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i 100 personaggi dell'odonomastica di Brindisi che attraversano tutta la storia della città

Lo stradario di Brindisi conta più di mille, tra vie, piazze, vicoli, larghi, parchi, etc. Ebbene di quelle più di mille intitolazioni, poco più di cento sono dedicate a personaggi illustri di Brindisi: personaggi nati a Brindisi, o che a Brindisi hanno vissuto e operato significativamente, o che con Brindisi hanno avuto una qualche speciale relazione. Poche o molte, non è qui importante stabilirlo, ma certo è che quelle cento intitolazioni dello stradario cittadino, nonostante le molte ed importanti assenze, costituiscono in una qualche misura “uno specchio” della plurimillenaria ed avvincente storia della nostra città: dalla mitologia e dai gloriosi tempi della repubblica e dell'impero di Roma, alle due guerre mondiali del Novecento, e fin dentro questo Ventunesimo secolo, dopo aver percorso i secoli dell'Alto e del Basso Medioevo e quindi della Modernità e della Contemporaneità.

Lo stradario di Brindisi conta più di mille, tra vie, piazze, vicoli, larghi, parchi, etc. Ebbene di quelle più di mille intitolazioni, poco più di cento sono dedicate a personaggi illustri di Brindisi: personaggi nati a Brindisi, o che a Brindisi hanno vissuto e operato significativamente, o che con Brindisi hanno avuto una qualche speciale relazione. Poche o molte, non è qui importante stabilirlo, ma certo è che quelle cento intitolazioni dello stradario cittadino, nonostante le molte ed importanti assenze, costituiscono in una qualche misura “uno specchio” della plurimillenaria ed avvincente storia della nostra città: dalla mitologia e dai gloriosi tempi della repubblica e dell'impero di Roma, alle due guerre mondiali del Novecento, e fin dentro questo Ventunesimo secolo, dopo aver percorso i secoli dell'Alto e del Basso Medioevo e quindi della Modernità e della Contemporaneità.

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i <strong>100</strong> PERSONAGGI DELL’ODONOMASTICA DI BRINDISI<br />

CHE ATTRAVERSANO TUTTA LA STORIA DELLA CITTÀ<br />

Gianfranco Perri & Marco Martinese<br />

2017<br />

1


"… I nomi antichi delle strade sono come tanti<br />

capitoli del<strong>la</strong> <strong>storia</strong> del<strong>la</strong> <strong>città</strong> e vanno mantenuti<br />

e rispettati, quali monumenti storici del passato"<br />

Fer<strong>di</strong>nand Gregorovius<br />

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i <strong>100</strong> PERSONAGGI DELL’ODONOMASTICA DI BRINDISI<br />

CHE ATTRAVERSANO TUTTA LA STORIA DELLA CITTÀ<br />

Personaggi illustri nati a Brin<strong>di</strong>si, o <strong>che</strong> a Brin<strong>di</strong>si hanno vissuto e operato<br />

significativamente, o <strong>che</strong> con Brin<strong>di</strong>si hanno avuto una speciale re<strong>la</strong>zione<br />

Gianfranco Perri & Marco Martinese<br />

2017<br />

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i <strong>100</strong> PERSONAGGI DI BRINDISI… IN ORDINE CRONOLOGICO<br />

Ho fatto quello <strong>che</strong> farà ogni brin<strong>di</strong>sino verace con in mano questo libro, per<br />

prima cosa: andare all’in<strong>di</strong>ce alfabetico e cercare <strong>la</strong> pagina del<strong>la</strong> strada o<br />

piazza dov’è nato. La “mia” è <strong>la</strong> 78, Via Raffaele Rubini, insigne matematico e<br />

accademico delle migliori istituzioni vissuto negli anni a cavallo fra il Regno<br />

<strong>di</strong> Napoli e l’Unità d’Italia.<br />

La casa <strong>che</strong> abitavamo, in affitto, era in cima al<strong>la</strong> strada, proprio sotto <strong>la</strong><br />

Torre dell’Orologio; salendo due rampe <strong>di</strong> scale interne, si accedeva ad<br />

un’amplissima terrazza in una sezione del<strong>la</strong> quale si appoggiava,<br />

letteralmente, imponente e maestoso, uno dei due quadranti del<strong>la</strong> Torre,<br />

proprio a un paio <strong>di</strong> metri da mia madre <strong>che</strong> stendeva il bucato e da noi, mio<br />

fratello Italo ed io, <strong>che</strong> d’estate andavamo su per giocare. E spesso restavamo<br />

a guardare il movimento delle <strong>la</strong>nce (chiamarle <strong>la</strong>ncette non me <strong>la</strong> sono mai<br />

sentita) ver<strong>di</strong>, forse <strong>di</strong> bronzo, <strong>che</strong> era ben percettibile proprio in ragione<br />

del<strong>la</strong> struttura gigantesca. Il quadrante era <strong>di</strong> vetro bianco avorio e le cifre<br />

delle ore, romane non arabe, erano incise nel vetro stesso: attraverso VII e<br />

VIII riuscivamo a intravvedere piccole parti del meccanismo interno, <strong>che</strong> ai<br />

nostri occhi sembrava il motore del Nautilus, in bacino <strong>di</strong> carenaggio sul<strong>la</strong><br />

terrazza <strong>di</strong> casa nostra!<br />

Son rimasto molto tempo davanti al<strong>la</strong> pagina 78. Il testo, eloquente ed<br />

esaustivo <strong>di</strong> un <strong>personaggi</strong>o <strong>che</strong> ha veramente illustrato <strong>la</strong> nostra Brin<strong>di</strong>si,<br />

erano ormai semplici righe in<strong>di</strong>stinguibili, il volto <strong>di</strong> Raffaele Rubino<br />

un’immagine anonima e insignificante. Perché <strong>la</strong> mia mente era andata a<br />

cercare un cassetto remotissimo, lo aveva aperto ed aveva iniziato a rovistare<br />

a fatica, per recuperare ricor<strong>di</strong> imprecisi, emozioni ormai sfumate come certi<br />

oggetti <strong>che</strong> una volta profumavano <strong>di</strong> qualcosa e tu, inutilmente<br />

annusandoli, ti ostini a ricordare un aroma <strong>che</strong> invece è svanito.<br />

Confesso <strong>che</strong> ho chiesto a Giancarlo Cafiero, <strong>che</strong> considero uno dei più<br />

autentici cultori del<strong>la</strong> brin<strong>di</strong>sinità, insieme agli autori <strong>di</strong> questo volume, a<br />

Giacomo Carito, Antonio Caputo, Angelo De Castro, Nazareno Valente e<br />

pochi altri, <strong>la</strong> <strong>di</strong>citura esatta del<strong>la</strong> Torre “<strong>di</strong> casa mia”. Ebbene, Giancarlo mi<br />

ha risposto così: “I brin<strong>di</strong>sini lo hanno sempre chiamato Lu Tirloci, an<strong>che</strong><br />

perché quasi nessuno possedeva un orologio, per cui questa era<br />

un’eccellenza al<strong>la</strong> portata <strong>di</strong> tutti”. Ed era an<strong>che</strong> puntuale, aggiungo io, Lu<br />

Tirloci <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Poi il senso dell’impegno preso con Gianfranco Perri mi ha dato <strong>la</strong> sveglia, ed<br />

ho iniziato a scorrere il manoscritto come faccio quando mi imbatto per <strong>la</strong><br />

prima volta in un magazine: saltando alcune pagine velocemente,<br />

soffermandomi pochi istanti con curiosità su altre <strong>che</strong> richiamano<br />

l’attenzione, rimanendo il tempo <strong>di</strong> leggerle fino in fondo altre ancora,<br />

imme<strong>di</strong>atamente interessanti. Ecco via Filomeno Consiglio, un’altra strada<br />

“<strong>di</strong> famiglia” perché vi era domiciliata l’agenzia marittima dei Musciacco,<br />

bisnonno e nonno <strong>di</strong> mia moglie F<strong>la</strong>via, i quali erano an<strong>che</strong> agenti del<strong>la</strong><br />

famosa “Valigia delle In<strong>di</strong>e”.<br />

5


Ecco via Marco Pacuvio, grande poeta <strong>la</strong>tino il cui mentore, scopro dal libro<br />

<strong>di</strong> Perri e Martinese, fu lo zio <strong>di</strong> Quinto Ennio, leccese. La toponomastica<br />

del<strong>la</strong> nostra <strong>città</strong> ha giustamente esaltato il legame <strong>di</strong> Brun<strong>di</strong>sium con Roma<br />

imperiale, il cui emblema più solenne è <strong>la</strong> Colonna Terminale del<strong>la</strong> Via<br />

Appia: Cicerone, Virgilio, Lenio F<strong>la</strong>cco, Marco Valerio, e gli imperatori<br />

Traiano e Augusto.<br />

E benissimo hanno fatto gli autori a elencare i cento <strong>personaggi</strong> scelti non<br />

solo con <strong>la</strong> modalità c<strong>la</strong>ssica dell’or<strong>di</strong>ne alfabetico, ma an<strong>che</strong> seguendo il<br />

criterio cronologico. Sicché se il lettore desidera conoscere i brin<strong>di</strong>sini illustri<br />

dei secoli rinascimentali, dell’epopea risorgimentale, degli anni in cui si<br />

combatterono le due Guerre mon<strong>di</strong>ali (e non mancano autentici eroi nati in<br />

questa <strong>città</strong> in entrambe), gli basta dare un’occhiata veloce alle pagine 11-<br />

12-13 ed è accontentato.<br />

Questo volume ha an<strong>che</strong> una funzione puramente <strong>di</strong>dattica, almeno per chi,<br />

come me, è sempre affascinato dagli aspetti poco noti del<strong>la</strong> nostra <strong>città</strong>.<br />

Innumerevoli le informazioni ed i dettagli su personalità brin<strong>di</strong>sine, tito<strong>la</strong>ri <strong>di</strong><br />

vie e piazze, <strong>che</strong> conoscevo appena.<br />

Come Carlo De Marco <strong>che</strong> ignoravo fosse stato un potentissimo ministro del<br />

Regno borbonico <strong>di</strong> Napoli o dell’ammiraglio Thaon de Revel <strong>che</strong> <strong>di</strong>resse da<br />

Brin<strong>di</strong>si tutte le operazioni <strong>di</strong> guerra nel primo conflitto mon<strong>di</strong>ale. Ed è<br />

nientemeno <strong>che</strong> il futuro Papa Giovanni <strong>che</strong> racconta l’aneddoto <strong>di</strong> quando<br />

trovò ospitalità per una notte a casa <strong>di</strong> don Augusto Pizzigallo, in una<br />

Brin<strong>di</strong>si affol<strong>la</strong>tissima e praticamente sold out. “Una casa signorile, dove<br />

passo benissimo <strong>la</strong> notte e al mattino posso an<strong>che</strong> celebrare, perché ivi nul<strong>la</strong><br />

manca”, conclude monsignor Roncalli. Era il 14 settembre 1936. E Aldo<br />

Spagnolo e Vincenzo Gigante, due giovani valorosi <strong>che</strong> si trovarono su fronti<br />

ideologici opposti. Spagnolo, camicia nera e volontario, morì da eroe due<br />

mesi dopo il suo arrivo sul sanguinoso fronte greco. Gigante, comunista e<br />

partigiano, fece dell’antifascismo <strong>la</strong> sua ragion <strong>di</strong> vita, attraversando<br />

l’Europa e conoscendo carceri e confino, infine incontrando <strong>la</strong> morte,<br />

probabilmente in un campo <strong>di</strong> sterminio. Entrambi figli generosi e purissimi<br />

<strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, insigniti <strong>di</strong> Medaglia d’Oro al Valor militare al<strong>la</strong> memoria.<br />

Sì, leggere i “<strong>100</strong> Personaggi” <strong>che</strong> Perri e Martinese, girando con il naso<br />

all’insù, hanno scelto per confezionare questa bell’opera ci aiuta a<br />

convincerci sempre <strong>di</strong> più <strong>che</strong> Brin<strong>di</strong>si è fonte d’orgoglio per chi ci è nato.<br />

An<strong>che</strong> da operazioni culturali come questa a mio parere i brin<strong>di</strong>sini possono<br />

recuperare autostima.<br />

Adolfo Maffei<br />

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i <strong>100</strong> PERSONAGGI DELL’ODONOMASTICA DI BRINDISI<br />

CHE ATTRAVERSANO TUTTA LA STORIA DELLA CITTÀ<br />

Lo stradario <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si conta più <strong>di</strong> mille, tra vie, piazze, vicoli, <strong>la</strong>rghi, parchi,<br />

etc. Ebbene <strong>di</strong> quelle più <strong>di</strong> mille intito<strong>la</strong>zioni, poco più <strong>di</strong> cento sono de<strong>di</strong>cate a<br />

<strong>personaggi</strong> illustri <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si: <strong>personaggi</strong> nati a Brin<strong>di</strong>si, o <strong>che</strong> a Brin<strong>di</strong>si<br />

hanno vissuto e operato significativamente, o <strong>che</strong> con Brin<strong>di</strong>si hanno avuto<br />

una qual<strong>che</strong> speciale re<strong>la</strong>zione.<br />

Po<strong>che</strong> o molte, non è qui importante stabilirlo, ma certo è <strong>che</strong> quelle cento<br />

intito<strong>la</strong>zioni dello stradario citta<strong>di</strong>no, nonostante le molte ed importanti<br />

assenze, costituiscono in una qual<strong>che</strong> misura “uno specchio” del<strong>la</strong><br />

plurimillenaria ed avvincente <strong>storia</strong> del<strong>la</strong> nostra <strong>città</strong>: dal<strong>la</strong> mitologia e dai<br />

gloriosi tempi del<strong>la</strong> repubblica e dell'impero <strong>di</strong> Roma, alle due guerre mon<strong>di</strong>ali<br />

del Novecento, e fin dentro questo Ventunesimo secolo, dopo aver percorso i<br />

secoli dell'Alto e del Basso Me<strong>di</strong>oevo e quin<strong>di</strong> del<strong>la</strong> Modernità e del<strong>la</strong><br />

Contemporaneità. Si tratta, <strong>di</strong> fatto, <strong>di</strong> proprio tutte le epo<strong>che</strong> del<strong>la</strong> <strong>storia</strong><br />

dell'umanità, una <strong>storia</strong> <strong>che</strong> ha avuto Brin<strong>di</strong>si sempre presente e molto spesso<br />

protagonista <strong>di</strong> rilievo.<br />

In effetti, lo scrisse già Fer<strong>di</strong>nand Gregorovius a fine ’800, " I nomi antichi<br />

delle strade sono come tanti capitoli del<strong>la</strong> <strong>storia</strong> del<strong>la</strong> <strong>città</strong> e vanno<br />

mantenuti e rispettati, quali monumenti storici del passato".<br />

Purtroppo non sempre gli antichi toponimi brin<strong>di</strong>sini sono stati mantenuti e<br />

rispettati, giacché, citando Alberto Del Sordo, " Sentimentali a fior <strong>di</strong> pelle<br />

come siamo, facili agli entusiasmi e per nul<strong>la</strong> fred<strong>di</strong> nel considerare le cose,<br />

abbiamo accolto, attraverso i secoli, le ventate <strong>di</strong> novità, come ci giungevano,<br />

e siamo incorsi, an<strong>che</strong> in materia <strong>di</strong> onomastica stradale, in errori, <strong>che</strong> si<br />

sarebbero potuti evitare. Ed è così <strong>che</strong> l'antico degno <strong>di</strong> essere mantenuto e<br />

rispettato, semmai valorizzato, sia stato travolto dall'irruenza del nuovo, non<br />

sempre bello e valido. Inten<strong>di</strong>amo <strong>di</strong>re <strong>che</strong> spesso, senza giustificato motivo,<br />

si è tagliato corto con ciò <strong>che</strong> era anima del passato per far posto al presente,<br />

sotto l'eti<strong>che</strong>tta <strong>di</strong> una maggiore rispondenza a <strong>di</strong>scutibili esigenze culturali e<br />

spirituali e <strong>di</strong> cervellotici aggiornamenti, quando invece presente e passato<br />

potevano convivere, dal momento <strong>che</strong> il presente s'aggancia ineluttabilmente<br />

al passato”. In effetti, quel<strong>la</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, e ce lo ha commentato <strong>di</strong> recente<br />

an<strong>che</strong> Giacomo Carito, è stata ed è tuttora, una toponomastica molto sofferta.<br />

D’altra parte, l'idea <strong>di</strong> raccogliere in un volume i <strong>personaggi</strong> illustri <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si,<br />

in generale o presenti nello stradario citta<strong>di</strong>no in partico<strong>la</strong>re, non è certo stata<br />

una nostra idea originale, visto <strong>che</strong> nello stesso proposito ci hanno preceduto<br />

importanti autori, come Alberto Del Sordo <strong>che</strong> nel 1983 pubblicò “Ritratti<br />

brin<strong>di</strong>sini” e nel 1988 "Toponomastica brin<strong>di</strong>sina del centro storico", o come<br />

Don Pasquale Camassa <strong>che</strong> nel 1897 pubblicò “Guida <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si” e nel 1909<br />

"Brin<strong>di</strong>sini illustri".<br />

Noi, con questo nostro contributo, infatti, solo ci siamo proposti <strong>di</strong> integrare e<br />

complementare il <strong>la</strong>voro <strong>di</strong> quegli illustri autori, cercando <strong>di</strong> seguire una<br />

sistematicità rigorosa, sforzandoci cioè <strong>di</strong> includere proprio tutti i <strong>personaggi</strong><br />

dello stradario citta<strong>di</strong>no legati a Brin<strong>di</strong>si e non solo quel<strong>la</strong> metà <strong>di</strong> loro<br />

costituita dai più famosi e dai più conosciuti e celebrati.<br />

7


Non è stato sempre facile: in alcuni casi, a partire dal<strong>la</strong> stessa in<strong>di</strong>viduazione<br />

<strong>di</strong> tutti i <strong>personaggi</strong> da selezionare e poi, in alcuni altri casi, nel proseguire col<br />

reperimento delle re<strong>la</strong>tive informazioni biografi<strong>che</strong> e bibliografi<strong>che</strong>. Le<br />

<strong>di</strong>fficoltà, inoltre, sono state frequentemente e notevolmente accresciute<br />

dall'insolita quanto riprovevole pratica <strong>di</strong> utilizzare molto spesso, per <strong>la</strong> targa<br />

stradale, unicamente il cognome del <strong>personaggi</strong>o, tra<strong>la</strong>sciando il nome proprio<br />

e non accennando affatto al<strong>la</strong> professione o alle date dello stesso.<br />

L’intenso <strong>la</strong>voro <strong>di</strong> ricerca, comunque facilitato dalle citate pubblicazioni <strong>che</strong><br />

hanno preceduto <strong>la</strong> nostra e dal<strong>la</strong> potenza e universalità del web, ci ha<br />

finalmente molto gratificato, specialmente quando ci ha consentito <strong>di</strong> scoprire<br />

<strong>personaggi</strong> e avvenimenti <strong>che</strong> ci erano del tutto sconosciuti, o quando ci ha<br />

obbligato al<strong>la</strong> ricerca <strong>di</strong>retta, an<strong>che</strong> orale, scomodando, molte volte con<br />

successo, amici esperti del<strong>la</strong> <strong>storia</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, o parenti e conoscenti un po'<br />

più avanti <strong>di</strong> noi con l'età.<br />

Va inoltre segna<strong>la</strong>to, <strong>che</strong> lo stradario brin<strong>di</strong>sino conta an<strong>che</strong> con varie decine<br />

<strong>di</strong> intito<strong>la</strong>zioni re<strong>la</strong>tive non a singoli <strong>personaggi</strong>, ma a famiglie e casati<br />

brin<strong>di</strong>sini, all’incirca una sessantina, le cui storie sarebbe certo interessante<br />

raccogliere e raccontare. Il <strong>la</strong>voro <strong>di</strong> ricerca sarebbe però per tutte quelle storie<br />

certamente molto più complesso ed artico<strong>la</strong>to e magari potrebbe costituire<br />

l’oggetto <strong>di</strong> una nuova fatica e<strong>di</strong>toriale, nostra o <strong>di</strong> altri, tra i tanti nostri amici<br />

brin<strong>di</strong>sini, volenterosi ed appassionati del<strong>la</strong> <strong>storia</strong> del<strong>la</strong> nostra <strong>città</strong>.<br />

E sì, perché innanzitutto <strong>di</strong> passione si tratta, <strong>di</strong> quel<strong>la</strong> stessa passione per<br />

Brin<strong>di</strong>si e per <strong>la</strong> sua <strong>storia</strong> <strong>che</strong> in primis ci ha spinto a produrre questo<br />

modesto contributo, <strong>che</strong> ci auguriamo possa essere gra<strong>di</strong>to a molti, rivolto<br />

principalmente ai giovani e a quei tanti, troppi, brin<strong>di</strong>sini <strong>che</strong> poco conoscono<br />

del<strong>la</strong> propria <strong>storia</strong> citta<strong>di</strong>na: una <strong>storia</strong> ricchissima, <strong>di</strong> una <strong>città</strong> antichissima,<br />

crocevia <strong>di</strong> popoli, spe<strong>di</strong>zioni e imprese, <strong>che</strong> meriterebbe, a partir dai propri<br />

stessi abitanti, ben altra considerazione e rivalutazione.<br />

Quando poi, al<strong>la</strong> fine del <strong>la</strong>voro, si è trattato <strong>di</strong> deciderne <strong>la</strong> presentazione,<br />

quell'idea dello "specchio del<strong>la</strong> <strong>storia</strong> citta<strong>di</strong>na" ci ha indotto a preferire<br />

l’impaginazione in or<strong>di</strong>ne cronologico e non alfabetico: per chi, infatti,<br />

scegliesse <strong>di</strong> scorrere sistematicamente tutte le cento pagine del libro, potrebbe<br />

essere un po' come, con una certa dose <strong>di</strong> fantasia, scorrere le pagine del<strong>la</strong><br />

<strong>storia</strong> del<strong>la</strong> nostra <strong>città</strong>. E proprio partendo da quel<strong>la</strong> stessa idea, e per meglio<br />

risaltar<strong>la</strong>, abbiamo costruito il titolo <strong>di</strong> questo volume, riferendolo ai:<br />

“…<strong>personaggi</strong>…<strong>che</strong> <strong>attraversano</strong> <strong>la</strong> <strong>storia</strong> del<strong>la</strong> <strong>città</strong>”.<br />

Per chi, invece, volesse solo rintracciare uno specifico <strong>personaggi</strong>o o una<br />

specifica via o piazza, abbiamo comunque pensato bene <strong>di</strong> includere, in coda,<br />

un in<strong>di</strong>ce alfabetico sul<strong>la</strong> base del cognome <strong>di</strong> ogni intito<strong>la</strong>zione.<br />

E per concludere, esterniamo <strong>la</strong> speranza e l’auspicio <strong>che</strong> piaccia a molti,<br />

questo contributo al<strong>la</strong> conservazione e al<strong>la</strong> <strong>di</strong>ffusione del<strong>la</strong> "memoria storica"<br />

del<strong>la</strong> nostra Brin<strong>di</strong>si. Buona lettura!<br />

Gianfranco Perri & Marco Martinese<br />

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i <strong>100</strong> PERSONAGGI DELL’ODONOMASTICA DI BRINDISI<br />

CHE ATTRAVERSANO TUTTA LA STORIA DELLA CITTÀ<br />

Statisti<strong>che</strong><br />

Dal<strong>la</strong> Brin<strong>di</strong>si Romana …………………………………..……..…….. 10<br />

Sindaci <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si …………………………………………….…...…… 7<br />

Arcivescovi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si ………………………………..…………….… 7<br />

Militari del<strong>la</strong> Marina ………………………………………….…..…….. 7<br />

Militari dell’Aeronautica ………………………………………..…...… 7<br />

Canonici e Presbiteri ………………………………………….……......7<br />

Medaglie d’oro ………………………………………………….….…… 6<br />

Politici …………………………………………………………..….…….. 6<br />

Umanisti Giuristi e Me<strong>di</strong>ci ………………………………………..…… 6<br />

Condottieri ……………………………………………………..…….….. 5<br />

Patrioti ………………………………………………………….…….….. 5<br />

Scrittori e Poeti …………………………………………...….…......….. 5<br />

Attori Cantanti e Musicisti…………………………………...…..…..... 5<br />

Santi ……………………………………………………………….…..…. 4<br />

Storici e Ar<strong>che</strong>ologi ……………………………………….………..….. 4<br />

Benefattori …………………………………………………....…..…..… 4<br />

Giovani citta<strong>di</strong>ni ……………………………….……………...………... 3<br />

Pittori ………………………………………………………………......… 3<br />

Re e Imperatori ……………………………………………..………..…. 3<br />

Militari dell’Esercito ………………………………………..………….. 2<br />

Militari del<strong>la</strong> Finanza …………………………………………..…….… 2<br />

Ingegneri militari ……………………………………………..………… 2<br />

Scientifici …………………………………………………………..….… 2<br />

Impresari …………………………..……… ………………............…… 2<br />

Papi ……………………………………………………….…...…..……... 2<br />

9


10


i <strong>100</strong> PERSONAGGI DELL’ODONOMASTICA DI BRINDISI<br />

CHE ATTRAVERSANO TUTTA LA STORIA DELLA CITTÀ<br />

Nome Data <strong>di</strong> nascita – Data <strong>di</strong> morte Pagina


17 luglio


<br />

<br />

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<br />

<br />

<br />

M,e


14


ERCOLE BRINDISINO<br />

(Tebe, XII Secolo a.C.)<br />

Ercole, l’Eracle greco e l’Hercules <strong>la</strong>tino, fu tra le maggiori <strong>di</strong>vinità cui i Brin<strong>di</strong>sini professarono<br />

a lungo il loro culto. Una delle ipotesi leggendarie sull'origine epica del nome <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si è,<br />

infatti, <strong>che</strong> esso derivi dal nome <strong>di</strong> Brento, figlio <strong>di</strong> Ercole, <strong>che</strong> <strong>la</strong> fondò con il nome <strong>di</strong><br />

Brentension ben più <strong>di</strong> mille anni a.C.<br />

Ercole, figlio <strong>di</strong> Zeus e <strong>di</strong> Alcmena, venne educato a Tebe, in ogni <strong>di</strong>sciplina da uno specialista<br />

mitico: da Eurito nell'arco, da Autolico nel<strong>la</strong> lotta, nelle armi da Castore e da Lino nel<strong>la</strong> musica<br />

e <strong>la</strong> scrittura. Di natura selvaggia, Ercole uccise Lino e per punizione fu mandato a custo<strong>di</strong>re il<br />

gregge. A 18 anni, Ercole <strong>di</strong>ede prova del<strong>la</strong> sua forza uccidendo un leone, terrore del paese<br />

governato da Tespio, padre <strong>di</strong> 50 figlie e, in premio, generò un figlio con ciascuna <strong>di</strong> esse.<br />

Vinta una guerra, ottenne in ricompensa da Creonte, re <strong>di</strong> Tebe, <strong>la</strong> figlia Megara per moglie,<br />

dal<strong>la</strong> quale ebbe tre figli, <strong>che</strong> uccise in un eccesso <strong>di</strong> follia. L’oracolo <strong>di</strong> Delfi gli impose le<br />

do<strong>di</strong>ci fati<strong>che</strong> per <strong>la</strong> durata <strong>di</strong> do<strong>di</strong>ci anni come prezzo per <strong>la</strong> sua immortalità, e l e stesse<br />

furono an<strong>che</strong> considerate essere state imposte proprio per espiare l'uccisione dei figli.<br />

Lo storico brin<strong>di</strong>sino Giambattista Casimiro, il quale nel<strong>la</strong> sua “Episto<strong>la</strong> Apologetica” impostò <strong>la</strong><br />

leggenda del<strong>la</strong> fondazione erculea <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, scrisse <strong>che</strong> an<strong>che</strong> le colonne -al tempo<br />

considerate terminali del<strong>la</strong> via Appia- furono consacrate a Ercole.<br />

Una statua <strong>di</strong> marmo bianco rappresentante Ercole giovanetto, con nel<strong>la</strong> mano destra i pomi<br />

d’oro delle Esperi<strong>di</strong>, con l’altra stringendo un arco spezzato e con <strong>la</strong> pelle del leone Nemeo<br />

pendente dal braccio sinistro, fu casualmente ritrovata il 7 ottobre 1762 nei pressi del<strong>la</strong> chiesa<br />

<strong>di</strong> San Paolo, in occasione <strong>di</strong> <strong>la</strong>vori <strong>di</strong> scavo: l’Ercole Brin<strong>di</strong>sino, datato al IIº Secolo d.C.<br />

Su <strong>di</strong>sposizione del re Fer<strong>di</strong>nando IV Borbon, <strong>la</strong> statua fu trasferita al Museo <strong>di</strong> Napoli, e i l<br />

Decurionato brin<strong>di</strong>sino ne fece fare un r itratto su te<strong>la</strong>, <strong>che</strong> fu collocato nel<strong>la</strong> sa<strong>la</strong> delle<br />

adunanze del<strong>la</strong> Curia dei Nobili. Poi, nei primi anni del Novecento, il ritratto fu esposto nel<br />

tempio <strong>di</strong> San Giovanni al Sepolcro, sede del Museo Civico e, finalmente, tras<strong>la</strong>to nel<strong>la</strong> sede<br />

del<strong>la</strong> Biblioteca provinciale, attuale sede del Museo Ar<strong>che</strong>ologico Provinciale Ribezzo.<br />

Nel 1959 <strong>la</strong> strada nei pressi del luogo del rinvenimento del<strong>la</strong> statua, fu i ntito<strong>la</strong>ta all’Ercole<br />

Brin<strong>di</strong>sino. Nel 1963, n el Museo brin<strong>di</strong>sino fu esposto un calco del<strong>la</strong> statua, con leggibili i<br />

segni del restauro, con l’integrazione del pie<strong>di</strong>stallo, dei pie<strong>di</strong> e del<strong>la</strong> mano destra. Finalmente,<br />

il 19 giugno 2013, <strong>la</strong> statua originale dell’Ercole ritornò a Brin<strong>di</strong>si, in visita, permanendo tuttora<br />

esposta nel Museo Ar<strong>che</strong>ologico Provinciale in attesa dell’auspicabile rientro definitivo.<br />

15


MARCO VALERIO<br />

(Roma, 250 a.C. circa – Roma, 200 a.C.)<br />

Fu, Marco Valerio Levino, un generale del<strong>la</strong> repubblica romana e fu an<strong>che</strong> un importante<br />

politico <strong>che</strong> fu eletto console <strong>di</strong> Roma. Difese Brin<strong>di</strong>si da Annibale ed ebbe il comando <strong>di</strong> legioni<br />

e flotte <strong>che</strong>, salpando da Brin<strong>di</strong>si, operarono sul<strong>la</strong> Grecia e sul<strong>la</strong> Croazia, contro i Macedoni.<br />

All’inizio del 215 a.C., anno successivo al<strong>la</strong> c<strong>la</strong>morosa sconfitta romana, subita nel<strong>la</strong> battaglia <strong>di</strong><br />

Canne del 216 a.C . per mano <strong>di</strong> Annibale, Marco Valerio era praetor peregrinorum e si<br />

occupava, quin<strong>di</strong>, essenzialmente delle controversie <strong>che</strong> coinvolgevano gli stranieri presenti a<br />

Roma. In quel periodo <strong>di</strong> grande crisi per <strong>la</strong> repubblica romana, molti magistrati ebbero<br />

esplicitamente affidati coman<strong>di</strong> militari e Marco Valerio ricevette quello <strong>di</strong> una legione e <strong>di</strong> una<br />

flotta <strong>di</strong> venticinque vascelli appena rientrate dal<strong>la</strong> Sicilia: forze quelle, con cui fu incaricato <strong>di</strong><br />

control<strong>la</strong>re l’Apulia.<br />

Prima <strong>di</strong> raggiungere l’Apulia, agli inizi dell’autunno, Marco Valerio riprese tre <strong>città</strong> degli Irpini<br />

<strong>che</strong> si erano ribel<strong>la</strong>te e passate dal<strong>la</strong> parte <strong>di</strong> Annibale dopo <strong>la</strong> sconfitta romana a Canne.<br />

Quin<strong>di</strong> si acquartierò con <strong>tutta</strong> <strong>la</strong> legione, finché il console Tiberio Sempronio Gracco lo inviò a<br />

Brun<strong>di</strong>sium, incaricandolo <strong>di</strong> <strong>di</strong>fendere le coste dell’agro salentino, specificamente pattugliando<br />

il litorale tra Brin<strong>di</strong>si e Taranto, e sorvegliando i movimenti del re Filippo V <strong>di</strong> Macedonia, in vista<br />

<strong>di</strong> una possibile guerra con quel paese <strong>che</strong> minacciava <strong>di</strong> espandersi sul<strong>la</strong> Grecia.<br />

Così, il generale Marco Valerio Levino s’inse<strong>di</strong>ò stabilmente a Brin<strong>di</strong>si e vi rimase finché, nel<br />

214 a.C., salpò con <strong>la</strong> sua legione per attraversare l’Adriatico e sbarcare in Croazia, da dove<br />

condusse una campagna vittoriosa contro Filippo V, <strong>che</strong> si ritirò precipitosamente in Macedonia.<br />

Si racconta <strong>che</strong> quando Annibale -dopo <strong>la</strong> battaglia <strong>di</strong> Herdonea sul finire dell’anno 212 a.C.- si<br />

accinse a conquistare Brin<strong>di</strong>si per punir<strong>la</strong> del<strong>la</strong> sua imperterrita fedeltà a Roma e soprattutto per<br />

impadronirsi del suo strategico porto, scoprì <strong>che</strong> le <strong>di</strong>fese del<strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>che</strong> aveva fatto apprestare<br />

Marco Valerio erano così valide <strong>che</strong> stimò prudente rinunciare al<strong>la</strong> conquista e tornare in<strong>di</strong>etro.<br />

Per il comportamento del<strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si in quel delicato frangente, il Senato romano lodò <strong>la</strong><br />

devozione e fedeltà del<strong>la</strong> <strong>città</strong> e Marco Valerio fu, da allora, considerato salvatore dai Brin<strong>di</strong>sini.<br />

Nel 210 a.C . Marco Valerio fu el etto console e rientrò a R oma. Fu quin<strong>di</strong> governatore del<strong>la</strong><br />

Sicilia, da lui stesso liberata da Annibale nel 208 a.C. e nel 204 a.C. rientrò ancora a Roma, da<br />

dove, nel 201 a.C. all'inizio del<strong>la</strong> seconda guerra macedonica, fu inviato <strong>di</strong> nuovo in Grecia<br />

settentrionale con una flotta e un esercito e da lì poté inviare a Roma un rapporto sulle<br />

preparazioni militari <strong>di</strong> Filippo, grazie al quale Roma poté impulsare <strong>la</strong> sua lotta finale contro il<br />

macedone.<br />

Marco Valerio Levino morì nel 200 a.C. e i figli Publio e Marco ne onorarono <strong>la</strong> memoria con<br />

giochi funebri e combattimenti g<strong>la</strong><strong>di</strong>atorii, celebrati per quattro giorni consecutivi nel foro.<br />

16


MARCO PACUVIO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 220 a.C. – Taranto, 130 a.C.)<br />

Fu scrittore, poeta e pittore, uno dei principali trage<strong>di</strong>ografi <strong>la</strong>tini. Nacque a Brin<strong>di</strong>si nel seno<br />

<strong>di</strong> una famiglia patrizia. Sua madre era sorel<strong>la</strong> <strong>di</strong> Quinto Ennio, uno dei padri del<strong>la</strong> letteratura<br />

<strong>la</strong>tina <strong>che</strong> vantava nobile ascendenza messapica, con il quale Marco Pacuvio si recò<br />

a Roma nel 204 a.C. Lì abitò presso il tempio <strong>di</strong> Minerva e iniziò ad insegnare poesia; lì fu<br />

amico <strong>di</strong> Emilio Paolo il console conquistatore del<strong>la</strong> Macedonia e fu ospite <strong>di</strong> Gaio Lelio; e lì<br />

frequentò il circolo <strong>di</strong> Scipione Emiliano e scrisse gran parte delle sue trage<strong>di</strong>e.<br />

Dal<strong>la</strong> testimonianza <strong>di</strong> Plinio il Vecchio, risulta <strong>che</strong> Marco Pacuvio abbia esercitato an<strong>che</strong> il<br />

mestiere <strong>di</strong> pittore. Partico<strong>la</strong>rmente esiguo risultò, infatti, il numero delle opere scritte<br />

prodotte da Pacuvio e, considerando <strong>che</strong> fu attivo fino all'estrema vecchiaia, ciò può essere<br />

forse spiegato dal<strong>la</strong> sua de<strong>di</strong>cazione all’attività pittorica.<br />

Scelse generalmente il suo repertorio letterario fra i miti del mondo ellenico, pre<strong>di</strong>ligendo<br />

quelli a sfondo pastorale o i<strong>di</strong>lliaco. Descrisse sapientemente paesaggi ed eventi naturali,<br />

sapendo conferire ai <strong>personaggi</strong> delle sue trage<strong>di</strong>e una forza drammatica <strong>che</strong> affascinava il<br />

pubblico romano e <strong>che</strong> fu apprezzata dallo stesso Cicerone.<br />

La cura <strong>che</strong> Pacuvio riservò alle sue opere gli procurò, mentre era ancora in vita, <strong>la</strong> fama <strong>di</strong><br />

eru<strong>di</strong>to. Ciò non precluse comunque a Pacuvio <strong>la</strong> possibilità <strong>di</strong> riscuotere un ampio successo<br />

<strong>di</strong> pubblico presso il popolo romano e presso i suoi contemporanei: l’ampia <strong>di</strong>ffusione e il<br />

gra<strong>di</strong>mento delle sue opere testimoniarono inoltre <strong>la</strong> capacità del pubblico romano <strong>di</strong><br />

apprezzare un testo teatrale serio.<br />

L’autore satirico Gaio Lucilio, attivo nel<strong>la</strong> seconda metà del II secolo a.C., nell’affermare <strong>la</strong><br />

sua nuova poetica legata all’esperienza personale, prese le <strong>di</strong>stanze dal<strong>la</strong> poetica tragica <strong>di</strong><br />

Ennio, ma soprattutto dei contemporanei Pacuvio e Accio, <strong>che</strong> tentarono, a suo giu<strong>di</strong>zio, <strong>di</strong><br />

affascinare il pubblico proponendogli esclusivamente storie <strong>di</strong> esseri fantastici quali serpenti<br />

a<strong>la</strong>ti o draghi vo<strong>la</strong>nti. Tale critica, dettata dunque da ragioni personali legate al modo <strong>di</strong><br />

intendere l’attività letteraria stessa, nul<strong>la</strong> tolse comunque al vasto successo <strong>che</strong> Pacuvio<br />

riscosse tra i suoi contemporanei.<br />

Del poeta brin<strong>di</strong>sino si conoscono ad oggi, solo tre<strong>di</strong>ci trage<strong>di</strong>e scritte, <strong>di</strong> cui le due più<br />

famose sono Antiopa e Medea, <strong>che</strong> lo portarono ad essere giu<strong>di</strong>cato da Cicerone come il<br />

maggior tragico <strong>la</strong>tino.<br />

Ancora attivo nel 140 a.C., all’età <strong>di</strong> ottant’anni, Marco Pacuvio compose una trage<strong>di</strong>a <strong>che</strong><br />

mise in scena in competizione con il giovane Lucio Accio. Poco più tar<strong>di</strong>, <strong>tutta</strong>via, il vecchio<br />

Pacuvio, ma<strong>la</strong>to, fu costretto a ritirarsi a Taranto, dove, attorno al 135 a.C. ricevette <strong>la</strong> visita<br />

dello stesso Accio <strong>che</strong> si apprestava a partire per un viaggio in Asia, e dove nel 130 a.C.<br />

morì novantenne.<br />

17


LUCIO RAMNIO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, II Secolo a.C.)<br />

Fu un ricco e nobile brin<strong>di</strong>sino, forse <strong>di</strong> ascendenze an<strong>che</strong> messapi<strong>che</strong>, vissuto ai tempi<br />

del<strong>la</strong> repubblica romana. Splen<strong>di</strong>do anfitrione, mantenne ottimi rapporti d’amicizia con<br />

generali, ambasciatori e legati romani e stranieri <strong>di</strong> alto rango, <strong>che</strong> ad ogni occasione ospitò<br />

generosamente a Brin<strong>di</strong>si, ai suoi tempi il principale ponte tra l’occidente e l’oriente.<br />

Fu, così, conosciuto an<strong>che</strong> da Perseo, il re del<strong>la</strong> Macedonia, con il quale mantenne<br />

ami<strong>che</strong>vole corrispondenza, e questi nel 172 lo volle come ospite al<strong>la</strong> sua corte dove gli fu<br />

fatta confidenza del progetto militare macedone contro Roma, e dove gli fu chiesto <strong>di</strong><br />

avvelenare i generali romani <strong>che</strong> avrebbe ospitato nel loro passaggio da Brin<strong>di</strong>si.<br />

Ramnio, astutamente, fece credere a Perseo <strong>di</strong> volerlo assecondare e così poté<br />

accomiatarsi dal re macedone indenne. Invece, si recò nascostamente a Negroponte dal<br />

legato romano Caio Valerio e, portato da questi, si <strong>di</strong>resse a Roma, dove mise al corrente<br />

del piano i senatori, offrendo con ciò a Roma, il comodo pretesto per una nuova guerra.<br />

Fu così <strong>che</strong>, con le prove delle possibili azioni militari antiromane da parte <strong>di</strong> Perseo, il<br />

Senato decise <strong>di</strong> raccogliere l’appello del re <strong>di</strong> Pergamo, Eumene II, il quale preoccupato<br />

dalle mire espansionisti<strong>che</strong> <strong>di</strong> Perseo, aveva chiesto aiuto a Roma. Il Senato quin<strong>di</strong> or<strong>di</strong>nò<br />

ad un forte esercito <strong>di</strong> attaccare <strong>la</strong> Macedonia. E nel 168 a.C. l’esercito comandato dal<br />

console Paolo Emilio salpò proprio da Brin<strong>di</strong>si, dando inizio al<strong>la</strong> terza guerra macedonica,<br />

<strong>che</strong> si concluse a favore <strong>di</strong> Roma con <strong>la</strong> battaglia <strong>di</strong> Pidna il 22 giugno <strong>di</strong> quell’anno.<br />

Roma, riconoscente al brin<strong>di</strong>sino Ramnio, fedele e incorrotto, ne rese immortale il nome,<br />

facendolo celebrare da Tito Livio, il quale gli consacrò una pagina del<strong>la</strong> sua famosa “Storia”<br />

definendolo quale personalità preminente nelle reti <strong>di</strong> re<strong>la</strong>zione tra Grecia e Italia: aveva<br />

stretta amicizia con le èlite romane da un <strong>la</strong>to e principi del mondo greco ellenistico dall’altro.<br />

18


LENIO FLACCO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, II Secolo a.C. – I Secolo a.C.)<br />

Fu un nobile mecenate brin<strong>di</strong>sino, appartenente al<strong>la</strong> famiglia Laenia, patrizia, originaria del<strong>la</strong><br />

potente colonia romana.<br />

Trasformò <strong>la</strong> sua casa in un cenacolo <strong>di</strong> culture, ospitando artisti, letterati, poeti e scienziati.<br />

Tra i più celebri suoi ospiti ci furono il poeta e parente Orazio e, in partico<strong>la</strong>re e in più<br />

occasioni, l’amico fraterno Marco Tullio Cicerone.<br />

L’oratore nei suoi scritti lodò l’ospitalità ed am icizia del<strong>la</strong> famiglia F<strong>la</strong>cco, in partico<strong>la</strong>re in<br />

occasione del suo esilio del 58 a.C. quando fu allontanato da Roma per effetto del<strong>la</strong> legge <strong>di</strong><br />

Clo<strong>di</strong>o. Giunto a Brin<strong>di</strong>si decise <strong>di</strong> restare incognito, ma l’amico brin<strong>di</strong>sino lo ospitò per tre<strong>di</strong>ci<br />

giorni nei suoi orti, sulle collinette a nord del<strong>la</strong> <strong>città</strong>, e organizzò una nave comoda per il suo<br />

viaggio verso Durazzo, noncurante del <strong>di</strong>vieto imposto dal<strong>la</strong> stessa legge <strong>che</strong> prevedeva <strong>la</strong><br />

confisca dei beni an<strong>che</strong> a chi avesse aiutato l’esule.<br />

Da una lettera <strong>di</strong> Cicerone al<strong>la</strong> moglie e ai figli:<br />

«… Sono rimasto tre<strong>di</strong>ci giorni a B rin<strong>di</strong>si ospite <strong>di</strong> M. Lenio F<strong>la</strong>cco; un uomo eccezionale<br />

<strong>che</strong>, pur <strong>di</strong> salvarmi, ha affrontato il pericolo <strong>di</strong> perdere i suoi beni e <strong>la</strong> stessa vita, né si è<br />

<strong>la</strong>sciato <strong>di</strong>stogliere dal compiere i doveri sacri dell’ospitalità e dell’amicizia dal<strong>la</strong> pena sancita<br />

da una l egge iniqua. Oh, potessi un giorno <strong>di</strong>mostrargli <strong>la</strong> mia gratitu<strong>di</strong>ne! Ad ogni modo<br />

essa durerà eterna…»<br />

L’anno successivo, con <strong>la</strong> revoca dell’esilio, Cicerone fece ritorno a Brin<strong>di</strong>si il 5 agosto dove<br />

fu accolto dal<strong>la</strong> moglie Terenzia e dal<strong>la</strong> figlia Tullio<strong>la</strong> venute al suo incontro da Roma, dagli<br />

amici brin<strong>di</strong>sini e dal <strong>la</strong> famiglia F<strong>la</strong>cco, <strong>che</strong> organizzò an<strong>che</strong> sontuosi festeggiamenti. E<br />

an<strong>che</strong> <strong>di</strong> quel<strong>la</strong> accoglienza Cicerone parlò nel Senato romano usando termini <strong>di</strong> grande<br />

elogio.<br />

A Brin<strong>di</strong>si fu intito<strong>la</strong>to a Marco Lenio F<strong>la</strong>cco l’Istituto Tecnico Commerciale del<strong>la</strong> <strong>città</strong>.<br />

19


CICERONE<br />

(Arpino, 3 gennaio 106 a.C. – Formia, 7 <strong>di</strong>cembre 43 a.C.)<br />

Fu, Marco Tullio Cicerone, un grande politico, senatore, scrittore e filosofo romano. Visitò e<br />

<strong>di</strong>morò più volte a Brin<strong>di</strong>si, ospite privilegiato del suo amico brin<strong>di</strong>sino Lenio F<strong>la</strong>cco.<br />

Esponente <strong>di</strong> un’agiata famiglia dell’or<strong>di</strong>ne equestre, Cicerone fu una delle figure più rilevanti<br />

<strong>di</strong> <strong>tutta</strong> l ’antichità romana. La s ua vastissima produzione letteraria, <strong>che</strong> va dalle orazioni<br />

politi<strong>che</strong> agli scritti <strong>di</strong> filosofia e retorica, oltre a offrire un prezioso ritratto del<strong>la</strong> società<br />

romana negli ultimi travagliati anni del<strong>la</strong> repubblica, rimase come esempio, tanto da poter<br />

essere considerata il modello del<strong>la</strong> letteratura <strong>la</strong>tina c<strong>la</strong>ssica. Attraverso l’opera <strong>di</strong> Cicerone,<br />

grande ammiratore del<strong>la</strong> cultura greca, i Romani poterono an<strong>che</strong> acquisire una migliore<br />

conoscenza del<strong>la</strong> filosofia. Tra i suoi maggiori contributi al<strong>la</strong> cultura <strong>la</strong>tina ci fu senza dubbio<br />

<strong>la</strong> creazione <strong>di</strong> un lessico filosofico <strong>la</strong>tino e tra le opere fondamentali per <strong>la</strong> comprensione del<br />

mondo <strong>la</strong>tino si collocano le sue Epistu<strong>la</strong>e.<br />

Cicerone svolse per molti anni an<strong>che</strong> un r uolo <strong>di</strong> primaria importanza nel mondo del<strong>la</strong><br />

politica: dopo aver salvato <strong>la</strong> repubblica dal tentativo eversivo <strong>di</strong> Lucio Sergio Catilina ed<br />

aver così ottenuto l’appel<strong>la</strong>tivo <strong>di</strong> pater patriae, negli anni delle guerre civili <strong>di</strong>fese<br />

strenuamente fino al<strong>la</strong> sua morte una repubblica giunta ormai all’ultimo respiro e destinata a<br />

trasformarsi nel principatus augusteo.<br />

Cicerone visitò Brin<strong>di</strong>si più volte nei suoi viaggi <strong>di</strong> gioventù per <strong>la</strong> Grecia e nel 58 a.C. <strong>di</strong>morò<br />

in <strong>città</strong> tre<strong>di</strong>ci giorni, ospite in casa del suo amico Lenio F<strong>la</strong>cco, prima <strong>di</strong> partire -via Durazzo<br />

il 29 aprile- per l’esilio a Salonicco, a scontare <strong>la</strong> condanna impostagli con <strong>la</strong> legge Clo<strong>di</strong>a dai<br />

partitari <strong>di</strong> Cesare. L’anno seguente Cicerone ebbe per ò annul<strong>la</strong>ta <strong>la</strong> sua condanna e<br />

raggiunse Brin<strong>di</strong>si il 5 agosto incontrandovi <strong>la</strong> figlia Tullio<strong>la</strong> e rimanendovi pochi giorni, prima<br />

<strong>di</strong> proseguire per Roma. Il 24 novembre del 50 a.C. Cicerone fu <strong>di</strong> nuovo a Brin<strong>di</strong>si, <strong>di</strong> ritorno<br />

dal<strong>la</strong> Cilicia dove, nominato da Pompeo, era stato per qual<strong>che</strong> anno proconsole governatore.<br />

E a Brin<strong>di</strong>si incontrò <strong>la</strong> moglie Terenzia, venutagli incontro. Finalmente, a Brin<strong>di</strong>si, Cicerone<br />

dovette an<strong>che</strong> patire il suo ultimo lungo esilio, dopo Farsalo, dal novembre 48 al settembre<br />

47 a.C., durante il quale maturò an<strong>che</strong> il <strong>di</strong>vorzio. Un esilio <strong>di</strong>sagiato, per le con<strong>di</strong>zioni<br />

economi<strong>che</strong> e morali: considerato un <strong>di</strong>sertore dai pompeani <strong>che</strong> non aveva seguito in Africa<br />

e un nemico dai cesariani ai quali non aveva ancora aderito.<br />

Cicerone, perdonato da Cesare, tornò a Roma tentando <strong>di</strong> mantenersi al margine delle lotte<br />

politico-civili <strong>che</strong> dominarono quegli ultimi anni del<strong>la</strong> repubblica. Dopo l’assassinio <strong>di</strong> Cesare,<br />

finalmente, si schierò contro Antonio, scrivendo nel 44-43 a.C. le famose Filippi<strong>che</strong>, e questi<br />

lo fece perciò assassinare da sicari <strong>che</strong> lo raggiunsero nel<strong>la</strong> sua vil<strong>la</strong> <strong>di</strong> Formia nel <strong>di</strong>cembre<br />

dello stesso 43 a.C.<br />

20


VIRGILIO<br />

(Mantova, 15 ottobre 70 a.C. – Brin<strong>di</strong>si, 21 settembre 19 a.C.)<br />

Fu, Publio Virgilio Marone, un grande poeta romano, uno dei maggiori poeti <strong>la</strong>tini. Nacque a<br />

Andes, nei pressi <strong>di</strong> Mantova, figlio <strong>di</strong> piccoli proprietari terrieri re<strong>la</strong>tivamente agiati, con <strong>la</strong><br />

madre, Magia Pol<strong>la</strong>, figlia <strong>di</strong> un facoltoso mercante, Magio, al cui servizio aveva <strong>la</strong>vorato il<br />

padre. Compì i primi stu<strong>di</strong> a C remona e poi si trasferì a Mi<strong>la</strong>no e qui n<strong>di</strong> a R oma, dove<br />

completò <strong>la</strong> sua formazione retorica e c onobbe importanti politici e l etterati, tra i quali<br />

Cornelio Gallo, Alfeno Varo e A sinio Pollione. In seguito, nel 42 a.C ., si trasferì a Napoli,<br />

interessandosi al<strong>la</strong> filosofia.<br />

L’amore per <strong>la</strong> natura, per l’umile <strong>la</strong>voro dei campi e il gusto per l’umanizzazione del mito,<br />

fecero <strong>di</strong> Virgilio un grande e unico poeta, molto imitato e commentato durante il Me<strong>di</strong>oevo e<br />

il Rinascimento. Dante Alighieri lo elevò a simbolo <strong>di</strong> saggezza e a ruolo <strong>di</strong> guida nel<strong>la</strong> Divina<br />

Comme<strong>di</strong>a.<br />

Visse in un periodo <strong>che</strong> vide consumarsi le istituzioni repubblicane tra lo svolgersi delle tante<br />

guerre civili e sentì perciò molto vivo il desiderio <strong>di</strong> pace e <strong>di</strong> or<strong>di</strong>ne per cui vide in Ottaviano,<br />

del quale <strong>di</strong>venne amico, il protagonista e il restauratore del<strong>la</strong> romanità.<br />

