferimento al primo caso, riguardo il danno dato nei cerqueti,

emerge da un lato la testimonianza dell’esistenza di un antico Statuto

che regolava la comunità locale; dall’altro il manifestarsi di una

lacuna normativa.

Si legge infatti, nella lettera del Buongoverno, datata febbraio

1649, che: «dopo haver sentito le parti sopra lo che si espone da

Giovanni Rotondo nel congiunto memoriale, devo riferire all’E.V.

conforme all’ordine […] che nello Statuto di Ceprano non si contiene

in conto alcuno la materia esposta, come si suppone, praticandosi in

quel luogo» 6 .

Il secondo caso è invece decisamente più complesso.

In merito al danno dato «negl’Alberi della Comunità», si specifica

che è possibile applicare due azioni: una di tipo civile e una di tipo

penale, ossia «un’emenda e un’altra criminale per la pena». In merito

all’azione civile, si legge sempre nel memoriale, non c’è dubbio

che questa possa essere applicata ai «dannificanti», ma a tale scopo

bisogna dimostrare sia che questi cittadini non avessero diritto di

tagliare la legna, sia che abbiano tagliato legna da frutto, il che non

piedi infruttifera e se sia luogo, ad assegnare una porzione di Macchia per

uso di legna da foco, per preservar l’altre fruttifere, che sogliono vendersi

dalla Communità».

5

Ivi: «testimoni depongono di avere veduto più volte tagliare nell’anni

passati legna di quercia verde, e fruttifera, e trasportarla per farne foco,

da Giustiniano Merolli, Bernardo Guglielmi, Arduino Carboni, Garzoni di

Giuseppe Maria Vitiliani e Prospero de Camilly, di Crescenzo Gemma,

Garzone del Medico Trani, da Domenico Cipriani Garzone di Gio. Pietro

Astolfi e dalli Garzoni non individuati di D. Pasquale Cipolla e di Francesco

Cipolla».

6

Ivi, b. 961. Da una lettera inviata alla Sacra Congregazione del Buon

Governo, in data 21 febbraio 1629.


130

Marco Di Cosmo

è provata da alcuna perizia 7 .

L’azione penale invece, «non può esercitarsi, se non vi è Statuto,

o diritto proibitivo di legnare, e questi non essendovi, come motiva

il Potestà di Ceprano» 8 , per riparare al danno si propone allora di

emanare un editto penale ad hoc.

In questo caso emerge l’esigenza di colmare una lacuna normativa,

riguardante un provvedimento da applicare ai trasgressori.

Per questo, il Podestà locale, verificando la sussistenza del danno,

suggerisce la pubblicazione di un Editto che proibisse di tagliare

la legna nei luoghi specificati. «Convien dunque riparare al danno

con un Editto penale, di ciò fare convien di nuovo premere presso il

Governatore di Campagna, per aver la risposta categorica sull’obietti

fatti dalla Sagra Congregazione nella lettera dei 4 Maggio 1776» 9 .

Tuttavia, il riferimento all’antico Statuto nei casi qui presi in esame

altro non è che una conferma dell’esistenza di quest’ultimo, nonché

testimonianza del suo utilizzo per la risoluzione delle controversie

in materia di danno dato nella Comunità di Ceprano in Campagna.

7

Ivi, b. 963. Istanza presentata dalla Comunità di Ceprano alla Sacra Congregazione

del Buon Governo, 31 maggio 1776: «non vi è dubbio che dalla

Comunità possa sperimentarsi contro i dannificanti, ma convien che costi,

che questi non avessero diritto di legnare nella macchia, e che li nominati

garzoni abbiano tagliato la legna fruttifera, il che non li prova dalla Perizia».

8

Ivi.

9

Ivi.


Marco Di Cosmo

Dispute sulla legittimità del pascolo

nelle terre di Ferentino

Introduzione

Lo Statuto Comunale di Ferentino, sopravvissuto in duplice copia,

è di incerta datazione, sebbene ormai collocabile intorno alla

metà del XV secolo 1 .

In questa sede ci occuperemo dell’utilizzo di questo strumento

normativo nelle pratiche cittadine, soprattutto come fonte e testimonianza

di usi, costumi e consuetudini per la società e per l’economia

ferentinese.

Lo Statuto di Ferentino

La disamina dei carteggi tra la comunità di Ferentino e la Congregazione

del Buon governo, custoditi presso l’Archivio di Stato

di Roma, ha portato alla luce numerose occorrenze statutarie. Nella

fattispecie della ricerca appena condotta, vi è spesso rimando agli

Statuti medievali del Comune di Ferentino: si citano per scambio di

informazioni di natura personale, professionale o patrimoniale.

In particolare, nel Fondo del Buon Governo - sia nelle missive

ricevute a Roma, sia nelle minute delle lettere spedite dal territorio

della Città di Ferentino - le testimonianze statutarie hanno condotto

la ricerca verso un tema preciso: la legittimità del pascolo nelle terre

di confine e il caso di richiesta della cittadinanza per il pascolo, sempre

in virtù dello Statuto ferentinese. Questo a dimostrare la centrali-

1

Statuta Civitatis Ferentini. Edizione critica del ms 89 della Biblioteca del

Senato della Repubblica, a cura di M. Vendittelli, Roma 1988 (Miscellanea

della Società romana di storia patria, 28), pp. XII-XXIII; M. Vendittelli,

Gli Statuti di Ferentino, in Statuti e ricerca storica, Atti del convegno,

Ferentino, 11-13 marzo 1988, Ferentino 1991, pp.77-85; C. Bianchi,

Statutum Civitatis Ferentini, Roma 1984.


132

Marco Di Cosmo

tà degli Statuti come fonte dell’esercizio di diritti o doveri quotidiani

del Popolo di Ferentino di Campagna.

Dispute sulla legittimità del pascolo nelle terre di Ferentino

Partendo dalla legittimità del pascolo, parleremo di alcuni casi in

relazione alla normativa che regolava questa attività nel territorio di

Ferentino. I casi, oltre a richiamare l’esistenza di cause relative alla

legittimità del pascolo in questo comune, forniscono una diretta testimonianza

dell’utilizzo dello Statuto come riferimento normativo,

sebbene non unico, in questo tipo di controversie. Il caso preso in

esame si pone all’interno di un secolare conflitto tra la comunità di

Ferentino e i Padri Certosini di Trisulti, che liberamente conducevano

le proprie bestie al pascolo, in terreni spesso vietati dalle norme

statutarie locali. Il 23 agosto 1636 la Comunità di Ferentino scrive al

Cardinale Barberino presentando un’istanza «perché li Padri Certosini

in Trisulti non possino far pascere li loro bestiami in luoghi e in

tempi proibiti, ammesso che il loro privilegio concesso da Martino V

non contenga tal facoltà» 2 . Il fatto si scontra con le disposizioni statutarie

che, secondo la Comunità, impediva invece ai Padri Certosini

«di mandare li loro bestiami a pascere in quel territorio e in luoghi

proibiti […] secondo il Statuto di detta città, confirmato dal Sommo

Pontefice, et in particolare da Martino V» 3 . In questo caso le norme

confliggevano, poiché se da un lato il Papa aveva concesso maggiori

libertà ai Certosini, d’altro canto, spiegano ancora i Magistrati di

Ferentino, le norme contenute nello Statuto, e approvate dallo stesso

Martino V, contengono elementi che limitano tale libertà. Il riferimento,

anche se indiretto, è al Libro Quarto dello Statuto concernente

il danno dato, in particolare le Rubriche VII e IX 4 . Si legge ancora

2

Archivio di Stato di Roma, Fondo Sacra Congregazione del Buon Governo,

Serie II (in seguito solo BG), b. 1562. Lettera della Comunità di

Ferentino al Cardinale Barberino, in data 23 agosto 1636.

3

Ivi.

4

Statuta Civitatis Ferentini. Qui riprese negli aspetti più generali.

«Liber Quartus, Rubrica VII. Quod bestiae grossae non intrent vineas


Dispute sulla legittimità del pascolo nelle terre di Ferentino

133

nella documentazione inviata dalla comunità di Ferentino alla Saneque

hortos temporibus infrascriptis. Item statuimus, et ordinamus, quod

si Bos, Bacca, Bubalus, Equus iumentum, mulus, seu asinus vel alia Animalia

Grossa fuerint inventa in Vineis a Kalendis Martii, usque ad Festum

Omnium Sanctorum, D.nus ipsarum bestiarum solvat vice qualibet pro

qualibet bestia Sollidos II. Si vero a Festo Omnium Sanctorum, usque ad

Kalendas Martii dicta Animalia inventa fuerint in dictis Vineis, vel damnum

dederint in eis, solvat pro qualibet Bestia sol.II […] Et idem intelligatur

in quolibet alio damno dato per quascumque bestias; Videlicet quod

solvat Pastor pro persona sua sol.V ultra poenam bestiarum, si inventus

fuerit esse praesens cum dictis bestiis tempore damni dati, et semper teneatur

ad emendam damni in quolibet casuum praedictorum».

«Liber Quartus. Rubrica IX. De bestiis grossis et minutis intrantibus in

olivetis alienis. Item quod Bestiae grossae, et minutae non intrent aliquo

tempore in olivetis alienis ad poenam II sollidorum pro qualibet bestia

grossa; Et pro qualibet minuta Sollidum unum. Adijcimus, quod praedictae

bestiae tempore Olivarum in dictis Olivetis intrare, vel morari non possint,

nec debeant ad poenam praedictam. Si vero Pastor dictas Bestias studiose

immiserit tempore quo sint ibi fructus olivarum maturarum, seu plantae

olivarum, solvat poenam XX sol.ultra poenam bestiarum, et in omnibus

praedictis casibus damnum emendet».

Statuto di Ferentino, Libro IV, Rubrica VII, cfr. Gli Statuti medievali del

Comune di Ferentino. Traduzione del testo del Codice 89 della Biblioteca

del Senato della Repubblica, a cura della Sintesi Informazione, Roma

1988, pp. 172-173. «Rubrica VII. Che le bestie di grosso taglio non entrino

nelle vigne e negli orti nei periodi sotto indicati.

Stabiliamo inoltre ed ordiniamo che, se un bue, una vacca, un bufalo, un

cavallo, un giumento, un mulo, un asino o un altro animale di grosso taglio

saranno trovati all’interno di vigne dall’inizio del mese di marzo fino

alla festa di Ognissanti, il padrone delle stesse bestie paghi due soldi per

ciascuna di esse, etc. […] E lo stesso si intenda in qualsiasi altro danno provocato

da qualsiasi bestia, ossia che qualora il pastore fosse trovato con le

dette bestie al momento del danno, oltre alla pena per gli animali paghi cinque

soldi per la propria persona, e sia sempre tenuto a risarcire il danno».

«Rubrica IX. Delle bestie di grosso e piccolo taglio che entrano negli oliveti

altrui. Stabiliamo inoltre che le bestie di grosso e piccolo taglio non

entrino mai negli oliveti altrui, pena il pagamento di due soldi per ciascun

bestia di grosso taglio e di un soldo per ognuna di piccolo taglio. Ed aggiungiamo

che le suddette bestie non possano né debbano mai entrare o so-


134

Marco Di Cosmo

cra Congregazione del Buongoverno che «Li Padri Certosini di S.

Bartolomeo in Trisulti, ottennero Breve da Martino V, nel quale si

li concede facoltà di poter fare pascolare in tutti li territori di città, e

luoghi di campagna, con li loro Bestiami, et in particolare nelli luoghi

selvatici, [...] senza pagamento alcuno» 5 . I padri certosini, forti

del Breve emanato dal pontefice, hanno dunque «fatto pascere nel

territorio di Ferentino, tanto nel selvatico, come nell’erbatico senza

pagare cosa nessuna» 6 .

La comunità di Ferentino, da un lato nega il fatto che il Breve

possa consentire ai Padri Certosini di agire in tal senso, dall’altro sostiene

che lo stesso Martino V, in altro Breve, approvando lo Statuto,

imponesse anche ai monaci il rispetto delle norme, negando dunque

la possibilità anche per essi di pascolare i propri animali nei terreni

vietati dallo Statuto. Leggiamo infatti che, secondo la comunità di

Ferentino, il Breve non contiene la possibilità che

«detti Padri possino far pascere in luoghi proibiti, et in

tempi proibiti, così si desidera, si fa istanza e supplica di non

permettere che detti Padri faccino pascere nel detto territorio

per l’avvenire come hanno fatto per il passato; ma nel modo e

forma che è lecito alli cittadini, et ecclesiastici [...] come per la

disposizione di quel statuto, per le seguenti ragioni» 7 .

La Comunità di Ferentino si mobilita, dunque, affinché lo Statuto

venga osservato anche dagli ecclesiastici, enumerando puntualmente

le motivazioni. Il testo, oltre a richiedere l’osservanza delle norme

statutarie anche da parte degli ecclesiastici, pone alcune questioni di

‘civile convivenza’ all’interno della comunità, la cui economia sarebbe

oltremodo gravata dalle concessioni di libero pascolo ai Padri

stare nei detti oliveti, sotto la predetta pena. Qualora poi colui che conduce

al pascolo le dette bestie ve le introdurrà volutamente nel periodo in cui vi

sono le olive mature, paghi una pena di dieci soldi oltre a quanto dovuto

per le bestie, ed in tutti i casi risarcisca il danno provocato».

5

BG, b. 1562. Lettera della Comunità di Ferentino al Cardinale Barberino,

in data 23 agosto 1636.

6

Ivi.

7

Ivi.


Dispute sulla legittimità del pascolo nelle terre di Ferentino

135

Certosini. Si aggiungono ulteriore particolari: alcuni terreni agricoli

erano tutelati non solo come proprietà di privati contadini, ma anche

come terreni demaniali, all’interno dei quali i più bisognosi potevano

approvvigionassi dei frutti dell’agricoltura, distrutti in questo

caso dal pascolo degli animali. Infine, concludono i Magistrati di

Ferentino, la concessione fatta ai Certosini nasceva dalla povertà di

quest’ordine, che invece nel tempo, sostengono sempre i communisti,

ha acquisito ricchezze e proprietà che superano i centomila

scudi 8 .

8

Ivi. «Prima per essere stato di Statuto confirmato dalla Santa Sede Apostolica,

e conceduto anco un Breve dallo istesso Martino V alla medesima

Comunità (del quale se ne dà copia) per l’osservanza di detto statuto quale

è stato sempre osservato come s’osserva tanto dalli detti cittadini quanto

dalli ecclesiastici oltre che dalla S. Congregazione de bono regimini è stato

dichiarato, che detti ecclesiastici faccino pascere, come fanno li Cittadini,

il che devono ancor essi padri, come ecclesiastici osservare.

2° che quando eglino non saranno sottoposti alle dette leggi municipali,

così confirmati, ne seguiranno grandi absurdi [...] si li detti luoghi prohibiti

detti padri faranno pascere con porci, et altri bestiami, la comunità

non potrà fare ritratti dell’entrate suddette, nemmeno li cittadini, far rugni,

piantar oliviti, et altro, mentre li garzoni delli stessi padri senza pena, e senza

emenda scorrono tutto il territorio, cosa che non è conceduta all’istessi

cittadini, ne ecclesiastici suddetti.

3° è solito antico della detta comunità di riserbar un quarto del territorio

sotto nome di Staffolo, affinchè nel tempo della spica le povere vedove,

et altre persone mendichi possino andar ivi a ricoglierla nel quale quarto

è prohibito di non poterci pascere, sotto pena di baiocchi 3 per morra di

animali, e come si è sempre osservato, et osserva, ma non dai detti padri,

ciò non ostante, mandarono i loro garzoni con truppa di animali porcini,

et altri, e devastano ivi […] quella spica riserbata per povere, e miserabili

persone, in evidentissimo danno di esse.

4° e ultimo che sebene quella […]. li condusse a fare detta Concessione alli

detti Padri sotto titolo e espressioni di povertà, cessata nondimeno d’oggi

detta pretensa povertà, et facendo due castilli divenuti confinanti con il

Territorio di essa Città oltre altri beni stabili, in diversi luoghi, si stima il

loro havere ascendere sopra centomila scudi».


136

Marco Di Cosmo

Richiesta dell’annullamento di cittadinanza in virtù dello Statuto

Del tutto particolare è una causa dibattuta presso la comunità di

Ferentino, relativa al caso di un tale Benedetto Ciarapica, la cui richiesta

di cittadinanza viene annullata proprio a seguito delle disposizioni

statutarie. Nell’agosto 1635 la comunità di Ferentino scrive

alla Sacra Congregazione del Buon Governo esponendo i fatti e

presentando tale richiesta di annullamento. Il consiglio comunale,

infatti, aveva in precedenza ammesso alla cittadinanza

«Benedetto Ciarapica d’Alatri pecoraro, il quale non possiede

cosa alcuna stabile nel territorio della Città di Ferentino:

e tutto quello che ha lo possiede in Alatri, dove anco stabilisce

li suoi affitti in non pagare la Colletta, che pagano li forestieri,

che ritengono gli animali in detto territorio. Pretende la cittadinanza

in vigore di un Consiglio nullamente fatto» 9 .

La richiesta del Ciarapica, a quanto sembra, era del tutto pretestuosa,

al fine di evitare la tassazione per il pascolo a cui erano sottoposti

i forestieri, e non i cittadini di Ferentino.

«Ma lo statuto di detta Città», si legge ancora nel fascicolo, dispone

che

«se alcuno vorrà giurare la cittadinanza, debbano il Podestà,

et officiali vedere prima se ciò si fatti in fraude per non

pagare le Collette, e in caso non sia da loro approvata non sia

ammesso, ne liberato da pagamento alcuno. Onde non si puole

negare, che il caso del Ciarapica è questo dello statuto, come

apparisce dalle cose narrate, non havendo lui affetto alcuno,

ma solo in fraudare il pagamento dei pascoli, e però vien giustamente

reproverato dal podestà, et Officiali» 10 .

Lo Statuto, infatti, chiarisce, nella Rubrica XXII, che il Podestà

e gli ufficiali debbano valutare la possibilità di questo tipo di frodi

e dunque riconoscere la cittadinanza solo dopo regolare delibera del

consiglio. La comunità di Ferentino esprime anche perplessità sul

9

Ivi. La Comunità di Ferentino scrive al Buon Governo, in data 8 agosto

1635.

10

Ivi.


Dispute sulla legittimità del pascolo nelle terre di Ferentino

137

regolare svolgimento di tale consiglio 11 . Tale irregolarità viene confermata

in seconda battuta anche dal Governatore di Campagna, il

quale dichiara nulla sia la delibera che la relativa richiesta di cittadinanza

12 .

La questione, come anticipato, richiama in maniera esplicita la

rubrica XXII del libro primo dello Statuto di Ferentino, che abbiamo

menzionato nei precedenti passaggi 13 .

11

Ivi: «Ne osta il preteso consiglio si perché non al consiglio ma al podestà,

et officiali spetta tale accettazione, si anco perché è stato nullamente

fatto per non essere preceduti li bandimenti e il sonar la campana al solito,

e fu radunato casualmente.

2° il Capo priore che lo convocò era il Cavalier Bagallai soccio maggiore

di detto Ciarapica e però interessato, e suspetto […]

3° Il Cons […] annullo questo Cons.o malamente fatto, et escluse Ciarapica

dalla Cittadinanza […] e ciò il Cons.o lo poteva fare particolarmente

che ancora res erat integra, poiché l’ Ad.o non ha mai giurato, ne è stato

approvato d.o Potestà, et off.li […]».

12

Ivi: «Et tale resolutione fu poi confirmata anco da Mons. Gov. di Campagna

che dichiarò nullo d. preteso cons. et ordinò che il Ciarapica pagasse

come forastieri, […] alli quali decreti il d. Ciarapica si è aquietato, havendo

di poi come forastiero affidato li suoi animali».

13

M. Vendittelli, Statuta Civitatis Ferentini, cit., pp. 26-27: «De Eo Qui

Voluerit Iurare Citadinantiam In Civitate Ferentini. Rubrica XXII. Item

statuimus ed ordinamus quod quicunque voluerit esse civis Ferentinas et in

eadem civitate iura citadinantiam in pleno consilio iuramentum prestet sub

his verbis expressum: . Qui,

si stare et habitare voluerit in Ferentino, iurata citadinantia ut dictum est,

sit liber, immunis et exemptus V annis immediate sequentibus a die prestiti

iuramenti ab omnibus datis et collectis communis dicte civitatis impositis


138

Marco Di Cosmo

et imponendis, et, si a dicta civitate Ferentini recesserit, animo non redeundi,

incidat in penam XXV librarum ipso facto communi applicandam. Et quia

multi sunt qui causa non solvendi collectas iurant hanc citadinantiam ad

tempus, volumus quod potestas et officiales in capite respiciant et videant

atque considerent talem personam et causam que movet istum iurare

citadinantiam collectarum, sit exemptus, aliter non. Et de tali exemptione

et iure semper constet ex actis curie manu notarii causarum civilium dicti

communis».

Statuta civitatis Ferentini, cit., pp. 18-19. Statuto di Ferentino, Libro I,

Rubrica XXII. «Di chi vorrà giurare la cittadinanza nella città di Ferentino.

Stabiliamo inoltre ed ordiniamo che, chiunque vorrà diventare cittadino

di Ferentino e giurare la cittadinanza, presti in pieno consiglio il seguente

giuramento: .

E se costui avrà voluto risiedere in Ferentino, una volta prestato tale giuramento,

sia libero ed esente per i cinque anni successivi da tutte le tasse e

le gabelle imposte ed imponibili dal comune; e, se si allontanerà dalla città

con l’intenzione di non farvi più ritorno, incorra nella pena di venticinque

libbre da corrispondere immediatamente al comune. E poiché sono molti

quelli che prestano il giuramento della cittadinanza al fine di non pagare le

imposte per un certo periodo di tempo, vogliamo che il podestà e gli ufficiali

maggiori esaminino con attenzione colui che chiede la cittadinanza ed

i motivi che lo spingono a tale giuramento, e solo se essi lo avranno esentato

dal pagamento delle imposte, questi possa considerarsi effettivamente

esente. E tale diritto di esenzione venga registrato agli atti della curia dal

notaio addetto alle cause civili del comune».


Matteo Maccioni

Lex locale e contenziosi ad Anticoli

nel XVIII sec.

I documenti selezionati per il comune di Anticoli di Campagna

appartengono a una pratica conservata nell’Archivio di Stato di

Roma, fondo della Congregazione del Buon Governo 1 . Nella lettera

di Giovan Battista Filipponi Tenderini, vescovo di Anagni, racchiusa

nel plico del 9 agosto 1770 - contenente anche un memoriale e altre

lettere risalenti al 17 marzo 1770 - si discute dell’eccessivo numero di

capi di bestiame presente sul territorio di Anticoli. Questo territorio

ha subito numerosi e continui danni. Una parte della discussione

verte sul rimedio escogitato dal Gran Conestabile Colonna, a cui

spettano i proventi del danno dato: l’inasprimento delle pene, così da

obbligare i vassalli a ridurre il numero degli animali e a tenerli fuori

dal territorio. L’altra parte verte su un contenzioso tra la comunità di

Anticoli e la famiglia Filetici 2 .

Stando a quanto sostenuto dal vescovo di Anagni nell’epistola

suddetta, l’accrescimento del numero degli animali ha comportato

l’incremento della superficie di terreno sfruttato dall’agricoltura, la

1

Archivio di Stato di Roma, Fondo Sacra Congregazione del Buon Governo,

Serie II (in seguito solo BG), b. 206.

2

I contenziosi familiari e personali rappresentano la realtà politica del

tempo. Le frequenti e molteplici controversie che nascono all’interno del

paese, che conta poco più di un migliaio di abitanti, caratterizzano la vita

politica dello stesso. Per quanto concerne la famiglia Filetici sappiamo

che questa ricopre incarichi importanti presso i Colonna e in Anticoli di

Campagna, ricoprendo le cariche pubbliche non politiche e non “elettive”

(luogotenente, sindaco, sindacatore, subaffittuario generale, grasciere) e

influenzando le decisioni del consiglio ristretto. Sulla vita politica di Anticoli

di Campagna nel XVIII secolo cfr. G. Giammaria, Società e Comune

in Anticoli tra 1740 e 1780, in Anticoli di Campagna (Fiuggi) alla metà del

Settecento. La fondazione delle Maestre Pie, Atti del Convegno – Fiuggi,

7-8 maggio 1988, Anagni 1989 (Biblioteca di Latium, 9), pp. 109-129.


140

Matteo Maccioni

quale ormai, all’interno dei limiti territoriali, è praticata ovunque ve ne

sia la possibilità 3 . Che l’attività preminente all’interno del comune di

Anticoli di Campagna fosse l’agricoltura è un dato desumibile anche

dallo Statuto locale, nel quale mancano norme relative all’attività

artigianale, mentre sono sanzionate quelle riguardanti i danni causati

dal bestiame, a protezione dell’attività agricola 4 .

Come è possibile notare nella copia manoscritta presente nella

Biblioteca del Senato 5 , all’interno dello Statuto sono numerose le

rubriche riguardanti i divieti di portare a pascolare gli animali in

luoghi e periodi dell’anno prestabiliti. Il Liber primus si apre, dopo la

tabula mercedis, con una serie di articoli non numerati anteposti alle

rubriche che di norma lo compongono. Nell’indice del primo libro,

posto alla carta 1r del codice, si ha una descrizione dei titoli delle

rubriche, in cui sono elencate tutte quelle non numerate - non distinte

in alcun modo l’una dall’altra all’interno del testo. Tra queste ve ne

sono tre per noi particolarmente interessanti: a) Quod nullo tempore

bestiae minutae possint pascere in Monte Com(munita)tis; b) Quod

Bestiae Armenti non possint pascere in d(ict)o Monte à Kal(endis)

Aprilis, usq(ue) ad Kal(endas) Novembris; c) Quod Bestiae Porcinae

non possint demorari in Tenimento Anticoli per menses quinq(ue).

Alle carte 10v-11r del codice si legge:

«Statuimus, et ordinamus, quod in Monte Communis nullo

tempore bestiae minutae possint in d(ict)o Monte pascere ad

poenam decem solidorum per Truncum.

Item statuimus, et ordinamus, quod in dicto monte à

Kalendis Aprilis, usque ad Kalendas Novembris bestiae

3

BG, b. 206, memoriale del Vescovo Filipponi Tenderini al Buon Governo,

9 agosto 1770: «e tanto più facile sono ad avvenire i danni, quanto che

all’aumento degli Animali è succeduto l’accrescimento della Lavorazione

in quel Territorio, di cui però rimane incolta quella sola parte, che veramente

è per natura sua sterile ed infruttifera».

4

Cfr. G. Floridi, Storia di Fiuggi (Anticoli di Campagna): con documenti

inediti e notizie sugli statuti anticolani, Guarcino 1979, pp. 387-388 e 422.

5

Roma, Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, Collezione Statuti,

segn. Statuti Mss 742, Liber Statutorum Terrae Anticoli.


Lex locale e contenziosi ad Anticoli nel XVIII sec.

141

armentitiae non possint pascere ad poenam duorum sollorum

pro qualibet bestia. Placet Petrus Pevezze.

Item statuimus, quod tenimento Castri Anticoli per menses

quinque videlicet per mensem Maij, Iunij, Julij, Augusti, et

Septembris bestiae porcinae non possint demorari, nec ab alijs

detineri per supradictos menses ad poenam decem librarum

denariorum per truncum vicequalibet fuerit accusatum, et

similiter bestiae pecudinae non possint detineri, nec demorari, per

menses sex, videlicet à Kalendis novembris, usque ad Kalendas

Maij ad poenam praedictam. Placet Petrus Pevezze Gubernator

Generalis Abbazia e Sublaci, et Anticoli in Campanea» 6 .

Lo Statuto proibiva il pascolo delle bestie minute sul monte della

comunità, pena 10 soldi per tronco, e allo stesso modo vietava il

pascolo delle bestie armentizie su detto monte da aprile a novembre,

pena due soldi per bestia. Ciò che più colpisce però è il divieto di

“dimora” e/o “detenzione”, all’interno del territorio del castello di

Anticoli, di maiali e pecore per un periodo di 5 mesi (da maggio a

settembre) per motivi sanitari, a causa del caldo, per i primi e di 6

mesi (da novembre a maggio) per le ultime, pena 10 libbre di denari

per tronco, sempre per motivi sanitari.

La materia del danno dato viene trattata nel secondo libro dello

Statuto. Ivi sono circa una cinquantina le rubriche - e una trentina le

carte - riguardanti i danni causati dagli animali 7 ai coltivi e le limitazioni

delle aree dedicate al pascolo. Conformemente a quanto previsto dal

sistema legale longobardo, imperniato, come quelli germanici, sulla

composizione pecuniaria dei reati commessi, onde evitare faide e

fatti sanguinosi, per il danno dato il diritto statutario non prevede mai

l’arresto del colpevole, ma esclusivamente il risarcimento del danno

e il pagamento in denaro di una multa. Essa varia a seconda della

circostanza in cui il danno è stato arrecato: se con bestie “grosse”

6

Liber Statutorum Terrae Anticoli, cc. 10v-11r.

