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8 months ago

A RITROSO SCRIVENDO

PERCHÉ NON AVEVAMO

PERCHÉ NON AVEVAMO PREVISTO LE RIVOLTE IN TUNISIA E EGITTO Il «domino» insurrezionale che pare ormai imperversare in diversi Paesi del mondo arabo sembrerebbe destinato a cambiare gli equilibri dell’area mediorientale. Scrivo sembrerebbe perché, con non poca difficoltà, in molti si stanno affannando a interpretare gli eventi e a predire a cosa porteranno queste rivolte spontanee. E non è cosa facile. La difficoltà è infatti dettata proprio dalla constatazione che tali rivolte sono accomunate dall’apparente assenza di una chiara regia politica. Al punto che, considerata la loro origine principalmente dettata dalla contingente crisi economica piuttosto che dalla durezza dei regimi di governo, a mio avviso le fanno assomigliare più ad una sorta di «jacquerie nazionali» che a delle vere e proprie rivoluzioni nate dal basso. Come, appunto, le rivolte sociali dei contadini francesi del XIV secolo, che nascevano senza alcuna preparazione politica e colpivano il nemico più immediato. E che allora poteva essere identificato nell’arroganza del signorotto locale e oggi nella corruzione del governo nazionale. Mario Taliani Caro Taliani, Credo che ogni analisi delle rivolte tunisina ed egiziana debba cominciare con una confessione: non le avevamo previste. Non le avevano previste i governi occidentali, ancora convinti sino alla vigilia che i due regimi non corressero rischi. Non le avevano previste i due regimi, colti di sorpresa. Non lo avevano previsto gli osservatori stranieri che hanno qualche familiarità con la situazione politica della regione. Sapevamo perfettamente quali ingredienti borbottassero a fuoco lento nelle pentole di parecchi Paesi arabi: povertà, disoccupazione giovanile, inefficienza degli apparati burocratici, brutalità dei sistemi polizieschi e una corruzione diffusa in tutto il sistema istituzionale e amministrativo dello Stato. Ma non sapevamo quanta pressione si fosse accumulata nella pentola e quanta ne occorresse per fare saltare il coperchio. Fatta questa premessa, dovremmo chiederci le ragioni della nostra miopia. La principale, credo, era la nostra convinzione che quei regimi, con tutti i loro evidenti difetti, ci avrebbero protetto dalla marea crescente dell’islamismo radicale, avrebbero evitato di soffiare sul 32

fuoco della questione palestinese, non avrebbero chiuso le loro porte alle nostre imprese e ci avrebbero aiutato, entro certi limiti, a contenere l’immigrazione clandestina. Ma ciò che è accaduto nelle scorse settimane sembra smentire almeno in parte, a posteriori, le nostre paure. Nelle folle che hanno occupato le piazze di Tunisi, del Cairo, di Alessandria e di Suez, gli islamisti erano assenti o poco visibili. Sappiamo quale sia stato negli ultimi decenni, in Egitto, il ruolo sociale della Fratellanza musulmana e non dimentichiamo i suoi 8o deputati (un quinto dell’Assemblea del popolo) eletti nel 2005, quando Mubarak, obbedendo alle pressioni americane, permise che si presentassero candidati in un certo numero di seggi. Ma in questo caso anche la Fratellanza sembra essere stata colta di sorpresa. Al Cairo e ad Alessandria è scesa in piazza per cavalcare una protesta già iniziata. Esiste un altro fattore che rende le previsioni particolarmente difficili. Agli inizi le due rivolte non avevano un leader di cui l’Occidente conoscesse programmi e strategie. Il maggiore oppositore tunisino, Moncef Marzouki, leader di un piccolo movimento chiamato Congresso per la Repubblica, è arrivato a Tunisi da Parigi qualche giorno dopo l’inizio della rivolta. Ayman Nur, rivale del presidente Hosni Mubarak nelle ultime elezioni presidenziali, non sembra avere un grande seguito popolare. Mohamed el-Baradei, premio Nobel per la sua attività di direttore dell’Aiea (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), era all’estero ed è tornato in Egitto dopo l’inizio dei moti. Tutti, come noi, colti di sorpresa. Sergio Romano Corriere della Sera (1 febbraio 2011) 33

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