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16 CULTURA Martedì 23

16 CULTURA Martedì 23 Gennaio 2018 - Anno 4 - N° 3 L'attore Enzo Paci all'Infernot: incontri dedicati al cabaret Successo per il comico genovese, eccellenza nel panorama nazionale Rosa Fenoglio CAIRO MONTENOTTE Naturalmente tante risate ma, al contatto con un’intelligenza viva, si diffondono in sala spunti di riflessioni, inviti al pensiero e visioni differenti. Giovedì 18 gennaio all’Infernot l’appuntamento con i comici di Zelig ha condotto nel locale di Via Cavour, gestito da Massimo Gariano e Ilaria Giribone, Enzo Paci, punta di diamante della comicità italiana. La serata si apre con l’arrivo di Mattia Passadore, il personaggio che gli ha aperto le porte del successo televisivo, a cui seguono sketch tratti dall’ultimo spettacolo “Come fai, fai bene”: momenti di vera profondità che, in piena fedeltà alla lezione di Italo Calvino delle “Lezioni americane”, non àncora pesantemente al suolo, ma plana leggera e arriva in alto. Paci parla del suo viaggio di comico, degli inizi, delle sconfitte, dei ripensamenti, dei dubbi e delle difficoltà ricordandoci che, in un mondo caratterizzato dal “qui e ora”, dal “tutto e subito”, sono Matteo Monforte ha aperto brillantemente lo spettacolo la fatica e l’attesa a rendere magico il raggiungimento dell’obiettivo. In un sistema dominato dal successo con la relativa celebrazione del cinismo, della spregiudicatezza estrema, Paci ricorda che la bontà è un valore. “Gesù Cristo era buono e hai visto che fine ha fatto” dicono e l’artista, con lucidità e candore evidenzia una verità che spesso dimentichiamo, pronti a identificare immediatamente SAVONA - Dal 18 al 30 gennaio, nell’atrio del NuovoFilmStudio di Savona, saranno fruibili alcune opere della cairese Rossella Bisazza, già esposte in occasione della personale "Soldati - Visioni pittoriche in guerra" lo scorso anno. “Tenterò nuovamente di raccontare attraverso l’immagine la vita di trincea che, più o meno più inconsciamente, la società moderna ci costringe a vivere – ha affermato l’artista – lottiamo quotidianamente contro noi stessi, il tempo, le situazioni economiche, i giudizi altrui, affrontando sfide estenuanti delle quali spesso non si conoscono le bontà con dabbenaggine: «Non era Gesù troppo buono, erano i Romani che erano troppo stronzi». Come dargli torno? In “Come fai, fai bene” Paci espone una rassicurante tesi: «Ognuno di noi ha il suo posto nel mondo»; bisogna cercare, trovare e costruire il proprio angolo di serenità, in cui tutto è esattamente come dovrebbe essere. Parla di “prosofobia”, la paura del progresso, e di come sia palpabile a Genova, la città più vecchia all’interno della regione più vecchia nel paese più vecchio del Vecchio Continente. E la campagna elettorale che stiamo vivendo non è proprio indirizzata a un In scena sketch di "Come fai, fai bene" pubblico anziano? Fornero, pensioni, pensioni, Fornero, soldi a pioggia agli inattivi e il tema del lavoro affrontato poco e male. Insomma, risate e riflessioni. Che bellezza. Grandezza e umiltà, si sa, vanno sempre a braccetto e l’artista genovese, con gentilezza e ironia, s’intrattiene con il numeroso pubblico, distribuisce autografi e sorrisi e ci spiega come mai un artista di primo piano decide di esibirsi in una cittadina: «Lavorare nei piccoli locali decentrati è un grande privilegio poiché si possono testare pezzi nuovi valutando immediatamente la reazione del pubblico il cui rapporto con l’attore è molto più intimo e gioioso. È in queste realtà che diventa possibile aggiungere pezzi al repertorio arricchendolo a ogni spettacolo. Anche ai tempi di Shakespeare Enzo Paci diventa Mattia Passadore era così: le compagnie debuttavano in provincia per arrivare gradualmente ai centri più importanti. Per questa opportunità ringrazio Massimo Gariano, persona di cultura, intelligenza e sempre disposto a dare spazio alla comicità». E a Massimo Gariano, vignettista con un curriculum di tutto rispetto nel mondo dell’editoria milanese e nazionale, personaggio controverso, simpatico a pochi, provocatore per molti, un po’ umorale e a cui sicuramente è escluso il concetto di “basso profilo”, un ringraziamento