Vivi Somma #2

vivisomma

In questo numero: Speciale Sant'Agnese; Giornata della Memoria, Giorgio Casale e Isaia Bianco; Mulino Malacrida; Una regina austriaca al Castello Visconti

da acebook al web

Gennaio 2018


"Vivi Somma!" è un gruppo Facebook nato il 13 Settembre

del 2015 e dedicato far conoscere l’arte, la cultura, la storia,

le immagini, le manifestazioni, e gli eventi di Somma

Lombardo.

Ora è anche un magazine gratuito: aperto ad eventuali

contributi vecchi e nuovi dagli iscritti al gruppo, conterrà

piccoli pezzi di Somma e sommesi che, seppur creati a

livello amatoriale, riteniamo valga la pena ricordare e

debbano rimanere nel web oltre le limitazioni di Facebook.

Buona lettura.

Rolando, Roberto, Iride e Massimo


Foto copertina di Roberto Angero - Testo di Rolando Destri

Da anni mi trovo qui.

Caldo, freddo, neve, pioggia o vento, sono sempre qui.

Mi hanno messo in questo luogo

a ricordo di quello che io ed altri compagni

abbiamo fatto per il mio paese, per la libertà.

Ammetto, non ero solo, ben quattro fanti

mi spingevano avanti e indietro.

Uno poi mi voleva così bene,

che non perdeva occasione per pulirmi la bocca,

mentre gli altri usavano grassi puzzolenti e neri

per rendermi più mobile negli spostamenti.

Ne ho viste tante, lo ammetto,

mi sono difeso bene.

Forse è per questo che ho l’onore

di starmene qui, dove vengono ricordati

i caduti sommesi di tutte le guerre,

un onore che solo pochi pezzi d’artiglieria

come me possono avere.

Sono qui, a memoria dei nostri nonni, padri e figli

morti per la libertà, per un futuro migliore

e per un avvenire ricco di speranze.

Sono qui proprio davanti a te,

maestoso maniero trasudante di storia.

Con te, amico mio, veglio su questa città.


"Patrona sommese"

di Iride Parachini

Nella Basilica di S. Agnese, fino a due anni fa, chi entrava avrebbe potuto rimanere

stupito nel non trovare riferimenti in quadri o statue alla Patrona della città.

Nel 2016 fu realizzata una statua lignea copia dell'originale, esposto al Museo

Diocesano di Milano

con Santa Barbara e

Maddalena; fino a

qualche tempo fa il

trittico si trovava nella

casa parrocchiale di

Somma, ma fu dato in

"prestito permanente"

dopo il restauro avuto

a cura delle Romite

Ambrosiane, le suore

di clausura del Sacro

Monte di Varese. Nella

foto notiamo come

Santa Agnese risulti

più alta delle altre due

di circa 15 centimetri;

ciò confermerebbe la

loro destinazione in

una ancona per l'altare

con la Santa in centro.

Agnese è rappresentata con in mano un Agnello simbolo del suo martirio adagiato

su un libro di preghiere. Santa Barbara tiene in mano una torre, ricorda la sua

prigionia in una torre voluta dal padre. Maddalena invece tra le mani tiene un

unguentario, ella infatti viene individuata come la donna che si prostrò ai piedi di

Gesù e li cosparse di unguento prezioso. Le statue presentano una policromia

giocata sui toni del bianco, del rosso e dell'oro. Purtroppo l'oro è quasi scomparso,

in particolare dai capelli della Maddalena, ma si nota il particolare colore rosso dato

dal bolo armeno utilizzato come collante per le lamine d'oro. Le statue, custodite a

lungo nella Chiesa di San Vito, pare risalgano al 1489, anno in cui fu inaugurata "la

seconda" Chiesa di S. Agnese, quella eretta dai Visconti sul sito attuale dopo

l'abbattimento della prima in prossimità del Castello.

Eccetto questa recente copia, in Basilica sembrerebbe non esserci nessun altro

riferimento alla Patrona della città. Ebbene forse non tutti sanno che esiste una

grande pala raffigurante “il martirio di Sant’Agnese” collocata sulla parete di fondo

dell’abside e del presbiterio. Lungo le stesse pareti dell’abside inoltre è affiancata da

quattro piccole “Storie di Sant’Agnese”. I dipinti si possono vedere solo se ci reca nel

coro dietro l’altare maggiore, e furono realizzati intorno alla metà del XVIII secolo

a completamento della zona dell’edificio che comprendeva la riqualificazione della

zona absidale e presbiterale, con la costruzione del nuovo coro e la realizzazione

dell’altare maggiore. Queste opere sono ancora oggi racchiuse nelle loro originali e

ridondanti incorniciature a stucco. L’autore dei cinque dipinti è uno sconosciuto

pittore lombardo attivo alla metà del XVIII secolo.

