Storie e luoghi della Grande Guerra

bibliotechevalledelsacco

Storie e luoghi della Grande Guerra - Esedra editrice - Biblioteche Valle del Sacco - Progetto finanziato dalla Regione Lazio (LR.n.26/2009) - Associazione culturale Progetto Arkés

Storie e luoghi

della Grande guerra


Storie e luoghi

della Grande guerra


Progetto finanziato dalla Regione Lazio (LR.n.26/2009)

© 2016 Esedra editrice s.a.s.

Via Hermada, 4 - 35141 Padova

Tel e fax 049/723602

e-mail: info@esedraeditrice.com

www.esedraeditrice.com

© 2016 Associazione culturale Progetto Arkés

Viale degli Ammiragli, 119 - 00136 Roma

e-mail: progettoarkes@libero.it


Indice

Presentazione 9

Introduzione 11

Premessa 13

Dati riassuntivi 15

1. Il terremoto del 1915 16

2. La dichiarazione di guerra 20

3. L’industria bellica nella Valle del Sacco 22

3.1 La città fabbrica di Colleferro 24

3.2 I protagonisti 25

Una fonte inedita: i Diari di Leonardo Paterna Baldizzi 28

La battaglia con le armi chimiche di Monte San Michele 29

Sono una creatura di Giuseppe Ungaretti 30

Il Cimitero degli asfissiati dal diario di Leonardo Paterna Baldizzi 31

4. I luoghi e le condizioni del fronte italiano 32

4.1 Le Dolomiti 32

4.2 Il Carso isontino 33

5. I nuovi compiti delle amministrazioni comunali 34

5.1 La tutela dell’infanzia 35

5.2 Sussidi alle famiglie 39

5.3 Burocrazia militare 40

5.4 L’arruolamento 41

5.5. Le licenze 44

“La Licenza” Canto 49

5.6 Diserzioni e renitenza 49

5.7 L’agricoltura, l’industria e il commercio in

tempo di guerra 52

6. Corredo militare 56

7. L’impegno delle donne 57

8. Lavoratori in zona di guerra 61

9. La propaganda 63


9.1 Bollettini di guerra: dietro c’è una realtà

durissima diversa da quella raccontata 63

9.2 La posta e i pacchi viveri 67

10. Gli stenti nei campi di concentramento 73

10.1 I prigionieri italiani 73

10.2 I prigionieri austro-ungarici in Italia 78

Convenzione dell’Aja, 1907 79

11. La fede in trincea 83

Un Cappellano della Valle del Sacco 85

12. L’influenza spagnola 86

13. La memoria 89

Ada Negri, Il soldato ignoto 93

14. Morti e dispersi 94

Gli eroi di Ceccano 95

15. Il dopoguerra 100

Onorificenze 103

Medaglie e croci di guerra 103

Natale 1914 - Il miracolo della fratellanza 108

Fonti e bibliografia 112


“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”

Giuseppe Ungaretti, Allegria di naufragi, 1919


Elenco delle abbreviazioni

Archivi comunali

ASCAc: Archivio Storico Comunale di Acuto

ASCAl: Archivio Storico Comunale di Alatri

ASCAn: Archivio Storico Comunale di Anagni

ASCBErnica: Archivio Storico Comunale Boville Ernica

ASCCeccano: Archivio Storico Comunale di Ceccano

ASCCeprano: Archivio Storico Comunale di Ceprano

ASCFe: Archivio Storico Comunale di Ferentino

ASCFiu: Archivio Storico Comunale di Fiuggi

ASFrosinone: Archivio di Stato di Frosinone

ASCGR: Archivio Storico Comunale di Giuliano di Roma

ASCMo: Archivio Storico Comunale di Morolo

ASCPal: Archivio Storico Comunale di Paliano

ASCPat: Archivio Storico Comunale di Patrica

ASCPofi: Archivio Storico Comunale di Pofi

ASCRipi: Archivio Storico Comunale di Ripi

ASCSe: Archivio Storico Comunale di Serrone

ASCSgu: Archivio Storico Comunale di Sgurgola

ASCSup: Archivio Storico Comunale di Supino

ASCVe: Archivio Storico Comunale di Veroli

b.: busta

f.: faldone

fasc.: fascicolo

G. U.: Gazzetta Ufficiale

ins.: inserto

r.d.: regio decreto

r.d.l.: regio decreto legge

reg.: registro

tit.: titolo

cat.: categoria

Il presente lavoro è il risultato di ampie e fruttuose ricerche negli archivi

comunali, ricerche effettuate da Anna Maria Ferraioli e Francesca Pontri

con il coordinamento scientifico di Paola Cagiano de Azevedo.

I paragrafi tutela dell’infanzia, sussidi alle famiglie, le licenze, corredo

militare, la propaganda, i bollettini di guerra, le onorificenze sono stati

elaborati da Anna Maria Ferraioli; la dichiarazione di guerra, il terremoto,

l’arruolamento, diserzioni e renitenza, l’agricoltura, l’industria e il commercio,

lavoratori in zona di guerra, la spagnola sono a cura di Francesca

Pontri; quanto non citato è frutto di lavoro comune.


Presentazione

È lontana da noi l’idea di voler celebrare, con queste nostre manifestazioni,

la Prima Guerra Mondiale. Spetta ad altri farlo, a noi

il compito di cercare di capirla, analizzarla e di spingere, in particolare

le nuove generazioni, a capire le ragioni di quella immane

tragedia che sconvolse per quasi cinque anni una parte importante

dell’intera umanità, e che costituì solo l’inizio per altre guerre che

sconvolsero il mondo fino alla metà del XX secolo.

Qualcuno ha parlato di suicidio dell’Europa, io parlerei piuttosto

di suicidio degli Stati Nazionali Europei proprio a causa dell’assenza

dell’Europa. Proprio quegli Stati che, a cominciare dal XII secolo,

avevano cercato di superare l’idea di un’ Europa unificata, avviarono

l’esaurimento della propria funzione nella maniera più drammatica,

con una tragedia collettiva.

L’idea di Europa era sopravvissuta alla fine dell’Impero Romano

per mille anni ancora. Fu nel pensiero di Carlo Magno, in quello dei

Papi di Roma e dello stesso Napoleone Bonaparte.

Eppure gli Stati nazionali furono una necessità storica sin da

quando Luigi VI Re dei Franchi nel 1119 pose, così fu scritto «nelle

mani della corona di Francia», Callisto II abate di Cluny. Non nelle

mani di un uomo, di un capobanda, di un condottiero, oppure anche

di un popolo, i Franchi, ma di un’entità astratta, trascendente,

la corona di Francia, nelle mani dello Stato di Francia.

Grandi sono state le conquiste degli Stati nazionali, in campo

scientifico, in campo sociale, in campo economico tanto da permettere

agli Stati europei di esercitare un’egemonia culturale e politica

sull’intero globo terrestre con l’unica eccezione, forse, dell’ Impero

Cinese. Fino ad un punto culmine oltre il quale c’era il passo successivo

da compiere, l’unione degli Stati europei, la loro federazione,

ma oltre il quale quegli Stati allora non seppero andare. Come

in ogni crisi prevalsero nazionalismo e populismo. Si suicidarono e

condannarono se stessi alla decadenza. E questo è terreno vivo di

discussione ancora nei nostri giorni.

Danilo Collepardi

9


Introduzione

L’11 novembre 1918, con la firma della Germania sui documenti

dell’armistizio imposto dagli Alleati, si conclude la Prima Guerra

Mondiale, la “Grande Guerra” – il più esteso conflitto armato

mai combattuto – che vide il coinvolgimento delle principali potenze

mondiali. La storiografia ha ampiamente sottolineato l’effetto

dirompente degli eventi del quadriennio, che decretarono la fine

dei maggiori imperi esistenti – tedesco, austro-ungarico, ottomano

e russo – e ridisegnarono completamente la geografia politica

dell’Europa. Altrettanto diffusamente si è discusso sull’enorme

tributo – in termini di vite umane – richiesto a tutte le nazioni

coinvolte. L’Italia entrò in guerra il 24 maggio del 1915, circa dieci

mesi dopo l’avvio del conflitto, durante i quali il Paese assistette a

importanti cambiamenti politici che portarono all’affermazione di

una spinta espansionistica, legata agli ideali risorgimentali e mossa

da un forte fervore patriottico. Anche la nostra terra, quel Lazio

contadino che all’inizio del ventesimo secolo si muoveva in direzione

di un significativo sviluppo industriale, dovette rispondere

alle richieste della macchina della guerra, e lo fece in circostanze

drammatiche: nel gennaio del 1915, alla vigilia, quindi, dell’ingresso

del Paese in guerra, un violentissimo terremoto colpì una vasta

area di territorio fra Lazio meridionale e Abruzzo e costò la vita a

più di 30.000 persone. A una popolazione decimata dalla forza distruttiva

della natura fu richiesto di sacrificare sull’altare della Patria

altre, molte – perlopiù giovani – vite. Questa pubblicazione, nata

nell’ambito delle celebrazioni del Centenario dellaGrande guerra”,

muove, tra le altre cose, dall’intento di preservare la memoria di

quel sacrificio, ma non solo. Mentre la chiamata alle armi spopolò le

nostre terre di uomini giovani e adulti, enormi sforzi vennero compiuti

dalle amministrazioni locali per garantire assistenza a quanti

rimanevano – donne, anziani, bambini. La ricerca sugli archivi comunali

illustra uno scenario in cui altre, epocali, svolte si compirono:

in particolare, un rilievo notevole viene dato al mutato apporto

delle donne alla vita sociale e economica – reso necessario dalle

contingenze, ma che porta in germe la consapevolezza di genere

foriera dei riconoscimenti giuridici successivi –: accanto al tradizionale

ruolo svolto all’interno della famiglia, molte donne trovarono

occupazione nei mestieri della terra e nell’industria. Anche a loro

va l’omaggio della memoria che questa pubblicazione – opera di

11


studiose – tributa, laddove la Patria ha celebrato, invece, i caduti.

Al memoriale ai caduti e all’esaltazione del sacrificio viene dedicato

un ampio approfondimento anche in questo studio: la lettura dei

documenti ufficiali e delle corrispondenze private conservati negli

archivi comunali consente di fare luce, oltreché sulle vicende

dei soldati e delle loro famiglie, anche sul sentimento diffuso, sin

dall’immediato dopoguerra, che ha motivato l’edificazione di monumenti

e le cerimonie ad essa connesse, quella necessità di trovare

una giustificazione a tante morti in nome di un ideale comune di

Patria, da porre al di sopra di tutto. Ancora, la lettura delle scambi

epistolari privati offre uno spaccato autentico sulla vita in tempo di

guerra: i soldati al fronte, pur con i limiti imposti dalla censura –

volti a non far trapelare notizie che potessero danneggiare l’esito

dei combattimenti e, più in generale, a mantenere vivo il consenso

dell’opinione pubblica – rincuorano le famiglie sulle loro condizioni;

le donne, a loro volta, si informano sulle necessità dei loro cari e

offrono rassicurazioni sulla situazione lontano dal fronte. Per il tramite

della parola scritta, il vivere di ogni giorno, in giorni così poco

ordinari, con il loro carico di sofferenza e solitudine – per chi è partito

ma anche per chi è rimasto – trova sostegno e conforto; l’eco

di quegli scritti – somma di tante “piccole storie” che hanno fatto

la storia “con la esse maiuscola” – si amplifica nel tempo e arriva a

noi. A noi il compito di non dimenticare.

Rita Padovano

12


Premessa

Le immagini di fine agosto e di questo autunno, che arrivano

dirette ai nostri occhi, della spaventosa devastazione compiuta dal

terremoto, con il carico di dolore, angoscia, incertezza e paura che

trasmettono, rimandano a tante altre immagini di simili sconvolgimenti

che nei secoli hanno distrutto, demolito, abbattuto tanta parte

del nostro territorio. Uno di questi su tutti, probabilmente uno

dei più devastanti, è il terremoto che si è abbattuto sulla Marsica,

nella conca del Fucino ai confini tra Abruzzo e Lazio il 13 gennaio

1915.

Così come sta accadendo oggi, il sisma del 1915, terribile per la

potenza distruttiva e il numero di vittime – ne causò 30.519 di cui

circa 10.000 solo ad Avezzano – si abbatté soprattutto su questa

cittadina ma colpì anche tutti i paesi dell’area del Fucino, i paesi

della Valle Roveto e della media Valle del Liri; distrusse abitazioni,

fabbriche e infrastrutture ferroviarie mettendo in ginocchio una vasta

area del centro Italia.

E accadde proprio alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia. Già

dopo 15 giorni dalla scossa, essendo intanto iniziata la radunata

delle forze armate a partire dal 31 gennaio 1915, i militari, inviati

per il soccorso alle popolazioni, furono costretti ad abbandonare le

zone sinistrate per andare al Nord sulle linee del fronte.

Il richiamo alle armi, nei mesi successivi, coinvolse, secondo la

legge 1 , anche i ragazzi e gli adulti delle zone terremotate, aggiungendo

alla tragedia sismica un ulteriore scossone con l’impoverimento

della popolazione maschile che, sino ad allora, era impegnata

in modo prevalente nell’agricoltura. Fa riflettere il fatto che

questa massa di uomini che passavano le giornate a difendere i loro

1

Categorie di leva:

- abile di 1ª categoria: buona salute, genitori viventi, un fratello con più di 12

anni di età al momento della chiamata;

- abile di 2ª categoria: buona salute, figlio unico con padre non ancora entrato

nel 65° anno di età oppure figlio primogenito con fratello di età inferiore a 12 anni.

- abile di 3ª categoria: buona salute, figlio unico orfano di un genitore oppure

un riformato fatto abile per necessità e addetto ai lavori sedentari.

La riforma del 30 giugno 1910 n. 362 stabiliva la durata di due anni per tutti i

corpi, premiava chi volesse proseguire volontariamente la leva oltre il biennio con

l'attribuzione alla seconda categoria per i fratelli.

13


pezzi di terra siano stati chiamati a difendere la terra di tutti noi.

Il contributo umano e economico delle popolazioni di questa zona

è stato quindi ancora più importante, e non so se è più motivo di orgoglio

o di tristezza, proprio per il contesto in cui accadde; il centro

sud, dall’Unità d’Italia considerato un problema per l’Italia unita (il

Sud rappresentava la “questione meridionale”), diventa protagonista

al pari delle altre regioni del Nord, con lo stesso eroismo, la stessa

dignità, gli stessi morti, le stesse sofferenze e privazioni.

L’imponente calo demografico fu in parte riassorbito dopo la

guerra, grazie a un flusso migratorio proveniente sia dal Nord Italia,

soprattutto i profughi di Caporetto, sia dai paesi di aree e regioni

vicine, attirati dalla possibilità di lavoro.

Dalle carte degli archivi dei comuni che sono oggetto di questa

ricerca 2 , ma simili in tutti i comuni italiani, si rileva quanto le amministrazioni

locali, a partire dal 1915, furono impegnate in nuovi e

diversi servizi per garantire il soccorso alle popolazioni, l’assistenza

morale e materiale ai militari e alle famiglie dei più bisognosi, anche

attraverso l’aiuto di associazioni e comitati.

Dalla lettura di epistolari, libri, saggi emerge con forza quanto già

accennato, l’Italia tutta è stata impegnata; sono stati tutti eroi ed

eroine, da Nord a Sud, tutti hanno contribuito al destino della Nazione;

le donne che hanno dimostrato di poter fare le stesse cose degli

uomini e questi che hanno saputo sacrificarsi, soffrire, sopportare

quanto oggi forse, alla luce di quanto sta accadendo, cominciamo a

immaginare, per un evento che quasi nessuno aveva voluto.

Non a caso è stato più volte sottolineato che la Grande guerra è

stato l’evento che ha creato la vera unità d’Italia.

Il piccolo volume dedica molto spazio ai documenti ufficiali, alle

corrispondenze familiari, alle parole di chi ha vissuto una tragedia

umana che viene considerata troppo spesso remota e irripetibile

ma che ha cambiato le nostre famiglie, i nostri costumi, la nostra

economia.

Le carte si trovano molto vicino a noi, nei luoghi istituzionali, archivi

di stato e archivi comunali, ma anche dimenticate nei cassetti

dei nostri vecchi mobili, nei bauli delle nonne, nelle cantine o nelle

soffitte.

2

I comuni del Sistema bibliotecario e documentario della Valle del Sacco

sono: Acuto, Alatri, Anagni, Boville Ernica, Ceccano, Ceprano, Ferentino, Fiuggi,

Giuliano di Roma, Morolo, Paliano, Patrica, Pofi, Ripi, Serrone, Supino, Vallecorsa,

Veroli, Villa S. Stefano.

14


Dati riassuntivi 3

Poche sono state le classi alle quali sono stati risparmiati gli

orrori e le paure delle due guerre mondiali: tra questi i nati dal

1861 al 1878, quelli tra il 1900 e il 1903 e coloro che sono nati

dopo il 1925, per tutti gli altri, esclusi quelli addetti ai lavori

dichiarati necessari all’industria bellica, suonò il postino con la

“cartolina verde” oppure i carabinieri.

L’Italia entrò in guerra con una popolazione totale di circa 37 milioni

di abitanti. Di questi circa quasi sei milioni di persone furono

mobilitati dall’esercito e di questi 4.800.800 vennero impiegati

in zone di guerra. In questo totale si ebbero due milioni e mezzo

di ammalati e i ricoveri complessivi furono circa cinque milioni.

Molti si rifiutarono di continuare a marcire nelle trincee e 870.000

disertarono almeno una volta. Un alto numero raggiunsero i renitenti

alla leva che furono 160.000. Quattrocentomila i processi

di insubordinazione con 210.000 condanne, 15.000 condanne

all’ergastolo e 4.028 esecuzioni con fucilazione “alla schiena”.

Alla fine si ebbero 600.000 morti (per alcuni oltre 700.000 comprendendo

quelli che per varie conseguenze perirono dopo il 4

novembre 1918), per ottenere poco più di quanto ci aveva offerto

l’Austria (“vittoria mutilata”) per rimanere fuori dal conflitto.

Le perdite umane furono quindi l’1,6% della popolazione.

Per quanto riguarda in modo più specifico 4 il Lazio morirono durante

il conflitto, o subito dopo a causa dello stesso, 17.998

cittadini pari all’8,84% dei richiamati in guerra. Provenivano dai

distretti di Roma, Viterbo, Frosinone e Orvieto (che fungeva da

distretto militare anche per la provincia di Rieti e Sabina) 5 .

3

http://www.ilpalio.org/prima.html.

4

Ministero della guerra, Militari Caduti nella guerra nazionale 1915-1918 Albo

d’Oro, vol. I, “Lazio e Sabina”, Provveditorato generale dello Stato, Roma,

1926.

Comune di Roma, Albo d’oro dei cittadini caduti nella Guerra MCMXV-

MCMXVIII, vol. I., tipografia L. Cecchini, Roma, 1920.

5

I confini della Regione Lazio dei primi del ‘900 mancavano della provincia di

Latina, istituita nel 1934 e dei comuni del Circondario di Sora e Gaeta che appartenevano

al. grande provincia che era chiamata “Terra di lavoro” (odierna

provincia di Caserta). Anche alcuni comuni del Reatino non rientravano nel

Lazio ma nella Regione Abruzzo.

15


Il distretto di Roma contò al termine della guerra 7.891 morti,

quello di Frosinone 4.610, quello di Viterbo 3.608 e quello di

Orvieto 1.889.

La maggioranza dei soldati laziali morì a causa dei combattimenti:

ma 8.852 morirono subito o in seguito per le ferite riportate

e altri 2.329 furono dichiarati dispersi, i corpi non furono

mai individuati e furono sepolti come “Ignoti” nei grandi sacrari

del Nord Italia.

Dai dati si rileva ancora che la maggior parte delle perdite si

ebbe per i soldati nati nel 1894 e nel 1895, dunque ragazzi di

20, 21 anni; della classe 1899, morirono 633 ragazzi, i più giovani,

appena diciottenni. Il maggior numero di caduti della Provincia

del Lazio, 12.420, apparteneva alla fanteria; molti erano

studenti, la maggior parte lavorava nei campi o nelle fabbriche.

I luoghi in cui maggiormente vennero sacrificati furono il Carso,

che costò la perdita di ben 433 soldati provenienti dalla Regione

Lazio durante le battaglie combattute tra il giugno 1915 e il luglio

1916, e Col di Lana, di fronte a Cortina, dove persero la vita

278 soldati del Lazio.

1. Il terremoto del 1915

Quella del 13 gennaio del 1915 sembrava una mattina come tutte

le altre. Alcuni erano già usciti per andare nei campi o al lavoro,

qualcuno era alle prese con le faccende domestiche; qualcun’altro

stava leggendo sui giornali le notizie di una guerra lontana alla quale

il nostro Paese non aveva ancora aderito, nonostante gli scontri

tra il fronte degli interventisti e quello dei neutralisti.

Qualche minuto prima delle 8 (le 07:52:48, secondo i dati ufficiali

dell’INGV) la terra cominciò a tremare e continuò per alcuni

lunghissimi istanti in cui sembrò che il mondo dovesse finire. Già da

alcune settimane si erano cominciate a sentire alcune piccole scosse,

che però non avevano destato preoccupazione. L’epicentro della

scossa fu nella Conca del Fucino, in Abruzzo, ma il sisma coinvolse

ben otto province delle tre regioni italiane dell’Abruzzo, del Lazio e

della Campania. La prima scossa, violentissima, fu attribuita all’11°

grado della scala Mercalli e fu avvertita distintamente dalla Pianura

Padana alla Basilicata. A Roma, in particolare, il re Vittorio Ema-

16


nuele III uscì in automobile per andare a portare parole di conforto

alla popolazione romana spaventata dal sisma.

La città ad essere stata più colpita dal terremoto fu la marsicana

Avezzano, letteralmente rasa al suolo. Pare che solamente un’abitazione

sia rimasta in piedi in tutto il paese, il villino del costruttore

Palazzi sul quale fu apposta una targa per ricordare l’evento. Sotto

le macerie rimasero uccise più di 10.000 persone su una popolazione

che allora ne contava circa 13.000. La stazione ferroviaria andò

completamente distrutta, mentre i vagoni dei treni furono utilizzati

come ricoveri di fortuna per i feriti. Alcuni di essi furono trasportati

negli ospedali di Roma e in Vaticano, dove papa Benedetto XV mise

a disposizione il lazzaretto di Santa Marta.

Altri centri distrutti nella Marsica furono quelli di Pescina con

4.000 morti, San Benedetto dei Marsi con 3.000 morti e Magliano

dei Marsi con 1.800 morti.

Nelle zone del Lazio la città più danneggiata fu quella di Sora,

nella quale si contarono circa 3.000 morti e la distruzione di numerosi

edifici. Diversi comuni della Valle del Liri che subirono ingenti

perdite di vite umane e danni agli edifici furono quelli di Arpino,

Isola del Liri, Castelliri, Pescosolido, Atina, Arce. I maggiori soccorsi

per queste zone vennero dalle amministrazioni di Caserta e Napoli,

le quali non solo accolsero i profughi ma inviarono anche soccorsi,

viveri e legname per costruire rifugi e baracche per gli sfollati. Dal

Nord Italia arrivarono anche squadre di soccorritori che misero in

piedi ospedali da campo, asili e scuole elementari.

Le difficoltà di comunicazione e di collegamento tra le zone terremotate

e Roma fecero sì che soltanto il giorno successivo al disastro

si cominciarono a organizzare i soccorsi. Il governo inviò

contingenti di soldati e mezzi per lo sgombero delle macerie e per

ristabilire i collegamenti tra le città che erano stati interrotti da

frane e smottamenti. I morti furono in molti casi tumulati in fosse

comuni per evitare che con il passare del tempo insorgessero epidemie.

Purtroppo la situazione internazionale, con la guerra ormai

alle porte, fece sì che già dalla fine del gennaio 1915 i soldati e i

mezzi furono richiamati in servizio.

Tra i comuni colpiti dal terremoto figura la città di Fiuggi, già

affermata stazione termale che, oltre ai danni alle persone e alle

abitazioni, rischiava ripercussioni sul flusso di turisti. Nei momenti

immediatamente successivi al sisma ci furono vari operatori che si

impegnarono attivamente per soccorrere la popolazione. A questi

la Giunta comunale rende merito:

17


La Giunta, considerato che nella luttuosa evenienza del disastro tellurico

del 13 corrente parecchi funzionari prestarono o lodevolissima

opera di salvataggio e di soccorso, o speciali servizi pubblici meritando

il plauso generale, a voti unanimi delibera di segnalare agli onorevoli

ministeri competenti l’opera stessa e di proporre quanto appresso:

1°- Che sia conferita la medaglia al valore civile ai due militi dell’arma

benemerita appuntato De Battistis Martino e carabinieri Cappellari Antonio

e alle guardie municipali Basili Angelo e De Santis Angelo Maria.

Costoro, appena informati che, a causa del movimento tellurico, era

crollata una casa nel nuovo quartiere, Fiuggi Fonte, travolgendo sei

persone, si recarono sul posto, e noncuranti del grave pericolo cui si

esponevano, si misero ad operare il salvataggio degli infelici sepolti

sotto le macerie. I detti agenti, guidati ed incoraggiati dall’esempio

dell’appuntato De Battistis veramente degno delle più alta ammirazione,

esposero parecchie volte la propria vita, lavorando in punti molto

pericolosi e sotto tronchi di muri crollanti.

2°- Che siano decretati encomi e gratificazioni all’Ispettore distrettuale

delle poste e dei telegrafi sig. Pasquale Matteucci, al Ricevitore e al

supplente di quest’ufficio di posta Signori Martini Alfredo e Speranza

Felice. Il primo per avere, con sollecitudine e con il più vivo interessamento,

ripristinato il servizio di trasporto delle corrispondenze postali

attraverso notevoli difficoltà specialmente a causa della mancanza di

vetture automobilistiche, requisite tutte dall’autorità politica del Circondario;

ai secondi per avere, sin dal mattino del 13, con ammirevole

abnegazione, disimpegnato servizio di posta, di telegrafo e di telefono,

non ostante che il fabbricato soprastante agli uffici presentasse molteplici

lesioni, fra cui qualcuna abbastanza grave.

[…] 3° - Che siano decretati gratificazioni ed encomi ai militari dell’Arma

benemerita […] per il lodevole servizio di pubblica sicurezza disimpegnato

sin dal primo giorno del disastro. Costoro, sotto la personale,

oculata ed abile direzione del maresciallo sig. Scorza, il quale fu veramente

infaticabile, hanno perlustrato il paese di notte e di giorno,

senz’alcuna interruzione, malgrado il tempo pessimo, il freddo intenso

e l’abbondante caduta della neve, con grandissimo beneficio della sicurezza

degli averi dei cittadini, che non potevano direttamente provvedere

alla relativa custodia perché tutti ricoverati nelle campagne 6 .

A soffrire i danni del terremoto fu anche la città di Veroli, la quale

dovette affrontare ingenti spese per riparare gli edifici danneggiati.

Somme che gravarono inevitabilmente sul bilancio e che il Ministero

dei Lavori Pubblici tardò a rimborsare. Per questo motivo il

6

ASCFiu, Registro delle deliberazioni della Giunta comunale, RB 05, oggetto n.

2 del 26 gennaio 1915.