Fu a Brin<strong>di</strong>si con il famoso viaggio del<strong>la</strong> primavera del 37 a.C. compiuto insieme ad Orazio e<br />

Mecenate, in rappresentanza <strong>di</strong> Ottaviano ai colloqui con Marco Antonio <strong>che</strong> portarono a<br />

rinnovare il “Foedus Brun<strong>di</strong>sinum” stipu<strong>la</strong>to tre anni prima.<br />

L’esproprio delle terre paterne indusse Virgilio a comporre le Bucoli<strong>che</strong>, con cui ottenne un<br />

imme<strong>di</strong>ato successo <strong>che</strong> gli aprì le porte del circolo <strong>di</strong> Mecenate. Si concentrò quin<strong>di</strong><br />

nell’impegno letterario e fu proprio su invito <strong>di</strong> Mecentate <strong>che</strong> compose le Georgi<strong>che</strong>,<br />

un’opera più impegnata ideologicamente e politicamente. Più tar<strong>di</strong>, si de<strong>di</strong>cò interamente al<strong>la</strong><br />

stesura dell’Eneide. Fu tanto preso da quel poema epico, <strong>che</strong> si recò più volte nei luoghi <strong>che</strong><br />

vi facevano da sfondo, finché, dal porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, intraprese il suo ultimo viaggio in Grecia,<br />

<strong>che</strong> fu poi fatale al<strong>la</strong> sua salute.<br />

Morì a Brin<strong>di</strong>si poco dopo il ritorno, già amma<strong>la</strong>to, dal<strong>la</strong> Grecia. E Ottaviano, rientrando dal<strong>la</strong><br />

campagna in Armenia, giunse a Brin<strong>di</strong>si al capezzale dell’amico Virgilio, nel<strong>la</strong> casa <strong>che</strong> <strong>la</strong><br />

tra<strong>di</strong>zione popo<strong>la</strong>re vuole fosse sita sul<strong>la</strong> collina occidentale prospicente al porto, in cima<br />

all’attuale scalinata, detta, appunto, Virgilio.<br />

Nelle sue ultime ore <strong>di</strong> vita, Virgilio chiese <strong>di</strong> bruciare i suoi manoscritti dell’Eneide perché<br />

incompiuta, e fu proprio l’intervento provvidenziale <strong>di</strong> Augusto a impe<strong>di</strong>re quelle <strong>di</strong>sposizioni.<br />

E così i due amici <strong>di</strong> Virgilio, <strong>che</strong> lo accompagnarono a Brin<strong>di</strong>si, Vario Rufo e Plozio Tucca,<br />

poterono salvare e quin<strong>di</strong> pubblicare l’Eneide. I resti del grande poeta furono poi trasportati a<br />

Napoli, dove furono custo<strong>di</strong>ti in un tumulo tutt’ora visibile, sul<strong>la</strong> collina <strong>di</strong> Posillipo.<br />

21


AUGUSTO IMPERATORE<br />

(Roma, 23 settembre 63 a.C. – No<strong>la</strong>, 19 agosto 14 d.C.)<br />

Fu, Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, il primo imperatore romano. Il suo nome al<strong>la</strong> nascita<br />

fu Gaius Octavius, omonimo del padre biologico Gaio Ottavio, uomo d’affari <strong>che</strong> ottenne cari<strong>che</strong><br />

pubbli<strong>che</strong> e un pos to nel Senato. La madre, Azia maggiore, appartenne a una famiglia dagli<br />

illustri natali: figlia del<strong>la</strong> sorel<strong>la</strong> <strong>di</strong> Cesare, Giulia minore, e <strong>di</strong> Marco Azio Balbo.<br />

Octavius, quin<strong>di</strong> pronipote <strong>di</strong> Cesare, in seguito all’adozione testamentaria <strong>di</strong> Cesare, assunse il<br />

nome ufficiale <strong>di</strong> Gaius Iulius Caesar, l’8 maggio del 44 a.C. Il giovane Ottaviano, al<strong>la</strong> notizia del<br />

magnici<strong>di</strong>o del 15 marzo, giunse a Roma il 21 maggio, dopo <strong>che</strong> i cesarici<strong>di</strong> <strong>la</strong>sciarono <strong>la</strong> <strong>città</strong><br />

grazie ad un’amnistia concessa dal console superstite, Marco Antonio, e si affrettò a riven<strong>di</strong>care<br />

l’ere<strong>di</strong>tà del padre adottivo, chiedendo <strong>di</strong> entrare in possesso dei beni familiari.<br />

Antonio, in qualità <strong>di</strong> console e c apo del<strong>la</strong> fazione cesariana, procrastinò però il versamento<br />

adducendo <strong>la</strong> necessità <strong>di</strong> attendere <strong>che</strong> una lex curiata del Senato ratificasse il testamento del<br />

defunto. Ottaviano decise allora, impegnando i propri beni, <strong>di</strong> anticipare al popolo le somme <strong>che</strong><br />

Cesare aveva <strong>la</strong>sciato nel suo testamento e <strong>di</strong> eseguire i giochi per <strong>la</strong> vittoria <strong>di</strong> Farsalo.<br />

Ottenne così <strong>che</strong> molti dei cesariani si schierassero dal<strong>la</strong> sua parte contro Antonio, suo <strong>di</strong>retto<br />

avversario nel<strong>la</strong> successione politica a Cesare.<br />

Pochi anni dopo l’assassinio <strong>di</strong> Cesare, scoppiò infatti <strong>la</strong> terza guerra civile romana, questa tra<br />

Marco Antonio e Ottaviano. An<strong>che</strong> se <strong>la</strong> prospettiva <strong>di</strong> una rottura tra Marco Antonio, capo del<br />

partito cesariano, e il legittimo erede <strong>di</strong> Cesare, Ottaviano, era ben risaputo <strong>che</strong> non fosse<br />

gra<strong>di</strong>ta a soldati, Marco Antonio, nel 40 a.C. si <strong>di</strong>resse a Brin<strong>di</strong>si intenzionato a intraprendere <strong>la</strong><br />

strada <strong>di</strong> Roma per farsi del potere. Sbarcò a Brin<strong>di</strong>si, proveniente da Cefalonia con <strong>la</strong> flotta <strong>di</strong><br />

Domizio Enobardo, uno dei condannati per l’assassinio <strong>di</strong> Cesare e autore nell’anno precedente<br />

<strong>di</strong> un colpo <strong>di</strong> mano proprio a Brin<strong>di</strong>si <strong>di</strong> cui aveva devastato il territorio.<br />

A Brin<strong>di</strong>si però, non solo erano stanziate legioni cesariane partitarie <strong>di</strong> Ottaviano, ma <strong>la</strong><br />

popo<strong>la</strong>zione <strong>tutta</strong> appoggi ava l’erede <strong>di</strong> Cesare. Le l egioni <strong>di</strong> Marco Antonio asse<strong>di</strong>arono <strong>la</strong><br />

<strong>città</strong> e furono respinte, mentre Ottaviano si <strong>di</strong>rigeva a Brin<strong>di</strong>si con le sue truppe per soccorre <strong>la</strong><br />

<strong>città</strong>. Questa situazione <strong>di</strong> stallo militare e <strong>la</strong> ferma opposizione del<strong>la</strong> popo<strong>la</strong>zione brin<strong>di</strong>sina a<br />

Marco Antonio, indussero questi a desistere e, con <strong>la</strong> me<strong>di</strong>azione <strong>di</strong> Mecenate e C occeio<br />

Nerva, si arrivò al<strong>la</strong> firma del “Foedus Brun<strong>di</strong>sinum”, <strong>la</strong> famosa pace brin<strong>di</strong>sina con <strong>la</strong> quale si<br />

accordò istituire il secondo triunvirato: a Marco Antonio andò l’Oriente, a Ottaviano <strong>la</strong> Spagna e<br />

a Lepido l’Africa. E per meglio sig<strong>la</strong>re <strong>la</strong> pace, Marco Antonio a Brin<strong>di</strong>si sposò F<strong>la</strong>via, sorel<strong>la</strong> <strong>di</strong><br />

Ottaviano. Brin<strong>di</strong>si, possibile scenario <strong>di</strong> un nuovo conflitto, legò invece il suo destino a quello <strong>di</strong><br />

Ottaviano e il suo nome a un trattato <strong>che</strong> parve auspicare un’epoca <strong>di</strong> pace.<br />

22


La “Pace Brin<strong>di</strong>sina” -ricordata an<strong>che</strong> dall’intito<strong>la</strong>zione <strong>di</strong> una via citta<strong>di</strong>na- si rivelò però non<br />

essere solida e già dopo pochi anni, nel 37 a.C., quando a Brin<strong>di</strong>si si doveva rinegoziare l’intesa<br />

tra i triunviri, Marco Antonio si presentò accompagnato da quasi 300 navi, producendo una<br />

grande tensione. I negoziatori partirono da R oma e s i <strong>di</strong>ressero a B rin<strong>di</strong>si, longae finis viae,<br />

dove giunsero con il celebre viaggio <strong>che</strong> fu descritto dal poeta Orazio, nel<strong>la</strong> sua Satira V del<br />

Libro I. Partirono: Mecenate, il rappresentante <strong>di</strong> Ottaviano, Cocceio Nerva in funzione <strong>di</strong><br />

me<strong>di</strong>atore e, strada facendo, a loro si unirono Capitone, Vario, Tucca e Virgilio <strong>la</strong> cui posizione,<br />

favorevole in origine a Marco Antonio, era nel frattempo già mutata a favore <strong>di</strong> Ottaviano, come<br />

chiaramente lo documentò proprio il testo oraziano. Finalmente, le trattative non ebbero luogo a<br />

Brin<strong>di</strong>si, <strong>città</strong> partitaria <strong>di</strong> Ottaviano, ma a Taranto, con <strong>la</strong> me<strong>di</strong>azione <strong>di</strong> F<strong>la</strong>via, moglie <strong>di</strong> Marco<br />

Antonio e s orel<strong>la</strong> <strong>di</strong> Ottaviano, giungendo a buon fi ne, grazie an<strong>che</strong> alle pressioni esercitate<br />

dalle legioni <strong>che</strong> si opposero apertamente allo scoppio <strong>di</strong> una nuova guerra civile.<br />

La pace però durò meno <strong>di</strong> un decennio. Ottaviano, prendendo a pretesto l’inconvenienza per<br />

Roma del<strong>la</strong> re<strong>la</strong>zione amorosa sorta tra Marco Antonio e Cleopatra, fece rivoltare il Senato<br />

contro Marco Antonio. Nel 31 a.C. Ottaviano, a Brin<strong>di</strong>si, accompagnato da Agrippa Mecenate e<br />

decine <strong>di</strong> influenti senatori, radunò centinaia <strong>di</strong> navi, <strong>la</strong> più grande flotta <strong>che</strong> avessero visto fino<br />

ad allora quelle acque, e salpò all’incontro <strong>di</strong> Marco Antonio. Si scontrarono ad Azio e <strong>la</strong> vittoria<br />

arrise Ottaviano.<br />

Dopo Azio, Ottaviano ritornò a B rin<strong>di</strong>si e v i rimase 27 gi orni osannato dal popolo e da tutti i<br />

magistrati, i senatori e i cavalieri <strong>che</strong> vi aveva fatto confluire, e in una pubblica cerimonia nel<br />

tempio <strong>di</strong> Apollo e D iana, sacrificò agli dei per ringraziarli del<strong>la</strong> vittoria “confestimque coepit<br />

nomari Caesar”, cominciando in quell’occasione a essere chiamato “Cesare” dalle sue truppe.<br />

E appena due anni dopo, nel 29 a.C., fu ancora il porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si ad accogliere da vincitore<br />

Cesare Ottaviano, <strong>che</strong> aveva ripreso l’Egitto dalle mani <strong>di</strong> Marco Antonio, suicida con<br />

Cleopatra. E giunto a Brin<strong>di</strong>si fu acc<strong>la</strong>mato per <strong>la</strong> prima volta imperatore dalle sue truppe. Per<br />

immorta<strong>la</strong>re quell’avvenimento, il Senato or<strong>di</strong>nò <strong>che</strong> fossero eretti due ar chi <strong>di</strong> trionfo, uno a<br />

Roma e l’altro a Brin<strong>di</strong>si. Dell’arco <strong>di</strong> trionfo eretto a Brin<strong>di</strong>si, uno dei primi costruiti fuori Roma e<br />

<strong>che</strong> fu poi an<strong>che</strong> rappresentato sul<strong>la</strong> colonna traiana, non rimase purtroppo traccia alcuna.<br />

Cesare Ottaviano, finalmente, il 16 gennaio dell’anno 27 a.C. fu intito<strong>la</strong>to “Augusto“, cioè<br />

imperatore, dal Senato <strong>di</strong> Roma, facendo nascere, quell’atto, l’impero romano. Una volta<br />

proc<strong>la</strong>mato imperatore, Augusto, tra il 27 a.C. e il 23 a.C. si de<strong>di</strong>cò a consolidare militarmente<br />

l’impero con un susseguirsi <strong>di</strong> vittorie in Gallia e poi nel<strong>la</strong> Spagna settentrionale. Quin<strong>di</strong>, tra il<br />

22 a.C. e il 19 a.C. sistemò an<strong>che</strong> <strong>la</strong> questione partica e, finalmente, quel<strong>la</strong> armena. E proprio<br />

rientrando dal<strong>la</strong> campagna in Armenia, Augusto ritornò ancora a Brin<strong>di</strong>si al capezzale dell’amico<br />

Virgilio, il cantore <strong>di</strong> Roma, <strong>che</strong> lì si spense il 21 settembre del 19 a.C.<br />

La politica <strong>di</strong> Augusto fu poi volta al mantenimento del<strong>la</strong> pace e dell’or<strong>di</strong>ne interni. Le principali<br />

riforme varate riguardarono <strong>la</strong> prefettura e furono an<strong>che</strong> aggiunte figure riguardanti <strong>la</strong> questura<br />

e <strong>la</strong> pretura. Nel<strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong> Roma, Augusto attuò un forte piano <strong>di</strong> ricostruzione monumentale e <strong>di</strong><br />

razionalizzazione dei servizi. Fece costruire un tempio per Cesare e l’arco partico su cui furono<br />

raffigurate le insegne delle legioni battute <strong>di</strong> Crasso e Antonio. Fu e<strong>di</strong>ficato un nuovo foro e fu<br />

costruito un pantheon e an<strong>che</strong> un mausoleo autocelebrativo. Furono costruiti, inoltre, molti<br />

e<strong>di</strong>fici pubblici, acquedotti, terme, teatri e arene. A Augusto riuscì an<strong>che</strong> <strong>di</strong> generare intorno a<br />

sé un c lima <strong>di</strong> consenso, certamente favorito soprattutto dal<strong>la</strong> riconoscenza raccolta dal<strong>la</strong><br />

popo<strong>la</strong>zione, per aver riportato <strong>la</strong> pace dopo tanti anni <strong>di</strong> lotte interne ed esterne.<br />

Ebbe, Augusto, una morte serena e spirò nel<strong>la</strong> stessa camera in cui morì il padre, quattor<strong>di</strong>ci<br />

giorni prima delle calende <strong>di</strong> settembre, al<strong>la</strong> nona ora del giorno, all’età <strong>di</strong> quasi settantasei<br />

anni. Il suo corpo venne trasportato da No<strong>la</strong> a Roma, dove i senatori lo portarono a spal<strong>la</strong> fino al<br />

Campo Marzio dove venne cremato.<br />

23


LENIO STRABONE<br />

(Brin<strong>di</strong>si, I Secolo a.C. – I Secolo d.C.)<br />

Fu, Marco Lenio Strabone, un cavaliere patrizio romano, <strong>che</strong> visse a Brin<strong>di</strong>si ai tempi<br />

dell’imperatore Augusto, giacché nacque intorno all’anno 60 a.C. in uno dei perio<strong>di</strong> <strong>di</strong><br />

maggiore splendore <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, già florida e <strong>di</strong>namica colonia romana e quin<strong>di</strong> <strong>città</strong> ricca e<br />

ancora strategica per il controllo orientale del novello impero.<br />

Lenio Strabone è ritenuto essere stato l’inventore delle voliere o uccelliere, le gabbie per gli<br />

uccelli, a fine ricreativo ma an<strong>che</strong> ad uso commerciale.<br />

Lo testimoniò Marco Terenzio Varrone, l’eru<strong>di</strong>to scrittore <strong>la</strong>tino <strong>che</strong> fu un giorno ospitato a<br />

Brin<strong>di</strong>si nel<strong>la</strong> casa <strong>di</strong> Strabone e vide per <strong>la</strong> prima volta, nel peristilio del<strong>la</strong> sua abitazione,<br />

una gabbia per uccelli a forma <strong>di</strong> esedra.<br />

A quell’epoca, a Roma i patrizi avevano affinato i loro gusti culinari e a tavo<strong>la</strong> ricercavano<br />

an<strong>che</strong> le carni <strong>di</strong> uccelli e per ciò, questi venivano allevati per essere rivenduti come cibo<br />

prelibato. A Brin<strong>di</strong>si, in partico<strong>la</strong>re, in quel periodo si allevarono soprattutto tor<strong>di</strong>.<br />

Strabone fu, però, an<strong>che</strong> e soprattutto l’inventore dei pa<strong>di</strong>glioni, enormi voliere con nel<br />

mezzo un recinto <strong>di</strong> reti contenenti <strong>di</strong>verse specie <strong>di</strong> uccelli cantori.<br />

Fece, infatti, costruire un grande e grazioso pa<strong>di</strong>glione in uno dei suoi poderi <strong>che</strong> possedette<br />

vicino Brin<strong>di</strong>si, per <strong>di</strong>vertimento suo e dei suoi ospiti.<br />

24


TRAIANO<br />

(Italica, 18 settembre 53 d.C. – Selinus Cilicia, 8 agosto 117 d.C.)<br />

Fu, Marco Ulpio Nerva Traiano, imperatore <strong>di</strong> Roma dal 98 d.C. al 117 d.C . e sotto il suo<br />

comando l’Impero romano raggiunse <strong>la</strong> sua massima estensione territoriale. Appartenente<br />

all’aristocrazia del<strong>la</strong> provincia romana, quel<strong>la</strong> iberica, Traiano fu il primo imperatore non italico.<br />

A Brin<strong>di</strong>si Traiano legò il proprio nome per più motivi. Vi si recò in più occasioni e gli si intitolò<br />

un’importante e ancora tangibile opera: il famoso “Pozzo Traiano”, un’imponente struttura<br />

idraulica sotterranea, creata in pieno centro urbano, <strong>che</strong> riposa sotto il piano stradale, nel<strong>la</strong><br />

confluenza <strong>di</strong> “Via Pozzo Traiano” con <strong>la</strong> salita <strong>di</strong> via San Dionisio e via Annunziata. Un’opera<br />

idraulica gran<strong>di</strong>osa e veramente sorprendente per essere stata, eventualmente, costruita poco<br />

dopo l’anno <strong>100</strong> d.C . ed es sere rimasta in efficienza fino a tutto l’Ottocento, essendo tuttora<br />

raggiungibile attraverso un tombino. Il Pozzo Traiano -se veramente costruito in epoca traiana e<br />

non, come affermarono i tecnici del<strong>la</strong> Società Italiana per le Condotte d’Acqua, in età basso<br />

me<strong>di</strong>evale- affiancava gli altri impianti idrici brin<strong>di</strong>sini risalenti all’epoca imperiale, tra cui<br />

l’acquedotto romano detto <strong>di</strong> pozzo <strong>di</strong> Vito e le varie terme citta<strong>di</strong>ne. Si componeva <strong>di</strong> due<br />

camere con due vas<strong>che</strong> <strong>di</strong>vise da un <strong>di</strong>aframma con varie aperture. Una vasca <strong>di</strong> raccolta e<br />

decantazione, l’altra <strong>di</strong> chiarificazione. Nel<strong>la</strong> prima immettevano quattro cunicoli da opposte<br />

<strong>di</strong>rezioni e ad altezze <strong>di</strong>fferenti rispetto al fondo, con <strong>la</strong> funzione <strong>di</strong> raccogliere le acque <strong>di</strong> tutto il<br />

bacino acquifero. Una volta raccolta e decantata, l’acqua attraverso uno sfioratore passava<br />

nel<strong>la</strong> seconda vasca provvista <strong>di</strong> estrazione. Sui <strong>la</strong>ti lunghi <strong>di</strong> ogni vasca tre grossi pi<strong>la</strong>stri in<br />

pietra da taglio, per un totale <strong>di</strong> do<strong>di</strong>ci, sorreggevano gli archivolti.<br />

Il 27 ottobr e dell’anno 113 d.C. Traiano intraprese <strong>la</strong> sua ultima grande campagna militare.<br />

Giunse, ancora una volta, con le sue potenti legioni a Brin<strong>di</strong>si per imbarcarsi verso <strong>la</strong> Dacia e<br />

per poi proseguire verso l’Asia Minore, nell’ennesima sua missione imperiale <strong>di</strong> conquista. In<br />

quell’occasione percorse <strong>tutta</strong> <strong>la</strong> via Minucia, tra Benevento e Brin<strong>di</strong>si via Canosa, <strong>che</strong> aveva<br />

già fatto ricon<strong>di</strong>zionare e in buona parte ricostruire e <strong>che</strong> fu poi a lui intito<strong>la</strong>ta: <strong>la</strong> “Via Traiana”,<br />

una seconda via <strong>di</strong> collegamento tra Roma e B rin<strong>di</strong>si <strong>che</strong>, sviluppandosi per un lungo tratto<br />

prossima al<strong>la</strong> costa adriatica, raggiungeva Brin<strong>di</strong>si, da Egnazia anziché da Taranto, più<br />

brevemente del<strong>la</strong> più antica via Appia.<br />

Riconquistata per terza volta <strong>la</strong> Dacia, Traiano proseguì con le altre tappe del l’espansione,<br />

prima in Arabia e poi contro i Parti, portando, nel 117 d.C., i confini dell’impero al<strong>la</strong> loro<br />

massima estensione. Subito dopo, richiamato a fronteggiare una rivolta degli Ebrei scoppiata in<br />

Mesopotamia e poi estesasi an<strong>che</strong> a Cirene e altre province orientali, decise <strong>di</strong> abbandonare<br />

strategicamente le recenti conquiste e finalmente, colpito da una grave ma<strong>la</strong>ttia, morì in Cilicia.<br />

25


SAN TEODORO D’AMASEA<br />

(Cilicia o Armenia, III Secolo – Amasea, 17 febbraio 306)<br />

Teodoro <strong>di</strong> Amasea, noto anc he come Teodoro Tiro, o Tirone dal greco Tyron <strong>che</strong> significa<br />

soldato, fu un soldato dell’esercito romano nel Ponto, e s ubì il martirio per <strong>la</strong> fede in Cristo.<br />

Nacque in Cilicia, o forse in Armenia. Nel Me<strong>di</strong>oevo, Venezia lo ebbe come santo protettore fin<br />

quando le reliquie furono trasportate dall’Oriente fino a Brin<strong>di</strong>si.<br />

Arruo<strong>la</strong>to nell’esercito romano al tempo dell’imperatore Galerio Massimiano, fu trasferito con <strong>la</strong><br />

sua legione nei quartieri invernali <strong>di</strong> Amasea, l’o<strong>di</strong>erna Amasya nel Ponto, a r idosso del Mar<br />

Nero. Qui Teodoro rifiutò <strong>di</strong> adorare gli dei e venne quin<strong>di</strong> accusato <strong>di</strong> essere cristiano e<br />

durante l’interrogatorio rinnegò nuovamente gli dei. A seguito del<strong>la</strong> promulgazione <strong>di</strong> un e<strong>di</strong>tto<br />

anticristiano, <strong>che</strong> prescriveva l’obbligo, an<strong>che</strong> per i soldati, <strong>di</strong> compiere sacrifici alle <strong>di</strong>vinità<br />

pagane, il giovane Teodoro, <strong>che</strong> sin dal<strong>la</strong> nascita era seguace del<strong>la</strong> dottrina cristiana, si rifiutò <strong>di</strong><br />

adempiere al decreto nonostante le sollecitazioni del tribuno e dei suoi compagni d’armi.<br />

Subì il martirio il 17 febbraio del 306 e <strong>la</strong> leggenda racconta <strong>che</strong> Teodoro non subì l’offesa delle<br />

fiamme, morì senza dolore e rese l’anima glorificando Dio. Una donna <strong>di</strong> nome Eusebia chiese<br />

il corpo <strong>di</strong> Teodoro, lo avvolse in un sudario ponendolo poi in una cassa e lo portò da Amasea<br />

ad Euchaita, l’attuale Aukhat, dove venne sepolto.<br />

In età federiciana, forse il 27 aprile del 1210 come vuole <strong>la</strong> tra<strong>di</strong>zione, o probabilmente nel 1225<br />

in occasione delle nozze <strong>di</strong> Federico II con Isabel<strong>la</strong> <strong>di</strong> Brienne, regina <strong>di</strong> Gerusalemme, le<br />

reliquie <strong>di</strong> San Teodoro d’Amasea furono tras<strong>la</strong>te a Brin<strong>di</strong>si dal<strong>la</strong> <strong>città</strong> anatolica <strong>di</strong> Euchaita.<br />

Al<strong>la</strong> fine del XV secolo, il culto <strong>di</strong> Teodoro si popo<strong>la</strong>rizzò a Brin<strong>di</strong>si per merito soprattutto dei<br />

Greci, degli Albanesi e degli Schiavoni, <strong>che</strong> ripopo<strong>la</strong>rono <strong>la</strong> <strong>città</strong> dopo il terremoto del 1456. E<br />

dal 27 aprile 1776, allorché il porto interno <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si fu rimesso in comunicazione con il porto<br />

esterno, in commemorazione dell’arrivo a Brin<strong>di</strong>si delle spoglie del santo, si iniziò a celebrare <strong>la</strong><br />

processione a mare per ricordare il miracoloso episo<strong>di</strong>o: i marinai veneziani <strong>che</strong> trasportarono<br />

le reliquie <strong>di</strong> Teodoro da Euchaita, vedendosi inseguiti da velieri turchi, pensarono <strong>di</strong> metterle in<br />

salvo su un sandalo <strong>che</strong>, sospinto dal<strong>la</strong> corrente, si <strong>di</strong>resse miracolosamente all’imboccatura<br />

del porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, da dove l’arcivescovo Gerardo le poté recuperare ed accompagnare fino<br />

al<strong>la</strong> riva del<strong>la</strong> <strong>città</strong> e quin<strong>di</strong>, le conservò nel Duomo.<br />

Nel Museo Diocesano Giovanni Tarantini presso <strong>la</strong> chiesa <strong>di</strong> Santa Teresa in Brin<strong>di</strong>si, è esposta<br />

l’Arca d’argento <strong>di</strong> San Teodoro d’Amasea, risalente al secolo XIII, un’opera realizzata da ignoti<br />

argentieri meri<strong>di</strong>onali nel<strong>la</strong> quale furono conservate le ossa del santo.<br />

26


SAN LEUCIO<br />

(Alessandria d’Egitto, IV Secolo – Brin<strong>di</strong>si, V Secolo)<br />

Fu il primo vescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Di Leucio non si hanno notizie certe, né si sa con precisione<br />

l’epoca in cui egli visse: le leggende agiografi<strong>che</strong> lo pongono al<strong>la</strong> fine del II secolo durante<br />

l’impero <strong>di</strong> Commodo, o nei primi anni del IV secolo, sotto Diocleziano; ma più probabilmente<br />

visse sotto Teodosio I (fine del IV secolo) o sotto Teodosio II (inizi del V secolo).<br />

Leucio nacque in Alessandria d’Egitto. Una visione celeste, nel<strong>la</strong> festa dell’Assunzione del<strong>la</strong><br />

Vergine, fece mutare il suo nome da Eupressius a Leukios, in greco "can<strong>di</strong>do". E un’altra<br />

visione lo fece muovere verso Brin<strong>di</strong>si per restituire <strong>la</strong> <strong>città</strong> all’ortodossia liberando<strong>la</strong> dal<br />

paganesimo.<br />

Salpato da Alessandria, si fermò ad Adrianopoli, quin<strong>di</strong> a Otranto, per giungere infine, su una<br />

nave dalmata, a Brin<strong>di</strong>si, dove, sbarcato nel seno <strong>di</strong> ponente, costatò l’esistenza <strong>di</strong> un forte<br />

partito pagano capeggiato dal prefetto Antioco, <strong>che</strong> aveva come essenziali riferimenti<br />

culturali il sole e <strong>la</strong> luna. E fu lo stesso Antioco a chiedere e ottenere, per <strong>la</strong> conversione, un<br />

segno: <strong>la</strong> pioggia <strong>che</strong> non cadeva da due anni. Leucio, <strong>che</strong> sino a quel momento aveva<br />

pre<strong>di</strong>cato poco fuori <strong>la</strong> porta occidentale del<strong>la</strong> <strong>città</strong>, attuale Porta Mesagne, presso<br />

l’anfiteatro, poté così promuovere l’e<strong>di</strong>ficazione <strong>di</strong> una chiesa de<strong>di</strong>cata al<strong>la</strong> Vergine e a S an<br />

Giovanni Battista, fondando quin<strong>di</strong> <strong>la</strong> <strong>di</strong>ocesi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si del<strong>la</strong> quale <strong>di</strong>venne il primo vescovo.<br />

Leucio, secondo una tr a<strong>di</strong>zione morì martire, secondo un’altra <strong>di</strong> polmonite o <strong>di</strong> ma<strong>la</strong>ria.<br />

Quin<strong>di</strong> fu sepolto nel cuore del<strong>la</strong> necropoli pagana <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, attuale quartiere Cappuccini, in<br />

prossimità del luogo in cui era sbarcato e aveva iniziato a <strong>di</strong>ffondere il messaggio<br />

evangelico. Sarebbe morto un 11 gennai o sotto l’imperatore Teodosio I (379-395) o, molto<br />

più verosimilmente, sotto Teodosio II (408-450).<br />

Nel VI secolo l’e<strong>di</strong>ficio sacro più frequentato del<strong>la</strong> <strong>città</strong> fu i l martyrium su cui sorse il<br />

mausoleo del santo, da cui, nel VII secolo, le spoglie furono trafugate e tras<strong>la</strong>te nottetempo a<br />

Trani, e su cui, voluta dal vescovo Teodosio per riporvi <strong>la</strong> parte del corpo -un braccio- <strong>di</strong> San<br />

Leucio ritornata da Benevento, si iniziò a costruire verso <strong>la</strong> fine del nono secolo e fu<br />

consacrata nei primi anni del decimo dal vescovo Giovanni, <strong>la</strong> basilica <strong>di</strong> San Leucio.<br />

Basilica <strong>che</strong>, <strong>di</strong>ruta, resistette fino al XVIII secolo, quando fu fatta demolire -nel 1720-<br />

dall’arcivescovo Paolo de Vil<strong>la</strong>na Per<strong>la</strong>s per costruire, con il materiale <strong>di</strong> risulta, il pa<strong>la</strong>zzo del<br />

Seminario in piazza Duomo, a<strong>di</strong>acente al<strong>la</strong> Cattedrale.<br />

27


LUPO PROTOSPATA<br />

(X Secolo)<br />

Fu un protospatario bizantino, una specie <strong>di</strong> governatore militare, <strong>che</strong> a Brin<strong>di</strong>si fu<br />

immorta<strong>la</strong>to da (foto) un’iscrizione in <strong>la</strong>tino, incompleta ma tuttora leggibile, posta sul<strong>la</strong> base<br />

del<strong>la</strong> colonna romana superstite, <strong>che</strong> lo riferisce quale autore del<strong>la</strong> ricostruzione del<strong>la</strong> <strong>città</strong>,<br />

devastata in ripetute occasioni durante l’alto me<strong>di</strong>oevo: “Lupo Protospata, illustre pio e<br />

splen<strong>di</strong>do per le azioni benefi<strong>che</strong>, ricostruì dalle fondamenta questa <strong>città</strong>, <strong>che</strong> gli Imperatori<br />

magnifici e benigni...”. La sua datazione, riferita ai primi anni del secolo XI, confermerebbe<br />

an<strong>che</strong> <strong>la</strong> consequenzialità del nesso tra l’impresa del Lupo funzionario bizantino, e l a<br />

restaurazione del dominio imperiale sulle coste dalmate.<br />

Il protospatario Lupo, fu quin<strong>di</strong> inviato dall’imperatore d’Oriente Basilio II, per proseguire<br />

l’opera <strong>di</strong> ricostruzione già iniziata nell’886 dal precedente governatore Niceforo Foca, il<br />

quale rese possibile lo stabilirsi <strong>di</strong> un capatanato in Bari, avviò <strong>la</strong> ricostruzione <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e<br />

Taranto, e forzò l’inter<strong>di</strong>zione del rito <strong>la</strong>tino a favore <strong>di</strong> quello greco in quel<strong>la</strong> parte bizantina<br />

d’Italia.<br />

Lo stesso Lupo fu an<strong>che</strong> -forse- un cronista, originario -forse- <strong>di</strong> Matera, <strong>di</strong> Bari o <strong>di</strong> Salerno,<br />

molto attivo nel<strong>la</strong> Puglia dell’XI secolo, autore del Chronicon rerum in regno neapolitano<br />

gestarum: una cronaca <strong>di</strong> fatti occorsi nel Mezzogiorno d’Italia dall’anno 855 al 1102, in cui<br />

riporta, oltre a ca<strong>la</strong>mità e curiosità astronomi<strong>che</strong> come il terremoto del 1087 e <strong>la</strong> cometa del<br />

1098, gli eventi storici <strong>che</strong> portarono al<strong>la</strong> conquista normanna e fatti <strong>di</strong> rilevanza religiosa<br />

come il terzo sinodo <strong>di</strong> Melfi del 1089 e quello tenutosi a Bari nel 1099.<br />

Però, il Lupo dell’iscrizione <strong>di</strong>fficilmente potrebbe essere lo stesso del Chronicon giacché,<br />

per poter identificare il Lupo cronista col protospatario bizantino <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, bisognerebbe<br />

poter collocare quel<strong>la</strong> presunta ricostruzione urbanistica <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si al<strong>la</strong> fine dell’XI secolo -<br />

non prima- e più precisamente negli ultimi anni del<strong>la</strong> dominazione bizantina, subito prima <strong>che</strong><br />

i Normanni conquistassero, nel 1070, <strong>la</strong> <strong>città</strong> e venissero con ciò a interrompere quell’opera<br />

<strong>di</strong> ricostruzione e interrompere, ad<strong>di</strong>rittura, lo stesso completamento dell’epigrafe sul<strong>la</strong> base<br />

del<strong>la</strong> colonna. Una ipotesi questa, <strong>che</strong> comunque non si potrebbe nean<strong>che</strong> escludere del<br />

tutto.<br />

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URBANO II<br />

(Châtillon sur Marne, 28 luglio 1040 – Roma, 29 luglio 1099)<br />

Fu il 159º p apa del<strong>la</strong> Chiesa cattolica, eletto nel 1088 a T erracina perché a R oma c’era<br />

l’antipapa Clemente III. R iprese il programma politico <strong>di</strong> Gregorio VII e c ontinuò <strong>la</strong> lotta<br />

contro l’imperatore Enrico IV per <strong>la</strong> questione delle investiture. Nel 1095 convocò il Concilio<br />

<strong>di</strong> Clermont-Ferrand, <strong>che</strong> <strong>di</strong>venne occasione per ban<strong>di</strong>re <strong>la</strong> prima crociata.<br />

Nacque nel seno <strong>di</strong> una nobile famiglia francese, Oddone, e si formò a Cluny sotto <strong>la</strong> guida<br />

dell’abate Ugo il Grande. Poi si recò a Roma, dove nel 1078 fu c reato vescovo car<strong>di</strong>nale <strong>di</strong><br />

Ostia da Gregorio VII, <strong>che</strong> l’impiegò in missioni in Francia e in Germania.<br />

Fu eletto papa sei mesi dopo l a morte <strong>di</strong> Vittore III e s tabilì subito buoni rapporti coi<br />

Normanni, <strong>che</strong> l’aiutarono a rientrare a Roma, cacciando l’antipapa Clemente III appoggiato<br />

dall’imperatore. Energico, si <strong>di</strong>ede a r iformare <strong>la</strong> chiesa a par tire dall’Italia meri<strong>di</strong>onale,<br />

tenendo a Melfi, nel 1089, un concilio <strong>che</strong> ribadì <strong>la</strong> condanna del<strong>la</strong> simonia, del nico<strong>la</strong>ismo e<br />

dell’investitura <strong>la</strong>ica.<br />

A quel tempo, Brin<strong>di</strong>si, sotto il normanno Boemondo, figlio <strong>di</strong> Roberto il guiscardo, fu affidata<br />

all’amministrazione del conte Goffredo, il quale con sua moglie Si<strong>che</strong>lgaida e con l’appoggio<br />

del papato, oltre a pro<strong>di</strong>garsi per far rinascere fisicamente Brin<strong>di</strong>si, s’impegnò a far ritornare<br />

a Brin<strong>di</strong>si <strong>la</strong> cattedra <strong>di</strong> San Leucio con l’arcivescovato trasferito a Oria fin dagli ultimi anni<br />

del VII secolo, dovendo, per raggiungere tale obiettivo, scontrarsi con l’ostinata reticenza<br />

dell’arcivescovo Go<strong>di</strong>no il quale rimase ancora per anni a Oria, nonostante le reiterate<br />

pressioni papali.<br />

Goffredo iniziò <strong>la</strong> costruzione del<strong>la</strong> Cattedrale e riuscì ad<strong>di</strong>rittura, il 9 ottobre 1089, a portare<br />

a Brin<strong>di</strong>si proprio il papa Urbano II, per farne consacrare il perimetro.<br />

Quando nel 1093 Enrico IV scese in Italia, il papa Urbano II gli oppose una lega lombarda e<br />

incoronò re il figlio Corrado passato dal<strong>la</strong> sua parte. Preso definitivamente possesso del<br />

Laterano, nel 1094, i n<strong>di</strong>sse un concilio a P iacenza nel 1095, al quale presero parte<br />

rappresentanti dell’imperatore d’Oriente Alessio Comneno e del re Filippo I <strong>di</strong> Francia.<br />

Nel novembre dello stesso anno tenne un al tro concilio a C lermont-Ferrand, in cui fu<br />

scomunicato solennemente il re Filippo, per il suo irrego<strong>la</strong>re matrimonio con Bertrada <strong>di</strong><br />

Montfort, mentre il pontefice si proc<strong>la</strong>mò capo <strong>di</strong> tutte l e chiese, <strong>di</strong>chiarando <strong>che</strong> i re e i<br />

signori gli dovessero prestare giuramento <strong>di</strong> fedeltà. Al<strong>la</strong> fine dello stesso novembre in<strong>di</strong>sse<br />

<strong>la</strong> prima crociata. Tenne poi altri concili in Italia, a favore del<strong>la</strong> crociata, proseguendo altresì<br />

<strong>la</strong> sua opera <strong>di</strong> riorganizzatore.<br />

Al<strong>la</strong> sua morte, Urbano II, fu sepolto in San Pietro e da subito venerato. Poi, il 14 luglio1881,<br />

fu beatificato dal papa Leone XIII.<br />

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MARGARITO DA BRINDISI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1130 – Treviri, 1200 circa)<br />

Fu un famoso condottiero <strong>di</strong> mare al servizio dei re normanni, detto Margaritone.<br />

Negli ultimi trent’anni del regno dei Normanni, Margarito, fu ammiraglio, nominato dal re<br />

Guglielmo II il buono per le sue note capacità <strong>di</strong> combattente e navigatore. Fu un leale<br />

militare e ministro consigliere, sia <strong>di</strong> Guglielmo II i l buono, e s ia del suo successore,<br />

Tancre<strong>di</strong>, <strong>di</strong> fatto l’ultimo dei re normanni, <strong>che</strong> lo fece conte <strong>di</strong> Malta.<br />

Durante <strong>la</strong> sua giovinezza fu i l terrore dei pirati <strong>che</strong> infestavano il Me<strong>di</strong>terraneo arrecando<br />

danno alle navi dei crociati <strong>di</strong>rette i Terra Santa. Margarito poi, compì numerose altre gesta<br />

sul mare per conto <strong>di</strong> Guglielmo II il buono, alcune delle quali in aiuto dei crociati <strong>che</strong><br />

lottando in Terra Santa si erano incontrati in gravi <strong>di</strong>fficoltà: li aiutò ad evacuare dal<strong>la</strong> Siria<br />

al<strong>la</strong> Sicilia, salvandone molti.<br />

Fu uno dei primi ministri del<strong>la</strong> monarchia <strong>di</strong> Sicilia e fu s upremo comandante delle forze <strong>di</strong><br />

mare del regno, contribuendo <strong>di</strong>rettamente col suo azionare all’elevazione <strong>di</strong> Tancre<strong>di</strong>, il<br />

conte <strong>di</strong> Lecce, al regio soglio. Margarito fu, infatti, fra i protagonisti nel<strong>la</strong> vittoriosa resistenza<br />

opposta nel 1191 all’armata imperiale; l’ammiraglio affrontò al <strong>la</strong>rgo <strong>di</strong> Napoli le navi pisane e<br />

genovesi <strong>che</strong> sostenevano l’imperatore Enrico VI, il figlio del Barbarossa, nelle sue pretese<br />

sul Regno <strong>di</strong> Sicilia, in quanto marito <strong>di</strong> Costanza d’Altavil<strong>la</strong>, figlia postuma del re Ruggero II.<br />

Famosa fu l a <strong>di</strong>mora <strong>che</strong> Margarito si fece costruire a B rin<strong>di</strong>si, a<strong>di</strong>acente al<strong>la</strong> rocca<br />

normanna e all’attuale chiesa <strong>di</strong> San Paolo, <strong>la</strong> domus margariti: una casa splen<strong>di</strong>da, con<br />

bagni, giar<strong>di</strong>ni, forni e quant’altro, con <strong>di</strong>retto accesso alle cale portuali. La stessa casa <strong>che</strong><br />

nell’ottobre 1225 fu donata da Feder ico II all’ospedale dei Teutonici, e <strong>che</strong> fu poi an<strong>che</strong>, in<br />

parte, sede del<strong>la</strong> zecca imperiale.<br />

Margarito inoltre, nell’anno 1194, quello stesso del<strong>la</strong> morte <strong>di</strong> Tancre<strong>di</strong>, fondò in Brin<strong>di</strong>si un<br />

monastero, fuori porta Lecce, <strong>la</strong> cui chiesa fu poi detta <strong>di</strong> Santa Maria del Ponte, <strong>che</strong>, nel<br />

1198, fu as saltata da una turba aizzata da partitari antimperiali, durante i tumulti <strong>che</strong><br />

scoppiarono in <strong>città</strong>, quando l’intero regno cadde in momentanea anarchia in seguito<br />

all’improvvisa morte <strong>di</strong> Enrico VI.<br />

Con l’avvicinarsi del<strong>la</strong> fine del regno dei Normanni, decadde però an<strong>che</strong> <strong>la</strong> fortuna <strong>di</strong><br />

Margarito, <strong>che</strong> fu catturato dagli Svevi nel 1197, accecato e deportato prigioniero a Treviri in<br />

Germania. Enrico VI, infatti, volle ven<strong>di</strong>carsi <strong>di</strong> Margarito, per aver fatto arrestare, nel 1190,<br />

sua moglie Costanza, erede legittima del Regno <strong>di</strong> Sicilia. E, finalmente, in quel<strong>la</strong> prigione,<br />

Margarito morì poco prima dell’anno 1205.<br />

30


TANCREDI D’ALTAVILLA<br />

(Lecce, 1139 – Palermo, 1194)<br />

Fu re dei Normanni, l’ultimo vero re, eletto al trono <strong>di</strong> Sicilia dopo <strong>la</strong> morte del re Guglielmo II il<br />

buono, sul finire del 1189, con il determinante appoggio militare dell’ammiraglio Margherito da<br />

Brin<strong>di</strong>si, contro le pretese dell’imperatore Enrico VI. Tancre<strong>di</strong>, nipote <strong>di</strong> Ruggero II <strong>di</strong> Sicilia e<br />

figlio naturale <strong>di</strong> Ruggero III <strong>di</strong> Puglia e <strong>di</strong> Emma figlia <strong>di</strong> Accardo II conte <strong>di</strong> Lecce, <strong>di</strong>venne lui<br />

stesso conte <strong>di</strong> Lecce nel 1149.<br />

Nel 1155 cospirò con altri nobili contro il re Guglielmo I, suo zio, il quale l’anno dopo sedò <strong>la</strong><br />

rivolta con le armi e mandò in catene Tancre<strong>di</strong>. Poi, nel 1161, Tancre<strong>di</strong> partecipò al<strong>la</strong><br />

sanguinosa rivolta <strong>di</strong> Palermo, <strong>la</strong> congiura per deporre il re e far salire sul trono il giovane<br />

Ruggero IV. Tancre<strong>di</strong>, con suo zio Simone <strong>di</strong> Taranto, espugnò il pa<strong>la</strong>zzo reale, imprigionando<br />

lo stesso re Guglielmo I e <strong>tutta</strong> <strong>la</strong> famiglia reale. Il pa<strong>la</strong>zzo reale fu sac<strong>che</strong>ggiato, i documenti<br />

<strong>di</strong>strutti e d iversi membri del<strong>la</strong> corte trucidati. Poi, i cospiratori persero l’appoggio popo<strong>la</strong>re e<br />

l’insurrezione finì in pochi mesi. Gli insorti furono costretti a liberare il re Guglielmo I e Tancre<strong>di</strong><br />

riparò nei territori lombar<strong>di</strong> <strong>di</strong> Butera e Piazza Armerina, ma fu catturato dal re <strong>che</strong> gli concesse<br />

l’esilio a Costantinopoli, dove Tancre<strong>di</strong> rimase alcuni anni e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo<br />

<strong>la</strong> morte del re Guglielmo I e l’assunzione al trono da parte del figlio Guglielmo II il buono.<br />

Durante il regno <strong>di</strong> Guglielmo II, Tancre<strong>di</strong> fu sud<strong>di</strong>to fedele del cugino e prese parte a numerose<br />

azioni belli<strong>che</strong> al<strong>la</strong> guida del<strong>la</strong> flotta normanna. Nel 1174 comandò una grande flotta siciliana <strong>di</strong><br />

284 navi e 80.000 uomini <strong>che</strong> il re <strong>di</strong> Sicilia inviò al porto <strong>di</strong> Alessandria d’Egitto per sostenere i<br />

Fatimi<strong>di</strong> insorti contro il Sa<strong>la</strong><strong>di</strong>no. L’insurrezione fatimida, <strong>tutta</strong>via, fu presto sedata e le truppe<br />

siciliane si ritirarono subito dal porto egiziano.<br />

Nel giugno 1185 Tancre<strong>di</strong> guidò l’enorme flotta siciliana <strong>di</strong> 300 navi, con 80.000 uomini sotto il<br />

comando <strong>di</strong> Riccardo <strong>di</strong> Acerra, <strong>che</strong> giunse a Durazzo per attaccare al cuore l’impero bizantino.<br />

Ad agosto, Tessalonica, stretta d’asse<strong>di</strong>o per terra e per mare, venne presa e depredata.<br />

L’esercito siciliano subì successivamente una dura sconfitta da parte del basileus Alessio<br />

Comneno e nel<strong>la</strong> marcia <strong>di</strong> ritorno attraverso i Balcani fu decimato, mentre <strong>la</strong> flotta <strong>di</strong> Tancre<strong>di</strong>,<br />

ritornò salva in Sicilia. Nel giugno 1186 Tancre<strong>di</strong> e Margarito da Brin<strong>di</strong>si guidarono <strong>la</strong> flotta<br />

normanna a Cipro, dove il governatore Isacco Comneno si era ribel<strong>la</strong>to a Bisanzio, e con azione<br />

spregiu<strong>di</strong>cata catturarono 70 galee dell’imperatore Isacco II Angelo, procurando <strong>la</strong> maggiore<br />

per<strong>di</strong>ta navale dell’impero d’Oriente con deportazione in Sicilia dei generali bizantini.<br />

Tancre<strong>di</strong>, il re, ideò il matrimonio <strong>di</strong> suo figlio, Ruggero III, celebrato nel 1193 nel<strong>la</strong> cattedrale <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si, con Irene Angelo, figlia dell’imperatore bizantino Isacco II. E per l’occasione fece<br />

ricostruire <strong>la</strong> romana “fontana grande”, <strong>che</strong> da allora in poi fu chiamata “fontana Tancre<strong>di</strong>” (foto).<br />

Ruggero III prese in mano il regno al fianco del padre Tancre<strong>di</strong>, ma nel <strong>di</strong>cembre 1193, all’età <strong>di</strong><br />

soli <strong>di</strong>ciannove anni, morì. Al suo posto Tancre<strong>di</strong> designò re <strong>di</strong> Sicilia l’altro figlio, Guglielmo III,<br />

<strong>di</strong> solo nove anni, affidando <strong>la</strong> reggenza al<strong>la</strong> moglie Sibil<strong>la</strong>. Lo stesso Tancre<strong>di</strong> morì l’anno<br />

dopo, nel 1194, all’età <strong>di</strong> 55 anni: fu lui, <strong>di</strong> fatto, l’ultimo vero re normanno.<br />

31


DOMENICO DA BRINDISI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, XII – XIII Secolo)<br />

Fu un ar ciprete brin<strong>di</strong>sino, <strong>che</strong> fu in effetti protopapa dei Greci bizantini <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si<br />

«archipresbiterum graecorum de Brundusio» giacché il rito greco a Brin<strong>di</strong>si, come del resto<br />

in <strong>tutta</strong> <strong>la</strong> Terra d’Otranto, nell’ambito <strong>di</strong> una consolidata cultura greco-cristiana e grecosalentina,<br />

continuò a c oesistere con quello <strong>la</strong>tino, dal<strong>la</strong> caduta dell’impero romano<br />

d’occidente e fino a alcune centinaia d’anni entrato il secondo millennio, incontrando speciale<br />

fioritura nel periodo del<strong>la</strong> presenza sveva nel<strong>la</strong> regione.<br />

D’ingegno nobilissimo e <strong>di</strong> specchiata virtù, fu proposto giovanissimo al clero greco col titolo<br />

<strong>di</strong> protopapa e l e doti singo<strong>la</strong>ri del<strong>la</strong> sua mente e del suo cuore lo fecero tenere in molta<br />

stima presso i migliori e più cospicui <strong>personaggi</strong> del suo tempo.<br />

Theorido da Brin<strong>di</strong>si, <strong>che</strong> visse tra il secolo XII e il secolo XIII, fu versatissimo nelle scienze e<br />

nelle <strong>di</strong>scipline ecclesiasti<strong>che</strong>. Fu an<strong>che</strong> un profondo e dotto grecista e un fine <strong>di</strong>plomatico.<br />

Nel gennaio del 1199, i l papa Innoc enzo III aff idò a D omenico <strong>la</strong> delicatissima missione<br />

esplorativa <strong>di</strong> recarsi come legato pontificio e con una episto<strong>la</strong> papale, presso Giovanni II<br />

Asen -Kalojan- re <strong>di</strong> Bulgaria, per persuaderlo a r itornare con <strong>tutta</strong> <strong>la</strong> sua nazione nel<br />

grembo del<strong>la</strong> chiesa romana, abbandonando l o scisma del<strong>la</strong> nuova chiesa nazionale<br />

in<strong>di</strong>pendente <strong>che</strong> aveva fondato nel 1186 il fratello maggiore, Pietro Asen, <strong>che</strong> poi era stato<br />

assassinato dai Greci <strong>di</strong> Bisanzio.<br />

Il papa s celse Domenico, oltre <strong>che</strong> per le sue straor<strong>di</strong>narie capacità e doti personali,<br />

probabilmente an<strong>che</strong> perché proveniente da quel singo<strong>la</strong>re ambiente greco-<strong>la</strong>tino <strong>che</strong> lo<br />

faceva specialmente in<strong>di</strong>cato per quel<strong>la</strong> missione orientale.<br />

E Domenico portò a fel ice termine <strong>la</strong> <strong>di</strong>fficile missione e ritornò a Roma con <strong>la</strong> risposta <strong>di</strong><br />

Kalojan al papa. Innocenzo III poté quin<strong>di</strong> inviare a Trnovo il car<strong>di</strong>nale Leone Brancaleone,<br />

<strong>che</strong> l’8 novembre del 1204 incoronò in suo nome, Kalojan re <strong>di</strong> Bulgaria, riportando <strong>la</strong><br />

Bulgaria al<strong>la</strong> chiesa <strong>di</strong> Roma.<br />

In effetti, il sovrano bulgaro Kalojan chiese al pontefice <strong>di</strong> poter essere incoronato con il titolo<br />

imperiale attribuito in precedenza ai sovrani bulgari e <strong>che</strong> il pontefice riconoscesse il capo<br />

del<strong>la</strong> chiesa bulgara come patriarca. Però il car<strong>di</strong>nale Brancaleone, seguendo le <strong>di</strong>sposizioni<br />

del papa, elesse a capo del<strong>la</strong> chiesa bulgara, Vasilij <strong>di</strong> Tărnovo come primate <strong>di</strong> Bulgaria, ma<br />

non patriarca e incoronò Kalojan come Rex Bulgarorum et B<strong>la</strong>chorum, ma non imperatore.<br />