("La Basilica di Sant’Agnese" Ed. Lativa)


Sant'Agnese - Onorio Marinari (1627–1715)

Sant'Agnese - Corrado Giaquinto (1703–1765)


"Santa Gnesa"

di Iride Parachini

Era antica usanza che

per la festa di Sant'Agnese

avvenisse l'offerta della cera

che sarebbe servita per

le funzioni religiose.

L'offerta avveniva

durante il corteo che veniva

aperto dal famoso,

anche ai giorni nostri,

Cilostar : veniva portato

a spalle da una delle famiglie

che si contendevano il primato

dell'offerta in denaro

alla parrocchia.

La processione

avveniva al grido di

"EVVIVA SANTA GNESA"

e, al seguito del Cilostar,

arrivavano tutti i fedeli

con le loro candele da offrire.

Più sostanziosa era

l'offerta in denaro,

più grandi erano le candele.

Martirio di Sant'Agnese - Domenico Zampieri

detto il Domenichino (1581–1641)

Martirio di Sant'Agnese - Paolo Guidotti

detto il Cavalier Borghese (1560–1629)

Due proverbi

• Santa Gnesa

un'ora lunga e distesa


(Le giornate da qui in poi incominciano ad

allungarsi)

• A Santa Gnesa,

curr la lüsèrta in sü la sciesa

(a Sant'Agnese se la giornata è soleggiata l'aria è

tiepida tanto che potrebbero vedersi le prime

lucertole correre sulle siepi)


Ileana;

L

quel sottile, abissale punto fra Gesù e Perù

di Massimo Squillario

'Agnesino 2018 va ad Ileana De Galeazzi; annotabile un'approvazione plebiscitaria

sui vari gruppi sommesi Facebook, più che in altri anni. E non solo perchè

"bisognava" scegliere una donna a tutti i costi. Ileana, tra i suoi pregi e attività che

rendono solida la stima trasversale che riceve, ha quello di lottare strenuamente per le

Differenze. E questo la rende anomala.

In un momento di pletorico buonismo, di politically correct, di ossessione nazionale

contro le unicità (che si traduce tanto nell'abolizione di nomi dialettali dei cartelli stradali

quanto nella flat-tax), lei da decenni rivendica sua una coerenza caratteriale, politica e

territoriale. Certo, la salvaguardia del dialetto, ma anche quella di una frazione "integrata

si però". Quel sentimento che in tanti sopravvive pure a Maddalena, o Mezzana, in barba

ad ogni inglobamento amministrativo e messaggio di equalizzazione comunitaria;

perchè per quanto i meme, le campagne elettorali, le interpretazioni storiche e i

catechismi vogliano farci sentir cattivi, , e per quanto sia sempre assai meno faticoso dire

"al gruppo" esattamente ciò che vorrebbe sentirsi dire, tutti noi sotto sotto siamo certi che

non desideriamo affatto integrarci per essere tutti uguali, , ma proprio in forza delle

nostre unicità. La vera sfida è proteggerle, invocando l'unica uguaglianza davvero

necessaria: quella delle opportunità.


Shining White Garment - Frank Cadogan Cowper (1877-1958)


Sant'Agnese - Giovan Francesco Guerrieri (1589–1657)

Gh'eva una volta i Toscia e i Coeu: i prim evan Casal e i sigunt Casoeu, ca sa

cuntendevan, a sun da "palancum", l'unur de dervii la prucesium.

"Che rabbia! Che disperazium lasagh ai Toscia dervii la prucesium!

Ma l'ann chi vegn sarèm nün, i Coeu, che cont i danee farem triunfà i Casoeu"

"Ma nün sèm sciuri - i Toscia ai Coeu - con tanti cauritt, me car Casoeu, va

batum sempur, e anche par ul prosim ann ul Cilostar al sarà 'ncamö in di nost

man"

MURAL DALA FAVULA:

A SANTA GNESA TANTI DANEE E TANTA SCIRA PAR LA GESA!


Saint Agnes - Simon Vouet (1590-1649)

C'era una volta i Toscia e i Coeu: i primi erano Casale e i secondi Casolo, che si

contendevano a suon di monetone, l'onore di aprire la processione.

"Che rabbia! Che disperazione! Lasciare ai Toscia aprir la processione! Ma l'anno

prossimo saremo noi, i Coeu, che con i denari faremo trionfare i Casolo".

"Ma noi siamo ricchi - i Toscia ai Coeu - con tanti soldi miei cari Casolo, vi

batteremo sempre e anche per il prossimo anno il Cilostro sarà nelle nostre

mani".