18


ilancio 1915 faticò ad essere approvato:

Il Presidente dichiara di aver convocato d’urgenza il Consiglio affinché

con un deliberato dimostrativo e documentato, si scongiuri il Ministero

[dell’interno] a volere prestarsi, nel pubblico interesse, di riesaminare

nuovamente il bilancio in base alle nostre giustificazioni, ricordando

che questo Comune ha sofferto danni incalcolabili dal terremoto del 13

gennaio, per cui quasi due terzi di fabbricati di città, e molti di campagna,

furono semidistrutti, come distrutta è la chiesa cattedrale e vari

pubblici edifici, e, dopo circa un anno di studi, può bene il Genio civile

attestarlo.

Il ministero rispose alle sollecitazioni invitando ad alcuni tagli di

spesa e a giustificare alcune uscite. Relativamente al terremoto, il

Ministro scrive:

art.81. Spese in dipendenza del terremoto £ 4.000. Occorre che l’Amministrazione

faccia constatare degli aiuti e sussidi ottenuti da comitati

privati e delle spese complessivamente incontrate, producendo gli atti

relativi.

Il Consiglio replica:

art.81. L’Amministrazione, avvenuto il terremoto disastroso del 13 gennaio,

si trovò costretta di provvedere alle più urgenti necessità del

momento, non solo di requisire legnami e travi per cui si è chiesto il

rimborso al Ministero, ma anche al mantenimento di varie compagnie

di pompieri venuti da Velletri, Viterbo, Napoli, Civitavecchia e Torino

ed a quanto era indispensabile. Il Comune presentò al Ministero dei

lavori pubblici un rimborso di oltre £ 6.000 documentate, ma ancora

nulla si è avuto. È chiaro però che il detto Ministero escluderà le spese

di automobili, carrozze, ecc. per il personale militare e del Genio civile,

mantenimento pompieri, trasporti vari di materiali, di squadre di soccorso

ed altro. Bastiché il fondo fu assorbito di già con eccedenza, salvo

detrarre la somma che verrà rimborsata al Comune dall’eccellentissimo

Ministero dei lavori pubblici e che, malgrado le insistenze, non si è potuto

ancora precisare.

art. 31. La spesa per aumento di luce elettrica è giustificata dal fatto che

la popolazione si riversò, dopo il terremoto, fuori la città raggruppandosi

in varie contrade, ed il Comune per ogni numeroso aggruppamento

provvide ad impianti rudimentali e provvisori di energia elettrica 7 .

7

ASCVe, Registro delle deliberazioni del Consiglio comunale, reg. 2/24, oggetto

n. 39 del 19 ottobre 1915.

19


Per ironia della sorte, come vedremo più avanti, la ricostruzione

di Avezzano fu in parte dovuta alle penose conseguenze della

guerra.

2. La dichiarazione di guerra

L’Italia ha dichiarato la guerra all’Austria. L’anno millenovecentoquindici

addì ventidue del mese di Maggio alle ore 20 in Ferentino e nella

consueta sala delle adunanze, in seguito ad avvisi legalmente notificati,

si è adunato il Consiglio comunale sotto la presidenza del sig. avv.

Carlo Felice Scala, Sindaco ff. e coll’assistenza del Segretario capo sig.

dott. Angelo Gregori.

Fatto l’appello nominale risultano presenti i consiglieri sigg. 1) Bianchi

Giovanni Battista 2) Cellitti Cav. Giuseppe 3) Cirilli Ignazio 4) D’Ascani

dott. Giovanni Battista 5) De Castris Luigi 6) Di Torrice Giuseppe 7)

Giorgi Candido 8) Giorgi Sebastiano 9) Incelli Antonio 10) Podagrosi

Giacomo 11) Podagrosi Giovanni 12) Pompeo Attilio 13) Pompeo

Augusto 14) Pompeo Francesco 15) Pro Umberto 16) Rocchetti Avv.

Erminio 17) Roffi Isabelli Alfonso 18) Rossi prof. Ubaldo 19) Scala Avv.

Carlo Felice 20) Scala Giuseppe. In numero venti. Il sig. Presidente ha

dichiarato aperta la seduta, visto, che il numero dei presenti è legale a

poter deliberare per essere l’adunanza in seconda convocazione.

Si nota nell’aula un’insolita animazione e dalla sottostante Piazza del

Municipio si odono le grida di mille e mille persone inneggianti alla

guerra contro l’Austria, acclamanti il Re, la Regina, l’esercito, l’Italia

nostra.

Il Presidente prende la parola, ascoltato con religioso silenzio, spesso

interrotto da unanimi applausi. In questa radiosa vigilia, egli dice, in

cui l’anima vibrante di tutto il Popolo italiano, come rinnovellata in

una mirabile fusione, auspica il giorno in cui sarà tradotto in realtà,

in una fulgida ed intangibile realtà, il sogno non mai sopito dei suoi

grandi pensatori martiri ed eroi, in questa radiosa vigilia, consentite,

onorevoli colleghi, che fatto interprete dei sentimenti di tutta la cittadinanza,

anch’io porga ora l’animo fremente di entusiasmo, il purissimo

fiore augurale sull’Altare sacro della Patria. E raccogliendo nella mia

sola voce le mille e mille dei miei concittadini faccia sì che, anche dalla

piccola, ma vetusta Ferentino, che pur segnò nella storia una pagina di

sangue e di eroismo, immortalata nei ruderi sacri che dicono ai posteri

la sua grandezza di un giorno, da questa piccola ma forte e gloriosa

Città giunga ai grandi centri popolosi d’Italia, attraverso l’aere puro

della nuova rinascenza, una voce conclamante, nella grave ora che

volge, la unità degl’intenti, la solidarietà degli spiriti, un grido patriottico

di entusiasmo, di slancio e di abnegazione.

20


E perché questo grido più solenne erompa nel plauso impetuoso che

dovrà significare la fierezza dei nostri cittadini, io sottopongo alla vostra

sanzione le parole che noi indirizzeremo domani, o quando le sorti

della Patria saranno finalmente definitivamente affidate all’antico valore

del Soldato italiano.

Cittadini!

L’Italia ha dichiarato la guerra all’Austria, secolare nemica ingoiatrice

delle energie di nostra razza, all’Austria che, balbettando, apprendemmo

ad odiare e di odio maturammo le tenere carni nel latte e nel pane

fatti sangue; all’Austria che in ogni tempo soffocò col capestro o sulla

forca gli strazi ribelli dei nostri padri e, contaminando, disseminò le più

belle contrade d’Italia di martiri inauditi e di sangue.

Oggi è giorno sacro alla vendetta! Nessuno manchi all’appello che la

Maestà del Re Vittorio Emanuele III, severo e tenace assertore di tutte

le tradizioni di tutte le glorie d’Italia, lancia al popolo suo: non voi,

giovani baldi e fieri, che da tutti i campi delle attività sociali vi stringete

in fascio attorno al sacro orifiamma della Patria, palpitante alla Vittoria;

non voi vecchi che ostentate con orgoglio nelle membra consunte

il solco dell’intera barbarie; non voi donne che, memori delle madri di

Roma, siete pronte ad offrire sull’ara della Patria il frutto delle vostre

viscere, il pegno dei vostri più sacri affetti.

Oggi è giorno sacro alla vendetta! Tutto il popolo d’Italia insorga come

uomo gigante che un unico palpito, un unico pensiero, un’unica azione

lanci alla riscossa.

Sulla gran piazza di Trento italiana, la fronte verso Trieste Italiana, la

figura severa e pensosa dell’Alighieri attende, in vetta dell’Alpe bianca

il nume d’Italia Garibaldi avvolto nel manto rosso, la rossa capelliera al

vento, grida a tutti i monti d’Italia, a tutti i caduti delle cento battaglie

italiche che scoprano i muti avelli ed assistano propiziatori alle apoteosi

della IV Italia, sui mari nostri trascorre rapida ansimante l’ombra

di Duilio in cerca delle sue triremi vittoriose, che il genio dei nepoti

trasformò in ferrigni colossi del mare, tetragoni come la volontà della

vittoria.

Cittadini! In alto i cuori: la Vittoria sorride e avvolge nelle grandi ali le

cause sante e giuste; e causa santa e giusta è questa che ci trascina

ad abbattere per sempre l’odiata nemica, l’Austria.

Ed ora all’opera!

Donne d’Italia, liberate al vento tutti i vostri baci, liberate al vento tutte

le vostre carezze, liberate al vento tutta l’eterna poesia e l’orgoglio

dei vostri affetti, ed il vento li adduca in rapina sul campo dell’onore

nazionale, ove i figli d’Italia, il petto e la fronte di acciaio al nemico, il

cuore alle tenere sembianze domestiche muoiano in letizia per la grandezza

dell’Italia una. Viva il Re! Viva l’Italia!!!

Le elevate vibranti espressioni del Presidente suscitano un uragano di

approvazioni.

21


L’assessore sig. prof. Rossi Ubaldo a nome dei volontari ciclisti del Comune

dei quali è maestro e duce, ben augurando al nostro Esercito di

terra e di mare esalta la forza e l’ardimento, arca sicura della Vittoria

finale contro la follia espansionista degli imperi d’Austria e di Germania.

Il Consigliere cav. Giuseppe Cellitti è entusiasta della Guerra che chiama

santa, perché non voluta, ma dovuta per la redenzione dei nostri

fratelli oggi più che mai torturati nel corpo e nello spirito dall’odio

satanico degli Austriaci: manda un cordiale lusinghiero saluto a tutti i

partenti pel teatro della guerra, specialmente ai nostri concittadini, al

sindaco avv. Roffi Isabelli Pio, al segretario capo dott. Angelo Gregori

con l’augurio siano per tornare in un tempo relativamente breve coperti

di gloria e di onore.

Il consigliere avv. Erminio Rocchetti con frasi commoventi fa un pietoso

quadro delle barbarie impunemente commesse dagli Imperi centrali

contro inermi popolazioni con sevizie inaudite di vecchi, donne

e bambini. Racconta come in tram a Roma ebbe a constatare che ad

una formosa bambina del Belgio avevano i tedeschi tagliate le mani,

obbligandola a nascondere con veli i moncherini!

Conclude inneggiando alla guerra per la rivendicazione dei diritti

dell’umanità conculcata, pel ricupero del patrio suolo e facendo appello

alla concordia cittadina, propone la costituzione di un comitato civile

per soccorrere le famiglie dei militari richiamati alle armi.

Il Presidente assicura l’avv. Rocchetti che di già la Giunta municipale

ebbe ad interessarsi della bisogna. Fra le acclamazioni del pubblico

plaudente alla guerra santa contro il militarismo teutonico che con

barbarie senza precedenti, sprezzante di ogni buon diritto civile sta

facendo dell’Europa un immenso campo di dolore e di morte, si toglie

la seduta per lo storico avvenimento del distacco dell’Italia dall’ibrido

connubio con l’Austria.

Letto, confermato e sottoscritto.

Il Presidente ecc. 8

3. L’industria bellica della Valle del Sacco

Insieme all’agricoltura le fabbriche, nelle quali erano impiegati

molte donne e molti bambini, rappresentavano una fonte di sostentamento

di non poco conto.

L’intera zona del Frusinate, con l’abbondanza di acqua e di bo-

8

ASCFe, 1915, Registro delle deliberazioni del Consiglio comunale n.19, oggetto

n. 14 bis, del 22 maggio 1915.

22


Veroli, ??????????????????

schi e quindi di carbone, era stata sempre territorio adatto per

l’installazione di stabilimenti industriali. La Valle del Liri, per le sue

caratteristiche ambientali e i suoi impianti idroelettrici era diventata

un importante sostegno all’industria elettrica del paese; aveva

visto fiorire sin dal XVI secolo le cartiere, su tutte la cartiera del

Fibreno 9 , prima in Italia, ad utilizzare la macchina continua da carta

(macchina “senza fine”).

9

Chiusa nel 1888, fu acquistata nel 1907 dalla Società delle cartiere meridionali.

23


La Valle del Sacco, per gli stessi motivi idrogeologici, a cavallo tra

XIX e XX secolo, ebbe un notevole sviluppo industriale, prima con la

nascita di stabilimenti adibiti alla trasformazione dei prodotti agricoli

(tabacco, canapa e canna da zucchero) e in un secondo momento

con la repentina crescita dell’industria militare e chimica 10 .

3.1 La città fabbrica di Colleferro

Nell’imminenza della guerra il Governo italiano ebbe la necessità

di creare un sito industriale, per la produzione di polveri da sparo

che, lontano dai confini nemici, in caso di guerra, avrebbe reso

l’Italia in grado di affrontarla.

Affidò il progetto a Leopoldo Parodi Delfino e Giovanni Bombrini,

non solo per le loro competenze industriali ma anche per le loro

capacità finanziarie. Parodi individuò il luogo adatto in Ciociaria,

nello stabilimento dello zuccherificio Valsacco, ormai in disuso, che

aveva le caratteristiche necessarie a garantire il perfetto funzionamento

della nuova fabbrica:

Egli rilevò che la zona circostante alla stazione di Segni-Paliano o Segni

Scalo, oltre a rispondere alle qualità di carattere geografico generiche,

aveva nei monti Lepini una difesa naturale verso sud e sud-ovest

e cioè verso il mare. Inoltre presentava anche due singolari vantaggi:

esistevano già le concessioni per la presa d’acqua dal fiume Sacco e

per il raccordo ferroviario con la stazione, concessione già a suo tempo

ottenute e sfruttate dallo zuccherificio Valsacco 11 .

Acquistati i primi 34 ettari di terreno, nel 1911 fu costituita la Società

Bombrini Parodi Delfino (BDP) che, per avviare la produzione,

doveva assumere tecnici esperti nel settore chimico industriale. I

dirigenti della fabbrica Sipe di Avigliana 12 consigliarono di contattare

personale qualificato, che aveva già prestato servizio presso il loro

stabilimento e che si era trasferito successivamente in Messico 13 .

10

D. Felisini, L’eredità dell’Ottocento, in L. Barozzi, Storia del Lazio rurale, Arsial,

Iea, Roma, 2008, p. 69.

11

A. Colajacomo, La storia di Colleferro.

12

Acronimo di Società Italiana Prodotti Esplodenti.

13

Alcune famiglie rientrarono in Italia; tra queste anche quella di Giovanni Girardi,

il quale morirà nell’esplosione del reparto tritolo avvenuta nello stabilimento

il 7 febbraio 1929. Cfr. Il racconto dei primi pionieri, http://www.leggendaurbana.

it/la-testimonianza-dei-primi-pionieri/.

24


Per Colleferro e l’intero territorio l’insediamento della fabbrica

chimica risultò allora una grande opportunità di sviluppo grazie anche

alla iniziativa di Parodi che volle, accanto al sito industriale, creare

un nucleo abitativo, dotato dei servizi indispensabili, conosciuto

come “Villaggio BPD”, per dare alloggio alle famiglie degli operai,

molte delle quali venivano dal Nord e specialmente dal Piemonte.

L’idea dell’imprenditore Parodi, considerando anche quanto avveniva

già in altri paesi, era di proporre una nuova forma di organizzazione

della produzione basata sulla convinzione che il soddisfacimento

dei bisogni degli operai avrebbe portato al miglioramento

dell’efficienza produttiva.

La BPD incise, qualunque siano state le motivazioni, in modo

molto forte sul tessuto sociale e economico del territorio, cambiandone

il volto e determinandone il successivo sviluppo.

3.2 I protagonisti

Leopoldo Parodi Delfino (Milano 1875-Arcinazzo 1945) 14

La famiglia di Leopoldo gestiva una stabilimento tessile a Cinisello

Balsamo e una tenuta agricola a Reggio Emilia, possedeva

ville, terre e distillerie di liquori in Piemonte.

Il benessere economico della famiglia permise a Leopoldo di formarsi

all’estero; studiò chimica industriale al Politecnico federale

di Zurigo e si perfezionò successivamente nelle università

di Lipsia e Breslavia; una scelta, questa, che gli permise di intraprendere

una solida e duratura carriera in campo industriale

in Italia e all’estero. Tornato in Italia, avviò la Società fabbrica

nazionale alcoli Leopoldo Parodi Delfino, con sede a Milano e

stabilimento a Savona.

Tra il 1904 e il 1905 fondò la Società anonima distilleria nazionale

per l’alcol da melasso e la Società distillerie italiane che rilevò

più di 20 stabilimenti in tutta Italia. Entrò come amministratore

delegato degli stabilimenti Florio di Marsala.

A partire dal 1912 la sua attenzione e attività fu concentrata nel

campo industriale.

Insieme a Giovanni Bombrini, figlio di Carlo, fondatore della

Banca nazionale (poi Banca d’Italia), diede vita alla grande

14

Dizionario biografico, Treccani.

25


impresa Bombrini Parodi Delfino (BPD), con sede a Colleferro

(Roma), destinata a diventare uno dei colossi industriali della

chimica italiana.

Negli anni della riconversione bellica, dal 1918 al 1921, sviluppò

un’attività industriale incessante: fu presidente della Società

italiana per la produzione della calce e delle cementi di Segni,

vicepresidente della Soie de Chantillon, società del gruppo Snia

per la produzione della seta artificiale, fondò nello stesso periodo

la Società mediterranea di elettricità e, su invito dei ministeri,

della Marina e degli Esteri, rilevò in Albania la Societè des

mines di Selenitza per lo sfruttamento delle miniere bituminose.

Nel 1919 assunse anche la conduzione della Società anonima

italiana delle opere pubbliche e imprese industriali che doveva

portare a termine la costruzione dell’Acquedotto pugliese iniziata

nel 1906, ma subito rallentata da controversie con l’amministrazione

centrale dei Lavori pubblici.

Nel 1921 partecipò, in qualità di amministratore unico della BPD,

alla creazione a Genova della Compagnia italiana dell’Equatore

(CIDE) che aveva lo scopo di sfruttare in quel Paese ancora

vergine, ma estremamente ricco di oro e petrolio, le risorse naturali.

Ancora nel 1937 Parodi Delfino aprì nuovi impianti per la produzione

di leganti idraulici a Vibo Valentia e a Castellammare di

Stabia; lo stesso anno, come riconoscimento della sua attività

imprenditoriale, in Italia e all’estero, fu nominato Cavaliere del

lavoro.

Nel 1932 si iscrisse al Partito nazionale fascista (PNF) e entrò

nella Federazione nazionale fascista degli industriali chimici; nel

1939 fu nominato senatore del Regno, ricoprendo la carica di

membro della Commissione finanze nel triennio1940-1943.

Il 7 agosto 1944 l’Alta Corte propose la decadenza di Parodi

Delfino dalla carica di senatore con l’imputazione «di aver mantenuto

il fascismo e resa possibile la guerra sia con i loro voti

sia con azioni individuali, tra cui la propaganda esercitata fuori e

dentro il Senato» 15 . La difesa di Leopoldo Parodi Delfino di fronte

all’Alta Corte fu tutta incentrata sull’attività industriale da lui

15

Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, 29 luglio 1944, n. 41.

26


svolta a partire dal 1902, sottolineando come nessuna delle sue

aziende avesse tratto profitto dalla carica di senatore rivestita

sotto il regime e pose l’attenzione sulle «opere sociali attuate in

tutti gli stabilimenti creati nei 40 anni della sua tenace operosità

[…] dando vita e sviluppo alle istituzioni dirette a elevare le

condizioni di vita dei lavoratori».

Leopoldo Parodi Delfino morì il 3 novembre 1945 nella sua villa

di Arcinazzo.

A seguito dell’esplosione del reparto tritolo della BPD nel 1929,

nella fabbrica morì Giovanni Girardi, uno dei primi impiegati rientrati

appositamente dal Messico; il senatore Parodi, volle essere

il tutore dei figli minorenni sino al raggiungimento della

maggiore età.

Giovanni Bombrini (Genova 1838 - Isola del Cantone-GE 1924)

A 18 anni, Giovanni Bombrini si avviò alla carriera militare; come

ufficiale di artiglieria, partecipò alle guerre del 1859 e 1866.

Alla morte del padre Carlo (direttore della Banca nazionale),

avendo rilevato la Società G. Ansaldo e C., si dedicò all’attività

imprenditoriale nel settore industriale.

Durante il primo ventennio del XX secolo l’Ansaldo aveva raggiunto,

favorita dalla situazione bellica, e dall’entrata nella Società

di F. M. Perrone, una completa autonomia produttiva nel

campo siderurgico e in quello degli armamenti, meccanico e

marittimo, sottraendo di fatto l’industria navale italiana alla pesante

concorrenza straniera.

Bombrini seppe dare all’Italia uno dei più grandi cantieri navali

da guerra del mondo, che forniva navi non solo alla nostra marina,

ma anche a quelle sud-americane e giapponesi.

Con Leopoldo Parodi Delfino fondò nel 1912 la società B.P.D. per

la produzione di sostanze chimiche ed esplosive a uso industriale

e militare. Si occupò di appalti di lavori pubblici, in particolare

dell’impresa della costruzione dell’acquedotto pugliese, impegnandovi

per lunghi anni tutte le sue energie morali e materiali.

Nello stesso territorio, avvalendosi dei primi interventi speciali a

favore di quelle regioni voluti da Giolitti, finanziò la costruzione

delle Ferrovie del Salento, destinate a collegare i principali centri

del Salento con le linee delle Ferrovie meridionali.

A riconoscimento dei suoi meriti, egli era stato nominato senato-

27


e il 4 dicembre 1890; per le sue benemerenze verso l’industria

italiana fu tra i primissimi ad essere insignito dell’onorificenza di

Cavaliere del Lavoro.

Giovanni Bombrini morì il 13 febbraio 1924 a Isola del Cantone

(Genova).

Una fonte inedita: i Diari di Leonardo Paterna Baldizzi

Presso l’Accademia nazionale dei Lincei sono conservati 24 diari

dell’architetto e docente universitario Leonardo Paterna Baldizzi

(Palermo 1868 - Roma 1942).

Ricoprì diversi incarichi istituzionali tra cui quello di Ispettore sia

ai monumenti che alle scuole del Ministero della pubblica istruzione,

soprattutto per il Centro e il Sud. In questa veste visitò

moltissimi paesi del territorio riportando, nei disegni e nei testi

dei suoi diari, impressioni dei luoghi visitati che in parte non

esistono neppure più o sono stati ricostruiti ex novo.

Nel 1919 si reca ad Avezzano per una ispezione alla scuola locale

e rimane colpito dalle evidenti conseguenze del terremoto

del 1915.

Così la descrive:

Povera città, nulla più esiste di essa nemmeno gli abitanti morti quasi

tutti (quasi il 90%) ora un po’ di ebrei speculano ???????? sulla morte

e sulla sventura e fanno incoscientemente risorgere Avezzano vicino

alla stazione. Non ho voluto trarre nessuna impressione delle rovine

che si elevano solo a un metro e qualche cosa in più dal suolo stradale

ora sgombrato. Ancora scavano ed oggi fermandomi vicino ad un

gruppo di sterratori abbiamo visto le pagine di un libro. Un libro francese

antico, illustrato con iniziali xilografiche… 16 .

Alla pagina successiva riproduce le rovine del Castello Orsini e le

campane di S. Bartolomeo (già Duomo di Avezzano).

E ancora nel 1924 riproduce nel suo diario quanto resta della

Chiesa di S. Ilario a Monterotondo anch’essa rasa la suolo dal

terribile sisma 17 .

16

Leonardo Paterna Baldizzi, diario 17, p. 68.

17

Leonardo Paterna Baldizzi, diario 20, p. 85.

28


I 24 diari di Leonardo Paterna Baldizzi coprono l’arco cronologico

1895-1942, dalla fine del secolo scorso quindi, fino alla seconda

guerra mondiale. L’architetto annota quasi giornalmente non

solo episodi della sua vita personale, professionale e artistica,

ma anche eventi storici, manifestazioni artistiche locali, nazionali

e internazionali. Apre i diari con una minuziosa ricostruzione

della sua vita militare, iniziata a Roma nel 1894, per continuare

poi con la sua attività di ispettore al Foro romano e presso diversi

Uffici regionali per la conservazione dei monumenti, quindi

al suo ruolo di professore di disegno artistico all’Università di

Napoli.

Nei suoi diari si ritrovano riportate architetture, rilievi, paesaggi,

arredi, decorazioni d’interni, pergamene, fiori e animali documentati

anche nelle altre serie dell’archivio. Disegni a matita, a

penna o acquerelli colorati raccontano la perizia della sua professionalità,

la curiosità per i dettagli e particolari, la passione

per il bello e per la natura, l’affetto per Raffaele Giovagnoli e

l’amore per la figlia di questi, Enrica, sua moglie e ispiratrice,

presente quasi in ogni pagina dei diari; non a caso, a testimoniare

questo forte legame, tappa costante di ritorno dai suoi

viaggi, dalle passeggiate o gite, è la casa Giovagnoli a Monterotondo.

I fatti, gli eventi, gli incontri sono documentati con lunghi

racconti e con ritagli di giornali. Non mancano le note sulle

amicizie, sui concorsi, sugli incarichi privati, sui riconoscimento

ottenuti. Uno spaccato di vita lungo quarant’anni in cui le vicende

italiane, europee e mondiali (nel XVI e XVII e ne XX diario

molti testi si riferiscono alla I guerra mondiale), si intrecciano e

fanno da sfondo ad un’autobiografia molto originale.

La battaglia con le armi chimiche di Monte San Michele

Nella zona del Carso isontino 18 , sul Monte S. Michele, gli uomini

dell’esercito austro-ungarico utilizzarono per la prima volta

bombe chimiche contro l’esercito italiano. Furono preparate e

interrate migliaia di bombole con cloro e fosgene che avrebbero

rilasciato il loro contenuto sulle trincee nemiche. All’alba del

18

Cfr. il paragrafo dedicato ai luoghi.

29


29 giugno del 1916 il gas letale fu liberato. Per la mancanza di

vento la nube tossica non riuscì a penetrare oltre la prima linea

italiana e alla fine l’attacco venne respinto dalle artiglierie e dai

reparti italiani avanzati dalle retrovie. La stessa nube, a causa

del cambiamento di vento ritornò indietro colpendo l’esercito

austriaco.

Il Vallone di Doberdò che ci deve fare arrivare a Monfalcone è

un succedersi di cimiteri fra gli altri il celebre della nube di gas

asfissiante che dopo aver fatto strage di migliaia di nostri, con

divino atto di giustizia ripiegava verso il nemico facendone strage

19 .

A causa della mancanza di adeguate maschere antigas, nonostante

la vittoria, le perdite furono comunque pesantissime.

Persero la vita sul campo circa soldati 2000 italiani e molti altri,

oltre 6000, perirono successivamente per le gravi intossicazioni.

Sono una creatura 20 di Giuseppe Ungaretti

Come questa pietra

del S. Michele

così fredda

così dura

così prosciugata

così refrattaria

così totalmente

disanimata

Come questa pietra

è il mio pianto

che non si vede

La morte

si sconta

vivendo.

19

Leonardo Paterna Baldizzi, diario 19, p. 4.

20

G. Ungaretti, Vita d’un uomo, 106 poesie 1914-1960, Mondadori, Milano,

1906.

30


Il Cimitero degli asfissiati dal diario di Leonardo Paterna Baldizzi 21

Poggio Terzarmata [Sagrado (GO)], 4 luglio 1932.

Gli austriaci barbaramente lanciarono i loro gas sulle falde del contrastato

S. Michele, il 29 giugno 1916. Circa 6000 uomini con 700 ufficiali

circa trovarono la morte, e con essi molti amici. Un cimitero – ben tenuto

– precede questo immenso, lì altri austriaci sono religiosamente

seppelliti. Qui, in questo luogo sacro doppiamente all’eroismo e al sacrificio

si sono dovute murare le grandi celle dove le lignee casse sono

sovrapposte una all’altra e di parecchie non si sa il nome dell’eroe che

custodiscono. Un vecchio ne custodisce il recinto e comincia a ornarlo

di piante da fiori, egli ci indicava i cippi soprastanti alle fosse comuni.

