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Art&trA Rivista Feb/Mar 2018

Rivista d’arte, cultura e informazione

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Speciale:

acca edizioni Roma Srl

anno 10° - FeBBRaIO / MaRZO 2018

74° Bimestrale di arte & cultura - € 3,50

“HOKUSAI”

sulle orme del Maestro

di Marina Novelli

Gianmaria

Potenza

in mostra a Firenze

Art&Vip

intervista a

Anthony Peth


Marco Lodola

“The Beatles” - 2014 - tecnica: plexiglass e lampade - cm 200 x 70 x 15

Galleria Ess&rrE

Porto turistico di Roma

tel. 06 42990191

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capo Redattore: Roberto Sparaci

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Dott.ssa Paola Simona Tesio

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a cura dell’acca eDIZIONI - ROMa

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Fotocomposizione: a cura della Redazione

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S O M M a R I O

F e B B R a I O - M a R Z O 2 0 1 8

Impressionismo e avanguardie Pag. 11

di Silvana Gatti

Il pensiero simbolista attraverso i suoi artisti Pag. 20

di Francesco Buttarelli

OKUSaI Sulle orme del Maestro Pag. 35

di Marina Novelli

MeTa MORPHOSIS - L’omaggio di Bologna al genio... Pag. 46

a cura di Marilena Spataro

“arte ed esoterismo IX” Pag. 66

di Piercarlo Bormida

Due minuti...“Umberto Boccioni, l’artista che ha....” Pag 70

di Marco Lovisco

Gigino Falconi - Matrici filosofiche in un linguaggio... Pag 72

a cura della Galleria cinquantasei

“Nel segno..”-Ritratti d’artista- Marco Bravura Pag. 78

di Marilena Spataro

Le Mostre in Italia e Fuori confine Pag. 82

a cura di Silvana Gatti

Distribuzione a cura di:

acca eDIZIONI ROMa S.r.l.

Pubblicazioni:

aNNUaRIO D’aRTe MODeRNa

“artisti contemporanei”

RIVISTa: BIMeSTRaLe art& tra

Registrazione: Tribunale di Roma

Iscrizione camera di commercio di Roma

n. 1294817

1ª di copertina: Gianmaria Potenza

courtesy: Gianmaria Potenza

2ª di copertina: Marco Lodola

courtesy: Galleria ess&rre (RM)

3ª di copertina: art& tra

4ª di copertina Giuseppe amadio

courtesy: Giuseppe amadio

copyright © 2013 acca edizioni Roma S.r.l.

riproduzione vietata

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RUBRIcHe

“Gianmaria Potenza” in mostra a Firenze Pag. 6

catalogo a cura di Laura Villani

Intervista a eMRe YUSUFI Pag. 24

di Tulay Oktay Demir

La collezione Villani-Sgarbi Pag. 50

Silvana Gatti

art&Vip Pag. 58

a cura della Redazione

“Goodbye Perestrojka Pag. 61

di Paola Simona Tesio

Dimitra Milan - L’arte di sognare Pag. 100

di Valentina D’Ignazi

Ivan Meštrović, l’armonia delle forme Pag. 107

di Svjetlana Lipanovic

MUG - Nan Yar in mostra Pag. 115

di Vittorio Guidi

Le suggestive statuine Lenci.... Pag. 118

di Marilena Spataro

Lignano sabbiadoro. cellini e la performance.... Pag. 121

di Lara Petricig

I tesori del Borgo - Modigliana.... Pag. 121

di alba Maria continelli


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Sebastian M atta

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto C ellini,3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 -info@ tornabuoniarte.it

M ilano 20121 - V ia Fatebenefratelli,34/36 - Tel.+39 02 6554841 - m ilano@ tornabuoniarte.it

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Firenze 50125 - A ntichità - V ia M aggio,40/r - Tel.+39 055 2670260 - antichita@ tornabuoniarte.it


10

Antonio Nunziante

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IMPReSSIONISMO e

aVaNGUaRDIe

Capolavori dal Philadelphia Museum of Art

Milano, Palazzo Reale

dal 7 marzo al 2 settembre 2018

A cura di Silvana Gatti

Constantin Brancusi

Il bacio, 1916, pietra calcarea, 58.4 x 33.7 x 25.4 cm

Philadelphia Museum of Art, Collezione Louise e Walter

Arensberg, 1950

Ad inizio marzo, preannunciando

la primavera,

si apre a Milano, nella

splendida location del

Palazzo Reale, una mostra

con opere che arrivano

d’oltreoceano, precisamente dal

Museo d’Arte di Philadelphia. Cinquanta

opere fruibili per ben 180

giorni, un’occasione unica per ammirare

capolavori dei più grandi pittori a

cavallo tra Otto e Novecento nel loro

periodo di massima espressione artistica.

L’esposizione è promossa e prodotta

da Comune di Milano-Cultura,

Palazzo Reale e MondoMostreSkira.

Fondata nel 1681, Filadelfia nell’Ottocento

era la più grande città nordamericana,

in cui i commercianti erano

attivi nel settore navale e ferroviario,

con conseguente sviluppo del settore

bancario. La disponibilità di denaro

rese possibile l’abbellimento della

città, che nel 1876 ospitò la prima

Fiera mondiale ufficiale negli

Stati Uniti, contribuendo a

stimolare i ricchi americani a

spingersi sino in Europa per

acquistare opere d'arte. Ne è

nato il Philadelphia Museum

of Art, che è stato inaugurato

nel 1877 ed annovera nella

sua collezione oltre 240.000

opere, rappresentative di oltre

duemila anni di produzione

artistica.

Fiske Kimball, direttore del

museo per trent’anni dal 1925, dotò il

museo di arredi originali provenienti

da vari paesi, e le numerose donazioni

da parte di imprenditori e appassionati

collezionisti hanno arricchito negli

anni il museo.

Gli americani, ed in particolar modo

gli abitanti di Philadelphia, sono stati

tra i primi a collezionare le opere impressioniste,

che grazie alla loro tipica

atmosfera ben si adattavano all’arredamento

delle grandi residenze di questi

imprenditori. E’ stata soprattutto l’artista

Mary Cassatt, abitando a Parigi, a

facilitare i contatti e gli scambi d’arte

tra artisti e mercanti.

Aveva la propria sede a Filadelfia la

Pennsylvania Railroad, un'antica società

ferroviaria degli Stati Uniti

d'America, costituita nel 1846 e cessata

nel 1968 a causa della sua fusione con

la società New York Central Railroad


12

Marc Chagall - Nella notte, 1943 - olio su tela, 47 x 52.4 cm

Philadelphia Museum of Art, Collezione Louis E. Stern, 1963

Pablo Picasso - Donna e bambine, 1961

olio su tela, 146 x 113.7 cm - Philadelphia Museum of Art,

Donazione di Mrs. John - Wintersteen, 1964

(NYC). A capo della società, Alexander

Cassatt, fratello della pittrice Mary,

fu il primo ad acquistare i quadri di

Manet, Monet, Degas e Pissarro, influenzando

gli altri dirigenti della società

che fecero a gara nell’acquistare

opere d’arte francesi. Frank Graham

Thomson, successore di Cassatt, fu accompagnato

dalla stessa artista nella

galleria parigina di Paul Durand-Ruel,

il più importante mercante d’arte impressionista

dell’epoca. Thomson acquistò

ben dodici dipinti di Monet e

altre opere impressioniste.

I primi dipinti impressionisti entrarono

nella collezione del Philadelphia

Museum of Art nel 1921, quando il

W.P. Wilstach Fund approvò l’acquisto

di dieci opere dagli eredi di Alexander

Cassatt. Tra gli altri collezionisti che

contribuirono ad accrescere la collezione

del museo figura anche Samuel

Stockton White III, famoso culturista

che nel 1901 fece da modello a Rodin,

come documenta la bellissima scultura

“L’atleta” esposta in mostra, visivamente

legata al “Pensatore”, che documenta

l’originalità di un artista le cui

sculture, che sembravano non terminate,

rivoluzionarono completamente

gli standard dell’epoca. I visitatori della

mostra milanese potranno constatare

che è stata proprio quell’indefinitezza

a rendere le opere di Rodin così particolari,

in grado di trasmettere al fruitore

realismo, tensione e dinamismo.

White acquistò diversi dipinti impressionisti,

che la moglie Vera lasciò al

museo nel 1967. Altre donazioni furono

il frutto della filantropia di Henry

P. McIlhenny e della sorella Berenice

McIlhenny Wintersteen, che acquistarono

e poi donarono dipinti di Delacroix,

Degas, Renoir, Matisse e Picasso.

La donazione che diede formalmente

il via all’attuale collezione d’arte moderna

del museo fu quella di Albert Eugene

Gallatin, seguita da quella di

Louise e Walter Arensberg, la cui collezione

costituisce l’altra pietra miliare

dell’arte del Novecento a Philadelphia.

Gli Arensberg si affidarono a Duchamp

per l’acquisto delle opere d’arte di Picasso,

Matisse, Georges Braque e dello

stesso Duchamp. La raccolta di pittura

moderna del museo fu poi arricchita

dalla donazione, nel 1964, della collezione

Louis E. Stern, che si concentrò

sulla pittura francese del XIX e del XX

secolo, dai capolavori impressionisti e

postimpressionisti di Renoir, Cézanne

e Bonnard alle opere di Henri Rousseau,

Henri Matisse e di maestri della

Scuola di Parigi come Chagall e Soutine.


Pierre-Auguste Renoir - Ragazza che fa il merletto, ca. 1906

olio su tela, 56.5 x 46.7 cm - Philadelphia Museum of Art, Collezione Louis E. Stern, 1963

Per la mostra milanese sono state selezionate

cinquanta opere, in un percorso

di sicuro fascino. La luminosità

delle opere di Monet è documentata,

tra gli altri, da “Il sentiero riparato”

(1873), che raffigura un personaggio

che si incammina lungo un sentiero ai

bordi di un bosco. Non poteva mancare

un quadro che rappresenta una delle

vere ossessioni di Monet, “Il ponte

giapponese” (1895). Il soggetto è ispirato

al giardino in stile giapponese

della residenza del pittore a Giverny,

dove egli coltivava diverse piante esotiche

che decoravano un ponticello di

legno. Insieme alle ninfee, Monet dipinse

diverse versioni del ponte, inquadrato

nelle varie ore del giorno, al fine

di studiarne le variazioni cromatiche al

variare dell’ora e delle condizioni atmosferiche.

Molto bello il paesaggio di Sisley che

raffigura “Le rive del Loing” (1885),

mentre Pissarro, considerato dagli studiosi

il precursore degli impressionisti,

è presente con “Paesaggio (frutteto)”

(1892), quadro dai colori vibranti e delicati.

Inconfondibili le opere di Cézanne per

lo stile geometrico, evidente nelle o-

pere paesaggistiche quali “Le Quartier

du Four, à Auvers-sur-Oise” (ca.1873)

e “Paesaggio invernale, Giverny”

(1894). Altri paesaggi sono quelli di de

Vlaminck con “La Senna a Chatou”

(ca.1908), “Paesaggio, e Chemin des

Caucours, Cagnes-sur-Mer” (ca.1924)

di Soutine. La Costa Azzurra è immortalata

in una bellissima opera di Dufy,

“Finestra sulla Promenade des Anglais,

Nizza” (1938), che offre una bellissima

veduta del lungomare nizzardo visto da

una finestra. E imperdibili sono gli

scorci cittadini come “I grands Boulevards”

(1875) di Renoir, che ci ricorda

un’atmosfera d’altri tempi per via degli

abiti indossati dai passanti, e “Place du

Tertre a Montmartre” (ca.1912) di

Utrillo.

Riuniti quasi fossero “una mostra nella

mostra” sono una carrellata di stupendi

ritratti, genere pittorico con il quale si

sono cimentati artisti del calibro di

Manet, presente con “Ritratto di Isabelle

Lemonnier” (ca.1877). Tra i pittori

ritrattisti non poteva mancare

Pierre-Auguste Renoir (Limoges 1841,

Cagnes-sur-Mer 1919), che ha dipinto

le donne conosciute durante la sua

lunga carriera. Oltre alla moglie, ha dipinto

amanti, amiche, modelle professioniste

e giovani donne incontrate per

strada, attrici ed esponenti dell’alta

borghesia. Dai suoi esordi all’epoca

del Secondo Impero fino al periodo

dell’Impressionismo nella seconda me-


14

Mary Cassatt - Donna con collana di perle in un palchetto, 1879

olio su tela, 81.3 x 59.7 cm - Philadelphia Museum of Art, Lascito di Charlotte

Dorrance Wright, 1978

tà degli anni ’70 dell’Ottocento, dal ritorno

alla tradizione e ad Ingres, allo

stile rubensiano degli ultimi anni, la figura

femminile rappresentava la maggiore

fonte d’ispirazione dell’artista, al

punto da essere definito dalla critica il

più grande pittore delle donne tra i suoi

contemporanei: “È lui il vero pittore

delle giovani donne di cui sa rendere,

in quell’allegria di sole, il fiore dell’epidermide,

il velluto della carne, la

madreperla dell’occhio, l’eleganza della

pettinatura”, scrisse Huysmans, esponente

del mondo culturale parigino,

dopo aver visitato la mostra impressionista

del 1882. Era considerato come

“il maestro di tutti, il grande pittore di

nudo dei nostri tempi” (Arsène Alexandre)

grazie ad opere come “Bagnante”

(ca.1917-1918), esposta in questa mostra

insieme a “Ragazza che fa il merletto”

(ca.1906), e “Ragazza con gorgiera

rossa” (ca.1896).

In mostra sarà possibile confrontare,

accanto al “Ritratto di Madame Cézanne”

(1885-1887) di Cézanne, i diversi

linguaggi pittorici tra Van Gogh,

con “Ritratto di Madame Augustine

Roulin e la piccola Marcelle” (1888) e

“Ritratto di Camille Roulin” (1888) e

Picasso, dallo stile cubista riconoscibile

in “Nudo femminile seduto” (1908-

1909), “Uomo con violino” (1911-

1912), “Donna e bambine” (1961).

Non mancano le pittrici dell’epoca,

come Berthe Morisot presente con “Ritratto

di bambina” (1894) e Mary Stevenson

Cassatt, (Pittsburg 22 maggio

1844 – Château de Beaufresne, 14 giugno

1926), artista statunitense che

visse molto tempo in Francia dove, di-


Edgar Degas - La classe di danza, ca. 1880 - olio su tela, 82.2 x 76.8 cm

Philadelphia Museum of Art, Acquistato con il W. P. Wilstach Fund, 1937

ventando amica e allieva di Degas,

espose le proprie opere insieme agli

impressionisti. Cassatt ha realizzato

molti dipinti che ritraggono la vita sociale

e privata delle donne della sua

epoca, presente con “Donna con collana

di perle in un palchetto” (1879)

accanto a ritratti eseguiti da Metzinger,

Gleizes, Bonnard e Matisse.

Il genere della natura morta è presente

con importanti composizioni di frutta e

fiori di Gauguin e Van Gogh, Braque e

Matisse, mentre rapiscono lo sguardo

quadri come “Marina in Olanda” (1872)

di Manet e “La classe di danza” (ca.1880)

con le celeberrime ballerine di Degas.

La mostra documenta inoltre le cosiddette

avanguardie fiorite dopo l’impressionismo,

con opere quali “Una sera

di carnevale” (1886) di Rousseau,

“Cerchi in un cerchio” (1923) di Kandinsky,

“Carnevale al villaggio” (1926)

di Klee, “Simbolo agnostico (1932) di

Dalí, “Pierrot con rosa” (ca.1936) di

Rouault e “Nella notte” (1943) di Chagall,

opera catartica che celebra il sentimento

dell’amore.

E per finire, le sculture, da Rodin all’enigmatico

“Il giullare (1905)” di Picasso,

sino alla particolarissima scultura

in pietra “Il Bacio (1916)” di

Brancusi.

Tutti capolavori che un tempo arredavano

le case di industriali americani o

di illuminati collezionisti che, con

grande generosità, decisero di donarli

al Philadelphia Museum of Art. Un’anteprima

che invoglierà qualche visitatore

ad andare a Philadelphia per conoscere

le altre opere di questa imponente

collezione di fama internazionale,

come suggerisce Timothy Rub,

Direttore del museo, che entro il 2020

verrà ampliato da Frank O. Gehry.


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20

Il pensiero simbolista

attraverso i suoi artisti

di Francesco Buttarelli


Dīpingere fa parte della

poesia, e la felicità è data

dallo scoprire gradualmente

il mistero che costituisce

il simbolo,offrendoci la

possibilità di sognare”. Questo pensiero

appartiene a Stéphane Mallarmé,

poeta simbolista, innamorato

di questa nuova tendenza artistica

che possedeva un proprio stile ed un

particolare gusto, capace di affermarsi

e diffondersi in ogni nazione

d’Europa sul finire dell’ottocento. Il

Simbolismo rappresentò una visione

poetica e sognatrice che si pose in

antagonismo alla spettacolare narrativa

della pittura accademica, ma

anche alle tendenze naturalistiche

degli artisti realisti ed impressionisti.

I simbolisti intesero superare le mere

apparenze del reale per creare opere

che fossero in grado di toccare le

corde più profonde dell’animo umano,

attraverso l’unione della pittura

e della poesia. “Il poeta greco

Esiodo, nella sua Teogonia,racconta

che mentre era intento a pascolare le

sue greggi nelle campagne di Ascra,

un borgo della Beozia, gli apparvero

le muse che gli infusero il dono della

poesia”. Forse le vide attraverso un

sogno; il sogno che rappresenterà un

punto cardine nella pittura simbolista,

insieme alla

fugacità del

tempo, la riflessione

ed il mistero

dei grandi

miti. Sfogliando

le pagine della

storia, sembra

che i simbolisti

abbiano letto ed

assimilato le

teorie di Tommaso

Moro, che

nella sua

opera:”L’Utopia”,

propone la

visione di un

mondo diverso e

fa sognare all’uomo

una società

migliore.

Allo stesso modo ,Shakespeare è vicino

ai simbolisti nel suo capolavoro

“La Tempesta”, qui il Bardo lascia

un messaggio universale :”Il sogno è

l’elemento costante che ci accompagna

nella tempesta della vita”. Analizzando

gli artisti si scopre che

Gustav Klimt , nella sua opera “il

Fregio”, di alto contenuto simbolico,

dipinge una scena ove il bene e il

male si contrappongono evidenziando

un desiderio di liberazione attraverso

l’estasi che solo l’amore

può donare.

Nel dipinto, l’elemento maschile , il

cavaliere, si riflette su una figura

femminile che rappresenta la poesia

e attende il ritorno dell’uomo che

dovrà compiere un viaggio agli inferi

per sconfiggere le forze del male.

Diversa la concezione simbolica di

Pellizza Da Volpedo , che inserisce

nella sua arte la tematica sociale di

riscatto dei ceti più poveri.

La sua tela “il Quarto stato”, offre un


esempio di spiritualismo, simbolismo

ed idealismo tipico del suo

tempo. Il quadro è dominato dal contrasto

tra l’oscurità e la luce. La

massa dei lavoratori che avanza lascia

alle spalle la notte e si muove

verso un avvenire che cambierà la

storia del proletariato. Spicca la figura

femminile, somigliante ad una

statua greca, il suo incedere determinato

infonde fiducia e forza a tutti

gli uomini.

Con Pierre Puvis De Chavannes entriamo

in un simbolismo legato al

classicismo storico. Nell’opera “Le

fanciulle in riva al mare” predomina

un’atmosfera serena permeata in un

paesaggio bucolico.

Gli stupendi sensuali corpi delle tre

donne sono caratterizzati da alcune

linee rigide che sembrano dividere il

quadro in tre parti. La figura di

donna tagliata a metà sembra evidenziare

il cammino del tempo interrotto,

suggerendo l’idea di un

montaggio fotografico. La ricerca

cromatica e la profondità dell’orizzonte

pongono in rilievo l’idea dell’infinito

e quel sogno che gli antichi

greci definivano “Il respiro del

tempo”. Tra gli artisti di formazione

romantica approdati al simbolismo

spicca la figura di Gustave Moreau.

Nella sua opera “L’Apparizione”

egli riesce a rievocare ed interpretare

con originalità la storia biblica di

Salomè, la principessa che aveva

ammaliato il Re Erode eseguendo per

lui la danza de sette veli in cambio

della testa di Giovanni il Battista.

Dopo un’attenta lettura del testo

Sacro, Moreau dipinse Salomè come

una donna fatale, con il braccio sinistro

innalzato per additare ed ordinare

la morte. Un misterioso potere

sembra tenere la testa del Battista

sollevata, non posata su un vassoio

come ci viene tramandato. Il dipinto

è avvolto da una profonda luce dal

colore sanguigno che irradia la profondità

del luogo e lascia intravedere

sulla sinistra la figura del carnefice:

Erode sul trono. Osservando il quadro

sembra di addentrarsi in una dimensione

irreale, dominata da un

sogno simbolico, ove le forme sembrano

dissolversi e la tela assume un

contorno da “quinta” di teatro.


22

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24

Intervista a

emre Yusufi

L'intervista è stata rilasciata da Emre Yusufi alla

giornalista Tulay Oktay Demir che lavora per il più

importante quotidiano turco, Hurriyet, per il quale

cura la pagina della cultura e spettacolo su cui è

stata pubblicata l'intervista il 19 dicembre 2017.

emre Yusufi, scultore, pittore,

graphic designer,

musicista vive e lavora

ad Istanbul, produce in

Turchia ed in Italia ha

esposto ad Istanbul,

Miami, Roma, New York, Parigi,

Parma, Reggio Emilia. Dal 16 al 18

marzo le sue opere saranno esposte a

Forlì nello stand di Neoartgallery nell'evento

EuroExpoArt a cura di Giorgio

Bertozzi e Ferdan Yusufi

Grazie a Contemporary Istanbul il

vento di Emre Yusufi soffia nei circoli

artistici da due anni. La statua di Ercole,

che Cem Yilmaz è un attore, comico,

sceneggiatore, regista e fumettista

turco, voleva comprare e che

ha rifiutato all'ultimo ha certamente

contribuito ad incrementare la popolarità

di Emre.. Cem Yllmaz inizia la carriera

cinematografica nel 1998, Dopo

vari successi come Yah~i Batl e Av

mevsimi, nel 2012 recita in “Magnifica

presenza” di Ferzan Òzpetek.

Nel 2014 recita nel film The Water Diviner,

diretto da Russell Crowe. Abbiamo

incontrato Yusufi di ritorno da

un viaggio di lavoro in Italia e abbiamo

parlato di tutto, dalla “transizione genetica”

che è alla base del suo talento

fino all'ultima decisione di Yilmaz.

Negli ultimi due anni in Turchia, nei

circoli artistici soffia il vento di Emre

Yusufi. Iniziamo dai risultati raggiunti

poi vorrei tornare alla tua infanzia in

cui già dimostravi questa tua fantastica

abilità artistica: qual è la ragione del

suo grande successo,

cosa la

rende così interessante?

Credo di

dover cominciare

con il dire che il

successo è un concetto

relativo. Definisco

la mia situazione

attuale come un successo che

va oltre il successo. Si, sono uno dei

nomi più popolari nei circoli artistici.

Ci può fare l'esempio di altri? Certo,

c'è çagatay Odaba~, che tra l'altro è

anche un mio caro amico. È popolare

ed allo stesso tempo è un collega di

prima linea. Anche Ali Eimaci è così.

Penso che negli ultimi due anni siano

stati, i nostri, i nomi più citati in Contemporary

Istanbul. È probabile che

questo abbia un effetto sulla popolarità.

Cosa ti rende diverso e il tuo nome è

più importante? A dire il vero, devo rifarmi

all'evento dello scorso anno.

L'anno scorso a Contemporary Istanbul

ero presente con il tema di Ercole e con

la guerra degli animali. Voglio dire, ho

presentato due collezioni in contemporanea,

Ercole era incredibilmente interessante.

Perché l'idea di un dio,

Ercole, nella vita quotidiana era originale;

mentre nuota, parla al telefono,

guida, o pattina. Le persone erano

molto interessate, ha avuto un impatto

significativo.