7

I danni arrecati da buoi, maiali, asini, cavalli e pecore sono trattati separatamente

in rubriche dedicate appositamente ad ognuna di queste bestie.

Ciò però non ha escluso, all’interno del secondo libro, la presenza di altre

norme riguardanti le bestie minute in generale.


142

Matteo Maccioni

o “minute”, se a vigna o campo “pieno”. Per ognuna di queste pene

vale il principio del raddoppiamento dell’ammenda nel caso in cui il

reato viene commesso durante la notte.

La pena non è assegnata esclusivamente in base alla quantità

dei frutti rubati, o al deterioramento del bene causato dall’azione

dannosa, ma anche per l’atto in se stesso, commesso dal fraudolento

che ha cercato di appropriarsi o ha danneggiato, più o meno

volontariamente, quel che egli non aveva faticato a produrre. Bisogna

tenere a mente quello che è un principio proprio di tutte le comunità,

e particolarmente di quelle a prevalente economia contadina: la

proprietà è inviolabile, e qualsiasi prodotto appartiene al proprietario

che lavora o fa lavorare la terra che è sua. La gravità di tali azioni

dunque non è valutata tanto in rapporto al danno arrecato, quanto

piuttosto al fatto di aver immesso bestiame a pascolare in un territorio

o terreno privato, recintato, nel quale vi fosse un orto o una vigna.

La casistica presente nel Liber Secundus riguardante i danni causati

dai maiali è estremamente minuziosa e vasta. Fermando l’attenzione

solamente su 2 rubriche ricaviamo questi dati sull’ammontare delle

pene previste a fronte di danni:20 soldi per tronco (40 nel caso in cui

siano maiali forestieri) nel caso in cui i maiali entrino e/o arrechino

danni nei castagneti; 5 soldi se entrano “in vineam plenam”, ovvero

in vigneti i cui tralci sono ricolmi di uva; 1 soldo se si tratta di orti

o altri luoghi coltivati o seminati; 4 soldi se pascolano sul “Monte

Anticoli” e oltre il medesimo monte, in luoghi coltivati; 5 soldi se

entrano in campi “in Zaffrana tempore florum”, che si riducono a 2

negli altri periodi. La pena per un tronco di maiali che arreca danno

nei semenzai (vivai) o nei campi di frumento, fino alle calende di

marzo, è di 10 soldi - mentre nei periodi immediatamente precedenti

è di 24 soldi; 40 se il danno è causato scientemente; 20 per tronco

se si danneggia un campo di grano e 10 nel caso in cui si danneggi

un prato 8 .

8

Liber Statutorum Terrae Anticoli, cc. 54v-55rv: «De Porcis intrantibus

per Castagneta, et Cerreta R(ubri)ca XXXV. Itèm Statuimus quod bestiae

porcinae non intrent, nec damnum inferant in Castagnetis, seù Cerretis

per Citis ubiq(ue) sinè licentia Domini ad poenam viginti sollidor(um)

denarior(um) per trunchum, à truncho, verò infrà, in duobus sollidis prò


Lex locale e contenziosi ad Anticoli nel XVIII sec.

143

Tornando al problema dell’accrescimento del numero di animali

nel territorio di Anticoli, il Gran Conestabile Colonna, barone del

luogo e beneficiario dei proventi del danno dato, per porre rimedio

alla situazione decide di pubblicare un editto che inasprisce le pene

previste dallo Statuto, nel tentativo di portare i vassalli alla decisione

di ridimensionare i propri armenti oppure di tenerli al di fuori del

territorio. Questa risoluzione scatena le proteste dei cittadini, i quali

muovono lite al Colonna e lo accusano di agire in favore del proprio

tornaconto 9 .

qualibet bestia puniatur. Si verò bestiae forenses intraverint in praedictis

locis puniant(ur) per Trunchu(m) in sollis quatraginta. Si studiosè factum

fuerit prò qualibet bestia in sollidis duo bus puniat(ur); tàm terrigena, quam

forensis re. De eisdem R(ubri)ca XXXVI. Itèm statuimus quod Porci domestici,

vel Campestris non intrent vineam plenam alienam, nec in eas

inferant damnu(m) ad poenam quinq(ue) solidor(um) prò qualibet bestia,

de aliis temporibus solidum unu(m)prò qualibet puniat(ur). Si verò fraginale;

hortum, vel Cannepinam intraverint in sollu(m) unum prò qualibet

puniat(ur). Si verò in aliis locis cultis, et seminatis intraverint in sollu(m)

unum puniatur. Si in Monte Anticoli, et extrà ipsu(m) monte(m) in locis

cultis in denarios quatuòr. Si verò in Zaffrana tempore flor(um) in solidos

quinque puniat(ur). In aliis verò temporibus in sollidis duobus. Si verò

Truncum in terris seminatis, èt segetibus damnu(m) dederint usq(ue) ad

Xal(endas) Marzii in decèm sollidis puniat(ur) a dictis temporibus antea in

viginti quatuor sollorum puniatur. Sed si studiosè factum fuerit in quatraginta

sollidis puniat(ur), et damnu(m) emendet in quolibet casu, à Trunco

verò infrà in sollidum mediu(m) pu(n)iat(ur) prò qualibet bestia. Si verò

damnum dederit in Arcellis, et pignonibus, aut gregnis grani in viginti sollidis

puniat(ur) per trunchum, à truncho infrà in sollid(us) unum puniat(ur)

prò quolibet porco, et in quolibet casu damnu(m) emendet. Si verò in Prato

damnu(m) dederint per trunchu(m) in decèm sollidis puniat(ur), à truncho

infrà in solli(dum) unu(m) prò qualibet bestia».

9

BG, b. 206, memoriale del Vescovo Filipponi Tenderini al Buon Governo,

9 agosto 1770: «Di che opportuno rimedio estimò poter essere il Barone del

luogo Sig(no)r Contestabil Colonna, al quale privativamente spetta il Provento

del danno dato, l’accrescerne, come fece, le pene, per così obbligare i

vassalli o a diminuire il numero degli animali, o a tenerne porzione fuori di

Territorio: Ma gravandosi di questo medesimo gli Anticolani, ne promosse-


144

Matteo Maccioni

Provvedimenti atti a ridurre il numero degli animali, in particolar

modo degli “animali immondi” – i quali arrecavano «notabili danni

alle Vigne, Seminati, Orti, et altri Beni di quel Terr(ito)rio» 10 , nel

territorio di Anticoli di Campagna risalgono già all’inizio del XVIII

secolo. La Sacra Congregazione del Buon Governo, ad esempio,

ordinò al Vescovo di Anagni Giovanni Battista Bassi «di pubblicare

un’Editto per l’espulsione degl’Animali immondi del Territorio

della Com(uni)tà d’Anticoli, colla sola permissione di tenerne tre per

casa, per uso proprio, sotto la pena stabilita dal Conseglio». L’editto

doveva preoccuparsi di «provvede(re) alle pene, secondo la qualità

dei danni» 11 , «d’imporre le pene per rimediare à tanti danni».

Le lettere accluse al memoriale in cui viene presentato il

contenzioso con la famiglia Filetici sono due, una non datata e

l’altra risalente al 2 giugno 1770. In queste assistiamo a una serie di

accuse rivolte alla famiglia Filetici, in particolar modo nei confronti

di Francesco, luogotenente del feudo, il quale abuserebbe dei poteri

derivanti dalla carica che ricopre, comportandosi come se fosse al di

sopra della legge.

Nella lettera del 2 giugno una delle accuse più pesanti che

la comunità rivolge al Filetici e alla sua famiglia – tra le altre, e

molte, che gli vengono rivolte ve ne è anche una riguardante i suoi

garzoni, accusati di tagliare gli alberi posti nei confini del territorio

causando dispendiose liti 12 - è quella di mantenere vigenti gli aggravi

ro lite al d(ett)o Barone, quasi avesse ciò fatto a intendimento di avantaggiare

il suo interesse, onde le pene si tornarono all’usate già per l’innanzi».

10

BG, b. 204, copia dell’«Editto sopra gl’Animali immondi» del vescovo

di Anagni Giovanni Battista Bassi, 24 febbraio 1729.

11

Ivi, lettera del Vescovo Giovanni Battista Bassi al Buon Governo, 22

marzo 1729.

12

BG, b. 206, supplica del Popolo della terra di Anticoli di Campagna al

Buon Governo, 2 giugno 1770: «Non minori danni riceve quel Pubb(li)

co ne corpi di Selve, e macchie, che vende per i pesi camerali, quali perche

ritiene il Filetici in Affitto, i Garzoni di esso si fanno lecito incidere

in quantità arbori fruttiferi impunemente, e quello sormonta ogni credere,

tagliano arbori posti ne confini dell Territorio, dal che ne possono accadere

stipendiose liti tra le Comunità. Non prezza avvisi, ne fa conto de Ricorsi,


Lex locale e contenziosi ad Anticoli nel XVIII sec.

145

delle pene previsti dall’editto emanato dal Colonna; nonostante vi

sia un ordine proveniente direttamente dalla Sacra Congregazione

del Buon Governo, la quale invita ad osservare le pene statutarie,

il luogotenente Filetici viene accusato di continuare ad applicare

arbitrariamente quanto stabilito dall’editto che invece, in quanto

tale, ha valore temporaneo. Questo, infatti, era stato promulgato per

porre un freno agli eccessivi danni che si verificavano nel territorio

comunale 13 .

L’accusa di tenere un comportamento al di sopra della legge, di

poter spadroneggiare e restare impunito a causa dei suoi legami e

delle sue manovre, non è nuova per il Filetici, come si può desumere

da questa “lagnanza”:

«Li Zelanti della Terra d’Anticoli O(rato)ri u(milissi)

mi, e vassalli fedelissimi dell’E(ccellenza) V(ostra) con il

dovuto ossequio le rappresentano, come fin da dieci anni in

circa anno sempre rappresentato all’E(ccellenza).V(ostra).;

che Fran(ce)sco Filetici si divorava q(ue)sta povera Com(uni)

tà, e si succhiava il sangue de poveri, e de Benestanti, ma

l’E(ccellenza) V(ostra) non ha potuto toccarlo mai con mani,

perche gl’Uditori passati, e Gov(ernato)ri, à quali mandava

per i quali, perche sa commettersene informazione a ministri del Principe,

benche non gli riesca ingannar questo, pur troppo inganna quelli con regali,

impegni, e trattamenti, essendogli riuscito far mutare l’Informazione e

celare sue reità». L’accusa di compromettere la delimitazione dei confini

territoriali con i comuni limitrofi è particolarmente grave. Il comune di Anticoli

di Campagna è infatti stato impegnato in cause legate ai confini per

lunghi anni nella prima metà del XVIII secolo, in particolar modo con la

comunità di Trevi nel Lazio e con quella di Guarcino. La documentazione

relativa a queste liti è conservata in BG, b. 205.

13

Ivi: «Guai per i Poveri se incorrono nel minimo danno, e particolarmente

nei beni della Casa Filetici, benchè siasi ordine della Sagra Congregazione

osservasi il solito delle pene statutarie, non si stima tal ordine, mà si osservano

le pene comminate in un editto del Governatore, che ebbe incombenza

raffrenare gli eccessivi danni, che si facevano dall’altri prima indotti dal

mal esempio de Garzoni suddetti, ed ora sfacciatamente si fanno solamente

da questi».


146

Matteo Maccioni

per Informazione tali ricorsi venivano lautam(ent)e trattati, e

regalati dal d(ett)o Filetici affatto decotto, le rappresentavano

tutto il contrario, e l’istesso accade ora col presente Gov(ernato)

re, ed Uditore, li quali quantunque abbiano auto ord(in)e

dall’E(ccellenza).V(ostra). che si eseguisse il m(anda)to contro

il Filetici della somma di scudi mille, e più, non anno mai data

esecuz(ion)e alcuna à tal’ordine, anzi per favorire il d(ett)o

Filetici anno fatto comparire negl’atti di q(ue)sta Curia esser

stato eseguito il m(anda)to contro del med(esim)o Filetici sopra

trecento quaranta animali pecurini, e caprini, ed essere stati presi

in deposito poi da un suo parente da Felettino anche persona

quasi decotta, e fin’ora non è stato mai fatto alcun’altro atto; si

dice dagl’o(rato)ri per favorire il Filetici in far tal’esecuzione

sopra trecento quaranta animali percurini, e caprini, accio non

possono gl’altri creditori farci l’esecuzione, che sono molti,

sapendo di certo, che la Com(uni)tà burla, e non fa da vero, anzi

se il nuovo Sindaco si moverà il Filetici come Luogotenente,

e Consigliere gli ne farrà pentire per essere … ignorante, e

persona timida; si che, se l’E(ccellenza) V(ostra) non rimoverà

il Filetici da Luogotenente, e Consigliere si finirà divorare la

povera Com(uni)tà ed allora non vi sarrà più rimedio, mentre

tutti li suoi beni sono … da Censi, e da altri debiti anteriori.

Tutto ciò si rappresenta all’E(ccellenza) V(ostra) accio si voglia

degnare di porger rimedio à tanti danni, che si apportano dal

Filetici à q(ue)sta Com(uni)tà ritrovandosi ora tutto il Popolo

per Causa del med(esim)o soggetto à rappresaglie, con ordinare

di nuovo à Gov(ernato)ri, ed Uditori, che faccino prestam(ent)e

reintegrare la povera Com(uni)tà» 14 .

La lagnanza non riporta la data, ma sappiamo che è stata ricevuta

dal Governatore Bastari in data 18 novembre 1772. Come vi si

legge, è da dieci anni, ovvero dal momento della sua nomina a

14

Subiaco, Biblioteca del monumento nazionale di S. Scolastica, Archivio

Colonna (in seguito si citerà solo Colonna e la posizione), Affari di Anticoli

di Campagna III A, Corrispondenza (1751-1780). Lagnanza delli Zelanti

della terra di Anticoli di Campagna al Gran Contestabile Lorenzo Colonna,

novembre 1772.


Lex locale e contenziosi ad Anticoli nel XVIII sec.

147

luogotenente, che la Comunità di Anticoli si lamenta degli abusi

perpetrati dal Filetici in ambito e con appoggio politico, e di quelli

in ambito civile 15 .

15

Faccio riferimento in particolare alla “querela criminale” presentata da

Antonio Falconi l’11 ottobre 1757, in Colonna, Anticoli di Campagna III

A, Corrispondenza (1731-1779), in cui si accusa il Filetici di aver attentato

alla vita del querelante e di sua moglie: «Ieri doppo il pranzo uscij

da Casa mia per andare à parlare ad un certo Capo Porcaro del Sig(no)r

Paggi d’Anagni, quale trovai in Piazza nella bottegha d’un certo … Martino

Calzolaro, fui, appena entrato, assaltato da Fran(ces)co Filetici con

dirmi prima, se quando volevo ricoprire una mia stanza, à quali parole

risposi, che quando ricopriva egli la sua, averei anche io ricoperta la mia,

immediatam(ent)e mi s’avventò alla Vita con dirmi prima faccia di Cazzo,

e poi senza alcuna dimore mi tirò due schiaffi alla faccia, e poi diede

di mano ad un ferro di Calzolaro per levarmi la Vita, ma per grazia di

Dio parò il d(ett)o … Martino, e poi corse altra gente che non li riuscì

d’ammazzarmi, e corse anche mia moglie al fràcasso, il q(ua)le si fece

lecito maltrattarla da puttana in publica Piazza, finito ciò assieme con mia

moglie ritornandomi in Casa nell’atto, che volevo aprire la Casa mia mi

sopraggiunse, e mi lanciò due colpi di Sassi ma per grazia di Dio uno solo

mi ferì la testa senza essermi pericolo alcuno di vita, e fece cascare mia

Moglie gravida grossa con una mia ragazzina, che si è fatto un po di male

ad una guancia. Il fatto è appensato, mentre un mese fa in circa si milantò

con Gio(vanni) Bat(tist)a Frate d’Anticoli volermi ..., e v’era p(rese)

nte Dom(eni)co Raparelli, ed altre persone; Mesi prima con altre persone

si è milantato levarmi la vita. Il Filetici è ripieno di delitti, pubblico bestemmiatore,

e scandaloso. Il fatto è publico. La Casa Filetici da me altro

non ha ricevuto, che servitù conforme farrò provare, altro dispiacere non

puole avere auto, che nella fine di Giugno del corrente anno facendosi il

conseglio li vantaggi della Casa Filetici, su q(ue)sto solo suppongo aver li

med(esim)i con me qualche livore senza fondam(ent)o, c(om)e si spiegò

due, o tre giorni doppo, con mia moglie, che trovò alla Cantina mia alla

p(rese)nza di Ermigio Agnoli, Ant(oni)o Pitocco, ed altre persone, cioe

due, o tre giorni doppo fatto il Conseglio, e mi minacciò. Dunque sopra un

tal fatto appensato espongo avanti V(ostra) S(ignoria)Ill(ustrissi)ma querela

criminale tanto à nome mio, che di mia moglie contro Fran(ces)co

Filetici, che cerca levarmi la vita, ed onore, conf(orm)e ha tentato, ma per

haiuto di Dio, e delle bone persone non gl’è riuscito, e che il med(esim)


148

Matteo Maccioni

È d’uopo precisare che il Filetici, insieme ad altri membri di

potenti famiglie che ricoprono incarichi politici nella seconda metà

del XVIII secolo, viene presentato in maniera più che positiva dai

cittadini occupanti incarichi politicidi medio-alto profilo:

«Richiedendomi V(ostra) E(ccellenza) un esatta

Informazione, sull’abilità, e costumi delli Sogetti estratti per

Officiali dell’Anno venturo, Fran[ces]co Filetici, Remigio

Agnoli, e Dom(eni)co Attilli: m’accade riferirle, che tutti

trè questi Sogetti sono lontani dà ogni eccezzione, giacché

Francesco Filetici non solo è Notaro, mà anche Luocotenente

di V(ostra) E(ccellenza), uno delle prime Fameglie, Civile, e

benestante» 16 .

La lettera non datata 17 , a cui segue l’informativa dell’Andretti del

17 marzo 1770, ci mostra la popolazione di Anticoli far richiesta

alla Sacra Congregazione del Buon Governo di annullare la vendita,

fatta in favore di Francesco Filetici, di molti alberi di castagno caduti

a causa del forte vento. Stando a quanto affermano gli appellanti,

seguendo le norme statutarie questi alberi sarebbero spettati alla

comunità, ma i consiglieri hanno provveduto alla vendita diretta

al Filetici senza aver affisso gli editti di vendita e senza indire la

consueta asta 18 . Tutto ciò consente alla comunità di richiedere

l’annullamento della vendita e l’attuazione della pratica statutaria

o non vengha assoluto senza mio consenso, e di mia moglie. Ora mi conviene

starmene ritirato in casa mia per paura, e tralasciare i mei interessi,

perchè essendo il med(esim)o Fra(nces)co Filetici persona discola, e senza

timor di Dio che non m’abbia à levar la vita, però ricorro all’aiuto della

giustizia, c(om)e spero V(ostra). S(ignoria). Ill(ustrissi)ma sia per amministrarmi,

come sorta di raggione, e con farle u(milissi)ma riverenza mi

dico U(milissi)mo, ed Obblig(atissi)mo Ser(vito)re Vero».

16

Colonna, Anticoli di Campagna III A, Corrispondenza (1751-1780), lettera

del Governatore Arduino Antonio Fabrizii, 17 novembre 1762.

17

BG, b. 206. Supplica del Popolo della terra di Anticoli di Campagna al

Buon Governo, senza data.

18

Ivi: «e quei Consiglieri senza far affiggere l’Editti di vendita, e in Anticoli,

e ne luoghi convicini, e senza accendere la Candela per venderli al

maggior Oblatore, gl’hanno venduti al Sig(no)r Francesco Filetici».


Lex locale e contenziosi ad Anticoli nel XVIII sec.

149

regolare per il procedimento di vendita.

La risposta dell’Andretti al ricorso promosso dalla popolazione di

Anticoli non si fa attendere e controbatte punto su punto le accuse.

Il ricorso viene definito inconsistente in quanto Francesco Filetici e

Baldassarre Alfonsi sono in possesso di un contratto di affitto «ad

Novennium, fatto da quella Comm(unit)à con il placet di d(ett)a S.

Cong(regazio)ne». L’Andretti scrive:

«[…] frà gli altri patti apposti nei Capitoli, si legge, ed ha

letto d(ett)o Gov(ernato)re nel Cap(itol)o 9, che volendo la

d(ett)a Comm(uni)tà vendere, e far tagliare Alberi in quella

Selva Communitativa, per accomodamento della med(esim)a,

perché ogn’anno costuma, di far lo Spurgo, e si deputano

dalla Comm(uni)tà sud(dett)a due Periti, ad effetto di stimarli,

dandogli quel marco Communitativo, e prima d’effettuare la

vendità ad Altri, è in obbligo di ricercare l’Aff(ittua)rio, se

vole essere proferito à seconda del d(ett)o Capitolo convenuto,

al prezzo stimato da d(ett)i Periti» 19 .

Il contratto dunque prevede che, nel caso in cui la comunità decida

di far tagliare o vendere gli alberi, questa ha il dovere di deputare

due periti per determinarne il valore economico. Nell’eventualità

in cui i cittadini abbiano bisogno del legname, l’affittuario, che

ha diritto di prelazione sul legname caduto, deve venderglielo al

prezzo fissato dai periti, «senza farci alcun mercimonio». L’Andretti

afferma inoltre che, a differenza di quanto sostenuto nel ricorso

presentato dal popolo di Anticoli, la vendita di questi alberi non è

mai stata sottoposta «ad accensione di Candela». Stando a quanto

sostenuto da Andretti, il procedimento seguito nella vendita degli

alberi di castagno alla famiglia Filetici è esattamente quello previsto

nel contratto di affitto ad Novennium di cui beneficia Filetici 20 .

19

Ivi, informativa di Bartolomeo Andretti al Buon Governo, 17 marzo

1770.

20

Ivi, informativa di Bartolomeo Andretti al Buon Governo, 17 marzo 1770:

«[…] convocato quel Consiglio, fù ricercato il sud(dett)o aff(ittua)rio Filetici,

prima di venderli ad altri, se voleva esser proferito, et il med(esim)o

acconsentì, e li pagò il denaro, e s’obbligò, come si vede registrato in detto

Consiglio, che in caso bisognassero Alberi à Paesani per loro usi, dovesse


150

Matteo Maccioni

dargli li al prezzo stimato da d(ett)i Periti, senza farci alcun mercimonio, e

non s’è mai pratticato, come s’è raccolto da quei libri Com(unitati)vi, che

la vendita di detti Alberi siasi posta ad accensione di Candela, sicchè stante

le cose sudd(ett)e si conosca, che il sud(dett)o Ricorso è insossistente».


Sandro Notari

Note introduttive allo studio degli statuti

comunali di Anticoli in Campanea,

odierna Fiuggi, del 1410

Gli statuti del castello di Anticoli, odierna Fiuggi, non hanno

conosciuto una grande fortuna storiografica. Ne segnalò l’esistenza

nel 1880 Giovanni Battista De Rossi. Recatosi ad Anticoli «per

giovarsi delle notissime acque salutari del fonte di Fiugi», il celebre

archeologo della Roma cristiana rinvenne nell’archivio comunale

due esemplari manoscritti degli statuti, dei quali non era stata fino ad

allora «divulgata alcuna notizia». Dall’esame compiuto lo studioso

trasse un breve saggio, comparso l’anno successivo nella rivista

ufficiale dell’Accademia di conferenze storico-giuridiche 1 .

Il De Rossi non è uno specialista di storia giuridica e non si prefigge

di svolgere uno studio approfondito sugli statuti anticolani. Il suo

intento è di richiamare sul loro contenuto l’attenzione degli «studiosi

di siffatta classe di documenti giuridici» 2 . A suscitare il suo interesse

1

G.B. De Rossi, Gli statuti del Comune di Anticoli in Campagna con un

atto inedito di Stefano Porcari, in Studi e documenti di storia e diritto, 2

(1881), pp. 71-103, p. 71. Per sottolineare la rilevanza del ritrovamento

l’Autore evidenzia l’assenza di riferimenti allo statuto anticolano nella recente

Bibliografia degli statuti dei municipii italiani del Manzoni, pubblicata

nel 1876. Per il profilo biografico e intellettuale del De Rossi mi limito

a rinviare alla voce P. Vian, Giovanni Battista De Rossi, in Enciclopedia

italiana di scienze, lettere e arti. Il contributo italiano alla storia del pensiero.

Ottava appendice. Storia e politica, dir. scient. G. Galasso, Roma

2013, pp. 437-442, e alla bibliografia ivi citata.

2

Il De Rossi fa esplicito riferimento al contributo dato allo studio degli

statuti comunali nei «volumi della nostra società» da Camillo Re, editore

degli statuti trecenteschi di Roma (p. 75). Re e De Rossi erano figure di

spicco dell’Accademia di conferenze storico-giuridiche, l’istituto universitario

pontificio di studi giuridici, fondato nel 1878, con sede a Roma in

Palazzo Spada. Per gli indirizzi culturali, antipandettistici, di questo isti-


152

Sandro Notari

è soprattutto la scoperta di un «documento notabilissimo», ossia

l’atto con cui Stefano Porcari approva nel 1448 alcune riforme allo

statuto, nella veste di rettore generale della provincia di Campagna

e Marittima 3 .

La sommaria descrizione che egli fornisce dei due codici è ancóra

oggi imprescindibile per ricostruire la tradizione manoscritta degli

statuti anticolani. Se ne comprenderà a breve la ragione.

Lo studioso romano descrive il primo e più antico dei due codici

come un manoscritto membranaceo, in forma di quarto piccolo,

acefalo delle prime nove carte e mutilo in fine, con perdita di testo.

Vi è trascritta una copia degli statuti in lingua latina del castello di

Anticoli nella redazione del 1410, con successive approvazioni e

riforme. Egli data il manoscritto «di mano degli inizii in circa del

secolo XVI» 4 .

Il secondo esemplare è descritto come un manoscritto cartaceo,

in forma di ottavo piccolo, «di mano del secolo XVII o della fine

del XVI», che il De Rossi riconosce come una copia «scorretta»

dell’altro esemplare, eseguita quando questo era integro. Il codice

non ha subìto perdita di carte e il testo procede «di pari passo» con

l’antigrafo, fino al punto in cui questo si interrompe 5 .

tuto C. Fantappiè, Chiesa romana e modernità giuridica, I, L’edificazione

del sistema canonistico (1563-1903), Milano 2008, pp. 233-245, 863-867.

Sull’interesse dell’Accademia per la statutaria medievale romana, mi permetto

di rinviare a S. Notari, Manoscritti statutari sulle due sponde del

Tevere. Il Comune di popolo e gli statuta Urbis del Trecento tra storia e

storiografia, in corso di stampa nella rivista Le carte e la Storia. Rivista di

storia delle istituzioni.

3

Dell’incarico rettorale ricoperto nel 1448 dal Porcari, non si aveva fino ad

allora notizia, a parte un accenno nel De Porcaria coniuratione, dove Leon

Battista Alberti riferisce che papa Niccolò V inviò Stefano «in Hernicos…

propraetorem habitusque in magistratu». Su questa vicenda, i cui profili

istituzionali non sono ancóra del tutto chiari, e per tutti i riferimenti letterari

e bibliografici, A. Modigliani, I Porcari: storie di una famiglia romana

tra Medioevo e Rinascimento, Roma 1994, p. 61.

4

G. B. de Rossi, Gli statuti del Comune di Anticoli, cit., p. 71.

5

Ivi, p. 73.


Note introduttive allo studio degli statuti comunali di Anticoli in Campanea

153

I codici esaminati dal De Rossi contengono dunque due copie

del XVI e XVII secolo degli statuti di Anticoli riformati nel 1410 6 .

Essi sono gli unici testimoni conosciuti dell’età di vigenza, uno

dipendente dall’altro, portatori del testo normativo del castrum

ernico, il cui originale già allora era andato disperso 7 .

I due esemplari sono analizzati alcuni anni dopo dall’ingegnere

Augusto Statuti, membro della Società geologica italiana, accademico

dei Nuovi Lincei pontifici. Lo Statuti in un ampio saggio del 1897,

dedicato alle proprietà dell’acqua anticolana, pubblica il capitolo De

fonte frugi, che contiene disposizioni riguardanti la protezione e la

tutela del celebre fonte. Lo studioso riferisce inoltre dell’esistenza,

presso l’Accademia romana di conferenze storico-giuridiche, di

un’altra copia degli statuti di Anticoli, fatta eseguire per finalità

erudita dal De Rossi 8 .