Qui come in tutte le colline carsiche emerge fra le piante una soffice

eterea piuma rossa fiore di una pianta che pare abbia sviluppate le

radici nel sangue vermiglio dai nostri versato. La terra stessa ne è

ancora impregnata; così la nostra immaginativa vuol spiegare il rosso

colore del sangue a grumi che questa terra richiama agli occhi nostri.

Tra il 1921 e il 1923, e spesso negli anni seguenti, Leonardo Paterna

Baldizzi sentì il desiderio di tornare sui luoghi della guerra,

come un pellegrinaggio e li descrisse a distanza di tempo

riportando anche impressioni e ricordi dei momenti cruciali. Così

illustrava Monte S. Michele sul Carso:

Dal Podgora ci siamo avanzati, sempre in auto, sino a Salone, e l’Isonzo

già insanguinato dal vermiglio sangue dei nostri fratelli, ci è stato

sempre vicino […]

Ricoveri, in galleria o blindati, cavalli di frisio, reticolati, frammenti, e

buche e fabbriche dirute lungo la via. Cimiteri, dalle mille croci, e dai

segni di cemento, si alternano alle coltivazioni giovani, perché ieri, quì,

come in tutto il Carso, maledetto dalla natura e dal nemico, e redento

e benedetto dal sangue giovane dei nostri eroi, ieri quì tutto era distrutto

ed arso e tutto ora risorge a nuova vita vigorosa, gagliarda, fra

le lacrime delle vedove e delle madri che vengono a riesumare le ossa

degli esseri amati 22 .

21

Leonardo Paterna Baldizzi, diario 22, p. 8.

22

Leonardo Paterna Baldizzi, diario 19, p. 4.

31


4. I luoghi e le condizioni del fronte italiano

Dai loro campi, per molti unico orizzonte della vita, in migliaia

vennero scaraventati a centinaia di chilometri lontano dalle loro

case e dalla loro quotidianità; si ritrovarono in luoghi sconosciuti,

tra gente sconosciuta; erano tutti italiani ma spesso non riuscivano

neanche a capirsi. Partirono con l’illusione di tornare presto

alle loro incombenze e ai loro affetti, ma quasi subito fu chiaro che

il conflitto sarebbe stato lungo e che a lungo sarebbero rimasti

nell’asprezza di quei luoghi sconosciuti.

4.1 Le Dolomiti

Montagne incastonate tra il Trentino, l’Alto Adige, il Veneto e il

Friuli Venezia Giulia si trovavano per buona parte all’interno dell’Impero

asburgico ma molto vicine al confine con il Regno d’Italia.

Così, il Cadore e la linea delle Dolomiti bellunesi si trasformarono

in un campo di battaglia. Il Massiccio delle Tofane, il Lagazuoi, il Col

di Lana, il Monte Piana e le Tre Cime di Lavaredo furono il teatro

delle sanguinose battaglie che si combatterono sulle loro cime per

difendere il confine.

Leonardo Paterna Baldizzi, destinato al contingente della fortificazione

di Col Sant’Anna (Venas di Cadore), così descrive il territorio

23 :

Col Sant’Anna, Col Piccolino, Col Mao è tutta una serie di colline che

domina la vallata del Boite e la strada di Alemagna – la Nazionale –

che, dopo 16 Km circa porta a Cortina d’Ampezzo oramai italiana, e a

12 Km all’antica linea di divisione politica della nostra Italia e dell’Austria.

San Vito è l’ultimo comune formato da varie frazioni – Vallesella

sede del Municipio, Costa, Resinego, Chiapuzza e Serdes. Il confine

politico scende dal Monte Arapis (3205) a (1116) nella Valle del Boite

e risale alla Rocchetta (2495) per ridiscendere dopo il Montezonia nella

Valle del Cordevole.

Questa collina dove io vivo, a 1355 m., si precipita con un fitto bosco

verso ponente nella Valle del Ruvinian, – un torrente che si forma al

Nord sulle propaggini dell’Antelao (3263) a m. 2090, e va a gettarsi

nel Boite, che a sua volta, a Perarolo, si getta nel fiume Piave – e da

questo lato difende con la sua batteria da 75 A, da me comandata,

23

Leonardo Paterna Baldizzi, diario 16, p. 36.

32


tutta la serie di colline che stanno davanti, tutta la serie di paesetti che

costeggiano e interrompono la via Nazionale: Pejo, Vinigo, Vodo e più

avanti nascosti da colline Cancia, Borca, Villanova, S. Vito. Veramente

l’efficienza della mia batteria arriva con granate torpedini sino a Km

54, a shrapnel sino a 58 km (carica massima).

Alla protezione di S. Vito e della linea di divisione politica pensa invece

il forte da noi appoggiato: Pian dell’Antro. Qui 4 installazioni son

cannoni 149 A, in cupola, tipo Schneider, con pozzi […] ricavati in una

massa di calcestruzzo, costituiscono l’opera di difesa più moderna che

l’artiglieria da F. conosce. I pezzi hanno per gittata massima a granate

torp. m 11800, a shrapnel 12.00. Opere accessorie e cannoni da 75 in

candeliere completano la potenzialità del Forte. Dalla fine di maggio

questa Fortezza Cadore-Maè era stata dichiarata in resistenza e quindi

anche noi abbiamo dovuto vigilare sull’avanzata delle truppe mobili

che avevano, queste batterie per prima difesa in una possibile ritirata

che per fortuna d’Italia non fu necessaria.

4.2 Il Carso isontino

Altopiano pietroso tra l’Isonzo e il confine sloveno, che da Gorizia

scende fino all’attuale provincia di Trieste, divenne il fronte principale

nella guerra tra l’esercito italiano e quello austro-ungarico:

lungo l’Isonzo si combatterono ben dodici battaglie prima della disfatta

di Caporetto nell’ottobre del 1917.

I monti San Michele, Calvario o Podgora, Monte Nero, Sabotino,

e sono solo alcuni, rievocano durissime immagini.

Dall’estate del 1915 all’autunno del 1917 i contingenti di entrambi

gli schieramenti vissero su queste montagne, anche a 3000

metri di altezza, d’inverno spazzate dalla bora e coperte di neve.

Furono costruite fortificazioni, gallerie, trincee lunghe chilometri

e chilometri, divenute la casa dei fanti di prima linea. Questi fossati,

larghi e profondi circa 2 metri, recintati da filo spinato, erano

anche depositi di munizioni e di rifornimenti, protetti con sacchi di

terra o ghiaia e dotati di fessure per l’osservazione e per il tiro. Le

condizioni nelle trincee erano davvero terribili; il freddo invernale, il

caldo estivo, il fango quando pioveva, tutto aggravato dalla scarsità

di cibo e dalla inadeguatezza di equipaggiamenti e dotazioni.

Così scrive Margherita del Nero di Veroli al marito, quando ormai

il Governo non può più mistificare l’andamento della guerra e le

reali condizioni dei soldati:

Una cosa poi ti dico e facci la prova, giacché tutti mi hanno consigliato

33


di fartelo sapere, è questa: la mattina prima di uscire involtati i piedi

con un pezzo di giornale e poi ficcati le scarpe, dicono che i piedi si

mantengono caldi tutto il giorno.

A tutto questo si aggiungeva la paura degli assalti improvvisi dei

nemici e paradossalmente del fuoco amico. Le guerre e le battaglie

del secolo precedente, ma anche la più recente guerra libica, si erano

svolte in territori del tutto differenti, con dotazioni militari adatte

a quei campi di battaglia. Sui monti ora mancavano alle batterie

italiane le mitragliatrici e soprattutto la possibilità di usare con precisione

quelle esistenti; mancava ancora, dopo due anni al fronte,

l’adeguamento dei calcoli del tiro da utilizzare in montagna dove il

dislivello tra trincea e bersaglio erano completamente diversi.

[...] potei facilmente determinare le cause dei disastri provocati dal

tiro delle nostre artiglierie, che veniva, spesso, per fatali inevitabili

errori di calcolo, centrato sulle nostre difese, anziché su quelle dell’avversario

[...] 24 .

Così racconta il matematico Mauro Picone chiamato nel 1916 a

compilare le nuove tavola da tiro che permettessero all’artiglieria

italiana di sferrare con precisione le offensive contro il nemico in

montagna senza le conseguenze del maledetto fuoco amico. Picone

è un esempio di quanto l’impegno degli scienziati nel conflitto

– matematici, chimici, fisici – abbia avuto un ruolo rilevante nella

scoperta di nuove tecnologie e per il progresso scientifico.

5. I nuovi compiti delle amministrazioni comunali

La Grande guerra e i suoi effetti hanno avuto ripercussioni su

tutto il territorio italiano, anche sulle piccole cittadine che pure erano

lontane dalle linee del fronte.

Tutte le popolazioni, quasi tutte le famiglie hanno pagato un contributo

molto oneroso, non solo in termini di morti, feriti, mutilati

ma anche con privazioni, sofferenze e difficoltà di sostentamento.

Tutte le amministrazioni, dalle grandi città ai più piccoli comuni,

si sono trovate ad affrontare questioni mai affrontate prima da

gestire con una diminuita quantità di impiegati – a causa della mo-

24

M. Picone, La mia vita, tipografia Bardi, Roma, 1972, p. 7.

34


ilitazione – e minori risorse finanziarie scemate per la grave crisi

economica e l’aumento dei prezzi.

L’esame della documentazione di diversi comuni mette in evidenza

la carenza, la saltuarietà, a volte l’assenza di documentazione

di questo periodo probabilmente conseguenza dell’ampliamento

di compiti, di mancanza di personale, di confusione che hanno portato

a un non corretto funzionamento amministrativo e burocratico.

Pur nella lacunosità di testimonianze, la ricerca negli archivi dei

comuni della Valle del Sacco ha evidenziato nuclei di documentazione

a partire dal 1915, quando i municipi dovettero per forza di

cose fronteggiare e regolare le nuove e urgenti necessità provocate

dall’evento bellico, in modo particolare l’assistenza alle famiglie dei

richiamati, la mancanza della forza lavorativa maschile soprattutto

nel settore agricolo, l’aumento dei prezzi (soprattutto del pane che

scatenò non poche sommosse) e quindi il controllo del calmiere, la

tutela dei bambini, le questioni relative alla mobilitazione, alla leva,

alle licenze, alle diserzioni, agli approvvigionamenti.

5.1 La tutela dell’infanzia

L’assistenza all’infanzia era uno dei compiti più sentiti da ogni

amministrazione, e tanto più dai comuni dei territori di cui ci occupiamo

che stavano già affrontando il problema degli orfani del

terremoto di gennaio 25 .

La mancanza di una famiglia strutturata, con la partenza del

capofamiglia, spinge le istituzioni e le opere di assistenza e beneficenza

a intervenire per la tutela di bambini e ragazzi sentita come

riconoscenza e gratitudine per il sacrificio dei padri 26 . Il circondario

di Frosinone risulta essere uno dei più generosi nel destinare risorse

economiche all’istruzione dei ragazzi.

Già dalla primavera del 1915, in quasi tutti i comuni si costituiscono

i Comitati di mobilitazione civile che, sotto il controllo delle

prefetture, avevano il compito di assistenza a tutta le famiglie dei

25

Archivio storico del Comune di Ceccano, Manifesto del Comitato di vigilanza

dell’opera di patronato “Regina Elena” sulla “Tutela degli orfani nei paesi devastati

dal terremoto”.

26

Commissariato generale per l’assistenza civile e la propaganda interna, Notizie

sull’Assistenza civile in Italia nel 2° anno di guerra dal 1° luglio 1916 al 30

giugno 1917, Tipografia nazionale di G. Bertero, Roma 1919.

35


ichiamati (donne, bambini, anziani), di provvedere all’igiene e alla

salute pubblica, di coordinare la ripartizione dei sussidi, di destinare

gli approvvigionamenti.

L’istituzione di questi comitati era richiesta da Roma con circolare

prefettizia del 31 maggio 1915 che sollecitava la costituzione dei

Roma, 8 febbraio 1917. Telegramma

del Provveditore

agli Studi con il quale si invita

l’amministrazione comunale

ad acquistare, per

gli alunni delle scuole elementari,

le copie del giornaletto

“Il Piccolissimo”, utile

alla propaganda patriottica

(ASCAl, 1917, 4.16.5, b.

269, fasc. 2207).

Frosinone, 23 maggio 1916.

Telegramma del Sottoprefetto

di Frosinone con il

quale invita il Sindaco ad

accordarsi con le autorità

scolastiche perché gli alunni

partecipino alle eventuali

manifestazioni per l’anniversario

dell’entrata in

guerra (ASCAn, 1916, b.

202, cat. VIII, cl. 2, fasc.

5).

36


Comitati di mobilitazione civile:

Ad integrare il mirabile slancio di concordia nazionale, del quale il nostro

paese dà ora così splendida prova, è d’uopo sorga in ogni Comune

un Comitato di tutte le forze locali per venire in aiuto alle famiglie dei

Roma, ottobre 1917. Circolare del Prefetto di Roma ai Sindaci

con la quale si invita all’istituzione di campicelli scolastici

in cui gli alunni potrebbero coltivare piselli, patate e fagioli

come piccolo contributo alla causa della Patria (ASCAn,

1917, b. 247, cat. IX, cl. 2, fasc. 9).

37


combattenti per la Patria. Già S.E. il presidente del Consiglio e deputati

ha manifestato il suo desiderio che in nessun Comune del Regno

manchi tale Comitato, perché, nell’ora storica, che sta attraversando

l’Italia, quello di provvedere alle famiglie e principalmente, ai figli dei

richiamati sotto le armi, è il più alto ed urgente dovere. Ed è per questo

che io faccio caldo appello al patriottismo della S.V. 27 .

Ai comitati si affianca l’opera della Croce Rossa, delle dame che

dedicano tempo e denaro all’assistenza e, dopo la guerra, dall’Opera

nazionale per l’assistenza civile e religiosa degli orfani dei morti

Milano, 21 luglio 1915. Lettera del Comitato centrale di assistenza per la

guerra del Comune di Milano al Comune di Veroli con la quale si chiede che

le persone più autorevoli della città promuovano piccoli allevamenti di conigli

per poter inviare le pellicce ai soldati con le quali riscaldare le divise e fronteggiare

meglio i rigori dell’inverno in trincea (ASCVe, 1915, RGN 20.2/408,

tit. 9 cat. 4 art. 4 fasc. 3).

27

Circolare della Prefettura di Roma, 31 maggio 1915, “Costituzione di Comitati

di soccorso alle famiglie dei combattenti”.

38


in guerra e il Patronato laziale per gli orfani dei contadini morti

in guerra – il cui comitato femminile era composto da numerose

rappresentanti della nobiltà romana – che aveva come scopo statutario

la difesa di “interessi e diritti” e la cura, «l’allevamento, procurando

loro l’educazione e l’istruzione adatta alla loro condizione

ed all’arte dei campi che poi hanno preferibilmente da esercitare».

5.2 Sussidi alle famiglie

Per la maggior parte della popolazione dei comuni considerati,

l’agricoltura rappresentava il principale motore dell’economia locale.

La partenza per il fronte degli uomini, soprattutto contadini, che

costituivano il principale sostegno familiare, privava le campagne

delle braccia necessarie per i raccolti, e si assiste dunque a una

sensibile diminuzione della produzione in coincidenza con l’impegno

militare.

Molta documentazione degli archivi – che riflette l’ampia attività

dei comuni in questo ambito – riguarda proprio le domande e

le spese relative ai sussidi ai nuclei familiari; l’impiego delle donne

nelle attività degli uffici pubblici e nelle fabbriche, i resoconti

sull’andamento dei raccolti agricoli.

Le donne, oltre a occuparsi di anziani e bambini, furono chiamate

a svolgere lavori nuovi e pesanti, nelle campagne, nelle fabbriche,

negli uffici pubblici; dovevano fare i conti con la scarsità dei

raccolti che non assicuravano la sopravvivenza.

Ecco quindi che i comuni dovevano provvedere alle numerose

richieste di sussidi le cui misure erano state stabilite dal regio decreto

del 20 settembre 1914.

I congiunti dei richiamati alle armi, riconosciuti bisognosi da speciali

commissioni comunali, ricevettero un sussidio giornaliero nella

misura di lire 0,60 per la moglie e di 0,30 per ciascun figlio minore

di dodici anni, o di lire 0,70 se di età superiore o inabile al lavoro;

ai genitori bisognosi di età superiore a 60 anni e interamente a carico

del richiamato alle armi spettavano lire 0,60 28 . I figli dei soldati

che avevano superato tale età potevano essere ammessi al lavoro,

anche senza il prescritto grado di istruzione, in deroga alle norme

28

Queste cifre riguardano i circondari in quanto il decreto differenziava le misure

spettanti ai comuni secondo l’appartenenza a capoluoghi di provincia o a

circondari.

39


di legge sulla protezione del lavoro minorile. Misure economiche

insufficienti a integrare il reddito della famiglia il cui membro era

partito per il fronte, tanto che alcune modifiche vennero apportate

nel 1916, quando il Ministero della guerra stabilì l’ampliamento del

soccorso giornaliero in caso di morte o di detenzione in strutture

di cura del richiamato, la concessione di sussidi ai figli nati in data

successiva al richiamo alle armi e ai figliastri interamente a carico

del richiamato ed estese gli aiuti anche agli arruolati volontari per

tutta la durata della guerra e ai fratelli o sorelle minori di 12 anni o

inabili al lavoro, con la stessa somma spettante ai figli.

Negli archivi si trovano i rendiconti dei soccorsi, le richieste dei

cittadini (in generale cittadine), le ricevute, e le circolari con cui le

amministrazioni governative centrali davano indicazioni per il miglior

funzionamento del servizio sussidiario.

5.3 Burocrazia militare

Tra il 1915 e il 1918 l’amministrazione italiana, proprio a causa

dell’eccezionalità degli eventi bellici, attraversò un periodo di

grandi trasformazioni, che condizionarono le attività anche delle

comunità locali.

Si doveva far fronte a un enorme incremento della spesa pubblica

e a una energica incisività della legislazione di guerra, che,

pur nascendo come provvisoria e di emergenza, aveva introdotto

nell’ordinamento uffici, procedure e prassi con cui bisognava misurarsi.

L’emergenza bellica metteva quindi le amministrazioni locali nella

necessità di svolgere anche tutta una serie di pratiche fino ad allora

espletate saltuariamente, strettamente legate ai militari e che,

con il prolungarsi del conflitto e con il conseguente peggioramento

delle condizioni sociali ed economiche anche delle comunità locali

lontane dal fronte, diventarono sempre più numerose e complesse.

I comuni 29 dovevano provvedere all’aggiornamento delle liste di

29

Frosinone era distretto militare, istituito nel 1883 e, come stabilito dal r.d.

1467 dell’8 luglio sulla circoscrizione territoriale militare del regno, aveva competenza

sui comuni ricadenti sotto i circondari di Frosinone, Velletri e Sora. Il

successivo r.d. del 13/5/1920, n. 607, assegnava competenza al distretto militare

di Frosinone sui circondari di Frosinone e Velletri, spostando Sora sotto il distretto

militare di Gaeta. Con il r.d.l. 2 gennaio 1927 Riordinamento delle circoscrizioni

provinciali, il circondario di Sora fu riaggregato al distretto di Frosinone, e con

40


leva, al richiamo in servizio attivo dei congedati e, – dopo la mobilitazione

generale del 22 maggio 1915 – anche degli esonerati,

al censimento e alla requisizione di tutti i generi necessari al sostentamento

delle truppe, alla mobilitazione civile, alle numerose

richieste di licenze, alla diffusione e pubblicazione dei bandi e regolamenti

militari, anche ai matrimoni per procura.

Le corrispondenze che sono conservate negli archivi offrono non

solo uno spaccato di situazioni di vita e di difficoltà molto vario ma

evidenziano anche quanto i responsabili delle amministrazioni locali

fossero coinvolti in prima persona in tutte le circostanze; dovevano

verificare la veridicità delle dichiarazioni presentate dalle famiglie

per ottenere la licenza agricola o la licenza per matrimonio o ancora

la licenza per l’assistenza di genitori anziani e ammalati; i sindaci

con l’ausilio delle forze dell’ordine dovevano organizzare i controlli

per evitare le diserzioni o gli allontanamenti; dovevano comunicare

ai familiari la morte o il ferimento dei parenti.

Quando ancora non era superata la guerra, le amministrazioni

delle comunità locali furono messe in ginocchio dall’epidemia di influenza

“spagnola” che dall’autunno del 1918 fino ai primi mesi del

1919 flagellò tutta l’Europa. Fu tanto letale non solo per la sua particolare

virulenza ma soprattutto perché il contagio colpiva popolazioni

stremate e indebolite da condizioni di igiene e salute precarie.

Accanto quindi ai doveri strettamente legati all’espletamento di

rigide prassi burocratiche vi era un coinvolgimento umano, sicuramente

non indolore, che legava i vertici cittadini alla popolazione

del territorio.

5.4 L’arruolamento

Il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra al fianco di Francia,

Gran Bretagna e Russia. La guerra, però, per tutti quei Paesi era

iniziata l’anno prima, e in un certo modo vi furono anche degli

italiani tra coloro che vi presero parte. Si tratta dei circa 2.000 volontari

garibaldini che nel novembre 1914 si erano concentrati in

un reggimento dell’esercito francese sotto il comando di Peppino

la nascita della provincia di Littoria (Latina), molti comuni dei circondari di Frosinone

e Velletri furono distaccati ed accorpati alla nuova provincia. Cfr. https://

it.wikisource.org/wiki/R.D.L._2_gennaio_1927,_n._1_-_Riordinamento_delle_

circoscrizioni_provinciali.

41


Garibaldi e dei suoi fratelli. La metà dei soldati era costituita da italiani

emigrati in Francia per lavoro, mentre gli altri erano per lo più

repubblicani, anarchici e mazziniani. Il governo italiano non aveva

visto di buon occhio l’arruolamento di questi volontari, derisi anche

dalla stampa nazionale al momento della partenza. Tuttavia, dopo

gli scontri a cavallo tra il 1914 e il 1915, quando un quarto del reggimento

cadde in battaglia, compresi Costante e Bruno Garibaldi,

l’opinione pubblica italiana cambiò radicalmente direzione e ne fece

degli eroi, creando così maggiore consenso a favore dell’entrata in

guerra dell’Italia a fianco dei Paesi della Triplice Intesa.

E così fu. La mobilitazione generale dell’esercito e della marina,

nonché la requisizione dei quadrupedi e veicoli, fu ordinata per il

23 maggio 1915 e trasmessa dai prefetti ai sindaci dei vari comuni

tramite telegrammi.

Per gestire il flusso dei richiamati alle armi il Comune si serviva

delle liste di leva, compilate sulla base dei registri anagrafici e di

stato civile, dei giovani che avevano raggiunto l’età per il servizio

militare. Sulla base di queste venivano poi redatti i Ruoli matricolari.

Ai ragazzi, ma anche agli uomini che avevano già servito l’esercito

e che quindi erano in possesso del foglio di congedo illimitato

provvisorio, veniva dapprima inviato l’ordine di presentarsi alla visita

di leva. Superata questa, gli uomini ritenuti abili al combattimento

erano inviati al Comando del Distretto militare dove ricevevano

l’assegnazione definitiva al Reggimento.

La chiamata alle armi riguardava anche quei cittadini italiani che

si erano recati all’estero in cerca di lavoro. Ad essi fu tuttavia concesso

del tempo in più per presentarsi alle armi, anche in ragione

delle difficoltà oggettive di rientrare in patria.

In Italia vigeva la coscrizione obbligatoria universale, pertanto

tutti i cittadini maschi del Regno dovevano presentarsi alla visita di

leva. I soldati sotto le armi o appena congedati costituivano l’esercito

permanente; quelli meno giovani (29-32 anni circa) ma disponibili

in caso di mobilitazione formavano la milizia mobile; quelli anziani

(entro i 42 anni) facevano parte infine della milizia territoriale,

con compiti di presidio all’interno del paese.

Durante tutto il periodo della guerra in Italia furono chiamati alle

armi circa 5 milioni di uomini, dei quali 2,2 milioni avevano meno

di venticinque anni. I combattenti provenivano soprattutto dalle

regioni del centro-nord.

Mentre gli ufficiali erano di estrazione borghese, la stragrande

42


Frosinone, 22 maggio 1915. Manifesto del Comando del Distretto Militare

di Frosinone per gli arruolamenti volontari e l’immissione di militari

di 3a categoria in congedo nell’esercito permanente (ASCVe, 1915, RGN

20.2/408, tit. 9 cat. 3 art. 2 fasc. 1).

43


maggioranza dei soldati proveniva dai ceti popolari, contadini per lo

più, con un grado di istruzione generalmente molto basso. In molti

erano stati strappati alle loro terre e non comprendevano le ragioni

della guerra. Le classi coinvolte dalla mobilitazione furono quelle

dei nati dal 1874 al 1900.

5.5. Le licenze

Le richieste di licenza forniscono un ampio spaccato delle difficoltà

dettate dalla povertà e dalle diverse situazioni familiari.

Va sottolineato che proprio nel periodo immediatamente precedente

la Prima guerra mondiale emerse a livello governativo l’esigenza

di migliorare e organizzare le condizioni produttive dell’agricoltura

per garantire uno sviluppo in grado di reggere la crescente

richiesta industriale. Nel 1916 fu così costituito un apposito Ministero

per l’agricoltura, staccato da quello dell’industria e del commercio,

anche se concepito e organizzato sostanzialmente per far

fronte alle esigenze belliche del primo conflitto mondiale. Questa

nuova struttura, insieme al Ministero della guerra, regolamentò le

procedure di concessione delle licenze a partire dal 1916.

La prima circolare del Ministero della guerra del 7 agosto 1916

n. 496 concedeva in origine le licenze agricole «dal 25 agosto al 6

dicembre, in cinque periodi di venti giorni ciascuno, a quasi tutti

gli agricoltori delle classi “anziane” dal 1876 al 1881 ed agli inabili

di qualunque classe, colla restrizione del territorio delle operazioni

e dei reparti oltremare e col numero limitato da percentuali dipendenti

dalle ragioni di servizio» 30 . Ogni soldato doveva indicare due

periodi, anche se poi avrebbe usufruito di uno solo. Requisiti indispensabili

erano l’assenza in famiglia di un uomo “valido” dell’età

compresa tra i 16 e i 60 anni, che i soldati richiedenti dovevano

possedere o essere affittuari di terreni, o anche semplicemente

conducenti di macchine agricole. Il Ministero invitava i militari che

avevano ottenuto la licenza ad aiutare le famiglie degli altri agricoltori

del luogo che non avevano potuto richiedere o ai quali non era

stata accolta la domanda.

30

Camera dei deputati, «Atti parlamentari», Discussioni, tornata del 7 luglio

1917, interpellanza degli onorevoli Micheli, Berlini e Dello Sbarba ai ministri della

guerra e dell’agricoltura «circa le gravi restrizioni introdotte nel regime delle licenze

e degli esoneri agricoli».

44


Successivamente, la circolare 604 del 13 ottobre 1916 eliminò

alcune restrizioni, stabilendo che i comandi dovevano accordare

subito la licenza a quei militari che non avevano potuto ottenerla

nei primi tre turni, senza tener conto «del numero dei militari che

nello stesso momento si allontanavano dal corpo, reparto o servizio»

31 . Si aggiungeva quindi ai cinque turni uno nuovo, sempre

di venti giorni, per la semina, per chi non avesse in famiglia alcun

uomo valido dai 16 ai 60 anni e dovesse seminare almeno un ettaro

di frumento; la nuova concessione venne estesa provvidamente ad

ogni militare agricoltore «qualunque sia la classe cui è ascritto e lo

stato di idoneità alle fatiche di guerra»; unica esclusione i militari

appartenenti ai reparti di oltremare.

