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A RITROSO SCRIVENDO

GUALINO, L’UOMO CHE

GUALINO, L’UOMO CHE VOLLE UNA “NUOVA PIETROBURGO” Oltre ai già tanti personaggi italiani del secolo scorso evocati in questa pagina, ritengo ve ne sia uno che meriterebbe venisse aggiunto. Tra i vari politici e industriali che vissero a cavallo tra l’unità d’Italia e il secondo conflitto mondiale ho scoperto che ve ne fu uno che tale periodo visse di sicuro con intensità. Mi riferisco a Riccardo Gualino fondatore della Società di Navigazione italoamericana, nota ai più non tanto con l’iniziale abbreviazione di Snia quanto successivamente quale Snia-Viscosa e cioè la ditta leader in Italia di fibre sintetiche in quel periodo. Tra gli anni Venti e i Trenta Gualino fu uno dei protagonisti della vita economica del Paese, confrontandosi, ma soprattutto scontrandosi, con personaggi quali Benito Mussolini e Giovanni Agnelli e che negli anni Cinquanta contribuì alla nascita del cinema italiano. Varrebbe la pena ricordarlo? Mario Taliani Noceto (Pr) Caro Taliani, Gualino, fortunatamente, non è stato dimenticato. Proprio in questi giorni torna in libreria, con la prefazione di Angelo d’Orsi, una nuova edizione della sua autobiografia («Frammenti di vita», Nino Aragno Editore), scritta nel 1931, quando Mussolini lo mandò per un paio d’anni al confino nell’isola di Lipari. Fu punito per le sue spericolate avventure finanziarie, e soprattutto per il modo in cui, qualche anno prima, aveva osato contestare la politica monetaria del regime. Alla Snia e alla Lux Cinematografica, fondata a Parigi nel 1933, occorre aggiungere un’industria dolciaria (l’Unica), l’Unione Italiana Cementi, la Rumianca e una lunga serie di progetti nei più svariati settori, dai trasporti all’edilizia, spesso destinati a fallire, ma quasi sempre coraggiosi e geniali. La sua carriera cominciò verso il 1908 nelle grandi foreste dei Carpazi, fra la Romania e la Transilvania austroungarica. In quegli straordinari alberi, «diritti come colonne, alti cinquanta metri», e nelle segherie della regione, il giovane Gualino (era nato a Biella nel 1879) vide immediatamente l’«affare». Il 124

legno, soprattutto in Europa orientale, era usato allora principalmente per l’edilizia. Ma per meglio sfruttare questa risorsa occorreva metterla al servizio di un grande progetto urbanistico. Pochi mesi dopo, in Russia, Gualino constatò di persona l’impetuoso sviluppo dell’economia e decise che il legno delle foreste carpatiche sarebbe servito alla costruzione di una «nuova Pietroburgo». Si mise alla ricerca di un terreno e scoprì che una sfortunata società, oberata dai debiti, era proprietaria di due milioni e seicentomila metri quadrati nell’isola Vasilevskij. Si accordò con un gruppo finanziario inglese, comperò il terreno, lo valorizzò rialzandolo in pochi mesi di circa due metri «perché fosse dieci centimetri più alto del palazzo d’Inverno», e si buttò a capofitto nel labirinto amministrativo in cui occorreva conquistare il permesso di edificare. Furono costruiti tredici palazzi, vennero affittati i primi alloggi, cominciò la vendita dei terreni vicini. Vi fu persino una prima festa inaugurale, una domenica di luglio del 1914, durante la quale i cittadini vennero ad ammirare il lavoro già fatto e a immaginare il grande quartiere che sarebbe sorto nell’isola. Nei giornali, in quei giorni, si parlava molto di un attentato a Sarajevo nel quale aveva perso la vita l’arciduca Francesco Ferdinando, erede dell’Impero austriaco. Ma tutti sembravano convinti che la diplomazia avrebbe superato la crisi. Fino a quando un aiutante dell’imperatore telefonò affannosamente a Gualino per dirgli che la guerra stava per scoppiare: «Partite immediatamente; credo che sarà l’ultimo treno. Buona fortuna». Così finì la grande impresa russa di Gualino. E così finirono malauguratamente altre imprese in cui investì il proprio denaro e quello dei suoi soci. Ma aveva una straordinaria capacità di rimbalzare da un’idea all’altra, da un affare all’altro. Fu certamente un giocatore, ma anche uno straordinario mecenate. Come racconta Angelo d’Orsi nella sua prefazione, creò a Torino una cittadella della cultura di cui furono protagonisti per alcuni anni un grande storico dell’arte, Lionello Venturi, e un grande pittore, Felice Casorati. Fu quello il periodo in cui, consigliato da Venturi, raccolse opere d’arte di grande valore. Perdette la collezione, dopo il fallimento, ma le opere non andarono disperse e furono divise in due grandi raccol- 125

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