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A RITROSO SCRIVENDO

HITLER IN ITALIA NEL

HITLER IN ITALIA NEL 1938 E UNA VOCE FUORI DAL CORO Nel volume «Maggio XVI», dedicato alla visita di Hitler in Italia nel 1938, tra le varie autorevoli firme del regime che vi scrissero - compresi Alessandro Pavolini e Telesio Interlandi - vi è anche quella di Giovanni Ansaldo. In un testo del genere, con tanto di svastica e fascio impressi in copertina, così scriveva Ansaldo: «D’altra parte, il Germanesimo ha sentito che la stessa ideologia razzista, che tutto lo pervade e lo anima, porta in sé, latente, un pericolo grave: il pericolo dell’isolamento nel mondo e il pericolo della ingenuità di fronte al mondo. L’approfondimento della idea della razza produce senza dubbio un rinvigorimento di fiducia in sé, di giusto orgoglio, di consapevolezza dei propri diritti inalienabili; ma è dubbio se produca altrettanta conoscenza di quelle che sono le forze che agiscono nel mondo, altrettanta sicura intuizione degli agguati che il mondo può tendere. E quando l’idea della purezza di razza anima e pervade tutta la vita di un grande popolo, come il popolo tedesco, è certo che essa conferisce alla sua condotta una schiettezza, una dirittura, una lealtà che si impongono alla considerazione del mondo; ma è meno certo che essa conferisca quella sapienza intuitiva, quella conoscenza della realtà, quel senso della misura, che sono necessari per operare fecondamente». Chi era e chi poteva rappresentare, all’interno del fascismo, Giovanni Ansaldo per scrivere simili velate e preveggenti critiche proprio su una pubblicazione celebrativa della amicizia nazifascista? Mario Taliani Caro Taliani, Il giornalista Giovanni Ansaldo «nacque» antifascista e fu sino al 1926 un pungente critico della politica di Mussolini. Quando squadre di fascisti genovesi distrussero la sede del quotidiano socialista di cui era redattore (Il Lavoro), Ansaldo fuggì a Milano, trovò aiuto negli ambienti antifascisti che gravitavano intorno alla casa di Carlo Rosselli, tentò di passare in Svizzera, fu arrestato a Como, trascorse qualche giorno in prigione e fu mandato al confino. Ma qualche anno dopo eccolo nuovamente in scena con panni e ruoli diversi. È direttore del Telegrafo di Livorno (il gior- 88

nale della famiglia Ciano), rende omaggio alle virtù di Mussolini e del regime, parla agli italiani dai microfoni dell’Eiar, è confidente e amico di Galeazzo Ciano, divenuto ministro degli Esteri nel 1936. Trasformismo? Opportunismo? Uno straordinario «salto della quaglia»? Quando un giornalista lo interpellò sul suo passato, nel 1938, Ansaldo gli scrisse: «Nell’intimo della coscienza sono sicuro del fatto mio; perché so di essere sincero e d’aver messo la mia firma sotto ad articoli che esprimevano la mia opinione vera». Rifiutava di rinnegare il proprio passato di antifascista e dava in tal modo una prova di coraggio. Ma sosteneva al tempo stesso che i suoi articoli in lode del regime fascista erano altrettanto sinceri. Non è interamente vero. Grazie alla sua amicizia con Ciano e alle molte crepe sulla facciata del regime, Ansaldo poté permettersi di assumere in alcuni casi posizioni indipendenti. Ma dovette farlo con molti accorgimenti intellettuali e qualche stratagemma. L’articolo apparso nel volume che l’editore Casini pubblicò dopo la visita di Hitler in Italia ne è una prova. Ansaldo doveva scrivere, naturalmente, che il viaggio di Hitler era stato un successo e che l’amicizia italo-tedesca era indistruttibile. I dubbi e le riserve erano, in quelle circostanze, inimmaginabili. Ma era troppo intelligente per aggiungere la sua voce a quelle dei coristi del regime. Decise allora di affrontare il problema in una prospettiva storica e descrisse lo «scontro di civiltà» che avvenne quando i romani incontrarono le tribù germaniche che vivevano al di là delle Alpi e del Reno. I due popoli si combatterono, sostiene Ansaldo, ma scoprirono le loro rispettive virtù e cominciarono a nutrire un sentimento di reciproca ammirazione e invidia. I romani ammiravano il coraggio, l’orgoglio razziale, la lealtà e il valore dei loro nemici. I Germani ammiravano la sapienza politica di Roma, la sua capacità amministrativa, «la sua conoscenza dell’arte di governare le stirpi più diverse e di legare a sé le genti più lontane». I due nemici erano legati dalla coscienza della loro complementarietà. E il Sacro Romano Impero fu per molti aspetti una creazione latino-germanica. In questo bozzetto storico-letterario vi era, insieme ad alcune verità, molta retorica. Ma la tesi permetteva ad Ansaldo di sostenere che l’Italia avrebbe dovuto conservare accanto alla Germania il sentimento delle sue tradizioni civili, della sua tolleranza e umanità. Era soltan- 89

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