Il bisogno di manodopera e le agitazioni erano tali nelle regioni

agricole che il Governo emanò ancora due circolari.

La circolare n. 137 del 19 febbraio 1917 che, pur dando alle

licenze agricole un organismo in apparenza più razionale, affidandone

la richiesta alla Commissione d’agricoltura, incominciò a limitare

a contingenti fissi il numero dei militari concessi stabilendone

centomila soli per i mesi di marzo ed aprile. Furono divise le zone

secondo le conduzioni, diretta o familiare e stabile, fu determinato

un minimo di terreno a coltivazione di venti e di cinque ettari

rispettivamente e infine vennero compilati gli elenchi dei militari

agricoltori. La più pesante innovazione fu la limitazione ai militari

delle classi dal 1874 al 1877 se abili, e dal 1878 al 1897 se inabili,

con l’esclusione di tutti coloro che si «trovino a far parte di corpi,

reparti o servizi mobilitati alla dipendenza del Comando supremo»

32 . Con l’altra circolare n. 151 del 22 febbraio si concedevano

altri sessantamila uomini, in turni di trenta giorni, appartenenti a

reparti mobilitati, delle classi dal 1876 al 1881: dovevano essere

ripartiti proporzionalmente fra le 69 provincie a cura del Ministero

dell’agricoltura. Emerge da questa regolamentazione l’impegno

delle istituzioni a garantire la continuità del lavoro agricolo e salvaguardare

l’interesse economico generale del Paese.

Numerosissime le richieste di licenze per contrarre matrimonio

civile; tema questo che si presentò da subito come un’urgenza per

lo Stato. Molti erano infatti i soldati destinati al fronte che avevano

contratto unicamente il matrimonio religioso, non valido ai fini civili

31

Ivi.

32

Ivi.

45


Roma 2 giugno 1915

Illustrissimo Signor Sindaco di Veroli

Fino dal 15 maggio ultimo scorso le mandai una lettera, con relativo francobollo,

per l’invio dei documenti occorenti per il mio matrimonio civile, ma

fino ad oggi non ho ricevuto nulla. La pregherei di volermeli gentilmente inviare

con sollecitudine, poiché avendo due figli illegittimi, non vorrei in caso

di richiamo del padre dei due bambini che rimanessero tali.

Fiduciosa anticipo i più vivi ringraziamenti

Vincenza Lanzoni del fu Nicola e di Crocifissa Rossi nata a Veroli il 20 luglio

1889.

La prego di mandare i detti documenti a questo indirizzo:

Vincenza Lanzoni Presso la famiglia Padovani Via Cavour N. 370 Roma 33 .

33

Cartolina della signora Vincenza Lanzoni al Sindaco di Veroli per richiedere

nuovamente i documenti onde poter celebrare il matrimonio civile prima del richiamo

sotto le armi del marito (ASCVe, 1915, reg. 20.2/402, tit. XIII cat. 2, art.

3, fasc. 2).

46


6 agosto 1915

Illustrissimo Signor Sindaco,

Io sottoscritto Severini Antonio faccio calda preghiera alla Signoria Vostra

acciocchè si voglia interessare riguardo alle carte per la celebrazione del mio

matrimonio civile, perché sono più di due mesi che la mia famiglia si trova in

cattive condizioni economiche.

Trovandomi sotto le armi non posso aiutare la mia famiglia se non col sussidio

Governativo, e siccome mi mancano degli atti per completare la pratica

del matrimonio civile, mi rivolgo a lei onde voglia provvedere in tempo prima

che la mia famiglia sia costretta andare per elemosina.

Ringraziandola anticipatamente mi firmo

Severini Antonio

per poter ottenere i sussidi spettanti alle famiglie oppure, nel malaugurato

caso del decesso, la pensione di guerra. Ciò era dovuto

al fatto che, prima del Concordato Lateranense del 1929, le sfere

religiosa e civile erano completamente separate e celebrare il matrimonio

in Chiesa non comportava automaticamente il riconoscimento

da parte dello Stato. Molti soldati erano ansiosi di legittimare

47


Sul retro della lettera il Sindaco

risponde:

Acuto 11 agosto 1915

Ufficio del Sindaco

Il tuo matrimonio si può effettuare

colla tua presenza già da

vario tempo, e non venendo tu

in licenza ti potrai far rilasciare

un mandato di procura dal Comandante,

il quale poi deve esser

vistato dal Ministero della guerra

Ho già provveduto a sollecitare

tale mandato presso il tuo Comandante

di Reggimento.

Il Sindaco R. Poce 34 .

moglie e figli e chiedevano licenze per potersi sposare. Per ovviare a

questa situazione il Luogotenente del Re introdusse una norma che

consentiva agli uomini richiamati alle armi di sposarsi per procura

(d.l. 15 giugno 1915, n. 903) con il conseguente riconoscimento legale

dei figli. Con norma successiva (d.l. 14 ottobre 1915, n. 1496)

si precisò ulteriormente la legislazione, disciplinando quei casi in

cui il soldato richiedente autorizzazione a contrarre matrimonio per

procura fosse deceduto prima del completamento della pratica.

34

Lettera del soldato Antonio Severini indirizzata al Sindaco di Acuto per sollecitare

l’invio delle carte relative al suo matrimonio civile; trovandosi lui sotto

le armi, il Sindaco gli risponde che, in sua assenza, il rito si potrà celebrare per

procura previa autorizzazione del comandante del reggimento (ASCAc, 1915, cat.

XI, b. 2, fasc. 8).

48


“La Licenza” Canto

Un soldato ha ottenuto la licenza in cambio della promessa di

tornare; c’e il rischio infatti che il soldato una volta lasciato il

fronte potesse disertare.

Trenta mesi che faccio il soldato

Una lettera mi vedo arrivar,

Sarà forse la mia morosa

Che si trova sul letto ammala’.

- A rapporto, signor capitano,

se in licenza mi vuole manda’.

- La licenza l’hai bella firmata,

pur che torni da bravo solda’.

Glielo giuro signor Capitano

che mi ritorno da bravo solda’!

Quando arrivo vicino al paese

campane a morto sentivo sonar.

Quando fui vicino alla chiesa

un funerale vedevo passar!

Sarà forse la mia morosa

che ho lasciata sul letto ammala’.

Portantina che porti quel morto

per favore fermatevi quà.

Se da viva non l’ho mai baciata

ora ch’è morta la voglio baciar.

L’ho baciata che l’era ancor calda

la sapeva di rose e di fior!

5.6 Diserzioni e renitenza

Nel momento in cui l’Italia entrò in guerra erano numerose le

voci contrarie al conflitto. Soprattutto tra le classi contadine, in

molti non volevano lasciare le proprie terre per andare a combattere

una guerra a causa della quale avrebbero rischiato la vita nelle

49


trincee, per una nazione che ancora non avvertivano come unita.

Il numero delle denunce per renitenza in Italia fu di circa 470.000,

ma talvolta si trattò di semplici ritardi nella presentazione alle armi.

Sul totale dei casi, 370.000 riguardavano infatti italiani che erano

emigrati all’estero negli anni precedenti alla guerra per cercare

altrove migliori condizioni di vita e di lavoro. Ad essi fu concesso

del tempo in più per presentarsi alla visita di leva. Alla fine, più di

300.000 uomini rientrarono dai Paesi d’emigrazione per imbracciare

il fucile e combattere per l’Italia. In alcuni casi, invece, gli italiani

all’estero si arruolarono volontariamente negli eserciti dei Paesi che

li ospitavano.

La diserzione si configurava come un problema più grave, per

il quale spesso si faceva ricorso alla giustizia militare. In realtà in

alcuni casi si trattava semplicemente di un ritardo nel rientro dopo

la licenza o di un allontanamento arbitrario, ben altra cosa rispetto

alla fuga davanti al nemico. Nel corso della guerra le denunce per

diserzione furono circa 190.000, con 162.000 processi e 101.000

condanne. Questo perché il Codice penale per l’esercito, in vigore

in Italia dal 1869, all’art. 137 stabiliva che venisse dichiarato disertore

il soldato che spariva ingiustificatamente per più di ventiquattro

ore, senza indagare se ci fosse o meno una reale volontà di

abbandonare la battaglia. È facile immaginare come i militari provenienti

dalle regioni più lontane dal fronte impiegassero più tempo

per gli spostamenti, e che perciò si presentassero al comando con

qualche giorno di ritardo.

Laddove ci fosse intenzionalità, invece, i modi per sfuggire alla

guerra erano molteplici, anche se nessuno garantiva la riuscita. Ci

furono soldati che si autoinflissero delle ferite, molto spesso colpi di

fucile alle mani o ai piedi, per sfuggire dalla prima linea e ottenere

alcuni giorni di licenza. Non mancava l’ingestione di sostanze che

causavano reazioni allergiche o comunque scompensi all’organismo

e che necessitavano di cure specifiche negli ospedali da campo.

Altri casi “sospetti” erano legati alle malattie mentali: non era

raro, infatti, che alcuni combattenti si fingessero pazzi per essere

rimandati a casa. Un altro espediente prevedeva infine di consegnarsi

spontaneamente al nemico come prigioniero, sperando che,

lontano dal fuoco delle pallottole e dei cannoni, le condizioni nei

campi di prigionia fossero migliori.

Questa fu l’accusa che il generale Cadorna lanciò contro le truppe

italiane che non erano state in grado di arrestare l’avanzata

austro-ungarica nella disfatta di Caporetto, cioè quella di essere

50


Manifesto Comando del Distretto Militare di

Frosinone (ASCRipi, b. 78).

Roma, 13 novembre 1917. Circolare

della Prefettura di Roma

che invita a pubblicizzare le norme

per il rientro spontaneo nei

ranghi dei soldati dichiarati disertori

(ASCAn, 1917, b. 204,

cat. VIII, cl. 2, fasc. 6).

fuggiti davanti ai nemici. A fronte di una legislazione militare già

rigorosa, Cadorna progressivamente inasprì sempre più le pene per

controllare la disciplina e il rispetto delle regole da parte dei soldati,

facendo largo ricorso alla giustizia militare. Il generale aveva anche

concesso agli ufficiali, dall’inizio della guerra, di punire sommariamente

e severamente i soldati che si rifiutassero di obbedire agli

ordini.

51


5.7 L’agricoltura, l’industria e il commercio in tempo di guerra

Uno dei fattori che si rivelò determinante per le sorti della guerra

fu la possibilità di sfamare e rifornire sia l’esercito che la popolazione.

I Paesi che vinsero la guerra furono infatti quelli che riuscirono

a mantenere un equilibrio tra le due esigenze dell’approvvigionamento

e della distribuzione dei viveri. Per ottenere questo risultato

furono creati, nei Paesi dell’Intesa, appositi ministeri o commissioni

con il compito di sorvegliare la produzione, tanto agricola quanto

industriale, per garantire il rifornimento delle truppe ma, allo stesso

tempo, permettere la sussistenza alle popolazioni che si trovarono

a dover sostentare, con il lavoro e le materie prime, gli eserciti.

L’Italia si organizzò con uno strettissimo controllo, da parte dello

Stato, sulla produzione, sui prezzi e sui consumi, i quali vennero

fortemente limitati tra la popolazione civile.

Per quanto riguarda l’agricoltura, tutti i produttori di cereali, foraggi,

pelli, bestiame e altre derrate furono obbligati per legge a

fare denuncia di ciò che avevano prodotto. Una volta stabilito l’ammontare

di ciò che era loro strettamente necessario per il consumo

familiare, tutto il resto doveva essere consegnato, dietro pagamento

di apposita somma, alle autorità militari per il sostentamento del

Regio esercito. Nel caso particolare del bestiame, gli animali erano

sottoposti a rivista, marchiati e requisiti a più riprese, a seconda

che fossero prontamente disponibili o meno.

Sul fronte dell’industria si venne a creare la cosiddetta “mobilitazione”

industriale, che di fatto pose tutta la produzione sotto il controllo

del Ministero della guerra, prima della nascita dell’apposito

Ministero per le armi e munizioni. Ogni ditta doveva essere regolarmente

denunciata e i controlli sulla produzione erano strettissimi.

Le requisizioni comprendevano materiali come i metalli, necessari

alla produzione di munizioni, delle quali c’era una richiesta sempre

maggiore, nonché risorse come il carbone e la legna, che dovevano

essere in parte consegnate allo Stato.

Il commercio dei generi di consumo fu invece calmierato, a livello

locale, mediante le deliberazioni delle giunte municipali che

fissavano le tariffe di vendita dei prodotti all’ingrosso e al minuto.

Un’importante innovazione fu anche l’introduzione del tesseramento

nel 1917, un sistema che fissava in una certa quantità

gli alimenti che spettavano ad ogni famiglia, in modo da esercitare

un controllo sempre più capillare. Una miriade di commissioni

e comitati, nati in seno ai Ministeri dell’agricoltura, dell’interno e

52


dell’industria, commercio e lavoro, si occupava di stabilire i consumi

massimi e dettare le norme per la compravendita delle derrate

alimentari e delle materie prime. Per quanto riguarda in particolare

i cereali, per favorirne un’equa distribuzione, soprattutto in tempi

di scarsità di risorse, furono creati a livello locale dei Consorzi granari

che provvedevano a smistarli secondo le necessità. Anche la

panificazione ricevette una regolamentazione precisa fatta di norme

sull’abburattamento della farina, sui giorni di produzione e di

vendita, sulle forme e il peso delle singole pagnotte. Nel prosieguo

della guerra, man mano che crebbe la penuria di materie prime, fu

anche proibito di vendere biscotti o caramelle, per non sprecare la

farina e lo zucchero, nonché di servire alimenti contenenti latte o

derivati nei pubblici esercizi.

Il controllo della produzione agricola sul territorio prevedeva un

continuo scambio di informazioni tra i sindaci e le prefetture. Nella

relazione agraria del 2° quadrimestre 1915, il sindaco Passa scrive:

Li 21 settembre 1915. Nel 2° quadrimestre corrente anno le condizioni

dell’agricoltura non sono state molto felici, per le continue pioggie. Il

fieno raccolto in pochissima quantità è di qualità avariata. La raccolta

del grano è stata molto povera e si può calcolare a meno di un quarto

del normale.

Il bestiame, stante la mancanza di foraggio, è andato in deperimento;

le condizioni però degli agricoltori (produttori) sono abbastanza buone,

dati gli alti prezzi dei cereali e di ogni altro prodotto accessorio

dell’agricoltura.

Abbondante il raccolto del granturco; scarso l’alligamento delle olive;

la vite è fortemente osteggiata dalla peronospera e dalla crittogama

per le continue pioggie, tanto da far prevedere ridottissimo il raccolto.

Il Sindaco Passa 35 .

Dello stesso tenore la relazione del Sindaco di Ferentino, che

aggiunge:

La chiamata sotto le armi ha reso ancor più scarsa, ricercata e cara la

mano d’opera del contadiname, e molto più quella degli artisti. Tuttavia,

nel fatto, nessun lavoro agricolo viene trascurato, sopperendo agli

uomini, le donne, i ragazzi, e gli uomini di età avanzata. La mercede

dei giornaglieri agricoli è stata di £ 1 al giorno con cibarie e vino, e durante

la fienagione e mietitura di £ 2, cibarie e vino al giorno. L’opera

35

ASCAn, 1916, cat.XI, cl.1, b. 337, fasc.1.

53


delle donne è stata pagata in ragion di £ 1, cibarie e vino al giorno, e

durante la fienagione di £ 1,50, cibo e vino al giorno.

Continuano le consuete industrie locali attinenti all’agricoltura.

Le vicende politiche hanno portato ad una stasi nelle compre-vendite

di Stabili, che ora sono offerti con un ribasso di oltre il 25 per % 36 .

Il calmiere delle tariffe di vendita dei generi alimentari, durante

la Grande guerra, è fissato a livello locale dalla Giunta comunale.

A Fiuggi il 23 luglio 1915 si stabiliscono questi prezzi:

Pane (tipo unico) £ o,60 al Kg; carne senza osso £ 3, da pietanza £

2,25, da bollito £ 1,80, basca 1,50 al Kg.; olio £ 1,70 al litro; le paste

lavorate £ 0,85 al Kg. la extra in ceste, £ 0,80 al Kg. la 1a qualità; il

merluzzo secco £ 0,50 al Kg. la 1a qualità, £ 0,40 la 2a; le patate £

0,20 al Kg.; il latte di vacca £ 0,40 al litro, di capra £ 0,30; i fagioli £

0,60 al Kg., le fave £0,30 al Kg., i ceci £ 0,60 al Kg. 37 .

La stessa Giunta il 27 marzo 1916 stabilisce inoltre il prezzo di:

Farina nuovo tipo unico proveniente da altri comuni (per vendita all’ingrosso)

al Quintale £ 57,00; farina nuovo tipo unico proveniente da

altri comuni (per vendita al dettaglio) al Kg. £ 0,60; pane tipo unico,

ben cotto, al Kg. £ 0,55; […] zucchero a base centrifuga (Pilé) per la

vendita all’ingrosso, al quintale £ 160,00, per la vendita al minuto, al

Kg. £ 1,70 38 .

Nel comune di Morolo i prezzi sono i seguenti:

Grano £ 40 il quintale; granturco nostrano £ 29 il quintale; granturco

delle paludi £ 27,50 il quintale; farina tipo unico abburattata 85% al

quintale £53,50; pane £ 0,50 il chilogramma e Zucchero £ 1,60 il chilogramma

39 .

L’anno dopo si fissava così il prezzo dei formaggi e del latte:

Formaggio pecorino produzione autunno 1915-primavera 1916, £ 325

36

ASCFe, 1915, b. 216, fasc. 734.

37

ASCFiu, RB 05, Registro delle deliberazioni della Giunta municipale 1914-

1916, oggetto n. 52 del 23 luglio 1915.

38

Ibidem, oggetto n. 9 del 27 marzo 1916.

39

ASCMo, b. 16 reg. 29, Registro delle deliberazioni della Giunta municipale,

oggetti n. 35 e 36 del 25 marzo 1916.

54


?????????????????????????????????????

Roma, 1 novembre 1919. Ordinanza

del Prefetto Zoccoletti, dove

vengono stabiliti i prezzi imposti

per la vendita delle carni ovine e

caprine (ASCCeccano, Post12/VI,

1-63).

al quintale; formaggio pecorino produzione autunno 1916-primavera

1917, £ 270 al quintale; latte di vacca £ 0,35 il litro 40 .

Alla soglie della fine della guerra, le tariffe erano le seguenti:

Zucchero £ 4,10 al Kg.; riso £ 0,90 al Kg.; pasta £ 1,09 al Kg.; sapone

£ 5,90 al Kg.; farina £ 0,64 al Kg. 41 .

40

Ibidem, oggetto n. 10 del 18 febbraio 1917.

41

Ibidem, oggetto n. 50 del 1° settembre 1918.

55


6. Corredo militare

L’uniforme italiana era composta da: elmetto, giubba, in panno

grigio-verde con mostrine sul colletto che identificavano il reggimento,

pantaloni lunghi sempre in panno grigio-verde con lacci

di tenuta alla fine, su cui arrivavano le mollettiere. La giubba era

indossata generalmente con cravatta a solino bianca su camicia

bianca e gilet di panno grigio-verde celati da sovrabottoniera. Sulla

giubba c’era un rinforzo al livello superiore delle spalle e gli spallini

detti anche salamini, o salsicciotti e manopole a punta. Tali per

evitare lo scivolamento lungo le braccia del fucile portato in spalla,

il tascapane e lo zaino e vari appartenenti all’equipaggiamento 42 .

All’interno della giubba era cucita la piastrina identificativa che consisteva

in un cartiglio con i dati anagrafici, la matricola, il grado, il

reparto, il distretto militare, il nome dei genitori e l’indirizzo di residenza.

Con la circolare del 29 agosto 1915 la Commissione per gli

indumenti militari, si impegnava ad incentivare e fornire gli indumenti

alle truppe. Nelle premesse della suddetta circolare la Commissione

precisava che lo scopo della sua iniziativa era quello di affiancarsi a

quella dell’Amministrazione militare che già provvedeva alla protezione

dell’Esercito, con l’ausilio di forze ed energie private «cosicché

ai combattenti ne giungano resultati anche a prova dell’interesse e

dell’affetto civile sono riconosciuti e ricambiati dalla Nazione la devozione

e lo spirito di sacrificio». L’iniziativa si rivolgeva soprattutto

alle famiglie dei richiamati per un aiuto economico insieme al sussidio

governativo e per dare nello stesso tempo, fiducia ai soldati, dando il

messaggio che il Paese provvedeva alla sua famiglia. La commissione,

si avvalse del servizio dell’Alleanza femminile italiana incaricata

di redigere gli elenchi delle donne che dovevano svolgere i lavori e la

lavorazione era affidata alle donne i cui mariti erano al fronte. L’esecuzione

del lavoro avveniva attraverso la consegna della lana fornita dal

Comitato e, a coloro che riuscivano a realizzare gli indumenti con materia

prima propria veniva corrisposto un premio del 20 per cento oltre

al valore della lana, in base al peso, anche per il tipo di lavorazione.

I capi maggiormente richiesti erano sciarpe, calze, manichini,

ventriere, ginocchiere, guanti, che, una volta confezionati venivano

ritirati dalle Commissioni provinciali e dalle Sottocommissioni, e

dopo adeguato controllo, consegnati all’autorità militare locale che

rilasciava una ricevuta.

42

http://www.nondimenticare.com/equipaggiamento%20italia.html.

56


Roma, 5 ottobre 1915. Circolare della Commissione provinciale per gli indumenti

militari con la quale si rendono note le norme per la confezione di

indumenti di lana per i soldati (ASCAn, 1915, b. 202, cat.VIII, cl. 2, fasc. 5).

7. L’impegno delle donne

Quello che fu definito “fronte interno” ha origine dalla mobilitazione

generale che coinvolse tutta la popolazione in un unico sforzo

comune. Le donne, che costituivano quasi la metà della popolazione,

ebbero – pur pagando il prezzo di sforzi, fatiche, lutti – l’opportunità

di una presenza più incisiva nella vita sociale ed economica

del Paese, uscendo dall’ambito domestico.

Il coinvolgimento delle donne nei lavori fino ad allora appannaggio

maschile non dipende dalle battaglie, precedenti la guerra, dei

movimenti femminili e di singole donne per l’emancipazione economica

e sociale e per ottenere la parità dei diritti civili, ma esclusivamente

dalla contingenza bellica. Tuttavia la consapevolezza e il

riconoscimento del ruolo svolto aiuterà le rivendicazioni successive.

57


Sono molte le foto d’epoca che ritraggono donne alla guida di

tram, di portalettere, di crocerossine, di operaie nelle fabbriche e

braccianti nei campi; tante donne che occupano dunque spazi nuovi

ma che nello stesso tempo continuano a dover occupare spazi

domestici e familiari tradizionali.

Madri, mogli e figlie lavoreranno la terra, entreranno nelle fabbriche,

si occuperanno dei feriti e dei prigionieri di guerra, saranno

impiegate alle poste e ai trasporti, cuciranno artigianalmente abiti

per i soldati in trincea.

Le foto e i documenti raccontano la diversità dei ruoli delle donne.

Le donne delle classi popolari che sono sopraffatte dalla fatica di

tante nuove responsabilità per sopravvivere alle ristrettezze economiche;

le operaie nelle fabbriche, che nonostante il peso degli orari,

dei pericoli e della monotonia, escono dalla ristretta cerchia familiare;

le donne della classe media, più istruite, impegnate soprattutto

nelle attività sociali e pubbliche, divennero infermiere, madrine di

guerra, maestre e, supportate anche da rappresentanti della nobiltà

e dell’aristocrazia, si dedicarono in prevalenza all’organizzazione di

un sistema di assistenza e beneficenza di tipo privatistico, offrendo

aiuto e sostegno alle famiglie dei militari e agli stessi soldati quando

si trovavano in licenza, nelle retrovie o negli ospedali. Dalla fine del

1915 i salari, che aumentavano in modo irrisorio rispetto all’aumento

dei prezzi, vedevano dimezzarsi il potere d’acquisto di ogni

famiglia. I prezzi della lana, del pane, della carne, del latte, dei fagioli

secchi erano non solo quintuplicati, ma spesso le merci risultavano

introvabili. Le donne organizzeranno, scioperi, agitazioni nelle

fabbriche contro le durissime condizioni di lavoro, sommosse nelle

piazze contro il carovita e la scarsezza di pane, faranno insomma

sentire la loro voce consapevoli della loro forza, della loro capacità

e della loro resistenza. Ma nonostante tutto, l’occupazione dei

luoghi tradizionalmente appannaggio degli uomini, non fu sempre

accettata come ovvia e ineluttabile dagli stessi in una circostanza di

tale imponenza e, al contempo, non sempre si rivelò per le donne

una felice opportunità. Furono contestate le conduttrici dei tram, si

ammalarono in molte nelle fabbriche di forniture belliche, in tante

morirono di stenti nelle campagne.

La donna come dice Ojetti «è prima di tutto un essere pratico il

cui lavoro sociale è utilissimo…» 43 e, nello sforzo bellico, tira fuori le

43

U. Ojetti, La guerra e le donne, «Corriere della Sera», 30 aprile 1917.

58


innate virtù femminili del risparmio, del riutilizzo e riadattamento

delle cose; cuciono cappotti e giacche con vecchi tessuti, riutilizzano

la lana per sciarpe e cappelli per gli uomini in trincea, riciclano la

carta per tenere in caldo le vivande, utilizzano sapone fatto in casa

con noccioli di pesche e albicocche, adattano i loro stessi abiti alle

nuove esigenze lavorative.

Ma per le donne la guerra significò soprattutto l’attesa, la solitudine

e l’abbandono. Si allontanavano e sparivano, i mariti, i figli,

i fratelli. L’attesa di notizie dal fronte, l’attesa di un ritorno a casa

– anche solo per una licenza – era la condizione quotidiana, causa

di tante sofferenze e di disperazione. Arrivavano all’improvviso

le notizie di una morte, spesso gli uomini tornavano a casa dopo

mesi, o anche anni, ma erano uomini diversi, feriti, malati o mutilati

nell’animo e nello spirito; finiva l’attesa e iniziava il dolore, il

trauma del dopoguerra.

Deposte le armi, la crisi economica, i problemi legati alla smobilitazione,

alla riconversione industriale, al reinserimento dei reduci,

all’urgenza di ritrovare sicurezza, al calo demografico condussero

al ristabilimento delle condizioni pre-belliche e al ritorno delle donne

entro le mura domestiche, nel posto stabilito nelle gerarchie

familiari e nei propri ruoli prettamente femminili.

Le celebrazioni, i monumenti ai caduti sono dedicati, come vedremo

più avanti, alla esaltazione del coraggio e della forza maschile

ignorando la forza e il coraggio di tutte le donne che, rimaste sole,

affrontarono con determinazione le urgenze quotidiane appesantite

dalla solitudine, dall’ansia e dalla paura per il destino dei loro cari.

