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A RITROSO SCRIVENDO

LA CRISI DEL MERCATO

LA CRISI DEL MERCATO DELL’AUTO Il problema Fiat è un doloroso capitolo delle difficoltà del settore in tutto il mondo Mi permetta di chiederLe un parere sull’opportunità o meno del governo di intervenire a favore della Fiat. È chiaro che la crisi di una così grande società, tra attività dirette ed indotto, avrà sicuramente ripercussioni sul destino di migliaia di lavoratori ed è altrettanto scontato, a mio avviso, che un governo degno di tale nome non possa rimanere indifferente. Ma mi domando: perché intervenire sempre e solo per i soliti noti? Proprietà e sindacati hanno, con un più o meno velato “ricatto sociale”, usufruito per decenni di “comprensioni” governative affinché la ditta Fiat riuscisse a superare le crisi che il mercato la costringeva ad affrontare. Con quale risultato?! Che oggi, anche i più critici al sistema liberale, sono concordi nello scoprire che la crisi non è nel sistema ma nella Fiat stessa. Già nel 1994 l’allora, momentaneo, ministro leghista Pagliarini si chiedeva il perché non la si nazionalizzasse con tutti i contributi statali erogati, ed oggi la medesima affermazione è stata fatta, scontatamente, dal compagno Bertinotti! Gli incentivi sulla rottamazione, validi per tutti i costruttori d’auto, hanno solo posticipato una crisi interna che covava già dieci anni fa. Mario Taliani P.S.: nella medesima settimana in cui si iniziava a parlare degli ottomila cittadini italiani a rischio Fiat, pochi hanno fatto caso che altrettanti erano rimasti coinvolti nel raggiro della ditta Tucker! Ma a quest’ultimi, probabilmente più sprovveduti dei primi, dubito che qualcuno provvederà! Ciascuna di queste lettere meritava di essere pubblicata integralmente. Ma la scelta di alcuni passaggi può dare una migliore idea dei sentimenti suscitati dalla crisi della Fiat Auto. Dopo la firma del Mercato comune, Vittorio Valletta, allora amministratore delegato della fiat, saliva ogni settimana sul vagone letto di Torino e scendeva Roma per una serie di incontri politici. Non era un viaggio d’affari in senso stretto. Illustrava ai suoi interlocutori i programmi dell’azienda per gli anni successivi o preparava il terre- 170

no per qualche grande operatore internazionale come la costruzione di una grande fabbrica automobilistica in Unione Sovietica. Ma quelle visite servivano soprattutto ad accertare che le autorità italiane lo avrebbero difeso dalla concorrenza delle vetture straniere ed in particolare da quella dei due colossi continentali: Renault e Volkswagen La difesa durò sino al giorno in cui anche l’Italia dovette abolire le tariffe doganali che avevano dato all’industria torinese il controllo del mercato italiano. Da allora la Fiat Auto ha avuto alcune crisi da cui si è risollevata grazie a interventi finanziari (l’ingresso dei libici negli anni Settanta, per esempio) e a qualche soprassalto di energia. Ma la sua quota di mercato europeo si è andata progressivamente restringendo e si è dimezzata (dal 14 per cento al 7 per cento) durante gli ultimi dieci anni. Errori aziendali? Probabilmente. Ma la crisi della Fiat Auto è soltanto un capitolo della crisi che ha investito negli ultimi anni l’industria automobilistica mondiale. Vinceranno quelle che avevano alle spalle un importante mercato nazionale e che sono riuscite a creare, da posizioni di forza, le alleanze internazionali più convenienti. Quando hanno capito che la Fiat Auto avrebbe perduto la partita, i suoi proprietari hanno avuto l’accortezza di concludere un buon accordo con la General Motors: fra un paio d‘anni la casa americana dovrà comprare l‘azienda torinese e pagare il pezzo corrispondente al so valore di mercato. Che cosa farà il governo italiano? Si limiterà a trovare occupazione, per quanto possibile, ai 4.500 dipendenti di Termini Imerese. Piacerebbe a noi tutti, naturalmente, che Fiat Auto restasse italiana. Ma gli italiani (patriottici, molto spesso, a parole) hanno già scelto: per capire la crisi della Fiat, ha scritto recentemente il settimanale britannico, basta prendere un tassi a Torino, capitale dell’auto italiana. L’autista vi spiegherà che preferisce guidare una Opel ”perché è stanco di andare dal meccanico nelle sue giornate di riposo”. Sergio Romano Panorama (30 ottobre 2002) 171

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