6

Per la fondamentale distinzione, non solo per finalità editoriali, tra testimoni

di statuti dell’età di vigenza e semplici apografi, questi ultimi intesi

quali «copie d’età o finalità erudita, mai quelle coeve al vigore dello statuto»,

S. Caprioli, Per una convenzione sugli statuti, in Gli statuti cittadini.

Criteri di edizione - Elaborazione informatica, Atti delle giornate di studio

Ferentino, 20-21 maggio 1989, Centro di Studi internazionale “Giuseppe

Ermini”, Ferentino 1991, pp. 117-124, p. 124 (apparso, corredato di note,

anche in Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo e Archivio

muratoriano, 95 (1989), pp. 311-322).

7

Il De Rossi congettura che il più antico dei due codici sia stato condotto

sull’originale del 1410 («l’antico esemplare degli statuti era malconcio,

quando ne fu ordinata la copia in pergamena circa un secolo dopo la loro

promulgazione», Gli statuti del Comune di Anticoli, cit., p. 72). Alcuni studiosi

che si sono in séguito occupati del tema hanno collegato la scomparsa

di questo originale con la generali combustione del castello, alla quale accenna

nel 1421 Martino V nel confermare agli homines di Anticoli le immunità

fiscali riconosciute dal suo predecessore (A. Theiner, Codex diplomaticus

dominii temporalis S. Sedis, Roma 1862, 3, pp. 271b-272b, n. 203

[1421, giugno 6]). Tale ricostruzione confligge tuttavia con l’ipotesi del De

Rossi appena illustrata, ipotesi assai plausibile, ancorché non verificabile.

8

Cfr. A. Statuti, Sull’acqua antilitiaca denominata di Fiuggi. Ulteriori

notizie, rilievi e documenti storici, in Memorie della Pontificia Accademia

dei Nuovi Lincei, 13 (1897), pp. 1-145. La descrizione dei due codici


154

Sandro Notari

I due codici anticolani furono consultati nel secondo decennio del

nuovo secolo anche dal più noto studioso Oreste Tommasini, storico

romano, senatore del Regno, al quale «riuscì di averli a studio» 9 .

Nel corso del Novecento si perde traccia di entrambi gli esemplari

dell’archivio comunale di Fiuggi. Giuliano Floridi, autore nel 1979

del volume Storia di Fiuggi, ne lamenta la scomparsa. Questo Autore

riferisce peraltro di aver preso visione di una copia seicentesca degli

statuti, donata nel 1967 da certi proprietari privati all’allora Archivio

storico comunale di Guarcino, località non distante da Fiuggi, copia

andata anch’essa dispersa in breve giro di anni. È molto probabile

che si trattasse del secondo codice, quello cartaceo, segnalato dal De

Rossi 10 .

anticolani è in parte debitrice di quella del De Rossi, ma l’accurata trascrizione

del cap. XIV, De fonte frugi, del libro III, non lascia dubbi sulla loro

diretta visione (ivi, pp. 25-31). L’ingegnere, che profeticamente consiglia

«il Comune di Anticoli di tenersi ben caro l’originale», consultò la citata

copia ottocentesca degli statuti anticolani, all’epoca conservata presso la

«Società di Studj e documenti di Storia e Diritto» (ossia la citata Accademia

pontificia), eseguita nel 1880 «per cura e sotto la direzione del … fu

Comm. Gio. Batt. De Rossi che anche in paleografia era maestro» (ivi, p.

31, e n. 2). Il rinvenimento di questo tardo apografo gioverebbe ad un’edizione

critica degli statuta, se – come è lecito supporre – esso fu condotto

sul codice statutario più antico, ora andato perduto (su ciò, ampiamente

infra). Nel saggio del 1909 Sopra un codice Vaticano Latino contenente

una illustrazione inedita del secolo sull’acqua di Anticoli-Campagna denominata

di Fiuggi, apparso nella stessa collana di memorie accademiche

(n. 27, pp. 375-441), lo Statuti tornò a occuparsi degli statuti anticolani,

confermando l’esistenza dei due codici (lo statuto, afferma, «si conserva

ancora in doppio esemplare l’uno in pergamena e l’altro cartaceo, nell’Archivio

Comunale di Anticoli)» e trascrivendo un altro capitolo (p. 422).

9

O. Tommasini, Stefano Porcari rettore di Campagna e Marittima, in Rendiconti

della Reale Accademia dei Lincei. Classe di scienze sociali, storiche

e filologiche, serie V, 27 (1918), pp. 390-391. Lo studioso ottenne i

codici grazie all’intercessione del collega senatore Giacomo Balestra, già

deputato di Anagni. La sua Memoria appare ingiustificatamente demolitoria

del saggio del De Rossi.

10

Il Floridi riferisce che dopo il rinvenimento, di cui si ascrive il merito, e


Note introduttive allo studio degli statuti comunali di Anticoli in Campanea

155

Il Floridi dedica un’ampia sezione del suo libro all’analisi degli

statuti, affidandosi ad appunti presi sul codice avuto per qualche

tempo a disposizione e a un rubricario ottocentesco, conservato

nell’archivio guarcinate 11 . Non era agevole ricostruire, in assenza del

testo, il contenuto dei capitoli statutari. L’Autore cercò di sopperire

attraverso confronti con statuti di comunità limitrofe, ma lo studio

presenta, come è inevitabile, diverse mende, alcune delle quali

alterano il profilo istituzionale del comune anticolano delineato dagli

statuti 12 .

la donazione all’Archivio, «allo stato attuale, sembra che anche il codice

cartaceo debba ritenersi smarrito»: G. Floridi, Storia di Fiuggi (Anticoli di

Campagna). Con documenti inediti e notizie sugli statuti anticolani, Guarcino

1979, pp. 374-375 e 413. Della sparizione l’Autore aveva già riferito

in un convegno del 1973, ponendo in risalto l’importanza del manoscritto

disperso, «accresciuta dal fatto che di esso non si conoscono altre copie,

nonostante ampie ricerche presso l’Archivio di Stato di Roma e la Biblioteca

del Senato» (Gli statuti di Anticoli di Campagna, in Luoghi e personaggi

di Cioceria, t. II, Atti del IV Convegno del Centro di Studi Storici

Ciociari, Guarcino 13 novembre 1973, Frosinone 1974, p. 56).

11

Il manoscritto, col rubricario del sec. XIX, è conservato a Guarcino, nella

Sezione di Archivio di Stato, collezione statuti, n. 6. Reca il titolo Statutorum

terrae Anticoli in Campanea apud Hernicos rubricarum compendium

et poenarum reformationes de damno dato. Il Floridi si avvale anche degli

appunti presi sui due manoscritti anticolani da Henry (Enrico) Stevenson

junior, allievo del De Rossi, e dal noto studioso anagnino Raffaele Ambrosi

de Magistris.

12

Ad esempio, il Floridi non riconosce l’ampiezza delle prerogative di autogoverno

e giurisdizionali conservate dall’universitas castellana, che al

momento dell’approvazione dello statuto, nel 1410, era soggetta al dominio

diretto della Camera Apostolica e non ancóra insignorita dalla famiglia

Colonna. Ritiene l’Autore che «le più importanti peculiarità dello Statuto

Anticolano scaturiscono dalla circostanza che è proprio di una terra concessa

spesso dalla Camera Apostolica a titolo vicariale, enfiteutico e feudale

al pari di Vico, comunità anch’essa soggetta ai Colonna ed a differenza

di Alatri, Anagni Guarcino, Ferentino, Veroli e Trevi che, invece, furono

liberi comuni, cioè godettero di maggiori autonomie» (Storia di Fiuggi,

cit., p. 384; nello stesso senso, con lievi variazioni, già in Gli statuti di An-


156

Sandro Notari

Nel frattempo, all’insaputa del Floridi, un manoscritto cartaceo

degli statuti faceva ingresso nella collezione del Senato della

Repubblica 13 . La visione diretta di questo manoscritto conferma

l’ipotesi della perfetta corrispondenza con quello descritto dal De

Rossi, ipotesi formulata nel 1993 dagli autori del repertorio degli

statuti laziali, pubblicato a cura del Gruppo di ricerca “Guido

Cervati”, dell’Università LUISS di Roma 14 .

Da questo manoscritto, che reca la data di ingresso nella collezione

del 28 gennaio 1972, inspiegabilmente trascurato fino ad oggi dalla

storiografia statutaria, è opportuno ripartire per riprendere – per molti

aspetti intraprendere ex novo – lo studio degli statuti di Anticoli, che

presentano aspetti di sicuro interesse storico-giuridico e caratteri di

originalità, rimasti sino ad oggi oscuri 15 .

ticoli di Campagna, cit., p. 58). Riprendono questa vulgata anche recenti

pubblicazioni locali, dedicate alla storia di Anticoli.

13

Biblioteca del Senato, Liber statutorum terrae Anticoli, statuti mss, 742

(sed, seguendo la denominazione dell’incipit del libro primo, BS, Statuta

terrae Anticuli in Campanea). La forma Anticulum/i, ampiamente attestata

nella documentazione medievale, si fa preferire a quella Anticoli, della

copia del XVII secolo. Il vocalismo di ŭ in o è forse da ascrivere all’incerta

mano del copista seicentesco, autore dell’unico testimone attualmente

reperibile.

14

Cfr. la scheda dedicata al ms. 742 della Biblioteca del Senato in Statuti

cittadini, rurali e castrensi del Lazio. Repertorio (secoli XII-XIX), ricerca

diretta da Paolo Ungari, Roma 1993, ed. provv., pp. 24-25 (Pubblicazioni

del Gruppo di ricerca sugli usi civici e gli statuti del Lazio ‘Guido Cervati’-

LUISS, Roma, 2). Chi scrive segnalò la presenza del ms. nella collezione

della biblioteca del Senato anche in S. Notari, Per una geografia

statutaria del Lazio: il rubricario degli statuti comunali della provincia

di Campagna, in Le comunità rurali e i loro statuti (secoli XII-XV), Atti

dell’VIII convegno del Comitato Italiano per gli studi e le edizioni delle

fonti normative, Viterbo, 30 maggio-1 giugno 2002, in Rivista storica del

Lazio, 13-14 (2005-2006), 21-22, a cura di A. Cortonesi e F. Viola: II,

pp. 25-92: p. 53, nt. 57; nel censimento cronologico degli Statuti ed altri

testi normativi della provincia storica di Campagna: lo statuto anticolano

è quarto per antichità tra quelli databili (ivi, Appendice 2, p. 82).

15

Appare a questo proposito quanto mai opportuna l’iniziativa che l’ammi-


Note introduttive allo studio degli statuti comunali di Anticoli in Campanea

157

nistrazione comunale di Fiuggi intende promuovere, di un’edizione degli

statuti del 1410 da affidare alla supervisione scientifica dell’Istituto di storia

e di arte del Lazio meridionale di Anagni. Ciò consentirebbe di offrire a

un pubblico più vasto l’opportunità di studiare la legislazione statutaria del

castrum Anticuli, rimasta troppo a lungo celata alla comunità scientifica e

a tutti gli interessati.


Marco Di Cosmo

Il prezzo della carne a Giuliano

e l’antico statuto

Introduzione

Di grande interesse per l’ambito della ricerca è il caso di

Giuliano di Roma. La ricostruzione della vicenda è particolarmente

interessante sia perché è testimonianza sociale del fermento del

comune giulianese nelle questioni che coinvolgevano la comunità

in maniera diretta, ma soprattutto perché ci rende inequivocabili

attestazioni dell’antico Statuto comunale, oggi scomparso, che è qui

richiamato con insistenza come riferimento normativo.

La disputa, infatti, coinvolge la comunità locale e l’affittuario del

macello, richiamando a dirimere la controversia l’eccellentissimo

Principe Colonna, e manifestando, in caso di mancato intervento, la

determinazione della comunità giulianese a ricorrere anche ad altri

tribunali.

Mancando una copia conservata dell’antico Statuto giulianese, il

materiale più interessante preso in esame per questa ricerca appartiene

al fondo Colonna dell’omonimo archivio, presso la Biblioteca del

monumento nazionale di S. Scolastica, a Subiaco.

La causa sul prezzo della carne in Giuliano

La vicenda, come anticipato, riguarda nel dettaglio la causa

tra il comune di Giuliano e l’affittuario del macello, Virginio

Bompiani. Il ruolo dell’affittuario, all’interno dell’ordinamento

cittadino, prevedeva la concessione del macello da parte del

comune ad un privato, che poteva mettere in vendita gli animali

macellati ai prezzi concordati con le singole amministrazioni.

I problemi più frequenti, se non in caso di mancati rifornimenti,

riguardavano allora proprio i prezzi di vendita, che non potevano


160

Marco Di Cosmo

essere modificati senza una procedura amministrativa differenziata

all’interno dei singoli comuni.

Nel 1793 la comunità di Giuliano è quindi in agitazione per gli

aumenti sul prezzo della carne operati dall’affittuario Bompiani.

Per questo motivo si rivolge in prima battuta al Principe Colonna,

poiché mai, come si legge nel memoriale allegato al caso, la casata

Colonna ha avuto «motivo in tanti secoli di dolersi di cosa alcuna

sulle operazioni del popolo di Giuliano» 1 .

Invece, in quei giorni, la popolazione è particolarmente turbata

dall’aumento del prezzo operato dal Bompiani, affittuario, al tempo,

del macello comunale. La carne, ricorda ancora il memoriale, è stata

sempre regolata, nel comune di Giuliano, con il medesimo prezzo,

e si specifica che, secondo l’antico statuto, «il castrato, l’agnello,

la vitella e il porco venivano venduti a 11 quatrini la libbra. Le

carni meno pregiate invece, a 8 quatrini, compresa anche la carne di

vaccina» 2 . Ciò che più conta è che mai, per la comunità di Giuliano,

sia stato variato questo prezzo da parte degli affittuari.

Il riferimento storico e normativo di tale certezza deriva allora

proprio dallo Statuto, che viene esplicitamente chiamato in causa nel

memoriale, per chiarire che il prezzo «sempre tale sia stato […] dallo

statuto formato nel 1537 e pienamente approvato dall’Eccellentissima

Principessa Aragona Colonna, sulla data di Civita Lavinia» 3 .

Lo statuto disponeva dunque che nel macello «si debbano vendere

carni buone e recipienti al prezzo convenuto dalla comunità e per

essa dai superstiti siano rappresentati come dalla copia autentica che

si umilia in lettera A» 4 .

Le carni recipienti, letteralmente “accettabili”, potevano essere

messere in vendita ai prezzi stabiliti dallo Statuto comunale, e

dunque convenuti con la comunità tramite i superstiti, ovvero gli

1

Subiaco, Biblioteca del monumento nazionale di S. Scolastica, Archivio

Colonna, Affari di Giuliano III B, Protocolli Legali. Memoriale del

Servo e vassallo Rotilio Canonico Felici, anno 1793.

2

Ivi.

3

Ivi.

4

Ivi.


Il prezzo della carne a Giuliano e l’antico statuto

161

apprezzatori, coloro che letteralmente mettevano i prezzi sulla carne,

valutando anche i danni dati, arrecati da persone o animali.

Il passaggio è di grande importanza poiché testimonia in maniera

esplicita l’esistenza di uno Statuto per il Comune di Giuliano, il suo

utilizzo più o meno regolare nelle pratiche quotidiane, e l’esistenza di

organi specifici che stabilivano i prezzi delle merci, come accadeva

in tutti i Comuni.

Purtroppo, come detto, non conserviamo copia di questo Statuto,

ma l’allegato della causa alla lettera “A” ci fornisce un estratto del

capitolo relativo al prezzo della carne, trascritto nell’occasione dalla

copia autentica del 1537.

Il caso è ad ogni modo interessante per la ricostruzione storica e

sociale del paese, e dei rapporti locali con il principato dei Colonna 5 .

La Comunità di Giuliano è decisamente determinata nel difendere i

propri interessi e, dichiarando che il prezzo della carne in Giuliano

non viene modificato da tre secoli, ricostruisce in maniera precisa

le ultime disposizioni in materia, tenendo sempre a mente le

disposizioni statutarie.

I precedenti su un aumento della carne, infatti, sono pochi e

circoscritti a circostanze particolari. Se già nel 1745 il prezzo

dell’agnello fu aumentato per la stagione della Pasqua, ciò che più

è importante è ricordare che soltanto il pubblico consiglio, dietro

pubblica decisione, poteva prendere questo provvedimento, e proprio

in osservanza allo Statuto locale 6 . In anni successivi altri aumenti si

verificarono, con particolari riserve, e sempre attraverso la decisione

del pubblico consiglio. In ultimo si ricorda che, se nel 1766 un altro

affittuario fece il medesimo tentativo di accrescere il prezzo della

carne, egli non ricorse ai Colonna, ma presentò tale proposta al

5

Ivi. In questo senso una lettera della comunità di Giuliano, che risale

al 1793, al Principe Colonna, in cui esplicita che l’accordo ha sempre riguardato

la famiglia e il popolo di Giuliano, più volte «è stato frastornato

dall’insaziabile avidità dei temporanei affittuari. Le innovazioni dei medesimi

hanno sempre partorito profitto a se stessi [...] e danno al popolo

vassallo».

6

Ivi, Allegato B. Copia di memoriale del Pubblico Consiglio di Giuliano,

datato 2 maggio 1745.


162

Marco Di Cosmo

pubblico consiglio che deliberò tale aumento come ingiustificato 7 .

Né il Principe dunque, né soprattutto l’affittuario hanno mai

modificato il prezzo della carne in Giuliano, per cui l’aumento, in

casi del tutto eccezionali, si è verificato soltanto attraverso il pubblico

consiglio «che ne dimostra il libero, e pieno possesso dell’inveterata

consuetudine, e libertà» 8 .

In ultimo, lo Statuto di Giuliano viene citato nel memoriale in

opposizione ad altri paesi, quali Ripi, Pofi e Ceccano, nei quali il

codice prevede diversa normativa, e per cui un aumento si rendeva

invece applicabile.

Per quanto riguarda la carne in Giuliano viene pregato

l’Eccellentissimo Principe Colonna che essa debba vendersi non

più all’antico prezzo di 11 quattrini, ma a 12, cercando così un

compromesso che possa soddisfare le richieste dei cittadini e allo

stesso tempo «reprimere l’orgoglio e avidità somma degli affittuari,

che mai si contentano dell’onesto» 9 .

Nella copia contenuta all’interno del fascicolo è riportato il solo

Capitolo VIII dello Statuto nella lingua latina, che qui trascriviamo.

Cap. VIII dello Statuto.

«Fidem facio per praesentes Ego infrascriptus Notarius et

Secretarius Comunitatis Terrae Iuliani, Ferentinae Diocesis

7

Ivi, Allegato F. Copia del memoriale del Pubblico Consiglio del 30 aprile

1766 , «non alla Casa Eccellentissima Colonna, che dà l’affitto modum

unius, ma bensì alla sua comunità, o sia pubblico consiglio il quale credette

ben di non accordargli l’accrescimento richiesto, ed in sequela fu egli

costretto di venderla al solito antico prezzo».

8

Ivi.

9

Ivi, Allegato K. Copia di memoriale del Pubblico Consiglio, data presumibile

1793, in cui si specifica che l’affittuario Bompiani aveva fissato il

prezzo della carne a 15 quattrini la libbra, e non più a 12 come da consuetudine

e dopo le modifiche dei riferimenti statutari del 1537. Ancora, che la

carne vada venduta «da oggi in appresso non all’antico prezzo di quatrini

11 la libbra, ma bensì a 12 e un tale ordine servirà a ricomporre gli animi

degli afflitti vassalli, per la pace e concordia verso il loro principe e per

reprimere l’orgoglio e avidità somma degli affittuari, che mai si contentano

dell’onesto».


Il prezzo della carne a Giuliano e l’antico statuto

163

in Campanea qualiter inter alias Constitutiones Statutarias,

que vim Legis Municipalis habent in praedicta Terra Iuliani,

confectas, et approbatas per Illustrissimam et Excellentissimam

Dominam Johannam Aragoniam Columna sub datum Castri

Civitas Laviniae die 17 mensis Martii 1537 adest ut sequitur,

videlicet».

«De Macello et Carnibus vendendis».

CAP VIII

«Statuimus et ordinamus, quod Macellarius, qui acceperit

macellum in Terra Iuliani, debeat macellare carnes recipientes,

et non infectas, nec Lupatitias, et illas vendere illo proetio,

quod Conventum fuerit cum Communitate, vel quod fuerit

impositum per Superstites, nec debeat vendere unam Carnem

pro alia, et unicuique debeat dare justum pondus, et qui

contrafecerit puniatur in soldis quadraginta».

«Sequitur approbatio»

«Capitula statutorum huius quarti libri placent; ideo ea

concedimus, approbamus, ac confirmamus, in usu esse et

observari volumus, et mandamus: Datum in Castro nostro

Civitae Laviniae 17 Martij 1537

Johanna Aragonia Columna manu propria» 10 .

In merito alla controversia di cui si è trattato, così dunque recita

lo statuto a proposito dei regolamenti sulle carni:

CAP. VIII

«Stabiliamo e ordiniamo, che l’affittuario del macello in

Giuliano debba macellare carni recipienti e non infette, né

lupatizie, e venderle a quel prezzo che fu convenuto con la

comunità o che fu lasciato ai posteri, né si debba vendere una

carne per l’altra, e si debba dare il giusto peso e chi contravviene

sia punito con soldi quaranta».

L’estratto dallo statuto, oltre a darci delle indicazioni di carattere

storico, come la datazione dello stesso al 1537 per mano di Giovanna

d’Aragona, fornisce ulteriori dettagli in merito alla causa sul prezzo

delle carni. Lo statuto proibisce infatti la vendita, come si legge

10

Ivi, Allegato A.


164

Marco Di Cosmo

nell’estratto, delle carni infette e lupatizie, letteralmente carni morse

dai lupi e dunque non commerciabili. Ancor più importante, nello

stabilire le modalità di vendita e macellazione, lo statuto disponeva

che il prezzo della carne doveva essere «concordato» con la comunità,

per cui ogni affittuario, come ricordato dalla comunità giulianese,

doveva effettivamente adeguarsi ai prezzi convenuti attraverso i

pubblici consigli.


Matteo Maccioni

“Minorare il numero troppo eccedente de Consiglierj”:

la riforma dell’adunanza consiliare a Morolo

I documenti presi in esame per il comune di Morolo provengono

dal fondo dell’Archivio Colonna – sito in Subiaco nella Biblioteca

del Monastero di Santa Scolastica – e appartengono alle carte

riguardanti gli affari dei feudi della famiglia Colonna, nello specifico

al settore della Corrispondenza 1 . Lo scambio epistolare tra il sindaco

e gli ufficiali della comunità di Morolo, da una parte, e il luogotenente

del feudo e il Gran Conestabile Filippo Colonna, dall’altra, riguarda

la richiesta di proibizione e abolizione del Consiglio popolare della

comunità di Morolo e la convocazione, la formazione e composizione

che deve assumere il nuovo Consiglio, ristretto a trenta persone.

L’arco temporale coperto da questi documenti è di quattro mesi,

ovvero da gennaio a aprile 1783.

Con la lettera firmata da Filippo Colonna, e datata 21 febbraio

1783, si decreta la proibizione e l’abolizione dell’antica composizione

del Consiglio popolare, all’interno del quale le risoluzioni

consiliari venivano prese «più per forza di partito che per zelo della

Communità» 2 , e si tracciano le linee guida per la formazione di un

nuovo Consiglio di trenta persone «di qualche abilità» 3 , capaci e utili

alla comunità, suddiviso in due classi: quella dei “Sindeci”, composta

da dieci persone, e quella degli “Ufficiali”, di 20 persone. A queste

due classi se ne aggiunge una terza, chiamata degli “Spicciolati”,

formata esclusivamente da contadini. Compito del nuovo consiglio

è regolare e riformare gli interessi e gli affari della Comunità. Il

1

Subiaco, Biblioteca del monumento nazionale di S. Scolastica, Archivio

Colonna (in seguito si citerà solo Colonna e la posizione), Morolo III LB,

Corrispondenza (1778-1795).

2

Colonna, Morolo III LB, Corrispondenza (1778-1795), risoluzione di Filippo

Colonna al Governatore, 21 febbraio 1783.

3

Ivi.


166

Matteo Maccioni

primo novembre di ogni anno vengono estratte a sorte tre persone,

una appartenente alla classe dei “sindeci” e due alla classe degli

“ufficiali”: gli estratti, nel caso in cui ottengano l’approvazione

del Governatore e del Gran Conestabile, ricopriranno la carica di

magistrato nell’anno successivo. Ciò non avverrà automaticamente

ma le persone sono soggette all’approvazione del principe 4

All’interno della copia dello Statuto di Morolo da me presa in

esame, datata 1610, non vi sono norme riguardanti la composizione

del Consiglio. Solamente in due articoli del primo libro dello

Statuto si fa riferimento al Consiglio: nel VII, in cui viene intimato

ai membri della Giunta di recarsi al Consiglio entro il termine di

un’ora, e nell’ LXXXVII, dove viene stabilito che nelle riunioni

del Consiglio bisogna rispettare il silenzio, il quale può essere rotto

esclusivamente nel momento del voto 5 . In merito all’osservanza

del silenzio è possibile notare che se ne richiede il rispetto nel

documento, probabilmente un verbale del Consiglio dei trenta, del

6 marzo 1783, ove è scritto: «In p(ri)mo Luogo si propone la dovuta

osservanza sopra il silenzio da tenersi ne Consegli». Non meraviglia

4

Ivi: «E per che devesi ogn’anno stabilire li pubblici Rappresentanti, che

presiedino ne Consigli ordiniamo, che nel giorno primo di Novembre di

ciascun anno si estragga a sorte nel Consiglio dalla Classe de Sindeci un

sogetto, e dalla Classe d’Ufficiali due sogetti, de quali, il primo come Sindaco,

e li due come Ufficiali formaranno il Magistrato dell’anno consecutivo,

qualora verranno da Noi approvati». Negli ordinamenti del passato

il termine magistrato viene utilizzato per designare il titolare di un ufficio

pubblico, per lo più di durata limitata nel tempo e di carica estrattiva e/o

elettiva.

5

E. Canali, Cenni storici della Terra di Morolo (con l’edizione dello Statuto

del 1610), a cura di G. Giammaria, Anagni 1990 (Biblioteca di Latium,

12), p. 40: «Capo 7. Della Gionta e Consigno. Statuimo, ed ordiniamo, che

gli uomini della Gionta debbano venire al Consiglio in termine di un’ora,

quando veranno ricercati dagli officiali, e citati personalmente dal mandatario

alla pena di soldi cinque»; ivi, p. 59: «Capo 87. Del silenzio del Consiglio.

Statuimo, et ordiniamo, che negli Consigli, et Congregazioni, che

si faranno per le occorrenze della Comunità, nessuno debba far tumulto,

nemmeno per parlare finché non sia domandato del Voto, et parer suo sotto

pena di cinque soldi per volta».


Minorare i consiglieri a Morolo

167

particolarmente, però, l’assenza, all’interno dello Statuto, di queste

norme o di interventi che andavano a modificarle. Sebbene non si

tratti dello stesso periodo storico, nel tardo medioevo queste decisioni

possedevano una fisionomia propria e dunque una esistenza separata

rispetto allo Statuto:

«Cambiamenti anche radicali negli uffici, nella composizione

dei consigli, nel ruolo e nelle modalità di nomina dei magistrati

vennero stabiliti da commissari pontifici, rettori provinciali,

governatori, luogotenenti e, ancora più spesso, dagli stessi

comuni, in modo autonomo o su pressione del papato. Né si

esitava, in queste riforme, a sancire e regolare i nuovi rapporti

di soggezione alla Chiesa.

La casistica è amplissima, e diversa da città in città.

Di particolare interesse sono le deliberazioni prese dalle

commissioni incaricate di procedere all’imborsazione 6 . Oltre

ad indicare i nominativi dei futuri consiglieri e degli ufficiali del

comune, spesso questi gruppi di cittadini preminenti emanavano

una dettagliata normativa sul numero, le competenze e gli

obblighi delle cariche imborsate, e sui margini di intervento

attribuiti ai rettori e agli altri rappresentanti pontifici. “Capitoli

del bussolo”, “reformationes” dei “cives bruxularii”, “capitoli

del reggimento”, “imbuxulatu” e analoghe deliberazioni si

distaccavano talora con ampiezza dal dettato degli statuti.

[…] E tuttavia questi interventi, di norma, non venivano

recepiti dagli statuti. Restavano confinati nei registri delle

riformagioni, oppure, anche quando ne uscivano, avevano

spesso una fisionomia a sé, di singolo quaderno o pergamena

destinati a una conservazione separata. Solo in una minoranza

di casi si provvedeva alla trascrizione in appendice al volume

degli statuti, e solo in via del tutto eccezionale si sentiva la

necessità di una loro integrazione organica» 7 .

6

L’imborsazione è la funzione del ‘mettere in borsa’, o ‘nell’urna’, le schede

contenenti i nomi dei candidati ai vari uffici, scritti a uno a uno in altrettanti

biglietti, tramite i quali poi si procedeva all’estrazione a sorte di un

numero uguale alle cariche da coprire.

