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7 months ago

A RITROSO SCRIVENDO

GLI STATI

GLI STATI POST-COLONIALI, LE COLPE DEI VECCHI PADRONI Alla luce dei recenti accadimenti nei Paesi arabi, e ora in particolar modo in Libia, molti autorevoli commentatori stanno cercando di interpretare il perché ciò stia avvenendo. E in un recente articolo riguardante la nostra ex colonia la responsabilità la si fa cadere sul fallimento del colonialismo. Non sarebbe però tempo di iniziare invece a parlare chiaramente del «fallimento del de-colonialismo»? Sono ormai trascorsi decenni dalle vittoriose lotte di liberazione di molti popoli africani, eppure tutto questo tempo sembra essere trascorso inutilmente. A che serve continuare ad accusare le ormai fiacche potenze occidentali del loro passato? Di aver tracciato a casaccio i confini delle nuove nazioni? O di essere rimaste occultamente padrone delle loro economie? Sono rinfacci storici che porteranno solo ad esasperare l’insofferenza degli ex colonizzatori e la frustrazione degli ex colonizzati. Mario Taliani Caro Taliani, V i sono stati colonialismi dotati di qualche virtù e ve ne sono stati altri viziati da una evidente dose di razzismo. Nella categoria dei migliori metterei anzitutto l’amministrazione britannica dell’India, durissima in alcuni momenti (la repressione del grande ammutinamento nel 1857), ma anche capace di instillare nella società indiana principi e metodi che sarebbero divenuti il patrimonio ereditario del Paese nel momento dell’indipendenza. E non dimenticherei la Francia, brutale e repressiva in molte circostanze, ma anche capace di formare nelle sue scuole gli uomini e le donne che avrebbero combattuto per la loro libertà. Nella categoria dei peggiori metterei l’amministrazione belga del Congo, soprattutto alla fine dell’Ottocento, e la politica dei coloni di origine olandese in Sud Africa. L’Italia in Libia mescolò repressione e paternalismo. Il maggior difetto della sua amministrazione non fu soltanto lo spietato trattamento dei ribelli cirenaici, ma anche e soprattutto la sua colpevole indifferenza per la formazione di una classe libica composta da amministratori, professionisti, piccoli imprenditori. Alla fine della seconda guerra mondiale il numero dei libici diplomati e laureati era straordinariamente modesto. 26

Qualcuno potrebbe osservare con ragione che i risultati di una politica coloniale dipendono in gran parte dalle condizioni della società locale nel momento in cui la potenza imperiale s’ impadronisce del Paese. Fra lo «scatolone di sabbia», popolato da più di cento tribù, in cui noi ci installammo nel 1911, e gli altri Paesi del Mediterraneo meridionale controllati da Francia e Gran Bretagna, esisteva una differenza abissale. Ma la grande colpa del colonialismo italiano fu la politica razzista adottata dal regime alla fine degli anni Trenta. Quella politica ebbe l’effetto di escludere a priori la creazione di una classe dirigente locale. Oggi il quadro è molto vario. Accanto ad alcuni esempi incoraggianti (India, Indonesia, Filippine, qualche Paese africano), esistono i malati cronici (Congo, Somalia) e una lunga sequenza di dittature, colpi di Stato, elezioni truccate, guerre civili. Sono comunque d’accordo con lei, caro Taliani, quando osserva che le accuse reciproche e i rimpianti sono inutili e controproducenti. L’era coloniale è terminata quasi settant’ anni fa, tra la fine della Seconda guerra mondiale e la fallita spedizione anglo-francese a Suez nel 1956. Il bilancio delle cose fatte e da fare deve cominciare da allora, non da cent’ anni prima. E l’esame di coscienza devono farlo anzitutto i «decolonizzati», non i colonizzatori. Sergio Romano Corriere della Sera (24 marzo 2011) 27

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