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A RITROSO SCRIVENDO

straordinariamente

straordinariamente simili: le «cartoline precetto» in un caso, gli autobus predisposti dai sindacati per gli operai delle fabbriche nell’altro. Ciascuno di questi due grandi partiti di massa dovette fare i conti con la realtà e venire a patti con le tradizioni e le abitudini della società italiana. Il fascismo conquistò il potere, ma fu costretto a spartirlo con la monarchia e con la Chiesa. Il comunismo conquistò una parte della società civile e delle grandi istituzioni culturali, ma si rese conto che gli italiani sarebbero rimasti, nonostante tutto, cattolici, familisti e profondamente legati ai beni che erano riusciti ad accumulare nel corso della loro esistenza. Questo successo parziale ebbe l’effetto di provocare nei militanti dei due movimenti l’attesa di un evento che avrebbe completato l’opera e soddisfatto pienamente le loro attese. Nel partito di Mussolini vi fu sino alla fine una componente che non smise mai di attendere la «seconda ondata» della rivoluzione fascista. Nel partito di Togliatti vi furono coloro che auspicavano una nuova Resistenza, più radicale e decisiva di quella che veniva celebrata come pietra di fondazione della Repubblica. Qualche giorno fa, rispondendo a una lettera su Eugenio Reale (il comunista che abbandonò coraggiosamente il Pci dopo la rivoluzione ungherese), ho ricordato una raccolta dei suoi scritti pubblicata qualche anno fa. Nella prefazione Antonio Carioti ricorda che i militanti, dopo la repressione sovietica a Budapest, fecero quadrato intorno a Togliatti e scrive: «Condizionati da un antico retaggio storico e dalla recente esperienza del regime fascista, molti italiani preferiscono avere con la politica un rapporto fideistico, chiedono di riconoscersi in un’autorità che offra loro certezze indiscutibili». Ecco perché fascismo e comunismo furono, come osserva ancora Carioti, «partiti chiesa». Si odiarono e si combatterono perché avevano straordinarie somiglianze, operavano su uno stesso terreno e cercavano di conquistare lo stesso popolo. Sergio Romano Corriere della Sera (27 novembre 2006) 136

Lettere al Corriere REGIONI Gli statuti speciali La Corte di Cassazione ha dichiarato ammissibile il referendum per l’annessione del Comune di Noasca (To) alla Val d’Aosta. Questo Comune piemontese sembra avviato a ripetere quanto già fatto da alcune amministrazioni comunali venete verso il contiguo Trentino-Alto Adige. Sorvolando sul palese interesse economico alla base della scelta di tali Comuni ad entrare in queste regioni, mi permetto di rivolgere provocatoriamente, il seguente quesito: perché tra le tante riforme proposte non vi è stata anche quella di abolire le regioni a statuto speciale? L’articolo 116 della Costituzione, al primo comma, consente a Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige/Südtirol e Valle d’Aosta/Vallee d’Aoste di disporre «di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali adottati con legge costituzionale». E questo ormai da sessant’anni. Ha senso mantenere queste differenze? Mario Taliani Corriere della Sera (23 giugno 2006) 137

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