7

S. Carocci, Regimi signorili, statuti cittadini e governo papale nello Sta-


168

Matteo Maccioni

La scelta di abolire il Consiglio popolare per privilegiare

la formazione di un Consiglio ristretto di trenta persone, i cui

partecipanti sono selezionati sulla base delle abilità e del censo,

è tesa a garantire un maggior grado di competenza, affidabilità,

concretezza e chiarezza a questo organo. Già nella copia delle

rimostranze fatte dagli “zelanti” di Morolo, datata 7 gennaio 1783, si

richiede espressamente la proibizione dei Consigli popolari in favore

della formazione di un Consiglio ristretto di trenta persone. L’autore

della missiva, rivolgendosi al Governatore, scrive che, poiché è

sempre più difficile riuscire a convocare il Consiglio popolare e farlo

svolgere in modo regolare e utile alla comunità locale, è divenuto

indispensabile procedere alla creazione di un Consiglio di trenta

persone formato da persone qualificate e da lui approvate 8 .

In realtà, già in precedenti documenti, datati 1780-1782, sono

to della Chiesa (XIV e XV secolo), in Signori, regimi signorili e statuti

nel tardo medioevo. VII Convegno del Comitato italiano per gli studi e le

edizioni delle fonti normative, Ferrara 5-7 ottobre 2000, Bologna 2003,

pp. 245-269, distribuito in formato digitale da “Reti Medievali”, pp. 17-18.

Come già segnalato, questo esempio riguarda il periodo medievale mentre

il nostro caso è relativo all’età moderna. Spesso le consuetudini si sono

iterate nel tempo; del resto il nostro caso morolano dimostra che a decidere

del “governo” locale è il principe e non gli abitanti di Morolo.

8

Colonna, Morolo III LB, Corrispondenza (1778-1795), rimostranze degli

zelanti della Comunità di Morolo al Governatore, 7 gennaio 1783: «Di più

la supplicano, che voglia anche proibire li Consegli popolari perché per

convocarli bisogna procedere con gravatorj, e violenza de Birri; dovendo

per tal difficoltà più volte trasferire negozj più rimarchevoli, donde poi ne

sono provenuti grandi pregiudizij. Quando poi è adunata tal fatta di Consiglieri

tutti rozzi, e dall’infima Plebe non ne nasce che confusione per motivo

primario, che si deve adunare il Consiglio in giorno di festa nell’ora

tarda doppo pranzo per commodo de Medesimi, quando che tutti sono

fori di senno per il vino. Sperando dunque dall’innata bontà di V(ostra)

E(ccellenza) che voglia ordinare, che si venga a stabilire il Conseglio almeno

di Trenta persone le più qualificate, e Probbe, quali non mancano in

Tal Paese, se bene La magior parte di questi siano Chierici pure attenderebbero

di bona voglia al pubblico vantaggio qualora non fossero riprovati

dall’E(ccellenza) V(ostra)».


Minorare i consiglieri a Morolo

169

presenti richieste di «minorare il numero troppo eccedente de

Consiglierj» 9 motivate dalla difficoltà di convocazione dell’adunanza

e dalla incapacità di adottare risoluzioni efficaci poiché queste

«dipendono dai voti de villani, che costituiscono poco meno che

l’intiero Consiglio» 10 . Dalla lettera dell’Uditore Torelli apprendiamo

che la composizione del Consiglio di Morolo nel 1780 è popolare, ma

già in quell’anno se ne propone la riforma, in un primo momento per

la formazione di un Consiglio di quaranta persone, come si evince

dal memoriale del 6 febbraio 1780 accluso alla lettera dell’Uditore

Torelli, e in seguito di trenta persone. La supplica della Comunità di

Morolo del 1782 ci informa che all’epoca il Consiglio è diventato di

sessanta persone, ma si rende in ogni caso necessaria una ulteriore

restrizione del Consiglio, proponendo il numero di trenta consiglieri,

poiché non si riesce a raggiungere il numero necessario che renda

legali i provvedimenti adottati dall’adunanza 11 .

La decisione di trasformare il Consiglio popolare in un

Consiglio di trenta persone ha, in primis, motivazioni pratiche: la

convocazione di un ristretto numero di persone comporta minori

difficoltà organizzative e di pianificazione, in quanto può avvenire

con maggior frequenza e con un preavviso minimo. Questa nuova

configurazione mira ad ottenere una maggiore efficienza e incisività

nella vita della comunità, per mezzo della selezione dei cittadini

che andranno a comporre il nuovo organo politico. Questi, come

già detto in precedenza, vanno a formare tre diverse “classi”: un

cittadino verrà estratto da quella dei “sindeci” e due dalla classe degli

9

Archivio di Stato di Roma, Fondo Sacra Congregazione del Buon Governo,

Serie II (in seguito solo BG), b. 2896. Supplica della Comunità di

Morolo alla Sagra Congregazione del Buon Governo, 13 luglio 1782.

10

Ivi. Lettera dell’Uditore Gaspare Torelli al Buon Governo, 7 marzo 1780.

11

Ivi. Supplica della Comunità di Morolo alla Sagra Congregazione del

Buon Governo, 13 luglio 1782: «sempre manca il numero necessario à render

valida la Risoluzione. In tale stato adunque di cosa per ovviare alli tanti

dissordinj, che tutto il giorno per tale motivo succedono, supplica l’Or(atri)ce

La somma clemenza dell’E(ccellenze) V(ostre) à volersi degnare di minorare

il numero troppo eccedente de Consiglierj, e ridurlo al num(er)o dì

trenta, che potrà più facilm(ent)e radunarsi per risolvere li publici affarj».


170

Matteo Maccioni

“ufficiali”, mentre la classe degli “spicciolati” rappresenta una sorta

di riserva cui attingere in caso di necessità 12 . La compilazione della

lista di persone che afferiscono alle varie classi è affidata al Gran

Conestabile Filippo Colonna, il quale la invia al Governatore con

l’ordine di farla applicare e renderla operativa nel più breve tempo

possibile 13 .

Ciò che si evince da questo scambio epistolare è la possibilità che

viene data al sindaco e agli ufficiali della comunità di “contestare”

le scelte del Gran Conestabile e di suggerire le modifiche che si

vorrebbero apportare. Questi si rivolgono al luogotenente per

chiedere la sostituzione delle persone ritenute rozze, ignoranti e in età

avanzata con persone “civili”, “pulite”, “da bene” e “possidenti”. Si

lamentano, infatti, dei danni causati al bene comune dall’imperizia,

dalla viltà e dalla rozzezza degli ufficiali “idioti”, ovvero illetterati,

vili e poveri, da «persone sempre avide d’ingrandirsi con i publici

proventi» 14 . Più volte nelle rimostranze si pone l’accento sulla

12

Colonna, Morolo III LB, Corrispondenza (1778-1795), informativa

del Governatore sulla compilazione delle classi, 10 febbraio 1783: «Colle

sudette Classi Sarebbe bene formare il Consiglio di trenta persone, e

togliere il Popolare, solito a tenersi in questo Luogo, da cui ne nascono

confusioni, e sconcerti, costituendo esso Consiglio di dieci Soggetti della

Classe de Sindici, e venti della Classe degl’Ufficiali, quali per turno venissero

in ogn’Anno estratti, uno dalla prima Classe, e due dalla Seconda,

per l’amministrazione di questa Communità. Dalla Classe de Sindici, ne

sopravanzarebbero sei, quali non sembrando conveniente fargli degradare

con ponergli in quella degl’ufficiali, potrebboro collocarsi per Spicciolati

di detta classe, acciò di Sorrogargli alli dieci in caso di bisogno, benché

per altro devo raguagliare l’Ecce(lle)nza V(ost)ra, che gli Spicciolati nella

Classe medesima, mai in questo bussolo si sono costumati, bensì in quella

dell’Ufficiali, per la quale detratti gli venti, che si degnerà prescegliere,

gl’altri, che non rigetterà, possono collocarsi in quella de Spicciolati».

13

Ivi, risoluzione di Filippo Colonna al Governatore, 21 febbraio 1783:

«Ordiniamo in seguito di ciò al Governatore che dia piena esecuzione alla

nostra presente volontà, e faccia che li sogetti di sopra descritti prendino il

possesso nelle solite forme».

14

Ivi, rimostranze degli zelanti della Comunità di Morolo al Governatore,

7 gennaio 1783.


Minorare i consiglieri a Morolo

171

necessità di proporre persone “colte” e “possidenti”, provenienti

da famiglie “civili”, ovvero famiglie benestanti, possidenti, la

cui attività non prevede mansioni umili, come l’agricoltura o la

pastorizia. Queste caratteristiche dovrebbero assicurare competenza,

serietà e un più alto grado di resistenza alla corruzione, alla ruberia

e all’accaparramento di beni, al fine di risollevare la comunità e la

credibilità, ormai perduta, di quest’organo politico.

Una notizia interessante che si ricava dall’analisi di questi

documenti è la temporanea interdizione allo svolgimento attivo

della politica a cui vengono sottoposti i cittadini aventi procedimenti

legali in corso, come è possibile verificare nel caso di Gaudioso Lolli,

del quale si dice: «potrebbe anche egli ottenere il posto sud(dett)o,

concorrendo in lui le med(esim)e qualità degli sopraccennati, ma

è debitore di q(ue)sta Com(uni)tà di somma considerabile, ed al

p(rese)nte se ne agita costì la causa» 15 . Se ne arguisce che, una volta

conclusasi la causa, si potrà iscrivere nella classe per cui è stato

proposto, con la conseguenza di poter essere estratto e dunque eletto.

Questi documenti forniscono anche un’informazione relativa a

una delle prerogative del Gran Conestabile: la facoltà di sospendere

i cittadini dagli incarichi pubblici, come si riscontra nel caso di

Filippo Franchi 16 .

Non è possibile stabilire il motivo di tale sospensione e

interdizione, poiché non se ne fa menzione.

15

Ivi, lista dei componenti delle classi del Luogotenente Michelangiolo

Renzoni al Governatore, 24 marzo 1783.

16

Ibidem: «anche egli è possidente, ma nei libri de consegli sotto li sedici

Giugno del 1730 vi è una proibizione al di Lui Padre Francesco quale è Per

ordine dell’E(ccellenza) V(ostra) D(ominum) Fabrizio Colonna. Il Governatore

che faccia levare il Franchi dal n(umero) de Priori, con suspenderlo

dagl’esercizj dell’ufficio, e faccia estrarre uno degl’altri Imbussolati in suo

Luogo. Fabrizio Colonna.

Oltre a questa ve n’è un altra contro il sud(dett)o Felippo Franchi fig(li)o di

Fran(ces)co med(ico), (secondo mi vien detto da Persone Savie) ma non è

stata potuta ritrovare quale anche proibisce al sud(dett)o Filippo il servire

in tali ufficj».


Matteo Maccioni

Divisione del territorio, pene e divieti statutari

a Paliano

Il documento preso in esame per il comune di Paliano fa parte

di una pratica conservata nell’Archivio di Stato di Roma, fondo

della Congregazione del Buon Governo 1 . Nella lettera indirizzata al

Colonna, Duca Principe di Paliano 2 , datata 20 settembre 1674, due

agricoltori e possidenti terrieri richiedono l’applicazione dei divieti e

delle pene statutarie, così come di quelle previste dai bandi emanati

dal Colonna, in merito al pascolo dei maiali in determinate aree del

territorio della comunità palianese.

La pratica a cui appartiene la lettera oggetto di studio, indirizzata

dalla Comunità di Paliano alla Sacra Congregazione del Buon

1

Archivio di Stato di Roma, Fondo Sacra Congregazione del Buon Governo,

Serie II (di seguito solo BG), b. 3306.

2

Il Ducato di Paliano, costituitosi nel 1556 ad opera di papa Paolo IV

in seguito alla confisca dei feudi della famiglia Colonna nella divisione

amministrativa di Campagna e Marittima, e riottenuto da questi nel 1559

per mezzo del trattato di Cave, che pose fine alla “guerra di Campagna”

tra lo Stato Pontificio e la Spagna, venne elevato a dignità principesca nel

1569 e fu organizzato militarmente e amministrativamente dai successori

di Marcantonio II Colonna, il quale confermò e fece applicare lo Statuto

approvato dal padre Ascanio nel 1533. Il Principato venne diviso in due

stati amministrativi, i cui capoluoghi furono Genazzano – da cui dipendevano

Paliano, Genazzano, Cave, Serrone, Rocca di Cave, Marino, Piglio,

Anticoli di Campagna, Trivigliano, Vico nel Lazio, Collepardo e Rocca di

Papa - e Pofi (poi sostituito da Ceccano) – da cui dipendevano Ceccano,

Ripi, Arnara, Falvaterra, Castro, Vallecorsa, San Lorenzo, Santo Stefano,

Giuliano, Patrica, Supino, Morolo, Sgurgola e Sonnino. Nei capoluoghi

risiedeva il Governatore o viceconte, mentre a Paliano aveva la sua dimora

il Principe e il Viceduca. Per maggiori informazioni sulla storia di Paliano

e la formazione del Ducato di Paliano cfr. L. Pacitti, Storia della terra di

Paliano, Cave 1983.


174

Matteo Maccioni

Governo, e datata 3 settembre 1712, ricorda come la proibizione del

pascolo dei maiali, «dannosis(sim)i à tutto il territorio» 3 , fosse già

stata sancita, in tempo antico, dai consigli popolari del 1619, 1620 e

1698, e da editti e bandi promulgati da Lorenzo Colonna nel 1674,

1676 e 1690 4 . Decisioni consiliari, editti e bandi pubblicati si rifanno

a quanto è stato sancito nel consiglio popolare del primo ottobre

1619 5 , ovvero «che si cavino li porci dal p(rim)o di Maggio per

ciaschedun anno è non possano entrare per tutto il mese di Settembre

è che duri in perpetuo è che li porci forastieri di d(ett)o tempo non

ci possano entrare in nesun modo eccetto che in tempo di ghianda» 6 .

Nei primi anni del XVIII secolo viene meno l’esecuzione

delle norme previste da questi consigli ed editti, sancendo di fatto

l’impoverimento e il disboscamento della macchia circostante e dei

terreni di proprietà della comunità palianese, i quali in passato erano

stati divisi in “quarti” e, a rotazione, venivano coltivati a grano,

granturco, legumi o coltivazioni varie, uno lasciato a prato invernale

e un altro destinato al pascolo per il bestiame 7 .

3

BG, b. 3306, lettera della Comunità di Paliano alla Sacra Congregazione

del Buon Governo, 6 agosto 1712.

4

Ivi.

5

Un esempio è quanto viene scritto nella risoluzione consiliare del 20 maggio

1712: «Si replica di novo la resolutione fatta dall’anno 1619 come fu

proposto se si dovevano cacciare li porci dal Territ(ori)o passato il Mese di

Ap(ri)le è à che sempre potessero rientrare è questo s’intenda per ciaschedun

anno per l’avvenire intendendosi da porci armentitij con l’esclusiva de

porci forastieri che in nesun modo ne in qualsivoglia tempo possano venire

in Territ(ori)o».

6

BG, b. 3306, copia dell’estratto dal Libro dei Consigli, f. 69, Lettera A.

7

«I contadini di Paliano già dal 1705 reclamavano dal Principe e dagli

altri proprietari la divisione di tutti i terreni in “quarti” da distribuire agli

aratori, vangatori e zappatori con una certa giustizia; più tardi reclamavano

contro l’operato del Viceduca che non applicava quanto era stato concordato.

Tutte le terre di Paliano furono divise in quattro parti e cioè: il Quarto di

Collerampo, il Quarto di Cervinara, il Quarto di Massa e il Quarto di San

Luca, i quali, a rotazione, venivano così usati: uno era coltivato a grano,

l’altro a granturco, a legumi o altre coltivazioni varie; il terzo lasciato a


Divisione del territorio, pene e divieti statutari a Paliano

175

Nella testimonianza acclusa alla lettera del 6 agosto 1712 viene

riportata l’informazione che l’ultimo quarto, sfruttato per la vendita

dell’erba a beneficio della comunità locale, produce un consistente

ricavo economico: l’introito, infatti, consente di ripianare i debiti

della comunità 8 .

Nella medesima lettera, cinque uomini di più di 50 anni

testimoniano lo stato di decadimento e di contrazione della superficie

della Selva e del territorio di Paliano, imputabile all’eccessivo

numero e pascolo di maiali, così come alla ormai onnipervasiva

presenza della coltivazione, raffrontandolo con la situazione di 40

anni prima 9 .

prato invernale; l’ultimo riservato a prato per il pascolo del bestiame di

tutti i cittadini; restavano ancora i terreni collinari, raccolti tutti col nome

di terreni del Monte, che erano coltivati liberamente dai loro proprietari

senza vincoli di coltura. Ogni anno i cittadini ricevevano il loro pezzo di

terra da coltivare a grano, versavano una certa somma per “l’entratura” e

infine, al raccolto, consegnavano al padrone del terreno il quarto del prodotto

ricavato», cfr. L. Pacitti, Storia della terra di Paliano, cit., p. 128.

8

BG, b. 3306, lettera della Comunità di Paliano alla Sacra Congregazione

del Buon Governo, 6 agosto 1712. In una testimonianza acclusa alla lettera

e datata 5 agosto 1712 si dice espressamente che «l’altro (quarto) la

Com(muni)tà lo vende à tutta erba per pagare li debiti della Com(muni)tà».

9

Ivi, lettera della Comunità di Paliano alla Sacra Congregazione del Buon

Governo, 6 agosto 1712: «Noi… Prep(osit)o è Can(onic)i della Chiesa Collegiata

di S. Andrea di Palliano facciamo la p(rese)nte chiara et indubitata

fede à chiunque la p(rese)nte vedrà et attestiamo come nel tempo che da

questa Communita furono stabiliti li quarti essendo questo nostro Capitolo

stato ricercato per dare il nostro consenso à d(ett)a resolutione in riguardo

di molti è gran quantità di terreni spettanti alla medesima Chiesa di rubbia

seicento in c(irc)a fù risoluto capitolarm(ent)e che si dasse il nostro consenso

ogni qual volta andassero via dal d(ett)o territ(ori)o l’animali porcini

per sfuggire li gran danni che apportano li med(esim)i universalm(en)te a

tutto il territ(ori)o è l’istesso fù da noi confermato nell’ultimo conseglio

g(enera)le, come anche attestiamo che d(ett)o Territ(ori)o era 40 anni fa in

parte macchioso è presentemente è stato tutto smacchiato è ridotto tutto à

coltura è questo lo sappiamo per esser noi la magior parte di età di sop(r)a 60

è più anni. Che per esser la verità habbiamo scritta è sottoscritta la p(rese)nte


176

Matteo Maccioni

Il danno che questi animali possono arrecare ai terreni è immane:

poiché il territorio della comunità di Paliano è «pieno di Vigne,

oliveti, Castagneti, prati, e Terreni da seminare» 10 , questi sono messi

tutti in pericolo dall’abitudine del maiale di scavare con il grifo sotto

la terra, causando danni al seminato, divellendo cespugli e rovinando

i prati e i terreni; possono inoltre, poiché sono “animali immondi”,

intorbidare le acque, le quali scarseggiano nel territorio, causando un

danno incalcolabile tanto al popolo quanto agli altri animali. Stando

a quanto afferma Pacitti, una soluzione alternativa all’espulsione di

detti animali venne trovata e adottata nel 1724 tramite un accordo che

prevedeva l’affidamento per la lavorazione delle terre ai contadini,

permettendo ai maiali, e alle altre bestie, di pascolare nei boschi o in

aree riservate 11 .

Nella lettera di S. Carenza indirizzata al Colonna, e datata 20

settembre 1674, due vassalli espongono la situazione del territorio,

devastato dai danni causati dai maiali «nel tempo della spica» 12 , un

arco temporale in cui, stando a un editto emanato dal Colonna, è

proibito il mantenimento di detti animali nel territorio, pena una multa

di cinquanta baiocchi e la perdita degli animali. Almeno in questo

documento non si fa riferimento alla modalità della privazione:

potrebbe consistere nell’uccisione oppure nel sequestro e forse

successiva vendita dei maiali da parte delle autorità governative

di n(ost)re proprie mani è sigillata con il nostro solito sigillo, Palliano dalla

nostra Sagristia hoggi 6 Agosto 1712».

10

Ivi, lettera della Comunità di Paliano alla Sacra Congregazione del Buon

Governo, 6 agosto 1712.

11

«Finalmente la questione fu risolta nel 1724 e si arrivò al definitivo accordo,

così le terre, divise per quarti, vennero affidate per la lavorazione ai

contadini, pur restando molte divergenze per le semine e per i pascoli. Ai

maiali fu riservato di pascolare dentro i boschi, in particolar modo quelli

ricchi di ghiande e così pure gli ovini, i caprini e i vaccini avevano pascoli

particolari e riservati»: L. Pacitti, Storia della terra di Paliano, cit., p. 129.

12

BG, b. 3306, lettera di S. Carenza indirizzata a Colonna, 20 settembre

1674. Nella copia dell’estratto dal Libro dei Consigli, f. 79, Lettera B, si

precisa che «d(ett)a spica si paschi conforme il solito da S. Angelo di Maggio

sino à S. Angelo di Settembre».


Divisione del territorio, pene e divieti statutari a Paliano

177

locali.

I vassalli si rivolgono al Barone affinché questo proibisca il

pascolo e il ritorno degli “animali neri” nel territorio e faccia

applicare le pene stabilite nei precedenti bandi, oppure adotti un

regolamento mirante a proteggere i territori coltivati, il Monte e le

campagne dai danni provocati dai maiali, come d’altronde è sancito

nello Statuto locale:

«Liber Tertius, De poena Porcorum. Cap. 23. Statuimus, et

ordinamus quod si Porci damnum dederint in frumento, et in

leguminibus, seù in Pratis, et in aliis Locis in quibus damnum

committerent, solvat dominus Porcoru(m) Solidum unu(m)

prò quolibet Porco usquè ad decem, a decem verò supra

solvat prò qualibet turba solidos viginti; in Pratis verò nullo

tempore possint pascere, né devastantur, in fontibus, hortis,

vineis plenis, in Pignonibus ac Aris plenis possint unus Porcus

interfici de tota turba, et in casu, quo interficiatur, dividetur

hoc modo videlicet una pars sit curiae, alia mittatur domino

Porcorum, et dua(e) alia(e) partes sint interfectoris: Porci

autem domoestici qui tenentur domi non possint interfici et

quotiescumque damnum dederint solvat dominus Porci prò

qualibet vice solidos quinque» 13 ;

«Liber Tertius, Quod Bestiae Armentitiae, Porcinae,

13

Subiaco, Biblioteca del monumento nazionale di S. Scolastica, Archivio

Colonna (in seguito si citerà solo Colonna e la posizione), Paliano III MC

2, n. 18, c.46rv. La traduzione degli articoli è stata presa dal testo Statuto

comunale di Paliano, a cura dell’Amministrazione Comunale, Subiaco

1992, p. 112:«Libro III, Capitolo XXIII. Della pena per i porci. Stabiliamo

e ordiniamo che se i maiali fanno danni al frumento, ai legumi, nei prati

o in altri luoghi commettono danni, il padrone dei maiali paghi un soldo

per ogni porco fino a dieci; da sopra a dieci invece paghi per ogni branco

venti soldi. Nei prati in nessun periodo può pascere né devastare: nelle

fonti, orti, vigne può essere ucciso un maiale, di tutto il branco e nel caso

che venga ucciso sia diviso in questo modo: una parte sia della Curia, una

parte del padrone del maiale, le due altre parti dell’uccisore del maiale: I

maiali domestici che vengono tenuti in casa non possono essere uccisi, ma

tutte le volte che procurino danni paghi il padrone del maiale per ogni volta

cinque soldi».


178

Matteo Maccioni

Caprinae, et pecudinae non possint pascere in monte, nequé

in defensis. Cap. 30. Statuimus, et ordinamus quod Bestiae

Armentitiae, neque Porci, nec Caprae nec Pecudes possint

nullo tempore in Monte Paliani, nequè in defensis pascere sub

poena quadraginta solidorum; Boves verò et Bubali aratorii

possint in dictis locis pascere dum arantur, sed tamen non

pernoctare» 14 ;

«Liber Tertius, De Poena Porcellorum. Cap. 46. Statuimus,

et ordinamus quod Porcelli prò allevis faciendo possint

pascere in monte Paliani, ed in defensis, dum(m)odo damnum

non dederint, si verò damnu(m) dederint dominus ipsorum prò

qualibet vice a decem suprà solvat pro poena ultra damnu(m)

solidos decem, a decem verò infra solvat prò qualibet solidum

unum» 15 .

Stando a quanto si asserisce in questa lettera, una delle motivazioni

per cui non è consentito il pascolo di questi animali nelle zone adibite

alla coltivazione ha uno sfondo sociale, e riguarda il sostentamento

degli indigenti, ai quali viene data la possibilità di raccogliere le

castagne e le olive cadute a terra, senza doverle pagare: «ò almeno

che d(ett)i Animali non possano pascolare ne ritenersi nel Monte,

è difese dove sono le campagne è olive ne i quali luoghi è anco

14

Colonna, Paliano III MC 2, n. 18, c. 47v. Traduzione da Statuto comunale

di Paliano, cit., p. 113:«Libro III, Capitolo XXX. Che le bestie

armentine, porcine, e caprine ed i greggi di pecore non possano pascere nel

Monte né sulla Rocca. Stabiliamo e ordiniamo che le bestie armentine, né

porcine, né caprine, né pecorine possono in alcun modo pascere nel monte

di Paliano né in prossimità della Rocca sotto pena di quaranta soldi; i buoi

ed i bufali aratori possono pascere in detti luoghi mentre arano, ma tuttavia

non pernottare».

15

Colonna, Paliano III MC 2, n. 18, c. 50rv. Traduzione da Statuto comunale

di Paliano, cit., p. 116: «Libro III, Capitolo XLVI. Della pena per i

maiali. Stabiliamo e ordiniamo che i maiali da allevamento possono pascere

nel monte di Paliano e attorno alla rocca, finché non arrecano danno: se,

invece, arrecano danno il loro padrone sia tenuto a pagare da sopra a dieci

oltre il danno dieci soldi, da sotto dieci paghi per pena un soldo per ogni

volta».


Divisione del territorio, pene e divieti statutari a Paliano

179

prohibito dal Statuto il pascolare acciò i poveri possano ricoglersi

le castagne ed olive, e non habbiano à trovare mangiate e pasciute.

Che il tutto lo riceveranno à gratia singolaris(sim)a di V(ostra).

E(ccellenza).» 16 .

Le indicazioni fornite dalla pratica nel suo complesso, e dalla

lettera di Carenza in particolare, sono molteplici. Il territorio del

comune di Paliano è suddiviso in quattro quarti adibiti a specifici

usi; esistono luoghi e periodi dell’anno in cui non è consentito far

pascolare determinate specie di animali, le quali risultano pericolose

per l’equilibrio economico-produttivo della comunità. La presenza

di una norma che proibisca il pascolo in determinati luoghi e periodi

dell’anno rende manifesta la preminenza dell’attività agricola

all’interno dell’economia palianese. Questa comunità, per tutelare

gli interessi degli agricoltori dall’incuria e negligenza dei pastori,

deve correre ai ripari rivolgendosi agli ufficiali e al Barone del luogo,

i quali, come da prassi, stabiliscono pene pecuniarie che, col passare

del tempo, si trovano costretti ad inasprire a motivo dell’inosservanza

delle leggi. Inoltre, come è stato fatto notare poco sopra, lo

Statuto prevede norme di carattere etico-sociale tese a garantire il

sostentamento di tutti i cittadini della comunità, facendo in modo che

si vada incontro alle necessità della popolazione. Questa attenzione

agli indigenti dimostra il buono stato di salute dell’economia della

comunità palianese, la quale non ha una stringente necessità di

commercio della propria produzione ma può permettersi di donare

gratuitamente ai meno abbienti piccole porzioni del proprio raccolto.

16

BG, b. 3306, lettera di S. Carenza indirizzata a Colonna, 20 settembre

1674.


Marco Di Cosmo

Patrica:

statuto e danni dei pastori

Introduzione

Lo Statuto di Patrica è stato oggetto di edizione e studi 1 che ne

attestano la prima datazione al 1696 2 e l’esistenza di numerose copie

successive, redatte fino al XIX Secolo.

Gli studi di Giammaria e Notari, ripercorrendo la storia dello

Statuto della comunità patricana, hanno affrontato la questione

riguardante le edizioni e la copia dei vari codici. In questa sede,

partendo dai lavori precedenti, illustreremo l’utilizzo dello statuto

nelle pratiche locali e il ricorso della comunità patricana a questo

strumento normativo.

Lo Statuto di Patrica, come dicevo, è stato tramandato attraverso

almeno cinque manoscritti, a testimonianza della necessità di copie

diverse per usi quotidiani. In questa sede proveremo a ricostruirne

l’utilizzo nelle pratiche cittadine.