Di questo illustre <strong>personaggi</strong>o brin<strong>di</strong>sino, <strong>la</strong> cronaca e l a <strong>storia</strong> non hanno poi registrato<br />

null’altro, né delle sue origini, né tanto meno del<strong>la</strong> sua fine.<br />

32


FEDERICO II DI SVEVIA<br />

(Jesi, 26 <strong>di</strong>cembre 1194 – Fiorentino <strong>di</strong> Puglia, 13 <strong>di</strong>cembre 1250)<br />

Fu: - re <strong>di</strong> Sicilia, come Federico I, dal 1198 al 1250 - duca <strong>di</strong> Svevia, come Federico VII, dal<br />

1212 al 1216 - re <strong>di</strong> Germania, dal 1212 al 1220 - imperatore del Sacro Romano Impero,<br />

come Federico II, dal 1211, incoronato ad Aquisgrana nel 1215 e a Roma nel 1220 - re <strong>di</strong><br />

Gerusalemme, dal 1225.<br />

Appartenne al<strong>la</strong> nobile famiglia sveva degli Hohenstaufen, nipote <strong>di</strong> Federico Barbarossa e<br />

<strong>di</strong>scendente, per parte del<strong>la</strong> madre Costanza, dal<strong>la</strong> <strong>di</strong>nastia normanna degli Altavil<strong>la</strong>,<br />

regnanti <strong>di</strong> Sicilia. Ebbe in grande considerazione Brin<strong>di</strong>si, <strong>la</strong> sua Filia Solis, dove fece<br />

e<strong>di</strong>ficare il maestoso castello <strong>di</strong> terra, dove fece operare un’importante zecca e dove <strong>di</strong>morò<br />

spesso volentieri e a lungo.<br />

In Brin<strong>di</strong>si, il 9 nov embre 1225, c elebrò nel<strong>la</strong> cattedrale il suo matrimonio con <strong>la</strong> giovane<br />

Isabel<strong>la</strong>, <strong>la</strong> figlia <strong>di</strong> Giovanni <strong>di</strong> Brienne e regina <strong>di</strong> Gerusalemme. E da Brin<strong>di</strong>si, il 28 giugno<br />

1228, partì <strong>la</strong> sua crociata, <strong>la</strong> Sesta, <strong>che</strong> gli procurò <strong>la</strong> scomunica del papa Gregorio IX e <strong>che</strong><br />

comunque, senza colpo ferire, gli valse il passaggio <strong>di</strong> Gerusalemme al controllo cristiano<br />

me<strong>di</strong>ante <strong>la</strong> stipu<strong>la</strong>zione <strong>di</strong> un ac cordo con il sultano Malek Al-Kamil. E al<strong>la</strong> sua fedele<br />

Brin<strong>di</strong>si, il 10 giugno 1229, ritornò dal<strong>la</strong> Terra Santa come re <strong>di</strong> Gerusalemme, salutando<strong>la</strong><br />

«Filia Solis Ave, nostro gratissima Cor<strong>di</strong>». E da Brin<strong>di</strong>si, subito, e prima ancora <strong>di</strong> trasferirsi a<br />

Barletta, organizzò <strong>la</strong> riconquista del suo regno <strong>di</strong> Sicilia, <strong>che</strong> in parte era stato occupato<br />

dalle armate papali e <strong>di</strong> Giovanni <strong>di</strong> Brienne.<br />

Conosciuto con gli appel<strong>la</strong>tivi stupor mun<strong>di</strong> o puer Apuliae, Federico II ebbe una personalità<br />

carismatica, poliedrica e affascinante <strong>che</strong>, fin dal<strong>la</strong> sua epoca, po<strong>la</strong>rizzò l’attenzione degli<br />

storici e del popolo, producendo an<strong>che</strong> una lunga serie <strong>di</strong> miti e leggende popo<strong>la</strong>ri, nel bene<br />

e nel male.<br />

Fu un apprezzabile letterato, convinto protettore <strong>di</strong> artisti e stu<strong>di</strong>osi: <strong>la</strong> sua corte fu luogo <strong>di</strong><br />

incontro fra le culture greca, <strong>la</strong>tina, araba ed ebraica. Par<strong>la</strong>va sei lingue -<strong>la</strong>tino, siciliano,<br />

tedesco, francese, greco e arabo- e giocò un ruolo importante nel promuovere le lettere<br />

attraverso <strong>la</strong> poesia del<strong>la</strong> scuo<strong>la</strong> siciliana. Uomo straor<strong>di</strong>nariamente colto ed energico, stabilì<br />

in Sicilia e nell’Italia meri<strong>di</strong>onale del suo regno, una struttura politica molto somigliante a un<br />

moderno reame, governato centralmente e con una amministrazione abbastanza efficiente.<br />

Il suo regno fu principalmente caratterizzato da una forte attività legis<strong>la</strong>tiva e <strong>di</strong> innovazione<br />

artistica e c ulturale, volta a uni ficare le terre e i popoli, ma fortemente contrastata dal<strong>la</strong><br />

Chiesa, <strong>di</strong> cui il sovrano mise in <strong>di</strong>scussione il potere temporale.<br />

Morì in Puglia a 56 anni minato da più ma<strong>la</strong>ttie e, per sua volontà, fu seppellito a Palermo.<br />

33


GUGLIELMO DA BRINDISI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1200 circa – Arsenga,1240)<br />

Fu un t emp<strong>la</strong>re brin<strong>di</strong>sino vissuto ai tempi in cui regnò l’imperatore Federico II <strong>di</strong> Svevia,<br />

quando fu uno dei numerosi cavalieri, detti fratres-sacerdotes, del Secolo XIII (foto).<br />

I Temp<strong>la</strong>ri a Brin<strong>di</strong>si furono presenti fin da quasi <strong>la</strong> fondazione dell’Or<strong>di</strong>ne, avvenuta subito<br />

dopo <strong>la</strong> presa <strong>di</strong> Gerusalemme del 1099. Fra XI e X III secolo, infatti, il porto brin<strong>di</strong>sino<br />

acquisì rilevanza per i traffici <strong>di</strong>retti verso levante: a B rin<strong>di</strong>si confluirono le vie <strong>di</strong> terra<br />

percorse dai pellegrini in un viaggio <strong>che</strong> avrebbe avuto prosecuzione nel mare, e da Brin<strong>di</strong>si<br />

imbarcarono an<strong>che</strong> molte spe<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> crocesegnati.<br />

Sotto il titolo <strong>di</strong> San Giorgio, <strong>la</strong> domus temp<strong>la</strong>re <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si fu attiva già dal 1169 e, come per<br />

gli altri or<strong>di</strong>ni monastico cavallereschi quali i Giovanniti e i Teutonici, il porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si ebbe<br />

per i Temp<strong>la</strong>ri centrale importanza. E a Brin<strong>di</strong>si, in località Santa Maria del Casale, si celebrò<br />

l’iniquo processo ai Temp<strong>la</strong>ri del regno <strong>di</strong> Napoli, nel 1310, quando l’Or<strong>di</strong>ne, perseguitato da<br />

Filippo il bello re <strong>di</strong> Francia, fu finalmente soppresso, in Avignone, dal papa Clemente V.<br />

Guglielmo da Brin<strong>di</strong>si morì eroicamente da combattente, mentre con altri cavalieri temp<strong>la</strong>ri<br />

svolgeva servizio armato nei presi<strong>di</strong> cristiani in Terra Santa. Cadde prigioniero dei Tartari,<br />

guidati da Odogai figlio <strong>di</strong> Gengis Kan, durante l’asse<strong>di</strong>o da questi posto al<strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong> Arsenga<br />

-Erzincam- nel<strong>la</strong> Turchia armena, nel 1239. I Tar tari, infatti, invasa <strong>la</strong> Persia, <strong>la</strong> Russia, <strong>la</strong><br />

Polonia e l’Ungheria, entrarono in Turchia asse<strong>di</strong>ando quel<strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong>fesa sia dai Cristiani <strong>che</strong><br />

dai Turchi <strong>che</strong>, in quell’occasione erano alleati a conseguenza dell’accordo sig<strong>la</strong>to <strong>di</strong>eci anni<br />

prima con <strong>la</strong> Sesta crociata, quel<strong>la</strong> partita da Brin<strong>di</strong>si detta degli scomunicati, tra Federico II<br />

e il sultano Elkamil.<br />

In quell’occasione, assieme al combattente Guglielmo da Brin<strong>di</strong>si fu fatto prigioniero an<strong>che</strong><br />

un altro temp<strong>la</strong>re, il guasco Raimondo, ed i due furono poi obbligati dai loro aguzzini tartari a<br />

duel<strong>la</strong>re tra <strong>di</strong> loro “affinché il vincitore avesse salva <strong>la</strong> vita”. Ma i due crociati non caddero<br />

nell’inganno e pattarono <strong>di</strong> fingere il duello per invece volgere le armi contro i nemici tartari.<br />

Racconta Sant’Antonino, arcivescovo <strong>di</strong> Firenze, nel suo Libro III del 1586, riportandolo dallo<br />

Speculum hi<strong>storia</strong>le <strong>di</strong> Vincenzo da Beauvais: «… quin<strong>di</strong> entrambi si avventarono contro i<br />

Tartari, dapprima con <strong>la</strong>nce, poi con le spade, uccidendone una qui n<strong>di</strong>cina e f erendone<br />

gravemente altri trenta, prima <strong>di</strong> essere sopraffatti e uccisi…»<br />

34


AROLDO RIPALTA<br />

(Brin<strong>di</strong>si, XIII Secolo)<br />

Fu un nobile brin<strong>di</strong>sino, forse <strong>di</strong> origini piacentine, vissuto nel XIII secolo, in quel convulso<br />

periodo storico <strong>che</strong> seguì al<strong>la</strong> morte, nel 1250, dell’imperatore Federico II d i Svevia e c he<br />

culminò con l’avvento degli Angioini <strong>di</strong> Carlo I su tutto il regno <strong>di</strong> Napoli e <strong>di</strong> Sicilia.<br />

Appoggiò <strong>la</strong> rivolta <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si del 1255 contro lo svevo Manfre<strong>di</strong>, fomentata dal papa Innocenzo<br />

IV e dal suo successore Alessandro IV attraverso l’arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si Pellegrino e<br />

capitanata da Tommaso d’Oria. Poi però, cambiò bando: nel 1257 imprigionò Tommaso d’Oria<br />

e lo consegnò, con <strong>la</strong> stessa <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, a Manfre<strong>di</strong> <strong>che</strong> l’aveva ripetutamente posta in<br />

asse<strong>di</strong>o. Manfre<strong>di</strong> uccise Tommaso d’Oria e fece imprigionare l’arcivescovo Pellegrino.<br />

Di conseguenza, il papa Alessandro IV, con bol<strong>la</strong> del 21 novembre 1257 e<strong>la</strong>rgì simbolicamente<br />

tutti i beni mobili e immobili del tra<strong>di</strong>tore Aroldo Ripalta, a favore <strong>di</strong> vari citta<strong>di</strong>ni brin<strong>di</strong>sini, tra cui<br />

Nico<strong>la</strong> Zaccaria e i figli <strong>di</strong> Sergio <strong>di</strong> Bibulo, per remunerarli del<strong>la</strong> morte al<strong>la</strong> quale furono<br />

condannati da Manfre<strong>di</strong> i padri rispettivi e per risarcirli dei molti danni sofferti da loro stessi per<br />

aver mantenuto fede al<strong>la</strong> chiesa romana.<br />

La lotta tra gli Svevi e gli Angioini proseguì con sorti alterne e nel 1263 Aroldo fu il capo del<strong>la</strong><br />

ribellione <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si contro Carlo d’Angiò. Poi, il 22 febbraio del 1266, Manfre<strong>di</strong> morì in battaglia<br />

a Benevento e due anni dopo, nel 1268, Corra<strong>di</strong>no <strong>di</strong> Svevia, il giovane figlio <strong>di</strong> Corrado IV,<br />

scese in Italia nel tentativo <strong>di</strong> riscattare i posse<strong>di</strong>menti del<strong>la</strong> famiglia. Aroldo Ripalta, <strong>di</strong> nuovo,<br />

capeggiò a Brin<strong>di</strong>si <strong>la</strong> rivolta contro gli Angioini, <strong>che</strong> si erano resi invisi al<strong>la</strong> citta<strong>di</strong>nanza per <strong>la</strong><br />

oppressione e le angherie del governatore Guglielmo Landa, uomo crudele ingiusto e avaro.<br />

Però, <strong>la</strong> spe<strong>di</strong>zione <strong>di</strong> Corra<strong>di</strong>no, dopo aver subito una rovinosa sconfitta a Tagl iacozzo il 23<br />

agosto 1268, ebbe ter mine tragicamente con <strong>la</strong> sua decapitazione il 28 ottobr e, nel<strong>la</strong> piazza<br />

Mercato a Napoli. Il regno italiano degli Svevi del<strong>la</strong> casata degli Hohenstaufen era finito ed era<br />

iniziato quello degli Angioini francesi, con Carlo I d’Angiò e questi, dopo aver represso <strong>la</strong> rivolta<br />

<strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, il 22 maggio del 1269 fece confiscare, e questa volta non solo virtualmente, tutti i<br />

beni <strong>di</strong> Aroldo Ripalta, assegnandoli in parte al protontino Pasquale Guarino.<br />

La casa Ripalta, un sontuoso pa<strong>la</strong>zzo ghibellino, il re lo assegnò a Giovanni de Spagny, suo<br />

valletto e familiare, facendone <strong>la</strong> sede del<strong>la</strong> curia regia e abitazione reale a Brin<strong>di</strong>si durante le<br />

permanenze in <strong>città</strong> del re, prima <strong>di</strong> completare <strong>la</strong> costruzione del suo pa<strong>la</strong>zzo reale: il castello a<br />

Santa Maria del Monte. Un pa<strong>la</strong>zzo, il Ripalta, <strong>che</strong> si situava al<strong>la</strong> fine dell’attuale omonima<br />

salita, adesso una scalinata (foto) <strong>che</strong> confluiva sul<strong>la</strong> via San Nicolicchio, poi, via Assennato.<br />

35


TOMMASO RISCHINIERI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1230 – Napoli, 1284)<br />

Fu un i nsigne giureconsulto brin<strong>di</strong>sino e, per i suoi meriti, fu nominato giu<strong>di</strong>ce del<strong>la</strong> Gran<br />

Corte Vicaria <strong>di</strong> Napoli, essendo re Carlo I d’ Angiò, ormai consolidato sul trono <strong>di</strong> tutto i l<br />

regno dopo <strong>la</strong> condanna a morte <strong>di</strong> Corra<strong>di</strong>no <strong>di</strong> Svevia, l’ultimo erede aspirante al trono <strong>di</strong><br />

Federico II sconfitto a Tagliacozzo nel 1268.<br />

Tra varie altre importanti attività svolte esercitando quel prestigioso incarico amministrativo<br />

presso <strong>la</strong> corte angioina <strong>di</strong> Napoli, Tommaso Rischinieri commentò le Costituzioni e le<br />

Prammati<strong>che</strong> del Regno.<br />

Nel 1284 però, Rischinieri cadde in <strong>di</strong>sgrazia e fu fatto impiccare dallo stesso re Carlo I<br />

d’Angiò, in un impeto <strong>di</strong> collera da cui fu preso a causa dell’imprigionamento <strong>di</strong> suo figlio, il<br />

futuro re Carlo lo zoppo. Il re Carlo I giustificò quell’atto, adducendo <strong>che</strong> fu proprio un<br />

consiglio invi<strong>di</strong>oso del Rischinieri <strong>che</strong> lo indusse a fare imprigionare in Castel dell’Ovo, e poi<br />

impiccare, il nobile Lorenzo Ruffolo <strong>di</strong> Ravello.<br />

Sembra, infatti, <strong>che</strong> fu an<strong>che</strong> per ven<strong>di</strong>care quell’impiccagione, <strong>che</strong> il figlio del re angioino fu<br />

imprigionato dall’aragonese Ruggero <strong>di</strong> Lauria e fu condotto in Sicilia insieme con molti altri<br />

feudatari <strong>di</strong> parte angioina.<br />

Molti <strong>di</strong> quei prigionieri condotti in Sicilia furono giustiziati, mentre il principe angioino, per<br />

intercessione dal<strong>la</strong> regina Costanza, fu mandato in Catalogna e, dopo varie vicissitu<strong>di</strong>ni e<br />

lunghi negoziati, fu finalmente riportato in Sicilia e fu liberato nel 1288, essendo nel frattempo<br />

già succeduto al padre, Carlo I d’Angiò, <strong>che</strong> era morto nel 1285.<br />

Dopo <strong>la</strong> morte <strong>di</strong> Rischinieri, tutti i suoi numerosi libri furono, dal nuovo re, re Carlo II d’Angiò<br />

lo zoppo, donati nel 1308 a Jacopo Pipino <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, suo me<strong>di</strong>co personale.<br />

36


JACOPO PIPINO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1265 circa – Napoli, 1326)<br />

Fu un illustre me<strong>di</strong>co e professore, magistrus, <strong>di</strong> me<strong>di</strong>cina per un trentennio, tra il 1296 e il<br />

1326, nel<strong>la</strong> famosa università <strong>di</strong> Napoli fondata da Federico II.<br />

Già nel 1296, infatti, il doctor Jacobus Pipinus fu esaminatore, per concedere il privilegium<br />

pratican<strong>di</strong> in me<strong>di</strong>cina, del maestro Gerardo Castagno<strong>la</strong>; nell’agosto 1302 es aminò al<br />

maestro Innocenzo Oril<strong>la</strong> e nel 1305 esaminò al maestro Grillo <strong>di</strong> Salerno. A cominciare da<br />

questa data, Jacopo Pipino fu appel<strong>la</strong>to professor.<br />

Fu uno dei me<strong>di</strong>ci più illustri del regno e fu me<strong>di</strong>co regio, fu primario e <strong>di</strong> famiglia del re Carlo<br />

II d’Angiò, detto lo zoppo, e <strong>di</strong> suo figlio, Filippo principe <strong>di</strong> Taranto, nonché an<strong>che</strong> dell’altro<br />

figlio e seguente re, Roberto d’Angiò.<br />

Fu nominato Feudatario e Milite, e nel 1303 fu asceso a nobile dal re Carlo II, in seguito al<strong>la</strong><br />

richiesta fattagli <strong>di</strong>rettamente dal figlio Filippo, con l’assegnazione del feudo <strong>di</strong> Giur<strong>di</strong>gnano e<br />

del territorio <strong>di</strong> Peuti, presso Oria.<br />

Inoltre, nel 1308, al<strong>la</strong> morte del nobile brin<strong>di</strong>sino Tommaso Pistineri, il quale non ebbe ere<strong>di</strong>,<br />

il re Carlo II stabilì <strong>che</strong> i beni <strong>di</strong> quel nobile andassero a Jacopo Pipino. Così come furono<br />

donati a Pipino, per <strong>di</strong>sposizione dello stesso re, an<strong>che</strong> i libri conservati nel castello <strong>di</strong> Melfi<br />

<strong>che</strong> erano appartenuti al brin<strong>di</strong>sino, giu<strong>di</strong>ce del<strong>la</strong> Vicaria, Tommaso Rischinieri, caduto in<br />

<strong>di</strong>sgrazia e fatto impiccare dal re Carlo I, nel 1284.<br />

Oltre <strong>che</strong> esaminatore in me<strong>di</strong>cina e i n chirurgia, nel 1296 il magister Jacobus venne<br />

incaricato dal re Roberto a conferire, in sostituzione del Gran Cancelliere, <strong>la</strong> <strong>la</strong>urea in<br />

me<strong>di</strong>cina a Matteo <strong>di</strong> Giovanni Jannottaro, attestandosi con ciò <strong>la</strong> grande estimazione in cui<br />

il re tenne il Pipino, poiché siffatto incarico, <strong>di</strong> sostituire in simili mansioni il Gran Cancelliere,<br />

venne concesso solo a persone assai stimate e <strong>di</strong> grado molto elevato.<br />

Probabilmente Jacopo, sposato con una nobile brin<strong>di</strong>sina, non ebbe <strong>di</strong>scendenti, visto <strong>che</strong><br />

erede dei suoi beni fu un tale Manfredo <strong>di</strong> Venafro.<br />

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RUGGERO FLORES<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1267 – Adrianopoli, 30 aprile 1305)<br />

Fu un capitano <strong>di</strong> ventura nato a Brin<strong>di</strong>si tra il 1266 e il 1268, secondogenito del nobile<br />

tedesco Riccardo Blum, falconiere dell’imperatore Federico II d i Svevia -<strong>che</strong> si cambiò il<br />

cognome in Flores- e da una nobildonna brin<strong>di</strong>sina, forse del<strong>la</strong> famiglia dei Ripalta.<br />

Rimase orfano in tenera età, quando i l padre morì, il 23 agos to 1268, nel<strong>la</strong> battaglia <strong>di</strong><br />

Tagliacozzo combattendo per Corra<strong>di</strong>no <strong>di</strong> Svevia contro Carlo I d’Angiò.<br />

Nel 1275, i l frate temp<strong>la</strong>re Vassayl da M arsiglia, comandante <strong>di</strong> una nav e temp<strong>la</strong>re<br />

approdata a Brin<strong>di</strong>si, notò il ragazzino Ruggero interessarsi alle attività marinare del porto, e<br />

quin<strong>di</strong> chiese ed ottenne dal<strong>la</strong> madre il suo affidamento. Ruggero mostrò da subito coraggio<br />

e gran<strong>di</strong> attitu<strong>di</strong>ni marinares<strong>che</strong>, al punto <strong>che</strong> fu introdotto nell’or<strong>di</strong>ne dei Temp<strong>la</strong>ri e, appena<br />

ventenne, gli fu dato il comando del<strong>la</strong> nave Falcone, <strong>la</strong> più grande dell’Or<strong>di</strong>ne, solitamente<br />

attraccata nel porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e in servizio costante sul<strong>la</strong> rotta per <strong>la</strong> Terrasanta.<br />

Con quel<strong>la</strong> nave Ruggero Flores partecipò a numerose imprese militari contro i Musulmani e,<br />

nel 1291, si <strong>di</strong>stinse nel<strong>la</strong> <strong>di</strong>fesa <strong>di</strong> San Giovanni d’Acri, quando <strong>tutta</strong>via, accusato -forse<br />

ingiustamente- <strong>di</strong> essersi appropriato <strong>di</strong> alcuni beni approfittando del<strong>la</strong> confusione <strong>che</strong> seguì<br />

l’abbandono del<strong>la</strong> <strong>città</strong> caduta in mani saracene, fu espulso dall’or<strong>di</strong>ne temp<strong>la</strong>re.<br />

Sdegnato con Carlo d’Angiò per aver confiscato i beni del padre, Ruggero passò a<br />

combattere con gli Aragonesi, <strong>di</strong>stinguendosi per le sue imprese belli<strong>che</strong> e, <strong>di</strong> venuto vice<br />

ammiraglio degli Almogaveri -combattenti cata<strong>la</strong>ni- liberò Messina dall’asse<strong>di</strong>o angioino nel<br />

1301. Dopo <strong>la</strong> pace <strong>di</strong> Caltabellotta nel 1302, tra Carlo D’Angiò e Feder ico d’Aragona,<br />

Ruggero Flores passò al servizio dell’imperatore d’Oriente Andronico II Paleologo, in guerra<br />

contro gli Ottomani. Entrò in Anatolia, impossessandosi <strong>di</strong> Fi<strong>la</strong>delfia, Magnesia ed Efeso e<br />

respingendo i Turchi fino al<strong>la</strong> Cilicia e il Tauro. Poi, durante <strong>la</strong> primavera del 1304 respinse<br />

an<strong>che</strong> gli A<strong>la</strong>ni, provenienti dal nord del Mar Nero. Come ricompensa per i servizi prestati<br />

all’impero, Andronico nominò Ruggero megadux -comandante del<strong>la</strong> flotta- e gli <strong>di</strong>ede in<br />

sposa Maria, sua nipote e figlia dello zar <strong>di</strong> Bulgaria, Azan.<br />

Quei successi del brin<strong>di</strong>sino, suscitarono però an<strong>che</strong> l'invi<strong>di</strong>a del figlio dell’imperatore,<br />

Mi<strong>che</strong>le IX Paleologo, l’erede al trono, <strong>che</strong> sospettoso <strong>di</strong> quell’ambizioso cavaliere<br />

trentasettenne, lo fece assassinare a tra<strong>di</strong>mento, nel 1305, durante un ban<strong>che</strong>tto a<br />

Adrianopoli.<br />

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GIOVANNI CASTROMEDIANO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, XIII Secolo – Lecce, XIV Secolo)<br />

Fu un viceammiraglio del regno <strong>di</strong> Sicilia e Napoli, elevato a tale grado nel 1306 dal re Carlo<br />

II D’Angiò, lo zoppo.<br />

Nacque a B rin<strong>di</strong>si nel<strong>la</strong> seconda metà del XIII secolo, <strong>di</strong>scendente da una nobi le famiglia<br />

originaria del<strong>la</strong> Franconia, il cui capostipite Kilian <strong>di</strong> Lymburgh scese in Italia in <strong>di</strong>fesa del re<br />

<strong>di</strong> Sicilia, il normanno Guglielmo I il malo, il quale nel 1156 gli assegnò in compenso le terre<br />

<strong>di</strong> Castrome<strong>di</strong>ano, Pietrapertosa e Castrobellotto, in Basilicata.<br />

Un <strong>di</strong>scendente <strong>di</strong>retto <strong>di</strong> Kilian, Ruggero <strong>di</strong> Castrome<strong>di</strong>ano il giovane, fu scelto dal re Carlo I<br />

D’Angiò a s uo Cavallerizzo maggiore e poi , in compenso dei servigi resi, nel 1272, ebbe<br />

concesso in beneficio il feudo <strong>di</strong> Cerceto, situato nel<strong>la</strong> giuris<strong>di</strong>zione del<strong>la</strong> Contea <strong>di</strong> Lecce.<br />

Per tale circostanza, Ruggero, una volta nominato barone, con <strong>tutta</strong> <strong>la</strong> sua famiglia si staccò<br />

dal ceppo principale <strong>di</strong> Basilicata e fu a stabilirsi a Brin<strong>di</strong>si, dove nacque suo figlio -o forse<br />

nipote- Giovanni Castrome<strong>di</strong>ano, il futuro viceammiraglio.<br />

Successivamente, già iniziato il secolo XIV, il ramo dei Castrome<strong>di</strong>ano <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si fu a<br />

stabilirsi in Lecce, dove <strong>di</strong>morò a lungo nel pa<strong>la</strong>zzo <strong>di</strong> famiglia (foto) prospiciente <strong>la</strong> piazzetta<br />

del<strong>la</strong> Zecca, presso porta San Biagio.<br />

39


ENRICO CAVALERIO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1300 circa – Brin<strong>di</strong>si, 1346)<br />

Fu un condottiero <strong>di</strong> mare. Per <strong>la</strong> sua perizia marinara e per il suo valore, <strong>la</strong> regina <strong>di</strong> Napoli,<br />

<strong>la</strong> angioina Giovanna I, lo nominò nel 1346 gran maestro degli arsenali <strong>di</strong> Puglia e protontino<br />

delle galere <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, una specie <strong>di</strong> ammiraglio sovrintendente marittimo, per succedere a<br />

Filippo Ripa.<br />

Giovanna I, infatti, nipote del re Roberto d’Angiò, appena se<strong>di</strong>cenne era salita sul trono <strong>di</strong><br />

Napoli nel 1343 al<strong>la</strong> morte <strong>di</strong> Roberto avvenuta quando l ’erede, suo figlio Carlo duca <strong>di</strong><br />

Ca<strong>la</strong>bria e padre <strong>di</strong> Giovanna, era già morto, trentenne nel 1328.<br />

Proprio quel<strong>la</strong> nominazione <strong>di</strong> Enrico Cavalerio a protontino, scatenò i sanguinosi eventi <strong>che</strong><br />

coinvolsero e sconvolsero l’intera <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si nel 1346, allorché Filippo, del potente e<br />

nobile casato brin<strong>di</strong>sino dei Ripa, prese in potere <strong>la</strong> <strong>città</strong> seminando persecuzione e morte<br />

tra i suoi avversari, in primis i membri dell’altrettanto potente e nobile casato dei Cavalerio, <strong>di</strong><br />

cui Enrico fu al tempo il massimo rappresentate.<br />

Intorno ai Ripa si raccolse <strong>la</strong> massa dei conta<strong>di</strong>ni e intorno ai Cavalerio quel<strong>la</strong> dei marinai,<br />

sicché <strong>la</strong> <strong>città</strong>, an<strong>che</strong> per il fatto <strong>che</strong> tutte le altre famiglie importanti si schierarono dall’una o<br />

dall’altra parte, risultò <strong>di</strong>visa in due opposte fazioni.<br />

Il Ripa arringò contro i Cavalerio i conta<strong>di</strong>ni, a quel l’epoca affamati dal<strong>la</strong> carestia,<br />

convincendoli <strong>che</strong> il grano era finito nei depositi dell’avversario: non meno <strong>di</strong> una ventina<br />

furono le vittime del<strong>la</strong> violenza, fra cui lo stesso Enrico Cavalerio.<br />

Quei gravi fatti indussero finalmente il governo angioino <strong>di</strong> Napoli, il cui rappresentante<br />

provinciale Goffredo Gatto<strong>la</strong> nul<strong>la</strong> aveva potuto fare per contrastare il Ripa, a intervenire con<br />

provve<strong>di</strong>menti urgenti tendenti a r istabilire l’or<strong>di</strong>ne e puni re i responsabili dei gravi crimini.<br />

Per cui il Ripa, minacciato d’arresto, trovò scampo nel<strong>la</strong> fuga -forse definitiva, o forse nodal<strong>la</strong><br />

<strong>città</strong>, al<strong>la</strong> volta del<strong>la</strong> Grecia.<br />

40


MARCO ANTONIO CAVALERIO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, Secolo XV)<br />

Fu un illustre brin<strong>di</strong>sino <strong>di</strong> belle lettere e, al contempo, ebbe an<strong>che</strong> le facoltà <strong>di</strong> legale.<br />

Fu un <strong>di</strong>scendente <strong>di</strong>retto dell’antica e potente fam iglia marinara brin<strong>di</strong>sina dei Cavalerio,<br />

<strong>che</strong> nel precedente secolo -il XIV- fu nemica acerrima dell’altrettanto potente famiglia<br />

brin<strong>di</strong>sina dei Ripa e <strong>che</strong> rimase, per or<strong>di</strong>ne <strong>di</strong> Filippo Ripa, quasi completamente annientata<br />

nei sanguinosi fatti del 1346, mentre da Napoli da qual<strong>che</strong> anno e senza grande autorità,<br />

regnava <strong>la</strong> angioina regina Giovanna I.<br />

Marco Antonio Cavalerio visse <strong>tutta</strong> <strong>la</strong> sua vita a Brin<strong>di</strong>si, esercitando <strong>la</strong> professione <strong>di</strong> legale<br />

al tempo in cui sul regno <strong>di</strong> Napoli e <strong>di</strong> Sicilia governavano i sovrani aragonesi, <strong>che</strong> dal loro<br />

consolidato regno <strong>di</strong> Sicilia avevano, nel 1442, strappato ai sovrani angioini il regno <strong>di</strong><br />

Napoli, dopo una lunga e molto combattuta guerra, riunendo i due regni sotto il re Alfonso, a<br />

favore del quale si schierò il principe <strong>di</strong> Taranto Orsini Del Balzo <strong>che</strong> così poté mantenere e<br />

consolidare il suo potere, continuando a signoreggiare an<strong>che</strong> su Brin<strong>di</strong>si fino a morire, nel<br />

1463, assassinato dopo <strong>che</strong>, ancora una volta, aveva cambiato bando tradendo Ferrante, il<br />

nuovo re Fer<strong>di</strong>nando I d’Aragona.<br />

Come letterato, Marco Antonio Cavalerio scrisse, tra altro, <strong>la</strong> Vita <strong>di</strong> Piero delle Vigne <strong>di</strong><br />

Capua.<br />

41


POMPEO AZZOLINO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, XV Secolo)<br />

Fu una singo<strong>la</strong>re figura <strong>di</strong> condottiero brin<strong>di</strong>sino <strong>che</strong> seppe <strong>di</strong>fendere Brin<strong>di</strong>si, attaccata dai<br />

Veneziani nel 1483. Il re Ferrante, Fer<strong>di</strong>nando I d’Aragona, gli affidò il governo del<strong>la</strong> <strong>città</strong>, in<br />

considerazione delle sue rinomate virtù militari e del<strong>la</strong> sua fedeltà al<strong>la</strong> casa reale.<br />

Nel 1481 m ostrò il suo valore e le sue capacità guerres<strong>che</strong> personali, offrendo con i suoi<br />

uomini un importante contributo al<strong>la</strong> liberazione <strong>di</strong> Otranto, <strong>che</strong> era caduta in mano ai Turchi<br />

l’anno precedente.<br />

Nel 1483 i Veneziani, con una flotta forte <strong>di</strong> 56 vele salpata da Corfù, sbarcati sul<strong>la</strong> spiaggia<br />

<strong>di</strong> Guaceto, occupate e sac<strong>che</strong>ggiate Carovigno e San Vito degli Schiavoni -oggi dei<br />

Normanni- si <strong>di</strong>ressero, capitanati da Giacomo Marcello, tronfi e baldanzosi, al<strong>la</strong> volta <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si, piazzaforte aragonese, con il proposito <strong>di</strong> occupar<strong>la</strong>.<br />

Pompeo Azzolino, messosi a capo <strong>di</strong> un gruppo <strong>di</strong> giovani volontari brin<strong>di</strong>sini, li affrontò sul<br />

campo, sul<strong>la</strong> strada per Brin<strong>di</strong>si, e l i fece retrocedere, costringendo a precipitosa fuga i<br />

superstiti e lo stesso Marcello, e incalzandoli fino al porto <strong>di</strong> Guaceto, nelle cui acque era al<strong>la</strong><br />

fonda l’armata veneta <strong>che</strong>, dopo aver cannoneggiato i Brin<strong>di</strong>sini ed accolto i malconci<br />

fuggitivi, sciolse le ancore e prese il <strong>la</strong>rgo.<br />

Ritornato in <strong>città</strong>, Azzolino fu ricevuto con gran<strong>di</strong> onori dai suoi concitta<strong>di</strong>ni, <strong>che</strong> lo salutarono<br />

come salvatore del<strong>la</strong> patria e, per volontà del re aragonese, fu ricordato per quel suo atto<br />

eroico, con una epi grafe apposta sul muro del<strong>la</strong> sua casa, nel quartiere marinaro delle<br />

Sciabi<strong>che</strong>:<br />

“CESARE METTE IN FUGA POMPEO: DA QUESTO STESSO LUOGO, IL NOSTRO<br />

POMPEO FORTE QUANT’ALTRI MAI AFFRONTA INNUMEREVOLI NEMICI. SALGA<br />

DUNQUE ALLE STELLE LA FELICE CASA DEGLI AZZOLINO CHE GENERA TALI<br />

PETTI DA OPPORRE ALLE ARMI DEGLI UOMINI “<br />

42


BERNARDINO SCOLMAFORA<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1450 circa – Castro, 1529)<br />

Fu arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si nel 1529 e fu un dotto ecclesiastico. Nacque nel seno <strong>di</strong> una delle<br />

famiglie più importanti <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e fu avviato al<strong>la</strong> carriera ecclesiastica.<br />

A Brin<strong>di</strong>si, il pa<strong>la</strong>zzo <strong>di</strong> Bernar<strong>di</strong>no e <strong>di</strong> sua sorel<strong>la</strong> Antonia, forse, si identifica con quello in<br />

via San Nicolicchio, ora via Assennato, su cui è murato lo stemma dei Perez. Infatti, Antonia<br />

Scolmafora fu poi sposa, sul finire del XVI secolo, <strong>di</strong> Antonio Perez.<br />

Sul portale del pa<strong>la</strong>zzo, ormai completamente ricostruito, è ancora murato lo stemma dei<br />

Perez: “La forma dello stemma è quel<strong>la</strong> <strong>di</strong> un poligono concavo convesso, guarnito <strong>di</strong><br />

antichissimi intagli, e sopra vi appoggia un cimiero chiuso con mas<strong>che</strong>ra. Lo stemma<br />

rappresenta un leone all’impie<strong>di</strong>, voltato a destra, con coda irta portando nel<strong>la</strong> mano destra<br />

una sciabo<strong>la</strong> alzata. Il detto leone sta appoggiato con <strong>la</strong> zampa sinistra a terra. E sopra al<br />

leone vedesi tre stelle”.<br />

Bernar<strong>di</strong>no fu, prima vicario generale <strong>di</strong> Taranto e poi vescovo <strong>di</strong> Lavello, ove <strong>di</strong>morò fino al<br />

12 marzo 1504 quando, appena passato il regno <strong>di</strong> Napoli sotto il dominio spagnolo con il re<br />

Fer<strong>di</strong>nando il cattolico, venne trasferito dal papa Giulio II al<strong>la</strong> chiesa <strong>di</strong> Castro, come vescovo<br />

<strong>di</strong> quel<strong>la</strong> chiesa.<br />

Da Castro, il vescovo Scolmafora, intervenne al Concilio <strong>di</strong> Laterano celebrato negli anni<br />

1512 e 1513, <strong>che</strong> fu indetto dal pontefice Leone X.<br />

Quando nel 1529 v enne nominato arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, come premio delle sue virtù e<br />

del<strong>la</strong> sua dottrina, non fece in tempo a pr endere possesso del<strong>la</strong> sua sede arcivescovile,<br />

perché fu raggiunto da morte improvvisa.<br />

43


PAOLO IV<br />

(Sant’Angelo a Sca<strong>la</strong>, 28 giugno 1476 – Roma, 18 agosto 1559)<br />

Fu, Gian Pietro Carafa, arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dal 1518 al 1524, e fu il 223º papa del<strong>la</strong><br />

Chiesa cattolica. Nacque nel<strong>la</strong> provincia <strong>di</strong> Avellino nel seno <strong>di</strong> una delle più anti<strong>che</strong> famiglie<br />

del<strong>la</strong> nobiltà napoletana, da G iovanni Antonio e da V ittoria Camponeschi, figlia <strong>di</strong> Pietro<br />

Lalle. La famiglia affidò <strong>la</strong> sua educazione allo zio car<strong>di</strong>nale Oliviero Carafa, raffinato cultore<br />

<strong>di</strong> lettere e mecenate, <strong>che</strong> lo avviò allo stu<strong>di</strong>o del greco e dell’ebraico.<br />

A 14 anni fuggì dal convento napoletano <strong>di</strong> San Domenico Maggiore, ma venne ricondotto a<br />

casa; a 18 anni fu chierico; a 26 anni venne nominato cameriere pontificio e visse al<strong>la</strong> corte<br />

<strong>di</strong> Alessandro VI. Fu p rotonotario apostolico nel 1503, v escovo <strong>di</strong> Chieti nel 1504, legato<br />

presso il re Fer<strong>di</strong>nando il cattolico nel 1506 e presso Enrico VIII nel 1513. Il 20 <strong>di</strong>cembre<br />

1518 fu nominato arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e Oria. Non si recò mai a Brin<strong>di</strong>si e governò per<br />

mezzo <strong>di</strong> un suo vicario generale, Profeta de Baronibus, canonico del<strong>la</strong> chiesa <strong>di</strong> Chieti.<br />

Finalmente, Carafa rinunciò all’arcivescovato <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e Oria il 20 <strong>di</strong>cembre 1524.<br />

Nel 1527 scampò al sacco <strong>di</strong> Roma dei Lanzi<strong>che</strong>necchi e si rifugiò a Venezia fino al 1534.<br />

Fu nominato car<strong>di</strong>nale nel 1536 e nel 1542 fu i l primo presidente del<strong>la</strong> istituita<br />

Congregazione del<strong>la</strong> sacra romana e universale inquisizione. Nel 1555, a 79 anni , fu eletto<br />

papa.<br />

Tutta <strong>la</strong> sua opera, prima e dopo <strong>la</strong> sua elezione a pontefice, si concentrò nel<strong>la</strong> lotta contro<br />

l’eresia, senza riguar<strong>di</strong> né per sovrani né per alti pre<strong>la</strong>ti, taluni dei quali fece ad<strong>di</strong>rittura<br />

imprigionare; impose riforme durissime, sancì l’obbligo del<strong>la</strong> residenza per i vescovi, affrontò<br />

con intransigenza <strong>la</strong> situazione religiosa inglese destituendo Reginald Pole, suo legato.<br />

Partico<strong>la</strong>rmente rigido nei confronti degli Ebrei, or<strong>di</strong>nò il rogo del Talmud nel 1553 e ad<br />

Ancona nel 1556 fe ce condannare al rogo venticinque marrani. Il 12 luglio 1555 impose<br />

l’istituzione del Ghetto in Roma e in altre <strong>città</strong>.<br />

Fu avverso al<strong>la</strong> riapertura del Concilio <strong>di</strong> Trento e <strong>la</strong> sua politica estera, violentemente<br />

antiasburgica, costituì l’insuccesso più c<strong>la</strong>moroso del suo breve pontificato: <strong>la</strong> guerra contro<br />

Filippo II, concordata con <strong>la</strong> Francia, si concluse infatti nel 1558 con una minacciosa vittoria<br />

del duca d’Alba.<br />

Quando il papa morì, nel 1559, ci fu un tumulto popo<strong>la</strong>re contro il regime troppo austero da<br />

lui imposto: fu incen<strong>di</strong>ato il Tribunale dell’inquisizione e fu decapitata <strong>la</strong> sua statua. Nel 1565<br />

le sue spoglie furono tumu<strong>la</strong>te nel<strong>la</strong> Basilica <strong>di</strong> Santa Maria sopra Minerva.<br />

44


GEROLAMO ALEANDRO<br />

(Motta <strong>di</strong> Livenza, 13 febbraio 1480 – Roma, 1 febbraio 1542)<br />

Fu arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dal 1524 e fu poi an<strong>che</strong> nominato car<strong>di</strong>nale. Nacque nel Veneto da<br />

Francesco Aleandro, filosofo e me<strong>di</strong>co, e da Bartolomea Antonelli dei Bonfigli <strong>di</strong> nobile famiglia<br />

veneziana.<br />

Stu<strong>di</strong>ò teologia e lingue anti<strong>che</strong> a Padova e poi a Venezia, dove fu in contatto con Erasmo da<br />

Rotterdam e Aldo Manuzio. Nel 1508 si recò a Parigi su invito <strong>di</strong> re Luigi XII come professore <strong>di</strong><br />

greco e <strong>la</strong>tino e tenne per un certo tempo <strong>la</strong> cattedra <strong>di</strong> rettore <strong>di</strong> quel<strong>la</strong> università. Nel 1515,<br />

passò al servizio <strong>di</strong> Eberhard von der Mark, principe vescovo <strong>di</strong> Liegi, dal quale nel 1516 fu<br />

inviato in missione a Roma. In quegli anni <strong>di</strong> soggiorno romano, ebbe vari figli e, nel 1519, il<br />

papa Leone X lo nominò prefetto del<strong>la</strong> Biblioteca Vaticana e fu segretario del car<strong>di</strong>nale Giulio<br />

de’ Me<strong>di</strong>ci, il futuro papa C lemente VII. Nel settembre del 1520 s i recò in Germania come<br />

nunzio papale per presenziare all’incoronazione <strong>di</strong> Carlo V. In quel l’occasione fu tr a i<br />

protagonisti del<strong>la</strong> Dieta <strong>di</strong> Worms del 1521, i n cui <strong>di</strong>resse l’opposizione a Luter o. L’e<strong>di</strong>tto <strong>di</strong><br />

Worms, adottato dall’imperatore e dal<strong>la</strong> <strong>di</strong>eta, venne e<strong>la</strong>borato e proposto proprio da Aleandro.<br />

Nel 1524, il 9 ottobre, fu or<strong>di</strong>nato sacerdote dall’arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, Giovanni Pietro Carafa<br />

e il 20 <strong>di</strong>cembre dello stesso anno, in seguito al<strong>la</strong> rinuncia dell’arcivescovo Carafa -nominato<br />

car<strong>di</strong>nale e poi papa, Paolo IV- fu nominato arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e Oria dal papa Clemente<br />

VII, <strong>che</strong> lo inviò come nunzio apostolico al<strong>la</strong> corte del re <strong>di</strong> Francia, Francesco I.<br />

Fu preso prigioniero con quel monarca nel<strong>la</strong> battaglia <strong>di</strong> Pavia del 1525 e fu liberato soltanto col<br />

pagamento <strong>di</strong> un pesante riscatto. Successivamente, fu nunzio presso l’imperatore Carlo V nel<br />

1531 in Ungheria e in Boemia e poi, nel 1533, lo fu a Venezia. Sotto il papato <strong>di</strong> Paolo III, si<br />

occupò del<strong>la</strong> controriforma, <strong>la</strong>vorando dal 1534 al 1537 per il concilio e, nel 1536, fu nominato<br />

car<strong>di</strong>nale.<br />

Durante il periodo dell’arcivescovato, quando non fu lontano da Brin<strong>di</strong>si assolvendo alle varie<br />

missioni conferitegli dal papa, risiedette per lo più in San Pancrazio “per <strong>la</strong> bontà <strong>di</strong> quell’aria”.<br />

Nel 1541 -sembra, ma non è unanimemente accettato- rinunciò al vescovato <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e Oria in<br />

favore del nipote Francesco Aleandro, <strong>che</strong> gli succedette nel 1542, e si recò a Roma per far<br />

parte del<strong>la</strong> commissione per <strong>la</strong> riforma del<strong>la</strong> curia romana, in preparazione del Concilio <strong>di</strong><br />

Trento, ma vi morì dopo poco, il primo febbraio 1542. Fu sepolto inizialmente in San Crisogono,<br />

poi le sue spoglie furono portate nel<strong>la</strong> <strong>città</strong> natale <strong>di</strong> Motta <strong>di</strong> Livenza, in Friuli.<br />

45


GIAMBATTISTA CASIMIRO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, XVI Secolo)<br />

Fu, Giovan Battista un intellettuale, regio notaio, storiografo e scrittore, nato e vissuto a<br />

Brin<strong>di</strong>si nel XVI secolo. Sposò Giulia Marangia ed ebbe sette figli, tra cui: Teodoro, <strong>che</strong><br />

ere<strong>di</strong>tò <strong>la</strong> professione <strong>di</strong> notaio, Francescantonio, <strong>che</strong> fu maestro dei conventuali <strong>di</strong> San<br />

Francesco e an<strong>che</strong> Provinciale <strong>di</strong> quell’or<strong>di</strong>ne monastico e <strong>di</strong> Giustina, <strong>che</strong> fu novizia in San<br />

Benedetto.<br />

Fu l’autore del<strong>la</strong> “Prima nota storica sul<strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si” finalmente e<strong>di</strong>tata nel 2017. Infatti,<br />

Casimiro -più correttamente Casmirio- in un lungo testo manoscritto, <strong>che</strong> non gli riuscì <strong>di</strong><br />

dare alle stampe, intito<strong>la</strong>to “Episto<strong>la</strong> Apologetica Jo. Battistae Casimirij ad Q. Marium<br />

Corradum. Diplomata ac privilegia summorum pontificum regnum ac imperatorum plurima.<br />

Index copiosissimus eorum quae in Episto<strong>la</strong> continentur”, datato al 1º <strong>di</strong>cembre 1567 e<br />

in<strong>di</strong>rizzato al celebre umanista <strong>di</strong> Oria, suo contemporaneo ed ex amico, Quinto Mario<br />

Corrado, a proposito dell’in<strong>di</strong>pendenza proc<strong>la</strong>mata da Oria del<strong>la</strong> propria <strong>di</strong>ocesi nei confronti<br />

<strong>di</strong> quel<strong>la</strong> brin<strong>di</strong>sina, <strong>di</strong>fese <strong>la</strong> posizione del<strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, riven<strong>di</strong>candone acerrimamente<br />

<strong>la</strong> preminenza.<br />

Nel suo testo, tra altro, Casimiro, impostò <strong>la</strong> leggenda del<strong>la</strong> fondazione erculea <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e,<br />

percorrendo i tempi, analizzò il territorio e le sue con<strong>di</strong>zioni ambientali, raccontando <strong>la</strong><br />

frequentazione del porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si fin dal<strong>la</strong> proto<strong>storia</strong>.<br />

Casimiro scrisse an<strong>che</strong> una “Storia <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si” <strong>che</strong> trasse, in buona parte da quel<strong>la</strong> episto<strong>la</strong> e<br />

parte, probabimente, dal<strong>la</strong> precedente Hi<strong>storia</strong> Brundusina <strong>di</strong> Giovanni Carlo Verano,<br />

storiografo brin<strong>di</strong>sino del<strong>la</strong> prima età angioina, poi andata <strong>di</strong>spersa. Quel manoscritto <strong>di</strong><br />

Casimiro, rimasto ine<strong>di</strong>to, fu conservato nel<strong>la</strong> biblioteca De Leo e fu certamente ripreso<br />

an<strong>che</strong> da Gio’ Moricino per <strong>la</strong> sua più completa <strong>storia</strong> del<strong>la</strong> <strong>città</strong>, poi c<strong>la</strong>morosamente<br />

p<strong>la</strong>giata da Andrea Del<strong>la</strong> Monaca.<br />

Giovan Battista Casmirio, morì a Brin<strong>di</strong>si, verosimilmente nel<strong>la</strong> primavera del 1571.<br />

46


JACOPO DE VANIS<br />

(Brin<strong>di</strong>si, XVI Secolo)<br />

Fu un rinomato pittore “amateur”, un nobile infatti, del<strong>la</strong> cui origine, probabilmente salentina,<br />

non si conoscono dettagli, ma <strong>che</strong> certamente fu attivo in Brin<strong>di</strong>si tra il 1559 ed il 1570.<br />

La sua opera più antica firmata e datata -Nobilis jacobus de vanis brundusinus pinxit 1559-<br />

<strong>che</strong> si conosce è, infatti, <strong>la</strong> “Visitazione” <strong>che</strong> si trova nel<strong>la</strong> chiesa <strong>di</strong> San Paolo eremita, in<br />

fondo al<strong>la</strong> navata sinistra, eseguita per l’altare dallo stesso titolo, poi demolito. E allo stesso<br />

anno 1569 r isale un’autografa “Incredulità <strong>di</strong> San Tommaso”, <strong>che</strong> invece si trova nel<br />

convento <strong>di</strong> San Ruggero, anticamente <strong>di</strong> Santo Stefano, in Barletta.<br />

È dell’anno dopo, <strong>la</strong> sua opera “Adorazione dei pastori” o “Natività” (foto) <strong>che</strong> è nel<strong>la</strong> chiesa<br />

<strong>di</strong> San Benedetto, sul<strong>la</strong> quale è leggibile l'iscrizione Nobbilis Jacobus de Vanis de Brun<strong>di</strong>sio<br />

pinxit 1570. Qui il pittore segna, si <strong>di</strong>rebbe, lo snodo per il quale <strong>la</strong> cultura pittorica locale<br />

innova <strong>la</strong> remota tra<strong>di</strong>zione rappresentativa d’ascendenza idealistica e simbolica attraverso<br />

riman<strong>di</strong> al contesto rinascimentale. Nel<strong>la</strong> te<strong>la</strong> è l’allegoria del<strong>la</strong> vittoria <strong>di</strong> Cristo sul mondo<br />

pagano. Cristo appena nato è segno <strong>di</strong> vitalità mentre i ruderi, nel paesaggio delineato, sono<br />

segni del passato già morto e in <strong>di</strong>sfacimento, con riferimento al politeismo ormai vinto.<br />

A Brin<strong>di</strong>si si trovano an<strong>che</strong> altre due tele: “Annunciazione” nel<strong>la</strong> Biblioteca Annibale De Leo e<br />

“Madonna del dolce canto” nel<strong>la</strong> chiesa <strong>di</strong> Santa Lucia, le quali, pur se ufficialmente ascritte<br />

a Jacopo De Vanis, sembrerebbero attribuibili invece ad un più modesto pittore locale.<br />

La restituzione del<strong>la</strong> Visitazione allo stu<strong>di</strong>o degli esperti, permise rive<strong>la</strong>re, dall’intonazione<br />

espressiva, dalle pose monumentali e rigide dei <strong>personaggi</strong>, e dal<strong>la</strong> trattazione realistica<br />

delle scene e gli effetti luministici, una puntuale conoscenza del<strong>la</strong> pittura lombardo-veneta da<br />

parte del pittore.<br />

Le evidenti cadute qualitative del<strong>la</strong> stessa Visitazione inoltre, fecero pensare a un l argo<br />

intervento <strong>di</strong> bottega op pure a quel lo <strong>di</strong> una pe rsonalità artistica assai vicina. Tale ipotesi<br />

potrebbe giustificare an<strong>che</strong> le altre due attr ibuzioni: le tele del<strong>la</strong> “Madonna con Bambino”<br />

poste nelle chiese <strong>di</strong> San Sebastiano e <strong>di</strong> San Benedetto, quest’ultima trafugata nel 1974.<br />

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GIOVANNI CARLO BOVIO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 5 gennaio 1522 – Ostuni, settembre 1570)<br />