Che dire di quest'anno? Quest'anno

volevo continuare con lo sviluppo dell'idea.

Ma bisognerebbe evitare di ripetersi,

naturalmente. Cos'altro posso aggiungere,

quando ho pensato a come

avrei potuto andare oltre, ho deciso

questa volta di eseguire una scultura di

Ercole, che l'anno scorso avevo mostrato

come immagine.

Non avevi sculture l'anno scorso? No.

Ho realizzato la scultura di Ercole in

seguito. E i Guantoni d'oro ... Si, è

così. Ercole con i guantoni da boxe in

oro, una realizzazione interessante in

termini di dimensioni e volumi. Cem

Yilmaz ha rinunciato ad acquistare la

scultura perché l'ha trovata troppo costosa.

È uscita questa notizia.

C'è qualcosa di vero? No, non è successo

niente del genere. Vorrei correggere

questa inesattezza.

Non voleva prenderlo? Ho chiesto ma

non era un problema di soldi. Avevo

già parlato positivamente con lui che in

precedenza aveva già acquistato un

pezzo, una immagine sulla boxe. È

stato uno dei primi a cui ho mostrato il

mio nuovo lavoro legato al mondo del

pugilato. Gli è piaciuto molto ..

Qual'era il problema? Ha visto una fotografia

dell'opera. Non riuscendo a


Emre con Cem Yılmaz

L’artista con Elcin Sangu e un amico

prevedere le reali dimensioni. C'era

una differenza sostanziale tra la dimensione

reale della scultura e ciò che lui

aveva in mente. È venuto a vederla dal

vivo e ha detto "È troppo grande". Non

aveva valutato le reali dimensioni e la

differenza sostanziale tra la grandezza

naturale della scultura e ciò che lui

aveva in mente.

Qual è la dimensione della statua? Si

tratta di un mezzo busto da 140cm. Aggiungendo

le mie gambe raggiungiamo

un'altezza di 2 metri e 75 centimetri.

Dopo aver valutato attentamente se

aveva un posto dove posizionarlo Cem

ha dovuto desistere. Mi spiace non

avere trovato il collezionista in Turchia

Allora cosa è successo poi alla scultura?

Venduta, è stata venduta molto

rapidamente. Gran parte del merito è

della mia galleria. Lavoro con una galleria

straniera con sedi a Beirut, New

York e Parigi.

Chi l'ha acquistata? Un appassionato

del Kuwait. Un'altra versione è stata

acquisita da un importante collezionista

Belga.

Ti è dispiaciuto che non sia stata venduta

ai Turchi? Mi dispiace molto perché

ho lavorato su queste sculture

all'estero. Dopo averle finite le ho portate

in Turchia. Francamente mi auguravo

che restassero qui. Ma così non è

stato.

Credi che il valore dell'arte e degli artisti

all'estero sia molto più riconosciuto?

Non penso che lo sia.

Contemporary Istanbul è uno spazio

internazionale e si lavora con una galleria

internazionale in uno spazio internazionale.

Questo è un prezzo internazionale.

Ciò accade per via dell'euro,

la politica dei prezzi all'estero non permette

di trattenere le opere sempre qui.

Pensi che sia molto costoso? Sono

tante le opere a prezzi simili, questo è

dovuto all'investimento in termini di

duro lavoro ed anche al costo di produzione.

Volendo tornare alla domanda

precedente non c'è interesse nel sapere

il vero valore. La gente che visita Contemporay

Istanbul avrebbe voluto acquistarla,

ma quel prezzo, derivato dai

motivi che dicevo, è difficile da soddisfare.

Per Cem Ylmaz è stato il problema

principale? No, no. L'amico Cem ha

rinunciato non avendo dove collocarla,

non per i soldi.

A proposito, hai appena detto che hai

realizzato sculture all'estero. Dov'è il

tuo studio? In Italia. Uno a Bologna,

uno a Firenze. Lavoro in due studi diversi

con due tecniche diverse.

Perché l'Italia?

Il tema principale era l'anatomia. Il mio

obiettivo era quello di riprodurre una

vera anatomia rinascimentale. Quando

parli di vera anatomia rinascimentale,

la mente va inevitabilmente in Italia.

Com'è avvenuto questo processo? Ho

consultato i maestri italiani, e ho

creato una bella squadra con loro. Ho

presentato i miei progetti, abbiamo trascorso

molti giorni insieme come una

squadra e abbiamo creato. Questi non

sono progetti che si realizzano da soli,

si ha bisogno di una squadra. Ora

stiamo progredendo in modo molto

sano. Vorrei portare qualche altro lavoro

a Contemporary Istanbul.

Qual è l'obiettivo attuale? L'obiettivo

del 2018 è di poter realizzare delle mostre,

per competenti e appassionati, su

piattaforme internazionali. Organizzo

mostre personali a Parigi, Beirut e New

York. Ho già esposto, in passato, in una

personale a New York. Lo farò di

nuovo. Allo stesso tempo, ho partecipato

a fiere internazionali d'arte in tutto

il mondo. Sarà necessario avere idee

sempre originali per mantenere il successo.

Recentemente ho incontrato alcuni

studenti dell'accademia di Mimar

Sinan. I loro obiettivi sono troppo

grandi.

Che consiglio daresti a quei giovani tu

che hai camminato su queste strade

prima? La prima cosa è l'originalità

poi, dopo l'ideazione, l'applicazione.

Hai una buona idea, ma non riesci ad

applicarla bene. O viceversa, l'applicazione

è buona ma c'è un problema con

l'idea. Serve l'eccellenza nelle due

componenti. Non dovrebbero mai toglierselo

dalla mente.

Che dire della tecnica?

Senza tecnica nulla è possibile. L'applicazione

richiede una tecnica essa

stessa. Devi trovare la tecnica più appropriata

per quella applicazione e presentarla

nel miglior modo possibile. Se

tutte queste cose si incontrano, hai un

lavoro nelle tue mani. Ci sono molti


26

collezionisti e gallerie all'estero che

sono interessati all'arte. E sii certo che

queste persone sicuramente apprezzeranno

quando si trovano davanti ad una

buona idea.

Pensi che in Turchia, venga dato il

valore che merita all'arte? Francamente

... per un secondo, non volendo

dire niente di sbagliato, sorride. Penso

che ne valga la pena, ma immagino ci

sia un problema che riguarda il modo a

cui diamo valore. Ma c'è una trasformazione.

Anche l'interesse per l'arte e

il numero di giovani interessati all'arte

stanno aumentando come le iniziative

simili a Contemporary Istanbul. Dico

questo sulla base dell' interesse dimostrato,

ovviamente. Non ho idee circa

ciò che il Paese può fare. Posso dire

cosa può essere fatto in senso personale.

Ora che l'enorme mondo che

chiamiamo Internet è diventato così,

puoi mostrare il tuo port-folio e i milioni

di lavori che hai fatto in pochi secondi.

Devi usare bene Internet e i

social media. lo lo faccio.

L'amore per l'arte per i giovani è

come un vaccino per i bambini? C'è

una formula per questo? Questa è

un'interpretazione molto personale, ma

il mio approccio è: preferisco far sorridere

le persone. Lo penso, e non riporto

soggetti drammatici. Come ho

detto, è una mia scelta. Ne vedo i benefici.

Come? Mi rivolgo a persone di

tutte le età. Ancora una volta, il fatto

che i bambini amano qualcosa nelle

mie opere, significa che le famiglie le

adorano. Questo è molto importante.

Bisogna ci si ricordi l'opera non il

nome.

Per quante Sterline o Euro vengono

vendute in media?

(Sorride) C'è o no in Turchia la percezione

che l'arte sia stata monetizzata,

in effetti, ti sto chiedendo di confutare

un po' questa tesi. Capisco. Ovviamente

ci sono artisti che hanno guadagnato

molto denaro dall'arte. Il numero

di persone che preferiscono vivere la

propria vita facendo arte è molto più

numeroso in tutto il mondo.

Chi ti piace in Turchia, quali sono gli

artisti degni di nota in questo lavoro?

çagatay Odabas, Gazi Sansoy. Ma ci

sono un sacco di artisti dei quali non si

conosce il nome il cui lavoro è di prim'ordine.

Cosa succede non ti piace un lavoro

di uno di questi nomi?

Li ricordo per il lavoro, non per il

nome (sorridendo).

I bambini trovano idee originali per

giocare. Produrre idee originali, per

Emre Yusufi, portando alla luce opere

non testate è quasi un gioco da ragazzi.

Perché il potenziale è basato interamente

sul sogno e sulla realizzazione

dell'idea iniziale del suo sogno. D'altra

parte, la più grande distinzione tra

Emre Yusufi e gli altri è la capacità di

marketing. Immagina, realizzalo, rendilo

concreto e continua a commercializzarlo.

Se puoi immaginare un'apertura

al mercato quando sogni, così

puoi prevedere come andrà la tua attività

alla fine.

Elçin Sangu ha riconosciuto favorevolmente

il valore della tua arte dicendosi

una delle tue prime fan in

Turchia. Com'è andata? Vi eravate

già incontrati prima dell'acquisto di

quel dipinto? Ho ottenuto uno dei miei

migliori successi in Contemporary

Istanbul, la prima volta che ho partecipato.

Un quadro con Ercole che nuota

a le braccia aperte. È venuta, ha visto

l'opera, ma io non lo sapevo. Quando è

tornata per acquistare, aveva pianificato

dove avrebbero appeso il quadro

in casa. Non ci eravamo mai incontrati

prima.

Capiscono la tua arte? Non ha significato

che comprendano lo stato mentale

che ha pensato l'opera, so che hanno

collezioni molto importanti e belle.


Emre con

Ferzan Özpetek

Stanno davvero facendo una buona

scelta. È stato molto bello far parte

della loro collezione.

Quali sono le celebrità con cui si lavora

in Turchia? Elçin Sangu, Cem

Yllmaz, Ozan Guven. Non m viene in

mente altro al momento ...

Non pensi ad una mostra personale in

Turchia? Voglio, ma non so quando.

La fase di preparazione è molto importante

in questo settore. Soprattutto se il

soggetto è la scultura. Se si guarda alla

realizzazione del lavoro, ci vogliono

tre mesi.

Ti vedo come un artista che rappresenta

la Turchia all'estero. Grazie ...

credo che succederà presto.

Qual è stata la materia che preferivi

durante la scuola primaria? Pittura, la

mia materia preferita di sempre è stata

la pittura. Tutti i miei taccuini sono

pieni di disegni. Anche a lezione, lo facevo

continuamente. A proposito, ero

davvero pessimo in matematica (sorride).

Come è stato scoperto questo tuo talento

e come è arrivato fino a questo

punto? Grazie a mia Mamma. La

Mamma è il segreto dietro questo successo.

È una curatrice internazionale.

È nel mondo dell'arte da molti anni.

Hai intrapreso la tua vita direttamente

come artista, quindi. No, sono stato

nel mondo della pubblicità per molti

anni come designer. Ma certamente le

mie origini sono sempre state collegate

all'arte perché la mia educazione era

focalizzata sulle belle arti.

Fino a che punto tua madre ti ha guidato?

Come ho detto, quando sei sempre

connesso alle arti, giochi costantemente

con la carta. E quindi mia

madre me lo diceva. “Se continui così,

andrai avanti in questa direzione”, mi

diceva. Me lo ha detto, me lo ha detto,

e ...

E? Sono andato avanti e ho creato

qualcosa. I miei genitori hanno esposto

le mie collezioni anche in contesti internazionali.

Quali scuole hai frequentato? Sono

laureato alla Facoltà di Belle Arti dell'Università

di Marmara. Ma all'inizio

ho studiato arte a Firenze. Poi ho conseguito

il master presso la Yeditepe

University. Quindi, studio da sempre

arte e grafica.

Ti piace più la fotografia o la scultura?

La scultura è molto eccitante.

Sei un artista pieno di arte, pieno di

dipinti e musica. E hai anche un lato

da musicista. Hai persino inciso un

album. Si si (ride). L'album è uscito

ma quando lo dici si pensa ad un album

da solista, suono le tastiere in un

gruppo musicale in cui sono coinvolte

le persone che amo. Il nome del nostro

gruppo è Olive. Abbiamo realizzato un

album intitolato “Hello I am Human”.

È un progetto delizioso. Quando hai

iniziato a suonare la tastiera? Quando

ero molto giovane. C’era un organo, ho

dato un'occhiata alla tastiera e ho premuto

i tasti, bid bid (ride). A proposito,

il mio compianto padre suonava il

flauto traverso. Si era laureato presso

l'università che avrei poi frequentato

io. Era un importante pubblicitario. In

altre parole, c'è una situazione di transizione

genetica da parte di madre e di

padre. Ma non sappiamo da dove venisse.

Tuttavia, è certo che ogni essere

umano è creativo. Al cento per cento.

Solo che questa creatività emerge in

forme diverse. Chi riflette visivamente,

chi come idea.

Mi hai appena detto che non avevi

successo in matematica. Ero lo studente

più scarso della mia classe. A

proposito di successo, voglio dirtelo,

ora sei sulla buona strada per diventare

un artista e scultore di successo. I

Hope.


28

Carmelo CONSOLI

luce e magia del colore


CERNOBBIO (CO)

BARI

gAllERIA

StEfANO SImmI

ROmA

PERugIA

Galleria Ess&rrE

Porto Turistico di Roma - 00121 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - loc. 876

cell. 329 4681684 - www.accainarte.it - acca@accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com

R O M A

Studio: via dello Scudo, 42 - 06132 - Pila (PG)

Tel. 075 774878 - Cell. 368 519066

www.carmeloconsoli.it - consolicarmelo@tin.it


30

Anna M aria Tani

in m ostra presso G alleria Ess& rrE

dal3 al9 m arzo 2018

“L’Arte delle Donne”

“Universi infiniti” - 2017 - tecnica mista su tela - cm. 70 x 70

Studio: 00039 Zagarolo (Rm) Via Cancellata di Mezzo 78

Cell. 393 9912034 - tani.anna.maria@gmail.com

AnnaMariaTani-pittore/incisore


“Universi infiniti A” - 2017 - tecnica mista su tela - cm. 80 x 60

W W W .A RTIN G O U T.C O M

per la prom ozione delle artivisive

Tel.+39 06 8418055 -info@ artingout.com


32

Giuseppe Amadio

galleria Ess&rrE

Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - Roma

www.accainarte.it - galleriaesserre@gmail.com


presenta

G ler zcan

Bu kaçıncı tecevüz, Bu kaçıncı intihar

Bir arzu dürtüsünde kaybolan, yiten yaşamlardı.

Kadın kanlar içerisinde akıtırken göz yaşlarını

Bu ne son tecavüz, ne de son intihar.

Dönüp arkalarını giderlerken…

How many rapes… How many suicides…

Lives were lost and wasted In the impulse of passion.

Whilst the woman shed tears in a welter of blood

It was not the last rape, neither was the last suicide

That they turned back and went away…

Quanti stupri, quanti suicidi, quante vite perse

dietro una passione istintiva.

Mentre la donna coperta di sangue piangeva,

questa non era né il primo stupro né il primo suicidio.

Loro invece si giravano e se ne andavano….

Birsen Tankaya Dinç

Rape / abuse 1, Acrilic on Canvas, 100 x 80 2017

www.gulerozcan.com

L’artista sarà presente

all’edizione 2018

di Vernice Art Fair, Forlì

www.euroexpoart.com


34


HOKUSAI

sulle orme del Maestro…

tra le sue “immagini del Mondo Fluttuante”

di Marina Novelli

okusai […]

i suoi disegni;

le onde

sono come artigli che si

aggrappano alla nave e riesco


H

Katsushika Hokusai - La [grande] onda presso la costa di Kanagawa dalla serie Trentasei vedute del monte Fuji, 1830 - 1832 circa

Silografia policroma - Kawasaki Isago no Sato Museum

quasi a sentirli…”, è quanto scri-

veva Van Gogh di Hokusai che deve infatti

la sua fama universale alla

“Grande Onda”, facente parte della

serie di Trentasei vedute del Monte

Fuji, che riprodotte ebbero infatti una

forte influenza sugli artisti parigini di

fine Ottocento, tra i quali Manet, Toulouse

Lautrec, Monet e lo stesso Van

Gogh appunto, i quali, tutti insieme,

furono i protagonisti del celebre movimento

Japonisme. Un maestro quindi

che ha avuto il grande ruolo di far nascere

correnti nuove migrando dall’oriente

verso l’Europa. L’opera di

Katsushika Hokusai (1760 – 1849) è

vastissima ed abbraccia, con il suo

ukiyoe (immagini del Mondo Fluttuante),

un periodo tra la fine del Settecento

e la prima metà dell’Ottocento.

La sua straordinaria diffusione nel

tempo è avvenuta anche grazie al copioso

numero dei suoi seguaci, tali da

divulgare un nuovo modo di rappresentare.

Roma, nelle prestigiose sale

dell’Ara Pacis, ha ospitato la sua suggestiva

mostra che, a partire dallo

scorso 12 ottobre 2017, ha registrato

un altissimo numero di visitatori e di

apprezzamenti…una mostra insolita

che si è articolata in due parti data

l’elevatissima delicatezza di alcune

opere. Tale mostra è stata promossa da

Roma Capitale, Assessorato alla Crescita

Culturale, Sovrintendenza ai Beni

Culturali con il supporto dell’Ambasciata

Giapponese, organizzata da

MondoMostre Skira e Zètema Progetto


36

Katsushika Hokusai - Giornata limpida col vento del sud (o Fuji Rosso), dalla serie Trentasei vedute del monte Fuji, 1830-1832 circa

Silografia policroma - Kawasaki Isago no Sato Museum

Cultura. A dar conto dell’opera

e dell’eredità del

grande maestro invece è

stato il lavoro attento ed acculturato

di Rossella Menegazzo

che ha voluto sottolineare

quanto in passato

l’Italia venisse considerata

come “il bacino” della cultura

e il Giappone “il fruitore”.

Oggi invece possiamo

ben dire – ella specifica

– di essere alla pari, in

quanto già nel 2016 si sono

succeduti numerosi eventi

culturali atti a divulgare la

cultura giapponese, nei

suoi molteplici aspetti, che

vanno dalle arti tradizionali

allo sport, non ultimi l’architettura,

la fotografia e la

cultura culinaria. Esperimento

molto ben riuscito,

affermiamo noi in quanto le

opere dei maestri dell’ u-

kiyoe erano già state presentate

a Milano riscuotendo

un vastissimo consenso

di pubblico e di critica,

non ultimo pertanto,

vale la pena di citare, il

grande successo ottenuto

con la mostra del fotografo

giapponese Ken Domon nel

2016, sempre nelle sale

dell’Ara Pacis.

Ma vediamo chi è Hokusai!

Egli nasce nel 1760 a Edo

(odierna Tokio) e nel 1778

diventa allievo di Shunsho

di cui, alla sua morte, eredita

la conduzione del suo

atelier Tawaraya, mutando

la sua firma da “Shunro” a

“Sori” ed a questo periodo

appartengono infatti i suoi

ritratti di più alto livello

espressivo della beltà dal

viso allungato e nelle elaborazioni

prospettiche dei

paesaggi. Nel 1798 invece

lo vediamo adottare un linguaggio

figurativo più originale

ed indipendente da

ogni altro stile artistico

precedente, mutando contemporaneamente

il proprio

nome in “Hokusai”, tanto

bello quanto musicale, nome

di cui si servirà pertanto

Katsushika Hokusai - La cascata di Onō lungo la strada Kiso,

1830-1832 circa Silografia policroma - Kawasaki Isago no Sato Museum


Katsushika Hokusai - Veduta del tramonto presso il ponte Ryogoku dalla sponda del pontile di Onmaya, dalla serie Trentasei vedute del

monte Fuji, 1830-1832 - Silografia policroma - Kawasaki Isago no Sato Museum

fino al 1813. Indubbiamente l’eccentricità

delle sue creazioni pittoriche

contribuiscono ad accrescere la sua

fama e soprattutto la pubblicazione

dei Manga, una sorta di manuali di

disegno per pittori professionisti e dilettanti.

Dal 1820 invece, all’età di

sessant’anni, rinnova il suo linguaggio

firmandosi Hokusai Iitsu (“di

nuovo stile”). Sono questi gli anni

delle sue opere più note, tra cui le

Trentasei vedute del Monte Fuji, la

Grande Onda, la serie dei ponti e

delle cascate, nonché dei grandi e

piccoli fiori, facendo sì che il paesaggio

diventi un genere autonomo, ed è

proprio in questo momento che

l’espressione con la figura umana e

animale tocca il vertice della perfezione.

Lo vediamo, nel 1834, utilizzare

il nome di “Manji” (simbolo

buddista di buon auspicio) nel primo

volume della trilogia delle Cento vedute

del Monte Fuji…volume che

contiene inoltre il suo testamento spirituale.

Successivamente si trasferisce

nella città di Uraga e lavora alla

produzione di stampe storico-letterarie.

Fa ritorno ad Edo, sua città natale,

nel 1837 ma un incendio distrugge

totalmente la sua casa e tutte

le sue opere letterarie. Si dedica, subito

dopo, alla raffigurazione dei

leoni cinesi, una sorta di esorcismi

quotidiani, considerati dei veri e propri

talismani contro avversità, malattie

e disgrazie. Realizza poi

importanti dipinti a Obuse, dove si

reca nei suoi ultimi anni… dove

muore, nel 1849.

“Sin dall’età di sei anni ho amato dipingere

qualsiasi forma di cosa. All’età

di cinquanta ho disegnato

qualcosa di buono, ma fino a quel

che ho raffigurato a sessant’anni non

c’è nulla degno di considerazione. A

settantatré ho un po’ intuito l’essenza

della struttura della natura, uccelli,

pesci, animali, insetti, alberi, erbe. A

ottant’anni avrò sviluppato questa

capacità ancora oltre mentre a novanta

riuscirò a raggiungere il segreto

della pittura. A cento anni avrò

forse veramente raggiunto la dimensione

del divino. Quando ne avrò

centodieci, anche solo un punto o

una linea saranno dotati di vita propria.

Prego quelli tra lor signori che

godranno di lunga vita di controllare

se quanto sostengo si rivelerà infondato.

Scrivo questo in tarda età.

Usavo chiamarmi Hokusai, ma oggi

mi firmo “Manji il vecchio pazzo per

la pittura”. Manji il vecchio pazzo

per la pittura – 1834

Prefazione alle Cento vedute del Monte

Fuji.

Alla luce di quanto sopra, possiamo

quindi definire, in parole povere (…

ma ricchissime di significato!), il nostro

Hokusai uno “sperimentatore”

che variava formati e tecniche, che

proponeva dipinti a inchiostro e colore

su rotoli verticali ed orizzontali,

silografie policrome di varie misure

per il grande mercato, fino ai più raffinati

“Surimono”, usati come biglietti

augurali, inviti per eventi ed

incontri letterari, cerimonie del tè ed

inviti a teatro. I “Manga” invece,

sono una raccolta di volumi in cui si

possono ammirare centinai di schizzi

e disegni, stampati in solo inchiostro

nero, e qualche raro, nonché parsimonioso,

delicato tocco di vermiglio e

che rappresentano un compendio di

tanta eccentricità e genialità messa a

disposizione di giovani artisti e pittori

quali modelli per ogni genere di

soggetto.


38

Katsushika Hokusai - Il Monte Fuji al tramonto, 1843 Dipinto su rotolo,

Collezione privata

Tra i suoi allievi di maggiore spicco

non possiamo non notare la figura di

Keisai Eisen (1790 – 1848), che non fu

mai un allievo diretto di Hokusai ma

che ne venne fortemente influenzato, e

che determinò gli sviluppi delle stampe

di bellezze femminili e paesaggi tra gli

anni 1810-30. Proprio ad Eisen, presentato

in Italia in questa mostra, infatti

appartiene la bellissima ed

imponente figura di cortigiana rappresentata

nella silografia che Van Gogh

dipinge alle spalle di Père Tanguy e

che utilizza anche sulla copertina del

Paris Le Japon Illustré nel 1887.