Alcuni lettere di mogli e madri inviate al fronte testimoniano

questo aspetto così interiore; un esempio sono le lettere di Margherita

Del Nero di Veroli al marito Giuseppe, righe che raccontano

di una madre e moglie alle prese con le fatiche quotidiane che gravano

esclusivamente su di lei, e di una moglie che protegge, accudisce

rassicura e consola chi è lontano nascondendo preoccupazioni

e inquietudini:

Peppino mio, se ti dovessi dire il vero; non mi riesce facile scriverti la

gioia che ho provato nel leggere la tua letterina, credimi, mi pareva

che il cuore volesse scoppiarmi dalla gioia; mi uscivano a gran copia le

lagrime; mai al mondo ho provato simili emozioni. Penso e sogno che

tra tre mesi tu sarai di nuovo con me e speriamo per sempre e che sorga

qui nei nostri cuori e nella nostra famigliola, la pace e la provvidenza;

di una buona situazione lucrosa per vivere più tranquilli che si può.

59


Frosinone, 17 marzo 1917. Circolare

del Comandante del Presidio militare

di Frosinone con la quale si comunica

ai Sindaci che il Ministero della guerra

ricerca personale femminile da

impiegare per lavori di scrittura, dattilografia,

ragioneria (ASCAl, 1917,

4.16.5, b. 269, fasc. 2207).

Roma, 15 giugno 1915. Circolare dell’Associazione

nazionale della donna,

inviata al Sindaco del Comune di Ceccano

con la quale l’Associazione offre

la propria disponibilità a svolgere opera

di convinzione sulle donne immigrate a

Roma “per farle tornare al paese durante

i lavori urgenti di campagna” (ASC-

Ceccano, Post 12/XVI, 1-55, fasc. 17).

Son rimasta atterrita nel leggere i grandi feriti che costì vi sono, ma

certo è da sospettarlo; giusto giorni fa un soldato che venuto a licenza

da Roma, diceva che non ci sono più posti negli ospedali per i gran feriti.

[...] il governo ha messo una sopratassa allo zucchero, al caffè, al sapone

ed [...], il sapone si vende la bellezza di £ 2,45 al chilo con la prossima

stagione di estate che ci abbisogna di più pulizia specie nei bambini [...] 44 .

Sarà necessario aspettare il secondo conflitto perché sulle lapidi

44

Il paese di Veroli nelle lettere di Margherita Del Nero a suo marito al fronte,

60


e nei ricordi appaiano nomi di donne; ma anche qui si tratta di donne

partigiane, legate all’azione non alla dedizione.

8. Lavoratori in zona di guerra

La prima guerra mondiale segna uno spartiacque nella concezione

dei conflitti. Dalla guerra cosiddetta “di movimento” si passa ad una

“di posizione”, statica, che comporta lunghi periodi di immobilità e una

ingente necessità di viveri e rifornimenti di ogni genere. Per permettere

tutto questo erano necessarie delle infrastrutture adeguate che

rispondessero alle esigenze della guerra, soprattutto considerando i

luoghi disagiati in cui spesso si trovavano le trincee e il fronte. Fu proprio

in virtù di queste necessità che nell’estate 1915 il Segretariato

generale per gli affari civili, dipendente del Genio civile, decise il reclutamento

di 650.000 uomini per lavori in zona di guerra. Essendo già

stati richiamati sotto le armi tutti gli uomini validi, l’appello era rivolto

a quelli considerati troppo giovani o troppo vecchi per combattere, oppure

esonerati per i più svariati motivi. Senza contare la moltitudine di

disoccupati, che si concentrava soprattutto nelle regioni del Sud Italia.

Le vantaggiose condizioni dei contratti fecero nascere un flusso

migratorio imponente verso le zone di guerra, dove le autorità militari

smistavano gli operai a seconda delle necessità. Si trattava

però soprattutto di uomini in condizioni fisiche non ottimali, spesso

poco competenti nell’affrontare i lavori, quindi scarsamente produttivi.

Le condizioni di lavoro, inoltre, erano durissime. I lavoratori

dovevano fare i conti con una disciplina militare molto rigida,

condizioni climatiche estreme, luoghi difficilmente accessibili, turni

di lavoro massacranti. Molto frequenti erano infatti gli infortuni e le

malattie, soprattutto a carico dell’apparato respiratorio. Tra coloro

che partivano c’erano anche donne e ragazzi poco più che bambini:

questi ultimi costituirono circa il 40% del totale.

Gli operai, impiegati tra il fronte e le retrovie, si occuparono di

infrastrutture e logistica (strade, ferrovie, linee navigabili), nonchè

di sistemi difensivi. I lavori peraltro si svolgevano per lo più di notte,

per evitare il fuoco dell’artiglieria e gli attacchi dei nemici.

Le condizioni proibitive di lavoro e l’eccessiva severità da parte

http://fotografiaprimaguerramondiale.blogspot.it/2014/01/lettere-dalla-grandeguerra-margherita_22.html.

61


Veroli, 17 settembre 1917 e 12 gennaio

1918. Passaporti per l’interno, rilasciati dalle

autorità per uso di lavoro nelle zone di guerra.

I due uomini sono uno troppo anziano,

l’altro troppo giovane per essere arruolati

(ASCVe, 1917, RGN 20.2/438, tit. 9 cat. 4

art. 4 fasc. 3).

Anagni, [s.d.]. Circolare della Sottoprefettura

di Frosinone contenente le norme per il reclutamento

degli operai da impiegare in zona di

guerra (ASCAn, 1915-1918, b. 204, cat. VIII,

cl. 2, fasc. 5).

62


dei comandanti militari portarono talvolta a scioperi e proteste da

parte degli operai, i quali rivendicavano migliori condizioni di lavoro

e salari più giusti.

9. La propaganda

La propaganda ha la sua maggiore diffusione e utilizzo nella Prima

guerra mondiale attraverso le grandi manifestazioni di entusiasmo

degli interventisti, sostenute anche con l’appoggio del Re, che

permisero di superare l’indifferenza o la contrarietà di gran parte

della popolazione del Paese alla causa bellica.

La propaganda non si rivolgeva soltanto alle truppe, ma cercava

anche di raggiungere in vari modi la popolazione civile. L’informazione

dei quotidiani, ma anche la stampa pubblicistica per la vendita

dei prodotti sono i mezzi strategici con i quali si cercava di sostenere

in ogni maniera, di rafforzare l’impegno dei soldati e dei civili

man mano che si alternavano le vicende nei campi di battaglia. La

popolazione civile era continuamente sollecitata a sostenere con il

suo aiuto i soldati in nome dell’amor di patria e del senso del dovere

e a offrire sostegno economico e aiuti di vario genere alla macchina

della guerra. Le circolari erano emesse dalle Sottoprefetture dei

circondari, come quella per la richiesta di rottami di metallo «gli oggetti

donati alla Patria si convertiranno in armi per la vittoria e per

la pace [...]», o la circolare del Prefetto Aphel, del 16 febbraio del

1916, in cui si richiede, la sottoscrizione al Prestito nazionale per far

fronte alle ingenti spese belliche, Si invitano i Sindaci a promuovere

[...] anche ove occorra pubbliche riunioni nelle quali siano messi in

luce la convenienza stessa e il dovere patriottico di venire in aiuto al

governo perché possa condurre vittoriosamente a termine la Grande

guerra di redenzione dei nostri Fratelli stanno combattendo al confine.

Per la grandezza d’Italia essi danno il sangue e la vita; a noi che immuni

dal tributo personale, godiamo, per opera loro.

9.1 Bollettini di guerra: dietro c’è una realtà durissima diversa

da quella raccontata

I bollettini di guerra, fonte ufficiale, si andavano ad aggiungere

alle notizie dal fronte che venivano trasmesse nelle lettere dei

soldati e dalle notizie dei giornali; su queste tre cose vigilava la

63


censura, entrata in vigore all’indomani della dichiarazione di guerra

dell’Italia all’Austria, coordinata dall’ufficio stampa del Comando

supremo. Per i primi 10 giorni è vietato parlare della guerra, la censura

è attenta affinché non venissero fuori notizie di tipo strategico,

non si doveva narrare la vera realtà della guerra.

Le notizie dei bollettini di guerra venivano emessi dal Comando

supremo del Regio esercito italiano firmati dal Comandante Armando

Diaz, anche se in realtà l’autore era il generale Domenico Siciliani,

capo dell’Unità nazionale e delle Forze armate. I bollettini erano

trasmessi giornalmente attraverso telegrammi (arrivavano notizie

direttamente dai campi di battaglia) ed erano inviati sotto forma di

telegrammi ai sindaci e ai comuni; insieme alla stampa costituivano

l’unica fonte di informazione ufficiale. La modalità di descrizione era

edulcorata e con toni quasi pacati su quanto si svolgeva sul fronte

di guerra, si davano notizie generali sull’andamento della guerra

anche quando si verificano sanguinose perdite. Il 15 maggio 1916,

a un anno dall’entrata dell’Italia in guerra, nella zona dell’Altopiano

dei Sette Comuni, avveniva la massiccia offensiva delle forze

austro-ungariche (Strafexpedition), una spedizione punitiva contro

le posizioni italiane nella zona conquistando molto terreno ma non

riuscendo a spezzare il fronte; in questa circostanza il bollettino del

15 maggio sminuiva l’evento con queste parole:

Nella zona dell’Adamello i nostri alpini completarono il possesso della

cresta occidentale delle vedrette di Fargorida e di Lares, occupandone

il tratto tra Crozzon di Fargorida di Crozzon di Lares. [...] qualche proiettile

di grosso calibro cadde su Asiago. Vi furono pochi feriti tra la popolazione.

[...] Uguale e intenso bombardamento si ebbe lungo il fronte

dell’Isonzo dal Monte Nero al Mare. Seguirono piccoli attacchi nemici

nelle zone di Plava e di San Martino del Carso, ma furono respinti.

Due giorni dopo, il 17 maggio, il bollettino riferiva che nella Valle

Lagarina dai nemici erano stati portati 5 attacchi contro le nostre

posizioni ma

fu ribattuto con enormi perdite inflittegli dal fuoco sterminatore di artiglieria

e di fucileria. Numerosi cadaveri di nemici sono trasportati dalla

corrente dell’Adige.

Dove avveniva un attacco nemico si rispondeva con una controffensiva

italiana sempre vigorosa.

Il 24 ottobre 1917, data incisa nella memoria e nella storia per

64


Volantino, dell’Istituto Nazionale di Propaganda Patriottica Senatrice. “Buon

Senso e Tricolore” (ASCBErnica, b.247, fasc. 1854).

la disfatta di Caporetto, gli austro-ungarici, affiancati da alcune divisioni

tedesche, sfondavano il fronte italiano. Il generale Cadorna,

informato del pesante bombardamento sulla linea Plezzo-Tolmino,

ritenne la catastrofe solo una simulazione per distogliere l’attenzione

dei nostri militari dal fronte carsico. Seguì immancabile il

bollettino del 26 ottobre che, con toni pacati e ottimisti, tentò di

nascondere ancora la verità; era tuttavia evidente che l’azione da

parte degli austro-ungarici aveva portato a una disfatta totale del

fronte italiano.

E con il bollettino del 28 ottobre, Cadorna attribuì la colpa della

mancata resistenza ai reparti della Seconda Armata

la violenza dell’attacco e la deficiente resistenza di alcuni reparti, hanno

permesso alle forze austro-ungariche di rompere la nostra ala sinistra

sulla fronte Giulia.

65


Zona di guerra, 10 novembre

1917. Manifesto del governo per

risollevare il morale della popolazione

dopo la disfatta di Caporetto

(ASCAn, 1917, b. 204, cat. VIII,

cl. 2, fasc.5).

Roma, 5 novembre 1917. Manifesto contenente

il discorso del Senatore Tittoni

che sprona gli italiani alla perseveranza

e al sacrificio pur in situazioni difficili

(ASCAc, 1918, cat. VI, b. 2 , fasc. 10).

Questo gravissimo evento segnò la sostituzione di Cadorna ai

vertici di comando con il generale Diaz.

Dopo due anni di guerra il bollettino chiuderà la sua giornaliera

informazione con una notizia che tutti finalmente vera e tanto attesa:

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re,

duce supremo, l’Esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi,

iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse

ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta 45 .

45

Bollettino di guerra del 4 novembre 1918 n. 1278.

66


9.2 La posta e i pacchi viveri

Il tasso di analfabetismo in Italia era ancora nel 1915 molto

elevato ma, nonostante questo il Governo impose, con la legge n.

83 dello stesso anno, linee ben precise per giustificare l’intervento

italiano sul fronte occidentale. Non fu evidentemente un caso che

a ridosso del conflitto, Mussolini fondò «il Popolo d’Italia» per dare

voce all’area interventista del PSI. Veniva propagata l’illusione di

una “guerra lampo” per riportare all’Italia i territori del Trentino,

dell’Alto Adige, dell’Istria, della Dalmazia, dell’Albania e del Dodecaneso.

Nel contesto quindi di indirizzare l’opinione pubblica a

un consenso unitario della guerra, anche la posta divenne per i

governi un valido mezzo di propaganda. Gli interessi della Nazione

dovevano essere amplificati, le dannose verità non dovevano

trapelare e pertanto era necessario ricorrere al potere attrattivo

dell’immagine, fatta di colori e simboli, per convincere la popolazione

a tenere alto il morale dei soldati, a sottoscrivere i prestiti di

guerra indispensabili per affrontare le enormi spese belliche 46 ma

anche a propagandare la barbarie nemica e i crimini di guerra commessi

dal nemico (come l’uso di mazze ferrate). Nello stesso tempo,

per salvaguardare la sicurezza nazionale ed evitare che notizie

trasmesse dai militari e dai civili potessero essere divulgate anche

inconsapevolmente e danneggiare l’esito bellico, il Governo il 23

maggio 1915, il giorno prima dell’entrata in guerra, con regio decreto

istituì la censura postale dipendente dal Servizio informazioni

del Comando supremo militare e affidata ad apposite commissioni

militari e civili che dovevano vagliare attentamente tutta la posta

inviata sia dai militari che dalla popolazione civile 47 .

Si pensi che qualsiasi lettera scritta dai soldati non poteva contenere

informazioni diverse da quelle diramate dalla stampa e doveva

infondere entusiasmo a favore della guerra. Chi non avesse

rispettato queste prescrizioni avrebbe rischiato la condanna al carcere

militare. I soldati devono mostrarsi entusiasti della guerra.

Come scrive dal fronte ai genitori il tenente di artiglieria Oreste

Bicciardelli figliuolo dell’egregio Prof. Francesco:

46

Nonostante l’ampia diffusione delle cartoline illustrate, negli archivi esaminati

si trovano per la maggior parte cartoline postali tradizionali.

47

Erano escluse le corrispondenze diplomatiche e quelle di servizio degli uffici

statali o militari.

67


Carissimi genitori fino ad ora sino ho scritto sempre per cartolina per

mancanza di tempo, ma ora finalmente posso scrivervi una lunga lettera.

Innanzitutto torno ad assicurarvi che godo ottima salute e che mi

trovo bene. Io sto in montagna a circa duemila metri di altezza e se per

i primi giorni il forte cambiamento di aria mi ha prodotto qualche lieve

disturbo; ora l’aria buona e il vitto migliore mi fanno star benissimo più

che alla guerra mi sembra di esser venuto al cambiamento d’aria [...]

La [...] batteria someggiata dove ora io mi trovo come sottotenente è

conosciuta con il nome di napoletana [...] I soldati sono entusiasmati

per la guerra e contenti di combattere il nemico secolare d’Italia. Essi

non temono pericoli, e allorchè il nemico è in vista oppure si scorge

qualche pezzo o qualche osservatorio austriaco, puntano con precisione

il cannone ed aspettano impazienti l’ordine di far fuoco e quando è

stato sparato, tutti si affrettano a vedere gli effetti prodotti dal nostro

fuoco. Avrei molto altro da dire: ma me ne astengo per mancanza di

tempo e di spazio. Vi accludo alla presente una cura austriaca del valore

di due corone: la conserverete per mio ricordo. Personalmente,

quando verrò, porterò meco diverse monete di oro e di argento, che in

qualche ora di ozio ho raccolte tra gli abitanti dei villaggi. Vi saluto e vi

abbraccio caramente vostro aff.mo figlio Oreste Riccardelli.

D’altra parte la corrispondenza teneva unite le famiglie, alleviava

la separazione, dava la certezza della vita che c’è ancora; scrivere

e ricevere notizie dai propri cari lontani rappresentava un momento

di grande consolazione sia per chi era partito sia per chi era rimasto

a casa. Gli uomini raccontavano, con i limiti imposti dalla censura,

la vita quotidiana al fronte, chiedevano notizie sulla famiglia e sui

raccolti.

Le donne rassicuravano sulla salute, si mostravano preoccupate

delle condizioni della vita in trincea, si informavano delle licenze; a

casa l’attesa del postino, spesso delle postine, durava giorni; l’assenza

di notizie era fonte di ansia, di preoccupazione, si pensava

al peggio, si temeva l’arrivo del nefasto telegramma del Ministero

della guerra.

Insieme alla corrispondenza era previsto anche l’invio, sempre

da parte delle famiglie o tramite la Croce Rossa, di pacchi contenenti

generi alimentari e di conforto.

Nonostante la censura, che vietava di diffondere qualunque informazione

sulla situazione bellica, dopo le prime licenze, tutti conobbero

le disumane condizioni in cui vivevano i soldati. Le famiglie

si attivarono per alleviare un po’ le sofferenze e le privazioni:

Questa mattina sono stata alla posta a spedirti la cesta a mezzo pacco

68


Biadene 21 aprile 1916

Carrissimi Genitori,

vengo a voi con questa mia cartolina per farvi sapere che io mi trovo in

ottima salute, come pure spero voi tutti nella nostra famiglia. Sappiate che

dall’ospedale di Belluno mi hanno trasferito in un ospedaletto da campo vicino

a Montebelluna, ma non so ancora se mi tratterranno o se mi faranno uscire.

Vi ho inviato il mio indirizzo, ma non mi riscrivete subito perché sono ancora

incerto su quanto starò qui. Vi farò avere spesso mie notizie, state sereni.

Speriamo, il più presto possibile, di rivederci e di riabbracciarci per sempre.

Altro non mi resta da dirvi: vi mando i più cordiali saluti sulle ali del pensiero.

Saluto i miei nonni, zii e zie; saluto la mia fidanzata e la sua famiglia; saluto i

miei cugini e cugine; saluto la famiglia di Petrarca e infine saluto di nuovo voi

augurandovi una buona e santa Pasqua. Mi firmo vostro figlio, per sempre.

Beniamino Papa 48

48

Cartolina del soldato Beniamino Papa alla sua famiglia di Paliano con la quale

comunica il trasferimento in un altro ospedale e le sue buone condizioni di salute

(ASCPal, Atti 1870-1930, b. 5, fasc. 17).

69


Zona di guerra 15 Agosto 1917

Amatissimi Genitori,

in questo giorno di solennità del Ferragosto vi mando con il cuore più lieto i

miei cordiali saluti, con la più viva speranza di poterlo festeggiare, il prossimo

anno, tutti in famiglia per sempre. La mia salute è buona, come spero anche

quella di voi tutti. State tranquilli che al più presto ci aspetta un felice ritorno,

per non separarci mai più. Saluto tutta la nostra famiglia, salutate per me la

mia fidanzata e la sua famiglia; ricevete tanti saluti anche dal mio compagno

Rossi. Infine, vengo di nuovo a darvi un milione di baci mentre mi firmo

vostro affezionatissimo figlio per sempre Beniamino. Sempre buone notizie,

speriamo. Ciao 49 .

49

Cartolina del soldato Beniamino Papa, di Paliano, alla sua famiglia alla quale

augura un buon Ferragosto e comunica le sue buone condizioni di salute (ASCPal,

Atti 1870-1930, b. 5, fasc. 17).

70


Napoli, 4 settembre 1915. Appendice

del quotidiano “Il Giorno”. Lettera

del tenente di artiglieria Oreste

Ricciardelli inviata ai genitori con la

quale li mette al corrente della vita al

fronte ed esprime, il suo entusiasmo,

comune a quello di molti altri soldati,

di combattere “il nemico secolare

d’Italia” (Biblioteca comunale di Frosinone

N. Turriziani, Cartella [s.n.] “Il

Giorno” anno XII, n. 246).

postale, e contiene il seguente: un cacio cavallo, un salame di quelli

sotto cenere e un salsicciotto sott’olio, un barattoletto di citrato una

pizza a […] di dama, la scatola delle pastiglie Valda con dentro una saponetta,

4 fazzoletti e le mutande di cotone, mi è dispiaciuto che non

ci ho potuto mettere la camicia non ci entrava; però la settimana entrante

vorrò farti una altro pacchetto e te la manderò. Sul pacco ci ho

scritto – contiene ciambelle. Voglio augurarmi che tutto vorrai gradire

e gustare per il nostro amore, sappi che queste cosette confezionate

da me te le dono nel miglior modo d’affetto che tu puoi immaginare,

te le dono con tutto il mio cuore e con tutta me stessa 50 .

Ma fu fondamentale in questo ambito il ruolo svolto dalla Croce

Rossa. Sia a livello nazionale che internazionale.

Durante il conflitto la Croce Rossa Italiana si occupava principal-

50

Ivi.

71


mente dei malati e dei feriti militari italiani, dei prigionieri di guerra

nemici e della trasmissione e raccolta di notizie dei combattenti;

sempre attraverso la Croce Rossa italiana potevano essere spediti

direttamente dai familiari pacchi viveri e pacchi misti ai nostri prigionieri

in paesi nemici.

Grazie alla iniziativa della Croce Rossa internazionale infatti era

stata creata a Ginevra l’Agenzia di soccorso a favore dei prigionieri

di guerra, cui avevano aderito tutti i paesi belligeranti, con lo scopo

di attuare ogni possibile misura umanitaria in favore di tutti i prigionieri.

Nessun governo aveva però previsto di dover far fronte a

migliaia di prigionieri ai quali era difficile garantire la sussistenza,

anche a causa del blocco navale inglese.

Il Governo italiano rifiutò sempre ogni tipo di intervento statale a

favore dei prigionieri – accettando soltanto l’invio di aiuti da parte

dei privati cittadini – giustificando il mancato soccorso come deterrente

alle diserzioni e alle fughe dalla durezza della vita al fronte e

dalla terribile disciplina imposta da Cadorna. Nel 1918, di fronte alle

accuse delle altre nazioni e alle proteste delle famiglie contro l’abbandono

dei prigionieri italiani in suolo nemico, fu emanato il r.d.l.

25 marzo 1918 Spedizioni di soccorsi ai Prigionieri Italiani in paese

nemico per regolare l’inoltro dei pacchi di pane e generi misti.

In esso fu stabilito che:

le spedizioni dei pacchi – sia di pane che di generi misti – debbono

aver luogo a mezzo delle due tessere per pacco pane e per pacco misto

appositamente istituite, tessere rilasciate dalle Stazioni dei Reali

Carabinieri a richiesta della famiglia del prigioniero, in misura di una

per ciascun prigioniero e per ogni mese.

La tessera per pacco pane permette l’invio ad ogni prigioniero di kg 6

di pane al mese in tre pacchi di kg due ciascuna, da spedirsi ad intervalli

di dieci giorni.

Il pane non si può inviare direttamente ma se ne deve fare ordinazione

ad una delle Sezioni Pane già istituite dalla Croce Rossa italiana o ad

una di quelle minori o da istituirsi. E si spera anche a Fermo. Detto

pane è fabbricato in modo speciale, biscottato, e si conserva bene per

molto tempo. Chi intende abbonarsi dovrà mandare e lasciare in deposito

per tutta la durata dell’abbonamento la tessera per la spedizione

del pane. L’abbonamento è di lire 6,10 mensili.

Per effetto del concentramento del servizio pane nella Croce Rossa, le

famiglie abbonate non dovranno privarsi di alcuna parte delle razioni

pane ad esse spettanti perché lo Stato fornisce le farine necessarie per

fabbricare il pane speciale.

La tessera per pacco misto da diritto all’invio di un pacco del peso di

72


kg 5, contenente generi misti con le limitazioni di cui all’ordinanza del

Comando Supremo dell’8 ottobre 1917 da spedirsi ad intervalli di quindici

giorni. I detti pacchi di generi misti si possono spedire sia a mezzo

degli Uffici Postali che dei comitati della Croce Rossa delegati a tale

servizio, previa presentazione della tessera e relativa bollatura ad ogni

singola spedizione, con avvertenza che i pacchi spediti a mezzo dei

comitati C.R. sono vistati alla partenza e non riaperti a Domodossola,

cosicché vanno integri e più rapidamente ai prigionieri.

La disciplina del servizio nei termini suesposti si è resa necessaria

sia per armonizzare i soccorsi ai nostri prigionieri con la situazione

alimentare del paese (evitando così spedizioni eccessive ad alcuni prigionieri

a danno degli altri) sia per impedire lo sperpero di pane che,

non confezionato nel modo speciale anzidetto, giunge assai spesso

ammuffito ed immangiabile.

I disposti provvedimenti contribuiranno ad una maggiore regolarità

nel servizio dell’inoltro pacchi e permetteranno di inviare ai nostri prigionieri

una razione di pane appositamente fabbricato, di 200 grammi

al giorno equivalente alla razione media concessa per la popolazione

in Italia, tenuto anche conto che si tratta di pane biscottato e quindi

più leggero. Pure i pacchi pane della Croce Rossa non sono soggetti

a censura a Domodossola e quindi sono spediti a destinazione nel più

breve termine 51 .

Nonostante gli aiuti in centinaia di migliaia morirono di stenti nei

campi di prigionia.

10. Gli stenti nei campi di concentramento

10.1 I prigionieri italiani

La fame, il freddo, le malattie, le ferite falcidiarono i militari

anche più delle pallottole e delle mitragliatrici. I sopravvissuti ai

campi di battaglia, ma fatti prigionieri, coloro che preferirono consegnarsi

al nemico, sperando di trovare nella prigionia condizioni

meno drammatiche, si ritrovarono a vivere invece una situazione

precaria e difficile.

Il problema dei prigionieri italiani di guerra si fece grave soprattutto

dopo la sconfitta di Caporetto che costrinse l’esercito italiano

ad abbandonare con forti perdite il fronte dell’Isonzo e a ritirarsi

51

http://www.fermoimmagine.info/la-mosca.html.

73


sulla linea Grappa-Piave, lasciando al nemico il Friuli e parte del

Veneto.

In particolare i soldati catturati tra il 1915 e il 1918 furono

circa seicentomila, la maggior parte venne condotta a Mauthausen

(località tristemente famosa anche durante la Seconda guerra

mondiale), a Theresienstadt in Boemia, a Rastatt e a Celle.

Nessun governo aveva previsto di dover far fronte alla quantità

di prigionieri che arrivavano a decine e decine di migliaia alla volta

e nulla poterono i diritti dei prigionieri stabiliti dalla Convenzione

dell’Aja del 1907, accordo firmato da 44 Stati; la realtà fu ben diversa,

come raccontano i diari e le testimonianze dei reduci.

Il trattato all’art. 7 stabiliva che

Il Governo, in potere del quale si trovano i prigionieri di guerra, è incaricato

del loro mantenimento. In mancanza d’intesa speciale tra i belligeranti,

i prigionieri di guerra saranno trattati per il nutrimento, l’alloggio

e il vestiario, come le truppe dei Governo che li avrà catturati.

Ma l’aumento esponenziale dei prigionieri, la difficoltà degli approvvigionamenti,

il freddo delle baracche non riuscirono a garantire

questo diritto.

Guardate queste faccie scure curve sui filoni del pane che è ancora da

dividere o sul calderone fumante di sbobba che è da misurare centimetro

per centimetro prima della distribuizione. Quello sforzo rabbioso

a contare tutte le bricciole, a non lasciarsi sfuggire nemmeno un

cucchiaio dell’immonda brodaglia; quella avidità felina che ci dilatava

le pupille, ci armava l’uno contro l’altro come lupi affamati e ci faceva

ruggire di collera contro l’”ingiustizia” di un centimetro in più o di un

cucchiaio in meno... La vita psichica qui è ridotta ai minimi termini.