MORALE DELLA FAVOLA:

A SANT'AGNESE TANTI DENARI E TANTE CANDELE PER LA CHIESA!


Francesca Palopoli:

mamma, moglie,

lavoratrice e food

blogger per passione.

Seguitela su

Cookingtime

Cupcakes Sant’Agnese

Nel 2014 ho partecipato al concorso “Posta il dolce"

indetto dalla pagina Facebook Vivi Somma!

Bisognava rappresentare in un dolce la nostra città.

Questi cupcakes vogliono essere un omaggio a

Sant’Agnese, patrona di Somma Lombardo. Il cuore

morbido e rosso dei cupcakes, dato dalla marmellata

di fragole, simboleggia il sangue del martirio della

Santa; la glassa arancione e rossa sta a simboleggiare

il fuoco del rogo che l’avvolse durante la sua

condanna, mentre i fili di caramello simboleggiano i capelli della martire, che secondo la

tradizione agiografica, durante il rogo crebbero tanto da coprire la sua nudità. Provateli

anche voi.

Ingredienti per 14 cupcakes:

Farina 00 300 gr

Zucchero 90 gr

Burro 90 gr

Latte 150 ml Uovo 1

Lievito per dolci 1 bustina

Sale 1 pizzico

Bicarbonato 1 pizzico

Marmellata alle fragole metà vasetto

Per la glassa:

Mascarpone 250 gr

Cioccolato bianco 200 gr

Burro 20 gr Coloranti q.b.

Per i fili di caramello:

Zucchero 100 gr. Acqua 40 gr

In una ciotola versare lo zucchero e l’uovo e con l’aiuto di una frusta elettrica, sbattere

per circa 1 minuto. Unire poco per volta il latte continuando a lavorare l’impasto a bassa

velocità. Dopo aver incorporato tutto il latte, unire anche il burro precedentemente fatto

ammorbidire a bagnomaria o al microonde. In una seconda ciotola, unire la farina, il

lievito, il pizzico di sale e bicarbonato e con l’aiuto di un setaccio unire al composto di

uova. Amalgamare bene tutti gli ingredienti. Ora, disporre i pirottini nello stampo per

muffins. Aggiungere negli stampi circa metà dell’impasto, poi prendere la marmellata

con un cucchiaino e disporla nella parte centrale di ognuno. Coprire il tutto con altro

impasto, cercando di rimanere di circa 1 cm sotto il bordo del pirottino (durante la

cottura si gonfieranno!) Infornare per 20 minuti a 180°. Una volta cotti (fare la prova

stecchino!) lasciarli raffreddare e dedicarsi alla glassa. In una ciotola lavorare il

mascarpone con le fruste elettriche. Aggiungere il cioccolato bianco precedentemente

fatto sciogliere a bagnomaria o al microonde con il burro. Lavorare qualche minuto e

porre in frigo per almeno 30 minuti. Trascorso questo tempo, versare l’impasto in 3

ciotole diverse e unire per ciascuna ciotola il colorante (rosso, arancione e giallo). Con

l’aiuto di una siringa per dolci, decorare ogni cupcakes con la glassa e giocando

con i colori cercare di riprodurre delle fiamme. Per i fili di caramello, in un pentolino,

far sciogliere lo zucchero con l’acqua fino ad ottenere un composto di colore ambrato:

è importante non mescolare il composto perché inserendo un mestolo

o cucchiaio di legno, provocherebbe la formazione di cristalli che

non si scioglierebbero. Quando la miscela raggiunge il colore desiderato,

ungere con un po’ d’olio un pezzetto di carta da forno e con l’aiuto di

una forchetta creare dei fili. Una volta freddi e induriti saranno

pronti per essere posizionati sopra ai cupcakes!

Ecco pronti da gustare i vostri Cupcakes Sant’Agnese. Buon appetito!


"Da Vienna a Somma verso Barcellona"

Post di Iride Parachini del 4 luglio 2016 integrato da Massimo Squillario

22 giugno 1708; al sommese Castello Visconti c'è una speciale ospite per la notte.

E' Elisabeth Christine di Brunswick-Wolfenbuettel (1691-1750), definita dai

contemporanei una delle principesse più belle d'Europa, niente meno che futura

madre di Maria Teresa d'Austria e nonna di Maria Antonietta di Francia.