Fu arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dal 1564. Nacque a Brin<strong>di</strong>si da Andrea, nobile bolognese e da Giulia<br />

Fornari, nobile brin<strong>di</strong>sina. Fu mandato a Bologna presso i parenti per frequentare l’università.<br />

Laureatosi con lode in <strong>di</strong>ritto, andò a Roma dove abbracciò lo stato ecclesiastico e si de<strong>di</strong>cò allo<br />

stu<strong>di</strong>o del<strong>la</strong> teologia e delle lingue c<strong>la</strong>ssi<strong>che</strong> e orientali.<br />

Nel 1555 fu arci<strong>di</strong>acono del<strong>la</strong> cattedrale <strong>di</strong> Monopoli e poco dopo, nel 1546 sotto il pontificato <strong>di</strong><br />

Paolo IV, venne nominato vescovo <strong>di</strong> Ostuni, succedendo al suo zio paterno Pietro Bovio. Nel<br />

1562 andò a Trento in occasione dei <strong>la</strong>vori del Concilio indetto da Pio IV e il 21 giugno 1564 fu<br />

nominato arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e Oria (*) dallo stesso papa Pio IV.<br />

Nel 1565, arcivescovo appena inse<strong>di</strong>ato, compì <strong>la</strong> prima sacra visita dell’arci<strong>di</strong>ocesi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e<br />

<strong>di</strong>ede <strong>di</strong>sposizioni per ristabilire <strong>la</strong> morale <strong>la</strong> <strong>di</strong>sciplina e <strong>la</strong> cultura -tutte cose abbastanza<br />

carenti- nel clero. Nel 1566 chiamò i Cappuccini a Brin<strong>di</strong>si e nel 1568 chiamò i Riformati.<br />

Ebbe poi qual<strong>che</strong> <strong>di</strong>savvenenza con gli amministratori del<strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si per questioni, in<br />

principio, futili -una questione <strong>di</strong> vino- e cominciò a pre<strong>di</strong>ligere una sempre più frequente <strong>di</strong>mora<br />

in Oria, dove e<strong>di</strong>ficò un nuovo pa<strong>la</strong>zzo vescovile, vi trasferì <strong>la</strong> sua cattedra e vi <strong>di</strong>morò quin<strong>di</strong> in<br />

permanenza.<br />

Il crescere, su sollecitazione veneziana, del<strong>la</strong> produzione viti-vinico<strong>la</strong> e, successivamente, il<br />

venir meno dei mercati d’esportazione nel levante e <strong>la</strong> conseguente necessità <strong>di</strong> riversare in<br />

<strong>città</strong> le eccedenze, resero troppo ze<strong>la</strong>nti nell’applicazione del privilegio i responsabili del<strong>la</strong> civica<br />

amministrazione i quali ruppero nel<strong>la</strong> piazza alcuni vasi <strong>di</strong> vino <strong>che</strong> l’arcivescovo fece venir da<br />

fuori per uso personale.<br />

Morì ancora re<strong>la</strong>tivamente giovane a Ostuni e, per sua volontà, fu sepolto a Oria. In effetti, a<br />

Brin<strong>di</strong>si non pochi coltivarono un certo rancore nei suoi confronti e, si <strong>di</strong>ce, <strong>che</strong> al<strong>la</strong> notizia del<strong>la</strong><br />

sua morte “per l’insolenza e <strong>la</strong> nequizia <strong>di</strong> pochi” si suonarono le campane a festa. Nonostante,<br />

“da tutti gli onesti citta<strong>di</strong>ni <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e dal pubblico magistrato, <strong>la</strong> morte s’intese col massimo<br />

dolore e gli si celebrarono solenni funerali”.<br />

(*) L’arcivescovato <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si fu trasferito a Oria quando, nel 674 i Longobar<strong>di</strong> occuparono e <strong>di</strong>strussero Brin<strong>di</strong>si.<br />

Poi, finalmente, con l’arcivescovo Go<strong>di</strong>no e grazie all’insistenza del papa Urbano II, <strong>la</strong> sede ritornò a Brin<strong>di</strong>si<br />

dopo il 1090 con <strong>la</strong> denominazione <strong>di</strong> “Arcivescovato <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e Oria” fino al 1586, anno in cui morì<br />

l’arcivescovo Bernar<strong>di</strong>no Figueroa <strong>che</strong> nel 1571 era succeduto a Giovanni Carlo Bovio. Dal 1586 al 1591 <strong>la</strong><br />

sede restò vacante e a partire dal 1591, con l’arcivescovo Andrea de Ajar<strong>di</strong>s, si ritornò al<strong>la</strong> denominazione<br />

originale <strong>di</strong> “Arcivescovato <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si” mentre Oria passò ad essere suffraganea <strong>di</strong> Taranto. Il 30<br />

settembre1986, con l’arcivescovo Settimio To<strong>di</strong>sco, a Brin<strong>di</strong>si fu accorpata l’arci<strong>di</strong>ocesi <strong>di</strong> Ostuni, assumendo<br />

da allora <strong>la</strong> nuova denominazione <strong>di</strong> “Arcivescovato <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e Ostuni”.<br />

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FERRANTE FORNARI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1 gennaio 1533 – Napoli, 5 marzo 1603)<br />

Fu un insigne giurista. Nacque, nel<strong>la</strong> casa <strong>di</strong> famiglia, Pa<strong>la</strong>zzo Fornari, da Lucio e Orso<strong>la</strong><br />

Bovio, sorel<strong>la</strong> <strong>di</strong> Giovanni Carlo Bovio, <strong>che</strong> fu arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e <strong>di</strong> Cesare Bovio, <strong>che</strong><br />

fu vescovo <strong>di</strong> Nardò. Fu battezzato il 4 marzo dello stesso 1553.<br />

La casata Fornari fu una anti ca e nobile famiglia genovese, trapiantata a B rin<strong>di</strong>si nel XIV<br />

secolo.<br />

Ferrante compì i suoi stu<strong>di</strong> universitari a Napoli e nel<strong>la</strong> capitale del vice regno, ai tempi in cui<br />

sul trono <strong>di</strong> Spagna sedeva Filippo II, risiedette per tutto il resto del<strong>la</strong> vita e svolse <strong>tutta</strong> <strong>la</strong><br />

sua attività.<br />

Fu nominato giu<strong>di</strong>ce del<strong>la</strong> Gran Curia Criminale nel 1575 e fu nominato Regio Consigliere<br />

nel 1576. Fu presidente del<strong>la</strong> Regia Camera e dal 1587 al 1592 fu R eggente del<strong>la</strong> Regia<br />

Cancelleria. In tale carica, s’interessò al<strong>la</strong> <strong>storia</strong> del<strong>la</strong> sua <strong>città</strong>, Brin<strong>di</strong>si, e si preoccupò <strong>di</strong> far<br />

estrarre dal<strong>la</strong> Regia Camera, tutti i registri <strong>che</strong> interessavano Brin<strong>di</strong>si, inviandone una copia<br />

a Giovanni Moricino al quale furono certamente utili nel<strong>la</strong> redazione del<strong>la</strong> sua ine<strong>di</strong>ta -e<br />

p<strong>la</strong>giata- Storia <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Nel 1595 il re Filippo II l o nominò an<strong>che</strong> suo Consigliere<br />

Col<strong>la</strong>terale nel Supremo Consiglio e Luogotenente del<strong>la</strong> Camera del<strong>la</strong> Sommaria.<br />

Nel<strong>la</strong> Cronaca dei Sindaci <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si è registrato <strong>che</strong> il 6 giugno 1595, Ferrante Fornari firmò<br />

il decreto per cui il luogotenente del maestro porto<strong>la</strong>no del<strong>la</strong> <strong>città</strong> acquistò il <strong>di</strong>ritto per <strong>la</strong><br />

cognizione ed il giu<strong>di</strong>zio nelle cause civili e c riminali dei marinai forestieri o citta<strong>di</strong>ni, in<br />

Brin<strong>di</strong>si.<br />

Il primo ottobre del 1598, l’amministrazione comunale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, essendo sindaco Antonio<br />

Leanza, elesse il suo illustre citta<strong>di</strong>no, Ferrante Fornari, a suo procuratore al par<strong>la</strong>mento<br />

generale del regno, da tenersi in San Lorenzo a Napoli.<br />

Ferrante si fece promotore del<strong>la</strong> costruzione del<strong>la</strong> Cappel<strong>la</strong> del<strong>la</strong> Natività nel<strong>la</strong> chiesa del<br />

Gesù Nuovo in Napoli, <strong>città</strong> in cui morì settantenne.<br />

49


LUCIO SCARANO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1540 – Venezia, 1610)<br />

Fu un i llustre letterato del<strong>la</strong> seconda metà del Secolo XVI. Nacque nel seno <strong>di</strong> una umile<br />

famiglia conta<strong>di</strong>na brin<strong>di</strong>sina e fu un dotto m e<strong>di</strong>co e un fam oso ed apprezzato filosofo,<br />

letterato e <strong>la</strong>tinista.<br />

Stu<strong>di</strong>ò all’Università <strong>di</strong> Bologna, dove insegnò e nel 1576 fu priore dei filosofi. Poi stu<strong>di</strong>ò a<br />

Padova ed infine a Venezia, dove il senato <strong>di</strong> quel<strong>la</strong> potente repubblica marinara lo chiamò<br />

poi, nel 1583, a ricoprire <strong>la</strong> cattedra <strong>di</strong> Filosofia dell’Accademia, succedendo in quel<br />

prestigioso incarico a Aldo Manuzio il giovane.<br />

Nel 1593 f u tra i fondatori dell’Accademia Veneziana e fu autore, nel 1594, del<strong>la</strong><br />

tragicomme<strong>di</strong>a Lo Antiloco. Nel 1601, scrisse il trattato Scenophy<strong>la</strong>x, in cui sostenne <strong>la</strong><br />

convenienza <strong>di</strong> restituire al<strong>la</strong> trage<strong>di</strong>a e al<strong>la</strong> comme<strong>di</strong>a <strong>la</strong> lingua <strong>la</strong>tina.<br />

Fu Scarano, forbito oratore in <strong>la</strong>tino e fu un p erfetto conoscitore del greco. In privilegiato<br />

contatto con l’intellettualità europea, fu amico dei principali letterati e scienziati suoi<br />

contemporanei, molti dei quali gli de<strong>di</strong>carono alcune delle loro opere.<br />

50


GIOVANNI MARIA MORICINO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 10 marzo 1558 – Brin<strong>di</strong>si, 18 settembre 1628)<br />

Fu sindaco <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, tra il 1604 e il 1605. Fu un me<strong>di</strong>co, intellettuale, storico, scrittore e<br />

insegnante. Nacque da Giovanni Francesco e da Dionora Taccone, nipote del notaio Antonio<br />

Taccone e <strong>di</strong>scendente an<strong>che</strong> del poeta Nicolò Taccone.<br />

Fu l’autore dell’ine<strong>di</strong>to primo libro <strong>che</strong> si conosca sia stato scritto sull’intera <strong>storia</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si,<br />

dalle origini fino ai tempi dello scrittore, intito<strong>la</strong>to: “Dell’Antiquità e V icissitu<strong>di</strong>ne del<strong>la</strong> Città <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si” il cui manoscritto fu incontrato nel<strong>la</strong> Biblioteca Annibale De Leo e per mise verificare il<br />

f<strong>la</strong>grante p<strong>la</strong>gio <strong>che</strong> ne fece Andrea Del<strong>la</strong> Monaca, il quale pubblicò nel 1846 <strong>la</strong> sua “Memoria<br />

historica dell’antichissima e fedelissima <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si”.<br />

Gio’ Maria Moricino, fu au<strong>di</strong> tore del municipio citta<strong>di</strong>no per molti anni e n el 1619 promosse il<br />

trasferimento delle mona<strong>che</strong> <strong>di</strong> Santa Chiara al nuovo monastero <strong>di</strong> Santa Maria degli Angeli e<br />

ottenne <strong>che</strong> al monastero <strong>di</strong> Santa Chiara si desse una somma annuale e fos se mantenuto<br />

aperto come terzo monastero citta<strong>di</strong>no.<br />

Fu insegnante a Mesagne, dove ebbe tra i suoi <strong>di</strong>scepoli il me<strong>di</strong>co storico e filosofo Fernando<br />

Epifanio, per retorica, logica e g eometria. Poi visse per un lungo periodo <strong>di</strong> tempo an<strong>che</strong> a<br />

Monopoli, dove fu tenuto in grande considerazione e dove insegnò ed esercitò <strong>la</strong> me<strong>di</strong>cina.<br />

Possedette una libreria, con an<strong>che</strong> testi <strong>di</strong> me<strong>di</strong>cina ricevuti in ere<strong>di</strong>tà da Fr ancesco Antonio<br />

Teodoro, <strong>che</strong> comprendeva libri <strong>di</strong> Sabellico, Biondo, Volterrano, Procopio da Cesarea, Sigonio<br />

e altri importanti autori. La libreria, dal<strong>la</strong> sua casa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si <strong>di</strong>etro al Seminario, fu poi trasferita<br />

al<strong>la</strong> casa Resta in Mesagne.<br />

Fu coinvolto nel più c<strong>la</strong>moroso giallo del XVI secolo, ossia il presunto omici<strong>di</strong>o per<br />

avvelenamento dell’arcivescovo Andrea Ajar<strong>di</strong> del 4 settembre 1595, del quale era me<strong>di</strong>co<br />

personale; accusa per <strong>la</strong> quale ebbe a soffrire non po<strong>che</strong> conseguenze, inclusa <strong>la</strong> carcerazione,<br />

il 20 ottobre, nel castello <strong>di</strong> terra, assieme a Marcello Barlà.<br />

Sposò in prime nozze, <strong>la</strong> gentildonna brin<strong>di</strong>sina Giulia Del<strong>la</strong> Volta ed in seconde nozze <strong>la</strong> nobile<br />

brin<strong>di</strong>sina Giulia Stabile. Dovette soffrire <strong>la</strong> morte accidentale del suo unico figlio del matrimonio<br />

in seconde nozze, il quin<strong>di</strong>cenne Francesco, il quale cadde da un albero <strong>di</strong> gelso moro nel<br />

giar<strong>di</strong>no del monastero a<strong>di</strong>acente al<strong>la</strong> chiesa <strong>di</strong> San Paolo. Il ragazzo fu seppellito nel<strong>la</strong> stessa<br />

chiesa, dove Gio’ Moricino volle poi essere an<strong>che</strong> lui seppellito, nel<strong>la</strong> cappel<strong>la</strong> <strong>di</strong> San<br />

Francesco, <strong>di</strong> stile barocco e c he fu dotata dal Moricino <strong>di</strong> una s tatua lignea del Poverello <strong>di</strong><br />

Assisi, <strong>di</strong> pregevole fattura e <strong>di</strong> grandezza maggiore del naturale.<br />

51


SAN LORENZO DA BRINDISI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 22 luglio 1559 – Lisbona, 22 luglio 1619)<br />

Fu, Giulio Cesare Russo, il più illustre figlio <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si: Generale dell’or<strong>di</strong>ne dei frati<br />

Cappuccini e uomo <strong>di</strong> singo<strong>la</strong>re valore, dottrina e santità.<br />

Nacque da Guglielmo e Elisabetta Marel<strong>la</strong>, ambedue <strong>di</strong> famiglia onoratissima. Morto il padre<br />

fu mandato a Venezia a convivere con lo zio Pietro fino a quando fu a V erona, ove indossò<br />

l’abito cappuccino il 24 marzo 1576 con il nome <strong>di</strong> Lorenzo.<br />

Fra Lorenzo stu<strong>di</strong>ò filosofia, teologia e lingue morte e viventi, imparando il <strong>la</strong>tino, il boemo, il<br />

tedesco, lo spagnolo, il francese, il greco e l ’ebraico. Ebbe una fol gorante carriera<br />

ecclesiastica giungendo presto a Generale dell’Or<strong>di</strong>ne. Fu famoso in <strong>tutta</strong> E uropa e fu<br />

incaricato <strong>di</strong> rilevatissimi affari, <strong>di</strong> chiesa e <strong>di</strong> principato, da tre pontefici e due imperatori, dal<br />

re <strong>di</strong> Spagna e dal duca <strong>di</strong> Baviera.<br />

Il 14 ottobre 1601 partecipò molto attivamente in prima linea, come cappel<strong>la</strong>no dell’armata<br />

imperiale, al<strong>la</strong> battaglia <strong>di</strong> Albareale vinta contro l’esercito mussulmano.<br />

Il 6 luglio 1607, stando a Brin<strong>di</strong>si, Fra Lorenzo scrisse in una lettera per Giovanni Leonardo<br />

Ripa: «... Io ho pens ato <strong>che</strong> sarebbe bene pi gliare quel<strong>la</strong> casa <strong>la</strong> quale sta congionta con<br />

quel<strong>la</strong> <strong>di</strong> mia nipote ed in più quel<strong>la</strong> <strong>che</strong> sta congionta con il cortiglio ch’è innanzi al<strong>la</strong> casa<br />

grande, per avere piazza più <strong>la</strong>rga. Mi farà grazia d´avvisarmi, se si potranno avere, e il<br />

prezzo <strong>di</strong> tutte quattro le case insieme, e quanta sarà <strong>la</strong> lunghezza e <strong>la</strong> <strong>la</strong>rghezza <strong>di</strong> tutto il<br />

sitio, e <strong>che</strong> spesa si può <strong>di</strong>u<strong>di</strong>care per fabbricarvi detta chiesa <strong>di</strong> Santa Maria degli Angeli in<br />

forma <strong>di</strong> croce…».<br />

Fu quello del<strong>la</strong> chiesa con l’annesso monastero per le sorelle cappuccine, <strong>che</strong> essendo<br />

incrementato il loro numero e <strong>la</strong> loro fama rimanevano ormai strette nel<strong>la</strong> sede originaria in<br />

piazza del<strong>la</strong> Cattedrale, un progetto <strong>che</strong> Fra Lorenzo perseguì fino al<strong>la</strong> sua realizzazione. E<br />

così, <strong>di</strong>simpegnando <strong>la</strong> carica <strong>di</strong> precettore spirituale <strong>di</strong> Massimiliano, duca <strong>di</strong> Baviera,<br />

convinse il potente duca a farsi promotore <strong>di</strong> quel progetto, tanto <strong>che</strong> nel 1609 il proprio duca<br />

inviò dal<strong>la</strong> Baviera il progetto con importanti finanziamenti, e se ne cominciò <strong>la</strong> costruzione.<br />

La costruzione durò una decina d’anni ininterrotti, con un risultato favoloso: un monastero<br />

splen<strong>di</strong>do ed una chiesa suntuosa «... hav vi tuttora in questa chiesa un C risto in croce<br />

d´avorio, alto circa due palmi, tutto d´un pezzo meno le due braccia maestrevolmente<br />

congiunte al corpo…».<br />

Nel giorno del suo compleanno numero sessanta, Fra Lorenzo morì presso <strong>la</strong> corte del re<br />

Filippo III in Lisbona, si sospetta a causa <strong>di</strong> un avvelenamento, mentre svolgeva una delicata<br />

missione <strong>di</strong>plomatica affidatagli dal papa. A Brin<strong>di</strong>si gli fu intito<strong>la</strong>ta <strong>la</strong> scuo<strong>la</strong> elementare<br />

costruita a<strong>di</strong>acente al<strong>la</strong> Chiesa degli Angeli sul terreno su cui era esistito il monastero da lui<br />

fatto erigere assieme al<strong>la</strong> chiesa.<br />

52


NICOLÒ TACCONE<br />

(Brin<strong>di</strong>si, XVI Secolo – XVII Secolo)<br />

Fu un letterato, il massimo poeta brin<strong>di</strong>sino del XVI Secolo. Figlio <strong>di</strong> Bartolomeo, fu notaio e<br />

poeta, assai dotto in lingua <strong>la</strong>tina e autore <strong>di</strong> storie locali. Visse a cavallo tra il cinquecento e<br />

il seicento. Fu avo materno <strong>di</strong> Giovanni Maria Moricino.<br />

La cultura umanista, a Brin<strong>di</strong>si, ebbe notevoli sviluppi prima del<strong>la</strong> controriforma e tr a gli<br />

umanisti, Nicolò Taccone eccelse fra tutti. Fu ritenuto fra gli intellettuali autori del<strong>la</strong><br />

rivisitazione dei miti <strong>di</strong>onisiaci attraverso il tarantolismo.<br />

Nicolò Taccone descrisse <strong>la</strong> famosa Fontana <strong>di</strong> Monsignore, <strong>che</strong> il poeta considerò quasi<br />

d’edenica bellezza, al pari <strong>che</strong> i giar<strong>di</strong>ni contigui, e <strong>la</strong> cantò in eleganti versi <strong>la</strong>tini:<br />

“Consitur arboribus locus est in littore portus,<br />

<strong>di</strong>stat ab urbe parum, <strong>di</strong>stat ab arce nihil,<br />

<strong>di</strong>cent hesperidum tales, qui cerneres hortos,<br />

quos rigat ubertim fons. salientis aqua,<br />

pontani cantata tuba olim pul<strong>che</strong>r Adonis,<br />

citrus adest Veneris delitiosus amor,<br />

nec defunt hedera, mirtus, nec delfica <strong>la</strong>urus,<br />

can<strong>di</strong>da cum rubris lilia mixta rosis”<br />

In quanto notai o, nel 1542 compilò copia del<strong>la</strong> bol<strong>la</strong> con <strong>la</strong> quale il pontefice Lucio II, ne l<br />

confermare a Lupo arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si tutti i privilegi del<strong>la</strong> sua chiesa, ne in<strong>di</strong>cava <strong>la</strong><br />

giuris<strong>di</strong>zione.<br />

Nel 1556 r edasse l’atto col quale i padri Carmelitani dettero il vecchio monastero a c enso<br />

perpetuo per nove scu<strong>di</strong> annui a Pietro e Paolo Strabone.<br />

53


GIOVANNI PALMA<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1600 circa – Capitanata, 1650 circa)<br />

Fu un poeta vissuto nel<strong>la</strong> prima metà del XVII secolo. Fu eru<strong>di</strong>to nelle lettere ed in<br />

partico<strong>la</strong>re nel<strong>la</strong> poesia, toscana, <strong>la</strong>tina e greca.<br />

Nato a B rin<strong>di</strong>si, si sposò in San Giovanni Rotondo, nell’allora Provincia <strong>di</strong> Capitanata. Dal<br />

1630 fu segretario del mar<strong>che</strong>se del Vasto e <strong>di</strong> Pescara, Fer<strong>di</strong>nando Francesco.<br />

Fece parte dell’Accademia napoletana, detta degli Impazienti.<br />

Nel 1630 <strong>di</strong> ede al<strong>la</strong> stampa un v olume <strong>di</strong> rime, ma se ne stamparono pochissime copie a<br />

causa <strong>di</strong> un problema tecnico del<strong>la</strong> tipografia.<br />

Sembra <strong>che</strong> poi scrisse alcuni altri libri <strong>di</strong> poesie, drammati<strong>che</strong> e epi <strong>che</strong>, ma non furono<br />

stampati e <strong>di</strong> essi si persero le tracce. Finalmente, nel 1632, presso <strong>la</strong> tipografia <strong>di</strong> Lazzaro<br />

Scorriggio <strong>di</strong> Napoli, si stampò un altro suo libro <strong>di</strong> rime, compi<strong>la</strong>to in due parti.<br />

Con l’avanzare dell’età soffrì una ma<strong>la</strong>ttia agli occhi <strong>che</strong> limitò <strong>la</strong> sua attività <strong>di</strong> scrittore e<br />

poeta e, an<strong>che</strong> se continuò a scrivere, non poté finalmente pubblicare i suoi poemi perché<br />

non in grado <strong>di</strong> effettuarne <strong>la</strong> dovuta revisione.<br />

Questi, alcuni dei suoi titoli conosciuti: La riviera <strong>di</strong> Brento, <strong>di</strong>viso in soggetti marinareschi e<br />

pastorali. La Guerra <strong>di</strong> Otranto, poema epico intorno a quel famoso avvenimento storico.<br />

L’asino razionale, <strong>di</strong>ceria <strong>di</strong> un gi ovane goffo ed ar guto. Un volume grande <strong>di</strong> poesie<br />

toscane, raccolte in quattro parti: L’Eromelica amorfa, La Colonna, Il Portico, Il Tempio<br />

sagro. Un volume <strong>di</strong> poesie <strong>la</strong>tine: Il Gargano, sud<strong>di</strong>viso in do<strong>di</strong>ci i<strong>di</strong>lli pastorali in<strong>di</strong>rizzati ad<br />

altrettanti principi.<br />

Giovanni Palma morì in Capitanata intorno al 1650.<br />

55


FERRANTE GLIANES<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1600 circa – Brin<strong>di</strong>si, 1660 circa)<br />

Fu sindaco <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dal 1646 al 1647. Fu un me<strong>di</strong>co, filosofo, storico e poeta. Passò al<strong>la</strong><br />

<strong>storia</strong> locale, non soltanto perché fu un dottissimo me<strong>di</strong>co, filosofo, storico e poeta <strong>la</strong>tino, ma<br />

soprattutto perché, essendo lui il sindaco in quell’anno in cui scoppiò a Napoli <strong>la</strong> rivolta <strong>di</strong><br />

Masaniello, gli toccò assistere al<strong>la</strong> premonitrice rivolta popo<strong>la</strong>re <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si capeggiata dai<br />

fratelli Donato e Teodoro Marinazzo: fu malmenato dai rivoltosi e tenuto prigioniero, mentre<br />

si devastavano gli uffici pubblici comunali e s i bruciavano i registri delle gabelle, nonché<br />

alcune case nobiliari del<strong>la</strong> <strong>città</strong>.<br />

“… e proprio a dì 5 giugno 1647, fu <strong>la</strong> revolutione nel Regno <strong>di</strong> Napoli, e precise in questa<br />

<strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, e il detto sin<strong>di</strong>co fu <strong>la</strong>pidato dal popolo, e fu pigliato da casa sua, e portato<br />

carcerato in una c asa sotto <strong>la</strong> marina, dove lo trattennero tutto i l giorno, e poi <strong>la</strong> sera lo<br />

mandarono libero in sua casa, e il capopopolo, o vero i capipopolo, furono Domato e<br />

Teodoro Marinazzo e Carlo D’Aprile, e levarono le gabelle, non facendoli osservare come<br />

era solito…”<br />

L’ultimo atto del<strong>la</strong> sommossa si chiuse tragicamente nel<strong>la</strong> capitale del regno, il 17 <strong>di</strong>cembre<br />

1649: furono impiccati Teodoro Marinazzo, Gregorio Adorante e C arlo D'Aprile. Poi, il 29<br />

gennaio 1650, M arco Scatigno, Francesco Di Donna, Alessandro Lepre e O razio Sinapo,<br />

furono condannati al<strong>la</strong> galera, nel<strong>la</strong> quale si suicidò lo Scatigno. Molti altri, infine, <strong>che</strong> erano<br />

riusciti a fuggire, andarono in esilio.<br />

Ferrante Glianes fu molto interessato al<strong>la</strong> <strong>storia</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, tant’è <strong>che</strong>, avuto tra le mani il<br />

manoscritto del Moricino sul<strong>la</strong> <strong>storia</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, tentò <strong>di</strong> farlo passare per opera sua<br />

inviando<strong>la</strong> nel 1650 al famoso cronista napoletano, Toppi, ma questi, sospettoso del p<strong>la</strong>gio,<br />

<strong>la</strong> devolvé. Un’opera quel<strong>la</strong>, comunque predestinata al p<strong>la</strong>gio.<br />

56


BERNARDO SELVAGGI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1600 circa – Lecce, <strong>di</strong>cembre 1679)<br />

Fu un frate, oratore molto rinomato, appartenente ai Minori Osservanti Riformati <strong>di</strong> San<br />

Francesco. Essendo basso <strong>di</strong> statura fu s oprannominato “Lu Piccinnu ti Brin<strong>di</strong>si”. I s uoi<br />

successi oratori furono dovuti essenzialmente al<strong>la</strong> sua originalità <strong>di</strong> forma e <strong>di</strong> concetto, <strong>che</strong><br />

alle volte rasentò il grottesco.<br />

Sembra evidente dalle trascrizioni pervenute, <strong>che</strong> i suoi contenuti oratori, concettualmente e<br />

an<strong>che</strong> dal punto <strong>di</strong> vista letterario, non fossero all’altezza dell’enorme successo <strong>che</strong> sempre<br />

riscossero i suoi accesi <strong>di</strong>scorsi, ma evidentemente le sue intemperanze oratorie e l a<br />

depravazione dell’eloquenza con cui pre<strong>di</strong>cò, giocarono un r uolo determinante nello<br />

stimo<strong>la</strong>re le tante fanati<strong>che</strong> approvazioni e, allo stesso tempo, i violenti attacchi da parte <strong>di</strong><br />

chi non approvò tale oratoria sacra. Ricevette, infatti, molte criti<strong>che</strong> dai suoi stessi confratelli,<br />

a cui volle replicare an<strong>che</strong> per iscritto, con un panegirico <strong>che</strong> intitolò “La virtù vilipesa”.<br />

Oltre all’arte oratorio, Bernardo si cimentò an<strong>che</strong> nel<strong>la</strong> poesia, ma nean<strong>che</strong> in quest’arte<br />

eccelse. Ebbe comunque, Fra Bernar<strong>di</strong>no Selvaggi, un innegabile ingegno multiforme <strong>che</strong> ne<br />

giustificò, <strong>di</strong> fatto, l’enorme popo<strong>la</strong>rità <strong>che</strong> riscosse ai suoi tempi.<br />

Fu lui, Bernar<strong>di</strong>no Selvaggi, il primo ad accennare per le stampe dell’esistenza certa del<strong>la</strong><br />

leggendaria moneta “il mezzo carlino” fatta coniare nel<strong>la</strong> zecca <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dal re Fer<strong>di</strong>nando<br />

II d’Aragona, Ferrante, in riconoscenza dopo il suo ritorno sul regno <strong>di</strong> Napoli, seguito al<strong>la</strong><br />

temporanea conquista realizzata, senza colpo ferire iniziando il 1495, dal re <strong>di</strong> Francia, Carlo<br />

VIII D’Angiò.<br />

In quel<strong>la</strong> drammatica storica occasione, infatti, solo Brin<strong>di</strong>si con qual<strong>che</strong> altra <strong>città</strong> rimase<br />

fedele all’Aragonese. Quel “mezzo carlino” -<strong>di</strong>venuto un rarissimo pezzo numismatico- ebbe<br />

le seguenti caratteristi<strong>che</strong>: Sul dritto, <strong>la</strong> figura <strong>di</strong> San Teodoro in pie<strong>di</strong>, tenendo nel<strong>la</strong> destra il<br />

pastorale e poggiando <strong>la</strong> sinistra su<strong>di</strong> uno scudo, in cui sono rappresentate le due colonne<br />

dello stemma <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Sul rovescio, lo stemma del<strong>la</strong> casa d’Aragona sormontato dal<strong>la</strong><br />

corona.<br />

57


ANDREA DELLA MONACA<br />

(Ga<strong>la</strong>tina, 1600 circa – Brin<strong>di</strong>si, 14 settembre 1679)<br />

Fu un padre carmelitano, maestro dell’or<strong>di</strong>ne. Nel 1663 fu nominato Provinciale dei<br />

Carmelitani <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Nacque a Ga<strong>la</strong>tina e fu teologo, storico e buon or atore, come<br />

<strong>di</strong>mostrano due suoi <strong>di</strong>scorsi stampati, uno in Lecce nel 1657 e l’altro in Trani nel 1660. Si<br />

ignora <strong>la</strong> sua data <strong>di</strong> nascita ed è incerta quel<strong>la</strong> del<strong>la</strong> sua morte: 14 ottobre 1674, o 14<br />

settembre 1679.<br />

L’opera <strong>che</strong> lo consegnò al<strong>la</strong> posterità, fu il libro intito<strong>la</strong>to “Memoria historica dell’antichissima<br />

e fedelissima <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si” pubblicato (foto) a Lecce nel 1674, il quale però doveva<br />

rive<strong>la</strong>rsi essere un fl agrante p<strong>la</strong>gio del testo manoscritto del brin<strong>di</strong>sino Giovanni Maria<br />

Moricino, intito<strong>la</strong>to “Antiquità e vicissitu<strong>di</strong>ne del<strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si”, al quale Del<strong>la</strong> Monica<br />

so<strong>la</strong>mente aggiunse, <strong>di</strong> proprio, l’ultimo capitolo re<strong>la</strong>tivo al periodo dal 1604 ( anno del<strong>la</strong><br />

morte <strong>di</strong> Moricino) al 1673 (anno del<strong>la</strong> pubblicazione del libro).<br />

Malgrado ciò, a Andrea Del<strong>la</strong> Monaca va comunque riconosciuto il merito del servizio reso,<br />

con <strong>la</strong> pubblicazione del suo monumentale libro p<strong>la</strong>giato, al<strong>la</strong> conservazione e <strong>di</strong>ffusione del<br />

conoscimento del<strong>la</strong> <strong>storia</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Un testo, in effetti, <strong>di</strong>venuto un riferimento obbligato, dal<strong>la</strong> sua pubblicazione e fino a tuttora,<br />

per stu<strong>di</strong>osi, storici e c ronisti interessati alle vicende civili, politi<strong>che</strong>, religiose e c omunque<br />

stori<strong>che</strong>, del<strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Andrea Del<strong>la</strong> Monaca morì a Brin<strong>di</strong>si, senza aver formalmente subito in vita <strong>tutta</strong> l’onta del<br />

suo atto, il misfatto, an<strong>che</strong> se alcuni eru<strong>di</strong>ti brin<strong>di</strong>sini, da subito, non avevano tardato a<br />

cominciare a denunciare quel c<strong>la</strong>moroso p<strong>la</strong>gio.<br />

58


BARTOLOMEO PASSANTE<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1618 – Napoli, 17 luglio 1648)<br />

Fu un pittore brin<strong>di</strong>sino, vissuto nel XVII secolo quasi sempre a Napoli, <strong>città</strong> in cui giunse nel<br />

1625 appena compiti sette anni e dove frequentò <strong>la</strong> bottega del pittore Pietro Beato, <strong>di</strong> cui<br />

sposò, nel 1636, <strong>la</strong> nipote Ange<strong>la</strong> Formi<strong>che</strong>l<strong>la</strong>. E a Napoli Bartolomeo morì nel 1648, <strong>di</strong><br />

peste, appena trentenne e fu sepolto a Trinità <strong>di</strong> Pa<strong>la</strong>zzo.<br />

“Bartolomeo Passante fu <strong>di</strong>scepolo del Ribera -Spagnoletto- e sotto <strong>la</strong> sua <strong>di</strong>rezione riuscì<br />

tanto, <strong>che</strong> il maestro molto l’adoperava nelle molte richieste <strong>di</strong> sue pitture; e massimamente<br />

per quelle <strong>che</strong> dovevano esser mandate altrove, ed in paesi stranieri: e questa è <strong>la</strong> cagione<br />

<strong>che</strong> po<strong>che</strong> opere sue si veggono esposte in pubblico, ma so<strong>la</strong>mente in casa <strong>di</strong> alcuni<br />

partico<strong>la</strong>ri si ammirano varie storie sacre da lui <strong>di</strong>pinte, e mezze figure <strong>di</strong> santi e <strong>di</strong> filosofi;<br />

perciocché egli <strong>di</strong> età ancor fresca morì <strong>di</strong> peste. Egli è così simile alle opere del Ribera, <strong>che</strong><br />

bisogna sia molto pratico <strong>di</strong> lor maniera chi vuol conoscerlo: conciossiaché nel<br />

componimento e mossa delle figure, è simile al suo maestro, e più nel tremendo impasto del<br />

colore: come si può vedere dal bel quadro del<strong>la</strong> Natività del Signore situato sopra <strong>la</strong> porta<br />

del<strong>la</strong> chiesa <strong>di</strong> San Giacomo degli Spagnoli, il quale è così eccellente <strong>che</strong> sembra <strong>di</strong> mano<br />

del suo egregio maestro; e m assimamente a' forestieri da' quali vien creduto <strong>di</strong> mano del<br />

Ribera: nel quale però, da c hi è i ntelligente dell'arte, si vede un c arattere superiore, nel<br />

ricercato <strong>di</strong>segno e nel l'espressione degli affetti; e pi ù nell'esprimere <strong>la</strong> <strong>la</strong>nguidezza delle<br />

membra, nel<strong>la</strong> decrepità dei suoi vecchi; nel<strong>la</strong> qual parte si può <strong>di</strong> re <strong>che</strong> fu i narrivabile.<br />

Laonde <strong>di</strong> Bartolomeo sol <strong>di</strong>remo <strong>che</strong> fu valente sco<strong>la</strong>ro <strong>di</strong> Giuseppe <strong>di</strong> Ribera, e <strong>che</strong> le<br />

opere sue sono stimate da' professori, quasi al pari del suo ammirabile maestro” [De'<br />

Dominici].<br />

Per altri specialisti, invece, il suo vero stile sembrerebbe <strong>di</strong>stante dal Ribera, avvicinandosi<br />

piuttosto al<strong>la</strong> maniera <strong>di</strong> Massimo Stanzione e <strong>di</strong> Agostino Beltrano, col quale probabilmente<br />

con<strong>di</strong>vise il <strong>di</strong>scepo<strong>la</strong>to presso il Beato: "… Attratto da modelli più c<strong>la</strong>ssicisti, agli inizi degli<br />

anni Quaranta mitigò il naturalismo riberiano adottando forme dai contorni più concisi, profili<br />

più netti, incarnati più levigati e panneggi leggermente ragge<strong>la</strong>ti nel<strong>la</strong> loro preziosità pittorica,<br />

fino a raggiungere un approdo più accademico".<br />

Passante è stato an<strong>che</strong> -polemicamente- identificato con il famoso “Maestro dell’Annuncio”<br />

ed esistono due opere firmate “Bartolomeo Bassante”: <strong>la</strong> Adorazione dei pastori, nel Museo<br />

del Prado <strong>di</strong> Madrid e le Nozze misti<strong>che</strong> <strong>di</strong> Santa Caterina, in Napoli.<br />

Gli sono attribuiti, tra altri: <strong>la</strong> Adorazione dei pastori in una chiesa <strong>di</strong> Kalmar in Svezia (foto);<br />

una Santa Caterina in Torino; un S. Sebastiano curato dalle pie donne in Londra; <strong>la</strong> Sacra<br />

Famiglia con S. Giuseppe dormiente; un San Onofrio e una Adorazione dei Magi.<br />

59


BERNARDO DE ROJAS<br />

(Brin<strong>di</strong>si, XVII Secolo)<br />

Fu un umanista, e fu canonico, padre dell’or<strong>di</strong>ne del Celestini. Nacque a Brin<strong>di</strong>si intorno al<strong>la</strong><br />

metà del XVII secolo.<br />

Fu dottissimo filosofo, scrisse parecchie opere, tra cui Bellerophon metaphisicus-1690, De<br />

generationibus formarum-1692, Opusculum contra atheistas-1694.<br />

Fu nominato Abate del Real Monasterio dei Celestini <strong>di</strong> Santa Croce in Lecce, succedendo<br />

al padre Mauro Leopardo <strong>di</strong> Mesagne.<br />

In via Bernardo de Rojas (foto), nel<strong>la</strong> prima metà del secolo scorso, abitò <strong>la</strong> signora Anna<br />

Maria De Ventura, l’enigmatica e bel<strong>la</strong> sposa e madre brin<strong>di</strong>sina <strong>che</strong> fu <strong>la</strong> misteriosa e<br />

segreta model<strong>la</strong> del magnifico monumento bronzeo eretto al<strong>la</strong> memoria del<strong>la</strong> trage<strong>di</strong>a del<strong>la</strong><br />

Benedetto Brin del 27 settembre 1915 e conservato nel cimitero comunale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

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NICOLÒ ANTONIO CUGGIÒ<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1661 – Roma, 2 gennaio 1739)<br />

Fu un c anonico del<strong>la</strong> locale chiesa metropolitana e s uccessivamente, fino al<strong>la</strong> morte, fu<br />

abate in Santa Maria in Trastevere <strong>di</strong> Roma. Nacque a Brin<strong>di</strong>si nel<strong>la</strong> seconda metà del ‘600,<br />

in una nobile famiglia, da genitori veneziani. Stu<strong>di</strong>ò giurisprudenza e teologia nel collegio <strong>di</strong><br />

Monopoli.<br />

A Roma fu nominato, nel<strong>la</strong> <strong>di</strong>ocesi Portuense, deputato vicario generale del car<strong>di</strong>nale<br />

Fransone il 1º maggio 1694 e f u confermato, dal nuovo vescovo car<strong>di</strong>nale Altieri, fino al 10<br />

marzo del 1968, quando passò dal<strong>la</strong> <strong>di</strong>ocesi <strong>di</strong> Porto e Santa Rufina al<strong>la</strong> Segreteria del<br />

Vicariato <strong>di</strong> Roma.<br />

Nel novembre del 1700 fu, infatti, nominato segretario del Tribunale del Vicariato ed esercitò<br />

tale carica sino al<strong>la</strong> morte.<br />

Oltre <strong>che</strong> per il grande zelo e l o spirito <strong>di</strong> carità, si segnalò per <strong>la</strong> straor<strong>di</strong>naria attività,<br />

soprattutto presso l’Archivio Storico del Vicariato <strong>di</strong> Roma. Scrisse numerosi e v oluminosi<br />

trattati, <strong>di</strong> cui il più famoso ed i mportante fu quel lo (foto) intito<strong>la</strong>to “Del<strong>la</strong> giuris<strong>di</strong>ttione e<br />

prerogative del Vicario <strong>di</strong> Roma”.<br />

In quel testo settecentesco manoscritto, Cuggiò descrisse minuziosamente tutte l e<br />

competenze del Tribunale del Vicariato e quelle attribuite ad ognuno dei suoi membri: il<br />

vicarius urbis, il vicegerente, il segretario, il promotore fiscale, i luogotenenti, il camerlengo<br />

del clero, il custode delle sacre reliquie, i notai, il deputato per i monasteri e que llo per i<br />

matrimoni, gli esaminatori del clero e altri ministri minori.<br />

Una fonte rilevante per <strong>la</strong> <strong>storia</strong> del<strong>la</strong> curia vicariale e an<strong>che</strong> del<strong>la</strong> comunità religiosa locale in<br />

età moderna. Un testo normativo denso <strong>di</strong> informazioni sul tessuto urbano, <strong>che</strong> illustra an<strong>che</strong><br />

il rapporto Chiesa-Città <strong>di</strong> Roma. Per <strong>la</strong> sua importanza, nel 2004, i l testo <strong>di</strong> Cuggiò fu<br />

pubblicato a stampa dal<strong>la</strong> Feltrinelli.<br />

Nicolò Antonio Cuggiò morì a Roma il 2 gennaio del 1739 e fu sepolto a Roma nel<strong>la</strong> chiesa<br />

<strong>di</strong> Santa Maria in Trastevere.<br />

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NICOLA SCALESE<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1682 – Brin<strong>di</strong>si, 5 gennaio 1761)<br />

Fu un s acerdote, autore, insieme a P ietro Cagnes, del<strong>la</strong> “Cronaca dei sindaci <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si<br />

dall’anno 1529 al 1787. N arrazione <strong>di</strong> molti fatti avvenuti in detta <strong>città</strong>” (foto). I due<br />

seminaristi, coetanei, col<strong>la</strong>borarono al<strong>la</strong> stesura del<strong>la</strong> prima parte del<strong>la</strong> Cronaca,<br />

materialmente scritta da Cagnes.<br />

Scalese sopravvisse a C agnes, morto nel 1742 e, r ecuperato il manoscritto, lo rior<strong>di</strong>nò e<br />

completò <strong>la</strong> Cronaca fino al 15 agosto 1757, meno <strong>di</strong> quattro anni prima del<strong>la</strong> sua morte,<br />

avvenuta nel 1761. Poi, un terzo autore, forse Francesco Greco <strong>che</strong> ne era venuto in<br />

proprietà, <strong>la</strong> continuò per altri trent’anni, fino all’anno 1787.<br />

Scalese nacque a Brin<strong>di</strong>si nel seno <strong>di</strong> una famiglia importante, nello stesso anno, il 1682, in<br />

cui nacque Pietro Cagnes, ma non se ne conosce il giorno e il mese. Tommaso fu suo padre<br />

e Teresa Brancasi fu sua madre ed ebbe una sorel<strong>la</strong>, Giro<strong>la</strong>ma. Suo nonno, Nico<strong>la</strong>, fu più<br />

volte sindaco <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Scalese fu procuratore e c redenziere del Capitolo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, dal giugno 1723 al maggio<br />

1724. Già canonico, nel 1751 viveva con <strong>la</strong> sorel<strong>la</strong> nel<strong>la</strong> casa <strong>di</strong> costei, sita in via del teatro,<br />

l’attuale via Ferrante Fornari.<br />

Morta <strong>la</strong> sorel<strong>la</strong> Giro<strong>la</strong>ma nel 1756, Nico<strong>la</strong> continuò ad abitare nel suo pa<strong>la</strong>zzo, con una<br />

serva sessantenne, Maria Petu<strong>la</strong>, e un servo se<strong>di</strong>cenne, Giuseppe Destrici <strong>di</strong> Fasano, poi,<br />

nel 1758, sostituito da Antonio Vagnes <strong>di</strong> Monopoli <strong>di</strong> anni nove.<br />

Scalese, giu<strong>di</strong>cato essere un sacerdote <strong>di</strong> nome ma non <strong>di</strong> fatto, morì a Brin<strong>di</strong>si “aggravato<br />

<strong>di</strong> podagra” con quasi ottant’anni d’età.<br />

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PIERTOMMASO SANTABARBARA<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 28 settembre 1697 – 1770 circa)<br />

Fu, Lorenzo Anastasio, un dotto frate Domenicano, nato da Giovan Lionardo e Laura Antonia<br />

D’Adamo. Cambiò il suo nome <strong>di</strong> battesimo in quello <strong>di</strong> Pietro Tommaso nel 1715 quando, ai<br />

tempi del trentennio in cui sul regno <strong>di</strong> Napoli governarono il viceré austriaci, entrò nei frati<br />

Carmelitani a Grottaglie.<br />

Si <strong>la</strong>ureò in teologia e ne <strong>di</strong>venne maestro a Capua e a Bologna, dove trascorse buona parte<br />

del<strong>la</strong> sua vita, <strong>tutta</strong> spesa nello stu<strong>di</strong>o.<br />

Dominò <strong>la</strong> lingua greca, <strong>la</strong> <strong>la</strong>tina e <strong>la</strong> ebraica, e coltivò lo stu<strong>di</strong>o del<strong>la</strong> <strong>storia</strong> ecclesiastica.<br />

Fu nominato priore del suo or<strong>di</strong>ne e poi definitore perpetuo provinciale dell’or<strong>di</strong>ne e,<br />

finalmente, fu nominato Generale dei Carmelitani.<br />

A Bologna fu accolto nel<strong>la</strong> appena creata Accademia <strong>di</strong> <strong>storia</strong> ecclesiastica, dove tenne<br />

dottissime <strong>di</strong>ssertazioni, tra cui alcune molto famose, come <strong>la</strong> “Critica apologetica dei padri<br />

del<strong>la</strong> chiesa” contro gli eretici Giovanni Dalleo e Giovanni Clerico, pubblicata in tre volumi a<br />

Venezia e a Bologna nel 1758.<br />

Compose an<strong>che</strong> <strong>la</strong> Storia ecclesiastica dai primi tempi del<strong>la</strong> chiesa sino al quinto secolo.<br />

Oltre ad ed es sere un rinomato teologo ed un br il<strong>la</strong>nte teorizzatore ecclesiastico e scrittore,<br />

si <strong>di</strong>stinse an<strong>che</strong> nell’arte del <strong>di</strong>re, fu cioè un eminente oratore.<br />

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CARLO DE MARCO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 12 novembre 1711 – Napoli, 8 marzo1804)<br />

Fu un i mportante uomo <strong>di</strong> stato, ministro <strong>di</strong> Grazia e G iustizia e degli Affari Ecclesiastici<br />

dell’in<strong>di</strong>pendente Regno borbonico <strong>di</strong> Napoli. Fu giansenista, giannoniano e tenac e ed<br />

illuminato <strong>di</strong>fensore delle prerogative dello Stato dal<strong>la</strong> invadenza del<strong>la</strong> Curia romana. Nacque a<br />

Brin<strong>di</strong>si nel<strong>la</strong> casa in piazza Duomo, poi convertita in Istituto educativo delle figlie del<strong>la</strong> carità.<br />

La sua educazione fu affidata allo zio, il canonico Jacopo Antonio Baoxich, fratello del<strong>la</strong> madre<br />

Anna. Stu<strong>di</strong>ò <strong>di</strong>ritto civile a Napoli, dove poi si esercitò nell'avvocatura.<br />

Nel 1743 ottenne l ’ufficio <strong>di</strong> u<strong>di</strong>tore del<strong>la</strong> provincia <strong>di</strong> Matera; fu poi avvocato fiscale e qui n<strong>di</strong><br />

commissario <strong>di</strong> campagna nel<strong>la</strong> provincia <strong>di</strong> Terra <strong>di</strong> Lavoro, <strong>di</strong>stinguendosi per intelligenza,<br />

<strong>di</strong>rittura ed integrità. Il 6 ottobre 1759, nell’ambito del<strong>la</strong> riorganizzazione delle segreterie <strong>di</strong> stato,<br />

il re Carlo <strong>di</strong> Borbon, in partenza per <strong>la</strong> Spagna, lo nominò segretario <strong>di</strong> stato <strong>di</strong> Grazia e<br />

Giustizia e ministro degli Affari Ecclesiastici: due incarichi <strong>che</strong> avrebbe ricoperto<br />

ininterrottamente per oltre trenta anni, abbinandoli spesso con altre mansioni <strong>di</strong> un certo rilievo.<br />

Nei primi tempi in cui fu ministro degli Affari Ecclesiastici, De Marco operò in simbiosi col primo<br />

ministro Tanucci, con<strong>di</strong>videndo le nette pos izioni anticuriali dell’uomo politico toscano e<br />

proseguendo <strong>la</strong> politica intrapresa dal re Carlo <strong>di</strong> Borbone alcuni decenni prima. Il primo<br />

importante provve<strong>di</strong>mento anticuriale fu rivolto nel 1762 contro i benefici ecclesiastici: un terzo<br />

delle ren<strong>di</strong>te furono devolute ai poveri.<br />

Negli ultimi anni in cui fu al potere con il re Fer<strong>di</strong>nando IV Borbon, il Tanucci attenuò, assieme a<br />

De Marco, <strong>la</strong> politica anticuriale perseguita fino a quel momento, an<strong>che</strong> in virtù degli<br />

orientamenti <strong>di</strong> segno <strong>di</strong>verso del<strong>la</strong> regina Carolina. In De Marco, tale processo <strong>di</strong><br />

ammorbi<strong>di</strong>mento fu for se influenzato dall’insorgere <strong>di</strong> una ma<strong>la</strong>ttia <strong>che</strong> lo tenne per qual<strong>che</strong><br />

tempo in serio pericolo <strong>di</strong> vita. Quanto al resto egli continuò, in questo periodo, a svolgere con<br />

competenza e r igore le proprie funzioni, mentre gli venne conferito il titolo <strong>di</strong> mar<strong>che</strong>se, il 25<br />

febbraio 1771.<br />

Nel1786 De Marco entrò a far parte del Consiglio <strong>di</strong> stato; nel 1789 gli venne assegnato un<br />

terzo <strong>di</strong>castero, quello del<strong>la</strong> Casa Reale. Poi, nel 1791 gli furono tolti i <strong>di</strong>casteri <strong>di</strong> Grazia e<br />

Giustizia ed Ecclesiastico, e nel 1798 quello <strong>di</strong> Casa reale.<br />

Nel 1799, dur ante l’effimera repubblica napoletana, si tenne estraneo al<strong>la</strong> vita politica, ma<br />

durante <strong>la</strong> restaurazione cadde in re<strong>la</strong>tiva <strong>di</strong>sgrazia perché si avanzarono sospetti su suoi<br />

legami con ambienti giacobini. Non subì incriminazioni formali, ma fu privato <strong>di</strong> cari<strong>che</strong> e <strong>di</strong><br />

remunerazioni fino al 1802, quando il re Fer<strong>di</strong>nando IV finalmente gli riconobbe una pensione.<br />

De Marco mori nonagenario, in campagna, nei pressi <strong>di</strong> Napoli, l’8 marzo 1804.<br />

64


ORONZO TISO<br />

(Lecce, 18 maggio 1726 – Lecce, 18 maggio 1800)<br />

Fu un sacerdote e un talentoso pittore leccese, meritorio esponente del tardo barocco del<strong>la</strong><br />

pittura napoletana.<br />

Oronzo nacque a Lecce, da don Domenico Tiso e da Teresa Manfre<strong>di</strong>. Stu<strong>di</strong>ò al<strong>la</strong> scuo<strong>la</strong><br />

degli Ignaziani, <strong>la</strong> cui chiesa era situata proprio <strong>di</strong> rimpetto al<strong>la</strong> casa in cui nacque e visse <strong>la</strong><br />

sua gioventù.<br />

Tra il 1746 e il 1749 soggiornò a Napoli, dove stu<strong>di</strong>ò, ancora presso gli stessi Ignaziani,<br />

