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Art&trA Rivista Dic/Gen 2018

Rivista d’arte, cultura e informazione

78 Nel segno della Musa

78 Nel segno della Musa Le interviste diM arilena Spataro “Ritratti d’artista” Talenti del XXi secolo Paolo buzzi L'arte come spaesamento dell'oggetto. Per una metafisica dell'umano che nasce dalla sua stessa assenza marilena.spataro@gmail.com “Grande lilium bianco” - 2017 terracotta, resina, smalto e materiali vari, Ø 35 - h. 135 Quando e come è avvenuto il suo incontro con l'arte? «Da bambino assemblavo materiali e li dipingevo. all'inizio era solo un gioco, con il tempo è diventata una cosa importante. Così, quasi senza accorgermene, mi sono ritrovato a fare arte. le prime mostre le ho tenute a Bagnacavallo, paese romagnolo dove vivo e lavoro, poi, ho iniziato a esporre in varie altre località sia italiane che straniere. negli anni '90 ho sentito il bisogno di approfondire gli studi artistici per cui mi sono iscritto a pittura all'accademia di Belle arti di Bologna, conseguendo il diploma. Da lì in poi, ho proseguito impegnandomi in una ricerca artistica che tuttora continua e che segue, pur nella normale evoluzione della storia di ogni artista, un filo conduttore che caratterizza il mio lavoro da sempre». Qual è questo filo conduttore. Ce ne parla? «E' un filo conduttore che accompagna il mio lavoro nella sua totalità, riguarda l'approccio con cui mi pongo rispetto alla mia opera, sia essa un dipinto o una scultura. Io lavoro solo sul paesaggio, pezzi di paesaggio oppure su oggetti che traduco in opera in base a come li osservo secondo una mia percezione, un mio personalissimo angolo visuale. all'inizio l'approccio si manifesta in termini, che definirei, di tipo comportamentale, inteso come modo di pormi e di essere nel mondo, e che altro non è, se non la mia modalità affettiva di stare in contatto o dentro le cose, una partecipazione fisica e affettiva cui, tuttavia, corrisponde un atteggiamento ricognitivo. Il che significa, che quando decido di lavorare a un paesaggio, naturale o urbano, oppure a un oggetto, ho un atteggiamento di appropriazione, fotografando il paesaggio oppure prelevando l'oggetto dal suo ambiente naturale. Una volta prelevate le immagini o l'oggetto, incomincio a togliere, a ripulire e a trasformare queste realtà in lavori artistici, dipinti, sculture o installazioni se si tratta di oggetti. Tutti i miei lavori nascono così, essi corrispondono alla mia idea, alle emozioni e alle percezioni che più mi appartengono e che desidero manifestare in riferimento a quelle realtà “prelevate”». Quali sono i paesaggi che ama maggiormente dipingere e quali gli oggetti che più le piace trasformare in installazioni o sculture? «all'inizio della mia carriera, ho amato molto dipingere archeologia industriale. Ero affascinato dalle teorie dei non luoghi di Jean Baudrillard e di marc augé. a sedurmi di quei luoghi non luoghi era quella sorta di sospensione metafisica, di atemporalità che da essi emanava. Dove la presenza dell'essere umano si percepiva attraverso la sua assoluta assenza. Oggi, come ieri, l'ambiente e la natura,

“Il lampadario vegetale ha una luce floreale” - 2014 - pittura acrilica su tela - cm 180 x 180 così come l'oggetto, mi interessano come testimonianza del luogo e dell'umano. I miei sentimenti, la mia affettività, li manifesto attraverso la rappresentazione dell'ambiente e dell'oggetto che rimanda all'umano. l'oggetto, infatti, rimane, mentre l'umano no, è per questo che parlo di testimonianza dell'umano quando mi riferisco alla mia visione e al mio lavoro». Sembra di capire che le sue opere rispondano più a un progetto artistico che a una corrente di carattere emozionale? «l'aspetto emozionale esiste in quanto il prelevare le immagini o gli oggetti è vissuto da me affettivamente, come già detto. Si tratta di una scelta che mi identifica nella personalità e che rappresenta il rapporto tra l'io e la realtà che mi circonda. Questi aspetti rientrano a pieno titolo nella parte progettuale, che c'è ed è determinante nel mio fare. Il progetto poi si sviluppa in un'attività, come ho già affermato, in termini ricognitivi col circostante, la qual cosa conferisce struttura e identità al mio lavoro. Un lavoro che si sviluppa attraverso cicli diversi: prima mi sono occupato di paesaggi industriali, poi di oggetti. Oggi, a interessarmi, sono tutte le realtà che scaturiscono dalla natura. Ognuno di questi cicli è caratterizzato da un comune denominatore: l'atmosfericità. Con ciò intendendo quel clima psicologico che segna le mie opere e che corrisponde a un senso di sospensione e di atemporalità che mi appartiene e che mi identifica. Ogni volta che concepisco un'idea, provo un bisogno incombente di depositarla attraverso un lavoro, prima che essa mi sfugga. Quando guardo o fotografo le realtà che mi interessano, desidero fissarle proprio in quell'esatto momento in cui le ho “colte”. E' come se desiderassi fermare il tempo a quell'attimo: una percezione legata alla fugacità del tempo e che, reputo, provenga dal lato più profondo della mia stessa personalità. “più che un creativo mi sento un creatore”, sosteneva De Dominicis, un pensiero che corrisponde appieno al mio sentire e che, alla fine, contribuisce a conferire identità e unicità al mio lavoro. Vivere l'esperienza quotidiana è, per me, riuscire a guardarla da un'angolatura diversa, mia, personale». Ci descrive più dettagliatamente cosa accade quando, raccolto il materiale necessario, comincia a creare l'opera? «più che un creativo, come ho già detto, mi sento un artista che crea da qualcosa di preesistente. per quanto riguarda le immagini dei paesaggi raccolte attraverso la fotografia, incomincio a togliere, sottrarre peso, a fare un lavoro di pulizia anche da un punto di vista estetico personale. Tanto da ottenere volutamente degli effetti che, spesso, rimandano all'arte orientale. prima di dipingere, elimino dalle foto, che io adopero come un taccuino di appunti, tutto quello che non mi soddisfa,

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