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Missionario 2_2018

Scuole Stimmatine in

Scuole Stimmatine in Italia ho sempre ex alunni che ritornano a salutarmi. E non è detto che questi siano stati i migliori. Alcuni li ho tormentati per tre o più anni. Magari non hanno nemmeno raggiunto lo scopo di lavorare nella ristorazione, ma loro tornano, hanno piacere di rivedermi e manifestano gratitudine per questa nostra scuola. Questo afferma che ho trasmesso loro qualcosa di importante, in questo caso non un mestiere, ma uno stile, un modo di affrontare le fatiche di ogni giorno. - Quanto, professor Moro, i programmi televisivi di cucina hanno contribuito al boom di queste scuole? Dati concreti non ne ho, ma certo famiglie e ragazzi ne sono influenzati. Questi programmi hanno mostrato la bellezza di questo mestiere, e questo ha avvicinato maggiormente le famiglie al nostro settore. Però c’è da fare attenzione. Alla televisione tutto sembra bello, facile, ma questo non lo è. Il ragazzo è abituato ai reality che ci influenzano in positivo e negativo. Il positivo, come ho detto, è la bellezza del lavoro di chef, la tradizione del cibo, il fare squadra, il lavorare assieme. Dall’altra parte vedo il rischio che tutto possa sembrare facile e alla portata di tutti, non è così. Il nostro è un lavoro di grande sacrificio, fisico e mentale e psicologico e, aggiungerei, anche di tante ore di lavoro. Quando vedi uno chef famoso che in cinque minuti ti realizza una ricetta, viene spontaneo pensare: “lo voglio fare anch’io”. Il ragazzo, lo sappiamo, tende a imitare. Con facilità i giovani si vedono un giorno cuochi, un altro pasticceri, il giorno seguente fotomodelli o cantanti, calciatori o attori; attratti più dalle cose facili, da quelle che ti offrono la scena del momento, prestigio e denaro. C’è da fare un po’ di chiarezza. Certo la nostra scuola di cucina ha avuto una crescita continua. Pensiamo che sia per i programmi televisivi, ma non è soltanto per quello. Lo sviluppo è cominciato già decenni fa, solo negli ultimi anni si è aggiunto lo spettacolo culinario televisivo. Nella crisi economica di questi anni, inoltre, questa professione è stata vista con fiducia dalle famiglie. Cucina significa non solo ristorante e trattoria, si intende territorio, tradizioni, cultura, accoglienza, turismo e ospitalità, insomma tante possibilità occupazionali. Questa varietà di possibilità lavorative certo è cosa importante per un genitore. Altri tipi di scuola, almeno a breve termine, non danno la stessa garanzia. E non dimentichiamo che siamo in Italia dove v’è la cultura del cibo, il made in Italy e la nostra enogastronomia, sono riconosciuti a livello mondiale. - Quale rapporto vede lei tra il cibo e l’amore al proprio territorio? Anche questo faccio notare ai ragazzi. I più grandi chef sono persone che vengono dalla campagna o dalla montagna, gente semplice. Gente che vive la natura, sono attaccati alla natura e al territorio. Senza generalizzare, a me sembra che chi vive in città dimostra una certa difficoltà di immediatezza nel rapportarsi con la natura. Potrebbero scambiare la gallina col piccione. Non hanno, insomma, un attaccamento spontaneo, immediato e naturale col territorio. Anche qui a scuola, i ragazzi della montagna o della campagna li trovo più genuini e danno di più. Sono legati al loro paese o contrada, alla famiglia, al nonno, alla chiacchiera coi compaesani. Non sono sviati dalla moda, dal trend del momento, come avviene per chi vive in città, dal mondo spesso falso del benessere. Sono più semplici, insomma. Sono persone che osservano la natura, la crescita del grano, le gemme che si gonfiano al termine dell’inverno. Queste cose che appaiono piccole sono importanti per la formazione della persona e del professionista. Il tempo ce lo conferma. - Quale rapporto tra tradizione e innovazione nell’arte culinaria? Quando parliamo di grande cucina troviamo la fusione di tante cose. La tradizione risulta importante, ma anche la tecnica e la conoscenza vogliono il loro spazio. Certo, la cosa principale resta il prodotto di prima scelta, per esempio la carne, la prendo direttamente dal piccolo allevatore, a “chilometro zero”. Se così avviene, la qualità è certo superiore. Ma questa va unita al saper trattare bene la stessa carne, e questo me lo insegna il sapere, la scienza culinaria e l’uso delle tecniche. Se a tutto ciò vi aggiungiamo passione e amore, tutta questa miscela fa sì che il risultato sarà eccellente. Buon appetito. Claudio Montolli 28 marzo - aprile 2018