<strong>di</strong>ritto canonico e, inoltre, in quel<strong>la</strong> capitale si formò artisticamente nel<strong>la</strong> scuo<strong>la</strong> <strong>di</strong> Francesco<br />

Solimena.<br />

Ritornò a Lecce nel 1752, dove fu or<strong>di</strong>nato sacerdote e fu mansionario del Duomo, <strong>di</strong> cui si<br />

impegnò personalmente del<strong>la</strong> decorazione tra il 1757 e il 1758, realizzando i <strong>di</strong>pinti dell’area<br />

presbiteriale.<br />

Nel 1770 <strong>di</strong> pinse, per <strong>la</strong> Cattedrale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, il quadro, olio su te<strong>la</strong> (foto), raffigurante <strong>la</strong><br />

“Pre<strong>di</strong>cazione <strong>di</strong> San Leucio” il primo vescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e quello, raffigurante il “Martirio <strong>di</strong><br />

San Pelino”, anch’egli vescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, entrambi santi venerati durante secoli come i due<br />

patroni del<strong>la</strong> <strong>città</strong>.<br />

Dipinse an<strong>che</strong> <strong>la</strong> “Gloria del beato Lorenzo da Brin<strong>di</strong>si” per <strong>la</strong> chiesa <strong>di</strong> Santa Maria degli<br />

Angeli <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, dov’è tuttora conservato.<br />

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ANDREA PIGONATI<br />

(Siracusa, 1734 – Siracusa, 1790)<br />

Fu un ingegnere militare del Genio, tenente colonnello dell’esercito, e fu i ncaricato dal re<br />

Fer<strong>di</strong>nando IV Borbon <strong>di</strong> risolvere il problema dell’ostruzione del canale <strong>di</strong> comunicazione tra<br />

il porto interno e quello esterno <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Il porto, nel 1775 infatti, era ormai una palude ma<strong>la</strong>rica, in una <strong>città</strong> ridotta a poco più <strong>di</strong> un<br />

vil<strong>la</strong>ggio popo<strong>la</strong>to da sole 6.500 anime, a c onseguenza dell’ostruzione del canale <strong>di</strong><br />

collegamento tra il bacino esterno e quello interno, seguita all’azione bellica <strong>di</strong> Giulio Cesare<br />

durante <strong>la</strong> guerra contro Pompeo nel 49 a.C . e, s oprattutto, a quel <strong>la</strong> <strong>di</strong> Giovanni Antonio<br />

Orsini Del Balzo, principe <strong>di</strong> Taranto il quale, nel 1446, per evitare <strong>che</strong> i Veneziani, o forse gli<br />

Aragonesi, potessero prendere Brin<strong>di</strong>si, fece affondare due grosse tartane cari<strong>che</strong> <strong>di</strong><br />

zavorre, completando l’ostruzione.<br />

Quando Andrea Pigonati dette principio agli stu<strong>di</strong>, le palu<strong>di</strong> al centro del passaggio nei<br />

momenti <strong>di</strong> alta marea si ricoprivano con 25 centimetri d’acqua, mentre nei momenti <strong>di</strong> bassa<br />

marea le acque scomparivano del tutto e le sec<strong>che</strong> rimanevano scoperte fino a 50 centimetri<br />

in alcuni punti. A stento, e so<strong>la</strong>mente nelle alte maree, si poteva passare per il canale con<br />

una bar<strong>che</strong>tta, e i l porto interno era un l ago stagnante dove potevano navigare solo le<br />

bar<strong>che</strong>tte e i lontri.<br />

Andrea Pigonati eseguì il progetto (foto) e <strong>di</strong>resse l’esecuzione delle opere per il “riaprimento<br />

del porto”, <strong>che</strong> furono iniziate il 4 marzo del 1776 e completate dopo due anni, nove mesi e<br />

ventidue giorni, il 30 <strong>di</strong>cembre del 1778: l’ostruzione <strong>che</strong> aveva iso<strong>la</strong>to porto e <strong>città</strong> <strong>tutta</strong><br />

durante secoli, era stata finalmente rimossa. Al<strong>la</strong> consegna, il canale, con le sponde rivestite<br />

<strong>di</strong> banchine murarie prolungate con due pennelli sporgenti nel porto esterno, era lungo 1861<br />

palmi compresi i moli e le scogliere, era profondo 18 palmi e <strong>la</strong>rgo 183 palmi verso <strong>la</strong> rada e<br />

162 palmi allo sbocco nel porto interno.<br />

Poco dopo però, il canale cominciò a r iempirsi, le palu<strong>di</strong> nel porto interno iniziarono a<br />

rinnovarsi e <strong>la</strong> ma<strong>la</strong>ria fece ritorno: Pigonati, agendo con buona dose d’ignoranza nonché <strong>di</strong><br />

arroganza, aveva commesso il grosso<strong>la</strong>no errore <strong>di</strong> orientare l’imboccatura del canale a<br />

greco-levante e quel grave errore d’ingegneria finì per vanificare l’ingente sforzo. Dopo pochi<br />

anni e v ari improbabili tentativi <strong>di</strong> rime<strong>di</strong>are a quel l’errore, il porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si era <strong>di</strong> nuovo<br />

perduto e pr ecluso ai gran<strong>di</strong> traffici navali, e l ’intera <strong>città</strong> era ripiombata nel<strong>la</strong> sua triste<br />

criticità.<br />

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ANNIBALE DE LEO<br />

(San Vito dei Normanni, 13 giugno 1739 – Brin<strong>di</strong>si, 9 febbraio 1814)<br />

Fu arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dal 1798, letterato e storico. Nacque a San Vito degli Schiavoni,<br />

antico nome <strong>di</strong> San Vito dei Normanni, da Fer<strong>di</strong>nando e Vittoria Massa, nobile brin<strong>di</strong>sina.<br />

La famiglia trasferì presto il suo domicilio a Brin<strong>di</strong>si e Annibale De Leo fece i suoi primi stu<strong>di</strong><br />

presso i padri delle Scuole Pie, proseguendo negli stu<strong>di</strong> <strong>di</strong> filosofia e teologia nel Seminario<br />

<strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e con <strong>la</strong> guida del suo zio paterno, il versatissimo stu<strong>di</strong>oso Ortenzio De Leo.<br />

Dopo aver vestito l’abito ecclesiastico, Annibale De Leo si recò a Napoli per stu<strong>di</strong>are <strong>di</strong>ritto<br />

civile e canonico, e poi a Roma, dove approfondì gli stu<strong>di</strong> teologici e imparò le lingue dotte.<br />

Al suo rientro a Brin<strong>di</strong>si, iniziò <strong>la</strong> sua produzione letteraria con una <strong>di</strong>ssertazione sopra il suo<br />

concitta<strong>di</strong>no Marco Pacuvio ed iniziò a r accogliere, cominciando dagli archivi <strong>di</strong> suo zio<br />

Ortenzio, tutti i documenti antichi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si <strong>che</strong> poté i ncontrare, alcuni in stato ormai<br />

deplorevole e des tinati ad andar e perduti, conformando con essi il Co<strong>di</strong>ce <strong>di</strong>plomatico<br />

brin<strong>di</strong>sino, opera manoscritta monumentale ed i mportantissima al<strong>la</strong> quale continuò a<br />

de<strong>di</strong>care tantissimi anni del<strong>la</strong> sua vita.<br />

Nel 1780 fu nominato socio dell’Accademia reale delle scienze e belle lettere <strong>di</strong> Napoli,<br />

quin<strong>di</strong> nel 1806 entr ò nel<strong>la</strong> Società reale d’incoraggiamento e nel , 1808, nel l’Accademia<br />

reale <strong>di</strong> <strong>storia</strong> e <strong>di</strong> antichità.<br />

Tra le altre sue pubblicazioni vanno ricordate, <strong>la</strong> “Memoria del<strong>la</strong> cultura dell’agro brin<strong>di</strong>sino”<br />

del 1811 e “Dell’Antichissima <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e suo celebre porto” del 1846, postuma.<br />

Fu canonico nel<strong>la</strong> Cattedrale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, successivamente promosso a canonico teologo, a<br />

arciprete curato e ad arci<strong>di</strong>acono. Fu poi eletto vicario capito<strong>la</strong>re e gli fu conferita <strong>la</strong> ba<strong>di</strong>a <strong>di</strong><br />

Sant’Andrea e nel 1797 fu nom inato arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, incarico <strong>che</strong> esercitò fino al<strong>la</strong><br />

sua morte.<br />

Fu generoso e caritatevole amministratore dell’Orfanatrofio <strong>di</strong> Santa Chiara e non riposò mai<br />

dall’impegno <strong>di</strong> organizzare conservare ed a rricchire <strong>la</strong> sua valorosissima biblioteca, già<br />

eccezionalmente ricca <strong>di</strong> favolose e<strong>di</strong>zioni cinquecentes<strong>che</strong>, <strong>che</strong> per <strong>di</strong>posizione<br />

testamentaria <strong>la</strong>sciò ai citta<strong>di</strong>ni <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, <strong>la</strong> prima biblioteca pubblica del Salento, con<br />

destino fisico nel Seminario <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e con an<strong>che</strong> una dote annua per <strong>la</strong> sua<br />

conservazione.<br />

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TEODORO MONTICELLI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 5 ottobre 1759 – Napoli, 5 ottobre 1845)<br />

Fu un em inente intellettuale e nobile brin<strong>di</strong>sino, abate, scientifico e pat riota antiborbonico.<br />

Nacque nel seno <strong>di</strong> una delle famiglie più importanti <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, da Francesco Antonio e da<br />

Eleonora dei conti Sa<strong>la</strong>.<br />

I primi stu<strong>di</strong> li fece con i padri Scolopi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e poi nel collegio dei Celestini <strong>di</strong> Lecce. Da<br />

sacerdote celestino si trasferì a Roma per stu<strong>di</strong>are teologia, filosofia e matematica, al<strong>la</strong> quale<br />

fu molto portato.<br />

Insegnò nel Monastero <strong>di</strong> Santa Croce in Lecce e poi in quello <strong>di</strong> San Pietro a Maiel<strong>la</strong> in<br />

Napoli, dove ottenne il titolo onorifico <strong>di</strong> Abate celestino dal papa Pio VII.<br />

Teodoro Monticelli fu uno dei primi in Italia ad infervorarsi ed a s offrire per le nuove idee <strong>di</strong><br />

libertà e <strong>di</strong> emancipazione sviluppatesi nell’ambiente illuministico napoletano, e c he dal<strong>la</strong><br />

rivoluzione francese del 1789 ebbero impulso all’azione.<br />

Nel 1794 fu processato, accusato <strong>di</strong> appartenere al<strong>la</strong> Società Patriottica Repubblicana. Fu<br />

prosciolto per mancanza <strong>di</strong> prove, ma l’anno seguente fu r iprocessato per frequentare<br />

riunioni segrete sovversive e fu rinchiuso a Sant’Elmo per tre anni e per altri sette nel<strong>la</strong> Torre<br />

del<strong>la</strong> Favignana.<br />

Fu graziato dal re Fer<strong>di</strong>nando IV <strong>di</strong> Borbone e liberato dopo il fallimento del<strong>la</strong> Repubblica<br />

Partenopea e <strong>la</strong> conseguente pace <strong>di</strong> Firenze del 1801.<br />

Quin<strong>di</strong> si stabilì a R oma e s i de<strong>di</strong>cò agli stu<strong>di</strong> <strong>di</strong> mineralogia, per cui negli anni venne<br />

acc<strong>la</strong>mato socio delle maggiori accademie d’Europa e d’America.<br />

Con l’avvento del regno napoleonico, fu chiamato a Napoli dal re Giuseppe Bonaparte con<br />

l’incarico <strong>di</strong> <strong>di</strong>rigere il Collegio reale del Salvatore e tenere <strong>la</strong> cattedra <strong>di</strong> Etica dell’Università,<br />

<strong>di</strong> cui fu an<strong>che</strong> rettore. Rimase quin<strong>di</strong> a Napoli, dove fu inoltre segretario perpetuo del<strong>la</strong><br />

celebre Accademia del<strong>la</strong> Scienze, in cui si conservarono tutti i suoi più importanti <strong>la</strong>vori<br />

scientifici, tra cui quelli sulle eruzioni del Vesuvio.<br />

Compiendo il suo 86º anno d’età, morì nel<strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong> Napoli, in cui aveva speso <strong>la</strong> maggior<br />

parte del<strong>la</strong> sua esistenza come illustrissimo scientifico.<br />

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VITO GUERRIERI<br />

(San Pancrazio, 1783 – Brin<strong>di</strong>si, 4 luglio 1872)<br />

Fu un dotto arci<strong>di</strong>acono e primicerio del<strong>la</strong> Cattedrale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e, nel 1845, venne nominato<br />

bibliotecario del<strong>la</strong> Biblioteca Arcivescovile De Leo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, succedendo in tale incarico a<br />

Francesco Scolmafora e precedendo Giovanni Tarantini.<br />

Fu insegnante e poi an<strong>che</strong> rettore del Seminario <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Fu autore del testo “Articolo storico su’ vescovi del<strong>la</strong> chiesa metropolitana <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si”<br />

pubblicato in Napoli nel 1846. Nell’introduzione <strong>che</strong> scrisse per quel volume, commentò <strong>che</strong><br />

gli fu istruito <strong>di</strong> scriverlo <strong>di</strong>rettamente dall’arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, Diego P<strong>la</strong>neta, e c he,<br />

ricordando dell’esistenza <strong>di</strong> alcuni documenti raccolti in un vecchio <strong>la</strong>voro <strong>di</strong> Annibale De Leo<br />

-<strong>che</strong> lui aveva conosciuto personalmente- sullo stesso tema, lo cercò e l o incontrò nel<strong>la</strong><br />

biblioteca: una serie <strong>di</strong> appunti manoscritti e non or <strong>di</strong>nati <strong>di</strong> Annibale De Leo, i quali<br />

contenevano <strong>di</strong> fatto una i nformazione abbastanza completa sui vescovi succedutisi nel<strong>la</strong><br />

<strong>di</strong>ocesi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Quin<strong>di</strong>, scrisse <strong>che</strong> lui, Vito Guerrieri, semplicemente rivide rior<strong>di</strong>nò e<br />

completò tutti quegli appunti manoscritti <strong>di</strong> De Leo e li trascrisse completandoli per dare ad<br />

essi <strong>la</strong> forma adeguata, necessaria per <strong>la</strong> stampa.<br />

Il 2 marzo 1850, fu tra i notabili <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si firmatari del<strong>la</strong> petizione al re, certificata dal notaio<br />

Giuseppe Carrasco, perché abrogasse <strong>la</strong> costituzione accordata nel febbraio 1848.<br />

Nel 1851, Vito Guerrieri, facoltoso <strong>di</strong> famiglia, acquistò il seicentesco Pa<strong>la</strong>zzo Massa (foto),<br />

<strong>che</strong> era stato an<strong>che</strong> <strong>di</strong> Annibale De Leo, e vi abitò per vent’anni, fino al<strong>la</strong> morte, nel 1872. Gli<br />

ere<strong>di</strong> vendettero il pa<strong>la</strong>zzo al Comune <strong>che</strong> lo utilizzò come sede <strong>di</strong> vari istituti educativi, fino<br />

ad ospitare il Liceo artistico Edgardo Simone.<br />

69


GIOVANNI CRUDOMONTE<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 22 gennaio 1792 – Brin<strong>di</strong>si, 10 aprile 1872)<br />

Fu un patriota del<strong>la</strong> carboneria e grande cospiratore antiborbonico. Con decreto del procuratore<br />

del re del tribunale <strong>di</strong> Lecce, ottenne, in data 5 ottobr e 1834, <strong>di</strong> aggiungere all’originale<br />

cognome <strong>di</strong> Crudo quello <strong>di</strong> Monte: nacque così il cognome Crudomonte.<br />

Intrepido e senza scrupoli, iniziato giovanissimo al credo carbonaro, lottò tenacemente per <strong>la</strong><br />

causa del<strong>la</strong> libertà, senza preoccupazioni e timori <strong>di</strong> processi e c ondanne. Per il 1817<br />

apparteneva al<strong>la</strong> setta dei “Decisi” ed era il capo dei “Fi<strong>la</strong>delfi” e per il 1820-1821 era Maestro<br />

del<strong>la</strong> Ven<strong>di</strong>ta dei “Liberi Piacentini”.<br />

Crudomonte partecipò in prima linea nel moto liberale del 1817 nel Salento, contribuendo<br />

costantemente e validamente al tentativo <strong>di</strong> suscitare un’insurrezione per abbattere il governo<br />

borbonico. Poi, nel 1821, preparò l’insurrezione <strong>di</strong> alcuni detenuti nel Forte a mare, aiutato dal<br />

comandante del <strong>la</strong>zzaretto del porto, Francesco D’Oria. Finalmente Crudomonte fu ar resto e<br />

deportato a Napoli, da dove fu trasferito alle prigioni <strong>di</strong> Lecce, rimanendovi per due anni.<br />

Da lì in poi, Crudomonte visse tra vigi<strong>la</strong>nza speciale, persecuzioni, processi e carcere, senza<br />

mai <strong>di</strong>sarmarsi <strong>di</strong> fronte all’oppressione, neppure quando, dopo <strong>la</strong> rivoluzione del ’48, perse uno<br />

dei suoi figli, ch’era stato imprigionato nel bagno penale del castello svevo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Fu processato e i mprigionato nel 1850 e poi, nel 1856, es sendo responsabile <strong>di</strong> propaganda<br />

contro il re, fu nuovamente processato e condannato a vent’anni <strong>di</strong> ferri dal Tribunale speciale<br />

<strong>di</strong> Lecce da scontrarsi nel carcere <strong>di</strong> Procida.<br />

Finalmente, quando nel 1860 gl i eventi politici e militari precipitarono, si aprirono le galere ai<br />

prigionieri politici del Regno <strong>di</strong> Napoli e Crudomonte fu liberato e riabilitato.<br />

Nel nuovo Regno d’Italia, Crudomonte fu incaricato <strong>di</strong> sovrintendere al<strong>la</strong> Guar<strong>di</strong>a nazionale <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si e in tale veste avrebbe potuto far pagare ai suoi persecutori e ai suoi de<strong>la</strong>tori, le<br />

sofferenze cui era stato sottoposto, e invece non si preoccupò d’altro <strong>che</strong> <strong>di</strong> mantenere l’or<strong>di</strong>ne<br />

e <strong>la</strong> legalità, evitando inutili vendette e rappresaglie.<br />

Giovanni Crudomonte morì nel 1872, a 80 anni, fra l’unanime compianto dei suoi concitta<strong>di</strong>ni.<br />

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GIOVANNI GIACONELLI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1795 circa – Brin<strong>di</strong>si, 1865 circa)<br />

Fu un acceso cospiratore antiborbonico, un agguerrito e attivissimo carbonaro brin<strong>di</strong>sino.<br />

Appartenne al<strong>la</strong> famosa Ven<strong>di</strong>ta carbonara dei ”Liberi Piacentini” <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. La Ven<strong>di</strong>ta, <strong>che</strong><br />

fu fondata dal maggiore murattiano Cosimo Laviani con il ritorno <strong>di</strong> Fer<strong>di</strong>nando <strong>di</strong> Borbone<br />

sul regno <strong>di</strong> Napoli nel 1815, incorporò da subito an<strong>che</strong> Giovanni Crudo, Francesco Palma e<br />

numerosi altri carbonari brin<strong>di</strong>sini.<br />

Giaconelli fu poi an<strong>che</strong> segretario del<strong>la</strong> ”Legione dei Fi<strong>la</strong>delfi”, un organismo settario<br />

paramilitare comandato da Giovanni Crudo con un programma liberale e fondato da don<br />

Giuseppe De Leonar<strong>di</strong>s.<br />

Quin<strong>di</strong>, integrò an<strong>che</strong> il gruppo dei ”Decisi”, quello detto dei carbonari intransigenti, fondato<br />

dal francavillese Pietro Gargaro, ex soldato murattiano <strong>di</strong> cavalleria e comandato a Brin<strong>di</strong>si<br />

da Giovanni Crudomonte.<br />

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GIUSTINO DE JACOBIS<br />

(San Fele, 9 ottobre 1800 – Eidale, 31 luglio 1860)<br />

Fu un missionario <strong>la</strong>zzarista, <strong>che</strong> fu or<strong>di</strong>nato sacerdote a Brin<strong>di</strong>si. Divenne vicario apostolico in<br />

Etiopia e vescovo tito<strong>la</strong>re <strong>di</strong> Nilopoli. Fu proc<strong>la</strong>mato santo da Paolo VI, il 26 ottobre del 1975.<br />

Figlio, il settimo <strong>di</strong> quattor<strong>di</strong>ci, <strong>di</strong> Giovanni Battista de Jacobis e <strong>di</strong> Maria Giuseppina Muccia, il<br />

17 ottobre 1818 entrò nel<strong>la</strong> Congregazione del<strong>la</strong> Missione -nei Lazzaristi- a Napoli e prese i voti<br />

esattamente due anni dopo.<br />

Continuò i suoi stu<strong>di</strong> in Puglia e fu or<strong>di</strong>nato sacerdote il 12 giugno 1824 nel<strong>la</strong> Cattedrale <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si, dall’arcivescovo Giuseppe Maria Tedeschi, come lo ricorda una epigrafe marmorea<br />

apposta sul<strong>la</strong> parete interna del<strong>la</strong> facciata. Trascorse alcuni anni come sacerdote a O ria e a<br />

Monopoli. Poi <strong>di</strong>venne Provinciale dei Lazzaristi, prima a Lecce e poi, nel 1836, a Napoli.<br />

Nel 1839, il 13 ottobre, partì per l’Africa. In Adua fu nominato prefetto apostolico dell’Etiopia e gli<br />

fu affidata <strong>la</strong> fondazione delle missioni cattoli<strong>che</strong> in quel paese. Dopo aver <strong>la</strong>vorato con gran<br />

successo in Etiopia per otto anni, fu nominato vescovo tito<strong>la</strong>re <strong>di</strong> Nilopoli nel 1847, e poco dopo<br />

vicario apostolico dell’Abissinia, ma egli rifiutò <strong>la</strong> <strong>di</strong>gnità episcopale finché fu finalmente<br />

obbligato ad accettar<strong>la</strong> nel 1849.<br />

Nonostante <strong>la</strong> prigionia, l’esilio ed ogni altro genere <strong>di</strong> persecuzioni subite in Etiopia, De Jacobis<br />

riuscì a fondare numerose missioni, a costruire scuole nell'Agame e nell'Akele Guzay, in Eritrea,<br />

per <strong>la</strong> formazione del clero locale, ed a porre le fondamenta del<strong>la</strong> chiesa cattolica etiope: <strong>di</strong> fatto<br />

fu poi riconosciuto esserne il padre. Contribuì personalmente al<strong>la</strong> fondazione <strong>di</strong> molti centri<br />

missionari a Gondar, Alitiena, Ha<strong>la</strong>i, Hebo, Cheren, Enticciò e a Gua<strong>la</strong>, con annesso seminario<br />

da cui nel 1852 uscirono 15 sacerdoti.<br />

Tra tutti i luoghi attraversati nel<strong>la</strong> vita missionaria da Giustino de Jacobis, ricoprì una notevole<br />

importanza <strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong> Hebo, dove le sue spoglie sono conservate e venerate. Morì sul<strong>la</strong> strada<br />

da Massaua per Ha<strong>la</strong>i, nel<strong>la</strong> moderna Eritrea.<br />

Il processo <strong>di</strong> beatificazione iniziò il 13 l uglio 1904, s otto il pontificato <strong>di</strong> papa P io X e s i<br />

concluse il 25 luglio 1939, essendo papa Pio XII. Fu canonizzato nel 1975 da papa Paolo VI. La<br />

sua tomba è visitata sia dai cristiani <strong>che</strong> dai musulmani. A San Fele in provincia <strong>di</strong> Potenza,<br />

<strong>città</strong> natale del santo, <strong>che</strong> <strong>di</strong>venne Abuna Jacob per le popo<strong>la</strong>zioni etiopi, il 30 e 31 luglio si<br />

svolge <strong>la</strong> festa in suo onore.<br />

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BENEDETTO MARZOLLA<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 14 marzo 1801 – Napoli, 10 maggio 1858)<br />

Fu un ingegnere militare, cartografo e geografo dell’800 europeo e fu un importante<br />

funzionario dello Stato borbonico <strong>di</strong> Napoli. Nacque in Brin<strong>di</strong>si da Carlo e da Elisabetta They.<br />

Fu educato presso le Scuole Pie <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e m ostrò una for te inclinazione verso <strong>la</strong><br />

matematica, per cui fu a Napoli a stu<strong>di</strong>are ingegneria.<br />

Appena <strong>la</strong>ureato, ventenne, venne assunto, in qualità <strong>di</strong> tenente ingegnere, nel Real Officio<br />

Topografico del<strong>la</strong> Guerra <strong>di</strong> Napoli. E<strong>la</strong>borò e pubblicò, nel 1832, l’At<strong>la</strong>nte corografico storico<br />

e statistico del Regno delle Due Sicilie. Ottenne incarichi <strong>di</strong> prestigio dal governo napoletano,<br />

tra cui i rilievi del Tavoliere <strong>di</strong> Puglia e del<strong>la</strong> Carta Catastale del Regno.<br />

Entrò come membro in commissioni ministeriali, accademie e società inerenti le sue attività<br />

topografi<strong>che</strong> e s tatisti<strong>che</strong> e per le sue capacità ottenne o norificenze da Fer<strong>di</strong>nando II <strong>di</strong><br />

Borbone e <strong>la</strong> stima <strong>di</strong> Nico<strong>la</strong> e Alessandro II <strong>di</strong> Russia.<br />

A sue spese fondò uno s tabilimento cartografico <strong>che</strong> curò <strong>di</strong>rettamente, realizzando carte<br />

geografi<strong>che</strong> considerate tra le più ric<strong>che</strong> <strong>di</strong> dati e meglio impostate a livello europeo. Tra le<br />

sue opere più prestigiose, da segna<strong>la</strong>re an<strong>che</strong> il Gran <strong>di</strong>zionario geografico, storico e<br />

statistico del Regno delle Due Sicilie, pubblicato nel 1832 e l’At<strong>la</strong>nte geografico e statistico<br />

mon<strong>di</strong>ale, e<strong>la</strong>borato tra il 1841 e il 1857.<br />

Col<strong>la</strong>borò con Giovanni Monticelli nel<strong>la</strong> e<strong>la</strong>borazione dell’importante documento “Difesa del<strong>la</strong><br />

<strong>città</strong> e del porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si” pubblicato nel 1832. Nel Gran <strong>di</strong>zionario geografico, statistico e<br />

storico, de<strong>di</strong>cò un importante capitolo a Brin<strong>di</strong>si, con un’accurata descrizione dello stato del<strong>la</strong><br />

<strong>città</strong> per l’anno 1835.<br />

Marzol<strong>la</strong> mostrò una par tico<strong>la</strong>re attenzione an<strong>che</strong> verso gli avvenimenti politico-militari<br />

internazionali e, i n partico<strong>la</strong>re, seguì <strong>la</strong> questione d’Oriente e in modo speciale <strong>la</strong> guerra<br />

russo-turca, consapevole dell’importanza <strong>di</strong> quel conflitto per le <strong>di</strong>plomazie europee oltre <strong>che</strong><br />

per gli eserciti e per i nuovi assetti politici <strong>che</strong> ne sarebbero scaturiti. Marzol<strong>la</strong>, utilizzando<br />

informazioni <strong>che</strong> provenivano dal<strong>la</strong> Gran Bretagna e dal <strong>la</strong> Francia, fu un v ero e proprio<br />

cronista del<strong>la</strong> guerra <strong>di</strong> Crimea, del<strong>la</strong> quale pubblicò opuscoli, carte geografi<strong>che</strong> e mappe<br />

delle operazioni militari nonché una straor<strong>di</strong>naria veduta del porto <strong>di</strong> Sebastopoli.<br />

Benedetto Marzol<strong>la</strong> col<strong>la</strong>borò al<strong>la</strong> progettazione del cimitero comunale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Morì l’11<br />

maggio 1858 per apoplessia. Nel<strong>la</strong> sua <strong>città</strong> natale, Brin<strong>di</strong>si, gli fu intito<strong>la</strong>to il Liceo C<strong>la</strong>ssico,<br />

dal Consiglio comunale, riunito in seduta speciale il 28 ottobre 1905.<br />

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GIOVANNI TARANTINI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 15 novembre 1805 – Brin<strong>di</strong>si, 9 febbraio 1889)<br />

Fu un presbitero e un illustre ar<strong>che</strong>ologo e fu bibliotecario del<strong>la</strong> biblioteca Annibale De Leo.<br />

La famiglia Tarantini, fin dal 1700 tenne <strong>la</strong> Officina <strong>di</strong> Posta presso le Scuole Pie, nel pa<strong>la</strong>zzo<br />

<strong>di</strong> sua proprietà. Giovanni stu<strong>di</strong>ò nel Seminario <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e poi compì i suoi stu<strong>di</strong> universitari<br />

a Napoli tra il 1825 e il 1830 e si <strong>la</strong>ureò in Teologia, Diritto civile e canonico, Lingua ebraica e<br />

Ar<strong>che</strong>ologia.<br />

Fu sempre un fedele realista e borbonico convinto, però ciò non gli impedì <strong>di</strong> aiutare molti<br />

patrioti antiborbonici, esuli e perseguitati negli anni del<strong>la</strong> repressione sviluppatasi intorno ai<br />

fatti del 48.<br />

Nominato Ispettore onorario per Monumenti e Scavi, il 29 agosto 1832, fu strenuo <strong>di</strong>fensore<br />

<strong>di</strong> monumenti <strong>che</strong> il progresso avrebbe potuto <strong>di</strong>struggere e <strong>di</strong>ede alle stampe alcuni scritti <strong>di</strong><br />

profonda eru<strong>di</strong>zione ar<strong>che</strong>ologica.<br />

A Brin<strong>di</strong>si, insegnò nel locale Seminario dal 1848 f ino al 1851, anno i n cui fu,<br />

dall’arcivescovo P<strong>la</strong>neta, nominato primicerio del<strong>la</strong> chiesa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e bi bliotecario del<strong>la</strong><br />

Annibale De Leo.<br />

Fu il fondatore del locale Museo civico locato nel tempio <strong>di</strong> San Giovanni al sepolcro, dove<br />

raccolse i preziosi cimeli <strong>di</strong> antichità <strong>che</strong> il territorio cominciava a r estituire in seguito al<br />

rinnovamento urbanistico del<strong>la</strong> <strong>città</strong> e in occasione <strong>di</strong> scavi occasionali.<br />

De<strong>di</strong>cò gran parte del<strong>la</strong> sua vita e delle sue preoccupazioni scientifi<strong>che</strong> all’ar<strong>che</strong>ologia, <strong>che</strong><br />

esercitò molto seriamente e proficuamente, così come restò testimoniato dalle sue numerose<br />

pubblicazioni specializzate in materia.<br />

Nel 1880 fu nominato corrispondente dell’Imperiale Istituto Storico Germano. Fu in<br />

corrispondenza con i maggiori stu<strong>di</strong>osi dell’epoca: in partico<strong>la</strong>re trasmise al Mommsen per il<br />

suo monumentale Corpus Inscriptionum Latinarum un’ampia raccolta delle epigrafi <strong>la</strong>tine da<br />

lui rinvenute in Brin<strong>di</strong>si.<br />

Il Museo Diocesano <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si è stato intito<strong>la</strong>to al suo nome.<br />

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DOMENICO GUADALUPI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 17 settembre 1811 – Salerno, 11 maggio 1878)<br />

Fu arcivescovo <strong>di</strong> Salerno dal 6 maggio 1872 al marzo 1877. N acque da D omenico e da<br />

Caterina Lopez, <strong>che</strong> acquistarono il pa<strong>la</strong>zzo Perez, a<strong>di</strong>acente alle colonne. Iniziò i suoi stu<strong>di</strong><br />

a Brin<strong>di</strong>si e li completò a Roma dove conseguì <strong>la</strong> <strong>la</strong>urea in Utroque Iure. Divenne sacerdote<br />

nel 1837 e nel 1848 fu i nviato a P alermo con <strong>la</strong> carica <strong>di</strong> Primo u<strong>di</strong>tore del car<strong>di</strong>nale<br />

Fer<strong>di</strong>nando Maria Pignatelli.<br />

A Palermo, Domenico Guadalupi s’imbatté nel<strong>la</strong> famosa Mappa spagno<strong>la</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si,<br />

realizzata intorno al 1739 dal cartografo e gen erale militare spagnolo Poulet. La r ecuperò<br />

dallo stato <strong>di</strong> abbandono in cui <strong>la</strong> scoprì e <strong>la</strong> portò a B rin<strong>di</strong>si per custo<strong>di</strong>r<strong>la</strong>. Venne poi<br />

assegnata al Museo Civico <strong>di</strong> San Giovanni al Sepolcro e dopo gl i eventi bellici venne<br />

trasportata presso il Comune.<br />

Ritornato a Roma, Domenico fu nominato Protonotario apostolico e fu poi designato vescovo<br />

<strong>di</strong> Lecce nel 1868, una designazione <strong>che</strong> Domenico rifiutò ritenendosi non pronto al compito.<br />

Il 6 maggio 1872, fu nominato arcivescovo primate <strong>di</strong> Salerno e Acerno dal papa Pio IX. Nel<br />

corso del suo ministero fece oggetto <strong>di</strong> partico<strong>la</strong>ri attenzioni il Seminario, ridotto a pochi locali<br />

e sconvolto negli or<strong>di</strong>namenti per l’applicazione delle leggi eversive. Perfezionò programmi,<br />

in<strong>di</strong>rizzi e meto<strong>di</strong> per renderli atti al<strong>la</strong> formazione culturale e spirituale <strong>di</strong> sacerdoti destinati al<br />

contrasto con l’imperante anticlericalismo massonico.<br />

Nell’ultimo periodo del suo governo pastorale riprese il progetto già ideato dal predecessore<br />

per <strong>la</strong> posa <strong>di</strong> un pavimento marmoreo nel<strong>la</strong> basilica superiore. L’opera, pur lodevole nelle<br />

intenzioni, portò al<strong>la</strong> rimozione delle stori<strong>che</strong> <strong>la</strong>pi<strong>di</strong> poste sulle sepolture davanti alle cappelle<br />

patronali e fu perciò, invano, contrastata dal Capitolo.<br />

Monsignor Guadalupi, ma<strong>la</strong>to per lunghi perio<strong>di</strong> con brevi intervalli <strong>di</strong> ripresa fin dal <strong>di</strong>cembre<br />

del 1875, ormai impossibilitato a svolgere il proprio ministero, rinunciò al<strong>la</strong> <strong>di</strong>ocesi<br />

salernitana al<strong>la</strong> fine <strong>di</strong> marzo del 1877.<br />

Morì l’11 maggio 1878 e <strong>la</strong> salma fu deposta nel<strong>la</strong> tomba gentilizia del<strong>la</strong> famiglia Vairo.<br />

Trascorsi i termini <strong>di</strong> legge per l’esumazione, le ossa furono trasportate nel<strong>la</strong> Cattedrale San<br />

Matteo <strong>di</strong> Salerno ove si eresse un monumento al<strong>la</strong> memoria (foto), opera dello scultore<br />

Gerardo Balestrieri.<br />

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GIUSEPPE PISANELLI<br />

(Tricase, 23 settembre 1812 – Napoli, 5 aprile 1879)<br />

Fu un bril<strong>la</strong>nte avvocato e un par<strong>la</strong>mentare impegnato, con una personalità <strong>di</strong> grande rilievo.<br />

Eletto nel collegio elettorale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, nel 1875, sostenne enfaticamente nel Par<strong>la</strong>mento del<br />

Regno d’Italia <strong>la</strong> <strong>di</strong>fesa del porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Dopo i primi stu<strong>di</strong> a Ugento, Lecce e Tr ani, dove trascorse gli anni del<strong>la</strong> giovinezza, si<br />

trasferì a N apoli, addottorandosi in legge e <strong>di</strong> venendo, quin<strong>di</strong>, insigne docente <strong>di</strong> Diritto <strong>di</strong><br />

quell’università.<br />

Appena eletto par<strong>la</strong>mentare a Napoli, dopo i fatti del 15 maggio del 1848, fu perseguitato<br />

perché firmatario del<strong>la</strong> famosa protesta contro il despotismo del regno e fu costretto a<br />

prendere <strong>la</strong> via dell’esilio: Civitavecchia, Genova, Londra, Parigi e, finalmente Torino nel<br />

1852, furono le tappe del suo esilio.<br />

A Torino, Cavour gli affidò l’incarico <strong>di</strong> re<strong>di</strong>gere due importanti trattati legis<strong>la</strong>tivi. Si fermò a<br />

Torino fino al 1860, quando Garibal<strong>di</strong> lo chiamò a reggere il Ministero <strong>di</strong> Grazia e Giustizia<br />

del governo provvisorio, costituito nel Mezzogiorno dopo il plebiscito.<br />

Eletto deputato al primo Par<strong>la</strong>mento italiano, fu confermato nel mandato per le tre legis<strong>la</strong>ture<br />

successive.<br />

Ministro <strong>di</strong> Grazia e Giustizia, nel Ministero Farini ed in quello <strong>di</strong> Minghetti, attese al<strong>la</strong><br />

redazione del Co<strong>di</strong>ce civile e del Co<strong>di</strong>ce <strong>di</strong> procedura civile. Fu po i an<strong>che</strong> Consigliere <strong>di</strong><br />

Stato, continuando a s edere in Par<strong>la</strong>mento, eletto per l’ultima volta nel 1878 nel collegio<br />

elettorale <strong>di</strong> Manduria.<br />

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CESARE BRAICO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 24 ottobre 1816 – Roma, 25 luglio 1887)<br />

Fu un me<strong>di</strong>co, garibal<strong>di</strong>no e deputato, gran protagonista nel<strong>la</strong> lotta al regno borbonico. Nacque<br />

a Brin<strong>di</strong>si da Bartolomeo, <strong>di</strong> famiglia ostunese, e da Carolina Carasco, figlia del notaio<br />

Giuseppe Vincenzo, e poi visse nel<strong>la</strong> casa <strong>di</strong> via Ferrante Fornari, dove una epigrafe marmorea<br />

lo ricorda.<br />

Dopo aver compiuto gli stu<strong>di</strong> secondari a Brin<strong>di</strong>si, si <strong>la</strong>ureò in me<strong>di</strong>cina all’Università <strong>di</strong> Napoli<br />

nel 1845, e lì prese parte ai movimenti antiborbonici e <strong>di</strong> unità italiana. Si trovava infatti a<br />

Napoli, quando il 15 maggio del 1848 scoppiò <strong>la</strong> rivoluzione, al<strong>la</strong> quale partecipò attivamente<br />

combattendo <strong>la</strong> gendarmeria e le truppe borboni<strong>che</strong>. Combatté sulle barricate <strong>di</strong> Santa Brigida<br />

e, arrestato, fu condannato a 25 anni <strong>di</strong> ferri, pena poi commutata nell'esilio perpetuo in<br />

America. Però, <strong>la</strong> nave <strong>che</strong> con altri condannati, fra cui Luigi Settembrini, doveva condurlo a<br />

destinazione, fu <strong>di</strong> rottata sul porto ir<strong>la</strong>ndese <strong>di</strong> Cork con un c olpo <strong>di</strong> mano del rivoluzionario<br />

Raffaele Settembrini, figlio <strong>di</strong> Luigi, <strong>che</strong> si era imbarcato a Ca<strong>di</strong>ce come falso cameriere,<br />

d’intesa con l’equipaggio e con altri deportati.<br />

Cesare Braico rientrò così in Italia, combatté volontario a Solferino come soldato e m e<strong>di</strong>co,<br />

partecipò nel 1860 al<strong>la</strong> spe<strong>di</strong>zione dei Mille <strong>di</strong> Garibal<strong>di</strong> e fu eletto deputato <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si al primo<br />

Par<strong>la</strong>mento nazionale. Al<strong>la</strong> Camera avversò <strong>la</strong> politica del<strong>la</strong> luogotenenza, propugnò<br />

l’affrancamento delle decime ex feudali e votò con <strong>la</strong> sinistra contro il ministero in occasione del<br />

<strong>di</strong>battito sull’esercito meri<strong>di</strong>onale e si schierò ancora con l’opposizione chiedendo <strong>che</strong> <strong>la</strong> guar<strong>di</strong>a<br />

nazionale mobile fosse reclutata con criterio non censitario. Nel 1862, i n giugno, fu insignito<br />

del<strong>la</strong> croce <strong>di</strong> cavaliere dell’Or<strong>di</strong>ne militare <strong>di</strong> Savoia e, in <strong>di</strong>cembre, fu nominato presidente del<br />

Consiglio <strong>di</strong> sanità in Napoli.<br />

Rieletto nel Par<strong>la</strong>mento, sedette al centro. Votò a fav ore del ministero Minghetti, appoggiò il<br />

trasferimento del<strong>la</strong> capitale a Firenze, s’impegnò per ottenere i fon<strong>di</strong> necessari per restaurare il<br />

porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, ma si staccò dal<strong>la</strong> consorteria votando l’abolizione del<strong>la</strong> pena <strong>di</strong> morte.<br />

Nelle elezioni del 1865 s i ripresentò can<strong>di</strong>dato, ma non fu eletto. Il 10 <strong>di</strong> cembre 1865 fu<br />

nominato commissario <strong>di</strong> Sanità marittima e assegnato dapprima a Livorno, poi a N apoli.<br />

Scoppiata <strong>la</strong> guerra del 1866, ac corse ancora tra i garibal<strong>di</strong>ni e col grado <strong>di</strong> sottotenente<br />

combatté col 1º batta glione dei bersaglieri genovesi a R occa d'Anfo e a M onte Suello,<br />

guadagnandosi <strong>la</strong> menzione al valor militare.<br />

Meno felice fu l’ultima fase del<strong>la</strong> sua vita e del<strong>la</strong> sua attività pubblica. Nominato consigliere <strong>di</strong><br />

prefettura il 4 marzo 1869, ed assegnato ad Alessandria, fu poi trasferito a Forlì il 29 settembre<br />

1869 con il posto <strong>di</strong> archivista. Il 19 gennaio 1873 fu assegnato all’Archivio <strong>di</strong> Stato <strong>di</strong> Roma e in<br />

questa <strong>città</strong> trascorse gli ultimi anni del<strong>la</strong> sua esistenza, resi amari dal<strong>la</strong> solitu<strong>di</strong>ne e dalle prime<br />

manifestazioni d’una infermità mentale <strong>che</strong>, aggravatasi nel 1883, lo condusse al<strong>la</strong> morte<br />

nell’ospedale manicomio <strong>di</strong> Santa Maria del<strong>la</strong> Pietà, in via Lungara, a Roma.<br />

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RAFFAELE RUBINI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 19 ottobre 1817 – Brin<strong>di</strong>si, 13 aprile 1890)<br />

Fu, Raffaele Giovanni Rubini, un celebre matematico italiano e un illustre citta<strong>di</strong>no <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Nacque da Settimio, negoziante, e da Giuseppa Gargiulo. Compì gli stu<strong>di</strong> basici a Brin<strong>di</strong>si e<br />

poi si recò a Napoli dove si <strong>la</strong>ureò in matematica e in architettura nel 1844.<br />

Insegnò matematica al Collegio Militare del<strong>la</strong> Nunziatel<strong>la</strong> e quin<strong>di</strong> matematica e fisica al<br />

Liceo <strong>di</strong> Lecce, incarico <strong>che</strong> dovette <strong>la</strong>sciare in seguito ai moti rivoluzionari del 1848, cui<br />

aveva aderito. Insegnò privatamente fino al 1859, anno i n cui fu c hiamato a r icoprire <strong>la</strong><br />

cattedra <strong>di</strong> Meccanica razionale del Regio Collegio <strong>di</strong> Marina a Napoli, ottenendo<strong>la</strong><br />

permanentemente con il nuovo governo nel 1860. Nel 1861 ottenne <strong>la</strong> cattedra <strong>di</strong> Meccanica<br />

razionale all’Università <strong>di</strong> Napoli e poi an<strong>che</strong> quel<strong>la</strong> <strong>di</strong> Algebra complementare, <strong>che</strong><br />

mantenne fino al 1866. Rubino fu socio corrispondente nazionale per cinque lustri del<strong>la</strong><br />

Reale Accademia <strong>di</strong> Scienze Fisi<strong>che</strong> e Matemati<strong>che</strong> <strong>di</strong> Napoli, fu socio an<strong>che</strong> dell’Accademia<br />

<strong>di</strong> Siviglia, dell’Accademia Pontaniana e dell’Accademia <strong>di</strong> Scienze Matemati<strong>che</strong> <strong>di</strong><br />

Bruxelles.<br />

Fu prolifico autore <strong>di</strong> libri <strong>di</strong> testo per i licei e per l'università. La sua prima opera fu del 1851,<br />

Trattato elementare <strong>di</strong> geometria analitica. Seguirono molte note e m emorie nei Ren<strong>di</strong>conti<br />

dell’Accademia delle Scienze <strong>di</strong> Napoli, negli Annali del Tortolini e nel Giornale <strong>di</strong><br />

Matemati<strong>che</strong>. Nel 1861 pubblicò Matemati<strong>che</strong> pure dall’aritmetica al calcolo infinitesimale.<br />

Tra il 1874 e il 1880 andarono in stampa Elementi <strong>di</strong> calcolo infinitesimale e Esercizi <strong>di</strong><br />

integrazione col calcolo dei simboli <strong>di</strong> operazione. Tra il 1886 e il 1887 scrisse Teoria delle<br />

forme in generale e specialmente delle Binarie.<br />

Nonostante i suoi stu<strong>di</strong> e i suoi impegni <strong>di</strong> grande matematico, Rubini non smise mai<br />

d’interessarsi del<strong>la</strong> sua <strong>città</strong>. Nel 1856, a proposito del restauro del porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, scrisse<br />

su un fo glio versi con cui elogiava il re Fer<strong>di</strong>nando IV Borbone, affrettandosi poi a far e<br />

ammenda, scrivendo accanto ai versi “mea culpa”. Nel 1870 pr ogettò <strong>la</strong> sistemazione<br />

urbanistica <strong>di</strong> quel<strong>la</strong> vasta area <strong>di</strong> orti, <strong>di</strong>venuta nel tempo ricettacolo <strong>di</strong> rifiuti, <strong>che</strong> dalle vie<br />

Porta Lecce, Conserva e San Lorenzo, limite del centro storico fino al<strong>la</strong> fine dell’800, arriva<br />

al<strong>la</strong> stazione ferroviaria: un grande progetto urbanistico resosi necessario dopo <strong>la</strong><br />

costruzione nel 1865 del<strong>la</strong> stazione ferroviaria. Rubini coltivò an<strong>che</strong> <strong>la</strong> pittura, <strong>la</strong> musica e <strong>la</strong><br />

poesia, specialmente quando, nel 1870, si ritirò a Brin<strong>di</strong>si per motivi <strong>di</strong> salute afflitto da una<br />

ma<strong>la</strong>ttia nervosa. Scrisse, in quegli anni, una raccolta <strong>di</strong> liri<strong>che</strong> intito<strong>la</strong>ta Versi <strong>di</strong> un i<strong>di</strong>ota.<br />

Raffaele Rubini morì a B rin<strong>di</strong>si il 13 maggio 1890 e l a <strong>città</strong> gli decretò in memoria un<br />

monumento. Poi, nel 1921, gli fu intito<strong>la</strong>ta una via centrale e, nel 1940, Brin<strong>di</strong>si eternò <strong>la</strong> sua<br />

memoria erigendogli una epigrafe marmorea attigua al<strong>la</strong> sua casa, a<strong>di</strong>acente al corso.<br />

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GIUSEPPE DE ROMA<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 10 marzo 1821 – Lecce, 24 ottobre 1889)<br />

Fu un professore <strong>di</strong> letteratura, scrittore e giornalista, e fu un patriota brin<strong>di</strong>sino<br />

antiborbonico. Nacque da Andrea e Cecilia Saracino e fu battezzato con il nome <strong>di</strong> Giuseppe<br />

Domenico l’11 marzo, tenuto al fonte da A ndrea Saracino. Ottenne un posto gratuito nel<br />

Seminario, dove stu<strong>di</strong>ò e si erudì negli stu<strong>di</strong> letterari a cui restò sempre affezionato.<br />

Quando si conobbe a Brin<strong>di</strong>si l’atto con il quale il re Fer<strong>di</strong>nando II stabilì dare corso ai <strong>la</strong>vori<br />

per <strong>la</strong> bonificazione del porto, De Roma scrisse un lungo componimento poetico per<br />

descrivere l’esultanza del popolo, <strong>che</strong> fu pubbl icato sul<strong>la</strong> rivista “L’omnibus pittoresco” <strong>di</strong><br />

Napoli nel gennaio 1843.<br />

Esercitò qual<strong>che</strong> anno come professore a B rin<strong>di</strong>si e, ne l 1848, con lo scoppio dei moti,<br />

partecipò al<strong>la</strong> rivoluzione, per cui fu per seguitato dal<strong>la</strong> polizia borbonica e gli fu tol to<br />

l’insegnamento.<br />

Fu imprigionato nel 1850, quin<strong>di</strong> liberato, e <strong>di</strong> nuovo rinchiuso nel carcere <strong>di</strong> San Francesco<br />

a Lecce, nel 1857. Nell’intermezzo, nel 1855, pubblicò sul<strong>la</strong> rivista “Il filosofo Barbabianca” <strong>di</strong><br />

Lecce, <strong>la</strong> romanza “Pensieri intorno al<strong>la</strong> poesia <strong>che</strong> oggi <strong>di</strong>cesi popo<strong>la</strong>re e l’amore del<br />

povero”.<br />

Con l’avvento del nuovo Regno d’Italia fu l iberato e, ne l 1860, fu <strong>di</strong> nuovo nominato<br />

professore <strong>di</strong> lettere, questa volta nel Liceo Palmieri <strong>di</strong> Lecce, dove insegnò per molti anni.<br />

Nel 1868 fondò a sue spese e mantenne per cinque anni un giornaletto, “Il Brin<strong>di</strong>si” (foto),<br />

nel quale propugnò gli interessi morali e materiali del<strong>la</strong> sua <strong>città</strong>. Combatté le sue battaglie<br />

e<strong>di</strong>toriali in favore del<strong>la</strong> Valigia delle In<strong>di</strong>e e per <strong>la</strong> colonizzazione dell’agro brin<strong>di</strong>sino.<br />

Nonostante le sue benemerenze, per cui aveva sofferto persecuzioni, esilio e carcere, visse<br />

per parecchi anni negletto, e so<strong>la</strong>mente nel 1875 ottenne un modesto posto <strong>di</strong> <strong>la</strong>voro, come<br />

ispettore sco<strong>la</strong>stico.<br />

Morì a Lecce, quasi settantenne, il 24 ottobre 1889.<br />

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BENIGNO CELLIE<br />

(Taranto, 1830 circa – Brin<strong>di</strong>si, 1910 circa)<br />

Fu un c himico e pr ofessore <strong>di</strong> Taranto <strong>che</strong> si trasferì a B rin<strong>di</strong>si, dove rimase fino al<strong>la</strong> sua<br />

morte.<br />

Fondò, nel 1865, quel<strong>la</strong> <strong>che</strong> oggi è <strong>la</strong> più antica farmacia <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, aprendo<strong>la</strong> in via Angioli,<br />

oggi via Ferrante Fornari, numero 20.<br />

Benigno Cellie fu un autentico pioniere nel<strong>la</strong> preparazione delle sospensioni <strong>di</strong> farmaci<br />

estratti da piante me<strong>di</strong>cinali, quelle <strong>che</strong> furono poi formalmente definite preparazioni<br />

galeni<strong>che</strong>. La farmacia Cellie <strong>di</strong>venne un significativo punto <strong>di</strong> riferimento in <strong>tutta</strong> <strong>la</strong> regione<br />

pugliese ed oltre.<br />

Fu Benigno Cellie <strong>che</strong> nel 1898 analizzò per incarico del Comune, le acque del pozzo<br />

Traiano, e premettendo <strong>che</strong> "i sali minerali vi sono in forte eccesso; le sostanze organi<strong>che</strong> e<br />

l’anidride nitrica in notevole quantità; l’anidride nitrosa e l’anidride fosforica e l’ammoniaca in<br />

tracce" concluse <strong>che</strong> "l’acqua esaminata debbasi c<strong>la</strong>ssificare fra le crude e fra le inquinate".<br />

Nel 1903, con l’apertura del nuovo Teatro Ver<strong>di</strong>, si chiuse definitivamente il vecchio<br />

comunale Teatro Marco Pacuvio <strong>di</strong> via Ferrante Fornari ed in conseguenza, dopo qual<strong>che</strong><br />

anno, intorno al 1910, il professor Benigno Cellie spostò <strong>di</strong> pochi metri, quasi <strong>di</strong> fronte al<br />

numero 11, <strong>la</strong> sua farmacia in quei locali più gran<strong>di</strong> e più como<strong>di</strong>, <strong>che</strong> dopo p iù <strong>di</strong> cento<br />

cinquant’anni <strong>la</strong> ospitano ancora.<br />

Con <strong>la</strong> morte <strong>di</strong> Benigno, del<strong>la</strong> farmacia Cellie si fece carico suo figlio Alberto, farmacista, il<br />

quale morì nel 1933, senza <strong>di</strong>scendenti e <strong>la</strong> sua vedova decise <strong>di</strong> vendere <strong>la</strong> farmacia.<br />

