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A RITROSO SCRIVENDO

COSÌ D’ALEMA SI È

COSÌ D’ALEMA SI È GIOCATO TUTTO Un successo alle regionali avrebbe zittito i suoi nemici interni. Che si ripetono con Amato Premetto che per personali motivazioni politiche non ho mai votato a sinistra e che D’Alema non mi è mai stato neanche epidermicamente simpatico. Devo però dargli atto di avere tenuto un comportamento che raramente si riscontra in un politico italiano. Mario Taliani Le dimissioni servono solo se fanno chiarezza su un problema fondamentale della lotta politica – di chi la colpa? – e permettono di voltar pagina con la ragionevole speranza di evitare gli errori commessi. Quelle di Massimo D’Alema, purtroppo, hanno avuto l’effetto opposto. Il presidente del Consiglio si è impegnato nella campagna elettorale perché alcuni partiti della coalizione non volevano che egli li guidasse come candidato alle prossime elezioni politiche. Pensava che il successo avrebbe rafforzato lui e zittito i suoi avversari. Ma in tal modo ha gettato il governo nella battaglia elettorale e ha pregiudicato la governabilità del Paese. È giusto che un presidente del Consiglio metta a repentaglio, per fini personali, la stabilità politica nazionale? Che sottragga tempo, per risolvere le contraddizioni del proprio schieramento, agli affari di Stato? Dimettendosi, lei osserva, ha dato prova di dignità. Certamente. Ma credo che si sia dimesso anche per sottrarsi all’incomoda posizione di chi sarebbe stato bersaglio per un anno di strali e polemiche. Ha fatto una campagna elettorale per ragioni personali e si è dimesso, temo, per ragioni altrettanto personali. Non basta. La sua sconfitta era anche la sconfitta dell’intero centrosinistra. In un buon sistema politico le dimissioni del capo del governo, dopo uno scacco elettorale, dovrebbero trascinare con sé lo scioglimento delle Camere. Ma da noi, per un’anomalia tutta italiana, il premier non è il leader della maggioranza. Mentre D’Alema usciva di scena, quindi, il centrosinistra poteva sostenere, con un cero artificio, che la sconfitta era stata regionale, non nazionale, e che nulla impediva quindi la formazione di un altro governo dello stesso colore. Esisteva per la verità un secondo argomento, più forte: 178

l’opportunità di evitare il rinvio dei referendum e in particolare quello sulla quota proporzionale. Ma il miglior modo per tener conto di questa esigenza sarebbe stato, a mio avviso, un governo di garanzia e transizione per il tempo necessario ai referendum e all’approvazione di una nuova legge elettorale. Abbiamo invece un governo Amato che il centrosinistra ha voluto per due ragioni: evitare di andare alle urne e risolvere nel frattempo il problema della leadership per le prossime politiche. Azzardo una previsione. A dispetto della qualità e delle intenzioni di Amato il suo ministero governerà poco e male perché sarà paralizzato dalle baruffe della coalizione sulla scelta del leader. I riformisti che puntano sul voto dei moderati si divideranno fra Giuliano Amato e Antonio Fazio; mentre i massimalisti dei Ds e i comunisti di armando Cossutta cercheranno di sbarrare la strada ad entrambi. Non è il modo migliore di finire una legislatura. Sergio Romano Panorama (5 Maggio 2000) 179

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