Non ci sono più le imbottiture del sentimento, né le fiamme della volontà,

né i guizzi dell’ingegno. Tutto è piu scabro nudo eguale, tutto è

su una stessa linea di violenza e di elementarietà: la fame il freddo il

sonno 52 .

Così scriveva Bonaventura Tecchi, prigioniero nel lager di Celle,

vicino ad Hannover, insieme ad altri famosi intellettuali e artisti

quali Emilio Betti, Carlo Emilio Gadda e Francesco Nonni.

Oltre 100.000 prigionieri, quasi tutti soldati semplici, morirono

52

F. Nonni, Cellelager: 1917-1918, con presentazione di B. Tecchi, A. Montanari,

Faenza 1919 e ripubblicato a Bagnoregio (VT) nel 1920.

74


Roma, luglio 1916. Circolare della

Croce Rossa italiana contenente le

norme per i rapporti tra i prigionieri

di guerra italiani e le loro famiglie

(ASCVe, 1916, RGN 20.2/423bis,

tit. 9 cat. 4 art. 3 fasc. 2).

75


Roma, luglio 1916. Circolare della

Croce Rossa Italiana contenente

le norme per i rapporti tra

i prigionieri di guerra italiani e le

loro famiglie (ASCVe, 1916, RGN

20.2/423bis, tit. 9 cat. 4 art. 3

fasc. 2).

per le durissime condizioni di vita, aggravate, come abbiamo accennato,

dalla decisione della Stato italiano e del Comando supremo

militare di non organizzare – se non in extremis – aiuti collettivi

ai prigionieri per scongiurare il fenomeno delle diserzioni.

Denutrizione e debilitazione sono state quindi le cause principali

dei decessi tra i soldati internati; se per questi, la prigionia era durissima,

meno pesante era per gli ufficiali, grazie a regole internazionali

che prevedevano minori restrizioni e soprattutto l’esenzione

dal lavoro obbligatorio. Ma per tutti la vita era ridotta al livello più

elementare e bestiale che coincideva con l’attesa di qualche boccone

di pane.

«Destituiti di dignità umana si era giunti al livello delle bestie in

cui lo stimolo della fame governa ogni azione» 53 .

53

A. Palazzeschi, Tre imperi... mancati. Cronaca (1922-1945), Vallecchi, Firenze,

1945, p. 213.

76


Genova, 20 luglio 1918. Ricevuta per l’abbonamento Pane mensile ai

prigionieri di guerra spedito dalla Croce Rossa italiana a cura del Comitato

di Mobilitazione Civile di Veroli (ASCVe, 1918, RGN 20.2/453,

tit. 9 cat. 3 art. 1 fasc. 1).

Roma, 26 maggio 1917. Crocerossa

Commissione dei prigionieri

di guerra al Sindaco di Boville

Ernica, si trasmette il manifesto

contenente nuove norme per invio

pacchi ai prigionieri (ASCBErnica,

b. 259).

77


10.2 I prigionieri austro-ungarici in Italia

Non si sa con assoluta certezza il numero dei prigionieri nemici

in Italia, circa 400.000 furono gli austro-ungarici; essi vennero

distribuiti nei campi di prigionia su tutto il territorio nazionale,

Alessandria, Asti, Avezzano, Bracciano, Cavarzere, Cuneo, Genova,

Mantova, Servigliano, Sulmona, Voghera, Reggio Calabria, l’Asinara

in Sardegna, Palermo e Vittoria in Sicilia, laddove era stato possibile

organizzare luoghi di detenzione.

L’Italia già dal 1916 cercò di regolamentare, in base alla Convenzione

dell’Aja, l’utilizzo dei prigionieri di guerra nei lavori agricoli e

industriali:

L’opera dei prigionieri di guerra deve essere considerata soltanto quale

espediente di carattere eccezionale per bisogni ai quali non sia possibile

altrimenti provvedere. Il lavoro dei prigionieri non deve fare concorrenza

sotto verun aspetto al lavoro libero e deve risultare a parità

di costo per chi lo impiega.

Le domande di impiego devono, caso per caso, essere inviate a questo

Ministero col parere dell’autorità politica locale e con l’indicazione

del numero di lavoratori ritenuto necessario. Di regola questi saranno

inviati in gruppi non inferiori a 100 e con la scorta di 1 ufficiale e 24

uomini di truppa 54 .

Nel novembre del 1916 la Commissione per i prigionieri di guerra

del Ministero della guerra inviò ulteriori precisazioni sull’utilizzo

dei prigionieri, sulla tipologia degli alloggi e sulla quantità e qualità

del vitto per i prigionieri, nonché sull’orario di lavoro stabilito in un

massimo di 10 ore, sulla “mercede” ai prigionieri e anche sulle indennità

spettanti alle scorte che dovevano vigilare sui detenuti-lavoratori.

Erano norme severe, ma piuttosto rispettose delle urgenze

dei prigionieri, trattati in modo simile ai soldati di truppa italiani.

L’impiego nei lavori agricoli innescò successivamente forti recriminazione

degli ex combattenti che, al rientro nei loro luoghi di

origine, si trovarono disoccupati in ragione del contesto economico

di grave degrado.

Gli austro-ungarici e i prigionieri degli imperi centrali furono anche

impiegati in altri lavori, non solo in agricoltura.

54

Circolare del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, 25 giugno

1916, n. 75.

78


A causa del vuoto generazionale che si venne a creare il Governo

italiano decise di istituire un campo di lavoro ad Avezzano nel quartiere

che poi prese il nome di “Concentramento”.

Grazie anche al loro continuo lavoro in opere pubbliche la città faticosamente

rinacque. Diverse le opere realizzate da questa comunità:

la pineta a nord della città, il rimboschimento del monte Salviano, i

servizi viari cittadini e vari edifici, tra cui la casa-comando in legno

del campo di concentramento, situata alle spalle della contemporanea

chiesa della Madonna del Passo. Fin dalla istituzione del campo di concentramento

era presente in località “Chiusa Resta” (la contemporanea

via Piana) anche il cimitero degli austro-ungarici deceduti durante

la prigionia. A seguito dell’espansione edilizia della città oltre questa

zona, nel 2007 si è proceduto alla riesumazione dei resti e con una

solenne cerimonia alla restituzione delle spoglie alle autorità estere 55 .

Convenzione dell’Aja, 1907

Capitolo II: Dei prigionieri di guerra

Art. 4

I prigionieri di guerra sono in potere del Governo nemico, ma

non degli individui o dei corpi che li hanno catturati.

Essi devono essere trattati con umanità.

Tutto ciò che appartiene loro personalmente, eccetto le armi, i

cavalli e le carte militari, resta di loro proprietà.

Art. 5

I prigionieri di guerra possono essere internati in una città, fortezza,

campo o luogo qualunque, con l’obbligo di non allontanarsene

oltre certi limiti determinati; ma non possono essere

rinchiusi che per misura di sicurezza indispensabile, e soltanto

finché durano le circostanze che hanno necessitato tale misura.

Art. 6

Lo Stato può impiegare come lavoratori i prigionieri di guerra,

secondo il loro grado e le loro attitudini, eccetto gli ufficiali. Tali

lavori non saranno eccessivi e non avranno alcun rapporto con

le operazioni della guerra.

I prigionieri possono essere autorizzati a lavorare per conto di

55

http://www.terremarsicane.it/avezzano-storia-di-una-citta.

79


pubbliche amministrazioni o di privati, o per loro proprio conto.

I lavori fatti per lo Stato sono pagati secondo le tariffe in vigore

per i militari del’esercito nazionale che eseguiscono gli stessi

lavori, o, in mancanza, secondo una tariffa corrispondente ai

lavori eseguiti.

Qualora i lavori siano fatti per conto di altre amministrazioni

pubbliche o per privati, le condizioni saranno regolate d’accordo

coll’autorità militare.

Il salario dei prigionieri contribuirà ad alleviare la loro posizione,

e il soprappiù sarà loro pagato al momento della liberazione,

salvo a defalcare le spese di mantenimento.

Art. 7

Il Governo, in potere del quale si trovano i prigionieri di guerra,

è incaricato del loro mantenimento.

In mancanza d’intesa speciale tra i belligeranti, i prigionieri di

guerra saranno trattati per il nutrimento, l’alloggio e il vestiario,

come le truppe dei Governo che li avrà catturati.

Art. 8

I prigionieri di guerra saranno sottomessi alle leggi, ai regolamenti

e agli ordini in vigore nell’esercito dello Stato in potere

del quale essi si trovano. Ogni atto di insubordinazione autorizza

contro essi le misure di rigore necessarie.

I prigionieri evasi, che fossero ripresi prima di aver raggiunto il

loro esercito o prima di lasciare il territorio occupato dall’esercito

che li ha catturati, sono soggetti a pene disciplinari.

I prigionieri che dopo essere riusciti ad evadere sono fatti di

nuovo prigionieri, non possono essere puniti per la fuga anteriore.

Art. 9

Ciascun prigioniero di guerra è tenuto a dichiarare, se interrogato

in proposito, il suo vero nome e grado; nel caso ch’egli violasse

tale regola, si esporrebbe a subire la restrizione dei vantaggi

accordati ai prigionieri di guerra della sua categoria.

Art. 10

I prigionieri di guerra possono essere messi in libertà sulla loro

parola, se le leggi del loro paese li autorizzano a ciò; in tal caso,

essi sono obbligati, sotto la garanzia del loro onore personale,

ad adempiere scrupolosamente, così rispetto al loro proprio Governo,

come rispetto a quello che li ha fatti prigionieri, gli impegni

che avessero assunti.

80


Nello stesso caso, il loro proprio Governo è tenuto a non richiedere

e a non accettare da essi alcun servizio contrario alla

parola data.

Art. 11

Un prigioniero di guerra non può essere costretto ad accettare

la sua libertà su parola; parimente, il Governo nemico non ha

l’obbligo di consentire alla domanda di un prigioniero che chieda

di essere messo in libertà su parola.

Art. 12

Ogni prigioniero di guerra liberato su parola e ripreso mentre

porta le armi contro il Governo verso cui egli si era impegnato

con parola d’onore, o contro i suoi alleati, perde il diritto al trattamento

dei prigionieri di guerra e può essere tradotto dinanzi

ai tribunali.

Art. 13

Gli individui che seguono un esercito senza farne direttamente

parte, come i corrispondenti e i reporters dei giornali, i vivandieri,

i fornitori, che cadono in potere del nemico e che questo

giudichi utile di detenere, hanno diritto al trattamento dei prigionieri

di guerra, purché siano provvisti di una legittimazione

dell’autorità militare dell’esercito che accompagnavano.

Art. 14

È costituito, fin dal principio delle ostilità, in ciascuno degli Stati

belligeranti, e, occorrendo, nei paesi neutrali che avranno raccolto

dei belligeranti nel loro territorio, un ufficio d’informazioni

sui prigionieri di guerra. Tale ufficio, incaricato di rispondere

a tutte le domande che li concernono, riceve dai vari servizi

competenti tutte le indicazioni relative agli internamenti e alle

mutazioni, alle liberazioni su parola, agli scambi, alle evasioni,

all’entrata negli ospedali, alla morte, come pure tutte le notizie

necessarie per stabilire e tenere in giorno una nota individuale

per ciascun prigioniero di guerra. L’ufficio registrerà in tale nota

il numero di matricola, il cognome e nome, l’età, il luogo di origine,

il grado, il corpo di truppa, le ferite, la data e il luogo di

cattura, dell’internamento, delle ferite e della morte, come pure

tutte le osservazioni particolari. La nota individuale sarà rimessa

al Governo dell’altro belligerante dopo la conclusione della pace.

L’ufficio d’informazioni è parimente incaricato di raccogliere tutti

gli oggetti d’uso personale, i valori, le lettere, ecc., che saranno

trovati sul campo di battaglia o lasciati dai prigionieri liberati su

81


parola, scambiati, evasi o morti negli ospedali o nelle ambulanze,

e di trasmetterli agli interessati.

Art. 15

Le società di soccorso per i prigionieri di guerra, regolarmente

costituite secondo la legge del loro paese, che abbiano lo scopo

di essere le intermediarie dell’opera caritatevole, riceveranno

dai belligeranti, per esse e per i loro agenti debitamente accreditati,

ogni agevolezza, nei limiti tracciati dalle necessità militari

e dalle regole amministrative, per compiere efficacemente

la loro missione umanitaria. I delegati di tali società potranno

essere ammessi a distribuire soccorsi tanto nei depositi d’internamento,

quanto nei luoghi di tappa dei prigionieri rimpatriati,

mediante un permesso personale rilasciato dall’autorità militare,

ed obbligandosi per iscritto a sottomettersi a tutte le misure

d’ordine e di polizia che la detta autorità prescrivesse.

Art. 16

Gli uffici d’informazioni godono della franchigia postale. Le lettere,

i vaglia, gli invii di denaro, nonché i pacchi postali destinati

ai prigionieri di guerra o spediti da essi, saranno esenti da tutte

le tasse postali, così nei paesi di origine e di destinazione come

nei paesi intermedi.

I doni e soccorsi in natura destinati ai prigionieri di guerra saranno

ammessi in franchigia di qualsiasi diritto di entrata o d’altro

genere, come pure delle tasse di trasporto sulle strade ferrate

esercitate dallo Stato.

Art. 17

Gli ufficiali prigionieri riceveranno il soldo a cui hanno diritto gli

ufficiali dello stesso grado del paese ove sono ritenuti, con obbligo

di rimborso da parte del loro Governo.

Art. 18

Sarà lasciata ai prigionieri di guerra la più ampia libertà per

l’esercizio della loro religione, compresa la partecipazione agli

uffici del loro culto, con la sola condizione di conformarsi alle

misure d’ordine e di polizia dell’autorità militare.

Art. 19

I testamenti dei prigionieri saranno ricevuti e redatti alle stesse

condizioni che quelli dei militari dell’esercito nazionale.

Si osserveranno parimente le stesse regole per quanto concerne

gli atti di morte e per l’inumazione dei prigionieri di guerra, tenendo

conto del loro grado e della loro condizione.

82


Art. 20

Dopo la conclusione della pace, il rimpatrio dei prigionieri di

guerra si farà nel più breve termine possibile.

11. La fede in trincea

Nella striscia di terra che costituiva la trincea, la vita e la morte

non avevano un confine. I soldati venivano da tutte le regioni

d’Italia, erano diversi per cultura e provenienza, tutti però legati ai

costumi e alle tradizioni della propria terra di origine; nella convivenza

e nel clima di paura, la religione, le credenze e le superstizioni

si mischiavano e si fondevano.

Il generale Luigi Cadorna, all’approssimarsi dell’entrata in guerra

dell’Italia, con la circolare del 12 aprile 1915, regolamentò anche

questo delicato aspetto della vita militare. Ripristinò l’assistenza

religiosa con l’assegnazione di un cappellano ad ogni reggimento e

battaglione negli ospedali e ospedaletti da campo, nei treni ospedali

e negli ospedali territoriali. Con lo scopo di infondere, con il

richiamo alla religione e ai suoi insegnamenti, coesione morale e

spirito di disciplina e sacrificio. Inoltre, con la mobilitazione generale,

gli ecclesiastici come i seminaristi, i novizi, i chierici, i sacerdoti

che non erano parroci e i vicari (circa 22.000), vennero reclutati e

considerati come dei soldati qualsiasi ed assegnati alle unità combattenti

(i “preti soldati”), condividendo quindi con i compagni civili

le fatiche, gli stenti e i pericoli; fu questa stretta vicinanza, probabilmente,

a rendere i preti soldati, più dei cappellani, maggiormente

in grado di tenere vivo il sentimento religioso.

Mons. Bartolomasi, nominato Vescovo di campo (vertice di tutti i

cappellani militari d’Italia), strumentalizzando in qualche modo anche

questa parte così personale di ogni individuo, diede precise indicazioni

ai religiosi militari, affinché con sollecitudine stessero vicini

alle necessità del soldato per rendere saldo il sentimento religioso

e morale e per sopire le inquietudini e tenere alti i valori dell’obbedienza,

dell’amor patrio, del sacrificio 56 . Nelle visite ai vari reparti

56

Ai cappellani furono attribuite competenze particolari: dare l’assoluzione di

massa, effettuare la compilazione degli atti di matrimonio per procura, apporre

sulla tabellina diagnostica dei feriti le tre lettere o. c. p. (olio santo - comunione -

83


nelle trincee, i cappellani si presentavano spesso con qualche piccolo

dono: immagini sacre, medagliette religiose, ma anche generi di

ristoro e conforto come coperte di lana, sigarette e tabacco.

Il momento più incisivo per l’attività dei cappellani militari era la

celebrazione della Messa che si poteva svolgere nelle situazioni più

imprevedibili e diverse, in piena tranquillità, ma anche sotto la minaccia

dei bombardamenti; il momento più temuto era invece la pietosa

assistenza ai condannati a morte dai tribunali militari. A volte i religiosi

si assumevano anche il compito di comunicare alle famiglie le

sorti dei congiunti morti, dispersi o prigionieri, cercando di alleviare

l’inutile attesa di notizie. Per fare un esempio, nel dicembre 1917 un

cappellano scrive a Giuseppa Terrinoni, madre di Felice D’Amico, per

comunicare che il figlio risulta disperso dall’ottobre precedente; una

successiva cartolina, dell’agosto 1918, comunica che Felice D’Amico è

prigioniero nel campo di Guben e ha ripreso i contatti con la famiglia 57 .

La propaganda religiosa voluta dal Governo si attuava, come

accennato, oltre che con la parola e l’ascolto, anche attraverso la

distribuzione di santini, immaginette e preghiere benché molti soldati

che partivano per il fronte, a seconda della diversa fede e

devozione, portavano con loro oggetti e immagini devozionali. Tra

le preghiere la più diffusa era quelle della pace di papa Benedetto

XV 58 che, dopo Caporetto, non venne più distribuita perché considerata

troppo pacifista e antimilitarista.

penitenza), impartire l’indulgenza plenaria in articulo mortis.

57

Fiuggi, Collezione privata Architetto Felice D’Amico.

58

Sgomenti dagli orrori di una guerra che travolge popoli e nazioni, ci rifugiamo,

o Gesù, come scampo supremo, nel vostro amatissimo Cuore; da Voi, Dio delle

misericordie, imploriamo con gemiti la cessazione dell’immane flagello; da Voi, Re

pacifico, affrettiamo con voti la sospirata pace. Dal vostro Cuore divino Voi irradiaste

nel mondo la carità, perché tolta ogni discordia, regnasse fra gli uomini soltanto

l’amore: mentre eravate su questa terra, Voi aveste palpiti di tenerissima compassione

per le umane sventure. Deh! Si commuova dunque il Cuor vostro anche in

quest’ora, grave per noi di odi così funesti, di così orribili stragi! Pietà vi prenda

di tante madri, angosciate per la sorte dei figli, pietà di tante famiglie, orfane del

loro capo, pietà della misera Europa, su cui incombe tanta rovina! Inspirate Voi ai

reggitori e ai popoli consigli di mitezza, componete i dissidi che lacerano le nazioni,

fate che tornino gli uomini a darsi il bacio della pace, Voi, che a prezzo del vostro

Sangue li rendeste fratelli. E come un giorno al supplice grido dell’Apostolo Pietro:

salvaci, o Signore, perché siamo perduti, rispondeste pietoso, acquetando il mare

in procella, così oggi, alle nostre fidenti preghiere, rispondete placato, ritornando

al mondo sconvolto la tranquillità e la pace. Voi pure, o Vergine santissima, come

in altri tempi di terribili prove, aiutateci, proteggeteci, salvateci. Così sia.

84


Un Cappellano della Valle del Sacco

Angelo Cerbara nacque a Gavignano di Roma il 1° maggio 1888.

Gli zii, Francesco e Vincenzo Cerbara, che appartenevano all’ordine

religioso agostiniano fondato a Somasca (Bergamo) favorirono

il suo ingresso nel Collegio Rosi di Spello, dove rimase

dal 1901 al 1904 per compiere gli studi ginnasiali. A sedici anni

iniziò il suo noviziato a Roma a San Girolamo della Carità e pronunciò

la professione l’11 novembre del 1905, per poi frequentare

il Seminario romano, presso il quale conseguì la licenza

liceale e iniziò gli studi di filosofia. Nel 1908 iniziò come volontario

il servizio militare a Messina, città che insieme a Reggio

Calabria, il 28 dicembre di quello stesso anno fu colpita da un

terremoto e da un maremoto d’eccezionale gravità che causò

la distruzione delle due sponde dello Stretto e la morte di circa

90.000 persone. In questa occasione Padre Cerbara si distinse

nel soccorso della popolazione e la sua generosità venne riconosciuta

con una medaglia al merito per lo zelo nel raccogliere

i feriti e seppellire i cadaveri. Partecipò alla guerra in Libia e,

rientrato nel 1913 si laureò in teologia e pronunciò i voti solenni

celebrando la sua prima Santa Messa il 5 aprile 1914 nella

Chiesa di Santa Maria in Aquiro. Nel marzo 1915 fu richiamato

nuovamente sotto le armi e chiese di poter essere nominato

cappellano militare. Fu subito inviato al fronte, al Col di Lana,

con il 60° reggimento di fanteria, di cui era tenente cappellano.

Fu sempre in prima linea, accanto ai suoi soldati, a tu per

tu con la morte; era lì negli attacchi più cruenti di agosto e di

ottobre 1915 sotto i terribili bombardamenti austriaci. Il 22 di

ottobre fu colpito da una granata nemica, mentre in prima linea

assisteva un caporal maggiore ferito gravemente; trasportato

immediatamente all’ospedale da campo, si spense il 28 dello

stesso mese 59 . Nell’agosto del 1915 gli fu conferita la medaglia

d’argento al valor militare con questa motivazione:

Sotto il fuoco nemico, noncurante del pericolo, con costante ed ammirevole

spirito di carità recava ai morenti il conforto della Religione e coadiuvava

i medici e i portaferiti nell’assistenza e nel trasporto dei feriti.

59

Cfr. http://www.vitasomasca.it/vitasomasca/Profili/Voci/2015/12/3_P._Angelo_Cerbara.html.

85


12. L’influenza spagnola

Non bastasse la guerra, nel 1918 si aggiunse l’epidemia di influenza

spagnola a flagellare le già provate popolazioni.

L’influenza, di origine virale, ebbe l’appellativo di “spagnola” in

quanto, secondo alcuni, sarebbe arrivata in Europa per il tramite della

Spagna, nei cui porti sarebbe approdata con le navi commerciali

provenienti da Oriente. Da lì, grazie anche ai massivi movimenti di

truppe verso i teatri di guerra, si sarebbe propagata in tutto il continente,

favorita dalle scarse condizioni igieniche delle trincee e dal

fatto che molti medici erano stati inviati al fronte lasciando sguarnite

le popolazioni locali. Bastava una semplice licenza perché un soldato

infetto contagiasse la sua famiglia e, molto velocemente, l’intera

città. Un altro motivo per cui venne chiamata spagnola è dovuto al

fatto che fu la stampa iberica a trattare per prima l’argomento e a

lanciare, in qualche modo, l’allarme in Europa. Non prendendo infatti

parte alla guerra, in Spagna il controllo sull’informazione non era

così censorio come nelle altre nazioni impegnate nei combattimenti.

Sta di fatto che lo stato di guerra favorì enormemente la diffusione

della malattia, la quale causò un numero di vittime tre - quattro

volte superiore a quelle del conflitto mondiale.

I sintomi della spagnola erano particolarmente devastanti, soprattutto

a livello respiratorio. Dopo una violenta febbre, causa tra

l’altro di delirio e allucinazioni, il corpo cominciava a secernere liquidi

che man mano riempivano i polmoni, di fatto soffocando i

pazienti dall’interno. La particolare aggressività del virus faceva sì

che, peraltro, anziché tentare di combatterlo, il sistema immunitario

contribuiva ad aggravare le condizioni dei pazienti causando

scompensi a livello polmonare.

Ciò che più stupisce della pandemia è che si accanì particolarmente

contro gli uomini tra i venti e i quarant’anni; le categorie più

deboli degli anziani e dei bambini, invece, erano vittime predestinate.

Non si trovò mai una cura a questa malattia, che uccise in

modo repentino e atroce e altrettanto repentinamente apparve e

scomparve a più riprese tra il 1918 e il 1919.

Per combattere l’epidemia, in un tempo in cui ancora non si disponeva

di antibiotici, la Direzione generale della sanità pubblica

diffuse un opuscolo contenente una serie di indicazioni pratiche

facilmente attuabili dalla popolazione 60 . Le norme consigliavano

60

Ministero dell’Interno, Direzione generale della sanità pubblica, Istruzioni

86


anzitutto di mettersi a letto ai primi sintomi, in modo da non peggiorare

la situazione; in secondo luogo di astenersi dal contatto con

i malati, dato il carattere altamente infettivo della malattia. Una

igiene rigorosissima era inoltre indispensabile sia per le abitazioni

sia per le persone, alle quali si raccomandava di lavare più spesso

possibile non solo le mani, ma anche la bocca e il viso. Importante

infine evitare i luoghi pubblici troppo affollati e non arieggiati, per i

quali si prescriveva la pulizia accurata e frequente.

Sullo scorcio del decorso settembre allorchè si manifestò improvvisa,

e rapidamente si diffuse fra noi la pandemia influenzale che già aveva

fatto tante vittime nei luoghi circostanti, per somma jattura venne a

mancare l’assistenza sanitaria, perché l’unico nostro Medico condotto

cadde pur esso malato. Riuscite infruttuose le pratiche per avere un

Medico stabile, si richiese l’opera di quelli dei comuni limitrofi, e quantunque

sovraccarichi di lavoro risposero volenterosi all’appello i signori

Dottori Poce di Piglio, Savino di Fiuggi, e Bonacci di Serrone.

Essi accedendo di scavalco si avvicendarono compatibilmente cogli impegni

delle rispettive condotte, e si moltiplicarono nella cura dei molti

degenti sino a praticare centinaia di visite al giorno perché purtroppo

il numero dei colpiti superò il migliaio. Solo il 7 ottobre venne inviato il

capitano medico dott. Tecca in seguito all’efficace interessamento del

deputato del Collegio onorevole Raffaele Zegretti e di Sua Eccellenza

Onorevole Domenico Valenzani sottosegretario di Stato, i quali di persona

avevano accertato lo stato di completo abbandono in cui trovavasi

la popolazione, ed il medesimo dottor Tecca con tutta sollecitudine

e abnegazione, superiori a qualunque elogio diede intera l’opera sua

all’arduo compito.

Senza tregua in tutte le ore si dedicò alle cure dei malati, fu premuroso

ed esigente nel rimuovere i centri d’infezione, come nel prescrivere

misure igieniche e profilattiche, all’adozione delle quali presiedette di

persona; e si deve così quasi esclusivamente a Lui se il morbo micidiale

era sulla fine di ottobre completamente scomparso dopo aver fatto

70 vittime in meno di un mese, cioè ben due terzi di quelle rapiteci

dalla guerra in tre anni e mezzo.

Un atto quindi di riconoscenza è doveroso sia espresso e attestato.

Perciò:

Il Commissario Prefettizio

In via d’urgenza ed in luogo del Consiglio comunale

Sicuro interprete dei sentimenti di tutta la cittadinanza la quale concorde

ha manifestato ognora la più sentita riconoscenza

popolari per la difesa contro l’influenza, Roma, 1918.