Di notevole interesse ho trovato, ed è

una delle cose che più di ogni altra mi

ha emozionata in questa mostra, è stato

notare come, nel 1830 a seguito dell’introduzione

del blù di Prussia (uno

dei miei colori preferiti!), Eisen abbia

orientato la sua produzione pittorica

verso la realizzazione di stampe monocromatiche…con

solo inchiostro blu

(aizurie), notevoli per l’eccellenza

delle gradazioni tonali, realizzate nel

formato del trittico e del ventaglio rotondo.

“Quello che invidio ai giapponesi è

l’estrema limpidezza che ogni elemento

ha nelle loro opere […].Le loro opere

sono semplici come un respiro, e riescono

a creare una figura con pochi

ma decisi tratti, con la stessa facilità

con la quale ci abbottoniamo il gilet.

Ah, devo riuscire anche io a creare

delle figure con pochi tratti”.

Vincent Van Gogh a Theo Van Gogh

Arles, 23/24 Settembre 1888

Non possiamo che dar ragione a Van

Gogh in merito alla “estrema limpidezza

che ogni elemento ha nelle loro

opere”, un saggio delle quali è stato

possibile ammirare nella mostra all’Ara

Pacis, che è stata suddivisa in

cinque interessanti sezioni, concernenti

i temi più alla moda e richiesti dal mercato

dell’epoca. La prima sezione denominata

Meisho – mete da non

perdere, in cui sono state presentate le

serie più famose di Hokusai: le Trentasei

vedute del Monte Fuji, le otto di

ōmi, i tre volumi sulle cento vedute

del Monte Fuji, ed un dipinto su rotolo

del Monte Fuji presentato per la prima

volta in Italia in anteprima assoluta.

Erano queste infatti le mete di viaggio

e i luoghi celebri che un giapponese di

epoca Edo non doveva assolutamente

perdere: cascate, ponti e luoghi naturali

delle province più lontane, vedute del

Monte Fiji da luoghi famosi posti sulla

riva del Tōkaido che collegava Edo

(Tokio) a Kyoto. Figura di spicco è

stata la “Grande Onda” di Hokusai, che

si è potuta apprezzare e godere in ben

due versioni differenti che si sono alternate

suddividendo a metà il periodo

espositivo, decisione dovuta , come abbiamo

già visto, per ragioni conservative.

La prima proveniente dal Museo

d’Arte Orientale di Genova e la seconda

dalla collezione Kawasaki Isago

no Sato Museum, così come tante altre

importanti silografie, riguardanti il

Monte Fuji confrontabili in doppia versione.

La seconda sezione è stata dedicata

alla Beltà alla moda, una serie di dipinti

su rotolo e silografie policrome

dedicate al ritratto di beltà femminili e

cortigiane delle famose case da tè del

rinomato quartiere di piacere di Yoshiwara

e che mettono a confronto lo stile

del maestro Hokusai con quello di alcuni

tra i suoi allievi più famosi tra cui

Gessai Utamasa, Ryūryūkyo Shinsai,

Hokumei, Teisai Hokuba. Di notevole

rilievo è la novità di composizione di

Keisai Eisen, con la sua spiccata per-


Katsushika Hokusai - Il Fuji da Gotenyama presso Shinagawa sul Tōkaidō, dalla serie Trentasei vedute del monte

Fuji, 1830-1832 circa - Silografia policroma - Kawasaki Isago no Sato Museum

sonalità nel campo del ritratto femminile, in grado

di redigere un vero e proprio reportage di moda,

tale da evidenziare i Kimono e i tessuti raffinatissimi

dai ricercati motivi, coloratissimi e studiati fin

nei particolari più minuziosi. È stata adattata in

questo contesto anche una piccola ma raffinata raccolta

di immagini legate alla seduzione e al mondo

del piacere e dell’erotismo, mettendo a confronto

Hokusai ed Eisen attraverso silografie “pericolose”

(abunae), in cui si intuisce l’intenzione di scambio

amoroso senza mai svelarne palesemente l’aspetto

sessuale sublimato attraverso la bellezza di stoffe

ed abiti che coprono i corpi, conducendo al sogno.

Alla terza sezione è stato dedicato il tema della

Fortuna e buon augurio. Silografie ed una serie di

undici dipinti su rotolo di Hokusai, raffiguranti le

divinità popolari della fortuna, da cui si evince uno

dei soggetti in voga all’epoca come portafortuna,

protezione, augurio per occasioni speciali…davvero

suggestive immagini esposte per la prima

volta in Italia.

Catturare l’essenza della natura è stata invece la

quarta sezione, dove abbiamo visto Hokusai e allievi

a confronto attraverso una serie di dipinti su

rotolo provenienti dal Giappone, sul tema della natura

e degli animali, al fine di sottolineare i motivi

classici della pittura di “fiori e uccelli” e la valenza

simbolica di alcuni animali particolari quali il

drago, la tigre, la capra ed il gallo, riproposti nello

stile di ciascun artista.

I Manga – manuali per imparare – hanno rappresentato

la quinta ed ultima sezione. Attraverso la

serie completa dei 15 volumi di Manga di Hokusai

che ci hanno rimandato ai tratti ed alla forza che il

maestro ha dato ad ogni creatura che abbia deciso

di rappresentare, ma anche alla sua volontà di in-

Katsushika Hokusai - Sugoroku gioco da tavolo dei Luoghi famosi di Edo

Silografia policroma - Kawasaki Isago no Sato Museum


40

Keisai Eisen - Yamashita in Shitaya e Kōriyama in ōshū dalla serie

Paragoni di luoghi famosi nelle province, 1818-1830 circa Silografia

policroma, 38,0 × 25,7 cm - Chiba City Museum of Art

Keisai Eisen - Totsuka: Masuyama di Matsubaya dalla serie: Gioco del

Tōkaidō con cortigiane: Cinquantatré coppie a Yoshiwara, 1825

Silografia policroma, 37,9 × 25,6 cm - Chiba City Museum of Art

Keisai Eisen - Hisaka: Michisode di Owariya dalla serie: Gioco del

Tōkaidō con cortigiane: Cinquantatré coppie a Yoshiwara, 1825

Silografia policroma, 38,5 × 25,6 cm - Chiba City Museum of Art

segnare le regole della pittura ad artisti

ed appassionati. Affiancato ai volumi

di Hokusai è stato possibile vedere un

album dell’allievo Shotei che ha ripercorso

i soggetti e le forme del maestro,

proponendo pagine fitte di disegni e

schizzi.

Data l’elevata divulgazione che ha

dato all’opera del Maestro Hokusai, è

doveroso dare un ultimo sguardo alla

figura di Eisen. Egli nasce a Edo, nel

1791, figlio di un samurai nonché dotato

calligrafo. La sua vita e la sua arte

sono ampiamente documentate dagli

“Scritti di un vecchio senza nome” del

1833, opera considerata la sua autobiografia.

All’età di vent’anni, a seguito

della perdita dei genitori, decide di dedicarsi

all’ukiyoe, ed in seguito compone

alcuni testi e disegna stampe

teatrali. Nelle sue prime opere vediamo

raffigurate la beltà femminile, da cui

però si distacca presto per cimentarsi

nella raffigurazione di donne dal fisico

corpulento, stabile, concreto e vitale,

prestando molta attenzione ai particolari,

all’abbigliamento, agli accessori,

al trucco ed alle espressioni facciali.

Eisen è stato, a ragione, fonte di ispirazione

per lo stesso Van Gogh. Interessante

notare come dal 1830, a

seguito dell’introduzione del blù di

Prussia, Eisen orienta la sua produzione

pittorica verso la realizzazione di

stampe monocromatiche …con solo inchiostro

blù (aizurie), notevoli per l’eccellenza

delle gradazioni tonali,

realizzate nel formato del trittico e del

ventaglio tondo. Nel 1835 disegna ventiquattro

stampe della serie “Sessantanove

stazioni del Kisokaidò…progetto

che però non sarà completato. La serie

dei paesaggi assumono una connotazione

di grande originalità, fondendo il

genere del paesaggio e quello dei ritratti

di beltà in una unica immagine.

Nel 1833 redige una nuova versione

delle biografie di artisti ukiyoe. Muore

il 22 luglio del 1848 e sepolto presso il

Fukujuin, tempio nel cuore di Edo.

Keisai Eisen - Momongawa dalla serie: Aspetti dello stile moderno,

1830 -1844 circa Silografia policroma, 37.3×24.4 cm

Chiba City Museum of Art

Un sentito ringraziamento ai promotori

ed organizzatori di questa importante

mostra, nonché alla minuziosa

cura della dott.ssa Rossella Menegazzo

per averci consentito, con il loro attento

lavoro di entrare, così capillarmente

in questo mondo di “immagini

del Mondo Fluttuante”, tra paesaggi,

cascate, scorci del Monte Fuji e tanto

altro ancora, il tutto espresso e descritto

con i suoi delicati equilibri cromatici,

portandoci spesso ed

inavvertitamente tra i “flutti”…sulla

sommità delle sue famosissime

“Onde”!

“Hokusai non era soltanto un pittore.

Aveva curiosità leonardesche si interessava

di architetture di macchine

strane di costumi si divertiva a fare

strabilianti caricature (io l’ho conosciuto

quando lui era già andato a curiosare

nell’altro mondo. Grazie caro

amico, grazie del tuo insegnamento allegro”.

Bruno Munari - (The sea as a craftsman)


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L’artista sarà presente

all’edizione 2018

di Vernice Art Fair, Forlì

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46

Dal 23 Marzo al 24 Giugno 2018 - Palazzo Fava - Bologna

MeTa-MORPHOSIS

L’omaggio di Bologna al genio dell'artista cinese

Zhang Dali, che in città ha vissuto e scoperto la

street art

a cura diM arilena Spataro

Sarà Bologna a ospitare,

nelle suggestive sale di

Palazzo Fava affrescate

dai Caracci, la più importante

antologica italiana dedicata a

Zhang Dali, uno dei più rappresentativi

artisti cinesi contemporanei sulla scena

internazionale. Intitolata Meta-Morphosis,

la grande esposizione, che i-

naugura il 23 Marzo e si conclude il 24

Giugno 2018, vedrà in mostra ben 220

opere, raggruppate in nove sezioni, tra

sculture, dipinti, fotografie e installazioni,

dell’imponente produzione artistica

di Zhang Dali. L'evento desidera

essere un omaggio da parte di Fondazione

Carisbo e Genus Bononiae -

Musei nella Città, all’artista che nella

città felsinea arrivò nel 1989, dopo i

drammatici fatti di Piazza Tienanmen,

rimanendovi fino al 1995. Il percorso

espositivo si apre con la serie di dipinti

Human World, che Zhang Dali dipinge

negli anni Ottanta, sul finire del periodo

di studi all’Accademia Centrale

di Arte e Design di Pechino: dipinti ad

olio su carta in rosso, nero e bianco in

cui dettagli figurativi si mescolano a

una rappresentazione onirica, frutto del

desidero di sperimentazione dell’artista

in un’ottica di contaminazione tra arte

orientale ed occidentale. La rapidità

dei cambiamenti urbanistici della Cina

contemporanea, le macerie che fanno

spazio alla modernità cancellando il

passato sono al centro del ciclo di fotografie

Dialogue and Demolition:

sulle rovine delle costruzioni abbattute

dalla furia della crescita urbana Zhang

Dali traccia per anni, a partire dal

1995, il profilo del suo volto, utilizzando

l’arma clandestina dei graffiti

appresa a Bologna: un tracciato che,

demolito, diventa finestra, rivelando il

disturbante contrasto tra la Cina tradizionale

e l’epoca contemporanea, e i

costi della modernizzazione sul patrimonio

storico e culturale. In mostra

anche il ciclo One Hundred Chinese,

realizzato tra il 2001 e il 2002, documentario

veritiero sulla condizione del

popolo cinese nel nuovo millennio, con

la rapida globalizzazione del paese: le

sculture, calchi di persone reali, diven-


tano specchio di esistenze solo apparentemente

ricche e privilegiate, in realtà

stritolate dai ritmi della modernizzazione.

E ancora i grandi dipinti

della serie AK-47e Slogan: nei primi la

sigla del kalashnikov, simbolo universale

di guerra e sopraffazione, compone

i ritratti di uomini e donne, svelando

impietosamente la violenza elemento

integrante e tessuto connettivodelle

esistenze. Nei secondi gli ideogrammi

che compongono gli slogan

della Repubblica Popolare rivelano,

grazie alle variazioni di scale cromatiche,

le foto-segnaletiche di uomini e

donne dai volti impassibili, privi di

qualsiasi segno di gioia o dolore. Volti

anonimi quanto gli slogan, appiattiti in

una massa umana indistinta.

La violenza lascia spazio al silenzio e

alla pace quasi metafisica nella serie

World’s Shadows, realizzata con l’antico

processo fotografico della cianotipia,

che disegna su tela di cotone o

carta di riso delicate ombre umane,

animali e vegetali; una scintilla di

eterno che si ritrova nelle grandi statue

antropomorfe in marmo bianco (hanbaiyu)

a grandezza naturale della serie

Permanence, in cui corpi di persone

comuni, lavoratori, migranti, scolpiti

nel materiale delle statue degli dei e

degli eroi, attingono al sublime che esiste

in ogni singola esistenza.

La storia torna prepotentemente nei

100 pannelli della grandiosa serie A

Second History, nei quali attraverso

materiali d’archivio collezionati in

sette anni, Zhang Dali rivela impietosamente

la sistematica manipolazione

delle immagini operata dal regime a

fini propagandistici degli anni dal 1950

al 1980. Il percorso si chiude con la

monumentale installazione Chinese

Offspring, serie di sculture colate in

vetroresina dei mingong, i lavoratori

strappati dalle campagne per diventare

parte del fagocitante meccanismo produttivo

della Cina post-maoista. Una

selva di sculture appese a testa in giù,

a significare la mancanza di controllo

che queste persone hanno sulla propria

vita: una riflessione di devastante impatto

sulla presente condizione di un


48

popolo diventato ingranaggio di una

macchina sulla quale non ha controllo.

Oltre che pittore, scultore, performer,

fotografo, il maestro cinese è considerato

il padre della graffiti art in Cina,

meglio ancora, della street artist, in tal

senso per la sua irriducibile volontà di

cercare, attraverso l'arte, un dialogo

con tutti gli elementi, umani ed architettonici,

corporei ed incorporei, che

permeano lo spazio urbano.

I lavori di Zhang Dali, esposti nelle più

importanti gallerie e musei di tutto il

mondo – dal MoMa di New York alla

Saatchi Gallery di Londra allo Smart

Museum di Chicago - sono il frutto di

uno sguardo profondamente umano e

partecipe sulla Cina contemporanea e

le sue drammatiche contraddizioni, sui

rapidissimi cambiamenti che la crescita

esplosiva del capitalismo ha portato

con sé negli ultimi trent’anni, dalle

drammatiche condizioni di vita dei lavoratori

ridotti alla serialità, all’urbanizzazione

selvaggia che cementifica e

cancella la tradizione.

Il titolo Meta - Morphosis della mostra

di Palazzo Fava, non è altro che un

esplicito riferimento all’essenza stessa

dell’arte di Zhang Dali, un segno di riconoscimento

che lo distingue da tutti

gli altri artisti cinesi suoi contemporanei:

arte che tenta di rappresentare i

cambiamenti della Cina, facendone

emergere le laceranti contraddizioni, i

traumi e le ripercussioni che si riverberano

soprattutto sugli anelli deboli

della catena sociale, sui lavoratori che

hanno pagato il prezzo più alto della

transizione al capitalismo, sulla popolazione

investita dalla rapidità di una

trasformazione che tutto sovverte e

cancella a ritmi vertiginosi. “Realismo

estremo”, quello di Zhang Dali, in

quanto artista che “si fa interprete del

dovere dell’arte contemporanea di

esprimere il dubbio sulla brutalità che

permea la vita”.

La mostra è un progetto a cura di

Genus Bononiae, Musei nella città

Con il patrocinio di Comune di Bologna,

Città Metropolitana di Bologna,

Alma Mater Studiorum.


ERNARD AUbERTIN

“L'iMMAteRiALità deL ROssO fuOCO”

MOSTRA PERSONALE DAL 3 AL 17 MAGGIO 2018

PRESSO MALINPENSA GALLERIA D’ARTE by LA TELAccIA

“Senza titolo” - tecnica m ista su tela bianca - cm .50 x 50

L’artista Bernard Aubertin, con i suoi “ Tableaux Feu”, quadri di fuoco, crea un equilibrio incessante tra la materialità

degli oggetti incendiati e l’immaterialità del fuoco rivelando uno stile formale incomparabile. Aubertin, dando fuoco a

fiammiferi, libri, strumenti musicali e vari oggetti, esprime un’ indagine concettuale del tutto autonoma attraverso la

quale l’essenza della cenere, che vive all’interno dell’opera in continua trasformazione, evidenzia un linguaggio suggestivo

ricco di pensiero e di profondo contenuto. I fiammiferi, che vengono disposti in fila e che seguono un ordine

ben definito e rigoroso nell’opera, comunicano costantemente tra di loro incendiandosi uno dopo l’altro in una sequenza

precisa dove il fuoco dirompente s’impone con immediatezza. La metamorfosi dei materiali, accesi di movimento

emotivo, il dinamismo strutturale e la funzione comunicativa rendono ogni sua creazione identificabile che si

traduce in uno spazio spirituale affascinante di personale ed interessante discorso. Egli, con una struttura stilistica

fatta di energia pura del rosso fuoco e con una stesura formale di evidente personalità, realizza opere scaturite da

un’ autentica resa interpretativa dove il gioco dei fiammiferi, di singolare sintesi, regala al fruitore un potere visivo

notevole di emozioni e di sensazioni.

Monia Malinpensa (Art Director- Giornalista)

MOSTRA, cATALOGO E PRESENTAzIONE A cURA DI MONIA MALINPENSA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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50

La cOLLeZIONe

caVaLLINI SGaRBI

Da NIccOLÒ DeLL'aRca a GaeTaNO PReVIaTI

TeSORI D'aRTe PeR FeRRaRa

a cura di Silvana Gatti

Gaetano Previati

(Ferrara, 1852 - Lavagna, 1920) - Una pia donzella ai tempi di Alarico (1879) - Olio su tela, 97x137 cm - Ro Ferrarese, Fondazione Cavallini Sgarbi

È

stata inaugurata sabato 3 febbraio,

nel Castello Estense di

Ferrara, la mostra “La collezione

Cavallini Sgarbi. Da Niccolò dell’Arca

a Gaetano Previati. Tesori

d’arte per Ferrara.”

L’esposizione è dedicata alla Collezione

Cavallini Sgarbi, 130 opere tra dipinti e

sculture raccolte in circa quarant’anni di

collezionismo appassionato da Vittorio

Sgarbi con la madre Caterina “Rina” Cavallini

e con la presenza silenziosa di Giuseppe

Sgarbi. Elisabetta Sgarbi, per il tramite

della propria Fondazione, ha voluto

che questa mostra raccontasse, nel luogo

più rappresentativo della città di Ferrara,

non solo la storia di una straordinaria impresa

culturale, ma anche quella della sua

famiglia che ha dedicato all’arte tutte le

energie.

La mostra è ideata e promossa dalla Fondazione

Elisabetta Sgarbi in collaborazione

con la Fondazione Cavallini Sgarbi, con il

Comune di Ferrara e sotto il patrocinio del

Ministero dei Beni e delle Attività Culturali

e del Turismo e della Regione Emilia-Romagna.

Le ricche sale dell’appartamento di

rappresentanza al piano nobile del Castello

Estense ed i “Camerini del principe” ospitano

opere che vanno dalla fine del Quattrocento

a metà Novecento, da Niccolò

dell’Arca a Niccolò Pisano, dal Garofalo a

Gaetano Previati, da Giovanni Boldini a

Giuseppe Mentessi.

L’amore di Vittorio Sgarbi per il collezionismo

è partito inizialmente dai libri. Dopo

aver acquisito, a partire dal 1976, 2800 titoli

delle 3500 fonti, trattati, guide e storie

locali, databili dal 1503 al 1898, elencati da

Julius von Schlosser nella sua “Letteratura

artistica”, cuore di una biblioteca con oltre

200.000 volumi, Vittorio Sgarbi ha cambiato

registro scoprendo il piacere di collezionare

quadri e sculture. Inizia così una

lunga avventura, a partire dal 1984, anno

in cui il noto critico si trova dinanzi al San

Domenico di Niccolò dell’Arca. Sgarbi, per

la sua collezione, non acquista le opere inflazionate

del mercato dell’arte, ma le o-

pere “introvabili e incercabili”, dando o-

rigine ad una collezione che rappresenta


Antonio Cicognara

(Cremona, documentato dal 1480 al 1500)

Madonna del latte tra sant’Agnese e santa Caterina d’Alessandria (1490)

Olio su tavola, 168 x 122 cm

Ro Ferrarese, Fondazione Cavallini Sgarbi

Niccolò dell’Arca

(Puglia 1435/1440 - Bologna 1494)

Aquila (circa 1478)

Terracotta, 54 x 53 x 53 cm

Ro Ferrarese, Fondazione Cavallini Sgarbi

una vera e propria panoramica dell’arte italiana,

tra pittura e scultura, dal XV secolo

ai giorni nostri.

La collezione comprende preziosi manufatti

creati in antiche botteghe delle quali si

hanno ancora poche notizie, basti citare la

fucina degli Embriachi, organizzata da un

certo Baldassarre fiorentino, al quale è stato

riconosciuto un ruolo di gestione imprenditoriale,

acquisito grazie a frequenti

viaggi in Inghilterra, Francia e Catalogna.

Il compito di dirigere la bottega degli Embriachi

fu sicuramente affidato da Baldassarre

allo scultore concittadino Giovanni di

Jacopo, entrambi scomparsi nell’anno 1406.

La cifra stilistica dei lavori di questa bottega

ricorda lo stile di un altro laboratorio

impegnato nella realizzazione di cofanetti

in osso e corno, la cosiddetta “Bottega a figure

inchiodate”, che prende il nome dalla

tecnica che permetteva di fissare le lamelle

con i rilievi figurativi al supporto ligneo

mediante l’uso di piccoli chiodi. Gli Embriachi,

inizialmente attivi a Firenze fra il

1370 e il 1380, operarono dal 1395 a Venezia.

La loro attività tramontò verso il 1430,

ma alcuni imitatori continuarono per decenni

la produzione di questi oggetti. Di

questa produzione sono importante testimonianza

le quattro opere presentate in mostra.

La prima di queste è una Cornice di

specchio da parete di forma ottagonale e

dal coronamento cuspidato, nel quale campeggia

una figura alata che posa la mano

destra su una colonna e stringe nella sinistra

uno scudo, al cospetto di due angeli,

La parte centrale con lo specchio circolare

è racchiusa entro la cornice composita,

dove due minute fasce intarsiate – realizzate

con pezzetti di legno e osso – inquadrano

le lamelle con le raffigurazioni di

creature angeliche su di uno sfondo a foglie

di rosa stilizzate. In questo tipo di oggetti

e nei Cofanetti, elaborati per celebrare

le nozze di due coniugi, sono spesso raffigurati

una coppia di scudi, ad indicare le

casate dei committenti. Gli altri tre testimoni

della produzione embriacesca in mostra

sono dei Cofanetti intarsiati con coppie

di figure, concepiti come portagioielli e nel

contempo per celebrare i matrimoni. Due

dei cofanetti esposti sono riferibili a una

bottega dell’Italia settentrionale attiva nel

primo trentennio del Quattrocento, prossima

a quella degli Embriachi. Il terzo manufatto

svela la matrice fiorentina, in quanto

nelle lamelle si può notare la tipica raffigurazione

dei pini a ombrello (su fondo

nero), mentre agli angoli sono raffigurate

delle figure maschili con la clava e scudo,

e lo sfondo naturalistico è caratterizzato da

ciuffi d’erba pitturati a tempera, elementi

presenti anche nel Cofanetto con la Storia

di Giasone attribuito alla Bottega di Baldassarre

degli Embriachi, datato alla fine

del XIV secolo e custodito al Louvre.

