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A RITROSO SCRIVENDO

S&P: UN’AGENZIA DI

S&P: UN’AGENZIA DI RATING, NON UN TRIBUNALE POLITICO A distanza di alcuni mesi dall’opinione di Standard & Poor sul sistema Italia, in cui si accomunavano nel giudizio negativo per inaffidabilità sia governo che opposizione, una nuova «tegola» si abbatte sulla reputazione del nostro Paese. Senza entrare nel merito e nelle previsioni che riguardano lo scandalo bancario che primeggia nella cronaca italiana di questi giorni, mi permetto di porle un quesito a cui i cittadini italiani non trovano ormai più soluzione: come rinnovare la classe dirigente del nostro Paese quando questa dà prova provata d’inaffidabilità? Ci sono stati precedenti? Ripercorrendo gli ultimi cento anni della storia d’Italia sono state ben poche le occasioni che hanno permesso un completo rinnovamento di queste rappresentanze politiche ed economiche. Solo a cavallo degli anni Venti, a metà degli anni Quaranta e all’inizio degli anni Novanta (per motivi noti) l’Italia ha ricevuto quelle scosse sociali che ne hanno determinato, o sembravano determinarne, un radicale cambiamento. Ritiene possibile che il sistema Italia, comprendendone anche il responsabile corpo elettorale, possa riuscire a rinnovarsi oppure rimarremo un popolo di «compagni di merende» e di «furbetti del quartierino»? Mario Taliani Caro Taliani, suppongo che la nuova «tegola» a cui lei si riferisce sia la recente analisi dell’agenzia finanziaria americana Standard & Poor in cui si constata l’insufficienza delle riforme varate dal governo Berlusconi e si osserva che la situazione sarà peggiorata, verosimilmente, dalla nuova legge elettorale. Dopo avere letto questi giudizi, lei si chiede perché l’Italia non riesca a rinnovare la sua classe dirigente. Potrei dirle che i cambiamenti radicali avvengono generalmente dopo eventi traumatici e rivoluzionari: circostanze che neppure lei, immagino, sarebbe disposto ad auspicare. Ma preferisco rispondere con un’altra domanda. È giusto e ragionevole che le fiammate del dibattito sul sistema politico italiano vengano periodicamente riaccese dal giudizio di un giornale straniero (l’Economist, il Financial Times, Le Monde) o dalle considerazioni di una società privata americana? S&P è una agenzia di 140

ating, vale a dire un’azienda che analizza i conti degli Stati o di altre aziende per valutare la loro maggiore o minore solidità ed esprime questo giudizio con un criterio di valutazione internazionalmente riconosciuto. Gli enti di questo genere, nel mondo, sono circa sessanta, ma S&P appartiene con Moody e Fitch Ratings al piccolo gruppo di quelle che godono di maggiore prestigio. Fu creata nel 1860 da Henry Varnum Poor e divenne importante, come le altre, agli inizi del Novecento, quando il capitalismo degli Stati Uniti, dopo lo sviluppo impetuoso e selvaggio dei decenni precedenti, cominciò a escogitare regole che avrebbero difeso il consumatore e il risparmiatore dai metodi un po’ troppo spregiudicati dei «baroni con i denti di acciaio». Il suo motto, fin dagli inizi, fu «l’investitore ha il diritto di sapere». Dispone di 1.200 analisti, ha 21 uffici e svolge generalmente un lavoro molto scrupoloso. Non credo tuttavia che i suoi giudizi sui sistemi politici siano autorevoli quanto quelli sulla gestione dei conti pubblici. È forse un tribunale internazionale, autorizzato a rilasciare sentenze e pagelle sulle riforme politiche e istituzionali di ogni Paese? Personalmente sono convinto che la nuova legge elettorale non giovi alla governabilità dell’Italia. Ma sono altrettanto convinto che le sortite di S&P su un terreno estraneo alle sue competenze non giovino alla sua credibilità. Non dimentichi poi, caro Taliani, che le agenzie di ratings non sono infallibili. Se lo fossero avrebbero capito che Enron (il maggiore broker mondiale nel campo delle transazioni energetiche) stava scivolando verso il fallimento. Se il loro motto è «l’investitore ha il diritto di sapere», perché non lo hanno avvertito per tempo? Sergio Romano Corriere della Sera (27 dicembre 2005) 141

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