“Centro Servizi Formativi Stimmatini” di Verona Intelligenza speculativa o pratica Il vescovo di Verona, Mons. Giuseppe Zenti pubblica un articolo sul giornale L’Arena dopo aver visitato la nostra scuola professionale Nella foto: Giuseppe Zenti Vescovo di Verona M'è capitato, su invito, di visitare un CFP (Centro di formazione professionale). Nel caso specifico, senza far alcun torto ad altri, pure degni di menzione, quello degli Stimmatini. Parliamo di oltre cinquecento adolescenti diretti verso la giovinezza(...). Ho avuto la sensazione che fossero davvero in ascolto di quanto stavo loro dicendo in tono confidenziale. Riguardava il loro presente e il loro futuro. Dimenticavo di specificare gli indirizzi di scuola: ristorazione, panificazione, tipografia (aggiornata con le tecniche digitali). Tre anni di percorso. È una scuola ricercatissima. C'è sempre la fila in attesa. Dunque, CFP. Nemmeno una ragioneria, una scuola tecnica. Tanto meno una magistrale. Ancor meno un liceo scientifico o classico. No, un CFP. Se ad un qualunque genitore, immaginarsi poi se ad un nonno, si chiedesse quale scuola sogna per il figlio o il nipote e su quale si attrezza strategicamente di indirizzarlo al fine di convincerlo, non avrebbe dubbi: un liceo classico o scientifico. Potrebbe anche rassegnarsi a uno scalino più in basso. D'altra parte, un figlio o un nipote non può che essere un genio. Ma, un CFP? Che umiliazione! Che figura ci farebbe a parlarne con gli amici? Perché nella cultura attuale i CFP fanno parte di scuole considerate di serie Z? Proprio serie Z, in quanto di più basso grado scolastico non ne esistono. Più sotto c'è solo la strada. Nella considerazione alquanto generalizzata sottostà un'idea di dispregio nei confronti di questi adolescenti: o scarsamente dotati sul piano intellettuale o pigroni. Come suona raggelante una valutazione scolastica del genere "ha scarsa intelligenza!". Una sentenza che tarpa le ali. Prima di pronunciarla da parte di un corpo docente bisognerebbe pensarci dieci volte, e poi non pronunciarla, anche perché non di rado non valuta il vero grado o la qualità dell'intelligenza dell'alunno ma, abitualmente, il basso tasso di interesse che un docente è riuscito a suscitare in alcuni di loro. Insomma, è davvero un'impresa ardua classificare i gradi di intelligenza di un alunno, soggetto, in fase evolutiva, a tantissimi condizionamenti che vanno dalle condizioni di vita che caratterizzano la propria famiglia e i rapporti tra genitori e con i genitori, alla considerazione di merito con cui un adolescente si sente circondato dai compagni di scuola o di gruppo, Dio non voglia di branco; e da mille altre variabili. Tentiamo di focalizzare qualche aspetto dell'intelligenza. Essa fa parte delle sconfinate potenzialità della mente umana. Come è noto, questa è capace di operazioni noetiche, che riguardano cioè la conoscenza, che spaziano sull'orizzonte dello scibile. Esemplifichiamo. La mente pensa, cioè soppesa e valuta i contenuti della conoscenza; ragiona, porta cioè le ragioni dei propri asserti, delle proprie affermazioni; analizza e sintetizza; inventa e progetta; calcola e intuisce; architetta e prevede esiti; interpreta e marzo - aprile 2018 29

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