a Lombardia è dominio austriaco

Le lei farà "la turista" per tre

giorni. Un modo per alleggerire il

lunghissimo viaggio che la porta da

Vienna a Barcellona, dove il 1º agosto

1708, in piena Guerra di Successione

Spagnola, verranno celebrate le

nozze con Carlo III (1685–1740),

pretendente al trono di Spagna

contro Filippo d'Angiò di Francia, e

futuro Imperatore del Sacro Romano

Impero con il nome Carlo VI

d'Asburgo. Il cerimoniere Antonio

Bechinelli, in un manoscritto riporta

molti dettagli di quel viaggio sulle

nostre terre; il corteo, partito da

Milano, entrò in Parabiago alle 11,00

del mattino di quel 22 giugno per

una sontuosa colazione presso il

monastero Cistercensi di San

Ambrogio della Vittoria. Nell'ottimo

e-book qui linkato prodotto

dall'Ecomuseo di Parabiago, tutti i

dettagli di questo antico soggiorno,

dell'itinerario percorso fino al 25

giugno visitando le Isole Borromee, e

perfino del menù del banchetto.

n peccato per la città che tra le Elisabeth ritratta nel 1713 (Andrea Vaccaro il giovane)

Ufonti non sia stata notata la

celeberrima "Somma Lombardo: storia, descrizione e illustrazioni" di Ludovico

Melzi dove, in integrazione, leggiamo:

"Sua

maestà la regina Elisabetta fu incontrata a Gallarate da 50 cavalli

di militia e da tutta la militia pedestre. Giunta a Somma fu ricevuta

dai signori del luogo alle porte del Castello. Per le strade si fece una splendida

illuminazione con torcine e pignatte e candelieri incartati che facevano bellissima

vista. Non mancarono salve di mortari e mortaretti, girandola di fuochi, razzi, etc. e

tutto riuscì meravigliosamente. La sera di venerdì 22 giugno 1708 sua maestà

pernottò nel castello di Somma, accolta con festose dimostrazioni dall' ecc.mo

marchese Cesare Visconti. In questa gita che sua maestà faceva verso le isole

Borromeo, era accompagnata dal gran cancelliere il generale Visconti, fratello di

Cesare. Sua maestà si restituì lunedì sera 25 giugno a Milano, tenendo l'istesso

cammino dell'andata"


Quanto scritto nello stracitato libro del Rossi ".. A ricordo di tale visita venne eretto

un nuovo arco in muratura sopra la porta che chiudeva un tempo la via verso Sesto

Calende" sembra quindi essere confutato dallo stesso Melzi, che attesta come, invece,

vennero semplicemente apposte targhe commemorative ad un arco preesistente:

"Quei

buoni nostri vecchi erano tanto invasi dalla mania epigrafica, che

trovarono nel ritorno della regina una nuova occasione di apporre

altre iscrizioni sulla porta che chiudeva un tempo la via per Sesto Calende, e che non

è certamente un modello di buon gusto in arte edilizia. La presento al mio lettore

affinché possa verificare la sincerità del mio giudizio.

Sulla fronte verso il castello v'è scritto:

CAROLI III HISPANIARUM REGIS,

MEDIOLANI DUCIS SPONSAM

ELISABETHAM CHRISTINAM

BRUNSVICIENSIBUS ORTAM PRINCIPIBUS SOMA

PRIMO PERTRANSEUNTEM MARCHIO D. CESAR

VICECOMES GALLARATI COMES NON TAM ARCIS

HOSPITIO OJJAM CORDISOBSEQUIO RECIPIEBAT

ANNO MDCCVIII

Mentre dormi, amor fomenti"

tratta da l'Olimpiade, composta da Antonio Caldara con prima

rappresentazione a Vienna l'8 agosto 1733 in occasione del

42° compleanno della regina Elisabeth Christine

Dalla parte della valle:

ELISABETHAE CHRISTINAE

BRUNSVICIENSI CAROLO III REGI

CATHOLICO MAX.

NUPTAE AD ARCEM SOMAE REDEUNTI

D.CAESAR VICECOMES S.R.I. MARCHIO

PRIMUM INSUBRUM EX CASTELLAE

MAGNATIBUS HOSPITI CLEMENTISSIMAE

GRATES REPENDENS

ET SE ET SUA D.D.D. AN. MDCCVIII

E quasi non bastasse tanta copia di

parole a rammentare il fausto

avvenimento, fu aggiunta questa

altra epigrafe che leggesi nel cortile

Incisione di Mario Broggi (1890-1952) con prospettiva sotto

l'arco "abbattuto nel 1933 per rendere più agevole l'accesso

al Lanificio" (A. Rossi)

CASTRUM HOC SACRAE

CATHOLICAE MAJESTATIS

ELISABETHAE CHRISTINAE

ITERATA INCLYTUM PERNOCTATIONE

XXII AC XXIV JUNII ANNO MDCCVIII

MARCHIO D. CAESAR VICECOMES

IN SIBI PRESTITI HONORIS GLORIAM

REGIAEQUE BENIGNITATIS MEMORIAM

CANDIDO LAPIDE

SIGNANDUM CURAVIT


Infine (e se non sbaglio questa è l'unica iscrizione presente ancora oggi ma non ho

avuto modo di verificarlo prima della pubblicazione) sempre nel libro di Melzi

leggiamo:

