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A RITROSO SCRIVENDO

di aforismi, epigrammi,

di aforismi, epigrammi, battute polemiche e detti scherzosi. Ma rimase particolarmente fedele alla lapidaria riflessione che gli era stata ispirata dalla rivoluzione del 1848 e dalle sue inattese conseguenze. Nel 1875, quando dette alle stampe due raccolte di articoli politici, intitolò il primo volume «Plus ça change (...)» e il secondo «...Plus c’ est la même chose». Ai lettori incuriositi dalla personalità di questo divertente scrittore dell’Ottocento ricordo che esiste una raccolta delle sue «vespe», pubblicata da Leo Longanesi (che per molti aspetti gli assomigliava) nel 1946 con il titolo «La monarchia borghese» nella traduzione di Orsola Nemi. Per aguzzare l’appetito del lettore, trascrivo una delle sue molte «favole morali». «I giornali repubblicani chiamano popolo la classe più numerosa. Poi, in un giorno di sommossa, dicono “il popolo è sceso in piazza”. Finita la sommossa si viene a sapere che la sommossa si componeva di trecento uomini, centocinquanta dei quali spettatori, cinquanta monelli inferiori ai sedici anni, quaranta ladri, cinquanta agenti di polizia, e una diecina di poveri diavoli che credevano di combattere per la libertà di cui godevano senza contestazione e di cui saranno privati per qualche mese». Più le cose cambiano... Sergio Romano Corriere della Sera (25 ottobre 2009) 74

L’ORA DI RELIGIONE A SCUOLA E L’INSEGNAMENTO DELL’ISLAM In questi giorni sta suscitando molte reazioni e critiche la proposta del viceministro allo Sviluppo economico Adolfo Urso di inserire un’«ora di Islam» nelle nostre scuole per evitare la ghettizzazione dei giovani musulmani in Italia. Non sarebbe meglio proporre «l’ora delle religioni» a seconda della cultura degli alunni presenti nella classe? In fondo se Dio è uno e tante le sue interpretazioni terrene, tanto varrebbe che fossero non dico insegnate ma spiegate tutte le varie religioni che lo rappresentano. Spiegando, appunto, anche il perché di esse e dei loro riti, il più delle volte condizionati dagli stessi luoghi di insediamento dei popoli. Mario Taliani Cari lettori, Se le scuole italiane fossero, come le scuole francesi, prive di simboli religiosi, e se l’ora di religione non facesse parte dell’orario scolastico, sarebbe facile rispondere alle comunità musulmane che l’istruzione confessionale non rientra fra gli obblighi dello Stato e che ogni gruppo deve provvedere a se stesso. Ma l’Italia è un Paese concordatario dove la Chiesa cattolica ha chiesto e ottenuto l’insegnamento della propria fede nelle aule scolastiche della Repubblica. Finché il cattolicesimo era la religione di quasi tutta la popolazione della penisola, il privilegio riservato alla Chiesa era, anche se sgradito ai laici, tollerabile. Può essere tollerato là dove esistono scuole in cui il numero dei ragazzi musulmani rappresenta spesso un quinto della classe? Il problema non è soltanto italiano e si presenta, anche se in forme diverse, in altri Paesi. In un blog dedicato alla Germania leggo che un tribunale amministrativo di Berlino ha dato ragione a un sedicenne musulmano che aveva chiesto di pregare a scuola, rispettando così il precetto coranico delle cinque preghiere quotidiane. Aggiungo che in tutte le questioni sociali l’aspetto quantitativo (vale a dire, in questo caso, il numero degli allievi) è determinante. Non risulta, almeno per il momento, che ortodossi, buddhisti e induisti presentino lo stesso problema. Anche a me, infine, piacerebbe che l’ora di religione venisse dedicata all’insegnamento della storia delle religioni. Ma la Chiesa cattolica replicherebbe che un tale insegnamento colloca 75

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