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A RITROSO SCRIVENDO

una maggiore libertà di

una maggiore libertà di movimento fu Henry Kissinger, prima consigliere per la sicurezza nazionale, poi segretario di Stato. Fu lui che negoziò segretamente la ripresa dei rapporti con la Cina e creò le condizioni per il trionfale viaggio di Nixon a Pechino nel febbraio 1972. Per uscire dal Vietnam Kissinger decise che occorreva «vietnamizzare» il conflitto. l’accordo con il Nord, concluso dopo un lungo negoziato nel gennaio 1973, prevedeva la fine delle ostilità, il ritiro delle truppe americane, libere elezioni nel Sud, la convocazione di una Conferenza internazionale e un graduale processo di riunificazione. Questo castello di buone intenzioni non resse alla prova dei fatti, ma permise agli Stati Uniti di ritirare le truppe. La vera partita continuò a essere giocata sul terreno tra i due campi vietnamiti e terminò con la caduta di Saigon nelle mani dei comunisti il 30 aprile 1975. Torno ora, caro Taliani, alla sua domanda. A me sembra che la disfatta sia stata contemporaneamente militare e politica. Le forze armate avrebbero potuto continuare a combattere, ma i piani dello Stato maggiore si scontrarono con la imprevista resistenza dei vietcong e si dimostrarono quindi inefficaci. La vicenda vietnamita dimostrò che un esercito, per vincere, deve avere alle proprie spalle un Paese convinto e pronto a sopportare sacrifici per il tempo necessario alla vittoria. I nord vietnamiti vinsero anche perché dimostrarono di avere una coesione e una tenacia superiori a quella dei loro avversari. Sergio Romano Corriere della Sera (23 novembre 2006) 134

FASCISMO, COMUNISMO E LA NASCITA DEI “PARTITI CHIESA” Sono rimasto colpito dalla sua affermazione riguardo al fatto che molti italiani divennero comunisti perché scoprirono nel Pci la bella copia del grande partito di massa che li aveva attratti e ispirati durante gli anni del fascismo. Colpito perché un’affermazione del genere, non so quanto casualmente, quasi coincide con quanto detto da Giorgio Bocca durante la presentazione del suo ultimo libro, che pare essere la risposta «confermista» a quello di Pansa. Intervistato in diretta nel programma «Che tempo che fa» di Fabio Fazio, l’ex partigiano ha testualmente asserito che gli italiani sono tutt’ oggi in maggioranza fascisti. Affermazione che pare avere trovato in quanto da lei scritto una involontaria conferma. Mario Taliani Caro Taliani, non ho ascoltato le dichiarazioni di Giorgio Bocca alla trasmissione televisiva da lei menzionata, ma non ne sono sorpreso e non credo di avere detto cose particolarmente originali. Chiunque sia nato negli anni del fascismo e abbia assistito alla straordinaria popolarità del partito comunista non può non avere notato le analogie fra i due fenomeni. Il Pci conquistò rapidamente due milioni di membri, molti dei quali erano stati certamente fascisti. E gli intellettuali del partito, come è stato spesso ricordato su questa pagina, avevano quasi tutti iniziato la loro carriera nelle riviste fasciste o conquistato i loro primi allori nei Littoriali organizzati dal regime. La somiglianza tra i due fenomeni non è occasionale o superficiale. Fascismo e comunismo furono progetti totalitari, animati da una forte ambizione educativa. Non volevano semplicemente conquistare voti o simpatie, come è nella natura di qualsiasi partito politico. Volevano rifare la società, creare l’«uomo nuovo», impartirgli una solida educazione ideologica, inquadrarlo nelle organizzazioni del partito e trasformarlo in cittadino militante, pronto a mobilitarsi ogni qualvolta la casa madre decideva di riempire le piazze e mostrare i muscoli della propria forza. Vi è una evidente affinità tra le oceaniche adunate di piazza Venezia e i giganteschi comizi di piazza San Giovanni. Le parole pronunciate in quelle occasioni erano diverse, ma le liturgie e la regia erano 135

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