"Di

fronte alla porta d'ingresso, leggesi quest'altra che rammenta l'epoca in

cui fu aperta provvisoriamente la comunicazione fra la proprietà del

marchese Cesare e quella del conte Nicolò al passaggio della regina Elisabetta

Cristina che da Milano si recava a visitare il lago Maggiore:

SUBIECTAE FORES QUAE AD CONVENAM

HISPANIARUM REGINAE AULAM

EXCIPIENDAM UTRUMQUE

VICECOMITUM CASTRUM SEMEL

UNUM EFFECERANT UNANIMI

EORUNDEM CONSILIO VELUTI

CONSANGUINITATIS INDICES ET

NECESSITUDINIS VINDICES, ULTRO

CITROQUE PREVIAE SERVANTUR

IN AEVUM

Il 25 giugno il corteo ripartì verso il Marchesato di Finale, in Liguria, per salpare

verso Barcellona, dove arriverà nel luglio 1708. Il 1 agosto il matrimonio reale verrà

celebrato nella magnifica Basilica di

Santa Maria del Mar.

Dal 2008, trecentenario dalla visita

di Elisabetta, a Parabiago avviene

quasi annualmente la rievocazione

storica dell'evento promossa da "La

Fabbrica di Sant'Ambrogio" con lo

scopo di promuovere il recupero

della Chiesa di San Ambrogio della

Vittoria e dell’annesso Monastero

Cistercense - Pagina FB -

La regina Elisabetta Cristina a

Parabiago

Elisabetta in abiti da cavallerizza; a Parabiago

fu organizzata anche una caccia alla lepre

In questo 2018, 310 anni dopo, per

Somma e la Fondazione Visconti

potrebbe essere una bella occasione

mediatica, turistica e culturale il

coordinare un evento con Parabiago,

progettando una delle sempre valide

conferenze del Castello cittadino.


"La Grande Somma III"

di Rolando Destri

Chissà se un giorno per uno sfortunato evento si dovesse scavare sotto l’attuale

piazza del cipresso cosa si potrebbe trovare.

E’ noto e ci è stato tramandato che il territorio sommese era una selva sacra agli dei

superiori, appoggiando proprio tali supposizioni ad una antichissima lapide trovata

dove sorgevano in Somma gli Orti Albuzzi, praticamente dove prima c’era il nostro

millenario cipresso (chissà che fine ha fatto quella lapide). Ormai da Somma

sparisce di tutto e di più, o magari poi torna miracolosamente.

I cipressi sin dall’epoca romana erano considerati simboli d’immortalità, emblemi di

vita eterna, proprio per la loro particolarità ad ergersi maestosi verso il cielo, come

ad indicare il cammino verso un altro regno celeste. Gli antichi egizi, invece

costruivano con il legno del cipresso le bare per i loro defunti che poi avrebbero

dovuto intraprendere il lungo viaggio nell’aldilà. Noi cristiani invece diamo al

cipresso, alla palma, al cedro e all’ulivo, il significato di croce, in quanto si pensa o

meglio la leggenda vuole, che la croce di Gesù sia stata costruita con uno di questi

quattro legni. Nelle civiltà orientali invece, sì da al cipresso il simbolismo del fuoco,

in quanto la sua forma ricorda la fiamma e conseguentemente rappresentazione

d’energia. Il cipresso è anche

ritenuto per antonomasia un

simbolo di mestizia, di pace, di

raccoglimento, di ritiro in se stessi

per la meditazione, per soffrire nel

silenzio meditativo la mancanza di

affetti perduti, motivo per cui

compare spesso e frequentemente

nei nostri cimiteri. Ci sono molte

leggende sulle piante dei cipressi ..

noi a Somma abbiamo la nostra. Si

dice però che dopo la morte di

piante pluricentenarie avverrà la

fine del mondo (fortunatamente a

Somma non è successo durante

l’abbattimento del fulmine). Di altre

invece si dice che furono piantate da

personaggi leggendari come Carlo

Magno, Attila, il paladino Orlando e

altri ancora e alla loro fine è

collegata qualche sventura nel

mondo. Mi domando chi mai potrà

aver piantato il nostro millenario

cipresso e quale sventura possa

essersi poi abbattuta nel mondo. Di

una cosa però, sono più che certo e

convinto, sotto quella che oggi è la

nostra Piazza Cipresso sicuramente

sono seppelliti uomini e donne

dimenticate di un passato lontano,

un passato che il tempo ha portato

con se. Acquaforte di Cajo Eckerlin, 1833

Fonte LombardiaBeniCulturali.it


Sant'Agnese - Giovan Battista Moroni (1522–1578)

Sant'Agnese - Cesare Dandini (1595–1657) St. Agnes - El Greco (1541-1614)


"Murin Malacrida"

di Andrea Perotti

In centro Somma, all'altezza dell'attuale incrocio tra il Sempione ed il viale della

stazione (Via Ugo Maspero), si trovava un antico cascinale di proprietà dei

Visconti, "Cascina Visconti" così veniva allora indicata quell'area composta da un

edifico principale disposto su tre livelli, un edificio minore adiacente, ed

un'ampia area verde circostante.

