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A RITROSO SCRIVENDO

L’ARTE SEPOLTA NEI

L’ARTE SEPOLTA NEI DEPOSITI: UN PIANO PER USARLA Quando si parla di archeologia ci dovremmo ricordare che l’Italia si caratterizza non solo per essere una sorta di «museo all’aperto» ma anche per il numero di «magazzini chiusi». Mi riferisco ovviamente all’enorme quantità di reperti ritrovati negli scavi che vengono poi catalogati e archiviati. E che, il più delle volte, appartengono alla medesima tipologia di oggetti di uso quotidiano del passato. Basterebbe, ad esempio, pensare alle migliaia di anfore emerse dai naufragi di antiche navi commerciali. È dalla messa in vendita di questi «doppioni» che potrebbe arrivare un finanziamento alla conservazione del nostro patrimonio archeologico. Non sarebbe infatti meglio dare la possibilità di acquistare una testimonianza dell’antichità piuttosto che lasciarla abbandonata in un deposito? Magari rilasciando all’acquirente un certificato, ma sarebbe meglio chiamarlo encomio, per il contributo dato alla salvaguardia del nostro passato. Mario Taliani Caro Taliani, Lei affronta una questione molto discussa, ma poco conosciuta. Sappiamo che vi sono nei musei italiani depositi importanti ma non esiste, che io sappia, un censimento nazionale degli oggetti, dei quadri, delle sculture e, più generalmente, dei reperti archeologici custoditi in cantine o soffitte. l’argomento riappare alla superficie frequentemente nelle conversazioni e nei dibattiti sulla gestione del patrimonio culturale, ma prima di immaginare un piano per la loro utilizzazione dovremmo avere idee più precise sul numero degli oggetti, sul loro valore, sullo stato di conservazione. È certamente vero, tuttavia, che questi depositi, quale che sia la loro reale importanza, meriterebbero maggiore attenzione e potrebbero contribuire a una migliore politica culturale. Quando mi occupavo di questi problemi al ministero degli Esteri, parecchi anni fa, sostenni che l’Italia avrebbe potuto prestare reperti d’epoca romana ai Paesi che ne erano pressoché interamente sprovvisti o possedevano un numero limitato di oggetti. Pensavo in particolare all’Australia. Con oggetti provenienti dai nostri depositi avremmo potuto accordarci con un grande museo 38

locale per creare, ad esempio, una sezione dedicata alla vita quotidiana nella Roma imperiale. I beni sarebbero stati affidati in comodato e scambiati con la concessione di un edificio a titolo gratuito per il nostro istituto di Cultura o la creazione di cattedre di italianistica nelle università del Paese. Non sarebbe stato difficile trovare uno sponsor disposto ad accollarsi buona parte della spesa e il museo sarebbe diventato il nostro partner privilegiato per altre iniziative culturali. La reazione, se non ricordo male, fu piuttosto fredda. Nessuno mi disse esplicitamente che la cosa era impossibile, ma fu chiaro sin dall’inizio che le sovrintendenze e i musei non avevano alcuna intenzione di rinunciare alla custodia dei depositi. Non erano in grado, probabilmente, né di catalogarli né di restaurarli, ma non volevano che uscissero dalle loro cantine. Intendiamoci. Capisco i loro sentimenti e le loro paure. So quali pericoli corrano un’opera d’arte e un reperto archeologico nel momento in cui sfuggono alla sorveglianza dei loro custodi. Uno dei maggiori studiosi del Novecento, Massimo Pallottino, diceva che gli archeologi, dopo il rinvenimento di una tomba etrusca, avrebbero dovuto fotografare tutto il materiale ritrovato e riseppellirlo. Non ignorava che i primi a trarne vantaggio sarebbero stati i tombaroli e la sua affermazione era intenzionalmente paradossale. Ma oggi, in un momento in cui la cultura è costretta a stringere la cinghia, i depositi potrebbero essere utili. Sergio Romano Corriere della Sera (21 novembre 2010) 39

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