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CRIMINI VAT

dell’Università di

dell’Università di Rochester (New York) che ha raccolto i risultati di vari studi al termine dei quali è stata trovata una forte correlazione fra intelligenza e fede religiosa. Lo studio si intitola “The Relation Between Intelligence and Religiosity: A Meta-Analysis and Some Proposed Explanations” ed è stato guidato dal professor Miron Zuckerman. Per i ricercatori la correlazione tra IQ (quoziente di intelligenza) e fede inizia dall’infanzia e si conclude durante la vecchiaia. Le ricerche si sono svolte nell’arco di ben 90 anni e sono state effettuate nelle Università su migliaia e migliaia di cavie umane. La più antica è iniziata nel 1921 ed è proseguita per decine di anni su 1500 persone che da piccoli avevano il quoziente intellettivo molto elevato (superiore a 135 “bambini superdotati”). Questi bambini fin da piccoli avevano mostrato di essere poco attratti dalla religione, poi crescendo sono stati continuamente seguiti fino all’età adulta e continuavano a mostrare un più basso, molto più basso livello di credenza religiosa rispetto a quelli con un’intelligenza media. I ricercatori hanno concluso che “I bambini dotati di un maggior acume, man mano che crescono si allontanano dalla fede e questo processo si protrae fino alla vecchiaia, cioè gli anziani con intelligenza sopra la media continuano a definirsi non credenti”. Questa ricerca ribadisce i risultati di un altro studio svolto nel 2008 da Richard Lynn dell’Università di Ulster (Irlanda del Nord). Lo scienziato Lynn infatti aveva sostenuto che l’élite intellettuale britannica fosse per la maggioranza atea e che il declino delle religioni in Occidente sia avvenuto contemporaneamente ad un aumento delle facoltà intellettive. La tesi di fondo di tutte queste ricerche è stata la seguente: «I fedeli hanno un cervello meno “allenato” rispetto a quello degli atei perché le religioni, fondandosi su teorie astratte e inconfutabili, non abituano il cervello di chi le segue a ragionare, ad analizzare gli avvenimenti, a criticare, perciò il loro cervello rimane un po’ “atrofizzato”. Per questo motivo le religioni non attraggono le persone più intelligenti le quali sono più interessate ai ragionamenti logici, alle innovazioni, alla conoscenza ~ 226 ~

dei fatti e alla loro comprensione, alla ricerca e al miglioramento». Questa notizia, com’è ovvio, ha scatenato opinioni discordanti. Alcuni critici hanno fatto notare che innanzi tutto i ricercatori dovrebbero chiarire cosa loro intendano per intelligenza. Questi ultimi hanno precisato che considerano l’intelligenza come “l’abilità a ragionare, avere capacità deduttive, risolvere problemi, capire idee complesse, imparare velocemente e apprendere dall’esperienza”. Sicuramente ciascuno resterà della propria opinione, tuttavia notizie come questa non fanno che inorgoglire i miscredenti e li fanno camminare sempre più a testa alta. (Notizia riportata anche su Internet). ****** Ecco un’altra interessante notizia (che ho aggiunto recentemente) che può destare stupore ed incredulità a molte persone credenti, ma che a noi persone razionali fa molto piacere e ci rende orgogliosi del nostro pensiero ateo: sabato 7 novembre 2015 su la Repubblica è apparso un articolo firmato dalla giornalista Agnese Ananasso che riportava la seguente notizia: “La generosità e l’altruismo non si imparano grazie alla fede e alla religione” e concludeva specificando che “I bambini educati all'ateismo sarebbero più magnanimi e meno egoisti rispetto a quelli cresciuti seguendo i dettami della Chiesa”. A dare questa lettura è stato un accurato studio pubblicato sulla rivista scientifica statunitense Current Biology, condotto su un campione di 1.170 bambini d'età compresa tra i 5 e i 12 anni, di sei Paesi diversi: Canada, Cina, Giordania, Stati Uniti, Turchia e Sudafrica. Lo scopo della ricerca, guidata dal neuroscienziato Jean Decety del Dipartimento di psicologia dell'Università di Chicago, era quello di misurare se e come la religione incidesse sui comportamenti cosiddetti "prosociali", ossia volti al bene degli altri senza attendersi una ricompensa. I bambini sono stati divisi in tre gruppi: figli di genitori cristiani, figli di genitori musulmani e figli di genitori non credenti, poi sono stati eseguiti una serie di test atti a valutare la loro empatia cioè la capacità di capire lo stato d’animo altrui (mettersi nei panni dell’altro) e la sensibilità dei bambini di fronte a situazioni di rapporti umani con il prossimo nonché la loro reazione di fronte alla prepotenza e all'ingiustizia. Queste prove hanno evidenziato che i figli di genitori cristiani e musulmani erano più individualisti, vendicativi e rigorosi sulle pene da infliggere a chi sbagliava, rispetto ai figli di genitori atei i quali si sono dimostrati più altruisti, più generosi e più tolleranti. Il prof. Decety ha affermato che «la religione ~ 227 ~

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