Struttura in parte dismessa e da riattare, ma comunque con già in dotazione una

piccola girante per la macina, servita (si presume, ma non vi è certezza) da una

roggia derivata dal torrente "Rile" (il Rile era un torrentello ormai scomparso,

scorreva in un avvallamento stretto ed inciso, scendendo da Mezzana fino a

Cascina Mazzafame, avvallamento che poi venne riempito e coperto, ma il corso

d'acqua sopravvive in profondità).

Una vecchia cartolina per gentile concessione del Sig. Mario Malacrida ad Andrea Perotti

al centro il Sempione, a sinistra la "Via Larga", cioè l'attuale Via Fontana, a dividerli la "Guza"

(come veniva chiamata allora), mentre sulla destra si vede il lato sud del Mulino Malacrida

La Fam. Malacrida rilevò l'intera area e vi si stabilì, inaugurandovi un nuovo e

moderno mulino, che in breve fu dotato di motori elettrici, non dovendo così

più dipendere dalla presenza della roggia, che in breve scomparse ingoiata dal

progresso... (il torrente Rile serviva anche un altro mulino ubicato nell'area

attualmente occupata dai campi di calcio comunali, ne resta testimonianza nel

significativo nome dato ad una piccola stradina che porta in quella direzione: Via

Molino Secco).


Nacque così il "Mulino Malacrida" di Somma, che però erroneamente viene

spesso menzionato come "Mulino Visconti", addirittura anche su alcune

cartoline storiche che mi è capitato di visionare. Questo è un errore, ed è

doveroso sottolinearlo, in quanto la struttura divenne dal 1900 proprietà

esclusiva della fam. Malacrida, che per l'occasione costituì una propria società,

senza nulla a che spartire con i Visconti (esisteva una società regolarmente

costituita sotto il nome "F.lli Malacrida" con tanto di carta intestata, etichette e

sigilli con il marchio sociale), quindi "Cascina Visconti" fino al 1900, e "Mulino

Malacrida" dal 1900 in poi.

Altro nome che veniva spesso usato per indicare questo mulino era "Mulino

Sempione", per via della sua ubicazione.

C'è comunque da far presente che, essendo azionato elettricamente e non dallo

scorrere dell'acqua, non presentava giranti esterne e non era lambito da corsi

d'acqua, per cui visto da fuori più che un mulino sembrava un normalissimo

edificio adibito a magazzino ed abitazione.

Il lato "operativo" dell'edificio, quello rivolto a sud. Foto scattata dal Sig. Mario Malacrida nel 1962

Il mulino a motori elettrici rimase attivo per circa 60 anni, e fu in assoluto

l'ultimo tra i mulini presenti sul territorio di Somma Lombardo a cessare

l'attività di macina.

Nel blog di Andrea, il racconto completo dei tre dimenticati

"Mulini della Roggia" - Ticinoriverpark


Santa Inés - Vicente Carducho (1576-1638)

Virgo inter virgines - anonimo fiammingo fine XV sec.

St.Agnes, St.Bartholomew and St.Cecilia - Anonimo tedesco, 1510 ca


"Com’era

verde

la a mia valle"

di Rolando Destri

Puoi girare il mondo in lungo e in largo, ma

quando torni nella casa che ti ha visto

nascere e crescere, stai sempre bene. Io

amo Somma Lombardo, ci sono nato, ho

passato la mia infanzia correndo in boschi

oggi inimmaginabili per un ragazzino, dove

con piccoli rami di robinia, realizzavo

archi e frecce. Crescendo, alcuni angoli

di quei boschi, erano diventati il ritrovo

di piccole bande di ragazzi, cui una sola

cosa importava, divertirsi nella nostra

grande foresta di Sherwood.

Correre con biciclette sgangherate, tra

piccoli viottoli che costeggiavano rigagnoli

d’acqua fresca e limpida, tra paludi

incontaminate vicino ad Arsago, ci dava la

sensazione di cavalcare magnifici destrieri

alla ricerca del Santo Graal.