Nel 1934, i l dottor Vito Antonio Perrino rilevò <strong>la</strong> farmacia e subentrò ai farmacisti Cellie,<br />

dando un ulteriore impulso a quel<strong>la</strong> farmacia <strong>che</strong>, nel 1943, fornì an<strong>che</strong> i reali Savoia<br />

inse<strong>di</strong>ati in Brin<strong>di</strong>si con il governo Badoglio, continuando finan<strong>che</strong> ad inviare i farmaci al<strong>la</strong><br />

nuova sede reale <strong>di</strong> Salerno, su insistenza del ministro del<strong>la</strong> reggia, il duca Acquarone.<br />

A tutt’oggi, i farmacisti del<strong>la</strong> famiglia Perrino, con Nico<strong>la</strong> figlio <strong>di</strong> Vito Antonio e con suo figlio<br />

Antonio, continuano a <strong>di</strong>rigere quel<strong>la</strong> storica farmacia brin<strong>di</strong>sina.<br />

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FILOMENO CONSIGLIO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, XIX Secolo)<br />

Fu sindaco <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dal 12 febbraio 1878 al 21 luglio 1883 e poi, in un secondo mandato,<br />

dal 25 febbraio 1888 all’8 luglio 1890.<br />

Suo padre, Pietro, fu sindaco <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si durante molti anni, ai tempi del regno borbonico: dal<br />

1847 al 1853 e dal 1856 al 25 luglio 1860.<br />

Filomeno, subito dopo <strong>la</strong> caduta dei Borbone, si arruolò a Brin<strong>di</strong>si nel<strong>la</strong> Guar<strong>di</strong>a nazionale,<br />

secondo quanto consta nel<strong>la</strong> delibera del Decurionato in data 15 novembre 1860.<br />

Filomeno Consiglio non completò il suo secondo mandato, perché negli ultimi mesi fu<br />

sostituito nelle funzioni <strong>di</strong> sindaco da Engelberto Dionisi, il quale lo avrebbe poi succeduto<br />

formalmente. Fu, i nfatti in quell’occasione, <strong>di</strong>chiarato in conflitto d’interessi ed i neleggibile,<br />

perché azionista del<strong>la</strong> Banca Operaia Cooperativa, <strong>che</strong> era a quel tempo concessionaria<br />

dell’Esattoria e del<strong>la</strong> Cassa comunale.<br />

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ENGELBERTO DIONISI<br />

(Ancona, 1843 – Pistoia, 14 gennaio 1901)<br />

Fu sindaco <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dal 12 l uglio 1890 a l 12 l uglio 1895, prima sostituendo e po i<br />

succedendo a Filomeno Consiglio.<br />

Figlio <strong>di</strong> Massimiliano <strong>che</strong> trasferì <strong>la</strong> famiglia da Ancona a Brin<strong>di</strong>si, fu, Engelberto, uomo <strong>di</strong><br />

cultura e <strong>di</strong> spirito innovatore, ed ebbe un ruolo fondamentale nel<strong>la</strong> costruzione del Teatro<br />

Ver<strong>di</strong>, <strong>di</strong> cui pose <strong>la</strong> prima pietra il 28 marzo 1892.<br />

Importante impren<strong>di</strong>tore e uom o d’affari, appartenne al<strong>la</strong> loggia massonica brin<strong>di</strong>sina,<br />

filiazione <strong>di</strong> quel<strong>la</strong> <strong>di</strong> Lecce. Fu agente dei Vapori Adriatico-Orientali. Fu an<strong>che</strong> tito<strong>la</strong>re e<br />

responsabile <strong>di</strong> attività finanziarie e bancarie, fondando un proprio istituto <strong>di</strong> cre<strong>di</strong>to: <strong>la</strong> Banca<br />

Dionisi e promuovendo l’apertura, a Brin<strong>di</strong>si, del primo sportello del<strong>la</strong> Banca d’Italia.<br />

Nel<strong>la</strong> sua amministrazione <strong>di</strong> sindaco, il Comune acquistò il Pa<strong>la</strong>zzo Skirmut per a<strong>di</strong>birlo a<br />

Pa<strong>la</strong>zzo <strong>di</strong> <strong>città</strong>; ottenne <strong>che</strong> il Liceo Ginnasio privato fosse pareggiato; espropriò i terreni da<br />

destinare al Mercato coperto comunale; fece sostituire -con an<strong>che</strong> suoi contributi personalil’illuminazione<br />

viaria ad acetilene con quel<strong>la</strong> a corrente elettrica; eccetera.<br />

A Engelberto Dionisi fu intito<strong>la</strong>ta <strong>la</strong> piazza, ubicata <strong>di</strong> fronte all’antico imbarcadero, giacché fu<br />

proprio <strong>la</strong> sua famiglia a r ender<strong>la</strong> importante, ubicandovi il proprio pa<strong>la</strong>zzo, ma non s olo.<br />

Engelberto infatti, <strong>la</strong> impreziosì con un tocco <strong>di</strong> internazionalità, ospitando nel suo pa<strong>la</strong>zzo<br />

an<strong>che</strong> le succursali <strong>di</strong> importanti linee marittime inglesi.<br />

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ALESSANDRO FAVIA<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1840 circa – Brin<strong>di</strong>si, 1914)<br />

Fu un benemerito citta<strong>di</strong>no <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Con testamento olografo del 1914 destinò i suoi beni<br />

al<strong>la</strong> fondazione <strong>di</strong> un istituto in cui ospitare, educare ed istruire fanciulli orfani brin<strong>di</strong>sini.<br />

Eretto in ente morale con il regio decreto n. 2352 del 16 d icembre del 1929, il Pio istituto<br />

Luigi Favia in realtà non riuscì mai a perseguire i suoi fini statutari a causa dell’insufficienza<br />

dei suoi mezzi finanziari. Fu quin<strong>di</strong> soppresso con decreto del 7 gennaio del 1987 e il suo<br />

patrimonio fu attribuito in proprietà al Comune, con vincolo <strong>di</strong> destinazione ai servizi sociali.<br />

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GIOVANNI BETTOLO<br />

(Genova, 25 maggio 1846 – Roma, 14 aprile 1916)<br />

Fu un ammiraglio del<strong>la</strong> Regia Marina, deputato al Par<strong>la</strong>mento e ministro del Regno d’Italia.<br />

Uscì come guar<strong>di</strong>a marina nel 1865 dal <strong>la</strong> Regia Accademia navale <strong>di</strong> Livorno, percorse<br />

bril<strong>la</strong>ntemente <strong>la</strong> sua carriera, <strong>di</strong>venendo comandante dell’accademia, marinaio e navigatore,<br />

stratega, deputato al Par<strong>la</strong>mento e ministro.<br />

Fu decorato al valore in occasione del<strong>la</strong> battaglia <strong>di</strong> Lissa del 20 luglio 1866 e ricevette <strong>la</strong><br />

medaglia d’oro per il Manuale teorico-pratico <strong>di</strong> artiglieria navale, e<strong>di</strong>to in Firenze tra il 1879<br />

e il 1981, manuale poi tradotto in varie lingue.<br />

Con delibera del Consiglio comunale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si del 24 giugno 1916, venne approvata<br />

l’intito<strong>la</strong>zione del<strong>la</strong> strada, già via Cortine, come riconoscenza per il suo impegno a favore<br />

del porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si: “Egli fu uno dei profondamente convinti <strong>che</strong> il nostro porto non doveva<br />

limitarsi a registrare <strong>la</strong> gloria del passato, allora <strong>che</strong> fu punto <strong>di</strong> partenza delle flotte romane<br />

[…] ma doveva essere in avvenire, <strong>la</strong> più reputata base delle operazioni guerres<strong>che</strong> e,<br />

congiungendo <strong>la</strong> gran rete ferroviaria europea col canale <strong>di</strong> Suez, doveva essere, con i<br />

traffici per le terre delle altre parti del mondo, <strong>la</strong> chiave del<strong>la</strong> prosperità d’Italia”.<br />

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PAOLO THAON DI REVEL<br />

(Torino, 10 giugno 1858 – Roma, 24 marzo 1948)<br />

Fu, Paolo Emilio Thaon <strong>di</strong> Revel, un ammiraglio e ricevette il titolo <strong>di</strong> Duca del Mare. Figlio <strong>di</strong><br />

Ottavio Thaon <strong>di</strong> Revel e <strong>di</strong> Guglielmina Doria <strong>di</strong> Cirié.<br />

Uscì dal<strong>la</strong> scuo<strong>la</strong> <strong>di</strong> marina <strong>di</strong> Genova con il grado <strong>di</strong> guar<strong>di</strong>amarina nel 1877, fu capitano <strong>di</strong><br />

vascello nel 1904, contrammiraglio nel 1910. Partecipò al<strong>la</strong> guerra libica tra il 1911 e il 1912.<br />

Fu nominato ispettore delle siluranti nel 1912 e Capo <strong>di</strong> Stato Maggiore del<strong>la</strong> Marina Militare<br />

Italiana nel 1913.<br />

Fu incaricato <strong>di</strong> <strong>di</strong>rigere il Comando delle forze navali dell'Adriatico con sede a B rin<strong>di</strong>si<br />

durante <strong>la</strong> prima guerra mon<strong>di</strong>ale e da B rin<strong>di</strong>si <strong>di</strong>resse quasi tutte l e operazioni <strong>di</strong> guerra<br />

del<strong>la</strong> marina militare italiana.<br />

Fu un grande ammiratore <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e del suo porto, e al<strong>la</strong> fine del<strong>la</strong> guerra volle concedere<br />

al<strong>la</strong> <strong>città</strong> un’alta onorificenza, <strong>la</strong> croce al merito <strong>di</strong> guerra, e in data 18 ottobre 1919 scoprì <strong>la</strong><br />

targa bronzea immurata sul<strong>la</strong> parete del<strong>la</strong> Capitaneria <strong>di</strong> porto sul lungomare, opera dello<br />

scultore brin<strong>di</strong>sino Edgardo Simone, <strong>che</strong> riporta <strong>la</strong> seguente motivazione dell’onorificenza,<br />

redatta personalmente dall´ammiraglio:<br />

Al<strong>la</strong> gloriosa <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si <strong>la</strong> cui generosa popo<strong>la</strong>zione, nonostante le<br />

replicate offese dal mare e dal cielo le numerose vittime del<strong>la</strong> ferocia<br />

nemica e le privazioni in<strong>di</strong>cibili causate dal<strong>la</strong> sospensione <strong>di</strong> ogni<br />

traffico, mai piegò l´animo, conferisco <strong>la</strong> croce al merito <strong>di</strong> guerra.<br />

All´ammirazione degl´italiani ad<strong>di</strong>to <strong>la</strong> <strong>città</strong> decorata per <strong>la</strong> magnifica<br />

prova <strong>di</strong> coraggio e <strong>di</strong> fede <strong>che</strong> ha dato durante <strong>la</strong> lunga ed aspra<br />

guerra e perché con <strong>la</strong> sua fierezza efficacemente contribuì al<br />

raggiungimento del<strong>la</strong> vittoria finale<br />

Tahon <strong>di</strong> Revel<br />

Nel 1918 f u nominato ammiraglio e nel 1922 assunse <strong>la</strong> carica <strong>di</strong> ministro del<strong>la</strong> Regia<br />

Marina, <strong>che</strong> mantenne fino al 1925. Fu presidente del<strong>la</strong> Società Geografica Italiana dal 1921<br />

al 1923 e fu nominato Duca del mare nel 1923 e Grande ammiraglio nel 1924.<br />

Le sue spoglie riposano nel<strong>la</strong> Basilica <strong>di</strong> Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma,<br />

accanto a quelle del generale Armando Diaz.<br />

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PASQUALE CAMASSA<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 24 <strong>di</strong>cembre 1858 – Mesagne, 10 <strong>di</strong>cembre 1941)<br />

Fu presbitero, bibliotecario e storico. Fu tra i principali artefici del<strong>la</strong> <strong>di</strong>vulgazione del<strong>la</strong> cultura<br />

e dell’istruzione storica al<strong>la</strong> popo<strong>la</strong>zione <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Nacque da Teodoro e Filomena Greco.<br />

Nel 1890 s ubentrò a G iovanni Tarantini nel<strong>la</strong> <strong>di</strong>rezione del Museo civico, <strong>la</strong> cui sede era<br />

allora nell’antico Tempio <strong>di</strong> San Giovanni al Sepolcro. A sue spese creò, presso <strong>la</strong> propria<br />

abitazione <strong>di</strong> via Lauro 37, <strong>la</strong> "Biblioteca circo<strong>la</strong>nte gratuita", con una importante raccolta <strong>di</strong><br />

circa 3.000 volumi aperta a chiunque nei giorni feriali.<br />

Amato dal<strong>la</strong> popo<strong>la</strong>zione locale, “Papa Pascalinu”, come era conosciuto dai brin<strong>di</strong>sini, fu<br />

promotore <strong>di</strong> innumerevoli iniziative culturali: fondò nel 1921 <strong>la</strong> “Brigata amatori <strong>storia</strong> ed<br />

arte”, un’associazione culturale <strong>che</strong> organizzava rego<strong>la</strong>rmente presso <strong>la</strong> sede del Museo<br />

civico, il tempietto <strong>di</strong> San Giovanni al sepolcro, riunioni in cui Camassa era solito invitare<br />

letterati, scienziati ed artisti. Fu an<strong>che</strong> rettore del cimitero comunale.<br />

Appassionato stu<strong>di</strong>oso del<strong>la</strong> civiltà romana, si convinse, e lo sostenne nei suoi scritti, <strong>che</strong><br />

l’atto <strong>di</strong> alzare il bicchiere e bere al<strong>la</strong> salute <strong>di</strong> qualcuno in segno <strong>di</strong> augurio fosse nato nel<strong>la</strong><br />

nostra <strong>città</strong>, e da es sa avesse preso il nome, un’affermazione sostenuta an<strong>che</strong> da <strong>di</strong> versi<br />

altri stu<strong>di</strong>osi.<br />

Fu l’artefice del<strong>la</strong> salvaguar<strong>di</strong>a <strong>di</strong> alcuni monumenti citta<strong>di</strong>ni, come <strong>la</strong> Fontana De Torres in<br />

piazza del<strong>la</strong> Vittoria e soprattutto <strong>la</strong> Porta Mesagne, quando non solo si oppose al<strong>la</strong><br />

demolizione ma occupò fisicamente l’antica porta, facendo dapprima interrompere i <strong>la</strong>vori e<br />

poi indurre gli organi competenti a sospendere definitivamente l’or<strong>di</strong>nanza <strong>di</strong> abbattimento.<br />

Tra le altre sue opere sono da r icordare l’istituzione del<strong>la</strong> “Casa del pane” <strong>che</strong> garantiva<br />

l’alimentazione a c hi non ne av eva a s ufficienza; <strong>la</strong> “Scuo<strong>la</strong> <strong>di</strong> taglio” <strong>di</strong>retta dal<strong>la</strong> signora<br />

Maria Scar<strong>di</strong>no Cappellini, riservata alle mogli e al le figlie <strong>di</strong> combattenti; un “ Posto <strong>di</strong><br />

conforto” al<strong>la</strong> stazione ferroviaria per garantire cibo e bevande ai soldati feriti e ai familiari dei<br />

militari <strong>che</strong> transitavano a Brin<strong>di</strong>si.<br />

Tra i suoi scritti: Cenno storico <strong>di</strong> San Oronzo, protomartire salentino, Brin<strong>di</strong>si 1894 - Guida<br />

<strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, Brin<strong>di</strong>si 1897 e 1910 - Brin<strong>di</strong>sini illustri, Brin<strong>di</strong>si 1909 - Breve cenno storico dei<br />

santi fratelli minori Cosimo e Damiano con suppli<strong>che</strong> ed inno, Brin<strong>di</strong>si 1914 - Cenno storico<br />

<strong>di</strong> San Pasquale Baylon con preghiere al medesimo, Taranto 1923 - La romanità <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si<br />

attraverso <strong>la</strong> sua <strong>storia</strong> e i suoi avanzi monumentali, Brin<strong>di</strong>si 1934.<br />

Papa Pascalinu morì in ospedale a Mesagne, a 83 anni , ferito nel crollo del<strong>la</strong> sua casa in<br />

Brin<strong>di</strong>si con il bombardamento aereo inglese del<strong>la</strong> notte tra il 7 e l’8 novembre del 1941.<br />

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(*) «… In <strong>tutta</strong> <strong>la</strong> sua vita, <strong>che</strong> non fu breve, Pasquale Camassa ebbe un solo costante<br />

connaturato geloso e permaloso amore: Brin<strong>di</strong>si.<br />

Quando egli par<strong>la</strong>va del<strong>la</strong> sua <strong>città</strong>, era tutto una fiamma, le corde del suo gran cuore vibravano<br />

tutte. A chi non lo avesse conosciuto intimamente, questa sua esuberante «brin<strong>di</strong>sinità» poteva<br />

sembrare una manifestazione <strong>di</strong> provincialismo e <strong>di</strong> esagerato amore <strong>di</strong> campanile. Il suo era<br />

invece senso civico spiccatissimo, affetto sviscerato al<strong>la</strong> terra <strong>che</strong> lo vide nascere. E chi peccò<br />

per troppo amore non fu mai condannato. Figura caratteristica e popo<strong>la</strong>rissima <strong>di</strong> uomo e <strong>di</strong><br />

stu<strong>di</strong>oso, riassunse ed espresse per tanti anni l'anima del<strong>la</strong> <strong>città</strong>.<br />

Egli raccolse <strong>la</strong> tra<strong>di</strong>zione dall'arcivescovo Tarantini, <strong>che</strong> a sua volta l'aveva raccolta, sia pure a<br />

<strong>di</strong>stanza <strong>di</strong> molti anni, da Ortensio e da Annibale De Leo -i patriarchi del<strong>la</strong> cultura storica<br />

brin<strong>di</strong>sina- e rappresentava <strong>tutta</strong>via uno degli ultimi anelli <strong>di</strong> congiunzione tra <strong>la</strong> nostra vecchia<br />

gloriosa generazione <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>osi venuta dopo il '60 e <strong>la</strong> nuova <strong>che</strong>, pur esigua <strong>di</strong> numero, cerca<br />

<strong>di</strong> mantenere con decoro le tra<strong>di</strong>zioni culturali del<strong>la</strong> nostra terra.<br />

Il piccolo Museo Civico in San Giovanni al Sepolcro, creato dal<br />

Tarantini, fu sviluppato e reso vivo dal suo palpito generoso ed<br />

amorevole, adunandovi perio<strong>di</strong>camente per lungo volgere <strong>di</strong> anni <strong>la</strong><br />

“Brigata degli amatori <strong>di</strong> <strong>storia</strong> ed arte” <strong>che</strong>, se non fu senza<br />

sbandamenti d'in<strong>di</strong>rizzo e <strong>di</strong> programmi e <strong>di</strong> uomini <strong>che</strong> vi tennero<br />

<strong>di</strong>scorso, dette al<strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si un certo tono d'intellettualità <strong>che</strong><br />

non aveva avuto prima e <strong>che</strong> non ha più riavuto dopo <strong>che</strong> il Camassa<br />

non potette più darle vita.<br />

Attraverso <strong>la</strong> Brigata, egli volle far penetrare l'amore per i nostri monumenti, per <strong>la</strong> nostra <strong>storia</strong>,<br />

per <strong>la</strong> nostra arte, per le nostre tra<strong>di</strong>zioni popo<strong>la</strong>ri, organizzando gite nei vari centri artistici del<strong>la</strong><br />

regione, poiché per lui <strong>la</strong> cultura non doveva circoscriversi soltanto nel<strong>la</strong> pur fondamentale<br />

ricerca eru<strong>di</strong>ta degli archivi e delle bibliote<strong>che</strong>, ma doveva essere qualcosa <strong>di</strong> vivo e <strong>di</strong> aderente<br />

allo spirito oltre <strong>che</strong> all'intelletto.<br />

Ecco perché il Camassa non paludò mai i suoi scritti <strong>di</strong> cattedratica veste, ma fu invece un<br />

efficace <strong>di</strong>vulgatore, non però nel senso superficiale <strong>che</strong> si usa dare a questa paro<strong>la</strong>. Certo, se i<br />

suoi scritti sono esaminati col criterio del metodo storico oggi in uso, tutti cadrebbero perché in<br />

essi manca quasi sempre l'annotazione del<strong>la</strong> fonte da cui attinse. Ma si può essere sicuri <strong>che</strong><br />

se ci si sottopone al<strong>la</strong> fatica <strong>di</strong> ripercorrere il camino da lui fatto per giungere ai risultati ch'egli<br />

dà, e ci si riesce, è molto <strong>di</strong>fficile trovarlo in castagna, data <strong>la</strong> probità connaturata dell'uomo e<br />

dello stu<strong>di</strong>oso.<br />

Egli, com'ho detto poc'anzi, era soprattutto un <strong>di</strong>vulgatore. Il suo dettato scorrevole, chiaro, <strong>di</strong>rei<br />

popo<strong>la</strong>re, era fatto per far penetrare i risultati del<strong>la</strong> ricerca storica fin negli strati <strong>di</strong> pubblico <strong>che</strong><br />

<strong>di</strong> <strong>storia</strong> non aveva sentito o non voleva sentir par<strong>la</strong>re. Sparse, perciò, il meglio delle sue<br />

ricer<strong>che</strong> in giornali, giornaletti, opuscoli, riviste, rivistine, fogli vo<strong>la</strong>nti: tutto era utile ai fini <strong>di</strong> far<br />

conoscere <strong>la</strong> <strong>storia</strong>, l’arte e le tra<strong>di</strong>zioni del<strong>la</strong> sua <strong>città</strong>.<br />

Mai invano, da ogni parte si chiesero a lui consigli e notizie. Egli era un'anima generosa e<br />

cor<strong>di</strong>ale, quel <strong>che</strong> si <strong>di</strong>ce, con <strong>di</strong>alettale paro<strong>la</strong>, uno sciampagnone: an<strong>che</strong> in questo,<br />

espressione genuina del<strong>la</strong> vera anima del<strong>la</strong> sua <strong>città</strong>.<br />

Quante volte, a conclusione <strong>di</strong> una giornata o <strong>di</strong> un pomeriggio, ci offrì una cenetta in qual<strong>che</strong><br />

osteria popo<strong>la</strong>re verso le sciabi<strong>che</strong> -il rione più brin<strong>di</strong>sino <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si- dove amava farci trovare i<br />

piatti e i prodotti più gustosamente locali? Io non so quanto <strong>la</strong> sua <strong>città</strong> abbia effettivamente<br />

apprezzato <strong>la</strong> sua opera e non so chi possa continuar<strong>la</strong>, sia pure nel<strong>la</strong> parte decorativa.<br />

Certo è <strong>che</strong> Brin<strong>di</strong>si ha perduto il suo cantore, il suo aedo, il custode amorevole ed ardente<br />

delle sue memorie. È tutto un mondo <strong>che</strong> muore con lui, malinconicamente!».<br />

(*) Nico<strong>la</strong> Vacca: “Ricordo <strong>di</strong> Pasquale Camassa” in Rinascenza salentina, IX (1941)<br />

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UMBERTO CAGNI<br />

(Asti, 24 febbraio 1863 – Genova, 22 aprile 1932)<br />

Fu un ammiraglio ed esploratore, ricoprì le cari<strong>che</strong> <strong>di</strong> senatore del regno e commissario del<br />

porto <strong>di</strong> Genova. A Brin<strong>di</strong>si, durante <strong>la</strong> prima guerra mon<strong>di</strong>ale, fu c apo del Comando<br />

superiore navale del Basso Adriatico.<br />

A 14 anni entrò nel<strong>la</strong> Scuo<strong>la</strong> <strong>di</strong> marina <strong>di</strong> Napoli. Proseguì gli stu<strong>di</strong> al<strong>la</strong> Scuo<strong>la</strong> <strong>di</strong> marina <strong>di</strong><br />

Genova, conseguendo il grado <strong>di</strong> guar<strong>di</strong>amarina nel 1881. Dal 1882 al 1885 fece il giro del<br />

mondo sul<strong>la</strong> nave Vittor Pisani. Nel 1895, sul<strong>la</strong> Cristoforo Colombo, intraprese un altro<br />

viaggio <strong>che</strong> durò quattro anni, compresa una spe<strong>di</strong>zione dal<strong>la</strong> Terra <strong>di</strong> Francesco Giuseppe,<br />

con destinazione Polo Nord, <strong>che</strong> fallì.<br />

Nel 1897 p artì con l’amico Luigi Amedeo <strong>di</strong> Savoia-Aosta, duca degli Abruzzi per l’A<strong>la</strong>ska<br />

al<strong>la</strong> conquista del<strong>la</strong> vetta del monte Saint Elias, <strong>che</strong> avvenne il 2 agosto dello stesso anno.<br />

Nel 1899 partecipò al<strong>la</strong> spe<strong>di</strong>zione al Polo Nord con <strong>la</strong> Stel<strong>la</strong> Po<strong>la</strong>re, organizzata da Luigi<br />

Amedeo <strong>di</strong> Savoia. Riuscì, tra <strong>la</strong> fine <strong>di</strong> marzo ed il 25 aprile dello stesso anno, a<br />

raggiungere <strong>la</strong> più alta <strong>la</strong>titu<strong>di</strong>ne mai prima toccata dall’uomo sino a quel momento: 86° 34'.<br />

La spe<strong>di</strong>zione iniziò in primavera, l’11 marzo 1900. I m embri si <strong>di</strong>visero in tre gruppi, con<br />

slitte e cani, viveri e materiali: i primi due gruppi, <strong>di</strong> sostegno al terzo, dopo alcuni giorni <strong>di</strong><br />

<strong>di</strong>fficoltà, tornarono al campo base contando <strong>la</strong> per<strong>di</strong>ta <strong>di</strong> tre uomini. Il terzo gruppo, formato<br />

dal comandante Cagni, il marinaio Canepa e l e guide valdostane Petigax e Fenoi llet, con<br />

viveri per tre mesi, il 25 aprile, tra mille <strong>di</strong>fficoltà, raggiunsero gli 86° e 34' <strong>di</strong> <strong>la</strong>titu<strong>di</strong>ne nord,<br />

superando il record <strong>di</strong> Fridtjof Nansen <strong>di</strong> 21', a 381 km dal Polo Nord. Nel freddo dell’Artico,<br />

con strumenti ricognitivi ru<strong>di</strong>mentali e am putazioni per conge<strong>la</strong>mento, decisero però <strong>di</strong><br />

tornare in<strong>di</strong>etro: dopo <strong>di</strong>eci giorni <strong>di</strong> marcia abbandonarono quasi tutto sui <strong>la</strong>stroni <strong>di</strong><br />

ghiaccio, al<strong>la</strong> deriva. Con una so<strong>la</strong> tenda, do<strong>di</strong>ci cani e le provviste strettamente necessarie<br />

sulle slitte rimaste, i quattro uomini riuscirono finalmente a raggiungere <strong>la</strong> baia <strong>di</strong> Teplitz, era<br />

il 23 giugno 1900. Cagni e i suoi avevano percorso 1400 chilometri in 104 giorni: un’impresa<br />

storica.<br />

Nel 1909, Cagni si <strong>di</strong>stinse partico<strong>la</strong>rmente per i soccorsi portati a seguito del terremoto <strong>di</strong><br />

Messina. Nel 1911, al l’inizio del<strong>la</strong> guerra italo-turca, sbarcò a Tr ipoli nel<strong>la</strong> Libia ottomana<br />

occupando <strong>la</strong> <strong>città</strong> con po<strong>che</strong> centinaia <strong>di</strong> soldati.<br />

Durante <strong>la</strong> prima guerra mon<strong>di</strong>ale, fu des tinato a B rin<strong>di</strong>si e ne gui dò <strong>la</strong> strategica Base<br />

navale. Nel corso del<strong>la</strong> guerra, inoltre, guidò an<strong>che</strong> <strong>la</strong> base <strong>di</strong> La Spezia.<br />

L'ammiraglio <strong>la</strong>sciò il servizio militare nel 1923. Morì nel 1932 e fu sepolto nel<strong>la</strong> <strong>città</strong> natale.<br />

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PIETRO CHIMIENTI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 28 gennaio 1864 – Roma, 26 novembre 1938)<br />

Fu un giurista e un uomo politico. Nacque a Brin<strong>di</strong>si da Antonio e Caterina Fusco. Compì gli<br />

stu<strong>di</strong> universitari a R oma, dove si <strong>la</strong>ureò in giurisprudenza. Insegnò nelle università <strong>di</strong><br />

Cagliari e Catania e poi al<strong>la</strong> Sapienza <strong>di</strong> Roma, come professore <strong>di</strong> Diritto amministrativo.<br />

Dopo un’iniziale inclinazione per i ra<strong>di</strong>cali, militando nelle file del<strong>la</strong> destra liberale, fu<br />

deputato nel collegio <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dal 1900 al 1921 e da qu ell’anno senatore. Al<strong>la</strong> Camera<br />

aderì al gruppo <strong>di</strong> Sonnino del quale con<strong>di</strong>videva, oltre ai programmi specifici, <strong>la</strong> più generale<br />

concezione dell’attività par<strong>la</strong>mentare come espressione <strong>di</strong> interessi concreti e del l’azione<br />

politica come risultato dei contrasti e delle me<strong>di</strong>azioni tra una molteplicità <strong>di</strong> forze partico<strong>la</strong>ri.<br />

Fu contrario al<strong>la</strong> politica <strong>di</strong> Giolitti e, pur simpatizzando con il gruppo ra<strong>di</strong>cal-democratico<br />

guidato dal Nitti, tenne sempre a <strong>di</strong>stinguersi sia dai deputati socialisti e sia dagli esponenti<br />

del<strong>la</strong> destra, specialmente agraria. E più volte <strong>la</strong> sua azione politica o i suoi interventi<br />

par<strong>la</strong>mentari seppero esprimere l’ostilità <strong>che</strong> essa nutriva verso <strong>la</strong> lotta riven<strong>di</strong>cativa condotta<br />

dalle locali associazioni proletarie non meno del<strong>la</strong> <strong>di</strong>ffidenza verso <strong>la</strong> politica interna <strong>di</strong><br />

Giolitti, considerata troppo b<strong>la</strong>nda nel<strong>la</strong> tute<strong>la</strong> dell’or<strong>di</strong>ne pubblico.<br />

Svolse un ruolo importante nel<strong>la</strong> definizione del<strong>la</strong> politica commerciale e doganale italiana<br />

concordando con le opinioni <strong>di</strong> Nitti, De Viti e De Marco nell’avversione al protezionismo e<br />

nel patrocinio dei più moderni interessi agricoli del Mezzogiorno quali quelli legati allo<br />

sviluppo del<strong>la</strong> viticoltura. Più volte sottosegretario, fu ministro delle Poste e Telegrafi con il<br />

governo Nitti dal giugno 1919 al marzo 1920.<br />

Dopo <strong>la</strong> nomina a s enatore, ottenuta l ’8 giugno 1921, C himienti aderì al fascismo, al cui<br />

servizio pose <strong>la</strong> sua esperienza <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>oso <strong>di</strong> <strong>di</strong>ritto pubblico, de<strong>di</strong>candosi al<strong>la</strong> legittimazione<br />

del regime fascista sotto il profilo giuri<strong>di</strong>co-costituzionale, me<strong>di</strong>ante una profonda revisione<br />

degli orientamenti da l ui assunti in passato sul problema dello Stato par<strong>la</strong>mentare e del le<br />

istituzioni rappresentative. Nel 1926 i nfatti sostenne <strong>la</strong> legittimità del<strong>la</strong> decadenza dei<br />

deputati aventiniani dal loro mandato decretata del<strong>la</strong> Camera e da allora in poi numerosi<br />

furono i suoi scritti volti a dare una p<strong>la</strong>usibilità giuri<strong>di</strong>ca alle forme illiberali con cui <strong>la</strong> <strong>di</strong>ttatura<br />

fascista aveva snaturato l’assetto politico-istituzionale dello Stato. Fu capo del<strong>la</strong> missione<br />

italiana al<strong>la</strong> conferenza <strong>di</strong> Ginevra nel 1925 e fu delegato del Perù all’Istituto internazionale<br />

<strong>di</strong> agricoltura.<br />

Tra i suoi scritti: La vita politica e <strong>la</strong> pratica del regime par<strong>la</strong>mentare, 1897; Il Capo dello<br />

Stato e il Gabinetto, 1898; Saggi <strong>di</strong> <strong>di</strong>ritto costituzionale e politica, 1915; Manuale <strong>di</strong> <strong>di</strong>ritto<br />

costituzionale, 1918; Diritto costituzionale fascista, 1933.<br />

Pietro Chimienti morì a Roma il 26 novembre 1938.<br />

89


ALFREDO DE SANCTIS<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 7 ottobre 1865 – Firenze, 30 gennaio 1954)<br />

Fu un attore <strong>di</strong> teatro. Nacque a Brin<strong>di</strong>si da Pio e da Marianna Costantini. Figlio d’arte, fece <strong>la</strong><br />

gavetta nel<strong>la</strong> modesta compagnia del padre imprati<strong>che</strong>ndosi in molti ruoli. Debuttò a Bologna<br />

nel 1885 c on una par ticina <strong>di</strong> sfondo, chiamato per sostituire un attore nel<strong>la</strong> compagnia<br />

Diligenti. Poi, partecipò a una tournée in Sudamerica come primo attore giovane. Tornò in Italia<br />

nel 1891 e fu scritturato come primo attore giovane nel<strong>la</strong> compagnia Di Lorenzo-Ca<strong>la</strong>mai e<br />

quin<strong>di</strong> nel<strong>la</strong> Pa<strong>la</strong><strong>di</strong>ni-Talli. Divenne infine primo attore nel 1894, nel<strong>la</strong> formazione <strong>di</strong> Garzes.<br />

Primo attore nel<strong>la</strong> compagnia <strong>di</strong> Eleonora Duse, seguì l’attrice in una tournée all’estero,<br />

riportando un lusinghiero successo al Drury Lane <strong>di</strong> Londra nell'interpretazione <strong>di</strong> Armando e <strong>di</strong><br />

Turiddu nel<strong>la</strong> Cavalleria rusticana <strong>di</strong> Verga. Passato nel<strong>la</strong> compagnia <strong>di</strong> Vitaliani nel 1896, s i<br />

impose nel <strong>personaggi</strong>o <strong>di</strong> Moretti nel I <strong>di</strong>sonesti <strong>di</strong> Rovetta e con questa interpretazione<br />

ottenne unanimi consensi an<strong>che</strong> in Sudamerica, dove si recò nel<strong>la</strong> stagione 1896-97. Nel<strong>la</strong><br />

compagnia Del<strong>la</strong> Guar<strong>di</strong>a dal 1897 al 1898, arricchì il suo repertorio con nuovi <strong>personaggi</strong> tratti<br />

sia dal teatro moderno sia da quello c<strong>la</strong>ssico, raggiungendo <strong>la</strong> maturità artistica ed espressiva.<br />

Nel 1898 fu <strong>di</strong>rettore dell’effimero Teatro d’arte <strong>di</strong> Torino e dal 1900 formò una sua compagnia<br />

con un repertorio allora considerato <strong>di</strong> eccezione -H. Ibsen, M. Gorkij, E. Brieux E. A. Butti- ed<br />

ottenne <strong>la</strong>rgo consenso in produzioni <strong>di</strong> sicura efficacia teatrale, come Il Colonnello Bridau <strong>di</strong><br />

Fabre e come Rabagas <strong>di</strong> Sardou.<br />

Nel 1921 raggiunse il massimo successo, riportando un grande trionfo al Théâtre de l'Œuvre <strong>di</strong><br />

Parigi con alcune delle sue più riuscite interpretazioni -Il<strong>di</strong>o del<strong>la</strong> vendetta, Uno degli onesti,<br />

Sperduti nel buio, La mas<strong>che</strong>ra, Il volto, Lucifero- e nel 1922 trionfò an<strong>che</strong> a Marsiglia e a<br />

Barcellona.<br />

Tornato in Italia propose nel 1923 un repertorio shakespeariano, con Riccardo III, La tempesta<br />

e Amleto, per ritornare nel<strong>la</strong> stagione successiva a s pettacoli <strong>di</strong> richiamo. Nel 1932 <strong>di</strong> resse il<br />

primo Carro <strong>di</strong> Tespi, <strong>che</strong> presentò in oltre quaranta comuni del Lazio.<br />

Lasciò infine il teatro, nel 1933, dopo essere stato capocomico per più <strong>di</strong> un quarantennio, nei<br />

primi quin<strong>di</strong>ci anni gli fu compagna fedele <strong>la</strong> moglie Ada Birelli, sposata nel 1902 e dal<strong>la</strong> quale<br />

<strong>di</strong>vorziò. Riapparve saltuariamente sulle scene tra il 1934 e il 1942 e nel 1953 ripresentò, con<br />

una compagnia propria, le interpretazioni più significative del passato.<br />

In data 14 gennaio 1915, quand’egli era in vita, cinquantenne, il consiglio comunale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si<br />

deliberò intito<strong>la</strong>rgli <strong>la</strong> via <strong>che</strong> da allora porta il suo nome. Alfredo De Sanctis morì a Firenze il 30<br />

gennaio del 1954, chiedendo <strong>di</strong> essere sepolto a Brin<strong>di</strong>si, dove, infatti, riposa.<br />

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TOMMASO VALERI<br />

(Santa Fiora, 23 ottobre 1865 – Sinilunga, 20 novembre 1950)<br />

Fu arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dal 22 aprile 1910 al 14 agosto 1942, e fu anc he amministratore<br />

apostolico perpetuo <strong>di</strong> Ostuni.<br />

Nacque in un paesino del<strong>la</strong> provincia <strong>di</strong> Grosseto e pr ese i voti, come francescano, il 28<br />

aprile 1888 e fu consacrato il 5 giugno 1910.<br />

Eresse varie parrocchie in Brin<strong>di</strong>si e in Ostuni. Restaurò <strong>la</strong> Cattedrale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e potenziò il<br />

seminario inter <strong>di</strong>ocesano <strong>di</strong> Ostuni. Sotto il suo presu<strong>la</strong>to vennero in Brin<strong>di</strong>si molti or<strong>di</strong>ni <strong>di</strong><br />

religiose. Celebrò congressi eucaristici e tenne sino<strong>di</strong> <strong>di</strong>ocesani.<br />

Fu segretario <strong>di</strong> monsignor Tommaso Valeri, il padre Domenico Bacci, scrittore e l etterato<br />

conosciuto in ambito nazionale, perché autore <strong>di</strong> numerose pregevoli opere stori<strong>che</strong> e<br />

monografi<strong>che</strong>, tra cui Cattedrale brin<strong>di</strong>sina, del 1924.<br />

E fu l’arcivescovo monsignor Tommaso Valeri a nominare don Pasquale Camassa, rettore<br />

del Cimitero comunale.<br />

Quando monsignor Valeri rinunciò al<strong>la</strong> cattedra <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, fu nominato arcivescovo tito<strong>la</strong>re <strong>di</strong><br />

Gerapoli <strong>di</strong> Siria, incarico <strong>che</strong> mantenne fino al<strong>la</strong> sua morte, sopraggiunta a Sinilunga in<br />

provincia <strong>di</strong> Siena, il 20 novembre del 1950.<br />

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GINO FARA FORNI<br />

(Pettenasco, 1867 – Brin<strong>di</strong>si, 27 settembre 1915)<br />

Fu un capitano <strong>di</strong> vascello, morto al comando del<strong>la</strong> nave “Benedetto Brin” (foto), <strong>che</strong> esplose<br />

e affondò nel porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si nel<strong>la</strong> prima guerra mon<strong>di</strong>ale, il 27 settembre 1915.<br />

“… Un boato tremendo squarciò l'aria e il rombo <strong>di</strong> un'esplosione si ripercosse lontano sul<br />

mare e sul<strong>la</strong> <strong>città</strong>, le navi ancorate ebbero un sussulto e le case tremarono. La nave non si<br />

vedeva più e al suo posto una colonna alta oltre cento metri <strong>di</strong> fumo giallo, rossastro, misto a<br />

gas e vapori s'innalzava al cielo. La catastrofe apparve in <strong>tutta</strong> <strong>la</strong> sua orrenda gran<strong>di</strong>osità<br />

alcuni momenti dopo, quando <strong>la</strong> colonna <strong>di</strong> fumo lentamente si <strong>di</strong>radò…”<br />

«Nel fumo denso si <strong>di</strong>stinse per un momento <strong>la</strong> massa d'acciaio del<strong>la</strong> torre poppiera dei<br />

cannoni da 305 mm, <strong>che</strong> <strong>la</strong>nciata in aria dal<strong>la</strong> forza dell'esplosione fino a metà del<strong>la</strong> colonna,<br />

ricadde poi violentemente in mare, sul fianco sinistro del<strong>la</strong> nave. Pochi momenti dopo,<br />

<strong>di</strong>ssipato il nembo del fumo, lo scafo del<strong>la</strong> Benedetto Brin fu v eduto appoggiare senza<br />

sbandamento sul fondo <strong>di</strong> <strong>di</strong>eci metri e scendere ancora lentamente, formandosi un letto nel<br />

fango molle. Mentre <strong>la</strong> prora poco danneggiata si nascondeva sotto l'acqua <strong>che</strong> arrivava a<br />

<strong>la</strong>mbire i cannoni da 152 del<strong>la</strong> batteria, <strong>la</strong> parte poppiera completamente sommersa appariva<br />

sconvolta e ridotta a un ammasso <strong>di</strong> rottami. Caduto il fumaiolo e l'albero <strong>di</strong> poppa, si ergeva<br />

ancora dritto e verticale l'albero <strong>di</strong> trin<strong>che</strong>tto».<br />

Imme<strong>di</strong>atamente dopo l o scoppio, le autorità militari avanzarono l’ipotesi dell’attentato ad<br />

opera dei nemici austriaci, ma poco a poc o cominciò a prendere corpo an<strong>che</strong> <strong>la</strong> più<br />

verosimile possibilità <strong>di</strong> un'autocombustione avvenuta nel<strong>la</strong> grande stiva a<strong>di</strong>bita a deposito <strong>di</strong><br />

munizioni: il calore del<strong>la</strong> sa<strong>la</strong> motori, vicina al locale del<strong>la</strong> santabarbara, avrebbe innescato<br />

l’incen<strong>di</strong>o <strong>che</strong> a s ua volta avrebbe fatto s coppiare le munizioni. Mai fu data una r isposta<br />

definitiva... e ormai, certamente non importa troppo sapere l'esatta verità, né certamente mai<br />

importò troppo saper<strong>la</strong> ai 456 marinai <strong>che</strong> perirono nel mare del porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si in quel<strong>la</strong><br />

tragica mattina.<br />

In partico<strong>la</strong>r modo, non venne reso pubblico da subito, <strong>che</strong> giusto un anno pr ima, proprio il<br />

capitano del<strong>la</strong> nave Gino Fara Forni aveva segna<strong>la</strong>to con una lettera inviata al<strong>la</strong> Divisione<br />

generale <strong>di</strong> artiglieria ed armamenti del Ministero del<strong>la</strong> marina a R oma, una “ deficienza <strong>di</strong><br />

venti<strong>la</strong>zione e <strong>di</strong> refrigerazione del<strong>la</strong> santabarbara” <strong>che</strong> faceva salire oltre il limite <strong>di</strong><br />

sicurezza <strong>la</strong> temperatura interna”.<br />

Al<strong>la</strong> corazzata Benedetto Brin è intito<strong>la</strong>ta in Brin<strong>di</strong>si, una delle principali strade del Casale.<br />

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ANGELO TITI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 14 gennaio 1869 – Brin<strong>di</strong>si, 1956)<br />

Fu un i mpren<strong>di</strong>tore brin<strong>di</strong>sino <strong>di</strong> successo <strong>che</strong> operò principalmente nel settore marittimo,<br />

figlio maggiore dei cinque figli maschi e fr atello an<strong>che</strong> delle quattro femmine <strong>di</strong> Marianna<br />

Pansini e <strong>di</strong> Teodoro, fondatore nel 1848 dell’Agenzia marittima Titi, al quale Angelo<br />

subentrò nel<strong>la</strong> gestione del<strong>la</strong> società armatoriale nel 1920, in seguito al<strong>la</strong> morte <strong>di</strong> Teodoro.<br />

Fu docente <strong>di</strong> computisteria nel<strong>la</strong> Scuo<strong>la</strong> Tecnica <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Fu consigliere comunale nel<br />

1922 e pr esidente del Comitato Marittimo e d el<strong>la</strong> Commissione granaria del<strong>la</strong> Provincia <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si. Fu presidente del<strong>la</strong> Camera <strong>di</strong> commercio <strong>di</strong> Terra d’Otranto. Fu pr esidente<br />

dell’Unione dei commercianti da lui stesso fondata e vicepresidente del Consiglio provinciale<br />

dell’economia.<br />

Nel<strong>la</strong> sua lunga e prolifica carriera professionale, Angelo Titi fu an<strong>che</strong> console onorario del<strong>la</strong><br />

Germania e fu designato, dall’Alta Corte <strong>di</strong> Giustizia del Senato del Regno, perito nel<br />

processo contro gli amministratori del<strong>la</strong> Banca italiana <strong>di</strong> sconto e de volvé in beneficenza<br />

l’onorario <strong>di</strong> questo importante e impegnativo incarico.<br />

Angelo Titi, legò il suo nome an<strong>che</strong> all’istituzione a Brin<strong>di</strong>si del<strong>la</strong> Zona Franca. Incaricato dal<br />

prefetto Ernesto Perez, il commendatore Titi preparò <strong>la</strong> re<strong>la</strong>zione per <strong>la</strong> commissione<br />

ministeriale incaricata <strong>di</strong> visitare i maggiori porti italiani per selezionare quelli adatti ad essere<br />

zona franca. Quel<strong>la</strong> re<strong>la</strong>zione magistrale, contribuì decisamente all’esito favorevole per<br />

Brin<strong>di</strong>si, a svantaggio <strong>di</strong> Bari.<br />

Dopo <strong>la</strong> morte <strong>di</strong> Angelo Titi, nel 1956 <strong>la</strong> Giunta Comunale deliberò all’unanimità perché <strong>la</strong><br />

Zona Franca del porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si gli fosse intito<strong>la</strong>ta.<br />

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FELICE ASSENNATO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 9 ottobre 1869 – Bari, 14 ottobre 1957)<br />

Fu un avvocato e politico socialista, figlio <strong>di</strong> Mario Assennato <strong>di</strong> Palermo, un impiegato del<strong>la</strong><br />

Capitaneria <strong>di</strong> porto e prominente affiliato al<strong>la</strong> massoneria brin<strong>di</strong>sina. Felice Assennato fu tra<br />

i fondatori del partito socialista nel brin<strong>di</strong>sino, dove rappresentò le istanze degli agricoltori<br />

del<strong>la</strong> Terra d’Otranto.<br />

Il 12 luglio 1904, i due più importanti esponenti del partito socialista <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, Felice<br />

Assennato ed E doardo Voccoli, furono oggetto <strong>di</strong> un attentato, for tunatamente andato a<br />

vuoto. Ne fu responsabile Mi<strong>che</strong>le Menduti <strong>che</strong>, fino al<strong>la</strong> costituzione delle leghe <strong>di</strong> categoria<br />

promosse da Assennalo, lucrò sulle assunzioni degli scaricatori al porto.<br />

Nel 1910 Assennato fu nominato <strong>di</strong>rettore del settimanale L’Unione, organo dei socialisti<br />

brin<strong>di</strong>sini. Fu eletto consigliere comunale nel 1912 e poi deputato del Regno d’Italia dal 1921<br />

al 1924. Nel 1923 fu l ’unico pugliese al<strong>la</strong> riunione <strong>di</strong> Mi<strong>la</strong>no nel<strong>la</strong> quale numerosi esponenti<br />

socialisti esaminarono <strong>la</strong> situazione in seguito al<strong>la</strong> proposta <strong>di</strong> unificazione fra socialisti e<br />

comunisti richiesta dall’URSS.<br />

Il 14 gennaio 1923, Felice Assennato, con un gruppo <strong>di</strong> esponenti socialisti riuniti a Mi<strong>la</strong>no,<br />

contestò <strong>la</strong> fusione del Pci e del Psi voluta dal IV congresso dell’Internazionale a Mosca e<br />

aderì al comitato nazionale <strong>di</strong> <strong>di</strong>fesa socialista <strong>di</strong> Pietro Nenni, suo amico.<br />

Nel<strong>la</strong> Camera dei deputati svolse, tra l’altro, l’incarico <strong>di</strong> segretario del gruppo socialista e fu<br />

an<strong>che</strong> membro del<strong>la</strong> <strong>di</strong>rezione nazionale del suo partito. E dal 1926 <strong>di</strong>resse <strong>la</strong> federazione<br />

pugliese del partito socialista.<br />

Con l’avvento del regime fascista, subì continue persecuzioni e fu denunciato al Tribunale<br />

speciale e sottoposto a vigi<strong>la</strong>nza, il confino, fino al 1942. Dopo l’8 settembre 1943, ebbe un<br />

ruolo importante nel<strong>la</strong> lotta partigiana.<br />

Morì il 30 ottobre 1957 a B ari. La camera ardente fu a llestita presso il Circolo culturale<br />

Matteotti <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e <strong>la</strong> Giunta Comunale, deliberò in data 29 gi ugno 1999 intito<strong>la</strong>rgli una<br />

strada citta<strong>di</strong>na, quel<strong>la</strong> <strong>che</strong> costeggia il liceo artistico Edgardo Simone.<br />

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SERAFINO GIANNELLI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 3 gennaio 1874 – Brin<strong>di</strong>si, 14 settembre 1962)<br />

Fu sindaco <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dal 1923 al 1926 e Podestà dal 1926 al 1928 e dal 1931 al 1934. Figlio<br />

<strong>di</strong> Damiano e Rosaria Pinto, fu Grand’Ufficiale e ga<strong>la</strong>ntuomo per universale riconoscimento,<br />

nonché benefattore del<strong>la</strong> sua <strong>città</strong>, al<strong>la</strong> quale destinò con testamento, buona parte del suo<br />

cospicuo patrimonio.<br />

Fu primo citta<strong>di</strong>no <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si in tempi <strong>di</strong> gran<strong>di</strong> mutamenti per <strong>la</strong> sua <strong>città</strong> e pertanto toccò a<br />

lui presenziare circostanze, momenti ed episo<strong>di</strong> oggettivamente rilevanti.<br />

Fu il consiglio comunale del 14 marzo 1924, presieduto dal sindaco Giannelli, <strong>che</strong> decretò <strong>la</strong><br />

costruzione del Parco del<strong>la</strong> rimembranza, poi inaugurato dal podestà Giannelli il 9 gennaio<br />

1927. Fu Giannelli il sindaco al quale toccò vivere l’elevazione amministrativa <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si a<br />

provincia, il 2 gennaio 1927. Fu lui <strong>che</strong> inaugurò, nel 1927, il monumento ai caduti -<strong>la</strong> vittoria<br />

a<strong>la</strong>ta- <strong>di</strong> Vitantonio De Bellis in piazza Vittoria, <strong>che</strong> non piacque e fu poi venduto al comune<br />

<strong>di</strong> Erchie e fu l ui <strong>che</strong> quin<strong>di</strong> contattò lo scultore Edgardo Simone per commissionargli il<br />

nuovo monumento, dovendo poi partecipare al<strong>la</strong> lunga polemica del<strong>la</strong> sua ubicazione,<br />

inaugurandolo il 22 novembre 1931 in piazza Dionisi con <strong>la</strong> presenza del re Vittorio<br />

Emanuele III. Nello stesso anno 1927, il consiglio comunale deliberò <strong>la</strong> costruzione <strong>di</strong> una<br />

nuova sede per il Liceo Ginnasio Benedetto Marzol<strong>la</strong> e i l 12 gennai o 1933 Giannelli <strong>la</strong><br />

inaugurò su Corso Roma. E durante <strong>la</strong> costruzione <strong>di</strong> quel<strong>la</strong> prestigiosa scuo<strong>la</strong>, fu an <strong>che</strong><br />

decretata, costruita ed inaugurata, il 29 novembre 1931, <strong>la</strong> a<strong>di</strong>acente Palestra Elio Galiano.<br />

Nel 1929 f u an<strong>che</strong> inaugurato, ancora in quel settore <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, l’Istituto Tecnico<br />

Commerciale Guglielmo Marconi.<br />

Poi, e fu certamente l’opera più emblematica <strong>che</strong> tocco inaugurare al Podestà Giacomelli, fu<br />

<strong>la</strong> volta del Monumento al marinaio d’Italia, il 4 nov embre 1933, i n presenza del re. A<br />

quell’opera Giannelli de<strong>di</strong>cò per anni molti dei suoi sforzi <strong>di</strong> amministratore citta<strong>di</strong>no, a partire<br />

dal reperimento dei fon<strong>di</strong> necessari al<strong>la</strong> costruzione iniziata il 28 ottobre 1932, per cui chiese<br />

ed ottenne an<strong>che</strong> <strong>la</strong> lodevole col<strong>la</strong>borazione del suo amico personale, il famoso tenore<br />

leccese Tito Schipa.<br />

E, finalmente, oltre a tanto altro, fu Serafino Giannelli <strong>che</strong> commissionò all’ingegnere<br />

