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10 months ago

A RITROSO SCRIVENDO

l’appoggio

l’appoggio dell’aviazione il corpo sarebbe in grado di isolare i «diavoli a cavallo» e garantire il ritorno della popolazione nei villaggi da cui è stata cacciata. Non basta, tuttavia, ristabilire la sicurezza per alcune settimane. Occorre presidiare il territorio, assicurare alla popolazione il lavoro dei campi, creare amministrazioni locali, promuovere la costruzione di infrastrutture, mantenere la vigilanza contro le milizie islamiche. Quanto durerebbe in tal caso l’operazione? Un anno? Cinque anni? E quanti uomini saranno necessari? Se il corpo sul terreno si comporrà di qualche migliaio di soldati, occorrerà impiegarne molti di più in Europa per i servizi logistici e l’addestramento di quelli che dovranno assicurare l’avvicendamento. Per riportare la normalità nel Darfur l’Unione, insomma, dovrebbe accollarsi un nuovo Kosovo, una nuova Bosnia, un nuovo Afghanistan. Non vedo governo in Europa che sia pronto ad assumere un tale impegno.Resta un’ultima ipotesi: una forza composta da alcuni paesi africani. In apparenza è la soluzione più naturale, in realtà la più complicata. Molti stati africani si chiederebbero, prima di agire, se un intervento umanitario non esponga ciascuno di essi, prima a dopo, a subire lo stesso trattamento. Sergio Romano Panorama (7 ottobre 2004) 164

MA ALL’EST SONO PRONTI PER L’UNIONE? Come si spiega l’esteso astensionismo, anzitutto nei paesi Ue, alle ultime elezioni Anche se immagino di non essere il solo, mi permetta alcune considerazioni sul recente voto. Fatta l’Europa, bisognerebbe fare gli europei?! Con un po’ di presunzione ritengo che questa sia l’affermazione (ammetto non troppo originale!) che possa realisticamente sintetizzare questa tornata elettorale. Evitando di parlare di quella italiana, unica per affluenza alle urne e per responso, è quanto accaduto, anche se sarebbe meglio dire quello che “non” è accaduto, nei seggi del resto d’Europa che deve, e sta facendo, riflettere. Il desolante dato dell’affluenza, di circa il 45%, il buon numero di seggi ottenuti da chi l’Europa unita la rinnega ed il voto espresso più guardando casa propria che il continente nel suo insieme, non lasciano molte illusioni sul sentimento comune dei popoli dell’Unione. Queste elezioni confermano quanto ci sia ancora da fare per vedersi concretizzare quell’ideale unione di cui necessariamente abbiamo bisogno noi europei. In un mondo che ogni giorno diventa sempre più piccolo, in cui le distanze fisiche si abbreviano e quelle comunicative sono già azzerate sta diventando anacronistico quanto avviene nel vecchio continente. Paesi che un tempo si ripartivano e si contendevano il mondo conosciuto e non, oggi singolarmente non sono altro che deboli province di una globalizzazione ineluttabile. Ci sono nazioni (vedi Cina e India) che già oggi, e sempre più nel medio-lungo termine, fanno pesare la loro presenza sull’economia mondiale rendendoci singolarmente più marginali. E nonostante questa prospettiva, chiara anche ai più, noi europei continuiamo a comportarci da parenti gelosi. Che si tratti di una scelta di politica internazionale o che si cerchi una regolamentazione di carattere intercomunitario, continuiamo sterilmente a contrapporci da ottusi nazionalisti. E non che le modalità di voto aiutino a superare tali limiti. Sinceramente non comprendo il perché per le votazioni del parlamento Europeo in ogni nazione venga riproposta la contrapposizione degli stessi partiti dei singoli stati. Non sarebbe meglio che si presentassero solo sigle transnazionali (e di questo ammiro il primigenio tentativo dei radicali!) comu- 165

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