Importante elemento della mostra è un capolavoro

del Rinascimento italiano, il San

Domenico in terracotta modellato nel 1474

da Niccolò dell’Arca e posto inizialmente

sopra la porta “della vestiaria” nel convento

della chiesa di San Domenico a Bologna,

dove tra il 1469 e il 1473 l’artista attese

all’Arca del santo da cui deriva il suo pseudonimo.

Immagine forte e vigorosa, documenta

la capacità del maestro pugliese di

rendere vitali le sue figure. Si può ben dire

che Niccolò dell’Arca fu un grande scultore

del Quattrocento italiano, nonostante non

sia famoso come Donatello o Michelangelo.

Le fonti storiche sottolineano le sue

capacità nella riproduzione degli animali:

“Fe’ mosche che pareano vive, e altri animaliti

tute chose mirabele” (dalla Tuata

1494, ed. 2005, p. 368), “fece anco una

gabbia con un augelletto dentro di grandezza

quanto e una oncia di piede, et molti

altri simili capricci”(in Ghirardacci ante

1598, ed. 1933, p. 285). Vittorio Sgarbi ha

incluso nella sua collezione anche un’altra

opera di Niccolò dell’Arca, un’Aquila in

terracotta che appare un primo studio per

quella posta sul portale d’ingresso della


52

Niccolò dell’Arca

(Puglia 1435/1440 - Bologna 1494)

San Domenico (1474)

Terracotta, 80 x 67 x 45 cm

Ro Ferrarese, Fondazione Cavallini Sgarbi

facciata della chiesa di San Giovanni in

Monte a Bologna. Le due sculture di Niccolò

furono trovate da Sgarbi in coincidenza

con la scomparsa delle persone a lui

più care: lo zio Bruno, nel 1984, e la madre

Rina, nel 2015.

Seguono i notevoli capitelli con sibille eseguiti

nel 1484 dal celebre scultore ticinese

Domenico Gagini per la confraternita di

Santa Maria dell’Annunziata di Palermo, le

terrecotte di Matteo Civitali e Agostino de

Fundulis, e una straordinaria raccolta di

preziosi dipinti, prevalentemente su tavola,

eseguiti tra la fine del Quattrocento e gli

inizi del Cinquecento. Ai pittori nati o attivi

a Ferrara – Antonio Cicognara, Giovanni

Battista Benvenuti detto l’Ortolano, Nicolò

Pisano, Benvenuto Tisi detto il Garofalo –

si affiancano autori rari come Liberale da

Verona, Jacopo da Valenza, Antonio da

Crevalcore, Giovanni Agostino da Lodi,

Nicola Filotesio detto Cola dell’Amatrice,

Johannes Hispanus, Bernardino da Tossignano,

Francesco Zaganelli, Bartolomeo di

David, Lambert Sustris.

Tra i numerosi quadri a soggetto religioso,

colpisce lo sguardo il grande trono marmoreo

con semicupola decorata a conchiglia

della “Madonna del latte tra sant’Agnese e

santa Caterina d’Alessandria”, con ai lati

dell’opera le imponenti figure delle due

sante, contraddistinte dalla palma del martirio

e dai rispettivi attributi, l’agnello e la

ruota, quasi occultati: l’uno ai piedi della

santa e di proporzioni ridotte, l’altro si nota

solo se si osserva il lembo della veste sorretto

dalla santa. Questa pala ripropone l’iconografia

antica della Vergine allattante,

dove l’erculeo Bambino Gesù, nudo e con

girocollo di corallo, volge la testa verso lo

spettatore, distraendosi dalle attenzioni materne.

Il punto focale della composizione è

il trono tridimensionale, a nicchia con calotta

a valva di conchiglia, che rimanda

chiaramente alla Pala di Brera di Piero

della Francesca ed all’altare Roverella di

Cosmé Tura, fino all’Incisione Previdari

del 1481 per l’architettura. La pala, datata

e firmata, è da attribuire ad Antonio Cicognara

– pittore e miniatore di origini forse

cremonesi.

Il focus sulla “scuola ferrarese” prosegue

agli inizi del XVII secolo con i dipinti di

Sebastiano Filippi detto il Bastianino, Gaspare

Venturini, Ippolito Scarsella detto lo

Scarsellino, Camillo Ricci, Giuseppe Caletti

e Carlo Bononi. Contestualmente si

possono ammirare diversi capolavori della

pittura italiana del Seicento, tra i quali la

Cleopatra di Artemisia Gentileschi, insieme

ai soggetti femminili che spiccano vistosamente

fra i dipinti della raccolta. La prima

notizia sulla Cleopatra di Artemisia risale

al 1945, quando Antonio Baldini (Roma,

1889-1962) la pubblicò sul settimanale

“L’Europeo” registrandone l’intervento di

restauro con il quale fu rimosso dalla tela

il velo che copriva la figura. Sgarbi individuò

l’opera in una casa romana nei primi

anni novanta. Offuscata da vernici ingiallite,

sembrò attribuibile a Cagnacci, finché

la pulitura non la riportò ai caratteri originari

di energia e di realismo tipici di Artemisia.

La donna, dalle forme abbondanti, è

elegantemente avvolta da un drappeggio

rosso contrastante con la figura, che risulta

appesantita ed abbandonata, anche nel

volto languido e lascivo. Solitamente il

corpo nudo e lascivo è, in Caravaggio, maschile,

come nell’Amore vincitore e nel

San Giovanni Battista. Artemisia traspone

quell’ispirazione al femminile, ribaltando i

canoni tradizionali con un realismo assoluto

che non ha alcuna concessione lirica o

intimistica. Le forme eccedenti del braccio

e della pancia sottolineano come Cleopatra

sia in quest’opera semplicemente una donna,

corpo prima che anima, esistenza prima

che essenza. Artemisia dipinge il suo manifesto

di libertà del corpo, libertà anche di


Nicolò Pisano

(Pisa, 1470 - post 1536)

Sacra famiglia (circa 1515)

Olio su tavola, 58,5 x 48,5 cm

Ro Ferrarese, Fondazione Cavallini Sgarbi

Antonio Cavallucci

(Sermoneta 1752 - Roma 1795)

Maddalena penitente (1787)

Olio su tela, 75,5 x 62 cm

Ro Ferrarese, Fondazione Cavallini Sgarbi

perdere l’armonia quando il pensiero è pesante,

in quanto la morte è prossima, i

sensi si abbandonano, la coscienza si attenua

e la donna non ha tempo di pensare all’eleganza

del suo corpo, a mostrarsi in

ordine. Il dolore è fisico, c’è forse una trasposizione

autobiografica in questo volto

che ne richiama altri nella pittura di Artemisia.

La bellezza di quel volto cede alla

smorfia, la lussuria del corpo all’abbandono

della carne. Non c’è incertezza, non

c’è esitazione nel gesto di questa Cleopatra

determinata, senza languori e coraggiosa.

Proprio in questa attribuzione a una

donna di nobili attitudini, solitamente riferite

al mondo maschile, consiste l’elemento

più nuovo del dipinto, un quadro

particolarmente libero di Artemisia Gentileschi,

una Cleopatra non priva di quella

forza fisica a cui Artemisia sembra abituata

essendo quasi sempre aggressiva. La

sua protagonista è qui ridotta all’essenziale,

remissiva, e senza l’aiuto retorico di

vesti roboanti. Anche Giusto Fiammingo

si muove sui personaggi interpretati da Arthemisia,

ed è notevole la sua Cleopatra,

comparsa nel 1994 in asta (Pandolfini, Firenze,

19 ottobre 1994, n. 624) e attribuita

inizialmente alla scuola di Guido Reni, ricondotta

da Gianni Papi a Giusto Fiammingo

sulla base della fotografia pubblicata

nel catalogo di tale vendita (Papi

2014a, pp. 60-67).

La mostra prosegue con la Maddalena assistita

dagli angeli di Pier Francesco Mazzucchelli

detto il Morazzone, il San Girolamo

di Jusepe Ribera, la Vita umana di

Guido Cagnacci e il Ritratto di Francesco

Righetti di Giovanni Francesco Barbieri

detto il Guercino. Quest’ultimo dipinto –

“rientrato a casa” nel 2004 dopo essere

stato esposto per anni al Kimbell Art Museum

di Fort Worth, in Texas – è il primo

di una eccezionale galleria di ritratti che

compendia lo sviluppo del genere dall’inizio

del Cinquecento alla fine dell’Ottocento,

tra pittura e scultura, da Lorenzo

Lotto a Francesco Hayez, con specialisti

quali Bartolomeo Passerotti, Nicolas Régnier,

Philippe de Champaigne, Giovan

Battista Gaulli detto il Baciccio, Enrico

Merengo, Ferdinand Voet, Giovanni Antonio

Cybei, Pietro Labruzzi, Lorenzo Bartolini,

Raimondo Trentanove e Vincenzo

Vela. Altrettanto avvincente è il percorso

tra dipinti di tema sacro, allegorico e mitologico

del Sei e del Settecento: una selezione

di sorprendente varietà, e di alta

qualità, che riflette gli interessi sconfinati

e la frenesia di ricerca del collezionista,

con maestri della scuola veneta (Marcantonio

Bassetti, Pietro Damini, Pietro Vecchia,

Johann Carl Loth, Giovanni Antonio

Fumiani), emiliana (Simone Cantarini,

Matteo Loves, Marcantonio Franceschini,

Ignaz Stern detto Ignazio Stella), lombarda

(Paolo Pagani, Agostino Santagostino),

romana (Giuseppe Cesari detto il

Cavalier d’Arpino, Angelo Caroselli,

Pseudo Caroselli, Giusto Fiammingo, Antonio

Cavallucci), toscana (Giacinto Gimignani,

Livio Mehus, Alessandro Rosi,

Pietro Paolini, Giovanni Domenico Lombardi).

Colpisce, di Pseudo Caroselli, Giuditta

con la testa di Oloferne qui esposta, per la

sua espressività che rimanda all’ambiente

del teatro con trucchi e costumi, inscenando

episodi storici, biblici o mitologici.

Tra le opere a tema mitologico, è catartico

il dipinto di Agostino Santagostino (Milano,

1633 – 1699) ”Polifemo scaglia un

macigno contro Aci”, un Olio su tela del

1669. L’episodio si riferisce alla tradizione

ovidiana (Metamorfosi, XIII, 750-

897) dell’amore del ciclope Polifemo per

la nereide Galatea, promessa sposa del pastore

Aci, figlio di Pan. Il dipinto raffigura

la tragica fine del mito, quando Polifemo,

sorpresi gli amanti abbracciati in riva al


54

Matteo Loves

(Colonia, ? - ?, ante 23 novembre 1647)- Maddalena in contemplazione

del crocefisso (circa 1630) - Olio su tela, 84,5 x 111 cm

Carlo Bononi

(1569? – Ferrara 1632) - Sacra famiglia (1615-18 circa)

Olio su tela, 41 x 47,3 cm

mare, si vendica uccidendo il giovane rivale con un

masso, mentre la ninfa fugge. Firmato e datato 1669, il

dipinto rappresenta una delle prove più antiche del pittore

milanese Agostino Santagostino, conosciuto per dipinti

di tema sacro distribuiti nelle chiese della sua città.

Non mancano le sculture, tra cui le delicate creazioni di

Giuseppe Mazza, Cesare Tiazzi, Petronio Tadolini e

Giovanni Putti che documentano la fortuna della plastica

in terracotta a Bologna e in Emilia. Il periodo a cavallo

tra Ottocento e Novecento è documentato dagli

artisti ferraresi: Gaetano Previati, con un bellissimo Cristo

crocefisso del 1881, Giovanni Boldini, con alcuni

disegni che rivelano una quotidianità distante dallo

sfarzo della Belle Epoque, Filippo de Pisis, Giuseppe

Mentessi, Adolfo Magrini, Giovanni Battista Crema,

Ugo Martelli, Augusto Tagliaferri, Carlo Parmeggiani,

Arrigo Minerbi, Ulderico Fabbri, tutti presenti con testimonianze

fondamentali. Molto bella la scultura in

maiolica di Andrea Parini(Caltagirone, 1906 – Gorizia,

1975), Ritratto della figlia del 1941, che riporta in basso

la scritta “Figlia, ti vorrei casalinga e scrittrice. Un

omaggio all’arte italiana, alla città di Ferrara e alla sua

storia attraverso i tesori d’arte custoditi nell’importante

collezione ferrarese. Il catalogo della mostra, a cura di

Pietro Di Natale, è pubblicato da La nave di Teseo editore.

Vittorio Sgarbi e Elisabetta Sgarbi, fondatori della

Fondazione Cavallini Sgarbi e, rispettivamente, Presidente

della Fondazione Cavallini Sgarbi e della Fondazione

Elisabetta Sgarbi dedicano la mostra a Giuseppe

Sgarbi e Caterina Cavallini.

Gaetano Previati

(Ferrara, 1852 - Lavagna, 1920) - Cristo Crocefisso (1881)

Olio su tela, 235 x 175 cm - Ro Ferrarese, Fondazione Cavallini Sgarbi

Orari di apertura

Tutti i giorni dalle 9.30 alle 17.30

Chiusura posticipata alle 18.30 nelle

seguenti date:

31 marzo; 1, 2, 25, 28, 29, 30 aprile; 1

maggio; 1, 2, 3 giugno.

La biglietteria chiude 45 minuti prima.

Biglietti

Intero € 12

Ridotto (dai 12 ai 18 anni, over 65) € 8

Scuole medie e superiori € 7

Bambini dai 6 ai 12 anni € 5

Gratuito sotto ai 6 anni

Family: per ogni adulto pagante, un

minore ha l'ingresso gratuito

Possessori MyFE Card € 3

Tariffe e agevolazioni

www.castelloestense.it

Informazioni

tel. +39 0532 299233

castelloestense@comune.fe.it


56

Giovanni Manzo

“Omaggio a Schiele” - acrilico su tela - cm. 80 x 80

Galleria Ess&rrE

Porto Turistico di Roma - 00121 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - loc. 876

cell. 329 4681684 - www.accainarte.it - acca@accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com


www.tornabuoniarte.it

“Bosco” - 1960 - olio su tavola - cm 70 x 100

Fausto Pirandello

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto C ellini,3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 -info@ tornabuoniarte.it

M ilano 20121 - V ia Fatebenefratelli,34/36 - Tel.+39 02 6554841 - m ilano@ tornabuoniarte.it

Forte dei M arm i55042 - Piazza M arconi,2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeim arm i@ tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - A ntichità - V ia M aggio,40/r - Tel.+39 055-2670260 - antichita@ tornabuoniarte.it


58

Art&Vip

a cura della redazione

Anthony Peth,

da pittore a conduttore

tv.

Grande successo

per la nuova

stagione di Gustibus, in onda

ogni domenica alle 10.45 su la

7 con il bel 32enne nelle vesti di

“Ambasciatore del Gusto”, ma

la sua vera passione è la pittura..

Grande successo di La7 per la

trasmissione settimanale Gustibus,

viaggi e sapori all’insegna

delle tradizioni del bel paese.

Anthony Peth, il noto anchorman

televisivo, vincitore di due

David, nel ruolo di inviato speciale

ogni domenica ci racconta

le storie che appassionano gli

italiani, quelle dei piccoli imprenditori

che con sacrificio e

dedizione portano avanti la loro

missione, ovvero quella di produrre

quelle che sono le nostre

eccellenze italiane. Roberta De

Matthaeis ogni domenica dalle

10.45 con Anthony Peth portano

i telespettatori alla scoperta

delle vere icone del Made in

Italy, fiore all’occhiello in tutto

il mondo. Ogni settimana una

storia nuova da raccontare in un

viaggio che attraverserà tutta la

penisola, un vero e proprio percorso

enogastronomico, ricco di

passione e originalità, essenza

del programma “Gustibus”.

«Sono davvero felice – ci racconta

Anthony Peth– quando ho

ricevuto questa proposta da

parte degli autori, ho accettato

subito e non vedo l’ora di affrontare

questa nuova edizione.

Essere riconfermati per il secondo

anno dimostra che qualcosa

di buono l’ho portato ai


Anthony Peth in visita alla galleria di Roberto Sparaci per l’intervista

telespettatori». Le storie che vengono raccontate

sono quelle che piacciono al pubblico

a casa e le aziende protagoniste dei

servizi hanno in comune la passione per il

proprio lavoro. «La tv generalista spesso

riporta quello che già gli italiani conoscono,

portare per la prima volta al grande

pubblico dei microcosmi con storie di discendenza

sono quelle che incuriosiscono

sempre più il telespettatore, attraverso luoghi

e sapori che la nostra bella Italia sa donarci».

Ma Anthony Peth nasce come pittore, ebbene

si la sua prima passione è dipingere,

e di mostre ne visita tante. «Ricordo addirittura

di aver vinto un concorso .. Avevo

circa 16 anni, periodo scolastico e spensierato

in Sardegna. Un giorno il preside ci

propose un concorso di pittura e scultura

che il comune di Sassari proponeva, con la

tematica dell’uguaglianza e della pace ..

Beh vinsi il primo premio. Ricordo una

grande gioia, il montepremi era di 1000

euro e con quei soldi ho fatto uno dei

viaggi più divertenti della mia adolescenza

..».

In questo speciale di Arte & Arte parte

questa rubrica dedicata ai personaggi del

mondo dello spettacolo e del loro rapporto

con l’arte… proprio lui, che segue e inaugura

tante esposizioni non poteva che essere

il primo intervistato dalla nostra

redazione. Il bel presentatore sardo tanto

amato al pubblico a casa che ogni Domenica

appassiona i telespettatori su La7 con

storie ricche di tradizione ha una grande

passione, la pittura.

«L’arte ha sempre fatto parte di me, la pittura

in particolar modo.. La casa dei miei

genitori in Sardegna è invasa dei miei quadri…

Ormai il tempo libero è poco, viaggio

molto per lavoro come ben sapete..

però nel mio piccolo attico alle spalle del

laghetto dell’Eur come posso, nel mio terrazzo

dipingo, soprattutto nei periodi

estivi, mi rilassa tanto e mi permette di

creare.. amo l’arte in tutte le sue forme, ma

d'altronde chi non la ama… Italia d’arte..

Italia più bella».


Pier Toffoletti

Face-Splash - 2017

cm. 160 x 110

tecnica mista su tela

Galleria Ess&rrE

Porto turistico di Roma

00121 Roma - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - Loc. 876

Cell. 329 4681684 - galleriaesserre@gmail.com


Goodbye

Perestrojka

di Paola Simona Tesio

Ci sono esposizioni che

fanno storia, intessute di

valori umani e pregnanti

di esistenza, che lasciano

un segno indelebile e

non vanno dimenticate neppure quando

finiscono. “Goodbye Perestrojka” è

una di queste, una porta dischiusa che

si è affacciata come inedito nel panorama

nazionale e non solo, e che si auspica

possa essere un impulso a continuare

a diffondere un’arte dai contenuti

non soltanto estetici ma vibrante

di pulsazioni emotive ed estremamente

significante.

La mostra, che si è tenuta dal 2 dicembre

2017 al 28 gennaio 2018 presso la

galleria Spazzapan di Gradisca di

Isonzo, ha svelato uno scrigno di 100

opere di artisti provenienti dall’ex U-

nione Sovietica e ha rappresentato una

prima esclusiva in Italia sull’argomento,

seguita in passato soltanto dall’esposizione

“Back in the URSS. Gli eredi

dell’arte non ufficiale”, dedicata alla

memoria di Leonid Talochkin, presentata

a Venezia nel 2009 presso lo spazio

Mondadori. Entrambi gli eventi

sono stati curati da Vladislav Shabalin,

che nel 1988 curò a Donetsk, nella regione

del Donbass, la prima esposizione

pubblica di arte non ufficiale in

Ucraina e diresse l’emblematico

esempio della

Galleria Avangard inaugurata

nello stesso anno.

Come ha specificato l’assessore

regionale alla cultura

Gianni Torrenti nel

suo testo introduttivo pubblicato

sul catalogo della

mostra “Goodbye Perestrojka”:

«Le rivoluzioni

nascono da un sogno e

ogni sogno viene infranto

dal tempo e dai suoi

mutamenti ineludibili».

Vladislav Shabalin, nella sua duplice

veste di curatore ed artista, è l’emblema

del cammino e di questo percorso

umano e visivo, nonché testimone

diretto di un’epoca travagliata

e repressiva: «Sono nato a Donetsk, mi

sono cimentato nella pittura surrealista,

mentre il mio carattere ribelle alimentato

dall’educazione ricevuta, mi ha

condotto verso gli ambienti hippy, che

esprimevano un colorato e pacifico dissenso

nei confronti di uno stato ostile

alla libertà di espressione. Non poteva

finire bene. All’epoca la repressione

del dissenso prevedeva il licenziamento,

la cacciata dalle università, l’arresto,

la privazione della cittadinanza e

la detenzione in gulag o in ospedale

psichiatrico, e proprio quest’ultimo è

diventato la mia prigione. Dopo un

mese di reclusione la commissione medica

dichiarò il fallimento delle “cure”

e mi fu timbrato un passaporto con la

diagnosi di schizofrenia. È paradossale

ma questo timbro permetteva di non

nascondersi più, di essere sé stessi, di

esprimere il proprio pensiero e coltivare

la propria arte. Per il regime, insomma

ero matto. E sono diventato una

specie di intoccabile. Il rovescio della

medaglia era che con quella diagnosi

era quasi impossibile trovare un lavoro

dignitoso». Durante il regime molti

dissidenti furono bollati con una particolare

forma di schizofrenia definita


62

Tatiana Lysenko - “Boy” - 1990 - olio su tela - cm 90 x 70 Vladimir Veltman - “Apparition” - 1990-1991

tecnica mista - cm 180 x 120

“Torpida”, latente, un’attribuzione ambigua

per reprimere qualsiasi tipo di

voce non allineata. Si tratta di diagnosi

fittizie non basate su alcun tipo di sintomi

che dovevano giustificare, con la

compiacenza della psichiatria assoggettata

al potere, la repressione della libertà

e l’intento del regime a sedare

qualsiasi atto ritenuto socialmente pericoloso

che poteva minare il controllo

della società.

Jean-Paul Sartre nella prefazione al

saggio “Ragione e Violenza” di Laing

e Cooper scrisse che la malattia mentale

poteva essere: «Una via d’uscita

che il libero organismo, nella sua unità

totale, inventa per potere vivere una situazione

invivibile»; un pensiero calzante

che descrive appieno il sentimento

di sopravvivenza a cui si aggrappavano

Vladislav Shabalin e molti

altri artisti reclusi e torturati negli

ospedali psichiatrici e che malgrado le

barbarie riuscivano a trovare nell’arte

quella via d’uscita che l’uomo libero

inventa per vivere una situazione invivibile.

Tra le opere esposte molte rivelano

nella loro espressività questa forza

oltre la sofferenza che si libra aldilà

dei soprusi e rimane irriducibile nonostante

le privazioni, perché l’arte è, per

sua natura, libera, in grado di descrivere

ciò che nessuna parola potrai mai

raccontare e capace di anticipare gli

eventi. C’è un’opera di Tatiana Lysenko

trasudante di umanità, che esprime

appieno la frustrazione ed il dolore

di chi rimase imprigionato tra le

mura dei manicomi dopo aver subito

“cure” forzate. È intitolata “Boy”, il ragazzo.

Ritrae un uomo ripiegato su se

stesso, con lo sguardo rivolto verso un

orizzonte oramai lontano, istituzionalizzato,

alienato dai farmaci, sofferente:

la parte inferiore del corpo è

nuda, ad evidenziare la spoliazione fisica

e morale a cui le persone vennero

sottoposte in quelle che Erving Goffman

aveva definito “Istituzioni Totali”;

luoghi segreganti che vennero eretti

circondati da mura concrete e immateriali,

non solo nei regimi ma in ogni

dove in cui viene messa a tacere la libertà.