87


Opuscolo del Ministero del Tesoro, Provvedimenti di assistenza ai congedati

malarici. “Trattamento curativo [...] I congedati malarici che

presentino accessi febbrili malarici gravi e ravvicinati e che non possono

avere una sufficiente assistenza a domicilio, potranno essere

invitati alla cura ospedaliera [...]”. (ASCBErnica, b. 247, fasc.1854)

Tributa plauso e riconoscenza a Sua Eccellenza Domenico Valenzani

ed all’onorevole Raffaele Zegretti benemerito rappresentante politico

e provinciale, che tutto posero in opera per sovvenirci nel terribile

frangente; plauso e riconoscenza ai signori egregi sanitari dott. Iciclio

Poce di Piglio, Ferdinando Savino di Fiuggi, e Guido Bonacci di Serrone,

i quali per oltre una settimana e quando il morbo infieriva si prodigarono

per i nostri malati; infine riconoscenza e plauso all’esimio dott.

Giovanni Romualdo Tecca capitano medico in servizio civile.

Rilevato poi che lo stesso dott. Tecca si è così reso altamente benemerito,

e che per sottoscrizione popolare gli venne già coniata ed offerta

una medaglia d’oro commemorativa, delibera di nominarlo cittadino

Onorario di questo Comune pregandolo a serbare di questa popolazione

la memoria che grata serberà di Lui per i servizi che le ha reso 61 .

61

Copia di deliberazione del Commissario prefettizio di Acuto – oggetto: Benemeriti

durante la pandemia influenzale (19/11/1918), ASCAc, 1918, cat. IV, b.

1, fasc. 7.

88


13. La memoria

Nessuno, al momento dell’entrata in guerra, poteva immaginare

la quantità di lutti che il conflitto avrebbe portato con sé. Da subito

invece la guerra si presentò come un evento di entità inaspettata

che coinvolgeva una generazione di uomini giovani, soprattutto figli

che lasciavano i padri e le madri, per i quali elaborare il lutto era

certo più difficile. Fu sentire comune quindi, alla fine della guerra,

il bisogno di dare alle famiglie e ai superstiti una giustificazione per

la morte e la sofferenza dei loro cari, ma anche di costruire la memoria

di una evento grandioso che permettesse ai sopravvissuti di

affrontare meglio il dolore in una società resa ancor più complicata

dalla crisi economica e sociale.

L’evento simbolo della condivisione del dolore e della memoria

dei 650.000 caduti è il viaggio del Milite ignoto, soldato anonimo,

corpo senza nome, abbracciato dall’intera Nazione. Furono tanti,

troppi i morti, troppi i dispersi che non avrebbero avuto la tomba

su cui piangere, consolarsi, ricordare.

Fu una cerimonia che trasformò il dolore personale di tanti genitori,

fratelli, figli, in un unico sentimento di orgoglio patriottico.

All’indomani della Prima guerra mondiale furono edificati in tutte

le città e paesi d’Italia i monumenti in ricordo dei caduti. Il senso e

valore di questa opera di costruzione della memoria non era però

soltanto quello di non dimenticare i morti; era necessario infatti

dopo tanta distruzione e dopo tante vittime, trasformare l’enorme

disastro appena compiuto in un momento sublime per la Patria in

cui i caduti e i reduci risultassero eroiche vittime di cui essere orgogliosi.

Sui monumenti viene generalmente inciso il nome di ogni milite;

ma nella unicità di ognuno, non c’è l’esclusività, sono tutti parte del

disegno della realizzazione della Patria comune. Di fronte a questo

ideale comune non può esserci differenza, tutti sono uguali nella

morte e nel ricordo.

Singolari in questo panorama appaiono due memoriali: il monumento

eretto nella città di Ferentino, dove viene sottolineata con

orgoglio l’appartenenza alla forte gente dei monti Ernici senza però

sottrarsi alla memoria di un lutto corale; si legge sulla lapide “ernicamente

pugnarono – romanamente caddero” e il sacrario militare

della chiesa di Sant’Agostino ad Anagni, in cui sono riportate le

immagini fotografiche di ognuno dei soldati anagnini caduti, quasi

cento uomini, di età compresa tra i 17 e i 47 anni.

89


I fatti eroici, cui tutti hanno partecipato, vengono glorificati con

monumenti eretti nei luoghi delle battaglie più significative e qui

non ci sono nomi; le iscrizioni celebrano il sacrificio di tutti, il sangue

versato in nome dei grandi ideali patriottici. Ne è un esempio il

monumento sul Podgora su cui si legge sui diversi fronti della stele:

Calvario VIII – VIII – MCMXVI + Nel santo nome d’Italia – gloria – alle

innumerevoli schiere di eroi – che in una passione di XV mesi – consacrarono

a questo Monte – il tremendo nome di Calvario – preparando

la grande vittoria – dell’amore, della giustizia, della libertà.

Non lacrime chiedono i Morti – ma qui chiamano – i viventi – a imparare

come si ami la Patria.

Signoreggiate il – nostro orizzonte – voi che l’avete riaperto: seguono i

nomi dei Reggimenti e dei Reparti di Truppe che sul Podgora lasciarono

la più bella gioventù 62 .

I monumenti dovevano essere quindi il mezzo per tentare di

convogliare in un’unica direzione – l’amor di Patria – l’accettazione

della guerra e della morte, superando allo stesso tempo i precedenti

contrasti tra interventisti e neutralisti.

Per l’esecuzione dei monumenti furono a volte chiamati scultori

noti ma in generale furono chiamate maestranze locali; da un punto

di vista estetico si hanno nei monumenti vari canoni, molti ispirati

dalla retorica contemporanea; si va dalla semplice lapide con

l’elenco dei nomi ed iscrizioni di gratitudine per il sacrificio (nella

zona: Alatri, Morolo, Boville, Pofi), a steli semplici o arricchite dei

simboli della vittoria, delle insegne militari, delle armi e di soldati

(Acuto, Ceccano, Paliano, Patrica, Fiuggi, Ferentino, Giuliano di

Roma, Ripi, Serrone, Supino, Vallecorsa), al monumento simbolo

del dolore e della sofferenza (Ceprano, Veroli, Anagni), ad imponenti

strutture di bronzo o di marmo (in genere sui luoghi delle più

dure battaglie – Calalzo) spesso celebrativi della fisicità e della forza

che condussero alle vittorie del Piave e di Vittorio Veneto.

Sul monumento ai caduti di Calalzo così si esprime Paterna Baldizzi,

riunendo in due significative righe il senso della celebrazione

monumentale, l’accettazione del sacrificio per la difesa della Patria:

Il monumento, opera dello scultore cadorino cav. uff. Annibale De Lotto,

è uno dei pochi che può portare questo nome; un alpino difende la

62

Leonardo Paterna Baldizzi, diario 19, p. 4.

90


A sinistra, Fiuggi, ??? (foto Matteo

Scaccia). Sopra, Serrone, particolare

di ??? (foto Matteo Scaccia).

vetta con le pietre e mostra al sole i suoi muscoli di ferro, il suo nudo

petto con marziale, impetuosa movenza 63 .

Anche le cerimonie collegate alle inaugurazione dei monumenti

ripropongono, amplificate dai giornali che irrompono con sempre

maggior impatto nella vita sociale, le immagini dell’unità ritrovata,

con la perdita di tanti giovani, sotto la bandiera italiana, che

ovunque sventola, e riportano le parole, a volte piene di retorica

nazionalista e patriottica, delle autorità che devono a tutti i costi

giustificare agli occhi di tanti genitori il grande sacrificio dei figli.

Figli di cui essere orgogliosi perché hanno anteposto la Patria alla

famiglia per partecipare al compimento del destino della Nazione.

Ecco alcune parole pronunciate da Paterna Baldizzi all’inaugurazione

del monumento di Calalzo:

63

Leonardo Paterna Baldizzi, diario 20, p. 2.

91


A sinistra, lapide dei caduti di Villa Santo Stefano.

Sull’epigrafe, preceduta da una breve dedica

in memoria dei caduti, sono riportati in elenco

i nominativi dei soldati. In basso è riportata la

data dell’inaugurazione avvenuta il 15 agosto

1920.

Sopra, Monumento ai caduti di Ceprano. Particolare

del monumento inaugurato l’8 ottobre

1922, come si rileva dall’epigrafe onoraria. Parte

dell’iscrizione è stata ripresa dall’opuscolo “Corinthia”

Casa d’arte per la scultura «[...] essi

gittarono la loro giovinezza alla morte e i loro

nomi all’immortalità [...]». Il monumento è stato

realizzato dallo scultore Torquato Tamagnini.

Dalle terre illuminate dal caldo sole, dai monti, che lanciano al Cielo

fiamme e rovente pietra, noi siamo venuti su questi monti, dalle candide

eterne nevi, per compiere l’alto dovere verso la Patria in armi, per

dire a voi, eroi del Cadore martoriato, che i nostri cuori palpitano dello

stesso affetto, dello stesso amore per gli alti ideali che dall’estrema

terra sicula a questi limiti alpini fanno di tutti noi un sol popolo!

Così iniziai le poche espressioni di entusiasmo, pronunziate prima che

un poeta della guerra il De Caro avesse tessuto l’inno di puro sangue

cadorino e chiusi con la invocazione alla Italia fra calorose acclamazioni

64 .

64

Ibidem, p. 194.

92


Ada Negri, Il soldato ignoto 65

Sotto la grigia acquerugiola

lungo le vie dell’urbe

fuligginosa

lentissimo passa

il carro che fiori

non porta, ma porta

i tre colori,

come ghirlanda

su piccola cassa.

Soldati lo seguono,

volto composto impassibile,

fucile prono;

fanciulle lo seguono,

anch’esse in aspetto di guerra,

croce rossa, su tunica blu.

L’asfalto bagnato riflette

in scorci di trasparenze

gelide livide

l’ombre del triste corteo

che pare navighi navighi

su l’acque d’un fiume

ch’abbia per riva il silenzio,

per foce la morte.

Da vani oscuri di porte,

dai marciapiedi lucenti,

pallide rapide genti

guardano: e gli uomini

con reverenza si scoprono

il capo, abbozzan le donne

un segno di croce,

fra un sospiro e un brivido.

Chi è?

Un soldatino ignoto.

ancor quasi un bambino:

la cassa è cosi piccola

65

Poesia pubblicata in «La lettura», 1 gennaio 1917.

93


sotto il vessillo si grande!...

Forse laggiù al paese

la madre che lo aspetta

ch’egli sia morto non sa,

ancora non sa.

E sferruzza una calza sull’uscio,

e sorride: - A Natale verrà...

--- Un soldato ignoto.

Vano è chiedere della sua culla,

e del suo nome e del tempo

che visse.

Sappiam dove e come

morì. Ciascun passante

lo riconosce fratello

e mormora: - Addio!...- con la semplice

tristezza che in cuore ne scava

la morte di quegli che nacque

da nostra madre. Il suo nome

è in tutti ed in tutto. Il suo sangue

nostro era, ed il nostro era in lui.

Sangue tornato alle pure

sorgenti donde zampillano

le forze degli uomini. Nome

divino: Patria.

14. Morti e dispersi

Abbiamo visto la quantità di giovani deceduti al fronte o per malattie,

ferite e stenti o ancora nei campi di prigionia. Una ricerca

dell’architetto Luigi Compagnoni, nata dall’esigenza di trovare notizie

relative ad un congiunto che risultava disperso, ci fa conoscere

un po’ più da vicino alcuni di questi ragazzi, tutti di Ceccano (cui sono

stati aggiunti alcuni di Ceprano e un elenco dei caduti di Acuto). Gli

archivi comunali conservano infatti foto, certificati, elenchi di nomi di

cittadini, documenti che permettono di indagare sulle sorti dei soldati,

sulle loro vicende e su quelle delle famiglie colpite duramente, a

94


volte anche con più familiari vittime della stessa guerra. I documenti

permettono di leggere anche le iniziative che ogni comune, spesso

insieme alle autorità religiose locali, ha sentito con immediatezza di

sentimenti di dover tributare a chi non è più tornato.

L’analisi di Compagnoni ha evidenziato un aspetto poco considerato

negli studi e nelle ricerche storiche; non tutti i nomi dei caduti

compaiono sulle lapidi commemorative – a Ceccano ad esempio

ne mancano circa 200 – probabilmente a causa delle difficoltà riscontrate,

sia durante il conflitto, sia nella caotica situazione postbellica,

di compilare le liste dei caduti, di conoscere le effettive sorti

dei prigionieri e dei dispersi.

Gli eroi di Ceccano 66

I Ceccanesi morti per la conquista del Col di Lana furono in tutto 9:

1. Carlini Stanislao, di Lorenzo e Grazia D’Amico, nato a Ceccano

il 23 aprile 1891 (nella lista di leva è indicato il 29 aprile

1891). Soldato nel 59° Reggimento di Fanteria della Brigata

“Calabria”, morto il 30 agosto 1915 sul Col di Lana per ferite

riportate in combattimento e sepolto nel cimitero comunale di

Ceccano Batt. T.

2. Colapietro Pasquale, di Antonio e Annunziata Malizia, nato a

Ceccano il 22 luglio 1890. Soldato nel 59° Reggimento di fanteria

della Brigata “Calabria”, morto il 7 luglio 1915 sullo sperone

di Andraz per ferite riportate in combattimento.

3. Cristofanilli Francesco, di Luigi Antonio e Michelangela Mastrogiacomo,

nato a Ceccano il 1 gennaio 1888. Soldato nel 59°

Reggimento di Fanteria della Brigata “Calabria”, morto il 19 novembre

1915 sul costone Agai (Col di Lana) per ferite riportate

in combattimento.

4. Lucchetti Vincenzo (Francesco Bonaventura), di Domenico e

Francesca Masi, nato a Ceccano il 17 febbraio 1889. Caporale

nel 59° Reggimento di Fanteria della Brigata “Calabria”, morto il

30 ottobre 1915 nella Valle Sief per ferite riportate in combattimento.

66

A cura di Luigi Compagnoni.

95


5. Malizia Angelo (Giovanni Battista), di Giovanni Battista e

Angela Antonia D’Emilio, nato a Ceccano il 26 settembre 1890

(nella lista di leva è indicato il 10 settembre 1890). Soldato nel

59° Reggimento di Fanteria della Brigata “Calabria”, morto il 28

agosto 1915 sul costone Agai (Col di Lana) per ferite riportate

in combattimento.

6. Maura Angelo, di Luigi e Filomena Cupini, nato a Ceccano il

17 maggio 1889. Soldato nel 59° Reggimento di Fanteria della

Brigata “Calabria”, morto il 10 dicembre 1915 sul Col di Lana per

ferite riportate in combattimento.

7. Micheli Sebastiano (Giovanni), di Francesco e Maddalena Ciotoli,

nato a Ceccano il 25 marzo 1888. Soldato nel 59° Reggimento

di Fanteria della Brigata “Calabria”, disperso il 20 ottobre

sul Col di Lana in combattimento.

8. Segneri Antonio (Onorio), fu Mariano, nato a Ceccano il 24

ottobre 1887. Soldato nel 59° Reggimento di Fanteria della Brigata

“Calabria”, morto il 5 dicembre 1915 sul Col di Lana per

ferite riportate in combattimento e sepolto nel Sacrario militare

di Pocol.

9. Stella Francesco (Tommaso) di Giovanni e Teresa Silvaggi,

nato a Ceccano il 17 ottobre 1887. Caporal Maggiore nel 59°

Reggimento di Fanteria della Brigata “Calabria”, morto il 10 novembre

1915 sul Col di Lana per ferite riportate in combattimento.

Decorato con medaglia di bronzo al valor militare.

I prigionieri ceccanesi morti nei campi di prigionia furono in tutto

12:

1. Baroli Giuseppe Antonio, di Domenico e Rosa Colapietro, nato

a Ceccano il 27 maggio 1882 (nella lista di leva è indicato il

27 novembre 1882). Sergente nel 4° Reggimento Artiglieria da

Fortezza, scomparso in prigionia in data ignota.

2. Bucciarelli Francesco, di Paolo, nato a Ceccano nel 1895. Soldato

nel 125° Reggimento di Fanteria della Brigata “La Spezia”,

morto in prigionia il 6 gennaio 1919.

3. Carlini Francesco, di Lorenzo, nato a Ceccano il 26 marzo

1884. Soldato nel 130° Reggimento di Fanteria della Brigata

“Perugia”, morto il 4 novembre 1918 in prigionia a Dunaszerdahely

(Ungheria).

4. Celenza Domenico, di Tommaso e Angela De Santis, nato a

96


Ceccano il 6 novembre 1891. Soldato nel 2° Reggimento Bersaglieri,

morto il 10 agosto 1918 in prigionia e sepolto nel Sacrario

militare di Jindrichovice (Repubblica Ceca).

5. D’Annibale Felice (Vincenzo), di Lorenzo e Eufemia Antonia

Pacione, nato a Ceccano il 16 maggio 1898 (nella lista di leva

è indicato il 26 maggio 1898). Soldato nel 160° Reggimento di

Fanteria della Brigata “Milano”, morto il 22 dicembre 1918 in

prigionia e sepolto a Colonia (Germania) nel cimitero militare

italiano d’Onore (nella lista di leva viene indicata come data di

morte il 29 dicembre 1918).

6. Del Brocco Pietro (Antonio), di Giovanni Giuseppe e Francesca

Bartoli, nato a Ceccano il 20 ottobre 1897. Soldato nel 282°

Reggimento di Fanteria della Brigata “Foggia”, morto il 15 aprile

1918 in prigionia per cause di guerra (nella lista leva è indicato

l’8 settembre 1917).

7. De Camillis Bartolomeo, di Pasquale e Anna Maria Di Pofi,

nato a Ceccano il 31 agosto 1889 (nella lista di leva è indicato il

31 luglio 1889). Caporale nel 32° Reggimento di Fanteria della

Brigata “Siena”, morto il 6 giugno 1918 in prigionia e sepolto a

Marchtrenk nel cimitero militare internazionale (Austria).

8. Fermi Gaetano, (sul monumento ai caduti è indicato con il

nome di Ferri Gaetano), nato a Roma il 28 marzo 1885. Sergente

nel 274° Reggimento di Fanteria della Brigata “Belluno”,

morto il 10 marzo 1918 in prigionia e sepolto a Mauthausen

(Austria) nel cimitero militare italiano.

9. Iaboni Antonio, di Salvatore, nato a Frosinone il 27 ottobre

1892. Soldato nel 276° Reggimento di Fanteria della Brigata

“Belluno”, morto il 27 maggio 1918 in prigionia per cause di

guerra e sepolto a Colonia (Germania) nel cimitero militare italiano.

10. Malizia Sisto Cataldo, fu Luigi e Grazia Malizia, nato a Ceccano

il 21 febbraio 1898. Soldato nel 266° Reggimento di Fanteria

della Brigata “Lecce”, morto il 21 luglio 1918 in prigionia.

11. Segneri Vincenzo Sisto, di Antonio, nato a Ceccano il 16

giugno 1884. Caporale nel 4° Reggimento di Fanteria della Brigata

“Piemonte”, morto il 16 marzo 1918 in prigionia per cause

di guerra e sepolto a Milovice (Repubblica Ceca) nel cimitero

militare italiano.

12. Tiberia Salvatore, di Sebastiano e Maria Giuseppa Spinelli,

97


nato a Ceccano il 6 giugno 1897. Soldato nel 221° Reggimento

di Fanteria della Brigata “Ionio”, morto il 12 dicembre 1917 in

prigionia per ferite riportate in combattimento e sepolto nel cimitero

comunale Batt. T, n. 9, IV fila.

Le coppie di fratelli ceccanesi morti sui vari fronti della Prima

guerra mondiale furono in tutto 5.

A Ceccano furono cinque le famiglie con due fratelli caduti: Bruni,

Germani, Malizia, Maura e Micheli.

Il primo a cadere fu Giovanni Malizia morto il 24 giugno 1915 a

poche settimane dall’entrata in guerra dell’Italia, il fratello Angelo

morì due anni più tardi, il 28 dicembre 1917. Ancora più

tragica la scomparsa dei fratelli Bruni, Felice muore il 23 ottobre

1918 sul fronte Francese e il fratello Luigi 14 giorni dopo, il 7 novembre

1917 all’ospedale militare di Milano. Il destino atroce che

colpì i genitori di Felice e Luigi fu reso ancor più drammatico dal

fatto che avvennero a poche ore dall’armistizio del 4 novembre.

1. Bruni Felice (Antonio), di Bonaventura Pietrangelo e Anna

Bruni, nato a Ceccano il 24 aprile 1889. Soldato nel 15° Reggimento

di Fanteria della Brigata “Savona”, morto il 23 ottobre

1918 nell’ospedaletto da campo n° 126 per cause di guerra.

Sepolto a Bligny (Francia) nel cimitero militare italiano.

Bruni Luigi (Vincenzo), di Bonaventura Pietrangelo e Anna Bruni,

nato a Ceccano il 1 aprile 1887. Soldato nel 74° Reggimento

di Fanteria della Brigata “Lombardia” (nella lista di leva è indicato

l’8° Reggimento Bersaglieri), morto il 7 novembre 1918 a

Milano per cause di guerra.

2. Germani Felice (Vincenzo), di Sozio e Maria Maura, nato a

Ceccano il 10 maggio 1891. Soldato nel 22° Reggimento di

Fanteria della Brigata “Cremona”, disperso il 16 maggio 1916 a

Monfalcone (Gorizia) in combattimento.

Germani Vincenzo, di Sozio e Maria Maura, nato a Ceccano il 4

luglio 1884. Soldato nel 50° Reggimento di Fanteria della Brigata

“Parma”, morto il 31 maggio 1917 nella dolina Lecce Bassa

per ferite riportate in combattimento.

3.Malizia Angelo (Paolo), di Vincenzo e Luisa Loffredi, nato a

Ceccano il 13 settembre 1890 (nella lista di leva è indicato il

18 ottobre 1899). Soldato nel 7° Reggimento di Artiglieria da

campagna (nella lista di leva è indicato il 70° Reggimento di

98


Fanteria), morto il 28 novembre 1917 a Pisa per cause di guerra

(nella lista di leva è indicato il 18 novembre 1917).

Malizia Giovanni, di Vincenzo e Luisa Loffredi, nato a Ceccano il

13 luglio 1894.

Soldato nel 13° Reggimento di Fanteria della Brigata “Pinerolo”,

morto il 24 giugno 1915 a Selz per ferite riportate in combattimento

e sepolto nel Sacrario di Redipuglia: Loculo 21840, Fila/

Gradone 11.

4. Maura Angelo, di Luigi e Filomena Cupini, nato a Ceccano il

17 maggio 1889. Soldato nel 59° Reggimento di Fanteria della

Brigata “Calabria”, morto il 10 dicembre 1915 sul Col di Lana per

ferite riportate in combattimento.

Maura Giovanni (Antonio), di Luigi e Filomena Cipriani, nato a

Ceccano il 22 maggio 1886. Caporale nel 81° Reggimento di

Fanteria (nella lista di leva è indicato l’87° Reggimento di Fanteria

della Brigata “Torino”), morto il 12 febbraio 1916 a Siena

per cause di guerra.

5. Micheli Alberto (Antonio), di Michelangelo e Domenica Cipriani,

nato a Ceccano il 3 aprile 1888. Soldato nel 14° Reggimento

Bersaglieri, morto il 1 giugno 1916 sul monte Cimone per ferite

riportate in combattimento.

Micheli Giovanni, (Lorenzo), di Michelangelo e Domenica Cipriani,

nato a Ceccano il 22 marzo 1885. Soldato nel I Reggimento

Genio, morto il 4 luglio 1916 nell’ospedaletto da campo n° 106

per ferite riportate in combattimento.

I soldati nativi di Ceccano e arruolati nell’esercito americano,

deceduti sul fronte francese furono 4:

1. Bonaventura Giovanni Battista, fu Francesco e Maria Giacoma

Del Monte, nato a Ceccano il 26 ottobre 1893. Soldato nell’Esercito

Americano, morto nel 1918 in Francia.

2. Di Mario Giuseppe, fu Francesco e di Anna Maria Marella, nato

a Ceccano il 15 marzo 1895. Soldato nell’Esercito Americano,

morto il 18 gennaio 1918 sul fronte francese per ferite riportate

in combattimento.

3. Passeri Angelo (Filippo), di Domenico Antonio e Colomba Di

Pofi, nato a Ceccano il 26 gennaio 1891. Soldato nell’Esercito

Americano, morto l’11 novembre 1918 sul fronte francese per

ferite riportate in combattimento.

99


4. Pizzuti Giovanni Battista, di Antonio e Colomba Bruni (nella lista

di leva risulta di Giovanni), nato a Ceccano il 18 marzo 1892.

Soldato nell’Esercito americano, morto nel 1918 sul fronte francese

per ferite riportate in combattimento.

Ceprano

1. Colafranceschi Rocco, di Luigi e Rosa Gentili, nato a Ceprano

il 9 marzo 1887, morto il 14 novembre 1915 sul Monte San Michele

all’età di 28 anni in seguito a ferita di scoppio di granata e

sepolto nella trincea di San Michele.

2. Colasanti Arduino, di Giuseppe e Felicia Andreozzi, nato a

Ceprano il 30 maggio 1888, Soldato del 28° Reggimento Fanteria.

Morto il 20 novembre 1915 nell’ospedaletto da campo n.31

all’età di ventotto anni. In seguito a ferite multiple di arma da

fuoco penetranti nel torace. Sepolto nel cimitero di Corn.

3. Ramieri Rocco, di Bernardo e Angela De Luca, nato a Ceprano

il 15 agosto 1890, morto il 20 novembre 1919 nell’ospedaletto

da campo n. 20 in seguito alla ferita di fucile.

15. Il dopoguerra

Con il trattato di pace di Versailles firmato il 28 giugno 1919, i governi

dell’Intesa avevano il compito di ridisegnare un nuovo assetto

politico per stabilire nuovi equilibri tra le nazioni basati su principi

di democrazia e giustizia internazionale. Numerose pressioni provenivano

dall’opinione pubblica delle nazioni vincitrici, sospinte da

movimenti di nazionalismo. Il Trattato si concluse con l’imposizione

alla Germania di pesanti condizioni definite come il Diktat, con

il ridimensionamento drastico dell’impero tedesco sia nei territori

europei, sia nei possedimenti delle colonie. Tali condizioni punitive

andranno ad influire negativamente sulla popolazione tedesca e costituiranno

la base per alcune premesse che porteranno al secondo

conflitto mondiale. L’Italia, pur trovandosi dalla parte dei vincitori,

si vide, come del resto tutte le nazioni, alle prese con la crisi economica.

Il ritorno dei combattenti, dopo anni vissuti in un contesto

di vita gerarchicamente organizzata e sottoposti agli ordini, tornati

alla vita civile si trovarono di fronte ad una realtà molto cambiata.

Nel lungo periodo di assenza prolungata erano stato sostituiti dal-

100


Roma, 14 ottobre 1919. Lettera del Presidente

dell’Ufficio provinciale del lavoro

della Deputazione provinciale di Roma alla

Commissione comunale di avviamento al

lavoro di Alatri sul collocamento degli impiegati

rimasti disoccupati dopo la smobilitazione

dell’esercito (ASCAl, 1919, 4.16.5,

b. 271, fasc. 2209).

Roma, 20 settembre 1922.

Circolare della Commissione

nazionale per le onoranze ai

caduti in guerra del Ministero

dell’interno, con la quale si

chiede di ricercare le salme di

militari ex nemici nei cimiteri

comunali italiani, dato l’obbligo

di curarle assunto con i

trattati di Versailles (ASCPat,

1920-1925, cat. VIII, b. 115,

fasc. 539).

le donne, nel lavoro nei campi, nelle fabbriche e anche nel nucleo

familiare dove la donna aveva dovuto sopperire alla mancanza del

capo famiglia. La maggior parte dei soldati ritornati dal fronte erano

contadini, operai e artigiani e si ritrovarono di fronte agli stessi

problemi: i vecchi diritti feudali e lo sfruttamento nelle industrie.

