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9 months ago

A RITROSO SCRIVENDO

Lettere al Corriere A

Lettere al Corriere A STRASBURGO Candidati e simboli Caro Romano, è quasi certo che gli eletti al Partito democratico di Walter Veltroni se sono oggi uniti a Roma non lo saranno domani a Strasburgo. Nell’Europarlamento sembra ormai concretizzarsi la divisione delle due anime del partito che vedrà i già Ds con i socialisti e gli ex-Dl con i liberaldemocratici. Il capogruppo del Pse Martin Schulz non è infatti disposto a cambiare l’identità del partito per fare un favore ai compagni italiani. E questa divisa prospettiva accomunerà anche gli attuali alleati della Pdl. Ma al di là della endemica peculiarità della classe politica italiana di farsi riconoscere dividendosi, è sulle modalità di voto delle elezioni europee che mi permetto di scriverle. Come noto in queste votazioni il sistema è proporzionale con possibilità di esprimere preferenze. In ogni macrocircoscrizione avremo quindi il ritorno di molti dei vecchi simboli che le scorse votazioni politiche italiane hanno escluso dal parlamento romano. Quello che mi chiedo, e soprattutto chiedo a lei, è come mai non si ritenga equivoco che nelle schede anziché quelli europei vi siano i simboli nazionali? Perché la scelta di appartenenza a un gruppo dell’europarlamento viene fatta dopo il risultato delle elezioni e non prima? Le chiedo questo perché sono sinceramente convinto che l’Europa, come istituzione, ultimamente si stia identificando più con il termine burocrazia che con quello di “identità”! Mario Taliani Noceto (Pr) Lei ha ragione. Piacerebbe anche a me che in tutti i Paesi dell’Unione (non soltanto in Italia) i candidati al Parlamento di Strasburgo si presentassero agli elettori con simboli corrispondenti a quelli dei gruppi parlamentari di cui faranno parte quando saranno eletti. Malauguratamente, tuttavia, questa formula, se applicata all’Italia, spaccherebbe il Partito democratico e renderebbe forse non tutti egualmente graditi al Partito popolare europeo i candidati del Popolo della Libertà. Sergio Romano Corriere della Sera (16 giugno 2008) 108

TUCCI, STUDIOSO DELL’ORIENTE TRA FASCISMO E BUDDISMO Le scrivo in merito alla figura di Giuseppe Tucci. Definito in un articolo pubblicato di recente su una rivista di geopolitica, grande esploratore fascista, Tucci è stato sicuramente una figura particolare della prima metà del secolo scorso. Vista anche l’attualità dell’argomento, sarebbe l’occasione per ricordare quanto fu grande, esploratore e fascista? E spiegare la passione che ebbe per l’allora veramente inesplorato e sconosciuto Tibet al punto di convertirsi al buddismo? Mario Taliani Caro Taliani, Non credo che Giuseppe Tucci possa definirsi un «esploratore fascista» e non sono certo che si possa parlare, nel suo caso, di conversione al buddismo. Come ricordò Sabatino Moscati, uno dei migliori archeologi italiani del Novecento, la sua conversazione era spesso impreziosita da massime buddiste e la sua morte, per suo espresso desiderio, venne annunciata con parole tratte dalla spiritualità orientale: «Si dissolse nella suprema luce». Ma negli anni in cui avevo l’occasione di frequentarlo, verso la fine della sua vita, ebbi l’impressione che vi fosse in lui, accanto allo straordinario studioso del Tibet e del Nepal, una sorta di geniale dandy dell’Oriente, un personaggio comparabile a quegli europei che si compiacquero di adottare i costumi e lo stile di mondi esotici, come Lawrence d’Arabia, autore dei «Sette pilastri della saggezza», Hermann Hesse, autore di «Siddharta» e, più recentemente, Tiziano Terzani, autore di alcuni splendidi viaggi asiatici tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo secolo. La sua carriera di studioso cominciò quando il giovanissimo Tucci, nato a Macerata nel 1894, pubblicò un dotto saggio di epigrafia romana in una rivista accademica tedesca. Ma pochi anni dopo, mentre combatteva nelle trincee della Prima guerra mondiale, tralasciò il latino per dedicarsi allo studio delle lingue orientali e colse l’attenzione di Giovanni Gentile, nel 1919, con un compendio del pensiero filosofico indiano. Nel 1925, quando approdò nelle università indiane, era già in grado di insegnare contemporaneamente italiano, cinese e tibetano. La sua prima spedizione in Tibet risale al 1929: un lungo iti- 109

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