Innumerevoli persone subirono

la violazione della propria dignità

umana, e chi non riuscì a sopportare le

atrocità vi trovò la morte. Un passato

non lontano che riecheggia ancor oggi,

basti pensare che proprio in tempi recenti,

nella moderna Russia di Putin, la

psichiatria per i dissidenti è stata “riabilitata”

sottoponendo a cure forzate

coloro che manifestano idee diverse rispetto

al governo, una pratica che sembrava

scomparsa dagli anni della

Perestrojka di Gorbaciov e con la fine

dell’Urss. Il quadro di Tatiana Lysenko,

estremamente attuale, racchiude

nel soggetto rappresentato le ferite laceranti

che non solo quell’uomo ma

un’intera umanità ha subito e subisce

tuttora nei contesti di restrizione qualsiasi

essi siano.

Le opere in esposizione, attraverso i

loro incisivi e stupefacenti linguaggi,

si fanno portatrici di una cultura che va

dai periodi bui dell’Unione Sovietica

ad oggi, passando per la Perestrojka,

traducibile con il termine “ristrutturazione”:

un periodo che veniva vissuto

come un vento del mutamento, dominato

dall’entusiasmo politico, dal fermento

creativo di coloro i quali avevano

vissuto sulla propria pelle, in primis

intellettuali ed artisti, oscurantismo

e tormento. Un’ondata di libertà,

a cui fa eco la parola “Glasnost” (“trasparenza”)

che indica l'insieme delle

riforme attuate da Gorbaciov a partire

dal 1986, con l'obiettivo di combattere


Vladimir Kharakoz - “Intrusion of the Wind” - 1991

olio su tela - cm. 100 x 100

la corruzione e i privilegi del sistema

politico sovietico. Ma come sottolinea

nel suo testo a corredo del catalogo

della mostra Yulia Lebedeva, storica

dell’arte nonché curatrice del museo

“Other Art” presso l’Università Statale

Russa degli Studi Umanistici di Mosca:

«La speranza di uscire dalla palude

della “Stagnazione Brezneviana” infondeva

nelle persone un ottimismo

quasi infantile […] Ciò che la Perestrojka

ha creato la Perestrojka ha distrutto.

Con la fine dell’Unione Sovietica

e il conseguente crollo dell’economia,

le speranze di un futuro più luminoso

non si sono materializzate. La

Russia e gli stati satelliti sono sprofondati

nella crisi e la democrazia tanto attesa

è diventata quasi anarchia».

C’è un’immagine che accompagna il

visitatore nell’intero percorso espositivo

ed è quella della porta possente e

ferrosa di un bunker: una presenza

reale nonché metafora di questi accadimenti,

ma anche una porta da dischiudere

sul mondo per chi la sa aprire. È

la porta di un rifugio bellico sotterraneo

costruito dopo la Seconda Guerra

Mondiale in cui Vladislav Shabalin nel

1988 ha creato un centro espositivo denominato

non a caso “Avangard” nella

sua città natale, a Donetsk, nella regione

del Donbass, magistralmente descritta

dal cinema di avanguardia di

Dziga Vertov in “Sinfonia del Donbass”

(Entusiasmo) del 1930

in cui il regista, attraverso il

linguaggio delle inquadrature

rivoluzionarie della macchina da presa,

ha saputo restituirne al mondo suoni,

espressività dei volti, scenari, emozioni

e momenti nei tragitti dei destini

umani che passano e si intrecciano

come vite tra i binari, dominate dallo

scorrere del tempo, dal lavoro dispiegato

tra sudore e polvere, dal farsi della

storia. Una terra di miniere, di lavoro

polveroso, di fatica, un luogo lacerato

da drammi umani e contrasti dove ancor

oggi gli operai nelle cave continuano

a morire durante le estrazioni e

che in seguito al crollo dell’Unione Sovietica

è divenuto scenario di tragici

conflitti segnato, dal 2014, da una

guerra civile ancora in corso che ha già

causato innumerevoli vittime fra i soldati

e la popolazione.

Sarebbe riduttivo tentare di descrivere

cosa è stato lo spazio espositivo “Avangard”

di Shabalin, ma è stato tutto

questo ed altro ancora. In quegli anni

vi fu l’incontro con Leonid Talochkin,

il più noto collezionista dell’arte non

convenzionale, che contribuì alla promozione

dell’arte contemporanea a

Donetsk. Un bunker crocevia di creatività

in cui si mescolavano reminiscenze

artistiche di varie correnti, le

avanguardie, il cubismo, il futurismo,

che permangono come voci nelle opere

Malkhaz Datukishvili “Dream of a Red Army Soldier”

1997 - cm. 70 x 50

esposte. Dopo gli anni di fermento

della galleria sotterranea arrivarono

altre difficoltà e Shabalin subì delle richieste

estorsive da parte della malavita

locale. Costretto ad abbandonare

la sua terra, si trasferisce in Italia portando

con sé esperienze e ricordi nonché

quell’amore per l’arte che in fondo

è anche Vita, sentimento indissolubile

che permane come trait d’union in ogni

sua sentita esposizione. Nel 2002,

quando ormai si era allontanato dalla

sua terra natale, morì Leonid Talochkin

che prima della scomparsa era tuttavia

riuscito ad inaugurare nella città di

Mosca, presso l’università Statale degli

Studi Umanistici, il sogno del museo

“Other Art”, “Arte altra”, non convenzionale,

che racchiude la vasta ed intensa

collezione di Talochkin abbracciante

il periodo storico dal 1950

al 1980.

“Dream of a Red Army Soldier” (“Sogno

di un soldato dell’armata rossa”),

di Malkhaz Datukishvili, ritrae un soldato

in primo piano con il volto bendato

per le ferite e la bocca che appare

saturata, serrata. Volti e opere di Alexander

Bondarenko rievocano le forme

del cubismo e si svelano nella potenza

espressiva della decostruzione; in

“Garbage”, (“Ciarpame”) la duplicità


64

Vitalij Manuilov - “A Life” - 1992

olio su tela - cm 100 x 100

dei volti, drammaticamente significativi,

rammentano, nella postura, la divinità

del Giano Bifronte e paiono

volgersi al passato e al futuro in una

corporeità infissa nel presente. Lo

sguardo dei soggetti è tuttavia proteso

verso il basso anziché all’altrove, quasi

ad identificarsi in una sommessa sofferenza

gravida di pathos. Altrettanto

drammatiche sono le posture umane di

Vitalij Manuilov, una pittura di carattere

esistenziale; in “A Life”, (“Una

Vita”) ritrae un uomo ignudo curvo su

sé stesso che si copre le orecchie nell’atto

angoscioso di proteggersi da minacce

fisiche e morali. Vladimir Kharakoz

sorprende per la “dinamicità sovrappositiva”

simile, per potenza espressiva,

a quella di Francis Bacon. Dinamismo

che si evince altresì nelle opere

Ludmila Etenko, in cui permangono

aneliti del futurismo. L’ermetica pittura

di Genadij Olimpiuk si lascia interpretare

tramite l’empatia, permea l’inconscio

e rimane velata, straordinariamente

misteriosa: occorre cercare le figure

celate nella potenza espressiva inglobante

dei colori. “Apparition” (“Apparizione”),

di Vladimir Veltman, rievoca,

nella poetica del volto, l’enigmaticità

della Gioconda, che si staglia

oltre la fissità della cornice in una contemporaneità

frammentata e acquisisce

tridimensionalità e attualità grazie alle

incursioni materiche. La “metamorfosi

ancestrale” dei corpi in Oleg Chernykh

trasmette una narrazione emozionale

istintiva che si dipana nel vissuto u-

mano in cui alberano inquietudini ed

emozioni. La “pitto-scrittura” di Serjei

Barannik è data da un incatenarsi di

segni a grafite che rimandano ad infinite

significazioni, in cui ogni singolo

tratto, quasi fosse un pittogramma, veicola

una realtà espressiva che da singola

diviene molteplice nella preziosa

totalità compositiva. Il suggestivo “surrealismo

simbolico” di Vladislav Shabalin

si configura come una metafora

esistenziale che, tra contrasti e visioni,

si fa leggere nel silenzio interiore

dell’anima. È in questa sospensione,

scevra da assordanti rumori, che occorre

soffermarsi per riguardare ogni

infinitesimale rimando a qualcosa di

altro in un continuum di linee tracciate

con elaborazione e perizia che si susseguono

senza quasi mai separarsi, stagliandosi

su campiture monocrome,

spesso dominate dal rosso o dal nero, e

narrano un universo reale ed al contempo

immaginifico che nonostante

tutto è ancora proteso ad un sentimento

di speranza, di attesa. Vladislav Shabalin

racchiude in sé “l’essenza della vita

di artista”, esteta, curatore ed intellettuale,

sempre in viaggio, non solo tra i

luoghi che ha fisicamente attraversato,

ma anche per quella sua straordinaria

capacità di proiettarsi verso l’altrove,

mantenendo, come frame di ricordi vissuti

che scorrono tra le pieghe del pensiero,

il legame indissolubile con l’esperienza

del trascorso, portando con

sè i volti e le persone che hanno fatto

parte di quel profondo cammino umano

ed esistenziale.

Il filosofo Martin Heidegger nel saggio

“L’origine dell’opera d’arte”, nella sua

personale e non sempre condivisa interpretazione

del quadro di van Gogh

raffigurante delle scarpe che egli attribuisce

ad una contadina, si sofferma

sulla verità dell’arte e sulla capacità di

trasportare un mondo: «Dallo scuro

dell’involto consumato delle scarpe, si

protende la fatica dei ritmi del lavoro.

Nella corposa ruvidità della calzatura

si rafferma la durezza dei passi tra i

solchi, tesi e sempre uguali, del campo

battuto da un vento tagliente. Sul cuoio

restano la freschezza e l’umidità del

terreno. Sotto le suole si fa incontro la

singolarità del sentiero campestre all’imbrunire.

Nelle scarpe vibra il richiamo

scabro della terra, il maturare

silenzioso delle sue messi e il suo impenetrabile

negarsi quando essa si mostra

nell’incoltezza del campo invernale.

In questo attrezzo, respirano l’apprensione,

senza lamenti, per la sicurezza

del pane, la gioia, senza parole,

per lo stato di bisogno nuovamente superato,

il trepidare nell’imminenza della

nascita e il tremare nell’avvolgente

minaccia della morte».

L’arte di questi artisti non lascia indenni

da emozioni, passa dalle corde

del cuore, le fa vibrare e richiama ad

osservare quel “mondo perduto” che

trattiene e trasporta con sé, in cui occorre

immergersi ed ascoltare.


www.tornabuoniarte.it

“Natura morta” - 1946 circa - tem pera su carta - cm 44 x 35

G ino Severini

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto C ellini,3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 -info@ tornabuoniarte.it

M ilano 20121 - V ia Fatebenefratelli,34/36 - Tel.+39 02 6554841 - m ilano@ tornabuoniarte.it

Forte dei M arm i55042 - Piazza M arconi,2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeim arm i@ tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - A ntichità - V ia M aggio,40/r - Tel.+39 055 2670260 - antichita@ tornabuoniarte.it


66

“aRTe eD eSOTeRISMO IX:

RaFFaeLe ROSSI”

piercarlobormida@gmail.com

Questa volta ’7’ vuole trasportarvi

nel mondo di un

artista contemporaneo, dopo

i suoi numerosi personaggi

del passato che hanno caratterizzato

il nostro viaggio

fra arte ed esoterismo.

Se mai si possa parlare di

tempo, teogonia orfica di

chronos, quando si ha a

che fare con l’irreale stato

dell’arte.

Raffaele Rossi nasce ad Alba

il 20 Maggio 1956. Dopo

aver frequentato il Liceo artistico

di Novara, affascinato

dalla Pittura antica

Veneziana soggiorna per alcuni anni a

Mogliano Veneto dove tiene la sua

prima mostra personale: è il 1978.

Segue i corsi di calcografia alla Scuola

Internazionale di Grafica e la Scuola

Libera del Nudo. Attratto da tecniche

pittoriche avite, si avvicina alla “bottega”

di due Pittori veneziani: Valeria

Rambelli e Ottone Marabini. Da loro

impara a macinare e mesticare i colori

con la tempera all’uovo e l’olio, apprende

la preparazione di tavole e tele

e si appassiona alla ricerca e al riuso

delle materie antiche. Sperimentando

l’affresco e gli intonaci prendono vita

superfici materiche che lo contraddistinguono

ancora oggi. Vive e lavora a

S. Ambrogio di Trebaseleghe, in provincia

di Padova. Sue opere sono conservate

in permanenza presso: Galleria

d’Arte Moderna di Palazzo Sarcinelli,

Conegliano (TV); Italy. Museo dello

Splendore, Giulianova (TE); Italy. Credit

Suisse, Hong Kong. Bank Julius

Baer, Hong Kong. Bank Sarasin&Cie

Ag, Hong Kong. Hotel Sheraton, Hong

Kong. Sala affrescata a “Son Apau”,

Azahar Jardineria y Riegos, Palma DE

Mallorca; Spain.

E’ un artista riservato, potente, fortemente

evocativo. Un iniziato. Avendo

noi a cuore il rapporto fra arte ed esoterismo,

è gioco forza lasciarci trasportare

dalla sua pittura, magari su una


delle sue immaginifiche imbarcazioni

apparse da un remoto passato, da

un’epoca in cui l’uomo navigava tra i

flutti del mare e gli spazi siderali.

Quando il microcosmo era il macrocosmo.

Nello stesso istante. Un mondo

fatto di continenti perduti, patria dimenticata

del nostro attimo di incarnazione

qui sulla madre Terra.

Cavalieri, Vincitori, Eroi, Apparizioni:

Esseri ed Entità di altre dimensioni da

lui evocate e rese manifeste nelle sue

opere sono da sempre sua fonte di ispirazione.

Ci ha confessato che “nei lavori più recenti

si è trovato a Evocare e Trascrivere

Segni e Simboli di un Idioma a lui

sconosciuto”. Spetta agli Spettatori interpretarli

ed affrontare un’ermeneutica

complessa benché istintuale e,

forse, alla portata di chiunque sappia

ascoltare con il cuore.

“È come se qualcuno mi indicasse la

via da percorrere verso un mondo superiore

di pace. Un viaggio da percorrere

in noi stessi come con la barca,

poiché la nostra anima è la barca che

intraprende questo viaggio introspettivo.”

Attraverso il mare, forse quello di Cervo

ligure dove hanno vissuto alcuni dei

suoi avi materni, eredi dei preistorici

Ingauni, pirati fieri di solcare le acque

e solo nel 180 a.C. sottomessi dagli invasori

Romani di Lucio Emilio Paolo

console. Suggestioni e ricordi che si

inalberano arrampicandosi alla struttura

elicoidale del DNA, memoria in

mutamento di ogni essere umano.

“Sono messaggi con segni e forme archetipiche,

come le aperture che sono

dei luoghi di uscita, dei fori, delle cavità

di comunicazione che ci conducono

ad un altro spazio, a un altro

mondo. Ascolto quanto urge manifestarsi

tramite me, segni di idiomi o

forme misteriose a cui dare un ordine.

L'uso dell'affresco mi permette di ottenere

graffi, segni, texture e di intervenire

con le dita e le mani nell'intonaco

fresco quasi ad essere un tutt'uno con

l'opera. Le forme sono individuate con

colori che in parte preparo personalmente

con pigmenti e olio di lino o a

tempera. Inserisco molte parti in piombo,

metallo docile e ubbidiente a prendere

varie forme.”

Una primordiale sacralità attraversa il

lavoro di Raffaele Rossi, in questo

senso un iniziato alle dimensioni superiori

dello Spirito.

Voglio citare Marco Goldin (curatore

di uno dei suoi cataloghi) quando afferma

che “la tavola sopra cui la pittura

si posa non ha da essere semplicemente

il supporto della pittura stessa, ma

molto di più: la sua casa, il suo luogo,

lo spazio in cui essa abita. E abitando

quello spazio possa replicare il miracolo

dell’eternità del tempo primo,

possa ricongiungersi a quanto, nella

contemplazione, la pittura che pensa se

stessa aveva intuito appartenere all’origine.”

Nascita e trasformazione sono legate

da un filo invisibile, ma così forte nella

pittura di Raffaele Rossi da lasciarci

immobili, implicitamente connessi ad

una rete neurale che definirei orgonica,

in cui la una forza invisibile guida il

tratto del pittore, solo apparentemente

libero: veicolo, in realtà, di una Sostanza

che proviene da altrove. Un ora-


68

colo che attraverso la materia viva ed i

contrasti del colore e dei pigmenti visualizza

per mezzo delle mani dell’artista

messaggi inconosciuti, forme misteriose,

archetipali. “Astronavi per

viaggiare nel cosmo, navicelle di abitazione”,

citando lo stesso Rossi. Un

altrove che è al contempo dentro di

noi, nel profondo della nostra anima,

creatore di emozioni.

Terra, aria, acqua e fuoco sottendono

all’opera del pittore, emergendo con la

commozione della Natura, musa ispiratrice

e nel contempo viatico sacro per

il pellegrino della vita, trascinato da

una mistica trasmutazione che attraversa

la materia per condurre l’osservatore

ad un ambiente in qualche modo

familiare. Il trasporto, quando prende

Forma, manifesta un ciclo stigmatizzato

da Simboli ultraterreni: una croce,

un altare, una nicchia, una cappella, un

reliquiario. Presenza fisica che si fa

sentire, toccare. La tela, dal suo canto,

si plasma talvolta con la forma di un

calice, talvolta con quella di un equide

cavalcato dal suo Parsifal, talvolta con

l’iconografia forte e maestosa di uomini

ieratici. I graffi, precisi, chirurgici,

assumono la vitalità di un atto

magico primitivo. L’artista però, sa

controllare le proprie emozioni, è suo

compito trasferirle compiendo un rituale

basato sì sull’istinto, ma che è

solo apparentemente anarchico.

Le opere di Rossi sono estremamente

coinvolgenti e denotano una grande

tecnica da cui traspare un sapiente uso

di materiali come la calce, la polvere

di marmo, il cocciopesto, le sabbie naturali.

L’ossidazione dei metalli, la

stratificazione, le scrostature ci portano

ad un’Alchimia dimenticata, ordinata

dalle leggi dell’Universo: dopotutto

l'arte e l'alchimia configurano entrambe

due aspetti dello stesso procedimento

di trasformazione simbolica

della materia. Non è forse questo un

Ordine superiore?

Ci riportano parimenti a suggestioni

canalizzate nel nostro mondo dall’artista

stesso, memore inconsapevole (o

forse consapevole) di migrazioni dimenticate

de

l’umanità, foriere

di verità preservate

dalle alte caste sacerdotali

di un

Egitto atlantideo,

prima del diluvio

universale attraverso

il quale le

imbarcazioni superstiti

ci hanno

trasportato reminiscenze

di una sapienza

perduta. Tra

i Faraoni, eredi di

quell’era, il blu era

considerato una

sorta di passaporto per il regno dell’oltretomba

E non è forse la barca uno

degli elementi rituali che contraddistingue

questo viaggio così importante?

Allora gli uomini erano veicolo

di energie pure e a noi sconosciute guidate

da una ghiandola pineale ancora

attiva, esseri dotati di poteri soprannaturali

e paranormali, provenienti da

centri di potere e sincronizzati a corpi

di potere che conferivano consapevolezza

e fratellanza.

I segni delle tele di Rossi, sussurrati

come delle antiche iscrizioni runiche,

schiudono porte verso questi mondi

lontani dominati dalla condivisione,

mondi in cui l’anima ritrova se stessa.

Raffaele Rossi


ROLANDO ROVATI

MOSTRA PERSONALE ALLA

MALINPENSA GALLERIA D’ARTE By LA TELACCIA

DAL 10 AL 21 FEBBRAIO 2018

“L’intiMA esPRessiOne di un siMbOLisMO Che nOn COnOsCe RegOLe”

“Senza titolo” - 2016 - tecnica m ista su tavola - cm .90 x 90

“Il percorso dell’artista Rolando Rovati è costantemente espresso con vero temperamento ed autentica maestria interpretativa,

egli realizza con un’irrefrenabile creatività, una magistrale ricerca intrisa di notevoli effetti estetici, costanti

simboli e di un’intima espressione geometrica. Le sue opere, che si arricchiscono di un movimento continuo e di una

caratterizzante sicurezza tecnica, evidenziano un preciso marchio segnico personalizzante di originalità e di riconoscibile

tratto. Egli imprime al suo iter una calibratura della luce ed un rigore formale di intensa vibrazione tanto da investire

l’osservatore di profonde riflessioni e ricorrenti emozioni. I colori, che rendono vivo ogni suo lavoro, ci

raccontano una fervida fantasia compositiva ed un’affascinante resa scenografica in cui l’elaborazione meticolosa,

che non conosce soste, vive mirabilmente nell’opera per segnare una tessitura grafica-cromatica di attento impianto

pittorico e di qualità. Il gioco dei colori caldi, la varietà delle forme di carattere decorativo e la perizia tecnica di precisa

stesura sviluppano nell’opera di Rovati un’interessante originalità e raggiungono risultati di sicura maturità artistica

e consapevolezza dei mezzi”.

Monia Malinpensa Art Director - Giornalista

MOSTRA, cATALOGO E PRESENTAzIONE A cURA DI MONIA MALINPENSA

REFERENzE E QUOTAzIONI PRESSO LA MALINPENSA GALLERIA D’ARTE by LA TELAccIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

O RA RIO G A LLERIA :D A L M A RTED I A L SA BATO D A LLE 10,30 A LLE 12,30 -16,00 A LLE 19,30


70

“due minuti di arte”

In due minuti vi racconto la storia

di Umberto Boccioni,

l’artista che ha catturato il movimento,

per trasformarlo in capolavoro.

di Marco Lovisco

www.dueminutidiarte.com

L’

Italia, tra la fine dell’Ottocento

e l’inizio del Novecento è stata

la culla di pulsioni artistiche e

tendenze utopistiche e innovative

che hanno dato vita a

fenomeni fondamentali come il divisionismo,

il simbolismo e il futurismo. Dal

3 marzo al 10 giugno 2018 è possibile

ripercorrere questi anni grazie alla mostra

“Stati d'animo - Arte e psiche tra Previati e

Boccioni”. In mostra opere di Giovanni

Segantini, Gaetano Previati, Giuseppe

Pellizza da Volpedo, Angelo Morbelli,

Medardo Rosso, Giacomo Balla, Giorgio

de Chirico, Carlo Carrà e Umberto Boccioni.

È di quest’ultimo che parlerò nel mio

articolo, interprete onesto delle pul- sioni e

delle tensioni che daranno vita al

futurismo, uno dei movimenti artistici che

ha portato l’Italia nel gotha dell’arte

mondiale. Vi racconterò la storia di un

artista passionale, impulsivo, incapace di

star fermo, che ha cercato di catturare il

movimento per trasformarlo in arte. E

forse, ci è riuscito.

1. Umberto Boccioni (Reggio Calabria

1882 – Verona 1916) è stato uno dei più

importanti pittori e scultori italiani del

Novecento. Viene considerato il più autorevole

esponente del Futurismo, per quanto

riguarda le arti visive. I suoi studi sul

“dinamismo plastico” influenzeranno per

lungo tempo l’arte del XX secolo.

2. Boccioni nasce a Reggio Calabria ma, a

causa del lavoro del padre (usciere di prefettura)

è costretto a spostarsi in molte città

diverse nel corso dell’infanzia: Forlì,

Genova, Padova, Catania. Non saranno le

uniche mete nella vita di questo “artista

viaggiatore”. Sarà proprio questo suo

intenso girovagare ad aiutarlo a sviluppare

quell’apertura mentale che renderà rivoluzionaria

la sua ricerca artistica.

3. La prima forma d’arte a cui Boccioni si

avvicina è però la letteratura: a diciotto

anni (1900) pubblica infatti il suo primo

romanzo, Pene dell’anima. Si avvicinerà

alla pittura a vent’anni, dopo essersi trasferito

a Roma nel 1901. Nella capitale

conosce infatti gli artisti Gino Severini,

Giacomo Balla (artista già affermato

all’epoca) e Mario Sironi, con cui stringerà

una decennale amicizia.