Ci sentivamo allegri folletti, nei boschi

delle fate. Col tempo, crescendo, ho

scoperto ogni angolo di Somma, ogni

viottolo, ogni strada, piazza, bar, cinema,

oratorio e chiese,

tante chiese. La strada più frequentata

d’estate, era quella che ci portava al

Ticino (la nostra Rimini), dove passavamo

intere giornate, ascoltando le musiche,

che piccoli mangiadischi, tenuti

come reliquie, ci permettevano di

sognare ad occhi aperti,

dimenticando scuola e lavoro.

Quella era la nostra estate, l’estate della

gioventù, l’estate della spensieratezza.

Allontanarsi, non fuggire, è stato triste,

ma la vita impone ad ognuno di noi scelte

che spesso possono apparire obbligate.

Sono passati molti anni da quelle

meravigliose estati. Gli amici però sono

sempre gli stessi, qualche capello in

meno, qualche chilo in più, ma sempre

grandi amici. Anche le ragazze di un

tempo, sono molto cambiate, ora

sono donne, madri e mogli.

Somma invece ha cambiato abito, non

indossa più i colori dell’estate e della

primavera, ma il grigiore dell’inverno, il

grigiore del cemento. E’ cambiata, non

è più la mia verde valle e i boschi delle

fate hanno fatto posto a draghi volanti

che hanno deturpato tutto. Anche la città

non è più la stessa, non vedo più gli

angoli di storia di cui andavo fiero e non

vedo più i vecchi negozi e gli antichi

mestieri. Ora solo grandi capannoni di

centri commerciali, pieni di tutto e tanta

gente, ma dove il buongiorno è una parola

dimenticata e il sorriso scordato. Persino

il viale della stazione, non mi da più

quella sensazione di futuro, di viaggiare,

ma solo quella di scappare, da una città

morta.. morta negli occhi..

Ma non nel cuore. Peccato!


"Pietre d'inciampo"

di Massimo Squillario (da un del post 24 gennaio 2017)

Le Pietre d'Inciampo ("Stolpersteine" il nome originale) sono un omaggio

ideato nel 1992 da Gunter Demnig, artista catarticamente berlinese, volto a

tramandare la memoria dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti.

L'iniziativa, mutuata via via in sempre più città

europee, consiste nell'incorporare nel selciato

stradale, davanti alle ultime abitazioni delle

vittime o nel luogo dove sono state arrestate, dei

sampietrini ricoperti con una piastra in ottone

(ma si sta diffondendo l'uso dell'acciaio, anche

perché queste opere subiscono frequentemente

imbrattamenti e atti vandalici nazifascisti).

Nella targa, quadrata, di 10 cm, vengono incisi il

nome della persona, l'anno di nascita e, se nota,

quella di morte e il luogo della deportazione.

Questi dettagli vogliono ridare una precisa

individualità a coloro che in quegli anni si è

cercato di ridurre soltanto a un numero di

prigioniero. Così, se nella Bibbia l'espressione

Una vittima commemorata a Tradate

pietra di inciampo è riferita ad un qualcosa che

foto di Christian Michelides

porta a deviare dalla "giusta" via, qui l'ambita

deviazione è dal torpore abituale, una frattura dell'indifferenza storica, per

sorprendere e far riflettere chi si ritrova, anche casualmente, di fronte

all'opera.

Diversi i Comuni lombardi, in particolare nella provincia di Brescia, che in

questi anni hanno attuato l'installazione. Spesso avviene per iniziativa delle

amministrazioni locali, ma anche tramite associazioni, parenti delle vittime e

donazioni modali. Inoltre la posa, venendo generalmente raccontata dai

quotidiani online, oggi più che mai permette una reale diffusione e persistenza

della memoria nel web; molto più di quanto potrebbero mai fare i libretti di

storia locale ricercati e conservati da pochi appassionati.

Nel varesotto, per ora, solo Tradate il 19 gennaio 2017 ha celebrato in questo

modo la Giornata della Memoria.

Sito originario del progetto: www.stolpersteine.eu/en/


Giorgio Casale

Nato a Somma Lombardo

il 14/12/1912

Agricoltore

Arrestato a Milano

deportato a Mauthausen

il 05/08/1944

e ivi deceduto il 03/02/1945.

Il fratello di Giorgio, don

Ambrogio Casale, fu prevosto

di Domodossola e insegnante.

La sorella Claudina sposò

Angelo Caletti, custode di villa

Aliverti a Somma. Le foto in

questa pagina sono fornite da

suo figlio Giorgio.


di Iride Parachini

Isaia Bianco

nato a Pieve di Soligo (TV)

il 16/01/1927

prelevato il

03/03/1944

ucciso a Linz il 25/07/1944

Lo ricordiamo con il racconto della

sorella Egisippa, meglio conosciuta a

Somma come Gisa. Lei conserva

uno struggente e tenero ricordo del

fratello, più grande di 5 anni.