dovrebbero farlo tutti i cairesi compresi i consiglieri alla cultura (sia ben inteso di tutte le amministrazioni visto che l’iniziativa “Zelig” inizia nel 2016) perché gli spettacoli all’Infernot svagano, fanno aggregazione, uniscono nel divertimento e creano un’atmosfera unica a costo zero. Non c’è un biglietto da pagare, chi vuole assaggia i manicaretti di Ilaria o beve un cocktail preparato dalla simpatica Francesca, ma chi non può o non vuole, si può godere lo spettacolo in completa gratuità. Sinceramente non ricordo di aver assistito a esibizioni di professionisti, musicisti, comici o cantanti, senza pagare, giustamente tra l’altro, il biglietto. Il ticket lo paga per noi Gariano offrendo una concreta alternativa alla monotonia serale degli inverni valbormidesi. "Soldati" di Rossella Bisazza al Nuovofilmstudio dinamiche; è inoltre precaria l'epoca contemporanea – prosegue la Bisazza – teatro di guerre personali, sempre più individuali e ristrette. Questa seconda personale, come in precedenza, ha tra gli obiettivi quello di sensibilizzare tutti coloro decideranno di farvi visita sull'importanza di limitare i giudizi nei confronti del prossimo. Il titolo, Soldati – conclude – vuole essere citazione della famosa poesia di Ungaretti, appropriandosi di quell'atmosfera di precarietà descritta abilmente dal poeta”. La mostra sarà visibile durante gli orari di proiezione, per tutto il mese di gennaio. E.V. Counseling Il Counseling Breve Oggi introduciamo il concetto di counseling breve. Questo a beneficio di quei clienti che spesso non si sentono di affrontare un percorso che ritengono possa portar via loro troppo tempo. Quando parliamo di counseling breve intendiamo che l'intervento con il cliente si possa esaurire in 6/7 incontri al massimo. Questo modello fu ideato da John M. Littrel e si è dimostrato efficace in almeno l'80% dei casi. Questi dati sono stati forniti dal MRI (Mental Research Institute) di Palo Alto in California e dal BFTC (Brief Family Therapy Clinic) di Milwaukee. Anche per il counseling breve valgono comunque alcuni principi che già abbiamo menzionato in precedenti articoli. Ci stiamo riferendo alla responsabilizzazione ed alla autonomia del cliente. Il counselor che applica poi questo modello deve in prima battuta cercare di svincolare il concetto di efficacia come dipendente dalla lunghezza dell'intervento. Purtroppo culturalmente siamo condizionati dalla lunghezza ed anche a volte dal costo dell'intervento. Come usava citare un mio maestro: "un responso od una soluzione poco pagata viene spesso poco considerata". In questo caso solo l'esperienza diretta del cliente può confutare queste teorie. Ovviamente sarebbe illusorio pensare che ogni tipo di problema possa essere affrontato e risolto con il C.B., stiamo però dicendo che in alcuni casi si può fare. Diventa molto importante riuscire nei primi incontri a trovare ed a far leva su potenziali punti di forza del cliente. Ad esempio individuare se ha a disposizione un contesto sociale che lo possa aiutare o se nella sua esperienza abbia già potuto attingere a sentimenti di fiducia. Altro passaggio importante é la focalizzazione e condivisione nello spostare l'attenzione e le risorse del cliente dal problema alla soluzione. Ricordiamo che anche il counseling breve ha come obiettivo quello di aiutare il cliente ad attuare un cambiamento. Cambiamento significa per il cliente impegno ed impiego di risorse sia fisiche che mentali. Per ogni professionista della relazione di aiuto qual'é la cosa importante? Saper leggere i comportamenti del cliente per mettere in evidenza quelli disfunzionali da quelli invece utili e da mettere al servizio del cambiamento stesso. Una tecnica particolarmente utile é saper stimolare lo humor. L'umorismo porta infatti quasi sempre un aiuto a diminuire lo stress e quindi anche a rendere meno efficaci le resistenze al cambiamento. Non dimentichiamo che il bravo counselor deve sempre tenere presenti quelli che sono i bisogni essenziali dell'essere umano. Abbiamo trattato questo argomento in un passato articolo parlando della piramide di Maslow; anche Glasser definisce in modo analogo i quattro bisogni: appartenenza, libertà, potere e piacere. Riassumendo