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Febbraio 2018

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▲▲▲ ▲ LIVORNOnonstop 10 Giornata della Memoria LA STORIA DI UN DEPORTATO LIVORNESE SOPRAVVISSUTO AD AUSCHWITZ Quei due pugni ben assestati fuori dal ring di Isacco Bayona di Michela Gini Sotto la stazione Centrale di Milano si nasconde un binario, sconosciuto ai più fino a non molto tempo fa, triste testimonianza del nostro passato storico: il binario 21. Da li, tra il dicembre 1943 e il gennaio 1945, partirono una ventina di convogli merce stivati di ebrei, di oppositori politici, di omosessuali diretti ai campi di sterminio nazisti. Dallo stesso binario partì anche Isacco Bayona, l’ultimo dei deportati livornesi sopravvissuti ad Auschwitz, deceduto il 15 gennaio 2013 all’età di 87 anni. Con lui se n’è andato, quel giorno, l’ultimo testimone diretto livornese della Shoah. Isacco nacque a Salonicco, in Grecia, nel 1926. Il padre Raffaele, di origini livornesi, lavorava nel settore dei tabacchi e quando durante la guerra fu fatto prigioniero, insieme al figlio maggiore Carlo, in quanto italiani, sfuggì ai Isacco Bayona da giovane quando praticava pugilato Isacco Bayona greci l’appartenenza ebraica. Nel 1941, per uno scambio di prigionieri, vennero trasferiti in Italia con tutta la famiglia, composta anche dalle sorelle Lucia e Dora e dalla madre Diamante. A Livorno la comunità ebraica li aiutò, ma senza neanche troppo impegno, come sostenne lo stesso Isacco in un’intervista del 1987, a sistemarsi alla meglio in una stanza. Carlo e Isacco trovarono lavoro in uno tra i pochi stabilimenti che continuavano ad assumere lavoratori ebrei, la fabbrica del Litopone (impiegato nella composizione di vernici e smalti bianchi), un’industria chimica di Montecatini. Per sfuggire ai bombardamenti del 1943 la famiglia Bayona, insieme ai Baruch e ai Modiani, sfollarono al Gabbro nella casa di una famiglia di contadini amici dei Modiani. E qui Isacco, un giovane di soli diciassette anni, continuò a vivere la sua vita di ragazzo, partecipando talvolta a feste e serate con gli amici locali. Anche la sera prima dell’arresto era in compagnia di un amico, lo stesso che il mattino dopo, vestito da repubblichino, arrestò tutti i componenti della famiglia e puntò il fucile contro la sorella di Isacco, Dora, alla quale il fratello aveva chiesto di andare a prendere un po’ d’acqua per sciacquarsi la faccia assonnata. Furono portati alla Caserma di via Nazionale dalla quale, circa una settimana dopo, a bordo di camionette militari raggiunsero dapprima il carcere di Firenze, in cui Isacco conobbe il rabbino della città, Nathan Cassuto, e successivamente San Vittore a Milano, dove furono consegnati nelle mani dei tedeschi. Mi è rimasta particolarmente impressa la testimonianza di Liliana Segre, che, in riferimento alla permanenza nel carcere milanese, raccontata durante un incontro con gli studenti, ha sostenuto commossa che il calore e l’affetto manifestato dai prigionieri di San Vittore, ladri o assassini che fossero, è stato l’unico atto di pietà in mezzo a tanta indifferenza nei confronti di quanto stava accadendo sotto gli occhi di tutti. Pronti a privarsi di quel poco che possedevano, infatti, chi offriva una coperta, chi lanciava una mela, chi una parola di conforto. E la senatrice ci ha tenuto a sottolineare che furono gli unici a farlo! Dal binario 21, dunque, partirono per Auschwitz, corpi ▲

▲▲▲ ▲ Giornata della Memoria 11 LIVORNOnonstop ▲ La grande scritta INDIFFERENZA scolpita al Binario 21 della Stazione ferroviaria di Milano. accatastati nei vagoni merci, senza mangiare, senza bere, pieni di paura, diretti verso una destinazione ignota. Man mano che il viaggio, durato circa dieci giorni, procedeva, quel gruppo di fratelli terrorizzati perdeva sempre più speranze e dignità umana; anche i bisogni fisiologici venivano espletati durante le poche fermate concesse loro, l’uno davanti all’altra, frettolosamente e sempre con meno vergogna, pur di evitare, per ovvi motivi, l’utilizzo dei secchi a bordo dei vagoni. Ma il peggio doveva ancora venire. Giunti a destinazione, come ormai sappiamo fin troppo bene, dovettero passare la prima selezione, la disinfestazione, l’immatricolazione, - a Isacco fu tatuato il numero 173404 - visite mediche nudi in mezzo al gelo dell’inverno ma soprattutto dell’anima. Ma questa, purtroppo, è storia. Ci tengo particolarmente a ricordare un episodio di cui fu protagonista il Bayona, aspirante pugile, che rappresenta l’icona vivente della voglia di ribellarsi verso l’oppressore nazista, anche a costo di rimetterci la pelle. Dopo esser stato schiaffeggiato da un ufficiale, vuoi per l’irruenza dell’età, vuoi per i trascorsi pugilistici, Isacco Bambini nei campi di concentramento. lo stese con un pugno da ko, un gesto che, se non gli risparmiò il castigo pesante a calci, frustate e pugni, gli fece meritare il successivo rispetto dell’SS per quel coraggioso e disperato atto. “Da lì in poi - ha raccontato nella sopracitata intervista, Isacco - ebbe per me un occhio di riguardo, concedendomi un giorno di riposo, sigarette, cibo e attenzioni varie, fu così dopo la mia reazione verso di lui”. Una sorta di codice d’onore, se pur in mezzo all’ingiustizia e al sopruso quotidiano, ogni tanto si vede che emergeva anche in qualcuno di questi “mostri” che avevano aderito alla follia collettiva che è stata il nazismo. Meteore emotive nell’orrore. Isacco dopo svariate peripezie, ma soprattutto dopo aver perso l’intera famiglia nei campi di sterminio, rientrò in Italia, dove dovette affrontare l’ultima delle umiliazioni, l’oltraggio di non essere creduto, di essere tacciato di esagerazione dei fatti. E in effetti era difficile credere che possa esistere tanta crudeltà, che un uomo possa usare tanta spietatezza contro i propri simili. Né mai il ribelle Isacco accettò che lo spettro dell’antisemitismo rialzasse in qualche La “pietra d’inciampo”, collocata in occasione della Giornata della Memoria 2014, in via della Posta, nei pressi della abitazione del Bayona, a ricordo della sua deportazione. modo la testa. Una sera del 1982, stava guardando una partita di quel famoso mondiale che ci decretò campioni del mondo, quella contro il Brasile. Si trovava in un bar livornese. L’arbitro era un israeliano che annullò il goal di Antognoni a due minuti dalla fine. Un malcapitato e ignaro spettatore sbraitò: “Hitler avrebbe dovuto mettervici tutti nei forni crematori”. È lì lo spirito del pugile, per l’ennesima volta, irruento nonostante l’età, venne fuori dal profondo delle viscere lacerate in eterno dalla terribile esperienza di vita fatta per la sola colpa di essere nato. Di essere nato ebreo.

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