I danni dati relativi a capre e maiali neri

L’utilizzo e la presenza dello statuto nelle carte di archivio è

riscontrabile fino alla seconda metà del diciannovesimo secolo. Il

tema più comune riguardante le controversie che venivano regolate

1

G. Giammaria, Le liberanze o Statuto di Patrica del 1696. Edizione e

studio storico, in Latium, 15 (1998), pp. 5-66.

2

Sui codici statutari di Patrica, oltre allo studio citato di G. Giammaria,

cfr. S. Notari, Rubricario degli statuti comunali di Alatri e Patrica (XVI-

XVIII). Per un rubricario degli statuti della provincia storica di Campagna,

in Latium, 14 (1997), pp. 141-222. Soltanto nel 1703 Patrica rientra

nella piena giurisdizione del Buon Governo, come fa notare Giammaria in

G. Giammaria, Patrica, in S. Antonio Abate: culto, riti e tradizioni popolari

in Ciociaria, Anagni 1995 (Etnostorica, 3), pp. 67-76.


182

Marco Di Cosmo

attraverso lo statuto è anche qui quello del danno dato, ossia i reati

relativi ai danneggiamenti delle terre, alle coltivazioni, provocati da

persone, o più spesso da animali.

Il danno dato è argomento di disputa piuttosto ricorrente nella

comunità, soprattutto in relazione ai danneggiamenti di capre e

maiali detti “neri”. Di questo problema scrive nel 1841 Pietro

D’Ambrosi, Priore di Patrica, alla Delegazione Apostolica di

Frosinone, lamentando gli enormi disagi procurati da questi animali

all’agricoltura locale. Il Priore cosi scrive: «Accludo all’Eccellenza

Vostra Reverendissima una particola dello Statuto, che esiste in questo

Comune, relativa alle Capre e Neri, che si proibiscono di ritenerli, e

farli vagare per le Vigne, e Alboreti, o sia pei terreni ristretti, colla

penale, facendo danno, di baiocchi cinquanta per ciascheduna Bestia

e di scudi cinque, essendo tronco, dichiarandole non esservi per le

Capre altra Disposizione». Il Priore, confrontando le penali attribuite

ad altri animali, dichiara al Delegato Apostolico che la penale delle

capre è il doppio di quella che si paga per altre bestie. Inoltre scrive

ancora: «[…] mi credo in dovere di far conoscere […] che tanto

le Capre quanto i Neri da Razza fanno qui in Patrica veramente

piangere l’Agricoltura per cui la supplico, anche a nome di tutti gli

agricoltori di emanare forti disposizioni per reprimere tanti danni e

reprimere insieme l’audacia e l’orgoglio dei Respettivi Pastori» 3 .

L’argomento è piuttosto ampio ed esistono numerose cause e

frequenti ricorsi riguardanti i danni provocati da questi animali ai

terreni coltivati. Per questo caso, come negli altri, si richiamano

esplicitamente nel fascicolo gli articoli dello Statuto, riguardanti le

“Bestie minute in Vigneti e Alboreti” e i “Porci in Vettovaglie”, che

riportiamo dalle carte di Archivio.

«Porci in Vettovaglie. Item se alcuna Bestia Porcina,

purché non sia mandarina dasse danno ai Seminati non nati

di qualsivoglia sorta di Vettovaglie sia lecito al Padrone del

Seminato di ammazzarne uno, con dare il solito quarto alla

Corte, e che si possa seguitare tre passi distante dal terreno,

3

Archivio di Stato di Frosinone, Fondo Delegazione Apostolica (in seguito

solo DA), b. 819, fsc. 2038. Lettera di Pietro D’Ambrosi, Priore di Patrica,

alla Delegazione Apostolica di Frosinone. Patrica, 26 luglio 1841.


Patrica: statuto e danni dei pastori

183

dove farà danno, e restando morta fuori dei tre passi la bestia

uccisa sia quella del Padrone; come pure nelle Guadagne

piene di qualsivoglia sorta, come sarebbe Vigne, e albereti,

trovandolo però a dar danni come sopra, eccettuato sempre

il Verre, e non sia lecito al Padrone di stare appostatamente

aspettando dette Bestie per ammazzarla, giacché in tale caso gli

sia solamente permesso ricondurle all’Osteria, o di accusarle,

e facendo diversamente sia tenuto di pagarla a stima de Periti,

ed essendo trovate a dar danno come sopra dal Balivo, incorra

il Padrone di detti Animali nella pena di bajocchi due e mezzo

per Bestia, ed essendo Tronco di bajocchi trenta e con esser

tenuto al pagamento del danno a stima come sopra» 4 .

La copia riportata dalle carte di archivio richiama esplicitamente

l’Art. LXIIII dello Statuto di Patrica del 1696, qui riportato

integralmente, che in realtà risulta molto più sintetico poiché privo

di alcuni dettagli di cui parleremo più avanti:

«Porci in Vettovaglie. Item se alcuna Bestia Porcina,

purché non sia mandarile, darà danno nelli Sementati non nati

di qualsivoglia sorta di Vettovaglie sia lecito al Padrone del

Seminato di ammazzare un Porco, con dare il solito quarto

alla Corte, come nelle Guadagne piene di qualsivoglia Sorta,

trovandolo à dar’ danno, come sopra, e si possono seguitare

tre Possessioni distante dà dove farà danno, et essendo trovati

dal Balio, incorri il Padrone nella pena di mezzo grosso per

porco, et altrettanto d’emenda, et essendo Tronco, nella pena

di giulij trè, e d’emenda un’ tombolo, e non arrivando il danno

à trè bocali, caschi nella pena di bajocchi quindici, se non sarà

tronco, nella pena di mezzo bajocco per bestia» 5 .

L’articolo contiene molte espressioni gergali, ed è in generale

una testimonianza sociale importante, sia per conoscere l’economia

locale, sia per comprendere la pericolosità di questi animali, in

questo caso maiali e capre, e della frequenza dei «danni che vengono

fatti in questo territorio dai fattori specialmente dai caprai, i quali

4

Ivi.

5

G. Giammaria, Le liberanze, cit., p. 56.


184

Marco Di Cosmo

impunemente mettono a pascolare le capre negli attigui albereti,

castagneti di fresco tagliati, negli oliveti senza riguardo alle olive

che vanno cadendo per maturità» 6 .

Lo statuto tutelava l’agricoltura locale, limitando l’ingresso degli

animali nei terreni coltivati, per evitare che le bestie danneggiassero i

piantoni o mangiassero le piante novelle. Per questo motivo il padrone

dei terreni era legittimato ad ammazzare il maiale che si trovasse

all’interno delle sue proprietà. Nel testo vengono menzionate Le

Guadagne, terreni recintati appunto, «piene di qualsivoglia sorta»,

ovvero delle diverse coltivazioni; nei documenti si fa menzione di

vigne e alberi da frutto.

La porzione dello statuto contenuta nelle carte di archivio non

contiene differenze sostanziali rispetto all’edizione dello Statuto del

1696, ma ci sono alcuni elementi particolarmente interessanti da

tenere in considerazione.

Innanzitutto le restrizioni riguardanti la possibilità di uccidere

il maiale: la porzione di Statuto che emerge dalle carte di archivio

impediva di inseguire il maiale e dunque di uccidere la bestia oltre

i tre passi fuori dal proprio terreno, laddove la copia dello Statuto

riportata in edizione limita la possibilità a tre possessioni.

La fattispecie del danno dato poi, e dunque l’applicazione delle

ammende, era esclusa per il Verre, l’animale maschio destinato alla

riproduzione, e dunque maggiormente “tutelato”. Infine, il padrone

del terreno non poteva appostarsi in maniera premeditata per cogliere

il momento di ingresso delle bestie e ammazzarle. In questo caso il

padrone del terreno poteva soltanto ricondurre le bestie all’osteria,

luogo deputato al deposito degli animali. La pena per il padrone

degli animali, invece, era in questo caso di due baiocchi e mezzo per

bestia, e nel caso di tronco di baiocchi trenta.

Necessità di riformare lo Statuto

L’importanza e soprattutto la frequenza di questi casi per una

6

DA, b. 819, fasc. 2038. Lettera del Priore Monti Colombani al Signor

Manardi, Segretario Generale della Delegazione Apostolica del 10 Gennaio

1856.


Patrica: statuto e danni dei pastori

185

piccola comunità impongono che lo Statuto sia riformato, tenendo

conto del cambiamento dei tempi.

A questo proposito scrive allora il Tribunale di Frosinone alla

Delegazione Apostolica, esternando le proprie posizioni riguardo le

proposte di riforma avanzate dal Consiglio Comunale di Patrica, il

6 novembre del 1841. Il tribunale esprime parere positivo avendo

letto le carte con cui si chiede, da parte della Comunità di Patrica,

di stabilire una penale sugli animali trovati a danneggiare i terreni

comunali. Per questo si ritiene necessario adattare le leggi ai tempi

e ai luoghi, e dunque riformare le leggi statutarie locali. Ancora, si

legge nelle carte, la facoltà di queste riforme non può che spettare ai

«communisti», poiché nessuno meglio di loro conosce quanto giovi

all’agricoltura la prosperità del suolo, e quanto dannoso sia il libero

vagare degli animali 7 .

Vedremo, attraverso un caso pratico, come le modifiche allo Statuto

e le riforme invocate incideranno in maniera diretta sull’economia e

7

DA, b. 819, fsc. 2038. Lettera del Tribunale di Frosinone alla Delegazione

Apostolica in data 23 Dicembre 1841: «con cui si domanda il parere per

stabilire una penale sugli animali che si trovassero a danneggiare i terreni

ristretti seminativi nel terzo di Patrica. Letta la copia dell’atto consigliare

del 18 ottobre anno corrente fatto dal Pubblico Consiglio circa il modo di

stabilire dette penali.

Uniformandogli a quanto gli prescrive il regolamento legale e giudiziario

ha emesso il seguente parere. È principio costante e saggio che le leggi penali

debbano adattarsi ai tempi ed a luoghi e che perciò vadano soggette a

cambiamento. Su questa massima generale è appunto fondata la previdentissima

disposizione del sovrano regnante pontefice che riservò ai comuni

nel citato regolamento la facoltà di proporre la riforma delle leggi statutarie

locali, poiché niuno meglio dei communisti è al capo di conoscere quanto

può giovare alla agricola prosperità del proprio suolo. e poiché è tutti noto

quanto dannoso sia il libero e sfrenato vagare degli animali, ed in specie

dei neri da razza nei terreni colti da quali l’uomo suda giornalmente per ritrarre

il proprio sostentamento perciò utile sembra la determinazione presa

dai communisti di Patrica che ne confermano il divieto già statuito nelle

loro antiche leggi municipali coll’aumento di una pena ai contravventori

più conveniente ai tempi in cui viviamo di molto allontanati dall’antica

semplicità, ed obbedienza alle leggi».


186

Marco Di Cosmo

sull’attività quotidiana della Comunità.

Il caso di Ercole Spezza

In date successive non saranno meno frequenti i casi legati al

danno dato e al libero pascolo degli animali. Uno dei più interessanti

è quello che coinvolge Ercole Spezza e il Comune di Patrica, sempre

per i danni provocati dalle bestie in un terreno che, a detta del

Comune, era proibito al pascolo e all’attraversamento degli animali.

Il Comune di Patrica aveva dunque aperto una vertenza per la

riconduzione di bestiame caprino contro lo Spezza, che in sua difesa

scrive il 7 febbraio 1855 alla Delegazione Apostolica, professandosi

innocente in base agli articoli dello Statuto e alle successive

risoluzioni consiliari.

Il Comune di Patrica, nella persona del Priore, risponde alla

Delegazione, in data 6 maggio 1855, affermando che lo Spezza si

ostina a pascolare i propri animali in terreni proibiti 8 . Per questo

motivo, scrive il Comune, le disposizioni statutarie, allegate nel

fascicolo, dovrebbero punire il comportamento dello Spezza e

«fiaccare una volta il suo insensato orgoglio» 9 .

L’allegato di cui si parla è il capitolo XVI dello Statuto,

riguardante le «Bestie minute in vigne ed alboreti», che qui si

8

Ivi. Lettera del Priore di Patrica alla Delegazione Apostolica di Frosinone,

in data 6 Maggio 1855 in cui si legge che lo Spezza «si ostina a far

dimorare le sue capre lungi dall’essere prossimo alla Macchia Piana, ne è

anzi discosto un ben rimarchevole tratto destinato alla coltura di tanti alberi

con viti, spettanti a ben diciotto proprietari di questo luogo avrò rettificato

i fatti in guisa da dover convincere l’Eccellenza Vostra e codesta Eccelsa

Congregazione Governativa che lo Spezza abbia fatto suo di un ben meschino

ripiego per indur l’uno l’altra in errore di fatto».

9

Ivi. Le circostanze rendono quindi «applicabilissimo al caso le disposizioni

statutarie e provinciali Allegato 3 e 4, voglia fiaccare una volta l’insensato

orgoglio dello Spezza, che per reintegro dei danni delle riconduzioni

è giunto financo alla temerità di dar corso, quantunque anziano, ad

una istanza giudiziaria contro il comune».


Patrica: statuto e danni dei pastori

187

riporta integralmente 10 :

«Art. 16 – “Bestie minute in vigne ed alboreti”. Item se

alcuna bestia minuta, cioè pecore, cani daranno danno come

sopra, caschi nella pena di baj due e mezzo per bestia di

giorno e del doppio di notte ed essendo tronco incorra nella

pena di baj 25 quanti volte pero il danno non oltrepassi baj

dieci, diversamente dovranno dette pene raddoppiarsi a

norma come sopra, e sia permesso far incorrere la stima nella

maniera a forma del capitolo precedente. in ordine poi alle

capre, e neri vogliamo che questi siano affatto proibiti in detti

luoghi, e trovandosi a dar danno incorra nella pena di baj 50

per ciascuna bestia, di giorno e il doppio di notte, ed essendo

tronco caschi nella pena di scudi 5 e non dovrà aver luogo

la presente legge quante volte dette bestie andranno per la

strada che da un pascolo conduce all’altra, che puol dirsi

transito, ed in tal caso facendo danno sarà tenuto il padrone

al pagamento di esso, senza pena alcuna».

L’articolo qui menzionato, pur non avendo un preciso corrispettivo

nell’edizione statutaria, trova alcune corrispondenze nell’Articolo

75: “Bestie Minute come sopra”:

«Item essendo trovata alcuna sorta di Bestie minute nelle

Difese delle Vigne in tempi proibiti, caschi nella pena Il

Padrone di giulij trè per Tronco, et altrettanto d’emenda, e non

essendo Tronco d’un’ bajocco per bestia, quale emenda vada

alla Comunità come sopra, con l’obbligo alli Signori Ufficiali

conforme al Capitolo di tutte le Difese» 11 .

Le deliberazioni dell’allegato contenuto nelle carte di archivio

contengono in realtà disposizioni molto più precise. Da un lato

identificano le bestie minute come cani, pecore e capre per le quali

si prevede pene differenti rispetto ai maiali. Soprattutto, per quanto

riguarda le capre, la pena severa di 50 baiocchi per bestia che si

trovasse a far danno, veniva annullata nel caso in cui gli animali

10

Ivi. Allegato n. 3, datato 1855.

11

G. Giammaria, Le liberanze, cit., p. 59.


188

Marco Di Cosmo

si trovassero a percorrere il transito consentito per tornare ai loro

accasamenti.

Questo particolare è di grande importanza poiché nel caso in

esame la controversia non riguarda tanto i danni prodotti da tali

bestie, ma proprio quest’ultima parte delle risoluzioni consiliari,

ovvero il fatto che le bestie potessero circolare nei luoghi vicini alla

Mandra, luogo destinato al loro accasamento, e dunque libere nel

transito “naturale” del ritorno a casa.

Il Governatore di Ceccano, richiamandosi alle disposizioni

consiliari contenute proprio nell’articolo “Bestie Minute in vigne

ed alberi”, replica infatti al Priore Magni in data 12 febbraio

1855, prendendo le parti dello Spezza, proprio in virtù di queste

disposizioni, mal interpretate dal Priore 12 .

Scrive infatti il Governatore che lo statuto di Patrica proibisce

certamente il pascolo indiscriminato del bestiame, per i danni che

tale pascolo provoca ai terreni coltivati. Tali disposizioni, però,

non potevano essere applicate in tutti i luoghi, ma erano aperte alle

modifiche ritenute opportune dalle singole località.

A Patrica, le modifiche allo statuto operate nel corso degli

anni avevano consentito ai pastori di ricondurre le bestie ai loro

“accasamenti”, attraversando, in alcuni casi, anche parte dei terreni

coltivati 13 .

12

DA, b. 819, fasc. 2038. Lettera del 12 febbraio 1855: «[…] parrebbe

che il sig. priore fosse in errore e che ingiustamente esigesse di volvolo

rimosso e infatti che possa essere in errore lo dimostra chiaro lo stesso

suo discorso: si dichiara in esso di essere egli venuto... in forza di legge

statutaria».

13

Ivi. «Lo Statuto Comunale di Patrica come tutti gli altri delle Comunità

di questa Provincia bandisce il Bestiame Caprino, e suino dai terreni

Vignati, ed Arboreti. Ad onta per di siffatto divieto come in Patrica, così

in tutti gli altri Comuni tale specie di Bestiame fu proseguito a ritenersi

sempre dovunque. Derivando da ciò gravissimi danni all’Agricoltura,

si elevarono da ogni parte forti lamenti, e si provocarono delle analoghe

provvidenze. Penetrata codesta Apostolica Delegazione della giustizia, e

ragionevolezza di tali lamenti, e di richieste con Circolare del 24 Feb 1840

n.1805, proibiva espressamente la ritenzione del surriferito Bestiame non


Patrica: statuto e danni dei pastori

189

Le riforme del 1840, infatti, avevano consentito di ricondurre

il bestiame, attraversando non solo i terreni in cui vi era diritto di

pascolo, ma anche alcune strade pubbliche attigue.

È questo il caso dello Spezza, che nel ricondurre le proprie

bestie verso i terreni di sua proprietà, percorreva alcuni terreni che

il Comune di Patrica giudicava, richiamandosi allo statuto, come

interdetti al pascolo, ma che invece le riforme del 1840 avevano

identificato come strade percorribili per i pastori che, nel ricondurre i

propri animali, non erano soggetti al pagamento di alcuna sanzione 14 .

solo nei sopracitati fondi, ma in qualunque altro e lo confinava in quelli

montuosi e stepposi. Ma riflettendo, che tale disposizione non sarebbe stata

adattabile in tutti i luoghi in generale, prescrisse, che i Consigli Comunali

l’avessero presa a disamina, e ... suggerite avessero quelle misure, e modificazioni,

che reputate avessero opportune e conciliabili alle rispettive

località, e all’industria dei Particolari».

14

Ivi. «Nell’aprile di detto anno 1840 si convocarono a Consiglio, e nel

convenute colla sublocata disposizione, quanto di confinare il predetto Bestiame

nei terreni montuosi, e cespugliosi, permisero di poterlo rimettere

la notte nelle Mandre, in terreni ristretti prossimi ai suddetti terreni montuosi,

e alle Macchie dell’Eccellentissima casa Colonna, nelle quali quella

Popolazione ha il diritto di pascolo, e di potervelo condurre, assegnando

all’uopo alcune strade pubbliche per transitarvi. Con questa modificazione

pertanto fu mandata ad effetto la preavvertita disposizione. Quindi in processo

di tempo incomincia ad essere a quando a quanto trasgredita, e termini

col non essere più da nessuno affatto osservata. Prescelto a Priore nello

scorso anno 1854 il chiarissimo Sig. Gioacchino Magni, piacque a questo

di richiamarla alla più stretta osservanza. Tutti, come asserisce nell’accluso

suo foglio il suddetto Sig. Priore, obbedirono comprensivamente al reclamante

Sig. Ercole Spezza, rimuovendo dai fondi coltivati siffatto bestiame,

e conducendolo nelle Montagne.

Dopo ciò il suddetto Sig. Spezza nel giungere della presente stagione invernale,

valendosi della summenzionata facoltà accordata dal pubblico

Consiglio, ed approvata, siccome vengo fatto certo, dalla Superiorità, ha

fatto costantemente in ogni notte rimettere il suo bestiame Caprino in una

Mandra, posta in un suo terreno ristretto in Contrada Varracani, e prossima

alla Macchia piana, alla quale lo fa giornalmente condurre, per depascervi,

percorrendo, conforme rilevasi dal foglio di quel Sig. Segretario Comuna-


190

Marco Di Cosmo

le, che qui completato rassegno, la strada così detta della Fontana, che appunto

è una delle assegnate al transito. Giunto ciò a saputa del lodato Sig.

Priore, si è questi stimato in diritto di obbligare lo Spezza a rimuoverlo, e il

perché non ha ciò eseguito, lo ha fatto più volte ricondurre in quella pubblica

Depositaria, costringendo in pari tempo il più volte nominato Spezza a

pagare le riconduzioni ai Guardiani. Ma sussistendo, siccome deve appieno

sussistere, poiché con tutta certezza ne lo assicura l’indicato Segretario

Comunale, accludendo in prova la relativa Mappa, che la Mandra in cui

viene il bestiame in discorso rimesso la notte, stia dentro il terreno ristretto

di proprietà dello Spezza, che questo sia vicino alla Macchia piana, e che

sia il ridetto bestiame in quella il giorno per la strada denominata Fontana

condotto al Pascolo, parrebbe che il Sig. Priore fosse in errore e che ingiustamente

volesse di volerlo rimosso. E in fatti che possa essere in errore,

lo dimostra chiaro lo stesso suo discarico: si dichiara in esso di essere Egli

venuto tali passi in forza di Legge Statutaria, e della ridetta Circostanza

far menzione alcuna della surripetuta Consiliare liberazione, che corregge

l’una e l’altra».


Rossana Fiorini

La tutela e la salvaguardia della Selva di Pofi

negli Statuta Terrae Popharum

Introduzione

La vicenda storiografica della normativa statutaria di Pofi è stata

oggetto di studi 1 che hanno attestato le diverse datazioni dello Statuto,

oggi conservato presso l’Archivio di Stato di Roma 2 . Gli studi

precedenti fissano le proprie fondamenta intorno all’analisi critica

dello statuto e intorno a notizie di carattere storico, consentendoci

così di poter comprendere più a fondo le usanze, i costumi e le

consuetudini dell’antica comunità pofana.

In questa sede, muovendoci anche a partire da tali studi,

analizzeremo – grazie alla disamina dei documenti reperiti presso

l’Archivio di Stato di Roma nel fondo della Sacra Congregazione

del Buon Governo e presso l’Archivio Colonna nella Biblioteca del

Monumento Nazionale di Santa Scolastica di Subiaco – l’uso dello

Statuto nelle pratiche comunitarie degli abitanti di Pofi.

1

F. M. Campoli, Pofi. Dalle origini all’inizio del secolo XX, Roma 1982; V.

Celletti, Pofi, terra della campagna di Roma. Mille anni di feudalesimo,

Roma 1957. Lo statuto di Pofi, Statuta Terrae Popharum, venne concesso

da Marco Antonio II Colonna il 10 febbraio 1569, sotto il pontificato di Pio

V. Lo statuto aveva però dei precedenti: il primo del 1195, riconfermato

sotto Innocenzo III, poi sotto Papa Nicola IV; poi sotto la dominazione dei

Caetani, quando nel 1491 si fa esplicito riferimento ad antiche consuetudini

e ad “antiqui Capitoli e Statuti” concessi alla Comunità di Pofi. Anche

se le notizie sono scarse, sostiene il Campoli, stanno tuttavia ad indicare

che lo Statuto di Pofi dovette essere una rielaborazione dei precedenti, con

aggiunta di nuove e/o modificate disposizioni.

2

Archivio di Stato di Roma, Biblioteca, Collezione Statuti, 0831, Statuta

Terrae Popharum. Il Campoli ritiene che vi siano grafie che appartengono

a periodi diversi e che una copia dello statuto fu inviata alla Sacra Congregazione

della Consulta, così come era stato richiesto da quest’ultima; i

tentativi per rintracciarla però non hanno ancora sortito esiti positivi.


192

Rossana Fiorini

La posizione e la conformazione del territorio, incastellato

entro le grosse mura di cinta del castrum, fanno di Pofi una piccola

fortezza militare, soprattutto di avvistamento. La comunità che vi

abitava comunque conduceva una vita rurale, dedita alle attività

agricole come l’allevamento e le coltivazioni. Massima importanza

rivestivano i boschi e le selve, la cosiddetta “Macchia di Pofi” (ma

ce ne erano altre, ad esempio “le Sterpette” o ancora la “Macchia

del Signore”) – dove era garantito il pascolo libero al popolo in

determinati periodi dell’anno. Dalle carte consultate gli elementi più

appariscenti risultano essere la tutela e la sorveglianza che lo Statuto

sanciva nelle sue rubriche nei confronti del bosco, certamente

perché il rivestimento boschivo assolve a molte funzioni e svolge

azioni uniche e preziose sugli aspetti economici, sociali e fisici di

un territorio. È anzitutto fornitore principale di legname, grazie agli

arbusti e agli alberi bassi a foglia persistente che lo costituiscono,

previene il dissesto idrogeologico, può essere moderatore dei fattori

del clima (quando raggiunge sufficiente estensione e continuità),

dà sostentamento agli animali che vi pascolano e alle persone che

possono raccogliervi frutti e piante commestibili.

Taglio abusivo nei boschi della Comunità di Pofi

Le presenze dello Statuto nelle carte d’Archivio sono accertabili

già a partire dal XVII secolo 3 , fino alla seconda metà del XIX.

L’argomento che emerge maggiormente è inerente il danno dato,

soprattutto quello arrecato alla Macchia da persone, manualiter o

studioso, e peggio ancora da animali incustoditi. Si inserisce qui

il problema dei tagli boschivi praticati abusivamente. Ai fini della

salvaguardia dei boschi della Comunità e dei privati, lo Statuto

prevedeva delle sanzioni importanti per coloro che avessero tagliato

alberi senza la licenza del balivo. Dalla Corrispondenza dell’Archivio

Colonna, diversi documenti del 1733 riportano la vicenda di alcuni

3

Subiaco, Biblioteca del monumento nazionale di S. Scolastica, Archivio

Colonna (in seguito si citerà solo Colonna e la posizione), Pofi III NC,

Corrispondenza 1618. Si tratta di attestazioni che riguardano una questione

di giurisdizione esclusiva dei tribunali giudiziari e la lotta fra laici e clero.


Pofi: Statuto e patrimonio boschivo

193

ragazzi che, con l’intenzione di avvicinarsi ad alcuni nidi di uccelli,

«non trovando modo di salirvi si fecero lecito tagliare una farinola

fruttifera della grossezza di un palmo ..., a fine di servirsene di

scala» 4 . I periti si erano naturalmente espressi sul danno e avevano

stimato che, malgrado si trattasse di «arbore vecchio, era ancor atto

a portar frutto» 5 . Lo Statuto comminava pene più salate contro chi

avesse tagliato o danneggiato alberi da frutto, come in questo caso.

Il governatore riferì il fatto e rilevò il processo, che dunque pendeva

nei confronti dei ragazzi per trentacinque baiocchi – così era stato

stabilito dai periti. Tale documento risulta essere di supporto alla

comprensione di quella che poteva essere l’applicazione della pena

in base alle norme statutarie 6 . Il risarcimento del danno infatti era

sempre dovuto, indipendentemente dal pagamento della pena

pecuniaria.

Dal fondo del Buon Governo si sono reperiti documenti inerenti

casi specifici di taglio abusivo di legna nel bosco. È la Comunità

a scrivere al Buon Governo, a firma di Bartolomeo Andretti 7 ; si

invia un memoriale in cui la Comunità, tramite i propri Pubblici

4

Ivi, 1733. La lettera è indirizzata al Principe Colonna, è datata 24 ottobre

1733. La firma in calce è del governatore Francesco Antonio Missorj.

5

Ibidem.

6

Lo statuto si occupava dei danni abusivi fatti nella selva al capitolo XXIII

del libro del danno dato. Per poter tagliare la legna era necessaria la licenza

del comestabile. Il capitolo recitava «[…] chiunque avrà tagliato […] un

[…] albero […] per ciascun albero tagliato sia punito di carlini 2, come è

stato definito nel cap. precedente”. Da qui si può notare che la pena pecuniaria

era mutata. Vi era un particolare caso: “[…] quando qualcuno al

fine di fare trave, tavole […] vorrà tagliare […] detti alberi, che sia tenuto

a chiedere la licenza deli stessi comestabili, i quali, se avranno constatato

che chi chiede la licenza ha bisogno di tale legname per adattare la sua dimora,

siano tenuti a far la concessione”. Si occupava delle sanzioni per gli

alberi da frutto il cap. XIV. Dei tagli abusivi si occupava anche il cap. LIV

del libro IV. Cfr. F. M. Campoli, Pofi, cit., pp. 115-160.