le probabilità di successo del Counseling Breve dipendono principalmente da: 1) essere chiari con il cliente e spiegare il proprio lavoro che prevede l'utilizzo di una traccia di azioni da compiere con il cliente (tecnicamente si definiscono mappe di cui una delle più usate é la mappa del cambiamento di Prochaska); 2) cercare subito la collaborazione con il cliente cercando di usare il suo linguaggio emotivo; 3)individuare l'obiettivo e costruire insieme un percorso per raggiungerlo; 4) parlare subito della soluzione senza soffermarsi troppo sul problema. Come sempre non esiste una ricetta, ma ogni successo é sempre frutto di un collaborazione cliente/counselor che si esplica nella relazione da costruire come un vestito tagliato su misura. Enrico Contu Counselor Professionista iscritto al Registro Italiano Counselor con Numero REICO 1518. Secondo appuntamento di Gennaio al Teatro Lux MILLESIMO - Venerdì 26 gennaio torna il teatro dialettale al Cinema Teatro Lux. Questa volta ad andare in scena sarà la compagna i Don Bosco di Varazze con la commedia “Mi ghe credu, e ti?” in dialetto ligure. La stagione offrirà nei prossimi mesi un altro spettacolo in dialetto ligure, uno in lingua e due in dialetto piemontese. Si ricorda inoltre che lo spettacolo previsto per il 29 dicembre scorso, "A cos i servu si sòd?" dei Carruccesi di Carrù, sarà recuperato in data SABATO 21 APRILE 2018. L.N. MUSEO DELLA FOTOGRAFIA Posizionata la struttura esterna CAIRO MONTENOTTE - Installata la teca esterna che accoglierà importanti reperti della storia industriale ferraniese al Ferrania Film Museum. A seguito della presentazione del comparto centrale avvenuta lo scorso 3 giugno, l'inaugurazione ufficiale del museo è prevista per questa primavera. Situato all'interno di Palazzo Scarampi, avente una superficie di circa 250 m 2 , si pone l'obiettivo di restituire i molteplici aspetti delle vicende industriali passate: la vita di fabbrica, la cultura d’impresa, le vicende societarie, il design e la comunicazione visiva, l’architettura, i prodotti e i brevetti sviluppati. Inoltre, all'interno, troveranno spazio anche i vari comparti, dal fotografico al radiografico, la luce e il buio dei reparti, la grande stagione del colore e del cinema, ed infine l'universo sociale della Ferrania: il villaggio operaio, il dopo lavoro, lo svago. E.V.

CULTURA Martedì 23 Gennaio 2018 - Anno 4 - N° - 3 17 Collisioni storiche all’orizzonte (3) di Sergio Cirio Nell’articolo scorso abbiamo sommariamente descritto quanto accade in Europa, sul terreno economico, in termini di concentrazione e creazione di colossi produttivi capaci di reggere la concorrenza mondiale. A tale processo di concentrazione produttiva, concretamente avviato, inizia a corrisponderne uno analogo e parallelo sul terreno politico. Si tratta, cioè, di portare effettivamente a termine l’istituzione di poteri europei capaci di garantire che le politiche europee (e gli strumenti per attuarle) corrispondano meglio a quelle che sono diventate le frontiere economiche dell’unione. È evidente, infatti, la necessità per il grande capitale europeo di disporre di una piattaforma su scala continentale che sia in grado di recuperare le competenze e le funzioni che gli stati nazionali hanno via via perduto nel corso dei processi di globalizzazione. In altri termini, i processi di concentrazione economica che abbiamo descritto avvengono al di fuori del raggio d’azione dei governi nazionali: ad esempio, come s’è visto nell’articolo precedente, il governo francese controlla il 19% di Alstom ed ha benedetto la fusione con Siemens, ma, anche se avesse ceduto alle istanze nazionalistiche contrarie alla partecipazione tedesca, non avrebbe certo potuto impedirla. Al contrario, un governo europeo, se effettivamente ci fosse, potrebbe concretamente giocarsi le partite proposte sul mercato mondiale. Un esempio concreto. Non è, come noto, possibile imporre ad Apple, ad Amazon o a Google di pagare regolarmente le tasse ai vari paesi europei: non sarebbe così se ci fosse una Stemma dello stato maggiore dell’esercito europeo piattaforma continentale omogenea dal punto di vista della fiscalità ed istituita da un governo europeo. Sono