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A RITROSO SCRIVENDO

tra quelli evocati dal

tra quelli evocati dal tribunale di Norimberga. Il dossier riemerse alla fine della guerra fredda quando i polacchi chiesero chiarezza e ottennero che il governo russo riaprisse gli archivi sovietici. Tutti credevano (io fra questi) che il massacro fosse stato compiuto sulla base di istruzioni orali. E tutti fummo sorpresi quando dai faldoni del Presidium del Comitato centrale emerse un verbale da cui risultava che l’ordine era stato dato e sottoscritto da Stalin e dai maggiori dirigenti del partito. È possibile, come lei scrive nella sua lettera, equiparare Katyn al genocidio ebraico della Seconda guerra mondiale? Ho sempre pensato, caro Taliani, che ogni tragedia sia un unicum, da studiare nel suo contesto storico, e che non sia giusto disporre genocidi e massacri su una scala gerarchica. Ma è certamente possibile constatare che anche la nazione polacca, come l’ebraismo europeo, fu vittima, durante la Seconda guerra mondiale, di strategie distruttrici e sanguinarie. Hitler intendeva ridurre i polacchi a uno stato servile e fu responsabile di una politica repressiva che provocò la morte di circa tre milioni di persone. I sovietici si proposero di eliminare la classe dirigente «borghese» e di sopprimere tutte le istituzioni che avrebbero ostacolato la creazione di uno Stato comunista, satellite dell’Urss. Ne dettero la prova con il massacro di Katyn e con un altro episodio, non meno significativo, quando le divisioni dell’Armata Rossa, nel gennaio 1945, attesero sulle sponde della Vistola che i tedeschi schiacciassero la coraggiosa insurrezione polacca delle settimane precedenti. Tedeschi e sovietici erano in guerra dal giugno 1941, ma ciò che accadde a Varsavia nel gennaio 1945 è per molti aspetti la riedizione di ciò che era accaduto alla fine del 1939 quando i due Paesi avevano dimostrato di avere un nemico comune: la Polonia. Sergio Romano Corriere della Sera (12 dicembre 2007) 118

Lettere al Corriere DIPLOMATICO ITALIANO Ricordo di Mazzolini Caro Romano, in una risposta lei ripercorre le traversie dei diplomatici italiani in Francia dopo l’8 settembre 1943. E le descrive menzionando al termine l’allora segretario generale della diplomazia di Salò, Mazzolini. Da lei stesso definito un «brav’uomo», egli si adoperò per evitare che la diplomazia italiana venisse travolta dalla guerra civile. Alla luce di questo comportamento, in tempi di facili e violenti odi, non sarebbe forse opportuno ricordarne la figura, del perché di questa sua scelta e di come morì nell’aprile del 1945? Mario Taliani Noceto (Pr) Morì di morte naturale (era malato da tempo) a San Felice del Benaco, sul Lago di Garda, nell’aprile 1945. Approfitto della sua lettera per un correggere un errore. Non si chiamava Severino, ma Serafino. 119

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