7

Archivio di Stato di Roma, Fondo Sacra Congregazione del Buon Governo,

Serie II (in seguito solo BG), b. 3592. La supplica indirizzata al Buon

Governo è datata in 25 maggio 1773.


194

Rossana Fiorini

Rappresentanti, espone un fatto accaduto. Due “forestieri” – non

residenti a Pofi quindi – si erano introdotti loscamente nella selva,

portando via due alberi di cerro, dopo averli recisi (per utilizzarli in

seguito per la costruzione di navi).

Presi in flagrante, i due erano stati condannati a pagare una pena di

venticinque scudi 8 . Il resoconto ci informa del fatto che la sanzione

pecuniaria era stata altre volte approvata dalla Sacra Congregazione

del Buon Governo 9 . La supplica quindi richiedeva che, ancora una

volta, il Buon Governo ordinasse che il danno patito dalla Comunità

fosse completamente risarcito con quanto contenuto nel bando

relativo ai tagli eseguiti dai forestieri. Siamo altresì informati, da un

altro memoriale, che il danno venne completamente saldato dopo la

perizia giudiziale 10 .

Col tempo, a Pofi, come è stato possibile sincerare grazie alla

8

Ivi, b. 3591. Da una risoluzione consiliare, datata 13 aprile 1757, sappiamo

che chiunque fosse stato trovare a raccogliere legna nella Macchia di

Pofi, sia esso abitante di Pofi o “forastiero”, sarebbe incorso in una sanzione

pecuniaria di 25 scudi. La delibera specificava anche le modalità e

la suddivisione della pena nei confronti degli ufficiali, della Corte e della

Comunità. Cfr. inoltre F. M. Campoli, Pofi, cit., p. 213.

9

BG, b. 3592. Dalla succitata supplica dell’Andretti si sa che il giorno18

Giugno 1757 il Buon Governo aveva disposto la pubblicazione di un editto

indirizzato a reprimere gli abusi denunciati dalla Comunità.

10

Ivi. La lettera è datata 19 giugno 1773; è firmata da Bartolomeo Andretti

indicato qui come ufficiale della Comunità. «In ordine a quanto s’espone

nel qui compiegato memoriale avanzato in Sacra Congregazione dai Pubblici

Rappresentanti della Terra di Pofi, mi dice quel Governatore, ed ho

l’onore di riferire alle Eminenze Vostre che il taglio fatto in quella selva

communitativa, per ordine del giudice Ciacelli affittuario della medesima,

consiste in due alberi di cerro, quali dalli dannificanti sono stati pagati […]

a forma della perizia giudiziale alla Comunità». Giuseppe Ciacelli di Pofi

aveva affittato la Macchia per 160 scudi annui superando l’offerta di Filippo

Maria Spani di Veroli. L’affitto valeva un novennio, a partire dal 1769,

previa approvazione del Consiglio che deliberò unanimemente favorevole

il 24 novembre 1768. Il governatore dichiarò al Buon Governo che la deliberazione

adottata era stata quanto mai vantaggiosa. Cfr. F. M. Campoli,

Pofi, cit., p. 224.


Pofi: Statuto e patrimonio boschivo

195

documentazione esaminata, numerosi furono i casi o i processi

che interessarono le boscaglie selvatiche, anche di altre macchie

del territorio. Un esempio è infatti il processo riguardo i danni alla

“Macchia delle Sterpette” 11 . Le testimonianze prese in indagine in

questo nuovo episodio abbracciano un arco temporale compreso

fra il maggio e il settembre 1789 12 ; si tratta di un carteggio tra la

Sacra Congregazione del Buon Governo e l’Uditore di Ceccano 13 .

Con una lettera del 30 maggio 1789 il Buon Governo autorizzava

a procedere nei confronti dei «dannificanti nel terreno macchioso

delle Sterpette spettante alla comunità di Pofi» 14 . È bene ricordare

che, l’anno precedente, la Macchia era stata ceduta in enfiteusi 15 a

11

Cfr. Ivi, p. 211. Nel 1757, è noto dalle carte, si concesse in enfiteusi il

terreno della “Macchia delle Sterpette”, cosicché la Comunità avrebbe potuto

ricavare circa 30 scudi. La concessione in affitto delle selve boschive,

sia per il pascolo degli animali che si cibano di ghianda che per il taglio

della legna, costituiva entrata fiscale per le casse della Comunità. Questo

rendeva la tutela delle selve boschive un’attività importante per tutta la

Comunità.

12

BG, b. 3593.

13

L’uditore nel 1734 venne spostato da Pofi a Ceccano. Cfr. F. M. Campoli,

Pofi, cit., pp. 166-170.

14

BG, b. 3593. L’uditore di Ceccano De Nobili scrive una lettera alla

Sacra Congregazione in data 15 agosto 1789. Ulteriore conferma si legge

ancora in un’altra lettera di Giacomo Antonio Rizzardi, del 6 agosto 1789:

«L’uditore di Ceccano dà conto alla Sacra Congregazione della esecuzione

degli ordini avuti, fatto il dì 30 maggio prossimo passato sulli devastazioni

di quella macchia di Pofi data in enfiteusi a Folco Colantonj, e che si

chiama della Sterpette. Presento a Vostra Signoria […] la lettera di detto

uditore con la causa di dette devastazioni della ulteriore esecuzione li detti

devastazioni».

15

Ivi. Vi era stato un editto disposto dall’uditore De Nobili, datato 17

maggio 1789, che riportava il seguente titolo: «Giovanni Maria de Nobili

dell’una, e l’altra legge Dottore per Sua Eccellenza il Signor Gran Contestabile

D. Filippo Colonna Uditore Generale dello Stato, e Giudice esecutoriale

della Sacra Congregazione del Buon Governo». L’editto stabiliva

vincoli, limiti e disposizioni normative e cautelava i rapporti giuridici fra il

Signor Colantonj e la Comunità di Pofi. Il documento infatti, nei confronti


196

Rossana Fiorini

Folco Colantonj dell’Arnara, miglior offerente dell’asta pubblica

con un canone del valore di 15 scudi annui (divenuti in seguito 24)

il quale si obbligava a ridurre a oliveto la selva boschiva, in virtù

del motu proprio di Papa Pio VI, che offriva un “paolo” per ogni

pianta d’olivo messa a dimora. I pofani però rivendicarono il diritto

di pascolare gli animali e di far legna all’interno della stessa 16 .

Formatesi le perizie giudiziali, erano state “incise” più di mille

piante, si stabilì l’ammontare del danno a 102 scudi e 50 baiocchi.

Così, si procedette in termini di giustizia nei confronti dei devastatori,

alcuni dei quali però furono assolti per decreto con l’obbligo di pagare

la rata del danno a favore della comunità, domandando peraltro

la riduzione della causa criminale al giudizio civile e rimettendo

la causa alla Sacra Congregazione. A tal proposito interpellarono

l’Uditore per impugnare la copia del processo che pendeva contro

di loro. Questi, previa autorizzazione del Buon Governo, consegnò

detta copia 17 . Nonostante l’esito del processo il Colantonj, durante

dei cittadini di Pofi, recita: «di non ardire di inquietare, turbare e molestare

il […] Colantonj nell’utile dominio di detta Macchia e terreno nella

estirpazione di essa […] sotto la pena di scudi 100 d’oro, d’applicarsi in

beneficio della stessa Comunità e di altre pene corporali […] secondo […]

circostanze […] ed arbitrio» del Buon Governo.

16

Ivi. All’interno della busta vi sono numerosi fogli che testimoniano

l’episodio. Uno fra tutti, riportato anche dal Campoli, riguarda una lettera

del governatore di Pofi. – nell’informare il Contestabile Filippo Colonna,

in data 22 agosto 1789 – asseriva: «[…] il popolo di Pofi s è trovato dello

jus di legnare che dapprima goduto avea, di pascolare i loro bestiami nella

Selva ridetta, fino di farvi i poverelli i funghi […]». Egli parla di “lagnanze”

contro il Colantonj e non di minacce come invece si legge in altri documenti.

Sono citati anche gli abitanti dell’Arnara, che nella Macchia erano

soliti raccogliere «la legna infruttifera».

17

Ivi. Da una missiva titolata: «Pofi. Sulla Consegna della copia del processo

a dannificanti nella Macchia delle Sterpette». La data apposta dalla

Sacra Congregazione sul documento è del 19 settembre 1789, firmato da

Monsignor Bussi.«La consegna della copia del processo non può negarsi,

pretendendo li sudetti dannificanti di rimettere la causa alla Sacra Congregazione

in civilibus. E trattandosi di delitto, nel quale non ha luogo né la

galera, né altra pena corporis afflittiva, ma la sola pena pecuniaria colla


Pofi: Statuto e patrimonio boschivo

197

l’estate del 1790, con una missiva indirizzata al Buon Governo 18 ,

chiese di cedere la “Macchia delle Sterpette” a colonia perpetua; tale

operazione si rendeva evidentemente indispensabile per via dei costi

che lo stesso aveva dovuto sostenere per il protrarsi della causa.

Dispute sul pascolo nei boschi liberi della Comunità di Pofi

Una disposizione molto particolare nella Comunità di Pofi era

contenuta nel capitolo XXVIII dello Statuto. In determinati periodi

dell’anno, previa la licenza dei comestabili, era consentito – sia

nella Macchia della Comunità che nei boschi privati – il pascolo

libero delle bestie. Non era invece consentito in altri periodi, ovvero

quando gli alberi avevano ancora il frutto (castagne, ghiande, ecc.),

a partire cioè dal giorno della festa di San Michele Arcangelo (29

settembre) fino al giorno della festa di Sant’Andrea (30 novembre):

la sanzione era applicata in base alle volte in cui le bestie venivano

introdotte nei terreni o in base al danno arrecato. Dopo la festa di

Sant’Andrea però era lecito pascolare nei boschi della Comunità con

la licenza dei comestabili.

«È stato sempre solito, che doppo la festività di S. Andrea

ciascheduno del popolo ha potuto pascere per tutte le selve non

solo gl’animali neri, ma ciaschedun’altra specie de’ bestiami, e

questo immemorabile uso è stato fondato sopra la statutaria, il

capitolo della quale ho creduto bene trasmetterlo alle Eminenze

Vostre, nella presente informazione» 19 .

rifezione del danno al Colantonj enfiteuta. […] Può dunque rescriversi:

mandet tradi peritam copiam Processus, et Actorum, soluta mercede juxta

taxam localem». Il giorno seguente una lettera dell’uditore Rizzardi di

Ceccano comunicava inoltre al Buon Governo: «Il Signor Gran Contestabile

si rimette nel caso della intestazione della selva delle Sterpette in Pofi,

data in enfiteusi a Folco Colantonj al giudizio della Sacra Congregazione

rispetto alla comunicazione del processo».

18

Ivi. Il Buon Governo, con un documento che risale al 17 luglio 1790,

accordò al Colantonj la possibilità di stipulare con la popolazione atti di

colonia perpetua.

19

Ivi, b. 3591. Il Governatore di Pofi, Giulio de Nobili scrive al Buon


198

Rossana Fiorini

La lettera, firmata dal Governatore di Pofi, fornisce utili ed

importanti nozioni sul cosiddetto “diritto di ricadenza” che aveva

larga incidenza nell’economia locale, soprattutto per la parte più

povera della popolazione. Alla Sacra Congregazione, oltre al capitolo

che disciplinava il caso, si inviava la supplica insieme alla risoluzione

consiliare adottata per difendere il diritto della popolazione 20 .

Nell’istanza si specifica che non si tratta di uno jus pascendi

circoscritto ai soli animali neri (suini) ma che le disposizioni

riguardavano tutti i tipi di bestiame. Senza tale diritto sarebbe stato

necessario provvedere al pascolo del bestiame a proprie spese. È

bene anche ricordare, riguardo gli animali neri, che in passato per

essi vi era stata maggiore tolleranza 21 , ma ora le sanzioni stabilite

Governo. Il documento è datato 25 settembre 1746. «[…] contro alcuni

principali particolari padroni di molte selve, i quali da un anno in qua pretendono

di privare tutto il popolo di quest’uso immemorabile, e necessario,

non portarebbe alla Comunità suddetta utile alcuno […] non avendo la

detta Comunità più questo jus di ricadenza il popolo soffrirebbe un danno

inestimabile, primieramente perché quasi tutto tiene qualche animale nero,

qualche particella di capre, o altro bestiame, col quale industriandosi per lo

più tira avanti la famiglia, e non avendo la ricadenza sudetta non potrebbe

per tanti mesi sostentare le dette bestie, e in conseguenza per non poterle

tenere verrebbe in maggior miseria di quello sia presentemente». Insieme

alla missiva viene spedito al Buon Governo copia del capitolo statutario

XXVIII.

20

Ivi.

21

Cfr. F. M. Campoli, Pofi, cit., p. 136. Il libro del danno dato, nei capitoli

che vanno dal XXX al XL, regolava le procedure di accertamento dei

danni arrecati dalle bestie in genere. A tal proposito cfr. Colonna, Pofi III

NC, Corrispondenza, 1738. Nel 1738 le sanzioni però non sembravano più

poter contenere i numerosi danni che gli animali commettevano sia di giorno

che di notte alle vettovaglie delle “altrui possessioni”. I riferimenti allo

Statuto che spuntano dalla Corrispondenza Colonna del medesimo anno ci

dicono che le disposizioni degli Statuti Municipali non sono più in grado di

contenere i danni anche per via dell’accrescimento e della moltiplicazione

del popolo. Le pene statutarie si risolvevano in «pochi quattrinucci per

ogni animale danneggiante» e pare che «invece d’incuter timore agli uomini»

cagionavano «in essi poca ultima derisione». Si provò dunque a far


Pofi: Statuto e patrimonio boschivo

199

risultavano essere comunque molto restrittive, rigide e severe 22 .

Prima dell’emanazione dello Statuto infatti (così sembra evincersi dal

Capitolo) l’allevamento dei suini era ammesso anche dentro le Mura

del Comune di Pofi: tuttavia gli inconvenienti che ne erano derivati,

avevano suggerito di adottare qualche limitazione al libero vagare

degli stessi. Inoltre l’incremento demografico e il restringimento dei

terreni adibiti a coltivazione erano stati ulteriore causa dei continui

aumentare «le pene contro gli animali bovini, specialmente quando sotto

gli occhi dei loro padroni danneggiassero, le biave, e grani altrui». Ovviamente

si intendeva rimetter «lo statuto alla qualità, e condizione de’ tempi,

e non li tempi alle determinazioni dello statuto; […] molte leggi, che

utili erano alla venerabile antichità, disutili affatto col rivolgimento degli

anni, e cangiamento de costumi divennero, e perciò furono da legislatori

o rinnuovate in parte, o del tutto abolite, o sostituite in luogo loro alcune

leggi più confacevoli, e precise. Si aggiunge poi che i danni studiosamente

commessi, partecipando molto del criminale, devono purgarsi con una

pena più grave, e per conseguenza raddoppiandosi rispetto a medesimi».

Sono eloquenti le parole di Notari in proposito: «L’inasprimento delle pene

o, comunque, la generalizzata ricerca di una maggiore efficacia sanzionatoria,

parrebbe in certi casi conseguire anche all’introduzione di colture

erbacee destinate al bestiame e alla correlata sottrazione di varie tipologie

di fondi, ‘banditi’ – anche temporaneamente – al pascolo collettivo». Cfr.

S. Notari, Per una geografia statutaria del Lazio: il rubricario degli statuti

comunali della provincia storica di Campagna, in Rivista Storica del

Lazio, 13-14 (2005-2006), 22, Le comunità rurali e i loro statuti (secolo

XII-XV), Atti dell’VIII Convegno del Comitato italiano per gli studi e le

edizione delle fonti normative, Viterbo 30 maggio – 1 giugno 2002, a cura

di A. Cortonesi e F. Viola, pp. 46-47, 53-55, 83.

22

Si occupavano di disciplinare le azioni delle bestie suine il cap. LIII del

Libro II Damnorum Datorum, aggiunta posteriore e di difficile lettura, e

il cap. LXII del Libro IV Extraordinarium, che si riesce a leggere solo in

alcune parti. Le parti leggibili recitano: «[…] se vengano trovati dei porci

a far danno in qualunque luogo del territorio di Pofi, tanto i detti porci del

Castello di Pofi che dei forestieri […] a tutti i padroni o padrone sia lecito

ammazzare un solo porco alla volta […] soltanto riportando un quarto di

detto porco alla Corte di detto luogo e in giornata, sia lecito al padrone che

ha subito il danno […]». Cfr. F. M. Campoli, Pofi, cit., pp. 130-141, 151-

152.


200

Rossana Fiorini

danneggiamenti. Il territorio di Pofi oltre ad essere piuttosto ridotto,

è ricco di macchie e boscaglie, per cui risultava difficoltoso tenere gli

animali alla larga da tali zone per molto tempo, e proprio su questo il

peso della normativa statutaria, così come ricordava il Governatore

nella suddetta missiva: «onde si vede che saviamente ha provveduto

lo statuto con dar facoltà di pascolare tutte le selve doppo detta

festività, et anche nella propria selva communitativa, con la licenza

però de contestabili» 23 .

Il problema legato agli animali non è relativo solamente al pascolo,

ma anche al semplice transito degli stessi, e si ricollega anche alle

pratiche della semina. Per poter seminare bisogna attraversare i

boschi ed è noto che il popolo potesse adempiere a tale attività a

partire dal giorno di S. Andrea. Senza diritto di pascolo, non sussiste

neanche quello di passaggio, risulta difficile dunque raggiungere i

campi e si deve far ricorso alla discrezione dei padroni delle selve.

Inoltre si incorrerebbe nella segnalazione da parte dei guardiani,

come già accadeva quando si attraversavano strade maestre. Se poi

si considera che la Macchia è a disposizione dei padroni fino alla

data del Carnevale, il popolo ha anche il contingente danno di veder

terminare il periodo della semina. Non bisogna dimenticare che, tra

le varie attività economiche cui l’uomo si può dedicare, l’agricoltura

è l’unica che non permette l’esasperazione dei ritmi produttivi,

poiché è necessariamente vincolata da precise leggi biologiche.

Per tali ragioni la Comunità prosegue la lite «intentatagli contro da

detti particolari padroni della selva» 24 richiedendo che il pascolo nel

bosco, che aveva sempre rappresentato uno jus Commune, torni ad

essere libero e alieno dal diritto della proprietà privata 25 .

23

BG, b. 3591. Dalla missiva del governatore De Nobili datata 25 settembre

1746.

24

Ibidem.

25

Ivi. Da un ulteriore documento (annesso alla detta lettera del governatore

De Nobili e datato 10 settembre 1746, firmato “li zelanti della Terra di

Pofi”) apprendiamo i che vassalli si rivolgono al Buon Governo affinché

si proibisca di utilizzare «il denaro del pubblico nella lite, che si sostiene

a nome della Communità contro la Chiesa, ed altri possessori delle selve


Pofi: Statuto e patrimonio boschivo

201

Si torna a parlare dello jus pascendi qualche tempo dopo rispetto

ai fatti appena descritti.

Il Marchese Francesco Maria Campanari di Veroli aveva

acquistato, per decreto della Sacra Congregazione Economica, la

Macchia di Pofi, per il ragguardevole prezzo di circa 7000 scudi,

gravata della servitù del pascolo a favore dei cittadini di Pofi con

la clausola «riservatis favore Populi omnibus iuribus, si quae super

praevio legitime existunt» 26 , a riserva soltanto dal primo ottobre

fino all’ultimo giorno di Carnevale di ogni anno, come espresso nel

pubblico “istrumento” del 6 febbraio 1805.

È noto dai fascicoli rintracciati che i pofani, “soffrendo” l’alienazione

della macchia, inviarono un monitorio «avanti l’Auditore

di Camera super manutenzione in propensione jurispascendi» 27 ,

attraverso il quale tentarono di render vana la compravendita. Pare

in ordine al potersi pascolare in essa da cittadini colli loro animali fuori

di un certo determinato tempo ancorché non sia terminata la raccolta, a

pascolo della ghiande, mentre questa lite non ridonda in alcuni utile della

detta Communità particolari, che primi di tali selve fanno negozio d’animali

negri, e perciò deve di ragione sostenersi a loro proprie spese, che ne

sperano il profitto particolare, e non della Communità, a cui non può recar

la vittoria alcun profitto».

26

Ivi, b. 3596. Il Marchese Francesco Maria Campanari di Veroli ricorre

a Papa Pio VII per l’acquisto della Macchia di Pofi con decreto della Sacra

Congregazione Economica, a mezzo del procuratore Nicola Benedetti,

facendo presente le condizioni stabilite e vincolanti per la popolazione di

Pofi per la servitù del pascolo. Dallo stesso documento apprendiamo che

il Marchese aveva precedentemente interpellato la Sacra Congregazione:

«Ricorse il compratore alla Sacra Congregazione Economica, acciò gli

mantenesse la vendita dell’instromento stipulata in forza del suo decreto.

Essa rimise l’istanza alla Sacra Congregazione del Buon Governo che ritiene

in amministrazione i beni a comunità: onde questa lungi dal sostenere

l’alienazione a macchia di Pofi, sotto il dì 29 marzo (1806) ha rescritto

partes utantur iuribus suis». Il documento dovrebbe risalire al novembre

del 1806.

27

Ibidem. Il Campanari comunque terminava la sua missiva dicendosi vittima

di un vero e proprio spoglio e richiedendo di esser risarcito del danno

subito.


202

Rossana Fiorini

che la Comunità introducesse molti animali a pascolare la ghianda

all’interno della macchia, in un momento che doveva esser riservato

al Campanari. C’è un po’ di confusione sull’accaduto: sia sulle date

in cui detti animali furono introdotti, sia sul periodo stesso in cui

essi rimasero nella selva 28 . Più volte nelle pratiche analizzate si pone

l’accento sulla consumazione della ghianda da parte degli animali;

tant’è vero che la Comunità – sostenendo di aver fatto entrare il

bestiame dopo il 9 di dicembre – affermava di aver trovato una

situazione in cui la ghianda era totalmente consunta o prossima

alla consumazione, e che quindi era stata interamente utilizzata dai

Signori Campanari.

La stessa situazione, che ci palesa la totale consumazione dei frutti

del bosco da parte degli animali – e per questo ci fornisce ancora una

volta la funzione essenziale e indiscutibile del patrimonio naturale

delle selve per gli abitanti di Pofi – affiora dalle dichiarazioni giurate

di due periti (l’una identica all’altra), accorsi a testimoniare e rilevare

alcuni danni fra le terre confinanti di Pofi, Ripi e Arnara. Si torna

inoltre a parlare degli aspetti più tardi dello jus pascendi quando gli

esperti, Luca Rinaldi e Giuseppe Carrante, che affermano di essere

residenti rispettivamente ad Arnara e a Ripi, dichiarano di conoscere

molto bene il territorio e con il loro giuramento 29 essi dichiarano che

28

Ivi, b. 3597. Da un documento intitolato: «Memoriale con Sommario e

scritte annesse per l’udienza dei 3 settembre 1818». Si riferisce che tale

episodio non fu isolato, ma si ripeté anche durante gli anni successivi: ciò

si può leggere nel memoriale che porta il titolo «Memoriale Replicationij

cum novo summario auditi», qui si dice che la Famiglia Campanari «fraudata

venit ab igluvie Pophanorum in fruitione dicta silva per biennium, annis

scilicet 1805 in 1806, et 1806 in 1807». Altre carte invece smentirono

quanto appena detto e chiarirono che il Marchese poté sfruttare la macchia

dal 1 ottobre al 9 novembre. Al Marchese Campanari furono accordati 200

scudi di risarcimento.

29

Ivi, b. 3597. La testimonianza risale al 25 agosto 1818. «[…] essendo noi

molto pratici del territorio di Pofi […] possiamo con verità riferire, che in

tutte le macchie, […] il popolo vi ha il diritto di pascolare nei suoi debiti

tempi, e tal dritto si estendeva anche alla macchia della Comunità quando

da quella si possedeva. […] all’epoca del giorno di S. Andrea il cibo, o


Pofi: Statuto e patrimonio boschivo

203

il popolo aveva il diritto di pascolo in determinati periodi dell’anno e

che questo diritto si estendeva in passato anche alla Macchia di Pofi.

La materia che si estrapola dalla ricerca d’archivio condotta ci

dà la misura di una civiltà rurale che si reggeva autonomamente

grazie anche all’utilizzo dello Statuto, che forniva le modalità utili a

regolare le dispute e le controversie che si verificavano, la maggior

parte delle quali – come si è potuto constatare – riguardava la difesa

del patrimonio boschivo e il controllo delle risorse naturali. Tutto

ciò grazie ad un sistema di vigilanza e di verifica che scaturiva

proprio dalla fonte statutaria e dalla scrupolosa attività dei custodi

del territorio.

sia la ghianda di dette macchie è totalmente consumata dagl’animali, che

l’hanno pascolata, o è prossima alla consumazione, ed è solito, quando il

cibo non è consunto, di domandare la proroga dai padronali delle macchie

alla Comunità nel detto giorno di S. Andrea. Possiamo infine riferire, che

quando i neri escono dalle Macchie dove hanno pascolato vi rimangono in

terra molti frantumi di ghianda da noi chiamati minuzzi, quali si sogliono

poscia pascolare dai magroni, e porcelli, che vi s’introducano dal Popolo,

intimamente all’erba di cui a quell’epoca sogliono le Macchie ricadere».


Rossana Fiorini

Ripi: alcuni casi di danno dato

negli statuti comunitativi

Introduzione

Il lavoro di ricerca 1 legato allo Statuto del comune di Ripi prende

il via dalla disamina delle carte conservate presso gli archivi statali

di Roma e di Frosinone, proseguendo poi presso l’Archivio Colonna

del Monumento Nazionale del Monastero di Santa Scolastica

in Subiaco, focalizzandosi su quei documenti che mostrano un

riferimento alle norme statutarie 2 del Comune di Ripi.

Lo statuto, scritto su una lunga pergamena, si presenta come una

1

Lo Statuto di Ripi è stato oggetto di studio e di edizione da parte di F.

Tomassetti, Statuto di Ripi, in Statuti della Provincia Romana: Vicovaro,

Cave, Roccantica, Ripi, Genazzano, Tivoli, Castel Fiorentino, a cura di

F. Tomassetti, V. Federici, P. Egidi, Roma 1910 (Fonti per la storia d’Italia,

48), pp. 115-134; D. Collepardi, Ripi e il suo statuto. Dalle origini

all’avvento dei Colonna, Frosinone 2005. Fra le pubblicazioni intercorrono

numerosi anni di distanza, entrambe si pregiano di aver dato alla ricerca

storica una solida base per lo studio approfondito della fonte statutaria del

Comune di Ripi, risalente al 1331 (così come risulta dalla datazione apposta

dallo stesso notaio rogante) e attualmente custodita presso Subiaco,

monumento nazionale di S. Scolastica, Archivio Colonna (in seguito si citerà

solo Colonna e la posizione), perg. XVLI, n. 125.

2

Dalla lettura dello statuto si può desumere che precedentemente esistesse

una carta signorile, una cosiddetta Charta Libertatum (non necessariamente

scritta) elargita dai signori feudatari del posto, che rappresentava la

metodologia per disciplinare l’ordinamento societario. In seguito, probabilmente,

per la nascita dell’ Universitas civium castri Riparum, e dopo un

periodo di scontri, si sancì – proprio attraverso lo statuto – l’accordo fra la

popolazione e i domini.

Va comunque ricordato che il castello di Ripi fu sottoposto a partire dal

secolo XIII alla signoria del Vescovo di Veroli, cfr. Introduzione a F. Tomassetti,

Statuto, cit., pp. 111-121, in particolare p. 113.


206

Rossana Fiorini

raccolta eterogenea di norme 3 .

È interessante sottolineare come il testo normativo di Ripi

rappresenti uno dei primi esempi di statuti nel più vasto panorama

legislativo dei Comuni della Provincia di Campagna e Marittima 4 .

Le fonti statutarie

La fonte statutaria di Ripi del 1331 appare – a rigor dei

fatti – debitrice del testo normativo di una civitas dominante 5 .

3

Il suo testo non è articolato in libri, come accade in aree giuridicamente

più evolute in cui l’esperimento dello statuto è consolidato ormai da tempo.

In esso, distintamente, sussistono un primo modello di ordinamento

istituzionale con la definizione del vicario-rettore e dei boni homines, un

abbozzo di normativa penale (soprattutto limitativa e non prescrittiva), indicazioni

sugli obblighi sociali (ad esempio sulla guardia) e comportamentali.

Cfr. G. Giammaria, Introduzione a D. Collepardi, Ripi, cit., pp. 9-11.