questi gli aspetti della realtà odierna che portano alla necessità di un’ “Europa che protegge”, come s’è visto nell’articolo scorso. Del resto, se ci si domanda come cercare di arginare l’impatto dei flussi migratori su società vecchie ed impaurite per proteggerle dai riflessi di un esodo altrimenti fuori controllo, sembra univoca la risposta: lo si può fare solo con un’Europa in grado di promuovere una politica mediterranea capace di mettere a punto un “migration compact”, ovvero un “Piano Marshall” per l’Africa, in grado di intervenire in quelle realtà. Si tratta, evidentemente, né potrebbe essere altrimenti, di una soluzione imperialistica che finisce col coincidere con quanto più o meno consapevolmente intendono coloro che propongono di aiutare i migranti “a casa loro”: una soluzione che organizzi e gestisca in modo ordinato l’attuale flusso incontrollato dal continente africano. Tutto questo deve essere visto come alternativa alla prosecuzione di politiche prive di un’adeguata visione strategica e, quindi, totalmente insensate se non in un’ottica grettamente elettoralistica e succube delle più bieche campagne xenofobe e razziste. Abbiamo, quindi, reso conto al lettore di alcuni aspetti imprescindibili della linea europeista attuale, ma va detto che i prodromi di tale impostazione erano già visibili da anni nelle posizioni del presidente francese Nicolas Sarkosy, di quello tedesco, F. W. Steinmeier e dell’italiano Mario Draghi, governatore della BCE, sempre all’insegna di una politica in grado di mostrare che l’unità europea offre maggiore sicurezza. Riteniamo che la linea europeista si possa considerare nel complesso vincente in Europa, sostenuta certamente con efficacia da Macron, dalla Merkel, da Renzi e così via. Lo si può, peraltro, percepire anche dall’atteggiamento che stanno assumendo tutti i movimenti populisti, dal Front National della Le Pen alla stessa Lega Nord in Italia, che, benché sul piano della propaganda elettorale continuino a battere la tradizionale grancassa della xenofobia, in altri contesti stanno invece revocando le loro più radicate posizioni euroscettiche. Tutto ciò ci induce ad una considerazione indiscutibile. I mestatori di paure xenofobe raccolgono consensi facili e scontati in campagne propagandistiche di breve periodo e basate su argomenti tanto deformanti quanto d’effetto immediato: gli stereotipi degli stranieri che portano malattie, che rubano il lavoro ai nostri figli, che sono musulmani e così via dicendo. Però, una volta passata l’ebbrezza elettorale che coinvolge su questi temi tutti i partiti, e tutti più o meno nello stesso modo (imbonimento elettorale evidente), persino i più ottusi esponenti di quella confraternita di ignoranti professionali sono costretti a rendersi conto, a malincuore ma inesorabilmente, che, se c’è, ad esempio, un’epidemia di morbillo, forse non è colpa dei “negri” ma degli idioti che non vaccinano i propri figli; che i posti di lavoro per lo più occupati dagli immigrati non interessano affatto la forza lavoro locale e che, in ogni caso, l’ingresso di lavoratori stranieri, musulmani o meno, è assolutamente necessario per compensare la perdita di popolazione attiva dovuta all’inverno demografico che normalmente si è abbattuto su queste pur cattolicissime vecchie lande. Così stando le cose, può persino darsi il caso, anomalo, di posizioni ad un tempo sia europeiste che xenofobe: lo dimostra la recente vittoria elettorale di Sebastian Kurz alle ultime elezioni politiche in Austria, ottenuta gareggiando col locale partito neo-nazista in una campagna elettorale ambiguamente condotta su tematiche affini, salvo, poi, assumere, immediatamente dopo il responso elettorale, oltre all’impegno europeista, un atteggiamento di radicale distacco dall’antisemitismo. Stabilito che, in ogni caso, il peso dell’Austria sul totale dell’UE è relativamente piccolo, l’anomala declinazione austriaca dell’europeismo potrà, forse, anche essere utilizzata nei futuri dosaggi della politica mediterranea dell’Unione. Resta, comunque, di gran lunga dominante la prospettiva indicata dai futuri accordi tra India e Giappone, la prima, ricca di forza lavoro da esportare e povera di investimenti, il