Isaia le insegnò a sciare sulla collina del Lazzaretto.

Isaia con lei giocava e condivideva momenti felici.

Erano molto uniti e simili di carattere.

Lo prelevarono la sera alle 10,

mentre faceva le parole crociate

(dice Gisa che era un ragazzo

molto intelligente) e teneva fra le

braccia l’ultima nata in fasce, la

sorellina Alma.

Il padre si offrì di prendere il suo

posto, ma i tedeschi garantirono

che la mattina dopo Isaia sarebbe

tornato a casa.

Le resta negli occhi

il chiar di luna che illuminava la

discesa, con Isaia tra i due tedeschi.

Non lo avrebbero più rivisto vivo.

Gisa ci ha concesso la foto che Isaia

due anni prima le regalò e che lei

conserva gelosamente nel

portafogli

Dietro, la dedica affettuosa;

presagio nel giovane

del suo destino.


Fossoli, 6 maggio 1944

"…

"… io voglio aggiungere due righe a

questo scritto: la mia salute è ottima, il

morale è altissimo, quindi non pensate

male per noi. Qui le visite non sono

consentite quindi vi prego di non venire

nessuno delle tre famiglie.

Vi saluto tutti affettuosamente

Bianco Isaia

Vi prego di comunicare questo alla mia

famiglia e a quelli di Colombo"

Poche righe aggiunte da Isaia ad una

lettera del concittadino e compagno di

prigionia Carlo Mossolani. E' archiviata nel

sito Ultimelettere.it (immagine sotto).

E' di prossima uscita un approfondita

ricerca di Ermanno Bresciani sulla storia di

Isaia e Bruno Colombo.


Saints Dorothea, Agnes, and Kunigunde

Lucas Cranach (1472-1553)

Francisco de Osona (1465-1518)

Andrea Bonaiuti (1343–1377)


"Gino" di Roberto Angero

N

on era mai stanco di camminare Gino, anche adesso che andava per gli 80, sopratutto

per andare a godersi il suo panorama preferito. Lui Somma, la girava a piedi e,

trovava sempre qualcuno con cui chiacchierare. Quando più giovane si trasferì a Somma

dal sud, trovò subito lavoro in una delle tante fabbriche presenti: un vanto per la nostra

città. Partiva di buon ora la mattina, si fermava dalla “Pattina” a prender le sigarette e poi

su per la salita del Castello per raggiungere la sua ditta. Portava con se un sacchetto, in cui

teneva la gavetta con il pranzo preparato con amore dalla moglie, insieme ad una bottiglia

di vetro piena d’acqua, a volte con una bustina di frizzantina. Gino apparteneva a quei

tempi che furono: quei tempi in cui quando ti stancavi del tuo lavoro, il giorno dopo a

Somma ne trovavi subito uno nuovo senza problemi, sempre a piedi e sempre con la

gavetta pronta. La sera quando suonava la sirena poi si ritornava: un salto dal lattaio o dal

prestinaio e poi dritto a casa. Non importa se c’era pioggia o c’era il sole: Gino

accompagnava il suo cammino osservando gli edifici che all'epoca cominciavano a

crescere. Vedeva Somma trasformarsi ogni giorno e diventare città.

Un sabato Gino, visto che non lavorava, decise di farsi un giro per le zone boschive, quelle

note solo ai contadini ed ai boscaioli del posto. Lui, abituato alla solita strada cittadina

piena di cantieri, decise di esplorare altri posti e si incamminò verso Somma bassa. Si

ricordava che qualche tempo prima, con un amico sommese, era andato a raccogliere in

autunno le castagne. Gli era rimasta impressa la lunga strada con le borse piene e pesanti.

Non si ricordava benissimo la strada ma si ricorda della fatica. Così quel mattino presto

Gino partì. Il tempo e la memoria non aiutano ora a ricordare ma Gino da solo, entrò nel

bosco e camminò per ore, senza però più trovar la strada di casa. Preso un po' dalla

preoccupazione e un po' dalla fame, incomincio ad allungare il passo ma le strade gli

sembravano tutte uguali. Sconfortato, decise di sedersi.

Proprio in quell'istante però Gino, casualmente tra due robinie vide per la prima volta il

fiume Ticino dall'alto. Gino rimase a bocca aperta dallo spettacolo che questo panorama si

propose a lui, nonostante gli brontolasse lo stomaco. Sono passati tanti anni, ma ancora

oggi Gino spesso si perde come allora. Purtroppo l'alzheimer non gli permette più di

ritrovare la strada, ma ogni volta che lo accompagnano li, spesso dice di aver fame.


foto di Andrea Girardi

da

acebook al web

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