4

Redatto in piena autonomia – prima ancora cioè che nel 1362 il cardinale

d’Albornoz promulgasse le cosiddette Costituzioni Egidiane, con le quali

si poneva un freno alle autonomie comunali e si rafforzavano i poteri pontificali,

lo statuto si compone di 63 articoli, ognuno dei quali, a parte i primi

due, viene introdotto con la formula iterativa item. All’interno di un quadro

in cui si assiste alla redazione scritta di consuetudines castri, il fenomeno

– in termini numerici di scritture normative pervenuteci entro il XV secolo

– e non sempre, peraltro, assimilabile a statuti – risulta limitato. Tant’è

vero che tra le pochissime statuizioni si devono includere quelle vere perle

medioevali che – anche per la loro rarità – furono oggetto dell’attenzione

editoriale dell’Istituto Storico Italiano, e vennero pubblicate nella collana

delle fonti per la storia d’Italia. Degli statuti castrensi, compresi nei due

volumi, appartengono in senso stretto alla Provincia di Campagna solamente

gli statuti di Ripi del 1331. A tal proposito cfr. S. Notari, Per una

geografia statutaria del Lazio: il rubricario degli statuti comunali della

provincia storica di Campagna, in Rivista Storica del Lazio, 13-14 (2005-

2006), 22, Le comunità rurali e i loro statuti (secolo XII-XV), Atti dell’VIII

Convegno del Comitato italiano per gli studi e le edizione delle fonti normative,

Viterbo 30 maggio – 1 giugno 2002, a cura di A. Cortonesi e F.

Viola, pp. 48-49.

5

Tale civitas non riuscì a registrare quel processo di status politico-giuridi-


Ripi: alcuni casi di danno dato negli statuti comunitativi

207

Sfortunatamente la documentazione in nostro possesso non ci

consente di stabilire quale fosse, al momento della redazione, il

soggetto esercitante il dominium 6 . In ogni modo, gli assetti istituzionali

– soprattutto il peso degli organismi comunitari – del castrum

Riparum nel lungo arco di tempo (secc. XII-XIV) che precedettero

la sottomissione al dominio baronale Colonna, sembrarono sempre

in grado di sostenere una dialettica istituzionale con la consorteria

nobiliare al vertice del castello 7 .

Il processo di modificazione e di integrazione delle norme con

una legislazione maggiormente rispondente alle esigenze della

società trovò nuova stampa negli statuti e variazioni introdotte

essenzialmente intorno al danno dato; anche dopo che, passato il

1816, i Colonna rinunciarono ai diritti feudali, abbandonando

la signoria. Comprese fra i secoli XVI e XIX risultano essere le

variazioni alle Leggi Municipali inerenti i capitoli sul danno dato 8 .

co spettante agli abitanti del territorio soggetto alla città dominante, caratteristico

delle potenti città-Stato dell’Italia centro-settentrionale (anche per

il sopraggiungere delle disposizioni pontificali), né tantomeno a piegare la

località soggetta all’adozione dello statuto dominante. Cfr. A. Lanconelli,

Autonomie comunali e potere centrale nel Lazio dei secoli XIII-XIV, in La

libertà di decidere. Realtà e parvenze di autonomia nella normativa locale

del medioevo, Atti del Convegno nazionale di studi, Cento 6-7 maggio

1993, a cura di R. Dondarini, Ferrara 1995, pp. 83-101.

6

Ibidem. Le sole riflessioni che si possono fare rappresentano mere congetture.

Nuove ipotesi si leggono in M. T. Caciorgna, Statuti dei secoli

XIV e XV nello Stato della chiesa: città e castelli del Lazio, in Signori,

regimi signorili e statuti nel tardo medioevo, VII convegno del Comitato

Italiano per gli Studi e le Edizioni delle Fonti Normative, Ferrara, 5-7 ottobre

2000, a cura di R. Dondarini, G. M. Varanini, M. Venticelli, Ferrara

2000, p. 282.

7

Cfr. S. Notari, Per una geografia, cit., p. 34; S. Carocci, Baroni di Roma.

Dominazioni signorili e lignaggi aristocratici nel Duecento e nel primo

Trecento, Roma 1993 (Nuovi studi storici, 23), pp. 290-291.

8

Archivio di Stato di Roma, Collezione Statuti, 805/09, Statuta Urbium et

Oppid., PA-RO, Ripi, Capitoli del danno dato, dal sec. XVI, manoscritto

sec. XIX,. Copia redatta nel 1856 dall’originale. In due colonne parallele


208

Rossana Fiorini

Alcuni casi di danno dato negli statuti di Ripi

La nostra ricerca ha esaminato documentazione in seno soprattutto

alla materia del danno dato, ovvero i danneggiamenti che persone o

animali potevano arrecare ai terreni e alle piantagioni 9 . Oltre a ciò, è

stato inoltre reperito un documento dal quale si desumono importanti

vengono riportate sulla sinistra “leggi primitive” e sulla destra le successive

“modificazioni”. Sono in totale 10 capitoli. Ai primi capitoli si specificano

pene commisurate ai danni con “bestie caprine” (cap. 1); con “bestie

somarine o muline” (cap. 2); con “bestie vaccine” (cap. 3); con “bestie

cavalline” (cap .4); con “bestie porcine” (cap. 5). Altri capitoli si occupano

di altre argomentazioni: vengono disciplinate le accuse (cap. 6); si stabiliscono

regolamenti particolari sul pascolo a seconda del periodo dell’anno

(cap. 7); vengono regolamentati i divieti per i “gallinacci” (cap. 8); i danni

procurati dalle persone (cap. 9) e le eccezioni del pascolo (cap. 10) sono

riportati solo nelle “leggi primitive”, non nelle “modificazioni”.

9

Gli articoli dello Statuto del 1331, come precedentemente affermato, non

sono suddivisi in libri. Sono stati trascritti già in F. Tomassetti, Statuto,

cit., pp. 111-121. Nello statuto si disciplinano i danni procurati tagliando

castagni, querce o pioppi senza la necessaria licenza da parte della Curia

(artt. XX e XXV); i danni arrecati con bestie grosse alle proprietà altrui,

nelle stoppie o nelle cataste dei prodotti (art. XXI); il dolo notturno dell’atto

di tagliare volontariamente vigne o pergole, era sanzionato con il risarcimento

del danno e con una multa raddoppiata (art. XXVIII); il divieto di

tracciare sentieri nei campi messi a coltivazione, per non rovinare le medesime

(art. XXII); si disciplinano inoltre l’ordine e l’igiene delle fontane

contro chiunque vada ad abbeverare bestie o maiali (art. XXIII). Vi erano

dettate disposizioni di cautela nell’uso del fuoco, per evitare che da una

proprietà divampasse e si estendesse in quelle attigue; una pena maggiore

vi era poi nell’intenzionalità di dar fuoco nottetempo a fasci o mannelli di

covoni (danno studioso; artt. XXVI e XXVIII). La casistica maggiormente

penalizzata riguardava i danni legati ai suini (animali neri; art. LIV). Era

consentito uccidere un animale nero se si fosse trovato a far danno nelle

proprie coltivazioni, insieme ad almeno altri cinque suini, consegnando la

metà dello stesso al proprietario dei maiali. Qui (a dire la verità anche in

altre norme che disciplinavano i reati penali) vi era la netta diversificazione

fra la sanzione applicata alle persone del popolo e quella applicata ai nobili:

quest’ultimi infatti, in questo caso, non sarebbero stati tenuti a nessun

tipo di risarcimento, né verso la Curia né verso il danneggiato.


Ripi: alcuni casi di danno dato negli statuti comunitativi

209

nozioni circa la molitura. Al tempo del vetusto statuto del 1331

alcune disposizioni favoriscono il passaggio di coloro che rientrano

nottetempo dai mulini, senza che essi rispettino peraltro l’ultimo

suono della “scarana”. Si denota però un vuoto normativo perché

non esistono delle regole che disciplinino la materia, né tanto meno

si indica in quale mola sia consentita la molitura stessa. Il nostro

documento, redatto nell’agosto 1635 dal governatore di Ripi, fa

riferimento alle istanze che l’affittuario della Mola di Ripi e l’erario

Conti avevano avanzato durante il mese precedente. Apprendiamo

dalla lettura 10 che lo stesso governatore aveva inviato cancelliere

e mandatario per riconoscere i trasgressori Gregorio Bucciarelli e

Francesco Costantini, colti in flagrante mentre «erano andati di notte

e tornavano di nascosto con doi some di farina, che […] avevano

macinato alla Mola di Frosinone» 11 . I due, dopo la loro confessione,

risultarono condannati alla pena della perdita della farina e delle bestie

trainanti (che furono vendute); e in più una multa di cinquanta scudi

ciascuno. Tale testimonianza palesa un netto e chiaro cambiamento

sopraggiunto all’interno della normativa 12 .

10

Colonna, Ripi III EA, Corrispondenza 1635. Il Governatore di Ripi scrive

al Principe Colonna, la lettera è datata 20 agosto 1635. «[…] mandai il

cancelliere e mandatario, per riconoscere quelli, che andavano a macinare

il grano alle mole fuori del Stato, con fraude et interesse grande de esso

affittuario».

11

Ibidem.

12

Ibidem. «[…] ricondotti nella corte et havutane prima la loro confessione

furono condannati nella pena della perdita della farina et bestie che le

portavano et scudi 50 ciascuno, contenuta nel banno pubblicato a istanza

dello stesso affittuario in tempo dell’auditore Pietra […] et ora confirmato

per banno […] dall’auditore Zeferini, quale ha dichiarato esser compreso

nella confirmatione predetta». Gli art. VIII e XXVII dello Statuto citavano

il mulino, ma non specificavano affatto però quale dovesse essere la Mola

in cui recarsi per l’attività della macinatura. Il primo riguardava il “coprifuoco”

ed esentava coloro che ritornavano di notte dal mulino. Il secondo

imponeva di aprire le porte a coloro che ritornavano dalla molitura anche

dopo la mezzanotte. Non vi erano altre specifiche o delle prescrizioni che

indicassero il divieto di andare in altri mulini.


210

Rossana Fiorini

Dai documenti reperiti – inerenti espressamente il danno dato

– apprendiamo che con un bando, pubblicato a partire dal 1747,

vi era stato un inasprimento delle pene dello stesso 13 . Infatti dalla

Corrispondenza Colonna un documento 14 riferisce che per i danni

arrecati alla Macchia detta Colle Marte la normativa comminava la

carcerazione. Il capitano Giovanni Galloni ragguaglia il Governatore

Masi di Pofi circa la carcerazione di Felice Di Stefano, Raimondo Di

Stefano e Paolino Battaglini, colti a tagliare tre alberi di cerro nella

detta macchia, «luogo in cui non è permesso da Vostra Eccellenza

di potervi recidere neppure un arboscello» 15 . A parere del Galloni il

danno risultava ingente. Altro caso verificatosi di danno alla macchia

fu poi quello della selva di Colle Lisi, per cui sempre il capitano

Galloni – previa informativa al Governatore di Pofi – otteneva il

pagamento di «otto bollettini» relativi al «dovuto emolumento» 16 .

Si può certamente denotare dunque un irrigidimento normativo per i

13

Ivi, Corrispondenza 1748-1765. Da un documento indirizzato al Principe

Colonna da un suo vassallo (il cui nominativo non è stato possibile reperire)

apprendiamo infatti che il Governatore di Ripi aveva trasmesso la copia

di una risoluzione consiliare e di un bando «fatto pubblicare sino dall’anno

1747 dove si accrescono le pene contro i dannificanti, quale augumento

[…] ma supplico […] di avvertire che in detto bando la distribuzione delle

pene per un terzo si applica al padrone del terreno, dove siegue il danno, et

in questo io non convengo». Lo stesso dunque riteneva che al “dannificato”

poteva «bastare […] di esser risarcito del pregiudizio patito con la refettione

del danno, e non deve essere in lucro di partecipare anche del terzo della

pena»; nella sua dichiarazione egli proseguiva dicendo che il terzo della

pena disposto nel bando di nuova pubblicazione si dovesse «applicare alla

camera baronale». E dunque invitava alla discussione dell’argomento durante

il successivo Consiglio Pubblico.

14

Ivi, Corrispondenza 1777. Il foglio è indirizzato al Principe Colonna,

datato 16 dicembre 1777 a firma del Luogotenente Giovanni Gallone. In

alto a sinistra riporta la seguente dicitura: «Il capitano Galloni riferisce la

carcerazione di certi trovati a danneggiare in quella macchia».

15

Ibidem.

16

Colonna, Ripi III EA, Corrispondenza 1778. Il Luogotenente Giovanni

Gallone al Principe Colonna. Agosto 1778.


Ripi: alcuni casi di danno dato negli statuti comunitativi

211

casi di taglio abusivo di alberi 17 .

Nuove disposizioni circa il cosiddetto «danno dato fida e spica»

emergono da un foglio rinvenuto nella Corrispondenza Colonna,

datato «Ripi, 14 settembre 1801» 18 , del sindaco della comunità

Vincenzo Galloni, emesso alla presenza del governatore locale

Vincenzo Maria Tagliaferri e del Sopratenente Domenico Gizzi. Il

foglio è inserito in un piccolo fascicolo inviato al Principe Colonna

17

Nel vetusto Statuto del 1331 l’art. XX disciplinava il danno dato per

taglio abusivo ai castagni, delle querce e dei pioppi. La pena prevedeva di

riparare il danno e una contravvenzione pecuniaria. Dall’articolo risulta

che il taglio doveva essere concesso dalla Curia.

18

Colonna, Ripi III EA, Corrispondenza 1801. Il testo del documento è il

seguente:

«Danno dato fida e spica.

Il balio di Sua Eccellenza ha il diritto di fidare i Bestiami forestieri nel

terreno di Ripi, eccettuate, che negli affari.

Per gli Bestiami dei cittadini esige una tassa fissa di quatrini, nove per

ogni pecora per la fida e così anche baiocchi due per ogni porco per spica.

Per le pene poi del danno dato ha il diritto di accusare negli affari suddetti

ossia nel circondato del paese sotto i confini stabiliti nello Statuto e

cioè se si tratta di danno di bestiami, quanto dei danni manuali.

Fuori degli affari poi non può accusare negli arboreti ristretti senza

l’espressa licenza del Governatore di essi per i danni del bestiame.

Affinché fuori degli affari puod’accusare per i danni manuali, etiam

nelle macchie, e così anche per i danni de’ forastieri.

Come anche prendere la terza parte della pena, quando fa le riconduzioni

dei bestiami secondo le liberanze.

Come anche ciò maggiormente procede per il territorio del Carpine e

per li quarti liberi di Sua Eccellenza Reverendissima in esso territorio.

Tutto ciò non è stato turbato e pregiudicato a Sua Eccellenza Illustrissima,

o suo affittuario, o balio.

Ripi 14 settembre 1801.

Così è stato amichevolmente deliberato e dichiarato dagl’infrascritti signori:

Sindaco della Comunità e Soprintendente di Sua Eccellenza ... alla

presenza del Signor Governatore Locale pei qui parimenti sottoscrittore.

Io Vincenzo Capitano Galloni Sindaco affermo che questo discorso è

espresso così per consuetudine Domenico Nicola Gizzi Sopratenente.

Vincenzo Maria Tagliaferri Governatore».


212

Rossana Fiorini

insieme ad una lettera del governatore Tagliaferri.

Le nuove disposizioni riguardano soprattutto i diritti del balio e in

generale i procedimenti da seguire per la sorveglianza e per la custodia

delle coltivazioni, con riferimento anche ai cosiddetti distretti degli

affari 19 . Rilevante è la lettera del Tagliaferri al Colonna 20 , dove egli

sostiene che il nuovo procedimento potrebbe essere svantaggioso

per le proprietà di casa Colonna.

Le ultime disposizione sul danno dato saranno contenute nella

copia dei Capitoli del danno dato conservata presso l’Archivio di

Stato di Roma 21 , che si fa risalire al periodo compreso fra il 1816 e il

1856, e che di seguito si riporta.

19

È probabile che si faccia riferimento ad aree di difesa del territorio che

altrove, per esempio a Patrica, erano denominate “staffari”. Si trattava probabilmente

di zone riservate a un determinato tipo di allevamento. Cfr.

G. Giammaria, Le liberanze o Statuto di Patrica del 1696, in Latium, 15

(1998), pp. 28-29.

20

Colonna, Ripi III EA, Corrispondenza 1801. Il governatore sul danno

dato. La lettera è datata 16 settembre 1801.

21

Archivio di Stato di Roma, Collezione Statuti, 805/09.


Ripi: alcuni casi di danno dato negli statuti comunitativi

213

Ripi. Capitoli del danno dato

Leggi Primitive

1. Chi intrometterà dentro il

distretto degli affari bestie caprine in

qualsivoglia tempo incorre in pene,

se di giorno di baj 10 per qualsivoglia

capra, dalle dieci in giù, e dalle dieci

in su per tronco o sia […] di scudi

due, e di notte raddoppia, e sia non

solamente lecito alla Cancelleria

potervi procedere non tanto all’accusa

della parte, ma anche per inquisizione.

Come anche sia lecito all’affittuario

dello sfidato di Sua Eccellenza

Pienissima, guardiano della Comunità,

Mandatario e Birro poter quelle così

intromesse ricondurre nell’Osteria,

e la suddetta pena debba applicarsi

per un terzo da essa Cancelleria, per

un terzo all’Accusatore, e a chi le

ricondurrà, e per un altro terzo al

Padrone dell’albereto, dove saranno

accusate e ritrovate.

2. Chi intrometterà in esso distretto

di affari bestie somarine o muline in

qualsivoglia tempo incorre nella pena

di scudo uno per qualsivoglia somaro

o mulo di giorno, e di notte raddoppia,

da applicarsi come sopra e potersi

procedere come sopra. Ma se della

sorta di bestie saranno ritrovate in

qualche albereto degl’affari confinante

coll’albereto in esse bestie, allora la

Cancelleria non […] possa procedere

se non ad accusa della Parte.

Modificazioni

1. Siccome lì così delli affari non

furono dichiarati tali all’epoca della

formazione delle Leggi Municipali che

in grazia delle piantagioni fruttifere

che eransi in essi già verificate; e

siccome queste piantagioni al presente

hanno luogo anche al di fuori di tal

distretto in quasi tutti gli altri terreni

del territorio, perciò militando per

questi le medesime ragioni che

escludevano le capre dall’enunciato

distretto degli affari affari, devono le

medesime restare escluse da tutti gli

altri terreni del territorio.

2. Si stima necessario diminuir la

pena inquantoché per essersi di molto

abitato l’intiero territorio […] che non

era all’epoca della formazione delle

Leggi Municipali, una tal circostanza

facilita molto la trasgressione

contemplata in tal articolo, e per lo

più sempre dolo della Parte, ossia

del proprietario del Bestiame, per

ciò si crede portare la pena a soli baj

trenta per bestia, tanto più una tal

modificazione non ferisce Legge, ma

dettata dalla circostanza ne diminuisce

solo la pena.


214

Rossana Fiorini

3. Chi intrometterà in essi affari in

qualsivoglia tempo bestie vaccine sì

domite che indomite incorri nella pena

e procedura comminate nel secondo

capitolato. Possa e sia lecito però a

qualsivoglia bifolco tanto in tempo di

far maggese, e seminati intromettere

in qualsivoglia albereto dove anderà,

i suoi bovi per l’effetto suddetto e

non altrimenti, e se portasse qualche

vacca o giovenco dovrà ritenerli legati

in esso albereto ed in caso di transito

per qualsivoglia terreno vicino a

quello dove porta ad arare, e non

avesse strada vicinale, allora colle

dovute cautele gli sia lecito passarvi

senza incorso di pena veruna, e mai

inappostatamente vi portasse danno,

sia soltanto tenuto all’emenda, e

non alla pena, così ancora debba

considerarsi se qualche bove saltasse

quando va per la strada per l’effetto

suddetto in qualche albereto, e così

ancora debba intendersi in tempo di

tresca, mentre in mancanza di cavalle,

questi cittadini si servono delle

suddette bestie vaccine.

4. Che le bestie cavalline dalli

quindici agosto per fino alla totale

vendemmia, non possino essere

intromesse nelli medesimi affari e chi

contravverrà incorri nella pena come

nel secondo capitolato.

3. Per le stesse ragioni di sopra

espresse si crede diminuir alla stessa

pena di bestie domite, ferma restando

la pena in esso articolo stabilita per le

bestie indomite.

4. La pena prescritta per le bestie

cavalline deve anche estendersi alle

muline, somarine e bovine, perché li

medesimi danni che possono causarsi

dalle prime all’epoca […] possono

anche essere causate dalle seconde.


Ripi: alcuni casi di danno dato negli statuti comunitativi

215

5. Dalli quindici di marzo per

fino alla totale vendemmia li porci

mandarini che saranno trovati in essi

terreni albereti degl’affari, incorrano

i padroni di essi alla pena di giulj tre

per porco, e sia lecito alli padroni

degl’arboreti dove saranno ritrovati

poterli impunemente ammazzare,

in quanto poi alli porci di morra,

intendendosi la morra dai dieci in su

questi in verun tempo possino avere

l’ardito in essi, e chi ve li intrometterà,

incorri di giorno alla pena di giulj

due per porco e di notte raddoppia,

eccetto però nel tempo del pascolo

delle iande, poiché se qualcuno avrà

qualche partita di iande entro i suddetti

affari, allora sia lecito al padrone farle

pascolare o da suoi o da altri porci

senza incorso di pena veruna.

6. In quanto poi agli albereti fuori

degl’affari non vi si possa procedere,

se non ad accusa della Parte, quando

però dalla medesima si porti la

relazione di baiocchi invece di danno.

5. Si crede doversi abolire

l’uccisione che vi è permessa

de’ maiali, perché contraria alle

disposizioni di diritto, e sorgente fatale,

come l’esperienza l’ha dimostrato, di

gravi delitti, come anche diminuirsi la

pena a baj quindici a capo da dieci in

giù, e dalli dieci in su a baiocchi dieci.

6. In quanto poi alle capre

proveduto con l’art. 1, ed in quanto

a tutte le altre specie di bestiame,

necessario credersi di stabilire che

possino restare accusate d’officio,

o sia dal guardiano del danno dato

tutte le volte che si stiano accusando

danni, ancorché questi siano della

più piccola entità, e ciò perché gli

albereti sonosi così aumentati fuori

dal distretto degli affari, che non è

facile a proprietari il sorvegliarne la

non dannificazione, come lo era nei

tempi in cui fu stabilita la legge, nel

quale per essere per questi […] più

ristretti per estensione e per numero,

ne era più facile la sorveglianza.


216

Rossana Fiorini

7. Le bestie vaccine e cavalline

dagli dieci di marzo per fino che li

prati non saranno falciati non possino

essere intromessi nel pascolo di essi,

e chi contraverterà incorri nella pena

detta nel secondo capitolato. Li porci

però non possino essere intromessi

in verun tempo, e chi contraverrà

incorra nella pena detta nel capitolato

quinto, ed essendosi trovati grumando

ossia cavagliando possino essere

impunemente ammazzati. In quanto

alle rimesse che uno ha fatto per suo

comodo, e ristrette di fratte o cavatone

d’ogni intorno anco non sia lecito

intromettervi bestie di sorta alcuna, e

chi contraverrà incorra nella pena del

secondo, quinto e settimo articolo e

l’istesso s’intenda di que’ luoghi dove

saranno piantoni d’olivi ed albereti

nuovi

8. Li gallinacci dai dodici in sui

delli 15 di agosto fino alla totale

vendemmia non possino essere

introdotti in verun albereto, e chi

contraverrà incorri nella pena di baj

due e mezzo per gallinaccio.

7. Si crede di estendere

l’inibizione di poter introdurre dai

quindici gennaio invece dei dieci di

marzo, e ciò perché per esperienza si

conosce che vengano prodotti e quali

danni col pascolo all’epoca indicata

dei quindici gennaio, come ne’ dieci

di marzo. Si crede inibire l’uccisione

de’ porci per le ragioni sviluppate

nell’articolo 5 e ridurre le penali alle

minorazioni previste nelle antecedenti

modificazioni.

8. Si crede dover estendere per

qualunque numero di gallinacci.

Firmato

Rocco Valenti Gonfaloniere

Rocco Cortina Anziano

Nicola Parisi Anziano

Giovan Battista Ferrante

Segretario Comunale


Ripi: alcuni casi di danno dato negli statuti comunitativi

217

9. Chi darà danno manualmente

ne frutti di qualsivoglia sorte, incorra

nella pena di baj settantacinque,

e quelli che dagli sette anni in su

spareranno di fratte negli albereti,

mandano giù alberi secchi incorrino

nella pena di scudo uno e baj cinquanta,

e così ancora i giocatori di ruzzica

che spareranno, taglieranno fratte per

raccogliere la ruzzica, riempiranno

corsi di acqua per le strade per tirar

comodo incorrino anco nella pena di

scudi uno, e baj cinquanta.

10. Ma perché ognuno è arbitro

della robba sua, se qualcuno sarà

ritrovato a pascolare con qualsivoglia

sorte di bestiame eccetto però le

caprine in qualche albereto, prato o

rimessa detti sopra, possa ricondurle

l’affittuario dello sfidato, Mandataio o

Birro, e se ai medesimi sarà mostrato

qualche biglietto facoltativo scritto

e fatto scrivere dal padrone di essi,

il custode delle bestie non possa

incorrere in veruna pena, e così ancora

trovandosi il padrone presente o

qualcuno di sua famiglia. In quanto poi

alle bestie pecorine dagli quindici di

marzo per fino alla totale vendemmia

non possono essere intromesse in

dett’affari e chi contraverrà incorrerà

nella pena di baj due e mezzo, per

pecora da dieci in giù, e da dieci in su

baiocchi trenta per tronco.

Per copia conforme all’originale

Ripi, dalla Segreteria Comunale li 10 Luglio 1856

Il Priore

Gio. Battista Valenti


Matteo Maccioni

Serrone:

la riforma dell’articolo 22

Il materiale studiato per il comune di Serrone è conservato

nell’Archivio di Stato di Frosinone, fondo della Delegazione

Apostolica di Frosinone 1 . La pratica esaminata riguarda il progetto di

riforma dell’articolo 22, presentato nell’agosto del 1861 e riguardante

la «Penale per quelli che comprano oggetti da persone illegittime»,

dello Statuto della Comunità di Serrone, compilato con sanzione

sovrana nel 1854 2 . Lo scambio epistolare è tra il Delegato apostolico

di Frosinone e il Ministro dell’Interno, in cui sono riportati una copia

del verbale del Consiglio comunale del 10 settembre 1861 e gli atti

del Tribunale Civile di Frosinone.

L’interesse per questi documenti riguardanti lo Statuto di Serrone

è dettato dal fatto che la sua datazione lo colloca in prossimità del

limite temporale della loro permanenza in vigore. Lo Statuto non

1

Archivio di Stato di Frosinone, Fondo Delegazione Apostolica (in seguito

solo DA), Affari generali, Protocollo riservato, titolo II Agricoltura (1812

– 1870), busta 1175.

2

Possediamo quattro copie dello Statuto di Serrone, 3 manoscritte e 1 a

stampa: due copie sono conservate nell’Archivio di Stato di Roma (ASRm,

Collezione statuti, stat. 0449/03); le restanti due copie sono conservate

nell’Archivio di Stato di Frosinone (ASFr, DA, b. 1175, fascicolo Sulle

penali pel Taglio degli Elcini). Per quanto concerne le copie tenute nell’Archivio

di Stato di Roma sappiamo che la prima, Copia dello Statuto Antico

della Comunità del Serrone, è un manoscritto non datato del XIX secolo

riportante il testo statutario del XVII secolo; la seconda invece è una copia

redatta dall’originale dello Statuto di Serrone «fatto nell’anno 1855». Passando

alle copie dell’Archivio di Stato di Frosinone, la prima copia, manoscritta,

è redatta «a forma del N. o 19 dell’Editto di Segreteria di Stato del

24 9bre 1850» ed è datata 19 novembre 1854; la seconda copia, a stampa, è

stata approvata il 17 settembre 1855. In questo testo ogni rimando al testo

dello Statuto, ove non specificato, farà riferimento alla copia a stampa.


220

Matteo Maccioni

è diviso in cinque libri, come di consueto, ma consta solamente di

26 articoli i quali non riguardano norme di diritto penale e civile,

o norme interessanti l’ordinamento istituzionale: tutto ciò che vi è

prescritto riguarda il danno dato, ovvero le norme di polizia rurale 3 .

Il confronto tra le varie copie dello Statuto che è stato possibile

analizzare porta alla luce la lenta, ma inesorabile, riduzione del

numero delle norme componenti l’antica lex locale. Ad esempio,

la copia non datata conservata nell’Archivio di Stato di Roma, che

sappiamo essere del XIX secolo perché riportante la firma del Priore

Alessandro Rocchi, firmatario anche della copia manoscritta tenuta

presso l’Archivio di Stato di Frosinone, datata 1854, e riportante il

testo statutario del XVII secolo ha un corpo normativo di 44 articoli.

La copia manoscritta conservata nell’Archivio di Stato di Frosinone,

invece, riporta 34 articoli.