Telesforo Tarchionni l’e<strong>la</strong>borazione del nuovo piano rego<strong>la</strong>tore <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si <strong>che</strong> poi, come<br />

Podestà, adottò il 3 m arzo del 1934, probabilmente uno dei suoi ultimi atti amministrativi<br />

come primo citta<strong>di</strong>no <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

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FRANCESCO DE FILIPPIS<br />

(Gagliano del Capo, 12 ottobre 1875 – Gagliano del Capo, 3 gennaio 1964)<br />

Fu arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si dal 1942 fino a quando si ritirò dall’incarico, nel 1953. Fu vescovo<br />

in precedenza, nel 1931, <strong>di</strong> Veroli e, successivamente, fu arcivescovo <strong>di</strong> Gangra.<br />

Fu nominato arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si il 26 novembre 1942 e durante l’esercizio del suo<br />

arcivescovato, De Filippis ristrutturò il Seminario e ne deliberò <strong>la</strong> riapertura con <strong>la</strong> chiusura <strong>di</strong><br />

quello <strong>di</strong> Ostuni.<br />

Il 27 l uglio 1947, nel<strong>la</strong> cattedrale <strong>di</strong> Ostuni, or<strong>di</strong>nò presbitero a S ettimio To<strong>di</strong>sco, il quale<br />

sarebbe <strong>di</strong>venuto a s ua volta arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e primo arcivescovo del<strong>la</strong> nuova<br />

arci<strong>di</strong>ocesi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si-Ostuni a partire dal 30 settembre del 1986.<br />

Fu arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si in un periodo in cui <strong>la</strong> <strong>città</strong> cercò <strong>di</strong> rimarginare le ferite provocate<br />

dal<strong>la</strong> guerra e nei locali del Seminario fece sistemare interi nuclei familiari <strong>di</strong> senzatetto e <strong>di</strong><br />

profughi.<br />

Nel 1949 richiamò a Brin<strong>di</strong>si i padri Cappuccini, per affidare a loro <strong>la</strong> parrocchia Ave Maris<br />

Stel<strong>la</strong>. Erano stati assenti dal<strong>la</strong> chiusura definitiva del loro convento decretata dal<strong>la</strong> legge del<br />

1861.<br />

Fu per volontà <strong>di</strong> Francesco De Filippis, <strong>che</strong> le spoglie mortali <strong>di</strong> San Teodoro d’Amasea, già<br />

riposte nel reliquiario in cristalli <strong>di</strong> Boemia, fossero collocate sotto <strong>la</strong> mensa dell’altare del<strong>la</strong><br />

cappel<strong>la</strong> del santo.<br />

Dopo il suo ritiro da arcivescovo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, il 1º settembre del 1953, fu nominato arcivescovo<br />

<strong>di</strong> Gangra, identificabile con Çankırı nell’o<strong>di</strong>erna Turchia, l’antica sede metropolitana del<strong>la</strong><br />

provincia romana del<strong>la</strong> Paf<strong>la</strong>gonia nel<strong>la</strong> <strong>di</strong>ocesi civile del Ponto e <strong>che</strong> fece parte del<br />

patriarcato <strong>di</strong> Costantinopoli.<br />

Monsignor Francesco De Filippis rimase attivo nell’arci<strong>di</strong>ocesi <strong>di</strong> Gangra fino al<strong>la</strong> sua morte,<br />

già ottantenne, il 3 gennaio del 1964 a G agliano del Capo, e le sue spoglie furono deposte<br />

nel<strong>la</strong> chiesa <strong>di</strong> Santa Maria degli Angeli.<br />

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PAOLO FARINATA DEGLI UBERTI<br />

(Verona, 6 aprile 1876 – Mare Adriatico, 14 luglio 1916)<br />

Fu, Paolo Tolosetto, un ufficiale del<strong>la</strong> Regia Marina, comandante del sommergibile Balil<strong>la</strong> <strong>di</strong><br />

base a Brin<strong>di</strong>si. Fu insignito del<strong>la</strong> medaglia d’oro al valor militare al<strong>la</strong> memoria.<br />

Nacque a Verona il 6 aprile 1876. Allievo dell’Accademia navale <strong>di</strong> Livorno dal 30 ottobre<br />

1889, il 1° agosto 1895 c onseguì <strong>la</strong> nomina a guar <strong>di</strong>amarina, ottenendo l e successive<br />

promozioni a sottotenente <strong>di</strong> vascello il 1° agosto 1897, a tenente <strong>di</strong> vascello il 9 <strong>di</strong>cembre<br />

1900 e a capitano <strong>di</strong> corvetta il 25 aprile 1915.<br />

Appassionato sommergibilista, fu comandante del sommergibile G<strong>la</strong>uco nel 1914. P oi, già<br />

comandante del sommergibile Balil<strong>la</strong>, varato l’8 agosto 1915, nel<strong>la</strong> fase del col<strong>la</strong>udo e<br />

dell’addestramento dell’unità. Allo scoppio del 1° conflitto mon<strong>di</strong>ale riebbe il comando del<br />

Balil<strong>la</strong> con il quale, da Brin<strong>di</strong>si, operò nell’ambito del<strong>la</strong> 4ª Squadriglia autonoma, compiendo<br />

missioni offensive <strong>di</strong> agguato nel Basso Adriatico e lungo le rotte commerciali austria<strong>che</strong>.<br />

Il 13 luglio 1916 partì dal porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e si portò in agguato nelle acque antistanti l’iso<strong>la</strong> <strong>di</strong><br />

Lissa, dove attaccò le torpe<strong>di</strong>niere austria<strong>che</strong> T65 e T66. Fu da quelle in<strong>di</strong>viduato e<br />

sottoposto a violento fuoco <strong>di</strong> artiglieria, <strong>che</strong> lo danneggiò irreparabilmente e, dopo av er<br />

lottato strenuamente nonostante le con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> estrema inferiorità per i gravi danni subiti, fu<br />

affondato, con tutti i 37 uomini <strong>di</strong> equipaggio, dai siluri dal<strong>la</strong> torpe<strong>di</strong>niera austriaca T65.<br />

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GIOVANNI e CARMELO CAPOZZIELLO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 3 giugno 1879 e 19 agosto 1876 – Mare Adriatico, 23 novembre 1915)<br />

Furono due gi ovani fratelli “sciabbicoti”: marinai imbarcati entrambi sul piroscafo Pa<strong>la</strong>tino,<br />

allo scoppio del<strong>la</strong> prima guerra mon<strong>di</strong>ale. Tutti e due i fratelli, morirono nell’affondamento<br />

del<strong>la</strong> loro nave, il piroscafo mercantile Pa<strong>la</strong>tino (foto), il 23 novembre 1915.<br />

Figli <strong>di</strong> Cosimo, nacquero entrambi a B rin<strong>di</strong>si: Giovanni il 3 gi ugno 1879 <strong>che</strong> coniugò con<br />

Consiglia De Tommaso il 23 febbraio 1907, e Carmelo, il fratello maggiore il 19 agosto 1876.<br />

Il piroscafo Pa<strong>la</strong>tino salpò da Brin<strong>di</strong>si il 22 novembre 1915, col piroscafo Benedetto Giovanni<br />

e i motovelieri Gallinara, Iniziativa e Unione, parte <strong>di</strong>retti a Durazzo e parte all’altro porto<br />

albanese <strong>di</strong> Medua, tutti per il primo invio <strong>di</strong> rifornimenti dell’operazione <strong>di</strong> salvataggio<br />

dell’esercito serbo.<br />

Il piroscafo Pa<strong>la</strong>tino fu affondato i l giorno seguente, il 23 novembre, assieme al motoveliero<br />

Gallinara, quando i due mezzi furono intercettati dall’incrociatore austriaco SMS Saida (foto),<br />

in esplorazione lungo le coste albanesi con un al tro incrociatore, Helgo<strong>la</strong>nd, e una<br />

squadriglia <strong>di</strong> torpe<strong>di</strong>niere.<br />

Un sommergibile attaccò il veliero Unione obbligando il suo comandante ad autoaffondarlo. Il<br />

giorno seguente, il 24 novembre, un altro battello subacqueo austriaco attaccò con i siluri e<br />

l’artiglieria il piroscafo Benedetto Giovanni e il veliero Iniziativa dopo c he, giunti a M edua<br />

stavano sbarcando i carichi, e l e stesse navi furono an<strong>che</strong> bombardate, fortunatamente<br />

senza essere colpite, da un i drovo<strong>la</strong>nte austriaco. Queste iniziali per<strong>di</strong>te dell’Intesa<br />

preoccuparono i coman<strong>di</strong> preposti al rifornimento dell’esercito serbo, ma i traffici<br />

continuarono e finalmente l’operazione culminò, nonostante le ancora tante gravi per<strong>di</strong>te,<br />

con un buon esito.<br />

98


ETTORE CICIRIELLO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 15 novembre 1877 – Monte San Gabriele, 7 settembre 1917)<br />

Fu un ufficiale dell’esercito italiano, capitano e maggiore per meriti <strong>di</strong> guerra dei bersaglieri<br />

nel 12º Regimento <strong>di</strong> fanteria bersaglieri durante <strong>la</strong> prima guerra mon<strong>di</strong>ale.<br />

Nacque a Brin<strong>di</strong>si da Salvatore e N. Prete. Stu<strong>di</strong>ò nelle Regie Scuole Tecni<strong>che</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e<br />

nell’Istituto Tecnico <strong>di</strong> Bari. Si trasferì poi, con <strong>la</strong> madre e il fratello, a Napoli.<br />

Fu decorato ben quattro volte, <strong>di</strong> cui due con medaglia d’argento, il 3 novembre 1916 e il 18<br />

ottobre 1917. La s econda medaglia gli fu data “ al<strong>la</strong> memoria”. Morì il 7 settembre del 1917<br />

combattendo con <strong>la</strong> Brigata Treviso sul monte alpino <strong>di</strong> San Gabriele (foto), un monte <strong>di</strong> 646<br />

metri d’altezza del<strong>la</strong> o<strong>di</strong>erna Slovenia occidentale, a 3 chilometri in linea d’aria dal<strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong><br />

Gorizia.<br />

Accadde nel corso del<strong>la</strong> cruenta 11ª Battaglia sull’Isonzo, quando il 6 settembre 1917 i<br />

soldati italiani sca<strong>la</strong>rono le pen<strong>di</strong>ci del San Gabriele, riuscendo a raggiungere <strong>la</strong> linea <strong>di</strong><br />

cresta a quota 646 e, poco più tar<strong>di</strong>, furono obbligati a ritirarsi a un centinaio <strong>di</strong> metri al <strong>di</strong><br />

sotto del<strong>la</strong> vetta, in seguito al feroce contrattacco austroungarico. Poi, il giorno seguente, il<br />

San Gabriele fu nuovamente teatro <strong>di</strong> una lotta incessante e sanguinosa <strong>che</strong> segnò<br />

innumerevoli vittime e condusse al<strong>la</strong> morte il maggiore brin<strong>di</strong>sino.<br />

99


ORONZO ANDRIANI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 10 maggio 1878 – 16 marzo 1931)<br />

Fu un generale <strong>di</strong> brigata aerea. Nacque a Brin<strong>di</strong>si da Pasquale, maresciallo dei carabinieri,<br />

e da C oncetta Zaccaria. Compì gli stu<strong>di</strong> superiori presso <strong>la</strong> Nunziatel<strong>la</strong> e qui n<strong>di</strong> entrò<br />

nell’Accademia <strong>di</strong> Modena per <strong>di</strong>venire ufficiale, sottotenente dei bersaglieri nel 1898 e<br />

tenente nel 1901.<br />

Quando al<strong>la</strong> fine del primo decennio dello scorso secolo si <strong>di</strong>ffuse <strong>la</strong> passione per il volo e si<br />

costituì a Malpensa <strong>la</strong> Scuo<strong>la</strong> <strong>di</strong> Aviazione, Oronzo fece domanda per frequentar<strong>la</strong>. Entrò in<br />

aviazione nel gennaio 1912 e, conseguito il brevetto <strong>di</strong> pilota <strong>di</strong> aerei, ebbe il comando del<strong>la</strong><br />

scuo<strong>la</strong> <strong>di</strong> volo del<strong>la</strong> Malpensa e c ostituì il Primo Battaglione <strong>di</strong> Aviatori d’Italia. Divenne<br />

capitano nel settembre 1912, maggiore nell’agosto 1916 e tenente colonnello nell’ottobre del<br />

1917.<br />

Durante <strong>la</strong> prima guerra mon<strong>di</strong>ale, insegnò a vo<strong>la</strong>re a m oltissimi piloti militari ed ebbe i l<br />

comando del Iº gruppo <strong>di</strong> squadriglie alle <strong>di</strong>pendenze del duca Emanuele Filiberto <strong>di</strong> Savoia.<br />

Fu uno dei primi piloti d’aerei a cui fu conferita <strong>la</strong> medaglia <strong>di</strong> bronzo, il 24 maggio del 1915,<br />

e meno <strong>di</strong> un anno dopo gliene fu conferita una seconda.<br />

Nel 1916 as sunse il comando generale dell’aeronautica nel<strong>la</strong> III ar mata ed ebbe al le sue<br />

<strong>di</strong>pendenze tanti valorosi piloti, tra i quali Francesco Baracca e Gabriele D’Annunzio. Fu, da<br />

Emanuele Filiberto, promosso tenente colonnello per meriti <strong>di</strong> guerra ed insignito del<strong>la</strong> Croce<br />

<strong>di</strong> Cavaliere dell’Or<strong>di</strong>ne militare <strong>di</strong> Savoia, nonché dell’Or<strong>di</strong>ne <strong>di</strong> San Giorgio da parte del re<br />

d’Inghilterra. Fu nominato Cavaliere del<strong>la</strong> Corona.<br />

Nell’ultimo periodo del<strong>la</strong> guerra, a Andriani fu affidato il comando <strong>di</strong> <strong>tutta</strong> l’Armata Aerea<br />

Interalleata, per cui dovette coor<strong>di</strong>nare an<strong>che</strong> le missioni belli<strong>che</strong> delle squadriglie aeree<br />

inglesi, francesi, giapponesi e poi an<strong>che</strong> americane.<br />

Finita <strong>la</strong> guerra, <strong>di</strong>resse <strong>la</strong> prima armata aerea autonoma e preparò <strong>la</strong> coppa Baracca a<br />

carattere nazionale. Nel 1927 pr eparò an<strong>che</strong> <strong>la</strong> coppa aerea internazionale Schuneider.<br />

Partecipò all’organizzazione dell’aeronautica civile italiana, con <strong>la</strong> Società Aerea<br />

Me<strong>di</strong>terranea, poi confluita nell’A<strong>la</strong> littoria e quin<strong>di</strong> Alitalia.<br />

Morì nel 1931 con il grado <strong>di</strong> generale, per cui fu il primo in Italia a vestire <strong>la</strong> nuova <strong>di</strong>visa <strong>di</strong><br />

generale d’aviazione.<br />

<strong>100</strong>


GRAZIA BALSAMO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 20 gennaio 1879 – Brin<strong>di</strong>si, 21 ottobre 1953)<br />

Fu una nobildonna del<strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Nacque in una fam iglia fortemente devota e<br />

cristiana, <strong>la</strong> sua anima magnanima permise ai Salesiani <strong>di</strong> fondare nel<strong>la</strong> <strong>città</strong> una Casa <strong>di</strong><br />

don Bosco, quando <strong>la</strong> nobildonna acquistò e donò un vasto appezzamento <strong>di</strong> terra <strong>di</strong> 25.000<br />

metri quadrati lungo l’Appia Antica, in cui, su progetto dell’ingegnere salesiano Giulio Vallotti,<br />

sarebbe sorta <strong>la</strong> chiesa del Sacro Cuore con l’annesso Oratorio e dove più tar<strong>di</strong> fu realizzato<br />

il piccolo “Teatro Don Bosco”.<br />

La posa del<strong>la</strong> prima pietra si ebbe il 26 aprile 1931. Il 20 <strong>di</strong>cembre 1934 i Salesiani poterono<br />

già inse<strong>di</strong>arsi nello stabile, completato ed i naugurato nel maggio successivo, ed eletto a<br />

sede parrocchiale dal 31 gennaio 1953.<br />

Il culto del<strong>la</strong> famiglia Balsamo verso San Giovanni Bosco trovò riscontro nel<strong>la</strong><br />

rappresentazione del<strong>la</strong> famiglia <strong>di</strong> Salvatore, fratello <strong>di</strong> Grazia, nel quadro de<strong>di</strong>cato al<br />

fondatore dei Salesiani. Il sepolcro <strong>di</strong> donna Grazia Balsamo, le cui spoglie furono tras<strong>la</strong>te il<br />

9 maggio 1955, fu ope ra del<strong>la</strong> <strong>di</strong>tta napoletana Salvatore Pedone cui fu c ommesso il 7<br />

maggio 1954, e donna Grazia, fu poi affettuosamente ricordata "<strong>la</strong> mamma dei Salesiani <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si".<br />

A Grazia Balsamo fu anc he de<strong>di</strong>cata una del le poesie "Quando nascesti" <strong>che</strong> compose il<br />

canonico Pasquale Camassa, in cui egli espressa <strong>la</strong> riconoscenza del popolo brin<strong>di</strong>sino per<br />

l’opera benemerita del<strong>la</strong> benefattrice.<br />

101


ANTONIO DI SUMMA<br />

(San Pietro Vernotico, 22 giugno 1882 – Il Cairo, 22 <strong>di</strong>cembre 1929)<br />

Fu, Antonino Di Summa, un gr ade benefattore del<strong>la</strong> sua <strong>città</strong> e, gr azie al suo contributo,<br />

Brin<strong>di</strong>si poté realizzare negli anni trenta il complesso ospedaliero <strong>che</strong> porta il suo nome e<br />

<strong>che</strong> tanti benefici apportò ai citta<strong>di</strong>ni.<br />

Antonino Di Summa nacque a S an Pietro Vernotico a m età dell’anno 1882 da facoltosi<br />

genitori. Il padre, Vincenzo, appartenne ad una tra le più ric<strong>che</strong> famiglie <strong>di</strong> Francavil<strong>la</strong><br />

Fontana, dopo aver sposato Domenica Maria Sol<strong>la</strong>zzo, an<strong>che</strong> lei <strong>di</strong> famiglia benestante,<br />

stabilì <strong>la</strong> famiglia in San Pietro Vernotico.<br />

Antonino, dopo aver frequentato le scuole superiori a Lecce e aver conseguito il <strong>di</strong>ploma <strong>di</strong><br />

Perito Agrario, fu mandato dal padre in Germania per al<strong>la</strong>cciare rapporti commerciali con<br />

aziende del posto per l’esportazione dei prodotti agricoli salentini: uva, fichi, mandorle, vino,<br />

olio, legumi, cereali, frutta varia, ortaggi e quant’’altro fosse richiesto dai mercati germanici<br />

ed europei. Per motivi <strong>di</strong> salute e a causa del pesante clima germanico, Antonino dovette far<br />

ritorno a San Pietro e lì si de<strong>di</strong>cò esclusivamente al commercio.<br />

Nel 1911 fissò <strong>la</strong> sua <strong>di</strong>mora a Brin<strong>di</strong>si, dove gestì l’ufficio dell’Esattoria comunale ed ebbe<br />

l’opportunità <strong>di</strong> rafforzare il commercio dei prodotti agricoli con i mercati <strong>di</strong> varie nazioni.<br />

Appassionato d’arte si <strong>di</strong>ce <strong>che</strong> abbia sovvenzionato una c ompagnia <strong>di</strong> attori drammatici.<br />

Sofferente <strong>di</strong> reumatismi, preferì soggiornare nei mesi invernali più rigi<strong>di</strong> in Egitto, al Cairo,<br />

dove morì nemmeno cinquantenne affetto da polmonite, il 22 <strong>di</strong>cembre 1929.<br />

Nel suo testamento, <strong>la</strong>sciò tutti i suoi averi in favore dell’Amministrazione Provinciale <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si, perché venissero realizzate opere in beneficio del<strong>la</strong> popo<strong>la</strong>zione: ospedali,<br />

orfanotrofi e scuole.<br />

Poiché Brin<strong>di</strong>si non a veva al tempo un os pedale decente, l’Amministrazione decise<br />

costruirne uno adeguato ai bisogni del<strong>la</strong> <strong>città</strong>. Si intraprese il progetto e si realizzò l’Ospedale<br />

Di Summa, nel rione Cappuccini, sui terreni <strong>che</strong> furono, appunto, del convento dei Padri<br />

Cappuccini, conservando il convento e <strong>la</strong> seicentesca chiesa contigua. Fu ultimato nel 1939,<br />

ma fu occupato dalle truppe o<strong>la</strong>ndesi dopo l’armistizio del 1943 e poi da quelle statunitensi<br />

fino al<strong>la</strong> fine del<strong>la</strong> guerra nel 1945. Iniziò, finalmente, <strong>la</strong> sua vera e propria attività solo nel<br />

1948, con una <strong>di</strong>sponibilità <strong>di</strong> 250 posti letto elevata a 1150 unità a fine 1972.<br />

102


UGO GIUSEPPE GIGANTE<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 24 agosto 1885 – New York, 1961)<br />

Fu un violinista e compositore. Il padre, Mariano Gigante, intuì il talento <strong>di</strong> Ugo e gli impartì i<br />

primi ru<strong>di</strong>menti musicali. An<strong>che</strong> sua madre, Balbina Torsellini, lo appoggiò.<br />

A quin<strong>di</strong>ci anni vinse una borsa <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>o e si iscrisse al liceo musicale Gioacchino Rossini <strong>di</strong><br />

Pesaro, in quel periodo <strong>di</strong>retto da Pietro Mascagni.<br />

Nel novembre del 1903 esordì come compositore con Aira. Nel marzo 1906 tenne un<br />

concerto al<strong>la</strong> Fenice <strong>di</strong> Senigallia e vinse un concorso a Varallo come professore <strong>di</strong> musica.<br />

Nello stesso periodo compose Ida e, proseguendo gli stu<strong>di</strong> musicali, nel 1910 vinse il premio<br />

Bodoyra al miglior allievo <strong>di</strong> composizione del Conservatorio <strong>di</strong> Pesaro e vinse un concorso<br />

internazionale <strong>che</strong> lo portò a Quito, in Equador, dove durante cinque anni insegnò violino<br />

<strong>di</strong>venendo vice <strong>di</strong>rettore del conservatorio.<br />

Scoppiata <strong>la</strong> prima guerra mon<strong>di</strong>ale, Gigante si arruolò nel<strong>la</strong> marina statunitense e al<strong>la</strong> fine<br />

del<strong>la</strong> guerra si stabilì a New York. Nell’agosto del 1923 visitò Brin<strong>di</strong>si dopo un’assenza <strong>di</strong> 13<br />

anni e tenne un concerto nel Circolo Artistico Marco Pacuvio, acc<strong>la</strong>mato dai suoi concitta<strong>di</strong>ni.<br />

Scrisse composizioni <strong>di</strong> grande successo e fondò a New York un’accademia musicale <strong>che</strong><br />

<strong>di</strong>resse dal 23 al 33. Si esibì con successo in <strong>di</strong>versi teatri <strong>di</strong> quel<strong>la</strong> metropoli americana, con<br />

un violino <strong>di</strong> Matteo Minozzi del 1734 e gli giunsero apprezzamenti an<strong>che</strong> dal<strong>la</strong> Beethoven<br />

Society <strong>che</strong> nel 1919 gli consegnò in premio una bac<strong>che</strong>tta d’oro.<br />

Mantenne vivi i rapporti con <strong>la</strong> terra natia, infatti molti dei suoi amici a New York furono<br />

brin<strong>di</strong>sini, come Antonio Lauro, Adriano Miglietta e Alessandro Samarotto oltre allo scultore<br />

Edgardo Simone <strong>che</strong> in quegli anni possedeva uno s tu<strong>di</strong>o a New York e scolpì un<br />

bassorilievo <strong>che</strong> raffigurava il testone del conterraneo musicista.<br />

Dopo aver donato all’Italia alcuni dei suoi importanti cimeli, tra cui <strong>la</strong> bac<strong>che</strong>tta d’oro, e dopo<br />

<strong>la</strong> morte dei suoi genitori, i rapporti <strong>di</strong> Ugo Giuseppe Gigante con Brin<strong>di</strong>si e con i famigliari<br />

rimasti <strong>di</strong>vennero sempre più limitati, fino al sopraggiungere del<strong>la</strong> morte nel 1961, a 76 anni.<br />

Il 18 febbraio 2016 il Liceo musicale Simone Durano <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, gli intitolò <strong>la</strong> sa<strong>la</strong> concerto.<br />

103


TITO SCHIPA<br />

(Lecce, 27 <strong>di</strong>cembre 1888 – New York, 16 <strong>di</strong>cembre 1965)<br />

Fu, Raffaele Attilio Amedeo Schipa, in arte Tito Schipa, un tenore e attore italiano, considerato<br />

tra i più gran<strong>di</strong> del<strong>la</strong> <strong>storia</strong> dell’opera. Figlio <strong>di</strong> Luigi e Antonia Vallone, Schipa nacque negli<br />

ultimi giorni del 1888, ma venne registrato all’anagrafe il 2 gennaio 1889, per così posticipare<br />

<strong>di</strong> un anno <strong>la</strong> leva militare.<br />

Nel 1902, con l’arrivo da Napoli del vescovo Gennaro Trama, Titu, cioè il piccoletto, entrò in<br />

seminario a Lecce, dove ebbe modo <strong>di</strong> stu<strong>di</strong>are an<strong>che</strong> composizione. Dopo l’adolescenza,<br />

Tito si recò a Mi<strong>la</strong>no per terminare gli stu<strong>di</strong> e il 4 febbraio 1909 fece il suo debutto a V ercelli<br />

nel<strong>la</strong> Traviata.<br />

Dopo una lunga routine <strong>di</strong> formazione nel<strong>la</strong> compagnia operistica <strong>di</strong> Giuseppe Borboni, trionfò<br />

nel<strong>la</strong> Tosca a Napoli nel<strong>la</strong> stagione del 1914, conquistando quel<strong>la</strong> notorietà <strong>che</strong> non lo<br />

abbandonò più, in Italia e all’estero. Giunse a par<strong>la</strong>re correntemente quattro lingue e a cantare<br />

in un<strong>di</strong>ci.<br />

Dopo Madrid, nel 1919 approdò negli Stati Uniti, a Chicago, dove debuttò il 4 <strong>di</strong>cembre e dove<br />

sposò <strong>la</strong> soubrette francese Antoinette Mi<strong>che</strong>l d’Ogoy, conosciuta a Montecarlo il 27 marzo<br />

1917 in occasione dell’esecuzione de La ron<strong>di</strong>ne <strong>di</strong> Giacomo Puccini, in cui interpretò<br />

Ruggero.<br />

Nell’ottobre del 1932 l asciò Chicago, prendendo il posto <strong>di</strong> Beniamino Gigli al Metropolitan<br />

Opera <strong>di</strong> New York e nel 1935 prese parte a Werther in San Francisco. Poi, gli effetti del<strong>la</strong><br />

grande depressione, <strong>la</strong> crisi con <strong>la</strong> moglie e l a nostalgia per <strong>la</strong> propria terra, lo riportarono<br />

stabilmente in Italia, <strong>che</strong> <strong>tutta</strong>via non aveva, nel mentre, mai abbandonato, essendoci ritornato<br />

ed essendosi esibito in più occasioni.<br />

Tra il 1932 e il 1933, i nfatti, partecipò a vari concerti, alcuni nel teatro Ver<strong>di</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, pro<br />

costruzione del Monumento al Marinaio d’Italia, inaugurato a Brin<strong>di</strong>si il 4 novembre del 1933 e<br />

finanziato in buona parte proprio con i fon<strong>di</strong> raccolti con gli spettacoli promossi e partecipati da<br />

Tito Schipa, il quale fu, infatti, vicino al regime fascista, soprattutto per l’antica amicizia<br />

personale <strong>che</strong> mantenne con il gerarca Achille Starace, suo conterraneo leccese.<br />

Dopo una carriera lunga quasi mezzo secolo, negli anni cinquanta Schipa cominciò ad<br />

apparire sulle scene sempre più <strong>di</strong> rado. Il 14 aprile 1955 dette l’ad<strong>di</strong>o al palcoscenico italiano<br />

con l’Elisir d'amore al Teatro Petruzzelli <strong>di</strong> Bari, a cui fecero seguito tournée in Russia, in<br />

Ungheria e negli Stati Uniti, dove venne accolto, ancora una volta, con molto entusiasmo.<br />

Tito Schipa morì a New York nel 1965 per un col<strong>la</strong>sso car<strong>di</strong>ocirco<strong>la</strong>torio e fu sepolto nel<strong>la</strong> sua<br />

Lecce.<br />

104


FRANCESCO DE PINEDO<br />

(Napoli, 16 febbraio 1890 – New York, 2 settembre 1933)<br />

Fu un pilota aeronautico, comandante del<strong>la</strong> Base idrovo<strong>la</strong>nti <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e trasvo<strong>la</strong>tore<br />

dell’At<strong>la</strong>ntico. Nacque a Napoli in un’antica famiglia patrizia da Alberto e da Livia De Bada.<br />

Nel 1908, dopo <strong>la</strong> licenza liceale, entrò nell’Accademia navale <strong>di</strong> Livorno.<br />

Allo scoppio del<strong>la</strong> guerra italo-turca prese parte allo sbarco in Libia, guadagnandosi una<br />

medaglia <strong>di</strong> bronzo al valor militare. Nel<strong>la</strong> prima guerra mon<strong>di</strong>ale gli fu affidato il comando <strong>di</strong><br />

un piroscafo da tr asporto a<strong>di</strong>bito al salvataggio dell’esercito serbo e poi, nel luglio 1917,<br />

passò all’aviazione. Il 10 ottobre 1917 fu trasferito al<strong>la</strong> squadriglia <strong>di</strong> Otranto e poi, il 1º<br />

marzo 1918, al<strong>la</strong> Base aeronavale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Per le missioni compiute nel Basso Adriatico,<br />

ottenne tre medaglie d’argento ed una c roce <strong>di</strong> guerra al valor militare. Fu altresì insignito<br />

del<strong>la</strong> croce <strong>di</strong> guerra francese e quel<strong>la</strong> inglese.<br />

Nel 1923, entrò a far parte del<strong>la</strong> giovanissima arma aeronautica. Il 23 febbraio 1924 fu<br />

nominato capo <strong>di</strong> stato maggiore dell’Aeronautica, ed il 10 marzo fu promosso tenente<br />

colonnello. In quello stesso anno, effettuò l e crociere Brin<strong>di</strong>si-Istanbul-Brin<strong>di</strong>si e Sesto-<br />

Calende-O<strong>la</strong>nda-Roma.<br />

Nel 1925 compì <strong>la</strong> trasvo<strong>la</strong>ta dall’Italia all’Australia a bordo in un idrovo<strong>la</strong>nte Savoia-<br />

Mar<strong>che</strong>tti S 16 e fu promosso colonnello ed insignito del<strong>la</strong> croce <strong>di</strong> cavaliere dell’Or<strong>di</strong>ne<br />

militare <strong>di</strong> Savoia. Nel 1927 compì <strong>la</strong> sua più celebre impresa, <strong>la</strong> trasvo<strong>la</strong>ta dall’Europa alle<br />

Ameri<strong>che</strong> e r itorno. L’impresa iniziò il 13 febb raio dall’idroscalo <strong>di</strong> Elmas e s i concluse ad<br />

Ostia il 16 giugno, dopo 43.820 km <strong>di</strong> volo per complessive 279 ore e 40 minuti.<br />

Il 21 l uglio 1927 fu p romosso generale <strong>di</strong> brigata aerea, ed i l 31 <strong>di</strong>cembre nominato<br />

comandante del<strong>la</strong> terza zona aerea territoriale. Prese parte, dal 26 maggio al 2 giugno 1928,<br />

al<strong>la</strong> crociera del Me<strong>di</strong>terraneo occidentale e, dal 5 al 19 giugno 1929, a qu el<strong>la</strong> del<br />

Me<strong>di</strong>terraneo orientale. Il 16 otto bre 1928, fu pr omosso sottocapo <strong>di</strong> stato maggiore<br />

dell’Aeronautica e il 28 marzo 1929, generale <strong>di</strong> <strong>di</strong>visione aerea. Nel 1930 fu m andato a<br />

Buenos Aires in qualità <strong>di</strong> addetto aer onautico presso l’ambasciata italiana e i l 1° ottobre<br />

1932 <strong>la</strong>sciò il servizio attivo e si de<strong>di</strong>cò all’aviazione commerciale.<br />

Nel febbraio del 1933 si recò negli Stati Uniti per battere il record mon<strong>di</strong>ale <strong>di</strong> <strong>di</strong>stanza con<br />

un apparecchio Bel<strong>la</strong>nca, sul<strong>la</strong> <strong>di</strong>stanza da New York a Bagdad. Il 2 settembre 1933, mentre<br />

si accingeva a par tire dall’aeroporto <strong>di</strong> Long Is <strong>la</strong>nd, non r iuscì a decol<strong>la</strong>re, forse a c ausa<br />

dell’eccessivo carico <strong>di</strong> carburante. L’aereo uscì <strong>di</strong> pista e Francesco De Pinedo, per evitare<br />

un gruppo <strong>di</strong> spettatori, andò a s chiantarsi contro una c ancel<strong>la</strong>ta. Il velivolo prese fuoco e<br />

Francesco De Pinedo morì tra le fiamme. I funerali si svolsero nel<strong>la</strong> cattedrale <strong>di</strong> San Patrizio<br />

a New York l’8 settembre, poi <strong>la</strong> salma fu portata a Roma e ricevette solenni onoranze nel<strong>la</strong><br />

chiesa <strong>di</strong> Santa Maria degli Angeli.<br />

105


PIETRO DOIMO MUNZANI<br />

(Zara, 4 <strong>di</strong>cembre 1890 – Oria, 28 gennaio 1951)<br />

Fu l’ultimo arcivescovo italiano <strong>di</strong> Zara, <strong>città</strong> in cui nacque -secondogenito <strong>di</strong> Francesco<br />

Munzani e <strong>di</strong> Maria Gratelli, oriunda dell’iso<strong>la</strong> <strong>di</strong> Brazza- e <strong>di</strong> cui fu presule durante ventidue<br />

anni. La famiglia Munzani era originaria <strong>di</strong> Modena. Il nonno ricoprì in Zara <strong>la</strong> funzione <strong>di</strong><br />

comandante dei vigili del fuoco e il padre fu fabbro ferraio. Morì a Oria a sessant’anni e fu<br />

sepolto a Brin<strong>di</strong>si.<br />

Il primogenito Giovanni <strong>di</strong>venne <strong>di</strong>rettore delle carceri del Coroneo <strong>di</strong> Trieste. Antonio, <strong>che</strong><br />

seguì nel<strong>la</strong> nascita Pietro Doimo, morì ancora studente a Trieste. Luigi fu macchinista a<br />

Trieste e S antina, <strong>la</strong> più giovane dei quattro, rimase accanto ai genitori e al fratello<br />

sacerdote.<br />

Pietro fu nominato vescovo nel 1926, a 35 anni, il più giovane presule del<strong>la</strong> chiesa cattolica,<br />

e fu chiamato l’arcivescovo itinerante, per <strong>la</strong> sua attività pastorale nei campi profughi sparsi<br />

in Italia, sempre vicino agli esuli giuliani e dalmati <strong>di</strong> cui volle con<strong>di</strong>videre il destino.<br />

Fu arrestato e segregato sull’iso<strong>la</strong> <strong>di</strong> Lagosta e quando ritornò a Zara riprese in pieno le sue<br />

funzioni pastorali. Ma poi scelse <strong>la</strong> via dell’esodo, come i suoi fedeli. Avrebbe potuto<br />

rimanere, se lo avesse voluto. Il mondo comunista non si opponeva, e il fatto <strong>che</strong> gli fosse<br />

stata affidata l’amministrazione <strong>di</strong> parte del<strong>la</strong> vecchia <strong>di</strong>ocesi <strong>di</strong> Zara, appartenente al<strong>la</strong><br />

Jugos<strong>la</strong>via e quin<strong>di</strong> retta pro tempore dal vescovo <strong>di</strong> Sebenico, rappresentava <strong>la</strong> premessa<br />

ufficiale per <strong>la</strong> prosecuzione del suo ministero.<br />

Quando, nel 1947, d on Pietro Doimo Munzani prese <strong>la</strong> via dell’esilio, restò per tutti<br />

l’arcivescovo <strong>di</strong> Zara, an<strong>che</strong> quando gli venne affidata <strong>la</strong> sede antica <strong>di</strong> Tiana, in Sardegna.<br />

Nel gennaio del 1951 si recò a Brin<strong>di</strong>si per visitare i tanti Giuliani e Dalmati rifugiati in <strong>città</strong> e<br />

volle recarsi an<strong>che</strong> in visita al Collegio navale Nicolò Tommaseo <strong>che</strong> in Brin<strong>di</strong>si ospitava a<br />

quel tempo molti giovani studenti giuliani e dalmati.<br />

Morì il 28 gennaio 1951, nel<strong>la</strong> Cattedrale <strong>di</strong> Oria, vicino Brin<strong>di</strong>si, mentre stava pre<strong>di</strong>cando: si<br />

accasciò ai pie<strong>di</strong> dell’altare del Santissimo Sacramento pronunciando per sé il Miserere. Fu<br />

sepolto a Brin<strong>di</strong>si, nel<strong>la</strong> chiesa <strong>di</strong> Santa Maria <strong>di</strong> Loreto, <strong>la</strong> cappel<strong>la</strong> del cimitero.<br />

106


UMBERTO MADDALENA<br />

(Bottrighe, 14 <strong>di</strong>cembre 1894 – Mare <strong>di</strong> Marina <strong>di</strong> Pisa, 19 marzo 1931)<br />

Fu un pilota <strong>di</strong> idrovo<strong>la</strong>nti del<strong>la</strong> prima guerra mon<strong>di</strong>ale operando dal<strong>la</strong> base <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Figlio<br />

<strong>di</strong> Ettore, me<strong>di</strong>co, e <strong>di</strong> Francesca Bianchi, nacque in un paesino nel delta padano e<br />

frequentò l’Istituto nautico Paolo Sarpi <strong>di</strong> Venezia. Compiendo il tirocinio in mare, nel maggio<br />

1915, lo sorprese a Buenos Aires l’entrata in guerra dell’Italia. Nell’ottobre 1915 frequentò il<br />

corso per guar<strong>di</strong>amarina e nel giugno 1916 quello <strong>di</strong> pilotaggio per idrovo<strong>la</strong>nti, conseguendo<br />

il brevetto due mesi dopo.<br />

Destinato al Basso Adriatico, raggiunse l’idroscalo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si comandato dal tenente Orazio<br />

Pierozzi, suo amico <strong>di</strong> vecchia data e si <strong>di</strong>stinse come pilota da ricognizione sulle basi del<strong>la</strong><br />

flotta nemica in Dalmazia. Il 30 <strong>di</strong>cembre 1916 ottenne una medaglia <strong>di</strong> bronzo al valor<br />

militare. Promosso guar<strong>di</strong>amarina nel gennaio 1917, gl i fu affi dato il comando <strong>di</strong> una<br />

squadriglia <strong>di</strong> idrovo<strong>la</strong>nti da bombardamento e nei due anni successivi quello <strong>di</strong> squadriglie<br />

da caccia e da ricognizione e ottenne tr e medaglie d’argento e due c roci <strong>di</strong> guerra al valor<br />

militare. Gli vennero attribuite ben cinquantasei ricognizioni antisommergibile, <strong>di</strong> cui due<br />

compiute con maltempo, tre bombardamenti in sfida al<strong>la</strong> contraerea nemica, e una<br />

ricognizione sulle linee nemi<strong>che</strong> partico<strong>la</strong>rmente pericolosa.<br />

Finita <strong>la</strong> guerra, nell’agosto 1919 partecipò al<strong>la</strong> prima missione a lungo raggio con l’impiego<br />

<strong>di</strong> due idrovo<strong>la</strong>nti. I due velivoli raggiunsero Amsterdam e proseguirono per <strong>la</strong> Svezia. Negli<br />

anni seguenti, <strong>la</strong> sua carriera dl pilota e <strong>di</strong> istruttore proseguì con grande impegno, a Monaco<br />

e in Spagna. Nel 1921 v enne promosso tenente <strong>di</strong> vascello e as segnato al comando<br />

dell’aeroporto <strong>di</strong> Venezia. Dal maggio 1923 e bbe il comando del III gruppo idrovo<strong>la</strong>nti <strong>di</strong><br />

Taranto, <strong>che</strong> resse fino al luglio 1925.<br />

Nel 1926 o rganizzò i servizi <strong>di</strong> aeronavigazione del<strong>la</strong> Aero Espresso Italiana, società<br />

concessionaria del<strong>la</strong> linea Brin<strong>di</strong>si-Pireo-Istanbul, <strong>di</strong> cui istruì i piloti e con i quali compì i<br />

primi collegamenti da Brin<strong>di</strong>si. Tale attività gli valse il conferimento, da par te del governo<br />

greco, del<strong>la</strong> croce d’oro dell’Or<strong>di</strong>ne del Salvatore. Nel 1927, con un i drovo<strong>la</strong>nte Savoia<br />

Mar<strong>che</strong>tti S.82, compì una c rociera <strong>di</strong>mostrativa <strong>di</strong> oltre 10.000 k m attraverso gli Stati<br />

balcanici, <strong>la</strong> Russia e <strong>la</strong> Germania, utilizzando per l’ammaraggio an<strong>che</strong> i fiumi. E ancora per<br />

anni continuò a pilotare e a istruire piloti <strong>di</strong> idrovo<strong>la</strong>nti.<br />

Maddalena rimase ucciso il 19 marzo 1931 a causa dell’esplosione in volo del suo S.64 Bis,<br />

un modello nuovo <strong>che</strong> utilizzava un’elica in metallo a passo variabile. L’incidente avvenne<br />

durante un normale volo <strong>di</strong> trasferimento da Cinisello Balsamo a Montecelio, da cui sarebbe<br />

dovuto partire per un'imminente trasvo<strong>la</strong>ta da record. Il suo corpo non fu mai ritrovato.<br />

107


GIUSEPPE DOLDO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1900 circa – Brin<strong>di</strong>si, novembre 1979)<br />

Fu un c apitano <strong>di</strong> marina, brin<strong>di</strong>sino <strong>di</strong> nascita e fi umano <strong>di</strong> cuore. Fu un es perto <strong>di</strong><br />

comunicazioni marittime, professore dell’Istituto Nautico <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, <strong>che</strong> da lui fu fatto<br />

intito<strong>la</strong>re a “Carnaro”. Fu il grande sostenitore degli esuli giuliano-dalmati in Brin<strong>di</strong>si, e poi in<br />

Puglia e in Lucania.<br />

Finita <strong>la</strong> prima guerra, Doldo si recò a Fiume nel 1918. Partecipò all’epopea dannunziana e<br />

scelse <strong>di</strong> ra<strong>di</strong>carsi in quel<strong>la</strong> <strong>città</strong>, dove svolse attività industriale e commerciale: tra altro,<br />

negli anni ’20, su incarico <strong>di</strong> Guglielmo Marconi, coor<strong>di</strong>nò <strong>la</strong> costruzione del<strong>la</strong> prima stazione<br />

ra<strong>di</strong>o e <strong>la</strong> fondazione del<strong>la</strong> S.A. Fiumana per le Ra<strong>di</strong>ocomunicazioni, del<strong>la</strong> quale lo stesso<br />

Marconi fu il presidente. Fu an<strong>che</strong> professore <strong>di</strong> Comunicazioni marittime nell’Istituto Nautico<br />

<strong>di</strong> Fiume.<br />

Nel 1946, fi nita <strong>la</strong> seconda guerra, Doldo fu c ostretto all’esodo e abb andonò, come i più,<br />

ogni suo avere. Ritornato a Brin<strong>di</strong>si, sua <strong>città</strong> natale, si pro<strong>di</strong>gò in ogni modo per alleviare le<br />

con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> vita dei profughi affluiti nel<strong>la</strong> sua <strong>città</strong>, al<strong>la</strong>rgando inoltre <strong>la</strong> sua attività a <strong>tutta</strong> <strong>la</strong><br />

Puglia e al<strong>la</strong> Lucania e si impegnò con s<strong>la</strong>ncio e abnegazione per trovare <strong>la</strong>voro e casa agli<br />

esuli istriani, fiumani e dalmati. Venne eletto presidente dell'Anvgd <strong>di</strong> entrambe regioni.<br />

Si impegnò presso il Comune <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si affinché si intito<strong>la</strong>ssero alcune delle nuove vie del<br />

rione Commenda alle <strong>città</strong> dell’Istria, del Carnaro e del<strong>la</strong> Dalmazia: piazza Dalmazia, viale<br />

Carnaro, via Po<strong>la</strong>, via Parenzo, via Fiume, via Cherso, etc. Il comune <strong>di</strong> Zara in esilio gli<br />

conferì una medaglia d’oro per aver ottenuto l’intito<strong>la</strong>zione <strong>di</strong> una via <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si a Don<br />

Munzani, ultimo arcivescovo italiano <strong>di</strong> Zara, morto a Oria, e av er provveduto al<strong>la</strong> sua<br />

tumu<strong>la</strong>zione, nel<strong>la</strong> chiesa del cimitero <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Negli anni ‘50 promosse <strong>la</strong> costruzione,<br />

nel<strong>la</strong> Commenda, del<strong>la</strong> parrocchia <strong>di</strong> San Vito martire, patrono e protettore dei fiumani. La<br />

statua <strong>di</strong> San Vito, dello scultore Giacomo Vincenzo Müssner <strong>di</strong> Ortisei, in memoria dei<br />

profughi istriani e dalmati, ha nel<strong>la</strong> mano destra <strong>la</strong> palma simbolo del martirio e nel<strong>la</strong> sinistra<br />

<strong>la</strong> riproduzione del<strong>la</strong> torre civica del<strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong> Fiume.<br />

Insegnando Comunicazioni marittime nell’Istituto Tecnico Nautico, <strong>che</strong> funzionava dal 1946<br />

dentro il Collegio Navale come sezione staccata dell’Istituto Nautico <strong>di</strong> Bari, s’impegnò a <strong>che</strong><br />

l’Istituto <strong>di</strong>ventasse autonomo e, nel 1951, fosse intito<strong>la</strong>to «Carnaro».<br />

A 70 anni <strong>la</strong>sciò <strong>la</strong> scuo<strong>la</strong>, ricevendo <strong>la</strong> medaglia d’oro per 45 anni <strong>di</strong> insegnamento. Poi il<br />

presidente del<strong>la</strong> Repubblica, Saragat, lo nominò Grande Ufficiale al Merito del<strong>la</strong> Repubblica.<br />

108


DON AUGUSTO PIZZIGALLO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 17 marzo 1900 – Brin<strong>di</strong>si, 14 aprile 1982)<br />

Fu un prete brin<strong>di</strong>sino “papa pizzicallu” molto popo<strong>la</strong>re, molto benvoluto e molto carismatico.<br />

Fu cappel<strong>la</strong>no dell’Aeronautica militare <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e poi, an<strong>che</strong> rettore del cimitero <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

Stu<strong>di</strong>ò nel Seminario <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e fu or<strong>di</strong>nato sacerdote in Santa Maria Novel<strong>la</strong> <strong>di</strong> Firenze. Fu<br />

un anticonformista e p recursore dei tempi, <strong>di</strong> carattere gioviale, anzi decisamente allegro,<br />

elegante e con una forte personalità, in effetti: “tutto un <strong>personaggi</strong>o” ...nonché, an<strong>che</strong> “una<br />

buona for<strong>che</strong>tta”.<br />

Il suo look, sempre impeccabile: La tonaca, in <strong>la</strong>na fresca <strong>di</strong> Tasmania. Sul<strong>la</strong> parte finale<br />

delle mani<strong>che</strong> erano bene in vista i gra<strong>di</strong> <strong>di</strong> tenente, <strong>di</strong> cui fu sempre orgoglioso. Il<br />

tra<strong>di</strong>zionale cappello a ruota era circondato da due fasce dorate <strong>di</strong> ufficiale. Gli occhi coperti<br />

da due gr an<strong>di</strong> occhiali da sole e l a bocca illuminata da un s orriso sornione. La s ua voce<br />

stentorea, proveniente dal pulpito, magnetizzava l’interesse dell’intero u<strong>di</strong>torio.<br />

Fra le tante azioni encomiabili intraprese da Don Augusto, fu per sua iniziativa ed interesse<br />

<strong>che</strong> nel cimitero comunale si eresse <strong>la</strong> croce con il Cristo al centro del viale principale,<br />

<strong>di</strong>ventata <strong>di</strong> fatto l’icona dello stesso cimitero. Il 22 magio del 1952, fu il giorno del<strong>la</strong><br />

inaugurazione!<br />

Don Pizzigallo abitò in via Foggia, ex via Principe <strong>di</strong> Piemonte, poi intito<strong>la</strong>ta al papa Giovanni<br />

XXIII.<br />

Il 14 s ettembre 1936 l’allora monsignor Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro pontefice<br />

Giovanni XXIII, annotò sul suo <strong>di</strong>ario: "Debbo credere <strong>che</strong> il buon Angelo Custode ed i miei<br />

morti mi proteggono sensibilmente. Ieri sera arrivando a Brin<strong>di</strong>si, occupati tutti gli alberghi,<br />

avrei dovuto rifugiarmi chi sa dove per passare <strong>la</strong> notte. Sul punto del<strong>la</strong> più grave incertezza,<br />

ecco comparire due sacerdoti <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, don Augusto Pizzigallo ed un s uo confratello.<br />

Accetto l’ospitalità fraterna <strong>che</strong> il primo mi offre in casa sua: una casa signorile, dove passo<br />

benissimo <strong>la</strong> notte, ed al mattino posso an<strong>che</strong> celebrare, perché ivi nul<strong>la</strong> manca". Monsignor<br />

Roncalli fu <strong>di</strong> passaggio da Brin<strong>di</strong>si perché allora inviato dal<strong>la</strong> Sede Apostolica quale proprio<br />

rappresentante in Grecia ed i n Turchia. L’evento fu r icordato dall’epigrafe in sito, murata<br />

sul<strong>la</strong> facciata <strong>di</strong> casa Pizzigallo in via Giovanni XXIII. All’interno dell’abitazione fu resa<br />

memoria <strong>di</strong> un nuovo incontro con Angelo Giuseppe Roncalli, patriarca <strong>di</strong> Venezia e reduce<br />

da una v isita in Libano, il primo novembre 1954. S crisse in quel<strong>la</strong> circostanza il futuro<br />

pontefice: "Lietissimo <strong>di</strong> vedere dopo 18 anni il carissimo canonico Pizzigallo, gli rinnovo<br />

l’augurio delle conso<strong>la</strong>zioni più vive nel prezioso servizio del<strong>la</strong> chiesa e delle anime".<br />

109


VINCENZO GIGANTE<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 5 febbraio 1901 – Trieste, novembre 1944)<br />

Fu, Antonio Vincenzo, un antifascista brin<strong>di</strong>sino e partigiano italiano, medaglia d’oro al valor<br />

militare al<strong>la</strong> memoria. Antonio Vincenzo Gigante fu oper aio sindacalista e pol itico, ma<br />

soprattutto partigiano e impegnato nel<strong>la</strong> lotta antifascista fino al<strong>la</strong> sua morte in un campo <strong>di</strong><br />

concentramento nazista a Trieste.<br />

Appena ventenne fu arrestato a Brin<strong>di</strong>si nel 1919 per aver manifestato a favore dei soldati<br />

italiani <strong>che</strong> si rifiutavano <strong>di</strong> imbarcarsi per <strong>la</strong> Libia. Con <strong>la</strong> scarcerazione e <strong>la</strong> libertà vigi<strong>la</strong>ta,<br />

nel settembre del 1922 si trasferì con <strong>la</strong> famiglia a Roma.<br />

Fu tra i primi ad aderire al partito comunista quando s i fondò nel 1921 dal <strong>la</strong> scissione del<br />

PSI, <strong>di</strong>venendone responsabile del <strong>la</strong>voro sindacale nel<strong>la</strong> capitale. Fu uno degli organizzatori<br />

degli scioperi e del le manifestazioni contro il fascismo a R oma, dove riuscì an<strong>che</strong> a<br />

pubblicare due numeri del giornale "Comunista" prima <strong>di</strong> fuggire, nel 1925, in Unione<br />

Sovietica, dove nei due anni <strong>di</strong> permanenza frequentò l’Università leninista.<br />

Di ritorno dall’URSS, <strong>la</strong> sua attività politica e sindacale lo vide in movimento tra Francia,<br />

Germania, Lussemburgo, Belgio, Francia e Svizzera dove fu arrestato nel 1929, rientrando<br />

spesso c<strong>la</strong>ndestinamente in Italia per organizzare <strong>la</strong> lotta antifascista.<br />

