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A RITROSO SCRIVENDO

ASSIMILAZIONE O

ASSIMILAZIONE O INTEGRAZIONE: LE SCELTE DEI NUOVI ARRIVATI Quando si discute di immigrazione si parla sempre e solo di integrazione. Dei tentativi e degli auspici, della disponibilità e della volontà ad integrarsi. Eppure la semplice integrazione alla lunga non è risolutiva nei rapporti tra chi accoglie e chi arriva. Non si dovrebbe invece auspicare l’assimilazione dei nuovi arrivati? E in particolar modo della cittadinanza? Senza l’assimilazione, Obama non sarebbe mai diventato presidente, al pari di quei grandi generali e imperatori romani che provenivano dalla Penisola iberica e dal Nord Africa che lo divennero perché potevano fregiarsi del famoso «civis romanus sum»! Mario Taliani Caro Taliani, Assimilazione è stata per molto tempo una parola neutrale, con una connotazione, se mai, piuttosto positiva. Descriveva il processo che consente all’immigrato di venire gradualmente assorbito dal Paese che lo ha accolto e di essere infine «simile» a coloro che lo abitano da tempi immemorabili. A nessuno passava per la mente di considerare sbagliato un percorso che dimostrava anzitutto la liberalità e l’apertura del «padrone di casa». Poi, soprattutto dopo gli anni Sessanta del secolo scorso, l’assimilazione parve ai nuovi sociologi una manifestazione di arroganza, una sorta di prevaricazione. Non era giusto chiedere agli immigrati di assimilarsi. Occorreva «integrarli», cioè creare uno spazio in cui il nuovo arrivato e la sua famiglia avrebbero vissuto conservando una buona parte delle loro tradizioni e dei loro costumi. La tappa successiva fu il multiculturalismo, vale a dire l’organizzazione di una società in cui diversi gruppi etnici e religiosi possono convivere separatamente: una sorta di soffice apartheid in cui ogni gruppo evita per quanto possibile di pestare i piedi degli altri. I governi cominciarono ad adeguarsi alla nuova filosofia e la svolta, negli Stati Uniti, avvenne all’epoca della presidenza Carter, nel 1976. Le intenzioni erano nobili e illuminate. A me, tuttavia, sembrò che la formula presentasse qualche rischio. Gli Stati migliori sono quelli in cui il concetto di cittadinanza e di eguaglianza sono collocati, nella scala delle virtù, su un gradino più alto di quello su cui 46

sono le tradizioni ereditarie e le peculiarità etnico-religiose. Se l’identità del gruppo è più importante dell’identità collettiva, è possibile che i singoli gruppi finiscano per avere due patrie e due lealtà. In linea di massima, perché no? Tutto bene, quindi, sino al giorno in cui un evento politico rende la doppia lealtà difficile, se non impossibile. Che cosa accadrebbe alle comunità ebraiche americane, per esempio, il giorno in cui gli interessi degli Stati Uniti divergessero radicalmente da quelli di Israele? Non basta. Nei Paesi che praticano l’integrazione piuttosto che l’assimilazione, i gruppi tendono a creare associazioni che dovrebbero rappresentare gli interessi dei loro membri, ma servono spesso a promuovere le ambizioni e l’ideologia di coloro che ne assumono il controllo. Per fortuna, caro Taliani, la maggioranza dei nuovi arrivati non si chiede se l’integrazione sia meglio dell’assimilazione. Lavorano, imparano la lingua del posto, mandano i figli nelle scuole pubbliche, cominciano a interessarsi della politica locale, scoprono le bellezze e le qualità del Paese in cui abitano. Quando gli fu spiegata la differenza tra la poesia e la prosa, il borghese gentiluomo, protagonista di una commedia di Molière, scoprì che «faceva della prosa senza saperlo». Anche gli immigrati, per fortuna, fanno dell’assimilazione senza saperlo. Sergio Romano Corriere della Sera (30 luglio 2010) 47

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