Dallo studio di questo carteggio e dello Statuto emerge la

importanza della coltivazione e del commercio di uva e granturco

in età moderna per la Comunità di Serrone. Dalla struttura e dal

contenuto degli articoli dello Statuto si evince che la quasi totalità

degli abitanti del territorio di Serrone è composta da agricoltori e

pastori. All’infuori dell’articolo 22, oggetto della proposta di riforma

che vado ad illustrare, in altri due articoli si fa riferimento esplicito

a questi due prodotti 4 . La presenza di questi tre articoli statutari e del

3

L’abolizione degli antichi statuti comunali viene sancita nel paragrafo

102 del Motu proprio di Pio VII, che recita: «Titolo IV. Disposizioni Legislative.

Art. 102. Tutte le Leggi municipali, statuti, ordinanze, riforme,

sotto qualunque titolo, o per mezzo di qualunque Autorità emanate in qualsivoglia

luogo dello Stato, comprese ancora quelle pubblicate per una intera

Provincia, o per un particolare Distretto, rispettivamente sono abolite,

a riserva di quelle, che contengono provvedimenti relativi alla coltura del

territorio, al corso delle acque, ai pascoli, ai danni dati nei terreni, e ad altri

simili oggetti rurali», Motu proprio della santità di nostro Signore Papa

Pio VII in data del 6 luglio 1816 sulla organizzazione dell’amministrazione

pubblica, Milano 1816, p. 44.

4

ASFr, DA, b. 1175, Statuto della Comunità di Serrone compilato con

sanzione sovrana nell’anno 1854, p. 11: «Art. 12. Penali per li Padroni

di Cani di Pecore e Capre. Che tutti li Cani dei Pastori debbano in tempo


Serrone: la riforma dell’articolo 22

221

problema della vendita clandestina di uva, che porta alla richiesta di

riforma dell’articolo 22 dello Statuto, rendono manifesta la rilevanza

di queste derrate, particolarmente dell’uva, su cui evidentemente si

basava la vita economica del paese.

Trascorsi appena sette anni dalla compilazione con sanzione

sovrana dello Statuto della Comunità di Serrone, avvenuta nel 1854,

sei dalla pubblicazione dell’opuscolo nel settembre 1855, si pone la

necessità di apportare delle modifiche ad alcuni articoli dello stesso.

Uno di questi, il numero 22, deve essere riformato per contrastare

le numerose evasioni dell’assegna, tassa spettante alla magistratura,

commesse dai forestieri sui carichi di uva. L’articolo 22 recita:

«Art. 22. Penale per quelli che comprano oggetti da persone

illegittime. Restano assoggettati alla multa di scudi cinque

per ogni volta, oltre alla perdita degli oggetti, tutti quelli

che compreranno uve, olive, grano, granturco, ed altre cose

simili, come anche piantoni di olive, di morigelsi e di altri

alberi fruttiferi da persone sospette, e massimamente se non

possiedono simili generi, o dai servi o dai figli di famiglia, e nel

caso comprassero la suddetta roba da persone legittime saranno

obbligati li compratori di darne l’assegna alla Magistratura

nel termine di ore ventiquattro, onde possa verificarlo in caso

di bisogno, e mancando saranno assoggettati alla sud(detta)

penale da applicarsi come sopra, cioè a favore del pubblico

erario».

Dalle varie copie dello Statuto di Serrone che ho consultato ho

di uve e di granturco portar l’uncino al Collo, sotto pena di uno scudo

d’applicarsi a favore della Comunità, e li Padroni saranno obbligati pagare

tanto il danno che la pena in quelle contrade, dove saranno trovati, e dove

li pastori saranno più vicini col loro procojo»; ivi, p. 13; «Art. 16. Penale

per quelli che tagliano nelle altrui proprietà alberi fruttiferi, ed utili per

l’agricoltura. Chiunque taglierà nelle altrui proprietà alberi fruttiferi, o di

qualunque sorta utili per l’agricoltura, e particolarmente quelli che sostengono

le Viti delle Uve tanto del tronco come delli rami, oltre l’emenda dei

danni a forma di legge, sarà condannata alla penale di scudi cinque, e per

quelli impotenti alla carcerazione, d’applicarsi detta penale a favore del

pubblico Erario».


222

Matteo Maccioni

potuto constatare che il testo di questo articolo aveva già riportato

diverse modifiche nel corso del tempo, più o meno significative. Ad

esempio, l’articolo presente nella copia non datata dell’Archivio di

Stato di Roma, ovvero il più antico, recita:

«44 o . Restano assoggettati alla multa di scudi cinque tutti

quelli che compreranno uve, olive, ed altro dai figli di famiglia,

da Garzoni, ed altre persone sospette, ed in caso di compra

legittima siano obbligati li compratori di darne l’assegna agli

officiali nel termine di ore ventiquattro» 5 .

Il testo manoscritto conservato nell’Archivio di Stato di Frosinone

entra maggiormente nel dettaglio in alcuni punti, come per i prodotti

dell’agricoltura, e fa riferimento a una multa di tre scudi, non presente

nel testo a stampa del 1855, per chi non paga l’assegna nel termine

stabilito delle ventiquattro ore:

«Num. 27 Penale per quelli che comprano oggetti da

persone illeggittime. Restano assoggettati alla multa di scudi

cinque per ogni volta, oltre la perdita dell’oggetto tutti quelli,

che compreranno uve, olive, grano, granturco, legumi, ed

altre cose simili da persone sospette, e massimamente, se non

possiedono simili generi, o dai servi, o dai figli di famiglia, e nel

caso comprassero simili generi da persone legittime saranno

obbligati li compratori di darne l’assegna alla magistratura nel

termine di ore ventiquattro, onde possa verificarlo in caso di

bisogno, e mancando siano multati di scudi tre per ogni volta» 6 .

La seconda copia conservata presso l’Archivio di Stato di Roma

si discosta di poco dall’enunciato precedente:

«Art[icol]o 22 o . Penale per quelli che comprano oggetti

da persone illeggittime. Restano assoggettati alla multa di

scudi cinque per ogni volta, oltre alla perdita degli oggetti,

tutti quelli, che compreranno uva, olive, grano, granturco, ed

altre cose simili da persone sospette, e massimamente se non

5

ASRm, Collezione statuti, stat. 0449/03, Copia dello Statuto Antico della

Comunità del Serrone.

6

ASFr, DA, b. 1175, Statuto della Comunità del Serrone. Redatto a forma

del N. o 19 dell’Editto di Segreteria di Stato del 24 9bre 1850.


Serrone: la riforma dell’articolo 22

223

possiedono simili generi, o dai Servi, o dai figli di famiglia, e

nel caso comprassero simili generi da persone legittime saranno

obbligati li compratori di darne l’assegna alla magistratura nel

termine di ore ventiquattro, onde possa verificarlo in caso di

bisogno, e mancando siano multati di scudi tre». 7

Le principali dissonanze che intercorrono tra le varie copie del

testo legislativo locale sono due.

La prima riguarda l’elencazione delle piante e dei prodotti

agricoli coltivati e commercializzati. In questo caso vediamo che

inizialmente, nella copia recante il testo più antico dello Statuto, si

fa riferimento ad un generico «uve, olive, ed altro», per passare -

nella copia avente il testo redatto nel 1850 - ad «uve, olive, grano,

granturco, legumi, ed altre cose simili» e giungere, infine, a «uve,

olive, grano, granturco, ed altre cose simili, come anche piantoni

di olive, di morigelsi e di altri alberi fruttiferi». Queste modifiche

dovrebbero segnalare un allargamento della coltivazione e del

commercio dei prodotti agricoli locali, evidentemente diversificatisi

nel corso degli anni, i quali dovrebbero aver portato a un incremento

del volume delle merci sul mercato limitrofo.

La seconda differenza significativa riguarda la pena pecuniaria

per chi trasgredisce l’obbligo di “dare l’assegna” entro il termine

di ventiquattro ore dalla compravendita del prodotto. Inizialmente

infatti, nella copia non datata, non si fa riferimento ad una pena

specifica: vi è esclusivamente l’obbligo per i compratori «di darne

l’assegna agli officiali nel termine di ore ventiquattro». Nelle

successive redazioni del testo statutario quest’obbligo rimane, ma è

affiancato da una multa di tre scudi per i suoi trasgressori che nel testo

a stampa del 1855 sale a 5 scudi. Evidentemente si è reso necessario

un inasprimento della penale dovuto al dilagare dell’evasione di

questa tassa e del commercio clandestino dei prodotti - fattori che

danneggiano l’erario e l’economia locale.

Torniamo alla necessità della Comunità del Serrone di modificare

l’articolo 22 dello Statuto locale. Il Priore Giuseppe Graziosi, nella

7

ASRm, Collezione statuti, stat. 0449/03, Statuto della Comunità del Serrone

fatto nell’anno 1855.


224

Matteo Maccioni

sua comunicazione alla Delegazione Apostolica di Frosinone, datata

22 agosto 1861, afferma che nell’anno passato molti forestieri si sono

recati a Serrone per comprare grandi quantitativi di uve, «da persone

legittime ed Illegittime», decimando i raccolti degli agricoltori

locali. Successivamente i forestieri, avvalendosi del termine di

ventiquattro ore previsto nell’articolo statutario, hanno portato via

i carichi senza provvedere al pagamento della tassa dell’assegna,

dedicandosi dunque alla vendita clandestina dell’uva. Per porre

rimedio a questa situazione, divenuta evidentemente la prassi per

il forestiero, il Priore si rivolge alla Delegazione Apostolica al fine

di sapere se è in suo potere proibire il trasporto delle merci al di

fuori del territorio della Comunità, quando il forestiero non abbia

ancora provveduto al pagamento dell’assegna. Nel caso in cui ciò

non fosse possibile richiede l’emissione di un “Avviso” che imponga

al compratore forestiero, intenzionato a portare fuori dal territorio la

merce, il pagamento immediato della tassa 8 .

Nella seduta del Consiglio comunale 9 tenutasi il 10 settembre

1861, di cui possediamo il verbale, si discute e si mette ai voti il

8

ASFr, DA, b. 1175, lettera del Priore Giuseppe Graziosi alla Delegazione

Apostolica di Frosinone, 22 agosto 1861: «Nello scorso anno molti forastieri

venuti qui a comprare quantità forti di uva da persone legittime ed

illegittime fecero si che tutti li Proprietarj di vigne dovettero deplorare, a

vedere decimati li loro raccolti. Questi forastieri con il pretesto, che avevan

tempo a dare l’assegna entro le ore ventiquattro, se ne partivano portando

via le uve prese nella maggior parte dalli ladri, e più non comparivano. Ad

eliminare questo inconveniente, dopo avere intesa questa Magistratura, mi

rivolgo all’Eccel(len)za V(ostr)a R(everendissi)ma onde conoscere se possa

io inibire al forastiere, che compra le uve, di asportarle fuori di territorio

pria, che non abbia data la debita assegna. Oppure emettere al Pubblico

un Avviso, che il forastiere, il quale compra le Uve per asportarle fuori di

territorio debba immediatamente, e pria di caricarle darne la debita assegna

al Magistrato, ed in caso contrario venga assoggettato alla pena stabilita

all’Art. 22 dallo Statuto sudetto».

9

Questo verbale ci mostra la composizione del Consiglio comunale di Serrone,

formato all’epoca da 18 consiglieri, di cui conosciamo l’identità poiché

sono elencati in questo documento. In questa specifica riunione sono

presenti 11 consiglieri.


Serrone: la riforma dell’articolo 22

225

progetto di modifica dell’articolo 22 dello Statuto. Promotore

e portavoce del progetto di modifica è il consigliere Giovanni

Battista Sambucini, il quale nella sua arringa propone di espungere

dall’enunciato dell’articolo il termine delle ventiquattro ore per

soddisfare il pagamento dell’assegna, e inoltre di inserirvi l’obbligo

di possesso di un permesso scritto (rilasciato dalla Magistratura) per

la vendita all’interno del territorio. È vieppiù richiesto al compratore

recantesi al di fuori dei confini territoriali di Serrone di versare

l’assegna alla Magistratura prima di varcare i suddetti confini 10 .

La proposta del Sambucini ottiene il pieno appoggio del consigliere

Futti e di tutti gli altri consiglieri presenti all’adunanza, tanto che

viene accettata e approvata all’unanimità dal Consiglio comunale 11 .

10

ASFr, DA, b. 1175. Verbale del Consiglio comunale, 10 settembre 1861:

«Dico ciò in special modo per quelli Compratori forastieri che asportando

via fuori dal territorio le Uve con il pretesto di aver tempo a darne l’assegna

entro le ore ventiquattro più non compariscono a sodisfare il loro dovere.

E perciò che a raggiungere possibilmente lo scopo sarei io di parere

doversi in parte modificare il di sopra indicato Art(icol)o 22 formulandolo

nelli seguenti termini:

‘Restano assoggettati alla multa di Scudi Cinque per ogni volta, oltre alla

perdita delli oggetti tutti quelli che compreranno uve olive, grano, granturco,

ed altre cose simili, come anche piantoni di Olivi, di morigelsi, e di altri

alberi fruttiferi da persone sospette, e massimamente se non possiedono

simili generi o dalli servi o dalli figli di famiglia. Li sopradetti oggetti poi

a niuna persona abbenchè Leggittima sarà lecito asportarli fuori di territorio,

oppurre effettuarne la vendita entro il territorio stesso senza averne

in antecedenza riportato dalla Magistratura permesso in scritto, che verrà

accordato dopo verificata la libera proprietà del genere. Sarà poi in obbligo

anche del Compratore di darne immediatamente l’assegna alla Magistratura,

e prima di asportare via il genere. Contravvenendo a quanto sopra

sarà tenuto solidalmente tanto il Compratore, che il Venditore alla penale

sumentovata’».

11

ASFr, DA, b. 1175, Verbale del Consiglio comunale, 10 settembre 1861:

«Il Sig(no)r Priore allora ordinò che venisse ballottato l’Arringo Sambucini,

che formulò la modificazione dell’’Art(icol)o 22 dello Statuto locale

con espressa dichiarazione che chi vuole accettarlo debba porre il voto

bianco, chi nò il nero. Passato e riscosso il bussolo si ebbero Voti bianchi


226

Matteo Maccioni

tutti in numero di Undici, Nero Nessuno. Resta perciò ad unanimità di voti

accettato l’Arringo Sambucini in cui modificò l’Art(icol)o 22 dello Statuto

locale».


Matteo Maccioni

Sgurgola: la “pesca” e le norme del commercio ittico

I documenti presi in esame per il comune di Sgurgola sono

conservati nell’Archivio di Stato di Roma, fondo della Congregazione

del Buon Governo 1 . La pratica studiata è formata da alcune lettere

e da un memoriale riguardante l’adunanza del Pubblico Consiglio

del 6 agosto 1797, tenutosi per cercare di trovare una soluzione al

problema de “La Pesca” e della vendita del pesce nel territorio di

Sgurgola. Questi documenti, inviati dai Pubblici Rappresentanti

di Sgurgola alla Sacra Congregazione del Buon Governo e dal

soprintendente dello Stato di Ceccano al Governatore, coprono

l’arco temporale che va da agosto a dicembre 1797.

Le missive esaminate riguardano la questione de “La Pesca” nel

fiume Sacco. Non possediamo molte informazioni in merito a questo

fenomeno: all’infuori dei documenti presi qui in esame, non mi è

stato possibile rintracciarne altri che vi facessero riferimento. Tutto

ciò che sappiamo è che la comunità della Sgurgola ha abitualmente

affittato, a fronte di una «tenuissima somma» 2 , determinate porzioni

del fiume per il periodo dell’anno che si protrae da marzo fino al

23 giugno. Si tratta, per l’esattezza, di quattro zone – di cui non

conosciamo l’ubicazione – chiamate “Vadi” dagli abitanti.

Nel resoconto del Pubblico Consiglio del 6 agosto 1797 si mettono

in chiaro delle situazioni che, evidentemente, all’epoca non erano

ancora ben delineate: si sostiene che la comunità della Sgurgola non

ha mai affittato “La Pesca” nel fiume per il periodo che va «dalla

natività di S. Gio(vann)i Batt(ist)a 24 Giug(n)o, per fino al mese di

marzo, giacché da Marzo al 23 di Giug(n)o di ciascun’anno affitta

1

Archivio di Stato di Roma, Fondo Sacra Congregazione del Buon Governo,

Serie II (in seguito solo BG), b. 4547.

2

Ivi, missiva di Gizzi, soprintendente dello Stato di Ceccano, al Governatore,

25 novembre 1797.


228

Matteo Maccioni

al solito certi dati siti, e non più, lasciando a benefizio di commune

pescagione il restante del Fiume, eccettuata quella porzione riservata

per pescarsi nel mese di Agosto, cioè dall’antivigilia dell’Assunta di

Maria S(antissi)ma fino al 3° giorno» 3 .

Data la mancanza di documentazione in proposito, non ci è dato

conoscere l’iter che conduceva all’affitto di questi “Vadi”, né se

l’affitto prevedeva un canone fisso o se si procedeva tramite asta. Non

possiamo stabilire se i “Vadi” venivano messi in affitto tutti nello stesso

tempo oppure uno dopo l’altro, o ancora se questi venivano affittati

tutti e quattro in un’unica soluzione da una sola persona oppure se

venivano dati a persone diverse; oppure se esistevano delle norme che

proibivano ad un unico individuo di affittarli contemporaneamente e

di dar così vita ad una sorta di piccolo monopolio. In base a quanto

riportato nel resoconto del Pubblico Consiglio del 6 agosto sappiamo

che era comunque lecito pescare nelle restanti parti del fiume

Sacco: ciò per non danneggiare materialmente ed economicamente

la comunità cittadina, consentendole così di incamerare viveri da

consumare e da immettere sul mercato locale e limitrofo. A questo

punto sorge spontanea una domanda: perché affittare quattro siti per

la pesca e lasciare comunque che questa si effettui liberamente nel

resto del fiume? La risposta più immediata è che, con ogni evidenza,

i quattro siti posti in affitto fossero i più pescosi e/o contenessero i

pesci più pregiati e prelibati.

Altro tasto dolente della questione è il prezzo di vendita del pesce.

Nel resoconto è sostenuto che l’affitto della pescagione è stato deciso

«per esiggere da Pescatori il Pesce al solito prezzo antichissimo di baj

trè per libra, come lo statuto al Cap. 81 carta 27 dispone, che il pesce

debba stimarsi da Grascieri 4 , e contro i trasgressori baj 40, e libre

3

Ivi, copia dell’estratto dal Libro dei Consigli, 8 agosto 1797.

4

Il Grasciere è l’ufficiale che si occupa della grascia, termine indicante le

vettovaglie, la fornitura di viveri. A questi ufficiali era affidata la sovrintendenza

sui rifornimenti, con l’incarico anche di vigilare sui mercati, sui

prezzi al minuto, sui pesi e misure, ecc. A proposito del compito del grasciere,

l’articolo X dello Statuto comunale di Sgurgola dice: “Cap. X. Che

gl’Officiali debbano ponere li prezzi alle Grascie. Statuimo, et ordiniamo,

che li Sopradetti Officiali debbano a’ tempi debbiti, et ordinarij poner li


Sgurgola: la “pesca” e le norme del commercio ittico

229

cinque di pesce di pena» 5 . Il Consiglio, lamentandosi dell’aumento

del prezzo del pesce arbitrariamente deciso da alcuni pescatori,

stabilisce dei limiti alla libertà di commercio e nuove pene. Mentre

si concede a tutti la libertà di andare a pescare nel fiume, si proibisce

la vendita del pesce ai forestieri, così come viene sancito il divieto di

portarlo al di fuori del territorio e venderlo a 3 baiocchi la libbra. La

pena prevista per chi contravviene a queste disposizioni è una multa

di uno scudo e cinquanta baiocchi:lo scudo spetta al giudice, mentre

i 50 baiocchi vanno alla comunità 6 .

L’inserimento di nuove pene nel codice statutario e l’accrescimento

di quelle ivi già esistenti è previsto dalla struttura stessa dei codici

prezzi alli grani, et altri Lavori, e mosti”, Subiaco, Biblioteca del monumento

nazionale di S. Scolastica, Archivio Colonna (in seguito si citerà

solo Colonna e la posizione), Affari di Scurgola III RB I, Miscellanea,

Statuto di q(ue)sta Comm(uni)tà Mag(nifi)ca della Scurgola, pagg. 6-7.

5

BG, b. 4547, copia dell’estratto dal Libro dei Consigli, 8 agosto 1797.

6

Alcune delle risoluzioni adottate dal Consiglio, come quella della limitazione

del commercio e della proibizione della vendita del pesce ai forestieri,

stridono con le norme applicate nelle copie dello Statuto di Sgurgola che

sono a nostra disposizione (cfr. nota 9). Il capitolo XII del primo libro dello

Statuto recita: “Cap. XII Dell’Officio delli Soprastanti. Statuimo, et ordiniamo,

che li due Soprastanti deputati dagl’Officiali siano almeno d’età di

venticinque anni di buona qualità, et abbiano il giuram(en)to del Cap(itan)o

avanti, che pigliano L’officio, q(ua)le è di vedere tutti Li pesi, e misure

della Terra, e quelle Segnarle con il Segno della Comm(uni)tà, per Servigio

de Cittadini, e Forastieri, e rivederli ogni volta che sarà di bisogno, e

debbano accusare al Cap(itan)o tutti quelli, che venderanno à pesi falzi, e

misure ingiuste, quali siano tenuti alla pena Legale, e delle Sagre Costituzioni,

e mancando detti Soprastanti in alcuna cosa di detto Loro Offizio,

siano obbligati alla pena di Scudi dieci per ciascheduno d’applicarsi alla

Corte. Inoltre, che detti Soprastanti debbano apprezzare tutte le cose solite

à vendersi à pezzo, così à peso, come à misura tanto à Cittadini, come a

Forastieri et al prezzo, che s’imporranno debbano o vendere sotto la pena

di Scudi due per Persona, che contra facesse d’applicarsi alla Corte, e perdita

delle Robbe, senza però preggiud(izi)o alcuno degl’affitti della Corte”,

Colonna, Scurgola III RB I, Miscellanea, Statuto di q(ue)sta Comm(uni)tà

Mag(nifi)ca della Scurgola, pp. 8-9.


230

Matteo Maccioni

statutari e dalle loro norme interne. In particolar modo, l’articolo

VIII del primo libro dello Statuto di Sgurgola recita:

«Cap. VIII. Dell’Accrescim(en)to delle Pene. Statuimo,

et ordiniamo, che detti Officiali siano obbligati ogn’Anno à

tempi debbiti, e soliti far’ le Liberanze, et accrescere le pene

insieme con il Camerlengo, e Massari, come à loro piacerà

facendole però passare dal Sig(no)r Uditore, che ci sarà prò

tempore, e che s’applicano le pene ad arbitrio di esso Sig(no)r

Uditore secondo il solito» 7 .

Il riferimento del Consiglio popolare, così preciso e puntuale, al

capitolo e alla pagina dello Statuto locale ci porta a pensare che, in

effetti, fosse presente al suo interno una norma che stabilisse il prezzo

del pesce e che regolasse “La Pesca”. Risulta sorprendente – forse una

vera e propria mistificazione? - l’affermazione del Soprintendente

Gizzi il quale, nel dire di rilevare le informazioni relative a “La Pesca”

«dallo Statuto, e dai Libri Com(unitati)vi», sostiene che «dallo Statuto

però niente apparisce» 8 . Non ci è possibile, in effetti, rintracciare

tali norme all’interno delle copie dello Statuto di Sgurgola in nostro

possesso 9 . L’unico riferimento ivi presente alla pesca e alla vendita

dei pesci si trova nell’articolo 80 del libro secondo”:

«Cap. 80. Delli Pescivendoli. Statuimo, et ordiniamo, che

li Portatori di Pesci à vendere così di fiume, come di mare e

di laghi non possino vendere senza apprezzo delli Soprastanti

sotto la pena di quaranta soldi d’applicarsi alla Corte, e così li

7

Colonna, Scurgola III RB I, Miscellanea, Statuto di q(ue)sta Comm(uni)

tà Mag(nifi)ca della Scurgola, pp. 5-6.

8

BG, b. 4547, missiva di Gizzi, soprintendente dello Stato di Ceccano, al

Governatore, 25 novembre 1797.

9

Le copie dello Statuto di Sgurgola giunte sino a noi sono conservate presso

Colonna, Scurgola III RB I, Miscellanea. Si tratta di due copie: la prima,

scritta su un codicetto e datata 1642, si presenta consunta, di difficile lettura

a causa dello stato di conservazione e con le pagine iniziali mancanti;

la seconda, scritta su un codice con copertina rigida, è conservata in ottimo

stato, è completa e scritta in modo estremamente chiaro. In questa seconda

copia non è riportata la data, ma è molto probabilmente una ricompilazione

della precedente, posteriore dunque al 1642.


Sgurgola: la “pesca” e le norme del commercio ittico

231

Cittadini, oltre cinque libre di Pesci». 10

Questo articolo sancisce che il prezzo di vendita dei pesci deve

essere quello stabilito dai Grascieri, ma non si fa menzione di un

prezzo fisso o già fissato in precedenza, così come non vi è traccia di

una tabella riportante i prezzi di vendita dei beni alimentari.

Tutto ciò non è dirimente per noi: le copie giunteci appartengono

alla metà del XVII secolo (1642), mentre i documenti analizzati

sono datati 1797. Non è dunque lecito escludere la possibilità di una

successiva sanzione di tali norme nel corso di un secolo e mezzo.

Poiché lo Statuto è lo specchio della situazione socio-economica e

politica della comunità a cui fa riferimento, non meraviglia affatto

che questo venga sottoposto ad aggiornamenti: è necessario infatti

che, con l’irrompere di nuove circostanze, si provveda alla modifica

dello Statuto tramite aggiunte di norme sanzionate dagli organi

competenti.

Il Soprintendente dello Stato di Ceccano reputa irragionevole la

pena prevista dalla risoluzione consiliare per chi vende il pesce a

più di tre baiocchi per libbra, «a contemplazione, che da qualche

anno La Com(uni)tà non ha affittato, e forse non ha trovato ad

affittare Li quattro Vadi come sop(r)a» 11 . Lo Statuto, stando a quanto

sostenuto dal Gizzi, dà la facoltà ai Grascieri di stabilire i prezzi

per le vettovaglie destinate ai forestieri e non interferisce nelle

operazioni di vendita tra privati cittadini, i quali hanno in ogni caso

l’obbligo di applicare un prezzo ragionevole basato sulla qualità del

prodotto e le circostanze dei tempi. Come forma di protezione degli

interessi della comunità locale, il soprintendente ritiene opportuno

che nella vendita, sempre sulla base di questo prezzo ragionevole,

debba essere preferito il cittadino a dispetto del forestiero.

Sebbene il commercio con l’esterno necessiti dell’autorizzazione

degli ufficiali e delle autorità locali, il solo fatto che vi sia una

10

Colonna, Scurgola III RB I, Miscellanea, Statuto di q(ue)sta Comm(uni)

tà Mag(nifi)ca della Scurgola, pp. 67-68.

11

BG, b. 4547, missiva di Gizzi, soprintendente dello Stato di Ceccano, al

Governatore, 25 novembre 1797.


232

Matteo Maccioni

possibilità di apertura verso un commercio più ampio sta a significare

che, all’interno della comunità sgurgolana, vi fossero merci presenti

in quantità tale da sopperire adeguatamente ai fabbisogni interni. La

realizzazione di una rete commerciale avrebbe consentito l’afflusso

di nuova valuta nel territorio, generando a sua volta un incremento

della ricchezza.


Marco Di Cosmo

Il danno dato studioso e lo Statuto di Supino

Introduzione

A Supino la storiografia locale ci conferma l’esistenza di uno

Statuto, sopravvissuto in duplice copia e di incerta datazione,

sebbene l’ultima di queste due copie sia ascrivibile alla seconda

metà del XVIII Secolo 1 .

Argomento di questa ricerca, che per Supino ha interessato

le carte di archivio, partendo dalle testimonianze comunali, la

Delegazione Apostolica presso l’Archivio di Stato di Frosinone, il

fondo del Buon Governo, presso l’Archivio di Stato di Roma e infine

l’Archivio Colonna presso la Biblioteca del monumento nazionale

di S. Scolastica a Subiaco, è l’uso pratico, e per quanto possibile

quotidiano, del codice statutario.

Tale utilizzo è relativo, come nella maggior parte dei comuni

interessati dalla ricerca, soprattutto ai casi di danno dato, fattispecie che

per questo Comune si è voluto analizzare nell’ottica dell’importanza

dello strumento statutario come riferimento normativo delle controversie

locali. Soprattutto, dunque, come testimonianza viva d’uso,

e, nei casi che vedremo, riguardo l’importanza per la comunità

supinese di avere una copia autentica e leggibile, di pratico utilizzo

nella risoluzione dei diversi tipi di controversie.

Il danno dato studioso e lo Statuto di Supino

Nello Statuto di Supino, come in quelli degli altri comuni limitrofi,

la normativa che regolava l’agricoltura era preponderante rispetto agli

altri settori,