Nel 1934 v enne arrestato a M i<strong>la</strong>no e c ondannato dal Tribunale Speciale a v enti anni <strong>di</strong><br />

carcere. Nel 1942 viene confinato ad Ustica e l’anno successivo nel campo <strong>di</strong><br />

concentramento <strong>di</strong> Renicci dove venne definito dal responsabile del<strong>la</strong> struttura "oppositore<br />

irriducibile".<br />

Dopo l’8 settembre 1943, Gigante organizza l’evasione degli internati antifascisti <strong>che</strong>, non<br />

riuscendo a <strong>di</strong>rigersi a sud, ripiegano verso il nord formando in Istria le prime formazioni<br />

partigiane e col<strong>la</strong>borando in Dalmazia con i comunisti jugos<strong>la</strong>vi per una l otta comune alle<br />

truppe nazifasciste.<br />

Il PCI lo nominò responsabile del partito a Trieste e nel 1944 fu catturato, torturato ed<br />

internato.<br />

Le circostanze del<strong>la</strong> sua morte, avvenuta al<strong>la</strong> fine del 1944, restarono insapute e si suppose<br />

<strong>che</strong> fu eliminato nel forno crematorio nazista del<strong>la</strong> Risiera <strong>di</strong> San Sabba, nei pressi <strong>di</strong> Trieste.<br />

110


ARMANDO BOETTO<br />

(Cuorgnè, 25 agosto 1911 – Cielo del Me<strong>di</strong>terraneo, 8 maggio 1941)<br />

Fu un a viatore. Capitano pilota del<strong>la</strong> Regia Aeronautica, pluridecorato durante <strong>la</strong> seconda<br />

guerra mon<strong>di</strong>ale: fu decorato con <strong>la</strong> medaglia d’oro al valore militare al<strong>la</strong> memoria.<br />

Appartenne al 32º Stormo, costituito il 1º <strong>di</strong>cembre 1936 sull’aeroporto <strong>di</strong> Cagliari e sciolto al<br />

termine del<strong>la</strong> guerra, il 27 gennaio 1943.<br />

A Armando Boetto fu il 1º settembre del 1967, intito<strong>la</strong>to il 32º Stormo dell'Aeronautica Militare<br />

Italiana, quando venne ricostituito presso l’aeroporto militare Orazio Pierozzi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Il<br />

ricostituito 32º Stormo ricevette <strong>la</strong> ban<strong>di</strong>era <strong>di</strong> guerra dal Ministro del<strong>la</strong> <strong>di</strong>fesa Roberto<br />

Tremelloni il 24 aprile 1968 e rimase attivo sull’aeroporto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si per ben 25 anni, un<br />

quarto <strong>di</strong> secolo, fino al luglio del 1993.<br />

A Brin<strong>di</strong>si, il 32º Stormo operò i famosi reattori Fiat G.91, caccia bombar<strong>di</strong>eri ricognitori, gli<br />

stessi in dotazione per molti anni al<strong>la</strong> pattuglia acrobatica delle frecce tricolori, <strong>che</strong> tutti i<br />

brin<strong>di</strong>sini si abituarono a v eder sfrecciare quoti<strong>di</strong>anamente nel cielo citta<strong>di</strong>no, quasi una<br />

icona per <strong>la</strong> <strong>città</strong>.<br />

Boetto frequentò l’Istituto Tecnico <strong>di</strong> Pinerolo, conseguendo il <strong>di</strong>ploma <strong>di</strong> geometra, partecipò<br />

ad un concorso per allievi ufficiali entrando nel<strong>la</strong> Regia Accademia Aeronautica <strong>di</strong> Caserta<br />

nell’ottobre 1932. Quando uscì dall’accademia nell’ottobre 1935, fu assegnato con il grado <strong>di</strong><br />

sottotenente, all’11° Stormo bombardamento terrestre <strong>di</strong> stanza a Ferrara. Venne promosso<br />

capitano e posto al comando del<strong>la</strong> 49ª Squadriglia, 38º Gruppo, 32° Stormo bombardamento<br />

terrestre.<br />

Con l’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, Boetto partecipò a missioni <strong>di</strong> guerra su<br />

Biserta e sul<strong>la</strong> Corsica, e poi all’attività <strong>di</strong> contrasto dei convogli navali nel Me<strong>di</strong>terraneo e ai<br />

bombardamenti sul<strong>la</strong> base navale <strong>di</strong> Gibilterra.<br />

Il capitano Boetto perse <strong>la</strong> vita, abbattuto in missione <strong>di</strong> guerra pilotando il suo aereo S79<br />

contro un convoglio inglese <strong>di</strong>retto da Gibilterra a Alessandria d’Egitto e scortato dal<strong>la</strong><br />

portaerei HMS Ark Royal da cui si levarono in volo i numerosi aerei inglesi, caccia Fulmar,<br />

<strong>che</strong> abbatterono Boetto.<br />

111


LEONARDO FERRULLI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1 gennaio 1918 – Scor<strong>di</strong>a, 5 luglio 1943)<br />

Fu un sottotenente pilota, medaglia d’oro al valor militare al<strong>la</strong> memoria. Nacque a Brin<strong>di</strong>si e<br />

si arruolò in aeronautica il 23 giugno 1935 e , il 5 m arzo 1936, c onseguì a G rottaglie il<br />

brevetto <strong>di</strong> pilota militare. Il 16 marzo 1936 venne assegnato al<strong>la</strong> 84ª Squadriglia del 4°<br />

Stormo, <strong>di</strong> stanza sull’aeroporto <strong>di</strong> Gorizia, uno dei reparti più b<strong>la</strong>sonati del<strong>la</strong> Regia<br />

Aeronautica, quello <strong>di</strong> Francesco Baracca.<br />

Durante <strong>la</strong> seconda guerra mon<strong>di</strong>ale, in Cirenaica il 19 d icembre 1940, ai coman<strong>di</strong> <strong>di</strong> un<br />

CR.42, Ferrulli ottenne <strong>la</strong> prima vittoria abbattendo un Hurricane nel cielo <strong>di</strong> Sollum. Sempre<br />

in Nord Africa abbatté altri cinque Hurricane e un Bristol Blenheim.<br />

Poi, in Sicilia, Ferrulli, con i Macchi MC.200 del X Gruppo volò decine <strong>di</strong> volte sull’iso<strong>la</strong> <strong>di</strong><br />

Malta e con i piloti del suo Gruppo partecipò all’attacco contro <strong>la</strong> base maltese <strong>di</strong> Micabba. Al<br />

ritorno, sul mare, Ferrulli, vedendo il collega Devoto inseguito da d ue Hurricane, virò,<br />

insieme a Franco Lucchini, per aiutarlo. Ma sopraggiunsero altri quattro o cinque caccia<br />

nemici e s i sviluppò un violento combattimento aereo. I t re Macchi si <strong>di</strong>simpegnarono a<br />

stento, fi<strong>la</strong>ndo a pel o d’acqua, inseguiti per 20-30 miglia dai caccia inglesi <strong>che</strong>, al<strong>la</strong> fine,<br />

virarono per rientrare al<strong>la</strong> base: Ferrulli rientrò con il velivolo colpito da molte raffi<strong>che</strong> e<br />

gravemente danneggiato, ma non ferito e così, equipaggiato con un nuovo Macchi MC.202,<br />

l’anno seguente, abbatté ben 8 otto P-40 e 1 Spitfire.<br />

Ferrulli fu poi destinato all’Egitto, nel cui cielo sommò 17 vittorie personali e fu protagonista<br />

<strong>di</strong> epici combattimenti, fino al suo rientro in Italia, <strong>di</strong> nuovo in Sicilia, nell’imminenza dello<br />

sbarco degli Alleati. Ottenne le sue due ultime vittorie il giorno stesso del<strong>la</strong> sua morte, il 5<br />

luglio 1943: decollò alle 14.20 con il tenente Giorgio Berto<strong>la</strong>so e il sergente Giulio Fornalé,<br />

anch’essi del<strong>la</strong> 91ª Squadriglia, per intercettare un’imponente formazione <strong>di</strong> bombar<strong>di</strong>eri<br />

quadrimotori americani Boeing B-17 Flying Fortress <strong>di</strong>retta a bombardare Gerbini, scortata<br />

da caccia Lockheed P-38 Lightning e da una trentina <strong>di</strong> Spitfire.<br />

Ferrulli fu visto abbattere uno dei B-17 e un bimotore da caccia P-38 prima <strong>di</strong> essere<br />

attaccato dagli Spitfire <strong>di</strong> scorta. Colpito, si <strong>la</strong>nciò con il paracadute dal suo Macchi<br />

danneggiato, ma era troppo basso e urtò il suolo morendo nei pressi <strong>di</strong> Scor<strong>di</strong>a. Era in quel<br />

momento, il pilota italiano con il maggior numero <strong>di</strong> vittorie aeree: ventidue abbattimenti<br />

in<strong>di</strong>viduali e uno collettivo.<br />

Per quell’ultima azione gli fu conferita <strong>la</strong> medaglia d’oro al valor militare al<strong>la</strong> memoria.<br />

112


ANTONIO DI GIULIO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 29 giugno 1918 – Brin<strong>di</strong>si, 24 settembre 1997)<br />

Fu, Tonino Di Giulio, un eminente me<strong>di</strong>co brin<strong>di</strong>sino ed un convinto precursore<br />

ambientalista. Dopo gli stu<strong>di</strong> superiori c<strong>la</strong>ssici, nel 1936 si iscrisse al<strong>la</strong> facoltà <strong>di</strong> me<strong>di</strong>cina e<br />

chirurgia <strong>di</strong> Bari e si <strong>la</strong>ureò a Napoli con il massimo dei voti, nel 1942. Nel 1947 conseguì <strong>la</strong><br />

specializzazione in ra<strong>di</strong>ologia e ra<strong>di</strong>oterapia. Per vari anni fu assistente ospedaliero presso il<br />

reparto <strong>di</strong> ra<strong>di</strong>ologia dell’ospedale “Di Summa” <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, <strong>di</strong> cui, nel 1953, <strong>di</strong>viene primario.<br />

E nel “Di Summa”, nel 1958, fondò il reparto <strong>di</strong> ra<strong>di</strong>oterapia, presto punto <strong>di</strong> riferimento per<br />

l’intera regione e per tutto il meri<strong>di</strong>one.<br />

Attento ai problemi <strong>di</strong> salute del<strong>la</strong> popo<strong>la</strong>zione del<strong>la</strong> sua terra, il dottor Di Giulio si de<strong>di</strong>cò<br />

all’obiettivo del<strong>la</strong> prevenzione oncologica. Fece nascere a Brin<strong>di</strong>si e p rovincia i consultori<br />

familiari per <strong>la</strong> prevenzione dei tumori femminili e organizzò corsi <strong>di</strong> educazione sanitaria per<br />

il personale parame<strong>di</strong>co e per <strong>la</strong> popo<strong>la</strong>zione <strong>di</strong> <strong>tutta</strong> <strong>la</strong> provincia.<br />

Nel 1970, consapevole del<strong>la</strong> drammaticità dei dati raccolti dall’Organizzazione Mon<strong>di</strong>ale<br />

del<strong>la</strong> Salute sulle patologie neop<strong>la</strong>sti<strong>che</strong> del territorio <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, iniziò una guerra frontale<br />

contro l’inquinamento ambientale e osteggiò con tutte le sue forze l’inse<strong>di</strong>amento del<strong>la</strong><br />

centrale a carbone <strong>di</strong> Cerano. Carbone <strong>di</strong> cui conosceva già e denunciava <strong>la</strong> pericolosità per<br />

<strong>la</strong> salute, come, purtroppo, fu confermato da stu<strong>di</strong> e r icer<strong>che</strong> successive. Negli anni '80,<br />

inoltre, chiese si compi<strong>la</strong>sse il registro tumori dell'area Ionico-salentina, completato nel 2016.<br />

Nel 1988 il dottor Di Giulio andò in pensione, ma continuò <strong>la</strong> sua opera facendo costituire il<br />

centro <strong>di</strong> oncologia presso l'ASL <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si <strong>di</strong> Via Dalmazia. Morì il 24 settembre 1997 e u n<br />

mese dopo, il 25 ottobre 1997, il Day Hospital <strong>di</strong> oncologia dell’ospedale gli venne intestato.<br />

Oltre al<strong>la</strong> me<strong>di</strong>cina, campo in cui fu pioniere e raffinato ricercatore, Di Giulio si occupò an<strong>che</strong><br />

d’altro: fece sorgere <strong>la</strong> cooperativa “Risveglio agricolo” <strong>di</strong> cui fu pr esidente per molti anni;<br />

avanzò ipotesi <strong>di</strong> potenziamento del porto e dell’aeroporto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, intuendo le potenzialità<br />

turisti<strong>che</strong> del territorio.<br />

Fu, Di Giulio, politico, sindaco <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si nel 1956 per pochi mesi, e dagli anni ‘80 in poi si<br />

allontanò dal<strong>la</strong> vita politica attiva, criticandone il degrado e de<strong>di</strong>cando <strong>tutta</strong> <strong>la</strong> sua attenzione<br />

al<strong>la</strong> tute<strong>la</strong> del<strong>la</strong> salute del<strong>la</strong> popo<strong>la</strong>zione ed al<strong>la</strong> strenua lotta contro l’inquinamento<br />

ambientale, soprattutto attraverso l’educazione dei giovani con frequenti incontri nelle scuole,<br />

per par<strong>la</strong>re <strong>di</strong> educazione sanitaria, educazione ambientale e prevenzione. Ai giovani e a tutti<br />

i citta<strong>di</strong>ni <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>sini in più occasioni, si rivolse così: «Impegniamoci con entusiasmo non<br />

momentaneo nel volontariato, scopriamo <strong>la</strong> solidarietà, strappiamo i ragazzi al degrado<br />

culturale e al dramma del<strong>la</strong> <strong>di</strong>soccupazione, operiamo per <strong>la</strong> <strong>di</strong>fesa del<strong>la</strong> democrazia e del<strong>la</strong><br />

costituzione. La vera rivoluzione a Brin<strong>di</strong>si comincia dal ripristino del<strong>la</strong> legalità».<br />

Il 30 l uglio del 2011, <strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si inaugurò il parco Antonio Di Giulio, intito<strong>la</strong>to in<br />

omaggio e in riconoscimento all’illustre concitta<strong>di</strong>no.<br />

113


GIOVANNI DEL VENTO<br />

(Canosa <strong>di</strong> Puglia, 12 febbraio 1920 – 1995 circa)<br />

Fu un pilota militare insignito del<strong>la</strong> medaglia d’oro al valor militare durante <strong>la</strong> seconda guerra<br />

mon<strong>di</strong>ale. Fu pilota d’idrovo<strong>la</strong>nti Cant Z.506 B <strong>di</strong> base a Brin<strong>di</strong>si, dove operò dal 1955 fino al<br />

congedo.<br />

Si <strong>di</strong>plomò all’Istituto Magistrale <strong>di</strong> Po<strong>la</strong> nel 1939 e si arruolò volontario, frequentando le<br />

scuole <strong>di</strong> pilotaggio aereo <strong>di</strong> Ghe<strong>di</strong> e Puntisel<strong>la</strong>, ottenendo il brevetto <strong>di</strong> pilota nell’aprile del<br />

1940 con assegnazione al 31º Stormo <strong>di</strong> bombardamento marittimo.<br />

Fu promosso sottotenente nel giugno 1940 c on assegnazione al<strong>la</strong> 287ª S quadriglia <strong>di</strong><br />

ricognizione marittima partecipando a numerose azioni nel Me<strong>di</strong>terraneo e nel gennaio del<br />

1941 fu gravemente ferito in azione sul suo idrovo<strong>la</strong>nte e fu nuov amente ferito il 27<br />

settembre del 1941. Fu i nsignito del<strong>la</strong> medaglia d’oro al valor militare per i suoi tanti atti <strong>di</strong><br />

eroismo.<br />

Riprese il servizio attivo nel 1942 e fu promosso tenente nel 1943 e capitano nel 1947.<br />

Nel maggio del 1954 fu assegnato al<strong>la</strong> Regione Informazioni Volo <strong>di</strong> Ciampino e dal febbraio<br />

del 1955 al <strong>la</strong> Regione Informazioni Volo <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si. Fu pr omosso maggiore nel 1959 e<br />

tenente colonnello nel <strong>di</strong>cembre del 1963.<br />

114


ALDO SPAGNOLO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 15 magio 1920 – Klisura, 9 gennaio 1941)<br />

Fu un s oldato -camicia nera- arruo<strong>la</strong>to volontario per <strong>la</strong> guerra. Morì eroicamente in<br />

combattimento sul fronte greco e fu insignito del<strong>la</strong> medaglia d’oro al valor militare al<strong>la</strong> memoria.<br />

Figlio <strong>di</strong> Francesco, ufficiale dell’esercito e <strong>di</strong> Maria Labruna. Frequentò le scuole elementari<br />

Perasso, ma a c ausa dei frequenti trasferimenti del padre, continuò gli stu<strong>di</strong> in varie altre<br />

scuole: nel gennaio del 1930 l a quinta c<strong>la</strong>sse elementare a P al<strong>la</strong>nza, dove, conseguita <strong>la</strong><br />

licenza elementare, si iscrisse alle Scuole Industriali e poi a quelle Commerciali, <strong>che</strong> sulle prime<br />

trovò <strong>di</strong> suo maggiore gra<strong>di</strong>mento.<br />

Poi si trasferì a Lecce, a Trieste, a Reggio Ca<strong>la</strong>bria, quin<strong>di</strong> a Napoli, a Matera, sempre <strong>di</strong>etro i<br />

passi del padre. Dall’Istituto Commerciale fece passaggio al Liceo Scientifico <strong>di</strong> Reggio<br />

Ca<strong>la</strong>bria, preparandosi simultaneamente al<strong>la</strong> licenza magistrale. Superati gli esami liceali, si<br />

iscrisse all’Istituto Orientale <strong>di</strong> Scienze Coloniali <strong>di</strong> Napoli, <strong>che</strong> frequentò per il primo anno.<br />

Quando nel novembre del 1940 l’Italia entrò nel<strong>la</strong> seconda guerra mon<strong>di</strong>ale, Aldo si arruolò<br />

come camicia nera volontario nel Battaglione <strong>di</strong> Matera e raggiunse in treno Brin<strong>di</strong>si per riunirsi<br />

al<strong>la</strong> 153ª Legione Salentina.<br />

La partenza per il fronte greco-albanese avvenne, il 2 <strong>di</strong>cembre, per via aerea. Un fronte<br />

<strong>di</strong>fficile, <strong>di</strong> montagna, impervio e con un r igido clima già invernale e nevoso. E Aldo saltò in<br />

primissima fi<strong>la</strong> all’attacco: “…morti e feriti gli cadevano davanti e tutt’intorno… grida e <strong>la</strong>menti si<br />

confondevano con lo scoppio degli or<strong>di</strong>gni… ma Aldo non s i arrestò… gli amici videro<br />

improvvisamente il giovane Aldo cadere per terra, gravemente colpito e gr ondante <strong>di</strong> sangue<br />

dallo squarcio del<strong>la</strong> ferita aperta tra il fianco e l’addome… <strong>la</strong> ferita era troppo profonda, l’uscita<br />

del sangue troppo violenta per impe<strong>di</strong>re l’irreparabile… gli amici si pro<strong>di</strong>garono nonostante<br />

l’infuriare del<strong>la</strong> battaglia, ma tutto fu inutile…“ Accadde il 9 genna io del 1941: fronte greco -<br />

zona <strong>di</strong> Klisura - caposaldo 25.<br />

La <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si intitolò a A ldo Spagnolo, l’Eroe <strong>di</strong> Klisura, una via e una l apide<br />

commemorativa, <strong>che</strong> fu or iginalmente murata sul<strong>la</strong> facciata dell’e<strong>di</strong>ficio del Banco <strong>di</strong> Napoli<br />

prospicente al<strong>la</strong> Piazza Vittoria e, s uccessivamente, dopo c he l’e<strong>di</strong>ficio fu dem olito, <strong>la</strong> <strong>la</strong>pide<br />

smarrita, rintracciata da Giancarlo Cafiero, fu murata sul<strong>la</strong> facciata del<strong>la</strong> Palestra Elio Galiano.<br />

115


GIUSTINO DURANO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 5 maggio 1923 – Bologna, 17 febbraio 2002)<br />

Fu un poliedrico uomo <strong>di</strong> teatro, un celebrato attore teatrale e cinematografico, dotato <strong>di</strong> una<br />

mimica e <strong>di</strong> una duttilità vocale non comuni, messi in evidenza da un fisico prestante.<br />

Esordì ventenne a Brin<strong>di</strong>si, subito dopo <strong>la</strong> guerra, nel 1944, in uno spettacolo per le forze<br />

armate. Successivamente, nel 1947, recitò a Bari accanto a Peppino De Filippo, poi, nel<br />

1951, al Teatro Puccini <strong>di</strong> Mi<strong>la</strong>no nell’avanspettacolo insieme a Febo Conti, e negli anni<br />

successivi <strong>la</strong>vorò con Dario Fo e Franco Parenti al Piccolo Teatro <strong>di</strong> Mi<strong>la</strong>no in spettacoli<br />

innovativi come Il <strong>di</strong>to nell'occhio, tra il 1952 è il 1953, e Sani da legare, tra il 1954 e il 1955.<br />

Passò dal cabaret del Teatro dei Gobbi agli spettacoli da solista, per poi tornare al<strong>la</strong> rivista<br />

con Wanda Osiris, Bramieri e Vianello. Dopo aver <strong>la</strong>vorato con Macario e Marisa Del Frate,<br />

dal 1960 si de<strong>di</strong>cò al teatro <strong>di</strong> prosa, seguendo Giorgio Strehler nel gruppo Teatro e Azione a<br />

Prato e affrontando nel tempo ruoli importanti in allestimenti <strong>di</strong> Shakespeare, Pirandello,<br />

Goldoni e Molière.<br />

Dopo aver recitato e cantato al Piccolo <strong>di</strong> Mi<strong>la</strong>no con Milva e Franco Sportelli nel 1965, ebbe<br />

parti <strong>di</strong> spicco in varie operette. Tornò in ra<strong>di</strong>o in varie occasioni: da L'innocenza <strong>di</strong> Camil<strong>la</strong> <strong>di</strong><br />

Bontempelli nel 1970 con <strong>la</strong> regia <strong>di</strong> Camilleri, al ra<strong>di</strong>odramma Il giornale <strong>di</strong> Mario Fazio e<br />

Nino Palumbo nel 1972 con <strong>la</strong> regia <strong>di</strong> Paro<strong>di</strong>, a In viaggio con Teo <strong>di</strong> Fiocco e <strong>la</strong> regia <strong>di</strong><br />

Benedetto nel 1979, fino al programma satirico L'aria <strong>che</strong> tira nel 1981.<br />

Dato per morto anzitempo dal giornale ra<strong>di</strong>o in data 19 febbraio 1985, Durano continuò a<br />

fornire interpretazioni <strong>di</strong> primissimo piano an<strong>che</strong> negli ultimi anni <strong>di</strong> vita: Nell’opera lirica -Il<br />

barbiere <strong>di</strong> Siviglia <strong>di</strong> Rossini all’Opera <strong>di</strong> Roma nel 1998. Nel teatro -E io le <strong>di</strong>co..., del 2001,<br />

da lui scritto, <strong>di</strong>retto e interpretato- L'uomo <strong>la</strong> bestia e <strong>la</strong> virtù <strong>di</strong> Luigi Pirandello e Annata<br />

Ricca <strong>di</strong> Nino Martoglio, entrambi prodotti dal Teatro Biondo <strong>di</strong> Palermo.<br />

Nel cinema -La vita è bel<strong>la</strong> <strong>di</strong> Benigni del 1997 fu il suo ultimo film, in cui sostenne con<br />

amara ironia il drammatico ruolo dello zio del protagonista, riaffermando ancora una volta il<br />

suo talento con uno stile recitativo concitato e fortemente mimico.<br />

Dopo <strong>la</strong> <strong>di</strong>partita, Brin<strong>di</strong>si gli ha de<strong>di</strong>cato lo spiazzo antistante il teatro comunale <strong>che</strong> è stato<br />

chiamato “Piazzetta Giustino Durano” e dal 20 gennaio 2012 è stato immorta<strong>la</strong>to an<strong>che</strong> dal<br />

mondo del<strong>la</strong> scuo<strong>la</strong> brin<strong>di</strong>sina, con il Liceo Artistico Musicale <strong>che</strong> porta il suo nome.<br />

116


RIZZO GIOVANNI<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 5 aprile 1924 – Roma, 4 febbraio 1992)<br />

Fu, Gianni, un bravo e molto attivo attore cinematografico. La sua filmografia contò più d’una<br />

settantina <strong>di</strong> titoli. E fu an<strong>che</strong> interprete in serie televisive e in <strong>la</strong>vori <strong>di</strong> prosa per <strong>la</strong> RAI.<br />

Si <strong>di</strong>plomò all'Istituto Magistrale <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si e si trasferì poi a R oma per intraprendere <strong>la</strong><br />

carriera <strong>di</strong> attore teatrale. Si <strong>la</strong>ureò in Lettere e Filosofia, ma scartò l’idea dell’insegnamento,<br />

sbocco naturale per <strong>la</strong> sua <strong>la</strong>urea.<br />

Volle fare l’attore, e il debutto sul grande s<strong>che</strong>rmo come attore cinematografico avvenne<br />

negli anni Quaranta, dapprima con piccole parti, poi con ruoli da c aratterista <strong>di</strong> maggiore<br />

impegno.<br />

Fu impiegato in ruoli da caratterista in film storici, per esempio in Peplum, del<strong>la</strong> comme<strong>di</strong>a<br />

all’italiana, o <strong>di</strong> genere poliziottesco, eccetera. Fu spesso interprete <strong>di</strong> <strong>personaggi</strong> cinici se<br />

non malvagi, per esempio, nel film La <strong>città</strong> dolente <strong>di</strong> Mario Bonnard, interpretò il ruolo <strong>di</strong> una<br />

spia ven<strong>di</strong>cativa e pr iva <strong>di</strong> scrupoli. Queste caratteristi<strong>che</strong> gli rimasero impresse per quasi<br />

<strong>tutta</strong> <strong>la</strong> carriera e s oltanto nel<strong>la</strong> parte finale del<strong>la</strong> carriera riuscì a liberarsi dallo scomodo<br />

cliché, con <strong>la</strong> recitazione in film del cosiddetto cinema d’autore, quando <strong>la</strong>vorò con, per citare<br />

alcuni dei registi, Roberto Rossellini, Alberto Bevi<strong>la</strong>cqua, Pier Paolo Pasolini, e Pietro Germi.<br />

Come attore fu attivo dal 1944, quando debuttò in Macario contro Zagomar <strong>di</strong>retto da Giorgio<br />

Ferroni, fino al 1986, con l'ultima interpretazione nel ruolo dell'inviato papale in Il nome del<strong>la</strong><br />

rosa <strong>di</strong> Jean-Jacques Annaud, il suo ultimo film.<br />

Negli ultimi tempi convisse a Roma con una nobildonna. Poi, le sue con<strong>di</strong>zioni <strong>di</strong> salute si<br />

aggravarono, il suo fisico si appesantì e dov ette sottoporsi giornalmente a <strong>di</strong> alisi, fino al<strong>la</strong><br />

morte.<br />

117


ANTONIO SOTTILE e ALBERTO DE FALCO<br />

(Rossano Ca<strong>la</strong>bro, 1967 – Brin<strong>di</strong>si, 23 febbraio 2000)<br />

(Alife, 15 febbraio 1971 – Brin<strong>di</strong>si, 23 febbraio 2000)<br />

Furono due fi nanzieri <strong>che</strong> prestarono servizio a B rin<strong>di</strong>si. Morirono <strong>la</strong> notte tr a il 23 e i l 24<br />

febbraio del 2000, quando c ercarono <strong>di</strong> bloccare un f uoristrada carico <strong>di</strong> sigarette <strong>di</strong><br />

contrabbando.<br />

Quel<strong>la</strong> notte sul<strong>la</strong> comp<strong>la</strong>nare del<strong>la</strong> statale 379, a pochi passi dal santuario <strong>di</strong> Jad<strong>di</strong>co, l’auto<br />

Fiat Punto <strong>di</strong> servizio dei due finanzieri, Alberto De Falco e Antonio Sottile, si sbriciolò contro il<br />

fuoristrada Range Rover blindato dei malviventi <strong>che</strong> <strong>la</strong> speronarono. Rimasero feriti gli altri<br />

due finanzieri <strong>che</strong> occupavano il se<strong>di</strong>le posteriore: il vicebriga<strong>di</strong>ere Edoardo Roscica, 28 anni,<br />

<strong>di</strong> Catania e l'appuntato Sandro Marras, 33 anni, <strong>di</strong> Cagliari. Dopo qual<strong>che</strong> giorno, Giuseppe<br />

Contestabile, il contrabban<strong>di</strong>ere al<strong>la</strong> guida e Adolfo Bungaro, il copilota, furono arrestati.<br />

Antonio Sottile, finanziere scelto nacque a Alife in provincia <strong>di</strong> Caserta, il 15 febbraio 1971 e si<br />

arruolò il 22 settembre 1990. Era sposato da poco e nel suo paese natale fu eretto, presso <strong>la</strong><br />

Villetta comunale, un monumento commemorativo recante il busto bronzeo del giovane<br />

finanziere. Alberto De Falco, vicebriga<strong>di</strong>ere del<strong>la</strong> Finanza <strong>di</strong> 33 anni, nato a Rossano Ca<strong>la</strong>bro,<br />

era sposato e aveva una figlia <strong>di</strong> quattro anni.<br />

In nome <strong>di</strong> Alberto De Falco e Antonio Sottile, lo Stato intraprese l’Operazione Primavera<br />

arrestando in pochi giorni 92 per sone e s equestrando 8 tonnel<strong>la</strong>te <strong>di</strong> sigarette. In 4 m esi,<br />

furono eseguiti 537 arresti; sequestrate 32 tonnel<strong>la</strong>te <strong>di</strong> sigarette 54 armi corte 71 lunghe 52<br />

chili <strong>di</strong> esplosivo 45 c hili <strong>di</strong> eroina 13 <strong>di</strong> cocaina e 5045 chili <strong>di</strong> hashish e marijuana 45<br />

fuoristrada blindati 223 auto 42 moto 21 autocarri e 20 motoscafi; in<strong>di</strong>viduati e smantel<strong>la</strong>ti tutti i<br />

24 covi segreti, scovati e c atturati 30 l atitanti tra Montenegro Albania e G recia. La s acra<br />

corona unita, icona in Puglia del dominio dell’antistato, fu i n pochi mesi -e per allorascar<strong>di</strong>nata.<br />

A De Falco e S ottile, il comune <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si ha intito<strong>la</strong>to <strong>la</strong> piazzetta antistante a Pa<strong>la</strong>zzo<br />

Nervegna. Nel punto esatto dove quel<strong>la</strong> sera morirono, si eresse un cippo commemorativo. E<br />

De Falco e Sottile, il 16-6-2000 furono decorati <strong>di</strong> medaglia d’oro al valor civile, al<strong>la</strong> memoria,<br />

con <strong>la</strong> seguente motivazione:<br />

" Nottetempo, in servizio <strong>di</strong> perlustrazione per <strong>la</strong> repressione del contrabbando, unitamente ad altri militari<br />

componenti una pattuglia, si <strong>di</strong>rigeva, con lucida determinazione, eccezionale coraggio ed eroico senso<br />

del dovere verso un'autocolonna contrabban<strong>di</strong>era, <strong>che</strong> trasportava tabacchi <strong>la</strong>vorati esteri poco prima<br />

sbarcati sul litorale, per intercettar<strong>la</strong> e trarre in arresto i malviventi. La v ile e pro<strong>di</strong>toria reazione dei<br />

contrabban<strong>di</strong>eri, posta in essere in<strong>di</strong>rizzando uno dei mezzi in fuga verso l'autovettura sul<strong>la</strong> quale si<br />

trovava, gli procurava lesioni mortali. Splen<strong>di</strong>do esempio <strong>di</strong> grande ar<strong>di</strong>mento ed el ette virtù civi<strong>che</strong><br />

spinti sino al supremo sacrificio personale “<br />

Brin<strong>di</strong>si, 23 febbraio 2000<br />

118


MAURO MANIGLIO<br />

(Brin<strong>di</strong>si, 1974 – Casa<strong>la</strong>bate, 13 agosto 1992)<br />

È stato Mauro, giovane studente brin<strong>di</strong>sino abitante nel rione Casale, una sfortunata vittima<br />

innocente del<strong>la</strong> guerra tra cos<strong>che</strong> mafiose, ucciso <strong>la</strong> notte tra il 13 ed il 14 ag osto 1992<br />

presso <strong>la</strong> località balneare <strong>di</strong> Casa<strong>la</strong>bate, in provincia <strong>di</strong> Lecce.<br />

Morì poco prima <strong>di</strong> cominciare il quinto ed ul timo anno al Liceo scientifico Monticelli <strong>di</strong><br />

Brin<strong>di</strong>si, ucciso per sbaglio da una pallotto<strong>la</strong> <strong>che</strong> gli tranciò l’aorta, sparata da un boss del<strong>la</strong><br />

sacra corona unita.<br />

Nel <strong>di</strong>cembre 2002, <strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si intitolò a Mauro Maniglio il parco sito nel cuore del<br />

rione Bozzano <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si.<br />

119


MATTEO FARINA<br />

(Avellino, 19 settembre 1990 – Brin<strong>di</strong>si, 24 aprile 2009)<br />

È stato Matteo, figlio <strong>di</strong> Pao<strong>la</strong> Sabbatini e Miky Farina, un ragazzo <strong>che</strong> visse <strong>la</strong> sua breve vita<br />

pieno <strong>di</strong> fede in Dio e <strong>di</strong> misericor<strong>di</strong>a verso l’umanità. Nacque nel paese natale del nonno<br />

paterno e visse a Brin<strong>di</strong>si, nel rione Casale. Fu un bambino allegro e so<strong>la</strong>re, mite, affabile e<br />

dolce, caratteristi<strong>che</strong> <strong>che</strong> conservò an<strong>che</strong> negli anni del<strong>la</strong> sua adolescenza e giovinezza.<br />

Frequentò <strong>la</strong> scuo<strong>la</strong> materna “M. Bos<strong>che</strong>tti Alberti” e, in seguito, l’elementare “G. Calò”.<br />

Fu un bambino e poi ragazzo molto attivo e v olitivo, a s cuo<strong>la</strong> e an<strong>che</strong> negli impegni<br />

extrasco<strong>la</strong>stici: praticò svariate attività sportive e, sin da piccolo, sviluppò una forte passione<br />

per <strong>la</strong> musica, <strong>che</strong> lo spinse ad imparare a suonare <strong>di</strong>versi strumenti e, adolescente, fondare<br />

con i suoi amici un gruppo musicale. Dopo <strong>la</strong> scuo<strong>la</strong> me<strong>di</strong>a “J. F. K ennedy”, si iscrisse<br />

all’ITIS “G. Giorgi” e dopo il biennio passò all’ITIS “E. Majorana” con l’idea <strong>di</strong> intraprendere,<br />

dopo le superiori, gli stu<strong>di</strong> <strong>di</strong> Ingegneria chimico-ambientale, spinto dal<strong>la</strong> sua già maturata<br />

forte sensibilità cristiana per il creato.<br />

Fu risoluto nel combattere le ingiustizie e nel <strong>di</strong>fendere i più deboli, costantemente illuminato<br />

dal dono soprannaturale del<strong>la</strong> fede in Dio: già a nov e anni mostrò una conoscenza del<br />

Vangelo insolita per quell’età.<br />

Nel settembre 2003 si presentarono in Matteo i primi sintomi <strong>di</strong> quel male <strong>che</strong> per quasi sei<br />

anni costituì il suo calvario, fatto <strong>di</strong> pesanti cure e dol orosi <strong>di</strong>fficili interventi chirurgici. Un<br />

calvario a c ui Matteo reagì conservando <strong>la</strong> gioia <strong>di</strong> vivere, con tenacia e forza <strong>di</strong> volontà,<br />

tenendo fede an<strong>che</strong> durante i perio<strong>di</strong> più duri: recuperando bril<strong>la</strong>ntemente gli stu<strong>di</strong> e<br />

continuando ad oc cuparsi del<strong>la</strong> sua passione musicale e vivendo una rifioritura spirituale,<br />

riuscendo a percepire, fin in fondo, l’amore e <strong>la</strong> misericor<strong>di</strong>a <strong>di</strong> Dio.<br />

Matteo si occupò delle necessità materiali e contingenti sia dei fratelli vicini e sia <strong>di</strong> quelli<br />

lontani, con grande interesse per le popo<strong>la</strong>zioni del terzo mondo tanto da creare, con i propri<br />

risparmi e le offerte dei suoi familiari, un fondo per le missioni africane del Mozambico. Visse<br />

<strong>la</strong> sua breve vita nel<strong>la</strong> continua ricerca del<strong>la</strong> volontà <strong>di</strong> Dio, con tanta fede e con tanta carità<br />

verso quanti lo incontrarono. Negli ultimi tempi, quando l e forze lo cominciarono ad<br />

abbandonare, <strong>la</strong> sua fede <strong>di</strong>venne eroica consentendogli <strong>di</strong> vivere e <strong>di</strong> accogliere <strong>la</strong> morte<br />

nel<strong>la</strong> serenità propria dei giusti.<br />

Nel 2017, l a Diocesi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, ha dato i nizio al<strong>la</strong> fase <strong>di</strong>ocesana del processo <strong>di</strong><br />

beatificazione e canonizzazione del “Servo <strong>di</strong> Dio” Matteo Farina e <strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si gli ha<br />

intito<strong>la</strong>to il giar<strong>di</strong>no a<strong>di</strong>acente al tempio <strong>di</strong> San Giovanni al sepolcro.<br />

120


MELISSA BASSI<br />

(Mesagne, 26 novembre 1996 – Brin<strong>di</strong>si, 19 maggio 2012)<br />

È stata Melissa, figlia <strong>di</strong> Rita Muri e Massimo Bassi, una ragazza semplicemente stupenda,<br />

con una visione positiva del<strong>la</strong> vita. Sorridente, affabile, simpatica, altruista: sempre<br />

<strong>di</strong>sponibile ad ai utare. Divenne <strong>la</strong> giovanissima studentessa se<strong>di</strong>cenne morta intorno alle<br />

7:42 del mattino, in seguito all’esplosione <strong>di</strong> una bomba artigianale assassina posta <strong>di</strong>nanzi<br />

all’Istituto professionale femminile “Morvillo Falcone” <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, <strong>la</strong> sua scuo<strong>la</strong>.<br />

Studentessa esemp<strong>la</strong>re e bravissima, tra le prime del<strong>la</strong> c<strong>la</strong>sse e del<strong>la</strong> scuo<strong>la</strong> intera, <strong>la</strong> sua<br />

pagel<strong>la</strong> è piena <strong>di</strong> quasi tutti 10.<br />

La psicologia era <strong>la</strong> materia <strong>che</strong> gli piaceva <strong>di</strong> più e, una volta terminate le superiori, si<br />

sarebbe iscritta all’università per frequentare il corso <strong>di</strong> <strong>la</strong>urea in psicologia infantile, per<br />

stare un domani con i bambini, per aiutarli: quegli stessi bambini <strong>che</strong> amava tantissimo.<br />

La sua tragica ed assurda morte, <strong>la</strong>sciò un dolore immenso e un vuoto incolmabile nei suoi<br />

genitori, nelle sue compagne, nei suoi concitta<strong>di</strong>ni e, <strong>di</strong> fatto, praticamente nell’intera nazione<br />

italiana. Un vuoto <strong>che</strong> perdura intatto e mai affievolitosi.<br />

A Mesagne le fu intito<strong>la</strong>ta una via, a Copertino un parco, a Napoli una scuo<strong>la</strong> e a Brin<strong>di</strong>si:<br />

l’11 gennaio 2013, fu inaugurato il “Giar<strong>di</strong>no <strong>di</strong> Melissa” a pochi passi dal luogo in cui Melissa<br />

fu falciata dall’esplosione e in seguito, nello stesso anno, il parco del Cil<strong>la</strong>rese, il più grande<br />

parco urbano del<strong>la</strong> Puglia, <strong>di</strong>venne parco “19 maggio”.<br />

121


122


Le famiglie brin<strong>di</strong>sine nell’odonomastica citta<strong>di</strong>na<br />

ABBAMONTE<br />

ALBIZZI<br />

ARMEGOL<br />

BACCARO<br />

BIANCHI<br />

BIONDO<br />

CALÒ<br />

CAMASSA<br />

CARACCIOLO<br />

CASIMINO<br />

CASTALDO<br />

CATANZARO<br />

CATIGNANO<br />

CAVALERIO<br />

D’AFFLITTO<br />

D’ORIMINI<br />

DEL BALZO<br />

DELFINO<br />

DELLA VOLTA<br />

DI GIORGIO<br />

DOMINICIS<br />

FERRANTE<br />

FLAGILLA<br />

FLORENZIA<br />

FUSCO<br />

GALLO<br />

GIOVIO<br />

GRACCHI<br />

LACOLINA<br />

LATAMO<br />

LAVIANO<br />

LEANZA<br />

LUBELLI<br />

MARANGIO<br />

MARTINEZ<br />

MORICINO<br />

PAGLIANO<br />

PALMIERI<br />

PANDI<br />

PASCALI<br />

PEDIO<br />

PIRONTI<br />

PIZZICA<br />

PRATO<br />

RAIMONDO<br />

RANIERI<br />

RIPA<br />

SALMENTO<br />

SALVATORE<br />

SANGIORGIO<br />

SCHIENA<br />

TARALLO<br />

TARANTAFILO<br />

TERRIBILE<br />

TOLOSANI<br />

TORTORELLA<br />

VACCHEDANO<br />

VAVOTICI<br />

VILLANOVA<br />

VINCI<br />

123


124


Alcune mappe <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si da:<br />

Le Mappe <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si, rassegna storica e curiosità<br />

<strong>di</strong> Gianfranco Perri su www.brin<strong>di</strong>siweb.it<br />

125


Il porto <strong>di</strong> brin<strong>di</strong>si fotografato dal satellite europeo Sentinel 2B - 7 marzo 2017<br />

Google Earth - 2015<br />

126


Tutto Città - 2012<br />

18 luglio 1955<br />

127


Antonio Val<strong>la</strong>r<strong>di</strong> - 1924<br />

1908<br />

128


D’Errico Santostati & Palma - 1883<br />

Carlo Fauch - 1871<br />

129


Jacques Nico<strong>la</strong>s Bellin - 1764<br />

Andrés de los Coves - 1739<br />

130


Giovanni Paci<strong>che</strong>lli - 1703<br />

Joan B<strong>la</strong>eu - 1663<br />

131


Andrea Pal<strong>la</strong><strong>di</strong>o - 1575<br />

Piris Reis - 1525<br />

132


Piris Reis - 1520 (circa)<br />

133


134


Una pagina a ricordo del mio amico Mimmo Mennitti (*)<br />

(*) pag.104 <strong>di</strong> “Gianfranco… Racconti e altro <strong>di</strong> un residente in Via da Brin<strong>di</strong>si”<br />

Lulu.com - 2012<br />

135


LE STRADE DI BRINDISI<br />

136


137


138


139


140


INDICE ALFABETICO DEI <strong>100</strong> PERSONAGGI<br />

VIA …………………………………….…….…………….…. pag. 45<br />

VIA ………………………………………………….….………...…… <strong>100</strong><br />

<br />

VIA ……………………………………………………..……….….….. 94<br />

VIA ……………………………………………………………….….… 42<br />

VIA ………………………………………………….…………….….… 101<br />

GIARDINO 121<br />

VIA …………………………………………………………..…………. 84<br />

VIA ……………………………………………………….…………… 111<br />

VIA …………………………………………………………...…… 48<br />

VIA ……………………………………………………………..……….…. 77<br />

VIA …………………………………………………………………......… 88<br />

VIA …………………………………………………………..…….… 86<br />

VICO …………………………………………...….... 98<br />

VIA………………………………………………………..…..… 46<br />

VIA ………………………………………………….…..…… 39<br />

VIA …………………………………………………………….…….…. 40<br />

PIAZZA ………………………………..……………….……. 40<br />

VIA………………………………………………………………...<br />

VIA …………………………………………………………..….…<br />

VIA………………………………………………………………<br />

VIA…………………………………………………………….…<br />

VIA …………………………………………………………..……… 81<br />

LARGO ………………………………………………….....…… 70<br />

VIA …………………………………………………….……...… 61<br />

PIAZZETTA …………………………..……..… 118<br />

VIA …………………………………………………………....…. 96<br />

VIA …………………………………………………………..…..…. 72<br />

VIA ……………………………………………………………....……… 67<br />

VIA …………………………………………………………………..…… 64<br />

VIA………………………………………………...…….……… 105<br />

VIA…………………………………………………………………… 60<br />

VIA …………………………………………………………...….….. 79<br />

VIA ………………………………………………………..…..……… 90


VIA…………………………………………………….……………….. 47<br />

PIAZZA ……………………………………………………….…… 114<br />

VIA ……………………………………………………….….……. 58<br />

PARCO …………………………………………………………….... 113<br />

PIAZZA ……………………………………………………….……. 102<br />

PIAZZA ……………………………………………………..…..…… 82<br />

VIA ……………………………………………………………….……. 108<br />

VIA ………………………………………………………….……. 32<br />

PIAZZETTA ………………………………………………………..… 116<br />

VIA ……………………………………………………….……………. 15<br />

GIARDINO 120<br />

VIA………………………………………………… ….….. 97<br />

rVIA …………………………………………………………….………… 92<br />

VIA …………………………………………………………….………. 83<br />

VIA…………………………………………………………..…..…. 33<br />

VIA …………………………………………………..……….………. 112<br />

PIAZZALE ……………………………………………………………….…. 19<br />

VIA……………………………………………………………………..... 38<br />

VIA ……………………………………………………………….……... 49<br />

VIA ……………………………………………….….………..……. 71<br />

VIA ………………………………………………….………..……..… 95<br />

VIA ………………………………………………………..…… 103<br />

VIA ……………………………………………………………..……. 110<br />

VIA ……………………………………………………………...…..….. 56<br />

VIA ………………………………………………………..………. 75<br />

VIA ………………………………………………………………………..... 69<br />

LARGO ………………………………………………………..… 34<br />

VIA ………………………………………………………………..……. 28<br />

VIA …………………………………………………….…………. 107<br />

PARCO119<br />

VIA …………………………………………………………..….... 30<br />

VIA ……………………………………………………...……..……. 73<br />

VICO …………………………………………………...…… 54<br />

VIA ………………………………………………………………..…. 68<br />

VIA …………………………………………………...…..…… 51<br />

VIA ……………………………………………………….…..… 106


VIA …………………………………………………..……………………. 17<br />

VIA ……………………………………………………………..………... 55<br />

VIA …………………………………………………………………..………...….. 44<br />

VIA ………………………………………………………….……. 59<br />

VIA …………………………………………………………………..….. 66<br />

LARGO ……………………………………………………….……..……. 37<br />

VIA ……………………………………………………….……..…… 76<br />

LARGO ………………………………………………..……… 109<br />

VIA …………………………………………………………………..….…. 18<br />

SALITA ………………………………………………………….……..…. 35<br />

VICO ……………………………………………………..….…… 36<br />

VIA ……………………………………………………………………… 117<br />

VIA ………………………………………………………...……….……. 78<br />

VIA ……………………………………………………………………..……… 27<br />

VIA …………………………………………………….………. 52<br />

PIAZZALE ……………………………………………..……… 26<br />

VIA …………………………………………………..….… 63<br />

VICO …………………………………………………………….….……. 62<br />

VIA ………………………………………………………………………… 50<br />

PIAZZA ………………………………………………………………….….. 104<br />

VIA ………………………………………………….….…..….. 43<br />

VIA ………………………………………….……..…….…………... 57<br />

PIAZZETTA ……………………….……..…..… 118<br />

VIA …………………………………………………………….…….….. 115<br />

VIA ……………………………………………………………….…….... 24<br />

VIA …………………………………………………………………......... 53<br />

VIA …………………………………………………………..…....… 31<br />

VIA ………………………………………………………………..….. 74<br />

VIA …………………………………………………………..…… 85<br />

VIA …………………………………………………………………….…….. 65<br />

VIA ……………………………………………………………………….……. 93<br />

VIA POZZO<br />

VIA ………………………………………………………………..……...…...…. 29<br />

VIA ………………………………………………………………...….… 91<br />

VIA ……………………………………………………………….…......…. 16<br />

SCALINATA ……………………………………………………………..…....…... 21


Un grazie all’amico Giovanni Membo<strong>la</strong> per <strong>la</strong> sua <strong>di</strong>sinteressata col<strong>la</strong>borazione<br />

E<strong>di</strong>zioni Lulu.com ID: 21191595 www.lulu.com<br />

144


BRINDISI "filia solis"<br />

Nel<strong>la</strong> parte più a nord del Salento è situata Brin<strong>di</strong>si, <strong>città</strong> antichissima<br />

crogiolo <strong>di</strong> culture e teatro <strong>di</strong> vicende entrate a buon <strong>di</strong>ritto nei manuali del<strong>la</strong><br />

grande <strong>storia</strong>, <strong>città</strong> nobile e antica <strong>che</strong> secondo alcuni si dovrebbe chiamare<br />

Brunda. È noto a tutti <strong>che</strong> questo nome significa testa <strong>di</strong> cervo, non in greco o<br />

<strong>la</strong>tino, ma in lingua messapica, il porto <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si ha infatti <strong>la</strong> forma <strong>di</strong> una<br />

testa <strong>di</strong> cervo, le cui corna abbracciano gran parte del<strong>la</strong> <strong>città</strong>. Il porto è<br />

famosissimo in tutto il mondo e da ciò nacque il proverbio <strong>che</strong> in<strong>di</strong>ca essere tre<br />

i porti sicuri del<strong>la</strong> terra: Junii, Julii et Brundusii.<br />

La parte più interna del porto è cinta da torri e da una catena; quel<strong>la</strong> più<br />

esterna <strong>la</strong> proteggono gli scogli da una parte e una barriera <strong>di</strong> isole dall'altra:<br />

sembra l'opera intelligente <strong>di</strong> una natura burlona, ma accorta. La costa, <strong>che</strong><br />

dal monte Gargano fino a Otranto è quasi rettilinea ed incurvata in brevi<br />

tratti, nei pressi <strong>di</strong> Brin<strong>di</strong>si si spacca ed accoglie il mare, formando un golfo<br />

<strong>che</strong> si insinua nel<strong>la</strong> terra con uno stretto delimitato, come già detto, dalle torri<br />

e dal<strong>la</strong> catena. Un tempo, questa stretta imboccatura era profon<strong>di</strong>ssima e<br />

poteva essere attraversata con navi <strong>di</strong> qualsiasi grandezza.<br />

Da questo stretto, il mare si riversa per un lungo tratto dentro <strong>la</strong> terraferma<br />

attraverso due fossati naturali <strong>che</strong> circonval<strong>la</strong>no <strong>la</strong> <strong>città</strong>; è sorprendente,<br />

soprattutto nel corno destro, <strong>la</strong> profon<strong>di</strong>tà del mare <strong>che</strong> in qual<strong>che</strong> punto,<br />

<strong>di</strong>cono, supera i venti passi. La <strong>città</strong> ha all'incirca <strong>la</strong> forma <strong>di</strong> una peniso<strong>la</strong>, tra<br />

i due bracci <strong>di</strong> mare. Sul corno destro, ha una fortezza <strong>di</strong> straor<strong>di</strong>naria fattura,<br />

costruita con blocchi <strong>di</strong> pietra squadrata per volere <strong>di</strong> Federico II, e poi ha il<br />

castello Alfonsino, il Forte a mare dei brin<strong>di</strong>sini.<br />

Brin<strong>di</strong>si è cresciuta sul più orientale porto d'Italia <strong>che</strong> ne ha determinato il<br />

destino. Le colonne terminali del<strong>la</strong> via Appia, specchiandosi dall'alto del<strong>la</strong> loro<br />

scalinata nelle acque del porto interno, vigi<strong>la</strong>no su quel<strong>la</strong> <strong>che</strong> <strong>la</strong> tra<strong>di</strong>zione<br />

vuole come l'ultima <strong>di</strong>mora <strong>di</strong> Virgilio. E poi Brin<strong>di</strong>si ce<strong>la</strong> tantissimi altri<br />

frammenti <strong>di</strong> <strong>storia</strong>, le cui testimonianze sono ancora leggibili nel tessuto<br />

urbano, attraverso itinerari <strong>che</strong> si devono percorrere per ammirare l'eleganza<br />

dei suoi numerosi pa<strong>la</strong>zzi, le maestose <strong>di</strong>more dei Cavalieri Temp<strong>la</strong>ri, <strong>la</strong><br />

ric<strong>che</strong>zza del suo patrimonio chiesastico e da ultimo, per scoprire l'essenza<br />

autentica del<strong>la</strong> <strong>città</strong> <strong>che</strong> il grande Federico II definì "filia solis", esaltando <strong>la</strong><br />

me<strong>di</strong>terranea so<strong>la</strong>rità <strong>di</strong> questo straor<strong>di</strong>nario avamposto verso l'Oriente.<br />

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