4. Neanche a Roma Boccioni riesce a stare

fermo. Grazie al sostegno della famiglia

intraprende un viaggio attraverso l’Europa,

per conoscere le Avanguardie artistiche. Si

reca a Parigi (1906), in Russia e a Monaco

di Baviera. Tra un viaggio e l’atro, nel 1907

trova anche il tempo per iscriversi alla

Scuola libera del Nudo del Regio Istituto di

Belle Arti di Venezia.

5. Sarà Milano la città che trasmetterà a

Boccioni quell’energia e quel dinamismo

che condurrà alla nascita di uno dei

movimenti artistici più importanti nella

storia dell’arte italiana. Nel capoluogo

lombardo comincia a frequentare il pittore

Previati, che lo avvicinerà all’arte simbolista,

ma conoscerà soprattutto Filip-po

Tommaso Marinetti e Carlo Carrà.

6. Con loro (e con gli artisti Luigi Russolo,

Giacomo Balla e Gino Severini) Boccioni

darà vita al Futurismo nelle arti figurative,

grazie alla pubblicazione del Manifesto dei

pittori futuristi nel 1909 a cui farà seguito

il Manifesto tecnico del movimento futurista

(1910).

7. Del resto la poetica artistica di Boccioni

trova nel Futurismo e nei suoi ideali il

naturale sbocco. La capacità di cogliere il

movimento e il dinamismo nel dipinto e

nella scultura è una delle chiavi di lettura

principali per comprendere la tecnica dell’artista

italiano. A Boccioni è attribuita


infatti la paternità del “dinamismo

plastico”, tecnica basata sulla

rappresentazione della simultaneità

del movimento nelle arti figurative.

Ne è un magnifico esempio l’opera

scultorea Forme uniche della continuità

nello spazio (1913). La trovate

raffigurata sulla moneta da

venti centesimi!

8. Oltre che artista di talento,

Umberto Boccioni era anche un

attento teorico dell’arte, a lui si

devono due testi fondamentali per

la comprensione dell’arte futurista:

Pittura Scultura Futuriste e Dinamismo

Plastico. Entrambe pubblicate

nel 1914.

9. Nel 1915 l’Italia prende parte

alla Prima Guerra Mondiale. I

futuristi sono favorevoli all’intervento

militare e Boccioni si

arruola volontario assieme ad un

gruppo di artisti nel Corpo nazionale

volontari ciclisti automobilisti.

Durante i mesi in trincea

tuttavia l’artista si ricrederà circa

l’eroismo guerriero e l’onore di

poter combattere per la propria

patria. Scriverà infatti all’amico

Marinetti: la guerra “quando si

attende di battersi, non è che

questo: insetti + noia = eroismo

oscuro….”.

10. Boccioni perderà la vita pochi

anni dopo cadendo da cavallo nel

1916, a soli trentatré anni. La dinamica

dell’incidente, banale nella

sua tragicità, segna un netto distacco

tra l’eroismo guerriero e le

casualità dell’esistenza. Il 17

agosto del 1916 la cavalla su cui

montava nel corso di un’esercitazione

militare, si imbizzarrisce

a causa del passaggio di un autocarro

e disarciona l’artista che cade

al suolo rovinosamente. L’impatto

col terreno sarà fatale. Nel luogo

dell’incidente, nella campagna di

Chievo, frazione di Verona, una

targa commemora ancora oggi

l’accaduto.


Gigino Falconi

Matrici filosofiche in un

linguaggio di seduzione

Autoritratto, 2015,

acrilico su tela,

cm 110 x 140

Gigino Falconi nasce a

Giulianova (Teramo) e

inizia a dipingere a sedici

anni, frequentando

contemporaneamente

l’Istituto Tecnico per

ragionieri, dove si diploma

nel 1952. Nel 1954 ottiene la maturità presso il Liceo

Artistico di Pescara. L’anno successivo, vincitore di concorso

per la Cattedra di Disegno, assume l’incarico della docenza

presso una scuola media di Giulianova, attività che abbandona

definitivamente nel 1975, per dedicarsi interamente alla

pittura. Alla sua prima mostra personale tenuta alla Galleria

Il Polittico di Teramo nel 1961, ne sono seguite numerosissime

sia in Italia che all’estero, presso accreditate gallerie e

prestigiose sedi pubbliche. Le sue opere sono conservate in

autorevoli collezioni museali pubbliche e private.

Il suo metodo di lavoro si è sviluppato per cicli pittorici così

distribuiti nel corso degli anni.

Non è facile ricapitolare

l’ormai lungo, e soprattutto

intenso, percorso di

Gigino Falconi, quando

si voglia darne una visione

panoramica, che unisca la varietà

e sfaccettatura delle formule

espressive all’ininterrotto filo delle

sue tematiche. E non è facile anche

perché la sua produzione è stata via

via commentata da testi critici di

grande sottigliezza, che ne hanno

dato interpretazioni insieme chiare e

profonde. Come dire che, essendo

Falconi un artista dalla forte matrice

intellettuale, resa evidente dai soggetti

stessi dei suoi quadri, e poiché

questa matrice non ha prodotto opere

sofisticate e cerebrali, ma, al contrario

di sensuale prepotenza, egli ha stimolato

a farsene interpreti commentatori

di ricca e complessa cultura,

insieme coinvolti dalle immagini

e coinvolti nelle loro ragioni di

pensiero.

Tenterò dunque di riassumere, sottolineandone

gli aspetti più significativi

e coinvolgenti, le matrici ed i caratteri

fondamentali nel percorso di Falconi;

che tra l’altro si riconoscono fin

dagli esordi della sua attività, ma si

fanno via via più evidenti. Intanto, un

sottofondo romantico, nel senso storico

del termine, cioè un’imagerie

ispirata alle suggestioni paesistiche

degli artisti tedeschi nel cuore del-


74

Nostalgia di Caravaggio - 2012 - acrilico su tela - cm 40 x 50

l’Ottocento, ma via via spostate in

un’atmosfera che non tanto si ispira

all’infinitezza misteriosa dello spazio,

quanto alle ambiguità delle presenze

poste nello spazio medesimo: dove

non esiste immediatezza di immagini,

ma ogni atteggiamento e gesto, sia

pure di esseri giovani e di intatta bellezza,

ci proietta verso il remoto.

Questo filone iconografico di forte

caratterizzazione simbolica è quello

dove la personalità creativa di Falconi

si è manifestata con maggiore pienezza,

e per il quale si è fatto riferimento

al clima interpretativo dei

preraffaelliti o, più estesamente, della

scuola inglese fine Ottocento, corrispettivo

della contemporanea letteratura.

È un tipo di cultura dove s’innesta

l’erotismo lesbico, tema dominante

dell’ultima produzione dell’artista:

i corpi nudi delle giovani donne,

limpidi e intatti, posti sullo sfondo di

distese marine o lacustri, paiono simboli

di un’equivoca purezza; non contaminati

dal dolore, ma appena dalla

malinconia; non estranei a riflessioni

religiose, ma estranei al pieno coinvolgimento

nella passione; e il tema

della musica, rappresentato in particolare

dalla presenza dei violini, isola

e insieme accompagna queste immagini.

Che dietro la produzione pittorica fin

dagli esordi fosse presente con intensità

in Falconi una riflessione filosofica

pessimistica, o meglio, amara e

desolata, sul senso della vita, appare

evidente. Ma negli anni Cinquanta, o

poco oltre, la sua formula espressiva

presentava tagli di tipo astratto, talora

con immagini convulse di matrice

espressionista, e qualche inclinazione

al surreale. A poco a poco il suo linguaggio

si estrapola dalle suggestioni

avanguardiste e si orienta verso

quello che, per intenderci, definiremo

il figurativo.

Ma ecco a questo punto l’impegno di

rappresentare con puntiglio la realtà

fisica dei personaggi, ripresi da modelli

vivi, si stacca da qualunque intonazione

veristica; anzi, punta su una

trasfigurazione da definirsi edonistica

sia per la bellezza fisica delle giovani

persone rese con una splendida padronanza

pittorica, sia per l’intonazione

aulica dell’insieme, con evidente ricorso

a matrici seicentesche o comunque

antiche, ma rivissute attraverso le

formule tardo-ottocentesche. I tratti

malinconici o, per meglio dire, percorsi

da amarezza esistenziale, si coniugano

con una tale forbitezza di

linguaggio e con un’esplicita seduzione

delle immagini, sia sotto il profilo

fisionomico, sia sotto quello

stilistico, da divenire una ritmica trasfigurazione.

Potremmo concludere che Falconi

traduce il suo pessimismo filosofico

in una coinvolgente bellezza espressiva.

L’arte non nega il male del

mondo; lo rende sogno.

Rossana Bassaglia


Gigino

Falconi

Per l'anniversario di

Gabriele D'annunzio

Eva - 2017

acrilico su tela

cm 200 x 100

Non è un tema d’occasione,

questo scelto da Gigino

Falconi: nel cuore di ogni

abruzzese respira la memoria

di D’Annunzio.

Caso mai, il problema è vedere in che

modo l’occasione si sposa con il passato

interiore, con quello che l’artista

si portava dietro dalla nascita. Quasi

si trattasse di riprendere un discorso

messo da parte tanto tempo fa e alla

fine dimenticato. Qui sta il punto

vero: non si può dimenticare, soprattutto

quando ciascuno dalla propria

parte, l’ispiratore e il traduttore, ha

lavorato per le stesse intenzioni. Così

dal confronto non voluto ma imposto

dalla più profonda coscienza salta

fuori una risposta che non è mai illustrativa

o riassuntiva, ma legata a

quanto c’era di più vero nell’ispirazione

del Falconi.

Potremmo dire anche

che si tratta di

un discorso doppio

o, meglio ancora,

di un confronto

sostenuto fra l’immaginazione

di ieri e ormai codificata e l’immaginazione

dello spettatore che è stato

sollecitato verso questo tipo di ricognizione.

In effetti c’è un filo conduttore

che passa attraverso queste immagini

ripetute nella più assoluta libertà,

quasi si fosse trattato di riscrivere

ciò che il D’Annunzio aveva

detto e fissato per sempre. Non per

nulla un’opera vive oltre i suoi confini

naturali e riesce a passare dal particolare

al generale, dal temporale

all’eterno. Di qui la scelta del Falconi:

restare nel suo tempo e insieme

ripetere le parole magiche del poeta.

Lo spettatore chiamato a dire le sue

impressioni non può fare altro che cedere

a un sentimento immediato di

ammirazione, alla giustificazione dell’operazione

così ben risolta. C’è poi

da mettere nel conto tutto quanto il

Falconi è riuscito a sottrarre alla speculazione

triviale della commemorazione.

Né dobbiamo considerare

questo capitolo nell’ambito della facilità

e della semplicità e questo perché

lo scartare, l’eliminare e l’evitare

suppongono una disposizione critica

di alto livello. Possiamo fare la prova


76

Nostalgia di Caravaggio - 2012 - acrilico su tela - cm 40 x 50

per contrari, immaginando il Falconi

disposto alla pura dilettazione fondata

sul già detto, sul già noto: non gli sarebbe

mai riuscito di restare al palo

della pura illustrazione. In realtà ha

lavorato in senso opposto, mettendo

nei margini tutto quanto sarebbe stato

naturale e spontaneo per lo spettatore

l’idea della restituzione dannunziana

(un tipo di operazione offerto a tutti)

e privilegiando quello che restava

chiuso e nascosto agli occhi di tutti.

Ecco dove l’allievo è riuscito a mettersi

in rapporto d’arte con il poeta, a

entrare in competizione. Falconi a

questo punto ha inseguito le sue chimere

e le sue ipotesi di vita e in tal

modo ha vinto la partita, diventando

non già uno dei tanti illustratori dell’opera

del D’Annunzio ma - e qui

stava veramente il grande salto - un

lettore, meglio ancora un’«anima» in

grado di accogliere la verità poetica.

Per servirci di un’immagine, un pittore

che ha saputo raccogliere il «testimone»

dalle mani prodigiose del

poeta, senza corromperne la voce,

senza alterarne i toni e gli echi.

Carlo Bo


78

Nel segno della Musa

Le interviste diM arilena Spataro

“Ritratti d’artista”

Maestri del ‘900

Marco Bravura:

quando l'arte musiva

incontra la scultura.

e l'opera diventa un

inno alla bellezza

marilena.spataro@gmail.com

Ardea per Ravenna, 2004, metri 9,50 x 200 x 200,

spazio pubblico, Piazza della Resistenza, Ravenna

Marco Bravura, artista affermato

a livello internazionale. Ravennate,

classe 1949, ormai da 10

anni vive e lavora, "ospite"

graditissimo, in Russia, dove risiede in

una cittadina vicino Mosca.

Maestro, ci parla di questa sua esperienza

moscovita. Come e quando è iniziata?

«Nel 2004 stavo realizzando con i miei

allievi di allora la fontana Ardea Purpurea

per Ravenna quando nel laboratorio ricevetti

la visita dell’imprenditore russo

Ismail Akhmetov. Per lui una “rivelazione”

(parole sue ): gli piaceva il modo

in cui il laboratorio era condotto e come

si stava procedendo col lavoro, dopodiché

fu un continuo invito a raggiungerlo

in Russia. I primi anni andavo e venivo

frequentemente in occasione di mostre,

brevi esperienze di lavoro, poi Akhmetov

mi chiese di organizzare un laboratorio e

gli spazi dove artisti e studenti da tutto il

mondo potessero venire in residenza.

Pian piano i tempi di permanenza in Russia

si allungavano, c’erano sempre nuovi

progetti e collaborazioni. Abbiamo portato

il mosaico e il suo linguaggio sulle

rive del Baikal, ad Ulan Ude, ad Almaty

in Kazakhistan, in Tatarstan, a Kazan, a

San Pietroburgo, a Sochi, a Minsk in Bielorussia

e ovviamente a Mosca, sempre

in eventi di alto livello, quali partecipazioni

alla Biennale d’Arte Contemporanea

di Mosca e in Musei. Ora la

Fondazione Akhmetov si è trasferita nella

cittadina di Tarusa, in spazi realizzati con

grande cura, immersi nella natura, siamo

in un bosco che si perde a vista d’occhio

e lungo le rive del fiume Oka. Sono trascorsi

più di dieci anni e l’energia, la voglia

di fare, mia e di Akhmetov non si

sono esaurite, anzi…».

Prima di approdare in Russia ha girato

il mondo: lei stesso si definisce da sempre

uno spirito libero e nomade, un cittadino

del mondo. Da cosa nasce questa sua esigenza

e cosa ne deriva artisticamente

parlando dal suo “nomadismo”?

«Proprio così: mi riconosco completamente

nella frase di Kipling “al mondo ci

sono solo due tipi di uomini, quelli che

stanno a casa e quelli che non ci stanno”

ovviamente sono quello che non sta a

casa. Non so darne una motivazione, è

così, è sempre stato così: adolescente frequentai

la Francia ( i primi gemellaggi tra

città europee) e dai 18 anni in poi, quando

mi trasferii a Venezia per studiare all’Accademia

di Belle Arti, non sono più tornato

in famiglia a Ravenna. Anche perchè

a 20 anni avevo già la mia famiglia e due

figli. Con loro ho viaggiato molto: gli inverni

alle Canarie, poi l’India, gli Stati

Uniti. L’influenza di tutto questo vedere,

osservare, assorbire si è poi manifestata

spontaneamente nelle opere che andavo

creando, ne è un esempio la serie degli

Arazzi, mutuati dai “poveri” arazzi raja-


The Head, 2011, cm 130 x 130 x 103, collezione Akhmetov

sthani, nella cui composizione patchwork

ho rivisto le tessere dei miei anni all’Istituto

d’Arte. Ma la valenza più

importante del viaggiare rimane a mio

avviso il percorso, che allarga gli orizzonti

fuori e dentro».

A un certo punto della sua carriera decide

di dedicarsi soprattutto all'arte del

mosaico, iniziando pionieristicamente ad

applicare questa antichissima tecnica

alla dimensione plastica. Perchè una simile

scelta?

«Il mosaico è un pò la mia “pace dei

sensi”. Una volta esaurito il dilemma

“avanguardia sì avanguardia no, l’arte è

morta…l’impeto dell’ego giovanile intellettual-puzzolente”,

mi è stato congeniale

riconsiderare una tecnica antica per

creare qualcosa di contemporaneo (sono

vivo, sono per forza contemporaneo). La

tecnica musiva mi permetteva di riconsiderare

il colore nella scultura, come sappiamo

fosse nell’antichità o come avevo

visto nell’arte orientale. Poi ci sono stati

incontri fortunati, come quello con Tonino

Guerra e la progettazione di alcune

fontane, appunto, piene di colore e realizzabili

solo a mosaico».

Quanto la decisione di esprimersi attraverso

il mosaico è stata influenzata dall'essere

lei nato e vissuto a Ravenna,

notoriamente fin dai Romani una delle

maggiori capitali mondiali dell'arte musiva?

«Beh, certamente il privilegio di frequentare

fin dall’infanzia basiliche e battisteri

che ti inondano di bellezza, ha avuto una

innegabile influenza. In seguito l’imprinting

della scuola ravennate è stato certo e

forte: ho avuto insegnanti straordinari,

quali Antonio Rocchi, Francesco Verlicchi,

Isotta Fiorentini Roncuzzi, Sergio Cicognani,

Giuseppe Ventura».

Quali le tappe salienti del suo percorso

artistico che l'hanno condotta alla fama

di oggi?

«Ringrazio la sua considerazione, personalmente

mi ritengo semplicemente fortunato,

perchè ho sempre potuto lavorare

e continuo a lavorare, anche 10 / 12 ore

al giorno, sempre. Comunque alcune

tappe salienti sono certamente le opere

pubbliche iniziate dapprima collaborando

con Guerra e proseguite su progetti e

ideazioni miei. Famoso non so, conosciuto

da istituzioni quali banche, Comuni

e privati che ti vengono a cercare,

questo sì, ed è stato così che ogni lavoro

aggiungeva credibilità e fiducia. Poi c’è

stata l’esperienza negli Stati Uniti, in seguito

in Libano. Akhmetov e la sua fondazione

per il sostegno all’istruzione e

alla cultura sono per ora la tappa ultima».

Lei ha realizzato sia in Italia che all'estero

alcune opere musive monumentali

che hanno contribuito alla sua fama.

Ci racconta come è andata?

«Creare Ardea Purpurea per Beirut,

primo monumento pubblico dopo la di-


80

Lampedusa, 2014, cm 200 x 250, collezione Ahmetov

99 Variations on a Theme, 1999, cm 80 x 140, collezione Akhmetov

Arazzo Oro, 1994, cm 95 x 154, collezione privata

Primordial Architecture, 2010, installazione,

diametro 4 x 4, collezione Akhmetov

struzione di 17 anni di guerra, ha rappresentato

davvero molto per me. Il Ravenna

Festival aveva portato a Beirut il concerto

“Le vie dell’Amicizia” nel 1998. Grande

entusiasmo per il Maestro Muti e il meraviglioso

momento che la musica aveva

regalato. Come dicevo prima, mi ero conquistato

la fiducia di alcune istituzioni e

così fui contattato per creare un’opera

pubblica a ricordo di quell’evento. Feci

una maquette di 40 cm, preparai il progetto.

Cristina Muti con la sua generosità

fu tra i primi a coglierne il potenziale, ci

fu un primo viaggio a Beirut per la presentazione

del progetto al Ministro della

Cultura e all’Associazione presieduta da

Raymond Nahas, che lo avrebbe finanziato.

Un anno di lavori e all’inaugurazione

erano presenti ambasciatori di 4

nazioni, il clima era di festa, si credeva

tanto nella pace appena riconquistata. La

soddisfazione era così grande che mi

chiesero di tornare e fondare una scuola

di mosaico che ancora oggi opera. Il Libano

e il popolo libanese sono meravigliosi,

ho tutt’ora amicizie che mi sono

molto care. Dopo il successo a Beirut, è

stata la volta delle istituzioni ravennati a

permettermi di realizzare Ardea Purpurea

per Ravenna, che nelle parole della signora

Muti, rappresenta “il secondo pilastro

di quell’ideale ponte di amicizia tra

le due sponde del Mediterraneo”».

Come s’inseriscono queste opere scultoree

nel più ampio discorso dell’organizzazione

dello spazio?

«Per alcune opere lo spazio era stabilito,

progettato in collaborazione con architetti

e la sfida era portare innovazione nel rispetto

di un contesto. Una esperienza

molto positiva. In altri casi si è cercato lo

spazio giusto per l’opera già realizzata,

operazione alquanto difficile, lo scontento

è dietro l’angolo, anzi, dietro la rotonda».

Quale è la sua visione del mondo e cosa

di essa desidera farci arrivare con i suoi

lavori?

«La mia natura è di vedere in positivo.

Attraverso la bellezza cerco di raccontare

il presente con lo spirito di speranza che

solo la bellezza può far arrivare. Se fin

qui si è creduto che la bellezza avrebbe

potuto salvare il mondo, penso sia tempo

che debba essere il mondo, cioè noi, a salvare

la bellezza rimasta».

Quale il ruolo che una forma espressiva

come il mosaico, in buona parte incentrata

su tecniche artigianali, può giocare

in futuro nell'ambito dell'arte contemporanea,

a sua volta sempre più incentrata

sulla sperimentazione di nuove tecnologie,

quali, ad esempio, arte digitale e videoarte?


RotoB, 2008, cm 200 diametro, profondità cm 130,

collezione Akhmetov

Fontana delle Farfalle, 2003, tappeto musivo cm 300 x 220, spazio pubblico,

Sogliano al Rubicone ( in collaborazione con Tonino Guerra)

Ardea per Beirut, 1999, 6 metri x 180 x 100,

spazio pubblico, Rue Verdun, Beirut

«La possibilità che il linguaggio musivo

possa trovare una collocazione nell’arte

contemporanea è una scommessa (vinta

o meno lo diranno i posteri). Un’opera

musiva richiede sì conoscenza tecnica e

applicazione manuale, ma è il processo

di dinamica creativa che rappresenta la

componente fondamentale come per

qualsiasi altra espressione artistica. L’incontro

con l’arte digitale è totalmente

possibile, nel mio caso la sperimentazione

è già iniziata. Con Giacomo Giannella,

artista digitale, abbiamo dato

l’avvio ad un progetto chiamato Remix,

dal mosaico al digitale e di nuovo al mosaico.

E’ nato un video immaginifico e

alcune visioni mi hanno ispirato nuove

opere in mosaico».

Lei ha una figlia che ha scelto di dedicarsi

come lei alla scultura in mosaico.

E che sta ottenendo parecchi riconoscimenti

a livello internazionale. Come

reagì a suo tempo da padre e da artista

a questa decisione. E come è stato e

come è oggi il vostro rapporto?

«Mia figlia Dusciana ha manifestato sin

da bambina la sua propensione alle arti

visive. Era un dato ovvio, inevitabile;

spero solo di averla lasciata libera abbastanza,

credo di sì dato che in una intervista

Dusciana ha detto: “mio padre ha

sempre tenuto molto a non insegnarmi

niente”…Il rapporto di collaborazione

c’è stato, mi ha affiancato nella creazione

di tutte le opere pubbliche, e mi

piacerebbe ci fosse in futuro. Ammiro

sinceramente la sua inesauribile spinta

creativa».

C'è ancora un sogno nel cassetto per

Marco Bravura che attende di realizzarsi?

«I cassetti sono più d’uno e sono pieni,

non di sogni ma di progetti. Un’opera

pubblica in terra di Russia non sarebbe

male».


82

MOSTRE D’ARTE in iT

A cura di Silvana Gatti

BA R D (A O )

FORTE DI BARD

Fino al 17 Giugno 2018

L U C I D E L N O R D .

IMPRESSIONISMO IN NORMANDIA

L’Associazione Forte di Bard, in collaborazione

con Ponte Organisation für kulturelles

Management GmbH di Vienna,

promuove questa mostra curata dallo

storico dell’arte Alain Tapié. Più di settanta

opere raccontano l’amore degli

impressionisti per la Normandia, terra

di vento, mare e nebbia. I dipinti provengono

dall’Association Peindre en

Normandie di Caen, dal Museo del Belvedere

di Vienna, dal Musée Marmottan

di Parigi e dal Musée Eugène Boudin di

Honfleur e recano la firma di autori

come Monet, Renoir, Bonnard, Boudin,

Corot, Courbet, Daubigny, ma anche –

e non solo – Delacroix, Dufy, Gericault.