101


Si aggiungono alla schiera di ex combattenti i profughi, gli assistiti

che sopravvivevano con miseri sussidi. Secondo un censimento del

1921 nel Circondario di Frosinone il numero delle attività produttive

era costituito dall’agricoltura con 89.379, l’industria 12.079, e il

commercio 2.306. La categoria più numerosa era quella dell’agricoltura.

Molti contadini si impiegarono nel lavoro come braccianti

a giornate o impiegati nei periodi di semina o di raccolto disposti a

spostarsi a piedi per arrivare nelle paludi pontine; essi costituivano

circa il 45% degli occupati in agricoltura in entrambi i circondari

(Frosinone e Sora) 67 . Sul fronte industriale la situazione non era

migliore. La disoccupazione dovuta alla chiusura delle fabbriche,

in massima parte trasformate per esigenze belliche, non erano

pronte per essere riconvertite per altre produzioni. Nel circondario

di Sora, che rappresentava la parte più industrializzata dell’Italia

centro-meridionale con le cartiere, fabbriche tessili e lanifici sono

impiegati migliaia di operai. Altre importanti cartiere sono presenti

nel circondario di Frosinone anche se non raggiungono la stessa

rilevanza come quelle del Sorano. Questi gruppi industriali attivi

durante la guerra, furono interessati da agitazioni e scioperi degli

operati per gli aumenti dei salari, per la sicurezza del posto di lavoro

e per pretendere una migliore condizioni di lavoro, situazioni che

si protrarranno a lungo nel dopoguerra, dando inizio ad una serie di

lotte per la difesa del posto di lavoro nelle fabbriche e il movimento

di occupazione delle terre che si svolsero nel biennio 1919-1920.

Inoltre la popolazione, che in gran parte non aveva capito e condiviso

le finalità di questo evento epocale, seppur esultante per la

fine della guerra, provò profonda delusione per la “vittoria mutilata”

che lasciava irrisolte questioni di confini e di spartizioni di territori,

su tutti la cosiddetta questione di Fiume, che solo nel 1924

sarà definita con il Trattato di Roma.

Tutte queste grandi questioni – economiche, sociali, politiche –

provocarono malcontento, recriminazioni, sommosse, rivendicazioni,

scioperi e violenze che determineranno la progressiva ascesa di

Mussolini e l’affermazione del movimento nazionalista e costituiscono

dunque il filo rosso che unisce le due grandi guerre del ‘900.

67

M. Federico, Il “Biennio Rosso” in Ciociaria. 1919-1920, p. 38.

102


Onorificenze

Onore ai caduti e onore ai vivi…

La vittoria dell’Italia è la vittoria anche dell’intera nazione e

comprende tutto il popolo italiano. Al prestigio della nazione che

ha riconquistato o aggiunto i territori irridenti, si unisce anche il

merito personale del singolo soldato, che con maggiore coraggio

o fortuna o audacia riesce a contraddistinguersi per determinate

azioni sul fronte, gesti eroici che gli conferiscono una onorificenza.

Con il regio decreto 68 , lo Stato, per sottolineare ancora

lo sforzo umano, incorona questi eroi e le famiglie di coloro che

non sono più tornati. Medaglia all’onore, medaglia al valor civile,

medaglia del ricordo: sono queste gli emblemi che diventano un

segno tangibile dei momenti tragici vissuti e le simboliche custodi

della memoria da tramandare di generazione in generazione.

Medaglie e croci di guerra

Medaglia Bronzo Nemico / medaglia commemorativa della

guerra italo-austriaca 1915-1918:

riconoscimento concesso dal Regno d’Italia a tutti coloro che

avevano partecipato alla Prima guerra mondiale. Istituita con

regio decreto 29 luglio 1920 n. 1241 per tutti i militari, militarizzati

ed assimilati ed il personale dei corpi e reparti ausiliari

che, per almeno quattro mesi, avevano preso parte alle attività

di guerra sia in territorio nazionale che nel Dodecanneso, in Albania,

in Siria e in Palestina.

La dicitura sul verso “coniata nel bronzo nemico” deriva dall’utilizzo

per la coniatura del bronzo fuso dei cannoni austriaci, come

stabiliva il decreto istitutivo.

La medaglia reca sul recto l’effigie di Vittorio Emanuele III rivolto

verso sinistra con l’elmo e la divisa, attorniato dall’iscrizione

Guerra per l’Unità d’Italia 1915-1918” alternata da rami d’alloro.

Sotto l’elmetto il nome dello scultore Silvio Canevari e le iniziali

delle ditte produttrici.

68

R. d. 29 luglio 1920, n. 1241, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del Regno

d’Italia del 18 settembre 1920, n. 222.

103


Sul verso la Vittoria alata viene portata in trionfo dai soldati

italiani su un piedistallo formato da scudi da trincea. Attorno si

trova la scritta “Coniata nel bronzo nemico”.

Il nastro è composto dal tricolore italiano invertito (composto di

strisce verdi, bianche e rosse), ripetuto per sei volte. Esso può

essere completato da fascette bronzee, a ricordo degli anni di

impiego operativo, recanti la dicitura “1915”, “1916”, “1917”,

“1918”.

Ne furono concesse circa 1.800.000.

Medaglia d’oro (argento e bronzo) al valor militare:

La medaglia d’oro, come massimo riconoscimento del valore militare,

fu istituita dal Re Vittorio Amedeo II di Savoia il 21 maggio

1793 “per bassi ufficiali e soldati che avevano fatto azioni di

segnalato valore in guerra”.

Nel recto recava il profilo del re, nel verso un trofeo di bandiere

e la scritta “al valore”. Vittorio Emanuele I la soppresse per sostituirla

il 14 agosto 1815 con l’Ordine militare di Savoia.

Fu ripristinata da Carlo Alberto con regio viglietto del 26 marzo

1833, che aggiunse anche la medaglia d’argento e quella di

bronzo (conferibili anche in tempo di pace). Le caratteristiche:

sul recto, lo scudo sabaudo con rami di alloro, la corona reale e

la scritta “al valor militare”; sul recto, due rami di alloro che racchiudevano

il nome del decorato, il luogo e la data dell’azione.

Vittorio Emanuele III, con regio decreto n. 1423 del 4 novembre

1932 69 , emanò le nuove disposizioni per la concessione delle

medaglie unitamente alla croce di guerra al valor militare (conferibile

solo in caso di guerra).

Le proposte, salvi i casi eccezionali previsti in tempo di guerra,

erano vagliate da una Commissione militare, costituita appositamente.

Le ricompense erano destinate ad appartenenti alle Forze armate

(singoli militari o interi reparti non inferiori alle compagnie o

ai comandi), combattenti nelle formazioni partigiane, comuni,

province e singoli cittadini.

69

Nuove disposizioni per la concessione delle medaglie e della croce di guerra

al valor militare, pubblicato nella G. U. 12 novembre 1932, n. 261.

104


Croce al merito di guerra:

Istituita alla fine della Prima guerra mondiale con r.d del 19 gennaio

1918 n. 205 70 , la Croce al merito di guerra venne concessa

per ricompensare “coloro che hanno tenuto nello svolgimento

delle operazioni belliche, sia terrestri e marittime ed aeree, una

condotta militare che li renda degni di pubblico encomio”, a tutti

i combattenti italiani che avessero onorevolmente prestato servizio

attivo per un periodo minimo di un anno in zona di guerra

o fossero stati feriti o caduti in azione.

Questa onorificenza venne consegnata a gran parte dei combattenti

della Prima guerra mondiale e della Seconda guerra mondiale

non per uno specifico atto di valore personale. Fu inoltre

concessa anche ai combattenti nella Guerra italo-etiopica del

1935-36.

La Croce veniva conferita a tutti i soldati che avevano combattuto

un anno al fronte, o per meriti particolari, o per ferite, dopo l’assegnazione

del relativo distintivo. Al recto in alto vi è il monogramma

del Re Vittorio Emanuele III (V E III), in basso foglie di quercia

che circondano un gladio, ed infine al centro la scritta “Merito di

guerra”, al verso al centro una stella raggiata a cinque punte.

Il nastrino è a righe verticali azzurre con due righe più sottili

verticali bianche al centro. Dopo la prima concessione, sul nastrino

venivano applicate le coroncine reali (prima di bronzo poi

d’argento), a seconda del numero di concessioni fino a un massimo

di tre. L’onorificenza poteva essere conferita in tempo di

pace per analoghi atti di eroismo.

Croce di guerra al valor militare:

Con disposizione successiva, regio decreto n. 195 71 , fu istituita

da Vittorio Emanuele III il 7 gennaio 1922 per “atti specifici di

valore”.

La Croce è uguale alla precedente ma con nastro azzurro con 2

pali bianchi; sul nastro un gladio con sull’elsa il motto Fert e con

intrecciato un ramo di alloro.

70

Istituzione di una croce al merito di guerra, pubblicato nella G.U. 27 marzo

1918, n. 73.

71

Disposizioni sulle croci al merito di guerra, pubblicato nella G.U. 7 marzo

1922, n. 55.

105


Medaglia interalleata / medaglia della vittoria

Coniata dai Paesi vincitori della Prima guerra su proposta della

Gran Bretagna.

La medaglia non doveva essere identica in tutti i Paesi, ma

ognuno avrebbe selezionato un artista per creare una propria

versione; dovevano però essere rispettate alcune caratteristiche

specifiche:

- dovevano essere in bronzo, di 36 millimetri di diametro e con

il bordo liscio;

- il nastro, identico per tutte le nazioni, doveva presentare i colori

di un doppio arcobaleno, a significare l’inizio di una nuova

era di pace dopo la tempesta della guerra, con il rosso in mezzo

e con filetto bianco agli orli esterni;

- il dritto doveva mostrare l’immagine di una “Vittoria alata” in

piedi, su fondo liscio, senza iscrizioni o date; il Giappone ed il

Siam, dove la figura della vittoria alata non è culturalmente importante,

adottarono altri soggetti.

- il verso doveva recare l’iscrizione “Grande guerra per la Civiltà”

nella lingua di ogni Paese con il nome o l’emblema delle

nazioni alleate e associate; quest’ultima indicazione fu seguita

da pochi paesi.

Vennero coniate quindi 13 diverse medaglie corrispondenti ad

ogni paese vincitore.

Fu concessa ai militari che avevano partecipato alla Prima guerra

mondiale con almeno 4 mesi in zona di guerra o dopo il rilascio

del distintivo di fatica di guerra.

La medaglia italiana fu istituita con regio decreto del 16 dicembre

1920 n. 1918 72 . Il recto rappresenta la “Vittoria alata” su un

carro trainato da quattro leoni (simboleggianti gli eserciti sconfitti).

Sul verso vi è un “tripode” sormontato da due colombe

(simbolo di pace) che portano nel becco un rametto di ulivo. A

fianco e attorno la scritta “Grande guerra per la Civiltà MXMXV-

MCMXVIII. Ai combattenti delle Nazioni alleate ed associate“.

Sul verso, alla base del tripode il nome dell’incisore, sul recto,

sotto i leoni, il nome dello scultore “G. Orsolini mod.” e a destra

il nome della ditta produttrice.

72

G. U. 26 gennaio 1921, n. 21.

106


Medaglia Unità d’Italia 1848-1918:

Il Risorgimento italiano fu celebrato da una serie di medaglie

istituite dai tre sovrani che si succedettero durante il lungo processo

di unificazione della penisola: la medaglia commemorativa

delle campagne delle guerre d’indipendenza e le diverse

versioni della medaglia commemorativa dell’Unità d’Italia, che

furono concesse dal Regno d’Italia a quanti avevano partecipato

alle operazioni belliche che portarono all’indipendenza italiana

e, successivamente, a tutti coloro che avevano partecipato alla

prima guerra mondiale, in quanto fu in quella occasione che

tradizionalmente si completò l’unità italiana con l’annessione del

Trentino, della Venezia Giulia e dell’Istria. Fu conferita anche ai

partecipanti all’impresa di Fiume e alla marcia su Roma.

Alla fine della Prima guerra mondiale, il Re Vittorio Emanuele

III 73 decise di modificare la precedente medaglia d’argento

(coniata nel 1883) dell’Unità d’Italia, in onore delle conquiste

italiane. La nuova medaglia, disco di bronzo del diametro di 32

mm, chiamata “medaglia commemorativa della guerra 1915-

1918 per il compimento dell’Unità d’Italia”, fu coniata in bronzo.

Sul recto riporta l’effige del Re a testa nuda, rivolto a sinistra,

circondato sul bordo dalla legenda “Vittorio Emanuele III Re

d’Italia” e sull’orlo in basso i nomi dell’incisore “Mario Nelli Inc.”

e del modellista “C.Rivalta Mod.”. Sul verso al centro la scritta

“Unità d’Italia 1848-1918”, circondata da una corona d’alloro legata

in basso da un nodo a doppia voluta sotto il quale è incisa

la sigla del produttore: C B C (Casa Benvenuto Cellini). Il nastro

è tricolore a cinque bande con al centro il verde.

Di questa medaglia venne coniata una versione dall’Associazione

nazionale madri e vedove dei caduti, che differiva dalla precedente

solo nella scritta sul rovescio, dove sotto la dicitura “Unità

d’Italia 1848-1918” fu aggiunta la scritta “Ass. naz. Madri e Vedove

dei Caduti” oppure “Ass. naz. Famiglie Caduti in guerra”.

73

R.d. 19 gennaio 1922, n. 1229, pubblicato nella G. U. 14 settembre 1922,

n. 217.

107


Natale 1914 - Il miracolo della fratellanza

Tutti i soldati schierati ai diversi fronti, inglesi, francesi, tedeschi,

italiani, già dopo pochi mesi dall’inizio del conflitto sanno

di trovarsi in una condizione che si protrarrà a lungo; le privazioni,

le sofferenze, le paure sono per tutti uguali, in tutti gli

schieramenti. È un’intera umanità che vive sotto lo stesso cielo

per raggiungere un ideale imposto dall’alto, molto spesso non

voluto, e subito. E questo li rende prima che eroi uomini che non

vorrebbero ammazzare e morire ma che devono ammazzare e

morire.

La certezza di questa condivisione della sorte, rende possibile

degli eventi straordinari: i pochi metri tra i fili spinati, – la

“terra di nessuno“ – che dividono i nemici, diventano in alcune

occasioni la terra di tutti, creando l’occasione di una inaspettata

fratellanza.

È il miracolo della vigilia di Natale del 1914; i soldati con grande

spontaneità, benché ostacolati dai rispettivi comandi, impongono

una eccezionale tregua sul fronte occidentale, in Francia e in

Belgio.

Questa è la testimonianza:

Lettera di un soldato inglese dal fronte occidentale 74 .

Janet, sorella cara, sono le due del mattino e la maggior parte degli

uomini dormono nelle loro buche, ma io non posso addormentarmi se

prima non ti scrivo dei meravigliosi avvenimenti della vigilia di Natale.

In verità, ciò che è avvenuto è quasi una fiaba, e se non l’avessi visto

coi miei occhi non ci crederei. Prova a immaginare: mentre tu e la

famiglia cantavate gli inni davanti al focolare a Londra, io ho fatto lo

stesso con i soldati nemici qui nei campi di battaglia di Francia!

Le prime battaglie hanno fatto tanti morti, che entrambe le parti si

sono trincerate, in attesa dei rincalzi. Sicché per lo più siamo rimasti

nelle trincee ad aspettare. Ma che attesa tremenda! Ci aspettiamo

ogni momento che un obice di artiglieria ci cada addosso, ammazzando

e mutilando uomini. E di giorno non osiamo alzare la testa fuori

dalla terra, per paura del cecchino. E poi la pioggia: cade quasi ogni

giorno. Naturalmente si raccoglie proprio nelle trincee, da cui dobbiamo

toglierla con pentole e padelle.

74

http://www.lagrandeguerra.net/gglatreguadinatale.html.

108


E con la pioggia è venuto il fango, profondo un piede e più, appiccica

e sporca tutto, e ci risucchia gli scarponi. Una recluta ha avuto

i piedi bloccati nel fango, e poi anche le mani quando ha cercato di

liberarsi. Con tutto questo, non potevamo fare a meno di provare curiosità

per i soldati tedeschi di fronte a noi. Dopo tutto affrontano gli

stessi nostri pericoli, e anche loro vivono nello stesso fango. E la loro

trincea è solo cinquanta metri davanti a noi. Tra noi c’è la terra di nessuno,

orlata da entrambe le parti di filo spinato, ma sono così vicini

che ne sentiamo le voci. Ovviamente li odiamo quando uccidono i nostri

compagni. Ma altre volte scherziamo su di loro e sentiamo di avere

qualcosa in comune. E ora risulta che loro hanno gli stessi sentimenti.

Ieri mattina, la vigilia, abbiamo avuto la nostra prima gelata. Benché

infreddoliti l’abbiamo salutata con gioia, perché almeno ha indurito il

fango.

Durante la giornata ci sono stati scambi di fucileria.

Ma quando la sera è scesa sulla vigilia, la sparatoria ha smesso interamente.

Il nostro primo silenzio totale da mesi! Speravamo che promettesse

una festa tranquilla, ma non ci contavamo. Di colpo un camerata

mi scuote e mi grida: – Vieni a vedere! Vieni a vedere cosa

fanno i tedeschi! – Ho preso il fucile, sono andato alla trincea e, con

cautela, ho alzato la testa sopra i sacchetti di sabbia. Non ho mai creduto

di poter vedere una cosa più strana e più commovente. Grappoli

di piccole luci brillavano lungo tutta la linea tedesca, a destra e a sinistra,

a perdita d’occhio. – Che cosa c’è? –, ho chiesto al compagno,

e John ha risposto: – Alberi di Natale! – Era vero. I tedeschi avevano

disposto degli alberi di Natale di fronte alla loro trincea, illuminati con

candele e lumini. E poi abbiamo sentito le loro voci che si levavano in

una canzone: Stille Nacht, Heilige Nacht. Il canto in Inghilterra non lo

conosciamo, ma John lo conosce e l’ha tradotto: Notte silente, Notte

santa. Non ho mai sentito un canto più bello e più significativo in quella

notte chiara e silenziosa. Quando il canto fu finito, gli uomini nella

nostra trincea hanno applaudito. Soldati inglesi che applaudivano i

tedeschi! Poi uno di noi ha cominciato a cantare, e ci siamo tutti uniti a

lui. Per la verità non eravamo bravi a cantare come i tedeschi, con le

loro belle armonie. Ma hanno risposto con applausi entusiasti, e poi ne

hanno attaccato un’altra a cui noi abbiamo risposto. E questa volta si

sono uniti al nostro coro, cantando la stessa canzone, ma in latino.

Inglesi e tedeschi che intonano in coro attraverso la terra di nessuno!

Non potevo pensare niente di più stupefacente, ma quello che è avvenuto

dopo lo è stato di più.

– Inglesi, uscite fuori! – li abbiamo sentiti gridare, – voi non spara, noi

non spara –!

Nella trincea ci siamo guardati non sapendo che fare. Poi uno ha grida-

109


to per scherzo: – Venite fuori voi! – Con nostro stupore, abbiamo visto

due figure levarsi dalla trincea di fronte, scavalcare il filo spinato e

avanzare allo scoperto. Uno di loro ha detto: – Manda ufficiale per parlamentare.

– Ho visto uno dei nostri con il fucile puntato, e senza dubbio

anche altri l’hanno fatto, ma il capitano ha gridato – Non sparate!

–. Poi si è arrampicato fuori dalla trincea ed è andato incontro ai tedeschi

a mezza strada. Li abbiamo sentiti parlare e pochi minuti dopo il

capitano tornato, con un sigaro tedesco in bocca! Nel frattempo gruppi

di due o tre uomini uscivano dalle trincee e venivano verso di noi.

Alcuni di noi sono usciti anch’essi e in pochi minuti eravamo nella terra

di nessuno, stringendo le mani a uomini che avevamo cercato di ammazzare

poche ore prima. Abbiamo acceso un gran falò, e noi tutti attorno,

inglesi in kaki e tedeschi in grigio. Devo dire che i tedeschi erano

vestiti meglio, con le divise pulite per la festa. Solo un paio di noi

parlano il tedesco, ma molti tedeschi sapevano l’inglese. Ad uno di loro

ho chiesto come mai. – Molti di noi hanno lavorati in Inghilterra – ha

risposto. – Prima di questo sono stato cameriere all’Hotel Cecil. Forse

ho servito alla tua tavola! – Ha risposto ridendo. Mi ha raccontato che

aveva la ragazza a Londra e che la guerra ha interrotto il loro progetto

di matrimonio. E io gli ho detto: – non ti preoccupare, prima di Pasqua

vi avremo battuti e tu puoi tornare a sposarla –. Si è messo a ridere,

poi mi ha chiesto se potevo mandare una cartolina alla ragazza, e io ho

promesso. Un altro tedesco è stato portabagagli alla Victoria Station.

Mi ha fatto vedere le foto della sua famiglia che sta a Monaco. Anche

quelli che non riuscivano a parlare si scambiavano doni, i loro

sigari con le nostre sigarette, noi il the e loro il caffè, noi la carne

in scatola e loro le salsicce. Ci siamo scambiati mostrine e bottoni, e

uno dei nostri se n’è uscito con il tremendo elmetto col chiodo!

Anch’io ho cambiato un coltello pieghevole con una cintura di cuoio,

un bel ricordo che ti mostrerò quando torno a casa. Ci hanno dato per

certo che la Francia è alle corde e la Russia quasi disfatta.

Noi gli abbiamo ribattuto che non era vero, e loro: – Va bene, voi credete

ai vostri giornali e noi ai nostri –.

È chiaro che gli raccontano delle balle, ma dopo averli incontrati anch’io

mi chiedo fino a che punto i nostri giornali dicano la verità. Questi non

sono i barbari selvaggi di cui abbiamo tanto letto. Sono uomini con

case e famiglie, paure e speranze e amor di patria. Insomma sono

uomini come noi. Come hanno potuto indurci a credere altrimenti?

Siccome si faceva tardi abbiamo cantato insieme qualche altra canzone

attorno al falò, e abbiamo finito per intonare insieme, non ti dico

una bugia, Auld Lang Syne. Poi ci siamo separati con la promessa di

rincontraci l’indomani, e magari organizzare una partita di calcio.

E insomma, sorella mia, mai stata una vigilia di Natale come que-

110


sta nella storia? Per i combattimenti qui, naturalmente, significa

poco purtroppo. Questi soldati sono simpatici, ma eseguono gli ordini

e noi facciamo lo stesso. A parte che siamo qui per fermare il loro

esercito e rimandarlo a casa, e non verremo meno a questo compito.

Eppure non si può fare a meno di immaginare cosa accadrebbe se lo

spirito che si è rivelato qui fosse colto dalle nazioni del mondo. Ovviamente,

conflitti devono sempre sorgere. Ma che succederebbe se i

nostri governanti si scambiassero auguri invece di ultimatum? Canzoni

invece di insulti? Doni al posto di rappresaglie? Non finirebbero tutte

le guerre?

Il tuo caro fratello Tom.

Never, never, never believe any War will be smooth and easy, or

that anyone who embarks on the strange Voyage can measure

the Tides and Hurricanes he will encounter. The Statesman who

yields to War Fever must realize that once the Signal is given,

he is no longer the Master of Policy but the Slave of unforeseeable

and uncontrollable Events.

Mai, mai, mai credere che qualsiasi guerra sia senza ostacoli e

facile, o che chiunque si imbarchi in uno strano viaggio possa

misurare le onde e gli uragani che incontrerà. L’uomo di stato

che semina la febbre della guerra deve realizzare che una volta

che il segnale viene dato, egli non è più il signore della politica

ma lo schiavo di eventi imprevedibili e incontrollabili.

Sir Winston Churchill

111


Fonti e Bibliografia

Archivio di Stato di Frosinone

Archivi storici comunali di: Acuto, Alatri, Anagni, Boville Ernica, Ceccano,

Ceprano, Ferentino, Fiuggi, Giuliano di Roma, Morolo, Paliano, Patrica,

Pofi, Ripi, Serrone, Sgurgola, Supino, Veroli

Bettazzi E., Cappellani militari nella Grande Guerra, in «La Posta Militare

Italiana», 118, gennaio 2011

Camera dei deputati, Discussioni in «Atti parlamentari»

Cazzullo A., La guerra dei nostri nonni. 1915-1918: storie di uomini, donne,

famiglie, Mondadori, Milano, 2014

Colajacomo A., Lineamenti per una storia di Colleferro, Saipem, Roma, 1967

Comune di Roma, Albo d’oro dei cittadini caduti nella Guerra MCMXV-

MCMXVIII, vol. I., tipografia L. Cecchini, Roma, 1920

Conti D., Diario di Guerra 1917-1918, Edizioni Carta Bianca, Faenza (RA),

2005

Federico M., Il “biennio rosso” in Ciociaria 1919-1920. Il movimento operaio

e contadino di Frosinone e Sora tra dopoguerra e fascismo, E.D.A.,

Frosinone, 1985

Felisini D., L’eredità dell’Ottocento, in Barozzi L., Storia del Lazio rurale,

Arsial, Iea, Roma, 2008

Girotto L., 1915-1918 Sulle aspre cime del Monte Cauriol - Con il battaglione

Feltre dalla Valsugana al Grappa, Arti Grafiche Fulvio, Udine, 2006

Isnenghi M., Rochat G., La Grande Guerra 1914-1918, Sansoni, Milano 2004

Istituto della Enciclopedia italiana, Dizionario biografico degli italiani

Ministero della Guerra, Militari Caduti nella guerra nazionale 1915-1918

Albo d’Oro vol. I, “Lazio e Sabina”, Provveditorato Generale dello Stato,

Roma, 1926

Nonni F., Cellelager: 1917-1918, con presentazione di B. Tecchi, A. Montanari,

Faenza, 1919 e ripubblicato a Bagnoregio (VT) nel 1920

112


Nunnari F., Il nucleo di industrializzazione ‘Valle del Sacco’. Un rischioso

tentativo di sviluppo, in Il caso italiano. Industria, chimica e ambiente, a

cura di P.P. Poggio e M. Ruzzenenti, Jaca book, Milano, 2012

Oliva G., Storia degli Alpini, Mondadori, Milano, 2001

Palazzeschi A., Tre imperi... mancati. Cronaca (1922-1945), Vallecchi, Firenze,

1945

Paterna Baldizzi L., Diari 1895-1942

Picone M., La mia vita, tip. Bardi, Roma, 1972

Procacci G., Soldati e prigionieri italiani nella Grande guerra. Con una raccolta

di lettere inedite, Bollati Boringhieri, Torino, 2000

Tortato A., La prigionia di guerra in Italia 1915-1919, Mursia, Milano, 2004

Toscano P. Le origini del capitalismo industriale nel Lazio. Imprese e imprenditori

a Roma dall’Unità alla seconda guerra mondiale, Cassino, 2002

http://www.cimeetrincee.it

http://www.esercito.difesa.it

http://www.europeana1914-1918.eu

http://www.fermoimmagine.info.it

http://fotografiaprimaguerramondiale.blogspot.it

http://www.ilpalio.org.

http://www.lagrandeguerra.net.

http://www.leggendaurbana.it.

http://www.marina.difesa.it

http://www.nondimenticare.com.

http://www.terremarsicane.it

https://it.wikisource.org

113

More magazines by this user
Similar magazines