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Febbraio 2018

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▲▲▲ ▲ LIVORNOnonstop 12 boia dé BOIA DÉ: 2ª puntata La pittura livornese Mario Puccini: Autoritratto (1890) Mentre nei secoli d’oro della pittura italiana (e mondiale) le città protagoniste erano sempre state toscane dell’interno (Firenze, Siena, Pisa, Lucca, Arezzo), nel Novecento, in maniera del tutto imprevista, ecco che lo diviene Livorno. Così ha scritto il noto critico d’arte Vittorio Sgarbi qualche anno fa in occasione di una mostra di Mario Puccini. Primo Boia dè! Puccini? Carneade, chi era di Marco Rossi costui? Verrà da chiedersi a molti dei miei lettori che non possono essere assai più dei 23 che Guareschi stimava esser i suoi. Sì perché a Livorno si saprà tutto di Lucarelli o di Shakira o di Nigiotti, ma quasi niente dei nostri pittori. Eppure, anche secondo Sgarbi, Mario Puccini merita addirittura il soprannome di Van Gogh italiano sia perché, pur lui come l’olandese, fu afflitto da sindromi psichiche che lo portarono a diversi ricoveri psichiatrici, sia per l’esplosione di colori che caratterizzò la sua pittura. Secondo Boia dè! Era nato a Livorno nel 1869, Mario Puccini: Vele al sole o Porto di Livorno (1910) il Mario, figlio di un fornaio e, dopo le scuole tecniche, s’iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Firenze divenendo allievo del livornese Giovanni Fattori assieme a Giuseppe Pelizza da Volpedo (1868-1907) ed a Plinio Nomellini. Conseguito il diploma tornò a Livorno, dove cominciò la propria attività artistica ma, a seguito di una crisi depressiva, insorta dopo una delusione d’amore, venne ricoverato dal 1893 al 1898, prima all’Ospedale civile di Livorno, poi all’Ospedale psichiatrico di San Niccolò. La lunga degenza impresse una svolta alla sua vita e dal 1898 al 1906 si sa poco di lui anche se sembra abbia lavorato nella trattoria di famiglia. La sua pittura, che in primo tempo si riferiva all’esperienza di Fattori e di Nomellini, non fu più poetica, dal punto di vista narrativo, ma improntata ad un violento cromatismo che ne permeava le forme col disegno ormai elemento subordinato, rispetto al colore. Ridotto in miseria, si ritirò in Borgo Cappuccini, adattandosi a vivere come merciaiolo ambulante: si racconta che abbia estratto da scatole di tonno l’olio per stemperare i colori. Intorno al 1908 iniziò a frequentare il Caffè Bardi, divenuto fino al 1921, l’anno della sua chiusura, centro di ritrovo di artisti livornesi, di cui decorò le pareti con carboncini e con due dipinti. Lasciata la cantina dove dipingeva e trasferitosi nella bottega di un ciabattino, nel 1912 si recò in Francia, a Digne, presso il fratello che era attore. Tornato a Livorno, fino al 1914 si firmò Pochein (da leggere Poscèn, come probabilmente lo avevano chiamato i francesi). Le sue condizioni fisiche peggiorarono, ma i suoi quadri, che toc- ▲

▲▲▲ ▲ boiaa dé 13 LIVORNOnonstop ▲ cavano tematiche sociali, avevano trovato un mercato. Si trasferì nella portineria di una villa, poi in Maremma. Alla fine, nel 1920, morì di tubercolosi 1 . La sua morte segnò una svolta nell’ambiente pittorico cittadino perché alcuni suoi amici fondarono un gruppo mirato a spostarne le esequie al Famedio di Montenero: la cosa riuscì solo 68 anni dopo, nel 1988, ma l’evento sancì quanto all’inizio di queste righe. Perché quel Gruppo Labronico segnò la formalizzazione di una corrente pittorica, anche culturale (per la sua attenzione alla quotidianità ed alla minimalità), che parallelamente al grande Impressionismo francese si proponeva di innovare il modo di dipingere. Mario Puccini era stato un pittore tormentato, disturbato e curioso, sofisticato, estremo interprete di Fattori, vicino nei suoi momenti migliori agli espressionisti tedeschi. Senza giungere alla fama del concittadino Modigliani, ma come lui sfortunato e tormentato, Puccini permetterà a tale corrente di rendersi nota al mondo. A Livorno, del resto, sembra che solo la morte consolidi: la vita è un dono, dei pochi ai molti, di coloro che sanno e che hanno a coloro che non sanno e che non hanno disse Amedeo Modigliani (1884- 1920), partito da Livorno nel 1906 per vivere e lavorare a Parigi, ed anche lui come Puccini, morto nel 1920, qualche mese prima. Una coincidenza con diverse reazioni: Modigliani rappresentava una storia nuova e senza collegamenti con il passato, senza continuità con la consacrata tradizione macchiaiola, mentre Puccini rappresentava la fine di una storia iniziata da Fattori. L’uno vicino, l’altro lontano, l’uno immerso nel paesaggio della Maremma, l’altro senza radici: entrambi in dialogo soltanto con la propria anima. Terzo Boia dè! Il dono di Puccini alla sua città, ma anche all’arte, fu dunque il divenire il punto di riferimento dei discendenti dei Post-macchiaioli, quegli eredi di chi circa mezzo secolo prima aveva scelto di cercar nella macchia il nuovo modo Giovanni Fattori: Maremma toscana (1894) di rappresentare sensazioni e, soprattutto, emozioni. Poco livornesi i Macchiaioli, quasi solo labronici i Post. Quarto Boia dè! Quello dei Macchiaioli era stato il movimento artistico italiano più impegnato e costruttivo dell’Ottocento: formatosi a Firenze a partire dal 1855, era nato come reazione all’inerzia formale delle Accademie anche in rapporto coi fermenti ideologici del Risorgimento. Alla sua base Edgar Degas: Ritratto di Diego Martelli (1879) la teoria che la visione delle forme è creata dalla luce come macchie di colore, distinte, accostate o sovrapposte ad altre macchie di colore. Consapevole di questa affermazione e svincolato da formalismi accademici, il macchiaiolo poteva così divenir libero di rendere con immediatezza e verismo ciò che il suo occhio percepiva nel presente. Questa libertà era perfettamente in linea coll’Impressionismo francese pressoché contemporaneo ma mentre i transalpini erano interessati soprattutto ai contenuti i toscani lo erano anche alla metodica formale. Teorico e critico fondamentale dei Macchiaioli fu Diego Martelli (1839-1896), castiglioncellese (in realtà nato però a Firenze) agiato che dilapidò quasi tutti i suoi averi, fra cui la casa paterna poi trasformata nell’attuale Castello Pasquini, nel sostegno dei suoi amici pittori. Anche per questo Martelli fu più volte ritratto dai pittori del Caffè Michelangelo ove i Macchiaioli eran soliti trovarsi, come dal famoso impressionista Degas. Di Martelli Giovanni Fattori dirà, fra l’altro: Un solo e ▲

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