La Normandia ha attratto gli artisti del

XIX secolo, a partire dagli artisti inglesi

che attraversarono la Manica per studiarne

il paesaggio, le rovine e i monumenti.

Paesi come Honfleur, Le Havre,

Rouen furono luoghi di incontro ed

ispirazione per pittori ‘parigini’ come

Corot, Courbet, Boudin. Qui nacquero

i principali movimenti d’avanguardia

del Novecento, dall’Impressionismo ai

Fauves. Il fermento artistico legato a

una visione più realistica e aderente alla

natura, che porta gli artisti a lavorare en

plein air – grazie anche all’uso della pittura

a olio in tubetti di metallo facili da

trasportare –, prende vita in Normandia,

una regione in cui la natura, come afferma

il curatore Alain Tapié, ha una

sua propria ‘fisicità’ vera e vibrante.

Una mostra che racconta l’impegno

degli artisti di raffigurare ciò che vedevano

in Normandia, teatro dei mutamenti

sociali e culturali che apriranno

le porte all’età moderna.

BO LO G N A

MAST

Dal 1 Febbraio 2018

Fino al: 1 Maggio 2018

P H O T O G R A P H Y G R A N T O N

I N D U S T R Y A T W O R K

Presso la sede della Fondazione MAST

è presentata la mostra dei finalisti del

concorso GD4PhotoArt che dal 2018

diventa MAST FOUNDATION FOR

PHOTOGRAPHY GRANT on Industry

and Work. La selezione biennale

di giovani fotografi, promossa dalla

Fondazione MAST, intende documentare

e sostenere l’attività di ricerca sull’immagine

dell’industria, documentando

le continue trasformazioni che

questa induce nella società e nel territorio,

il ruolo del lavoro per lo sviluppo

economico e produttivo. Questo concorso,

giunto quest’anno alla quinta

edizione, è nato con l’obiettivo di promuovere

l’attività fotografica delle

nuove generazioni di artisti. La rassegna

bolognese mette in mostra i progetti

realizzati appositamente per il

concorso dai quattro finalisti, provenienti

da diversi continenti: Mari Bastashevski

(Danimarca-Russia), Sara

Cwynar (Canada), Sohei Nishino

(Giappone) e Cristobal Olivares (Cile).

FERRA RA

PALAZZO DEI DIAMANTI

Dal: 3 marzo 2018

Fino al: 10 Giugno 2018

STATI D’ANIMO. ARTE E

PSICHE TRA PREVIATI E

BOCCIONI

Grazie a prestiti eccezionali, dalla Beata

Beatrix di Dante Gabriel Rossetti delle

National Galleries of Scotland al Fugit

Amor del Musée Rodin, dal pellizziano

Ricordo di un dolore della Carrara alla

Risata di Boccioni proveniente dal

MoMA, viene riletto da un punto di

vista inedito quel cruciale passaggio di

secolo. Il percorso segue gli artisti nella

ricerca di un linguaggio delle emozioni,

muovendo dal verismo psicologico

verso un processo di rarefazione formale

che approda alla sintesi astrattiva e dinamica

della pittura di stati d’animo futurista.

Opere chiave della scena italiana

e internazionale tra Otto e Novecento

dialogano con le “interferenze” offerte

dall’immaginario scientifico e culturale

del tempo in un racconto che attraversa

gli stati d’animo: dalla melanconia all’abbandono

fantastico nella rêverie, dall’abisso

della paura alla liberazione delle

pulsioni sessuali e degli istinti aggressivi,

fino all’estasi dell’amore e alla sublimazione

nei sentimenti di pace e

armonia universale, per chiudere sulle

note della città contemporanea.


AliA E fuORi cOnfinE

FO RLI’

MUSEI DI SAN DOMENICO

Dal 10 febbraio 2018

al 17 Giugno 2018

L’ETERNO E IL TEMPO TRA

MICHELANGELO E

CARAVAGGIO

Questa mostra documenta il periodo

che intercorre tra il Sacco di Roma

(1527) e la morte di Caravaggio (1610);

tra l’avvio della Riforma protestante

(1517-1520) e il Concilio di Trento

(1545-1563); tra il Giudizio universale

di Michelangelo (1541) e il Sidereus

Nuncius di Galileo (1610). Un secolo

che vide il tramonto del Rinascimento

e il sorgere del Manierismo. Nascono

scuole e orientamenti nuovi, dal tentativo

di dare vita a «un’arte senza tempo»

di Valeriano e Pulzone, in ambito

romano, al modellato di Tiziano, al naturalismo

dei Carracci. Distanziandosi

dai bagliori dell’estremo Rinascimento,

il Concilio tridentino crea una nuova

forma di pietà e di devozione, con l’esaltazione

della figura mariana, dei

primi martiri e dei nuovi santi, tra cui

Francesco d’Assisi. In Italia la battaglia

più importante per il dipingere è nella

pittura di commissione sacra, con Caravaggio.

Tra l’ultimo Michelangelo a

Caravaggio, passando attraverso Raffaello,

Rosso Fiorentino, Lorenzo Lotto,

Pontormo, Sebastiano del Piombo,

Correggio, Bronzino, Vasari, Parmigianino,

Daniele da Volterra, El Greco,

Pellegrino Tibaldi, i Carracci, Federico

Barocci, Veronese, Tiziano, Federico

Zuccari, Cavalier d’Arpino, Giuseppe

Valeriano e Scipione Pulzone, si sviluppa

un filo estetico che darà vita a

una età nuova. Comprese le forme alternative

di Rubens e Guido Reni..

G EN O V A

PALAZZO DUCALE

LOGGIA DEGLI ABATI

Dal 3 Marzo 2018

al 1 Luglio 2018

ANTONIO LIGABUE

Un’antologica ripercorre la vicenda

umana e creativa di Antonio

Ligabue, uno degli autori più geniali

e originali del Novecento italiano.

Il percorso espositivo si

snoda tra i due poli principali entro

i quali si sviluppa l’universo

creativo dell’artista: gli animali,

selvaggi e domestici, e gli autoritratti.

Tra gli animali abitatori

delle foreste e delle savane si trovano

alcuni dei maggiori capolavori

dell’artista, come Tigre reale,

realizzato nel 1941, nel periodo in

cui era ricoverato nell’Ospedale

psichiatrico San Lazzaro di Reggio

Emilia; tra quelli delle campagne,

le due versioni di Cani da caccia

con paesaggio; c’è poi la galleria di

autoritratti, come i dolenti Autoritratto

con berretto da motociclista

del 1954-55 e Autoritratto del

1957. Non mancano altri straordinari

dipinti, dai paesaggi bucolici,

alla Carrozzella con cavalli e paesaggio

svizzero ad alcune versioni

delle Lotta di galli, ad Aquila con

volpe della fine degli anni quaranta,

alla Vedova nera con volatile

e alla Testa di tigre della metà

degli anni cinquanta, fino alla Crocifissione.

Catalogo Skira

M ILA N O

FABBRICA DEL VAPORE

VIA PROCACCINI 4

Fino al 4 Aprile 2018

REVOLUTION, MUSICA E RIBELLI

1966-1970. DAI BEATLES A

WOODSTOCK

Questa Mostra, nata dalla collaborazione

tra comune di Milano, Fabbrica del Vapore

e Avatar - Gruppo MondoMostre

Skira, racconta gli anni dal 1966 al 1970.

Le sezioni sono cinque: “Swinging London”,

“Musica e controcultura”, “Voci

del dissenso”, “Costumi e consumi”,

“The Summer of love”, per raccontare la

moda della Londra beatlesiana del 1966;

la creatività musicale, da Dylan al blues

e al soul; le proteste che dagli Stati Uniti

sfociarono in Europa e le rivoluzioni nella

moda e nel costume. Protagonista è

l’arte musicale, da Simon and Garfunkel

fino a “Imagine” di John Lennon, corredata

dalle copertine dei vinili. Imperdibili

i Beatles, con i dischi “Revolver” (1966)

e Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

(1967). Esposto il quaderno col testo a

matita di “Lucy in the sky with diamonds”

ed il vestito indossato da John

Lennon per la copertina del suo album.

Infine la stanza, dedicata a Woodstock

(15-17 agosto 1969), i vestiti degli artisti

– tra cui Joe Cocker –, la locandina originale

e tre chitarre di Jimi Hendrix. Nell’ultima

sala, uno schermo con alcuni

spezzoni del documentario ufficiale del

concerto di Woodstock.


84

MOSTRE D’ARTE in iT

M O D EN A

GALLERIA ESTENSE

Largo Porta Sant'A gostino,337

Fino al 13 Maggio 2018

DA CORREGGIO A GUERCINO.

CAPOLAVORI SU CARTA DELLA

COLLEZIONE DEI DUCHI D’ESTE

Questa mostra presenta una selezione

di disegni di autori quali Correggio, Nicolò

dell’Abate e Lelio Orsi, Ludovico,

Annibale e Agostino Carracci, lo Scarsellino,

Guido Reni, Guercino. Esposti

disegni e dipinti a confronto, per gettare

uno sguardo sullo stile, la tecnica e i segreti

del comporre di grandi maestri del

Cinque e Seicento. I disegni oggi in Galleria

Estense provengono da vicende

plurisecolari. Le fonti suggeriscono la

presenza di alcuni capolavori di grafica

già nei camerini di Alfonso I d’Este, nel

Castello di Ferrara. È soprattutto nel

corso del Seicento che i duchi d’Este,

trasferiti a Modena, danno vita a una

vera e propria raccolta moderna di disegni

che culmina negli anni di Alfonso

IV (1658-1662), quando il Palazzo Ducale

ospita una collezione grafica paragonabile

a quella fiorentina del cardinale

Leopoldo de’ Medici. Gli inventari

stimare più di 2.840 i fogli di cui si

componeva, e che contavano esemplari

dei maggiori maestri. Con il XVIII secolo

le progressive traversie e dispersioni

raggiungono il punto più critico

con le spoliazioni napoleoniche. Circa

1300 disegni trasferiti in Francia non

torneranno più a Modena e ancora oggi

costituiscono parte fondamentale delle

collezioni del Museo del Louvre.

O ST U N I

PALAZZO TANZARELLA

Dal 24 Aprile 2018

fino al 4 Novembre 2018

“L’ALTRA METÀ DEL CIELO”: LE

DONNE DI PICASSO IN MOSTRA

A MARTINA FRANCA,

MESAGNE E OSTUNI

Questa rassegna racconta Pablo

Picasso da una prospettiva nuova,

quella delle donne che sono state

al suo fianco e che hanno avuto

per l’artista un ruolo importante.

Le donne erano per Picasso fonte

di ispirazione e filo rosso tra arte

e vita, sia che siano state modelle,

compagne di vita o madri dei suoi

figli, Talvolta queste donne erano

artiste, come Dora Maar e Françoise

Gillot. Ben oltre 300 opere

saranno distribuite tra Palazzo

Ducale, il Castello e Palazzo Tanzarella,

rispettivamente nei tre comuni

di Martina Franca, Mesagne

e Ostuni. Una selezione di dipinti,

grafiche, ceramiche provenienti da

collezioni private, realizzate non

solo da Picasso, ma anche da queste

due grandi donne che per un

certo periodo hanno lavorato al

suo fianco. Completa il ritratto

dell’artista una “mostra nella mostra”,

composta da un nucleo di

fotografie di Robert Capa ed Edward

Quinn, l’amico e regista che

documentò il periodo in cui Picasso

si dedicò alle ceramiche.

PAV IA

SCUDERI E D EL CASTELLO

VISCO NTEO

Fino al 3 Giugno 2018

STEVE McCURRY. ICONS

L’esposizione presenta oltre 100

scatti in grado di ripercorrere quarant’anni

di carriera del fotografo

americano. L’esposizione condurrà

i visitatori in un viaggio simbolico

nel complesso universo di esperienze

e di emozioni che caratterizza

le sue immagini e che toccherà

paesi come l’India, l’Afghanistan,

la Birmania, il Giappone, il

Brasile. Non mancherà il ritratto di

Sharbat Gula, la ragazza afghana

che McCurry ha fotografato nel

campo profughi di Peshawar in Pakistan

e che, con i suoi grandi occhi

verdi e col suo sguardo triste, è diventata

un’icona assoluta della fotografia

mondiale. All’interno del

percorso espositivo sarà proiettato

un video, dal titolo “Le massime di

Steve McCurry”, in cui l’artista

americano racconta il suo modo di

intendere la fotografia e un altro filmato,

prodotto dal National Geographic,

dedicato alla lunga ricerca

che ha consentito di ritrovare, 17

anni dopo, “la ragazza afghana”

ormai adulta.


AliA E fuORi cOnfinE

R O M A

C OMPLES SO DEL VITTO RI ANO

ALA B RASI N I

Fino al 3 Giugno 2018

M O N E T

Questa mostra propone 60 opere del

padre dell’Impressionismo provenienti

dal Musée Marmottan Monet di

Parigi. Sono opere che l’artista conservava

nella dimora di Giverny, donate

dal figlio Michel al Museo.

Monet trasformò la pittura en plein

air in uno stile di vita, ossessionato

com’era nel cogliere le differenze cromatiche

di uno scorcio tra la luce abbagliante

e la pioggia fitta, nelle minime

variazioni atmosferiche nelle

ore del giorno. Il percorso spazia dalle

caricature della fine degli anni 50

dell’800 ai paesaggi rurali e urbani di

Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville - e

delle sue dimore; dai ritratti dei figli

alle tele dedicate al suo giardino, fino

ai salici piangenti e al ponte giapponese,

per passare alle Ninfee, che virano

verso l’astrattismo. Tra i capolavori

in mostra: Portrait de Michel

Monet bébé (1878), Ninfee

(1916-1919), Le Rose (1925-1926),

Londres. Le Parlement. Reflets sur la

Tamise (1905). Sotto l’egida dell’Istituto

per la storia del Risorgimento

italiano, la mostra Monet, curata da

Marianne Mathieu, è promossa dall’Assessorato

alla Crescita culturale -

Sovrintendenza Capitolina ai Beni

Culturali di Roma Capitale, col patrocinio

del Ministero dei beni e delle

attività culturali e del turismo e della

Regione Lazio ed è prodotta e organizzata

da Gruppo Arthemisia in collaborazione

con il Musée Marmottan

Monet di Parigi.

TO RIN O

K B A R T G A L L E R Y

V ia S.Secondo,14

Dal 3 Fino al 15 Marzo 2018

D al m ercoledì al sabato orario:16 - 19.30

A N N A C O M B A

Nel capoluogo piemontese una mostra

celebra l’artista torinese Anna

Comba, la cui arte ha incrociato il

mondo della celluloide. Dagli anni

Sessanta, con la tecnica del collage

ha creato lavori che ancora oggi ci

parlano della guerra del Vietnam,

delle conquiste sociali, della condizione

della donna e del consumismo.

Il suo sguardo, rivolto alla gente

comune, passava attraverso le immagini

di Rita Hayworth ed Ava

Gardner, Marilyn Monroe e Silvana

Mangano, di Hollywood e del Neorealismo.

Lavori di carta che coniugano

il cinema con la vita, rap- presentando

le dive come icone viste

dal lato umano, con le loro debolezze

e le loro glorie, metafore dell’universo

femminile. Col suo sguardo

incentrato sull’uomo, inoltre, ha

narrato le vicende della gente comune,

manipolando le immagini

del filone cinematografico come “Riso

amaro” e “Roma città aperta” e

creando “ritratti” umani che trasmettono

messaggi a sfondo sociale.

Citata tra i protagonisti della

Mec Art di Pierre Restany, ha poi

sovrapposto, inserito, accartocciato

e cosparso i ritagli di varie tonalità

di colore che avvolgono la tela e il

suo contenuto. Come una fotoreporter:

ha raccontato decenni di storia

cinematografica con poesia e solidità,

trasformando in materiale

artistico, un flusso di immagini fotografiche

.

T R EV ISO

MUSEO DI SANTA CATERINA

Dal 24 Febbraio 2018

Fino al 3 Giugno 2018

R O D I N Un grande scultore

al tempo di Monet

Treviso è stata scelta dal Musée Rodin

di Parigi per la mostra conclusiva delle

celebrazioni per il centenario della

scomparsa di Auguste Rodin (1840 –

1917), promossa dal Comune di Treviso

e da Linea d’ombra. In mostra

oltre una settantina di opere, tra cui

tutti i capolavori scultorei più noti dell’artista.

Dal Bacio al Pensatore, al Monumento

a Balzac, all’Uomo dal naso

rotto, all’Età del bronzo, sino alle maquette,

spesso di vasto formato, delle

opere monumentali. I Borghesi di Calais

e la Porta dell’Inferno, tra le tante.

Il percorso mette in luce l’interesse di

Rodin per Michelangelo e la scultura

rinascimentale italiana, evidenziando

la capacità di Rodin di trasformare la

materia, rendendo morbido, sensuale,

vibrante il marmo non meno che il

gesso, prima delle fusioni in bronzo.

Presente in mostra una grande tela di

Edvard Munch, del 1907, che ritrae la

statua del Pensatore nel giardino del

dottor Linde a Lubecca. Esposto anche

un quadro di Monet, presente nella

mostra Mo-net/Rodin di Parigi nell’estate

del 1889 nella galleria di Georges

Petit. La monografica su Rodin in

Santa Caterina è collegata a un “Omaggio

ad Arturo Martini” che coinvolge

il Museo “Luigi Bailo”, a cui appartengono

oltre cento opere di Martini:

molte sculture, ceramiche e incisioni.

Goldin ha inoltre organizzato

una mostra monografica sull’altro artista

trevigiano del Novecento europeo,

Gino Rossi.


86

MOSTRE D’ARTE in iT

T R EV ISO

M U S E O C I V I C O B A I L O

Fino al 3 Giugno 2018

ARTURO MARTINI

Molti i capolavori di Arturo Martini in

questa mostra al Bailo. Dalla Maternità

del 1910 alla stessa Fanciulla piena

d’amore, dal Pensieroso del 1927 alla Pisana

del 1928, dal magnifico Adamo ed

Eva del 1931 che Arturo Martini eseguì

in pietra e su commissione per il collezionista

Arturo Ottolenghi, alla Venere

dei Porti, terracotta del 1932. Una carrellata

di opere che seguono, passo

passo, il percorso martiniano. Dalle ceramiche

che in gioventù modella per la

manifattura Gregorj, alle testimonianze

degli anni in cui – tra il 1909 e il 1913 –

a Monaco e a Parigi, si confronta con il

“nuovo” in Europa. Nel dopoguerra,

l’adesione a “Valori Plastici”, la fascinazione

metafisica e l’attenzione al

classicismo. Dopo aver esposto alla

Biennale Romana, nel 1926 partecipa a

quella di Venezia e alla I e II Mostra del

Novecento Italiano alla Permanente. E’

del 1931 il Premio per la Scultura alla I

Quadriennale Romana ed è dell’anno

successivo la personale alla Biennale

veneziana. A fine decennio, le grandi

commissioni pubbliche. E’ del 1941-

1942 la Donna che nuota sott’acqua,

sempre nella collezione del Museo

Bailo, nel suo bozzetto in bronzo, mentre

il marmo originale venne esposto

nelle Biennali del 1942 e 1948. Questa

scultura tra l’altro rovescia di 360 gradi

una figura di Martire compresa nella

Porta dell’Inferno di Rodin. Poi la tensione

verso l’astrazione.

T R IEST E

MU SEO C IVICO REVO LTELLA

Fino 2 Settembre 2018

MONACO, VIENNA – TRI ESTE -

ROMA. Il Prim o Novecento al

Revoltella

La mostra documenta l’influenza di

Monaco di Baviera e Vienna su Trieste,

nel periodo in cui il capoluogo

giuliano apparteneva all’Impero d’Austria-Ungheria.

Si inizia con le opere

di inizio Novecento di artisti triestini

e giuliani tra cui Eugenio Scomparini

e Glauco Cambon. Una sezione monografica

è dedicata a Federico Pollack,

noto a Trieste come Gino Parin.

In seguito la sezione sull’arte italiana

degli anni Venti e Trenta, caratterizzata

dal ‘ritorno all’ordine’ di sarfattiana

memoria, con i capolavori patrimonio

del Museo: i dipinti di Felice

Casorati, Carlo Carrà, Mario Sironi,

Guido Cadorin, Giorgio de

Chirico, Alberto Savinio e Felice Carena,

in ambito nazionale. E, a livello

territoriale, opere tra gli altri di Piero

Marussig e Carlo Sbisà. La sezione

successiva indaga il legame tra i triestini

Arturo Nathan, Carlo Sbisà e

Leonor Fini. Segue la sezione sul goriziano

Vittorio Bolaffio, legato a

Trieste e ad Umberto Saba. Il percorso

termina con la Secessione romana,

con artisti italiani quali Armando

Spadini, Plinio Nomellini,

Giovanni Romagnoli, Felice Carena,

Lorenzo Viani, Alberto Martini affiancati

ad altri del territorio, quali

Teodoro Wolf-Ferrari, Virgilio Guidi,

lo scultore Ceconi di Montececon ed

il triestino Edgardo Sambo che nel dipinto

“Macchie di sole” del 1911 riecheggiò

il secessionismo italiano

V EN EZ IA

PALAZZO LOREDAN

Fino al 30 Giugno 2018

IL MONDO CHE N ON C’ERA.

L’ARTE PRECOL OM BI ANA NEL-

LA COLLEZIONE LIGABUE

Palazzo Loredan sede dell’Istituto

Veneto di Scienze Lettere ed Arti,

ospita questa straordinaria esposizione

dedicata alle diverse civiltà

precolombiane che avevano prosperato

per millenni nel continente a-

mericano prima della scoperta dell’incontro

con gli Europei. L’incontro

di due civiltà che sono parte

della medesima umanità.

Un’umanità fatta di comunanze e

differenze di cui ci si rende ben conto

grazie alle opere esposte nella mostra

promossa dalla Fondazione Giancarlo

Ligabue, con main sponsor Ligabue

Group, che racconta le antiche

culture della cosiddetta Mesoamerica

(gran parte del Messico,

Guatemala, Belize, una parte dell’-

Honduras e del Salvador), il territorio

di Panama, le Ande (Colombia,

Ecuador, Perù e Bolivia, no a Cile e

Argentina): dalla cultura Chavin a

Tiahuanaco e Moche, fino agli Inca.

Un corpus di capolavori straordinari

appartenenti una delle collezioni più

complete e importanti in quest’ambito

in Italia - la Collezione Ligabue

- esposti al pubblico per la prima

volta grazie a questo progetto.


AliA E fuORi cOnfinE

FR A N C IA - PA R IG I

MUSEO DELLE ARTI DECORATIVE

Dal 7 marzo 2018 all’8 luglio 2018

BIJOUX D’ARTISTES. DA

CALDER A KOONS

Grande mostra al Museo delle Arti Decorative

di Parigi dedicata al design di

gioielli realizzati da alcuni tra i più

grandi esponenti dell’arte moderna e

contemporanea. Perché l’arte non è

solo la pittura e la scultura, in quanto

i grandi artisti si sono cimentati anche

con l’arte da indossare, la gioielleria.

Diane Venet, collezionista di “bijoux

d’artistes” da oltre 30 anni, presenta

per l’occasione oltre 230 gioielli realizzati

da artisti del calibro di Alexander

Calder, Jeff Koons, Max Ernst, Pablo

Picasso, Niki de Saint Phalle e César.

Una mostra davvero imperdibile per le

signore parigine e le turiste che, tra un

monumento e l’altro, faranno la fila

per visitarla.

SPA G N A -M A D RID

F U N D A C I Ó N M A P F R E .