secondo, colpito più di ogni altro dall’inverno demografico e dalla conseguente mancanza di manodopera ma ricco di capitali in attesa di investimenti produttivi. È in questa logica che l’Europa dovrà affrontare l’ondata epocale delle migrazioni dall’Africa, tenuta nel debito conto anche la necessaria mediazione con la Cina, notoriamente e massicciamente presente nel Continente Nero. Tutto ciò, naturalmente, aiuta il lettore a comprendere meglio quanto si diceva all’inizio di questo articolo in merito alla necessità del grande capitale europeo di poter contare su di un governo europeo all’altezza dei tempi. Un’ultima ulteriore annotazione a proposito dell’idea di aiutare i migranti “a casa loro”: se questo tipo di intervento dovesse davvero funzionare, esso non farebbe altro che sviluppare ulteriormente il capitalismo africano, disgregando, quindi, ulteriormente le campagne ed incrementando l’urbanizzazione, cioè l’addensamento della popolazione nelle città; quindi, alla lunga, non farebbe altro che accrescere ulteriormente il movimento epocale dei migranti, cioè della popolazione che tracima dalle città africane e si riversa nelle ondate che successivamente interessano l’Europa. Kim Jong-un, dittatore nordcoreano e Donald Trump, presidente degli Stati Uniti È, dunque, nostra opinione che non saranno gli aiuti “a casa loro” ad eliminare le ataviche paure della rumorosa e variopinta palude proprietaria italica, i cui riottosi abitanti, salviniani certo, ma non solo, impareranno, forse, che la storia del genere umano, di cui anch’essi fanno - pur poco consapevolmente - parte, comprende le migrazioni come momenti essenziali: è infatti, semmai, la comprensione di tali momenti che spesso sfugge anche a chi ne è coinvolto in qualche modo. Chiudiamo questa serie di tre articoli con una provocazione, solo apparente, che ha il pregio di richiamare alcuni dei temi che abbiamo trattato. Lasciamo al lettore l’utile esercizio di individuarli. Nell’ottobre del 2013, l’allora ministro della Difesa Mario Mauro propose di “arruolare gli immigrati in cambio della cittadinanza”. Riportiamo qui di seguito la sua dichiarazione a Libero: “Si faccia una piccola modifica alla Costituzione italiana e si dia la possibilità agli immigrati di entrare nelle forze armate. Oggi si può fare il militare solo se si è cittadini italiani. Bisognerebbe fare come negli Stati Uniti dove, se si presta servizio militare per un certo periodo, si è agevolati nel conseguimento della cittadinanza”. C’è del vero in quel che diceva Mauro. Anzi, anche oggi, mentre tutte le potenze del mondo aumentano le spese militari, la “caccia” ad arruolare soldati stranieri, oltre che negli USA, è aperta anche in Germania e persino, pensa un po’ nella Gran Bretagna del dopo Brexit, dove, si cerca un modo per arruolare gli immigrati polacchi nell’esercito di Sua Maestà. In Italia, sinora, la proposta ha sollevato anche il disappunto di chi, soprattutto al Sud, vede nell’arruolamento nelle forze armate un rimedio alla disoccupazione. Tutto ciò sembrerebbe peraltro accreditare l’opinione, tipicamente leghista, per cui gli immigrati “rubano” posti di lavoro agli italiani. Naturalmente, il dibattito si è presto arricchito di altri nobilissimi contributi che non vale qui la pena di citare e che sono, in ogni caso, facilmente reperibili su Internet. Ci limitiamo, quindi, ad offrire al lettore questa nostra prima impressione generale sull’arruolamento degli immigrati nell’esercito. Le statistiche assicurano che gli italiani conoscono poco l’inno di Mameli e che solo le recenti disgraziate esibizioni della nazionale di calcio hanno loro offerto l’opportunità di soffermarsi su alcuni slanci patriottici in vero, come s’è visto, difficilmente condivisibili persino sui campi di calcio (figuriamoci su quelli di battaglia!): (…) Stringiamoci a coorte / siam pronti alla morte/ l’Italia chiamò (…). Ad ogni modo, se i faccioni di Donald Trump, Kim Jong-un e Ri Chun-hee occupano stabilmente gli schermi televisivi e le masse pensano che possa davvero mettersi male, meglio allora adottare l’italianissimo “armiamoci e partite!”, la cui sintesi concreta amplierebbe il consenso popolare alla proposta del ministro Mauro,