S A L A R E C O L E T O

Fino al 16 maggio 2018

D E R A I N , B A L T H U S ,

G I A C O M E T T I

Questa mostra, organizzata dal

Musée d’Art Moderne de la Ville de

Paris, Paris Musées e co-organizzata

con Fundación MAPFRE, ospita

una selezione di un centinaio

di dipinti, opere grafiche e sculture

dei tre artisti. La mostra, curata da

Jacqueline Munck, ripropone i momenti

più importanti dell'amicizia

artistica tra Derain, Balthaus e Giacometti.

In un contesto artistico in

cui dominavano i movimenti astratti

e il surrealismo, emerse un'alleanza

artistica tra i tre pittori per rivendicare

la pittura del passato e i

codici più tradizionali di questa

arte. Questa collezione di opere, soprattutto

dagli anni '20 agli anni

'60, scandaglia i momenti cruciali

dell'amicizia artistica di questi tre

artisti che cercavano di essere in

linea con le regole basilari dell’arte:

lo stile, il chiaroscuro, la chiarezza

formale del disegno e la geometria.

SV IZ Z ER A -BER N A

F O N D A Z I O N E B E Y E L E R

Fino al 29 Aprile 2018

G E O R G B A S E L I T Z

La Fondazione Beyeler e il Kunstmuseum

di Basilea celebrano il pittore

e scultore tedesco ? che a ventitré

anni adotta il nome d’arte Baselitz in

onore del suo Paese natale ? in occasione

dei suoi ottant’anni, con una

vasta retrospettiva di dipinti, sculture

(collocate anche all’esterno) e

una selezione di opere su carta che

ne ripercorrono l’intera carriera. A

partire dai primi Anni Sessanta, con

le sue figure “fatte a pezzi” e dai

tratti nervosi, fino al 2017, con una serie

di dipinti di media dimensione

inediti. L’ultima mostra monografica

di Baselitz in Svizzera, ospitata

dalla Kunsthaus di Zurigo, risale al

1990 e questa nuova retrospettiva, a

cura di Martin Schwander, approderà

all’Hirshhorn Museum and Sculpture

Garden di Washington quest’estate,

e sarà la prima in Nord

America dopo quella del 1995.


88

i piccolini di

Mario Esposito fa parte del gruppo dei trenta artisti della Galleria Wikiarte inserito nella collana

Sensazioni artistiche edita G. Mondadori


Mario Esposito


90

I piccolini di Mario Esposito

Mario Esposito

artista in permanenza presso:

Galleria Wikiarte di

Deborah Petroni

Via San Felice, 18

40122 Bologna

www.wikiarte.com

INFO:

marioespo@gmail.com

www.marioesposito61.it

Facebook: me61

cell. 339 6783907


92

claudio alicandri

“Metropoli” - 2016 - Colori metallici acrilici su tela

Lo Studio ClaSil Vi ringrazia per seguirci con affetto......

Claudio & Silvio

Via Santa Rita da Cascia, 40 - 00133 Roma

Cell. 368 3148296 - c.alican@alice.it


LE DONNE NELL’ARTE

DAL 23 FEBBRAIO AL 6 MARZO 2018

FER N A N D A C ER R IN A - M A R T IN A D I B ELLA -

ELEN A G H IR A R D ELLI - LO R ET T A B R U N A PA V A N I-LO LLY

TesticriticidiM onia M alinpensa

FER N A N D A C ER R IN A

“L’artista Fernanda

Cerrina, che dipinge

con un deciso

ed incisivo tratto del

disegno, plasma le

sue opere con una

matura stesura del

colore squillante denso

di forza espressionistica

e di suggestivo

aspetto simbolico.

Le sue visioni

di volti femminili,

di grande rispetto

e sentimento,

sono trattenute da

un palpito di vita e

da una luce interiore

assolutamente

unica, costantemente

pervase da emozioni

infinite che la-

“A rrivo dopo la tem pesta” -2017

olio su legno cm .105 x 95 -particolare dell’opera sciano il segno sull’opera

e che mostrano all’osservatore una pittura attenta ai valori

umani”.

ELEN A G H IR A R D ELLI

“L'interpretazione dell’artista

Elena Ghirardelli è arricchita

da una sua personalità

pittorica ben precisa;

il significato stesso del luogo

esprime grande libertà

di spirito e dà spazio ad

una descrittiva di profondo

impegno eseguita con conoscenza

del disegno e

concreto studio. Colori riposanti,

giocati con sapienza

e sensibilità, toni

poetici raffinati negli effetti

ed il rapporto prospettico -

formale di mirabile costruzione

testimoniano un linguaggio

maturo e di significato”.

“Blu” -2018 -acrilico,olio e garza su tela

cm .70 x 100

“Le opere di Martina Di

Bella, puramente astratte di

vitale cromicità e notevole

luminosità, rappresentano

un vero atto di sensibilità artistica

in cui la resa spaziale

e la struttura formale evidenziano

una tecnica pittorica

di profondo legame

espressivo. La materia dominante,

di incisiva e-laborazione,

accompagna le sue

composizioni di un’appassionata

dimensione liricaintimista

dove la natura,

sempre viva, è protagonista

assoluta di un percorso altamente

suggestivo e in continuo

movimento. Attraverso

l’impiego della tecnica ad

acrilici su legno, l’artista

Martina Di Bella trasfonde

alle opere stati d’animo”.

“Le onde diG iona” -2016 -natura/luce

riflessa sull’acqua acrilico

su legno -cm 79 x 65 x 2

LO R ET T A B R U N A PA V A N I-LO LLY

MOSTRA, cATALOGO E PRESENTAzIONE A cURA DI MONIA MALINPENSA

REFERENzE E QUOTAzIONI PRESSO LA MALINPENSA GALLERIA D’ARTE by LA TELAccIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel/Fax +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

M A R T IN A D I B ELLA

“L'anim a diA lzheim er” -2016 -poliuretano,

acrilico e m aterialivarisu tela -cm .100 x 80

“Attraverso una ricerca

fortemente creativa,

l’artista Loretta Bruna

Pavani Lollj realizza

opere con un’innata

fantasia inventiva e

con un impegno di costruzione

che le permette

di ottenere risultati

di rilievo. L’intensa

carica emotiva,

intrisa di potenza suggestiva,

evidenzia uno

stile di contemporaneità.

L’impegno costante

nell'elaborazione

di vari materiali e

la continua analisi trovano

un’armonia simbolica

di grande decorazione

e di profonda

carica emozionale”

O RA RIO G A LLERIA :D A L M A RTED I A L SA BATO D A LLE 10,30 A LLE 12,30 -16,00 A LLE 19,30


SARA PEzzONI

MOSTRA PERSONALE ALLA

MALINPENSA GALLERIA D’ARTE By LA TELACCIA

DAL 21 AL 31 MARzO 2018

“IN SCENA L’AFFASCINANTE GIOCO DELLA MATERIA CHE IMPREzIOSISCE

L’IMMAGINE FEMMINILE DI uNA POTENzA DECORATIvA ED ESPRESSIvA”

“A m iche disincantate” - 2017 - acrilici,m alta m icacea,foglia argento 925,glitter ed elem enti in rilievo - cm .100 x 100

La tecnica pittorica dell’artista Sara Pezzoni contiene una matericità assoluta che vive non solo di contrasti

tonali ma di forma, di volume e di intensa raffigurazione poetica-umana; ella riesce a dare corpo e anima ai

suoi soggetti femminili che si arricchiscono di profondi contenuti e di forti stati emozionali. Le sue rappresentazioni,

pregne di elementi materici e di impegno tecnico, fuoriescono continuamente dalla tela per via dei suoi

particolari fermenti creativi e valori espressivi. E’ una ricerca indipendente in costante crescita che si riveste di

coerenza e di un modulo artistico originale, seguita da profonda sensibilità, da attenta indagine e da capacità

di sintesi. Le titolazioni: “Cosmo” e “I colori dell’allegria” offrono all’osservatore una dinamica entusiasmante

ricca di un’elaborata estensione operativa e di una felice inventiva. Monia Malinpensa Art Director - Giornalista

MOSTRA, cATALOGO E PRESENTAzIONE A cURA DI MONIA MALINPENSA

REFERENzE E QUOTAzIONI PRESSO LA MALINPENSA GALLERIA D’ARTE by LA TELAccIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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MODULO DI

ABBONAMENTO

Regalati un abbonamento alla

rivista Art&trA

6 numeri € 13,00

12 numeri € 22,00

gli abbonati alla rivista avranno uno

sconto del 50 % sul

prezzo di copertina di € 120,00

dell’annuario d’arte moderna 2017

Silvio Sparaci

Conobbi Silvio Sparaci nel suo stand ad Arte Padova, una quindicina di

anni fa, e subito rimasi colpita dalla sua gentilezza e disponibilità. Da editore

si improvvisava barman che con fierezza offriva ai suoi amici il mitico

caffè della sua macchinetta, dal gusto forte e deciso quasi fosse lo specchio

del suo carattere forte, caparbio e gentile nel contempo. Dieci anni fa, sempre

in una fiera d’arte, con orgoglio mi mise tra le mani il numero zero

della rivista Art & Art, e l’odore della carta stampata mi catturò, trascinandomi

in un vortice che, portandomi a collaborare con la redazione, mi

diede modo di conoscere Silvio. Un uomo senza pregiudizi, che ha sempre

accolto tra le pagine della sua rivista e del suo annuario gli amanti dell’arte,

sia nomi affermati che stelle nascenti o meteore di passaggio. Un personaggio,

Silvio Sparaci, che sapeva ascoltare e nel contempo amava raccontare

la sua vita non sempre facile e talvolta dolorosa. Più volte mi parlò

della sua ultima moglie, passata a miglior vita troppo presto.

E, come nel caso di artisti del calibro di Van Gogh, il dolore sfociò nella

catarsi delle sue opere pittoriche. Mi vengono in mente gli scheletri da lui

dipinti in maniera stilizzata e surreale, posti su sfondi studiati sapientemente

al fine di porre in evidenza la fragilità della vita umana, analizzata

anche dal punto di vista religioso con opere come “L’ultima cena” dove il

colore predominante, il rosso, rappresenta la totalità dei sentimenti umani:

amore, passione, odio, e il colore del sangue, linfa vitale. Sono opere, queste,

che come un grido di dolore vogliono ricordare che noi umani siamo

qui, proiettati su questo percorso terreno, per lasciare un segno, una traccia,

un ricordo, un’eredità emozionale. Noi siamo quel ricordo che lasciamo

ai posteri, positivo o negativo, bianco o nero. Non mancano i paesaggi tra

le opere di Silvio, in particolare le panoramiche della città eterna, raffigurate

con colori scuri, panoramiche che fanno pensare a notti insonni trascorse

ad interrogarsi, davanti ad una finestra, per poi tracciare sulla tela

le sue emozioni.

E il ricordo che lascia Silvio non è limitato alle sue opere, ma al messaggio

secondo il quale l’arte è un modo di vivere e di essere, è scambio culturale,

è amicizia. E mentre i suoi scheletri sono come un urlo munchiano, le sue

nature morte ed i suoi paesaggi dai colori soffusi sono il riflesso dei suoi

momenti introspettivi, durante i quali si richiudeva nel suo guscio interrogandosi

sul futuro del mondo.

Silvio amava dipingere, ma nel contempo spesso ci rinunciava per dedicarsi

ai suoi amici pittori, al fine di dar loro la possibilità di farsi conoscere

attraverso le pagine della sua rivista e del suo annuario. Era sempre disponibile,

con una mano sulla tastiera del computer e l’altra sulla cornetta del

telefono, per ascoltare e soddisfare ogni richiesta d’arte, per un saluto, per

un sorriso. La sua mancanza lascia un vuoto incolmabile, ma il suo insegnamento

sarà seguito da tutti coloro che, come lui, credono nell’arte come

missione atta a lasciare un segno indelebile che, come un tappeto magico,

si srotola sul futuro.

A cura di Silvana Gatti

Desidero ricevere le copie della rivista al seguente indirizzo:

Nome_______________________

cognome____________________

Ciao Silvio!

cap.________città___________

Indirizzo____________________________________________

Tel_________________e-mail___________________________

il pagamento potrà avvenire mediante

bonifico bancario

Iban: IT 10 K 05387 03200 000002169513

intestato a Acca Edizioni Roma Srl

“Natura morta” - 2013 - olio su tela - cm. 80 x 120

www.accainarte.it - acca@accainarte.it


Attenta osservatrice

l’artista Daniela

Rosso, in

arte Prin, interpreta

la figura

umana con una

carica emozionale

intensa e

con vivo temperamento

tanto

da mettere in

evidenza una vibrante

e personale

contemplativa.

Ella trasforma

i suoi dipinti

in una felice sintesi

figurativa dove

l’elemento chiaroscurale

e i rapporti

tonali ci regalano

esaltanti

effetti di luce, movimento

e poesia.

LE DONNE NELL’ARTE

DALL’8 AL 17 MARZO 2018

R O SSA N A C H IA PPO R I - V A LEN T IN A M IA N I

D A N IELA R O SSO -PR IN - B IA N C A SA LLU ST IO

TesticriticidiM onia M alinpensa

R O SSA N A C H IA PPO R I

“Senza titolo” -2017

olio su tela cm .60 x 60

In un contesto

ricco di vitale

dinamismo e di

colori caldi e-

mergono incisivi

effetti e-

stetici e varianti

di forme originali,

caratterizzati

da un

segno deciso e

da una narrativa

scenografica

di alta qualità.

Con un senso

evidente del

lavoro materico

e gestuale,

che si distingue

e che si

impone mirabilmente

nel dipinto,

esplodono costantemente ritmi e dissolvenze, animati di

magistrale sintesi e di uno stimolo creativo intriso di valenze evocative.

D A N IELA R O SSO -PR IN

“H abia un trom bon” olio su tela -cm .50 x 50

La Prin ama comunicare attraverso la sua pittura stati d’animo e sensazioni.

V A LEN T IN A M IA N I

“Ilm are” -2015 -acrilico su tela naturale

dipalm a -cm 100 x 100

La pittura di

v a l e n t i n a

Miani si esprime

con una

e l a b o r a t a

l a vorazione

molto materica;

l’olio su

tela di lino a

spatola, denso

di cromatismo

e ampia

resa strutturale,

si pone con

una contemporaneità

evidente

carica di

vitalità. Ella, in

maniera del tutto

personale,

rende ogni soggetto

intriso di magia cromatica e di una visione compositiva intensa

per luminosità che dà spazio ad un’espressione armonica e ricca di

temperamento.

B IA N C A SA LLU ST IO

“Fiorideicapperi” -2016 -olio su tela -cm .60 x 50

MOSTRA, cATALOGO E PRESENTAzIONE A cURA DI MONIA MALINPENSA

REFERENzE E QUOTAzIONI PRESSO LA MALINPENSA GALLERIA D’ARTE by LA TELAccIA

La stesura del

colorismo brillante

e lo sfondo

chiaroscurale

originale i-

dentificano il

segno con la

luce in un evidente

rapporto

stilistico molto

suggestivo di

notevole costruzione.

Ne risulta

una dialettica

contemporanea

assolutamente

personale

che si

sviluppa in una

ricerca figurativa

di qualità

estetica e di talento.

Attendibili

nella descrizione

le sue opere si rinnovano di ampie assonanze stilistiche e di un linguaggio

originalissimo.

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel/Fax +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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98

Angela Balsamo

smalto su vetro - 40x50

smalto su vetro - 40x50

Studio: 00012 Guidonia (Roma) - Via Oricola, 26/c

0774 365045 - Cell. 338 2448902 balsamo.a.m@virgilio.it


www.tornabuoniarte.it

“Idriz” - 1966 - tecnica m ista su cartoncino - cm 24 x 30

Pino Pascali

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto C ellini,3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 -info@ tornabuoniarte.it

M ilano 20121 - V ia Fatebenefratelli,34/36 - Tel.+39 02 6554841 - m ilano@ tornabuoniarte.it

Forte dei M arm i55042 - Piazza M arconi,2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeim arm i@ tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - A ntichità - V ia M aggio,40/r - Tel.+39 055 2670260 - antichita@ tornabuoniarte.it


100

Dimitra Milan:

di Valentina D’Ignazi

“Desidero che la mia

Arte sia una finestra su

un altro regno che

porta il paradiso sulla

terra. L’Arte cambia

tutto, ci trasforma dal

profondo…”

Il silenzio… l’anima che si abbandona

alla notte, il Sogno: nasce così una affascinante

realtà che si trasforma in

un’arte libera dagli schemi quotidiani,

viva nella selvaggia libertà dei sensi.

Queste sono le opere di Dimitra Milan,

figlia di una famiglia di artisti affermati,

Elli e John Millan, fondatori di

un noto istituto di arte in Arizona dove

lei sviluppa il suo stile e le sue capacità

artistiche fin da bambina. Inizia a dipingere

all’età di dodici anni e proprio

in quella scuola la giovane artista inizia

ad imparare le tecniche ad olio

classiche, il disegno, l’astrazione ed il

collage, mettendo in pratica tutta

quella curiosità che la porta a studiare

costantemente quel mondo che le

scorre nelle vene, figlio di una passione

condivisa dai suoi genitori.

“Pìù dipingevo, più miglioravo… mi

divertivo da impazzire. Non posso dire

di ricordare esattamente il momento in

cui ho pensato che sarei stata un artista.

Credo che la passione si sia sviluppata

sempre più nel tempo e più vendevo


“L’arte di sognare”

opere, più mi sentivo sicura del mio

stile”.

Attraverso un intenso programma di

studi Dimitra si diploma con due anni

di anticipo e questo le permetterà poi

di dedicarsi con maggiore dedizione

alla sua passione per la pittura. Nonostante

la sua giovane età di appena diciassette

anni, Dimitra è già nota nel

mondo dell’arte ed i suoi dipinti si trovano

in collezioni private in tutta Europa

e negli Stati Uniti,partecipando

attivamente anche nel sociale con donazioni

di beneficenza no profit che

contrastano il traffico di esseri umani

e con associazioni che si occupano di

assistenza alle famiglie di bambini malati

di cancro. Le sue opere trovano

ispirazione dai sogni della notte e proprio

da quei sogni genera mondi inesplorati,

facendo percepire soprattutto

l’amore per la madre terra e per il

mondo animale. Le sue opere raffigurano

affascinanti figure femminili in

contatto con la natura, con gli animali,

che sono generalmente predatori ritratti

in un momento di pace…il tutto circoscritto

in un paradisiaco vortice di colori

e spensieratezza che esalta quel

periodo incantato che definiamo “Adolescenza”.

I sogni acquistano così concretezza,

diventano vivi ed anche la più astratta

fantasia si trasforma in una meravigliosa

realtà. Tutto diventa materiale,

nulla è più impossibile e questo è il


102

messaggio che Dimitra vuole regalare

al mondo.

“Desidero che i miei lavori ispirino le

persone per far sentire loro che tutto né

possibile. Desidero che le persone

comprendano quale è la loro vera identità

e che credano nel loro destino”

La ragazza attualmente vive in Arizona

con la sua famiglia, e viaggia spesso

per conoscere il mondo e trarre da esso

nuove ispirazioni. Infatti tutti i paesaggi

rappresentati nelle sue opere

sono una combinazione di posti in cui

è stata o in cui ha sognato di andare. In

alcune delle sue opere è forte il contatto

con l’acqua mirato all’esplorazione

dei fondali, soprattutto quelli del

mare della Grecia,posto a lei molto

caro, oppure la rappresentazione delle

maestose onde delle Hawaii.

Dimitra usa per le sue creazioni i colori

ad olio a tecnica mista, dove sovrappone

direttamente sulla tela diversi tipi

di carta volti a contornare dei soggetti

realistici predefiniti, dando vita ad una

specie di collage, alimentando il tutto

con vernice spray ed elementi acrilici

che generano quel senso magico di

astrazione dell’inconscio.

Osservando le sue opere si rimane incantati

dalla sua magica fantasia che ci

fa tornare, anche solo per pochi

istanti,in quell’età dove la vita è un respiro

leggero... in quella parte di cuore

che conserva la spensieratezza dei nostri

anni più belli.

“Or che i sogni e le speranze

si fan veri come fiori,

sulla Luna e sulla Terra

fate largo ai sognatori!”

Gianni Rodari


A TUTTI GLI ARTISTI

SONO APERTE LE SELEzIONI ALLA 8 bIENNALE D’ARTE

INTERNAzIONALE A MONTEcARLO 2018, PITTURA, ScULTURA, GRAFIcA, AcQUERELLO,

INcISIONE, cERAMIcA, FOTOGRAFIA E OPERE REALIzzATE AL cOMPUTER.

PER POTER PARTECIPARE ALLA SELEzIONE DELLA BIENNALE INvIARE ALLA MALINPENSA GALLERIA D’ARTE

By LA TELACCIA, N° 5 - 6 FOTOGRAFIE DI OPERE DIvERSE (IN FORMATO JPG. O TIFF. CON uN D.P.I. 300 DI

RISOLuzIONE), BIOGRAFIA E CuRRICuLuM PER POSTA ELETTRONICA:

INFO@LATELAccIA.IT

OPPuRE PER RACCOMANDATA ALLA MALINPENSA GALLERIA D’ARTE by La Telaccia:

CORSO INGHILTERRA, 51 - 10138 - TORINO - ITALy

cON IL PATROcINIO DELL’AMbAScIATA ITALIANA NEL PRINcIPATO DI MONAcO

A

Ambasciata d’Italia

nel Principato di Monaco

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra 51 - 10138 - Torino

Tel/Fax +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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104

Silvana Gatti

“Un mare di nuvole” - Olio su tela - cm. 70 x 50 - 2018

S I LVA N A G AT T I - P I TT R I C E F I G U R AT I VA & S I M B O L I S TA - V I A L E C A R RU ’ N ° 2 - 1 0 0 9 8 - R I VO L I - (TO )

h t t p : / / d i g i l a n d e r. l i b e r o. i t / s i l v a n a g a t t i - e m a i l : s i l v a n a m a c @ l i b e r o. i t


www.tornabuoniarte.it

“Verdi azzurro” - 1962 - tem pera alla caseina su carta intelata - cm 70 x 100

C arla A ccardi

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto C ellini,3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 -info@ tornabuoniarte.it

M ilano 20121 - V ia Fatebenefratelli,34/36 - Tel.+39 02 6554841 - m ilano@ tornabuoniarte.it

Forte dei M arm i55042 - Piazza M arconi,2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeim arm i@ tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - A ntichità - V ia M aggio,40/r - Tel.+39 055-2670260 - antichita@ tornabuoniarte.it


106

IVaN MeŠTROVIĆ

L’armonia delle forme

tra realismo ed espressionismo

1883 – 1962

a cura di Svjetlana Lipanovic

Foto Zoran Alajbeg

La vestale - 1917 - Galleria Mestrovic Spalato

Lo scultore Ivan Meštrović si distingue

con la sua potente creatività

nella storia dell’arte

croata. Nasce nell’ agosto del

1883 a Vrpolje in Croazia da cui la famiglia

si trasferì presto all’originario

villaggio di Otavice, nell’entroterra

dalmata. Fin da bambino scoprì la vocazione

per la scultura. Iniziò a modellare

diverse forme nel legno e nella

pietra dimostrando un innato talento artistico.

Il straordinario percorso esistenziale

del giovane Meštrović ebbe

l’inizio a Spalato dove seguì, sotto la

guida di illustri insegnanti i corsi per

apprendere l’arte della scultura e del

disegno. Dal 1900 a Vienna frequentò

l’Accademia di Belle Arti e La scuola

pubblica della scultura. In seguito alla

laurea si iscrisse alla Facoltà di Architettura.

L’incontro con lo scultore francese

Auguste Rodin durante la sua

mostra nella capitale austriaca fu una

folgorazione che lasciò le tracce indelebili

nelle future opere / La testa del

bambino 1905, La bambina canta 1906,

La famiglia Katunarić 1906, ecc./. Vicino

alla Secessione viennese realizzò

vari capolavori dove ricercò simbolica

intensità di espressionismo / Cura materna,

Ultimo bacio, Il giovane, ecc./. I

suoi temi prediletti del periodo sono i

ritratti dei bambini o delle persone anziane

che rappresentano la contrapposizione

fra la giovinezza e la vecchiaia.

Spesso le figure femminili sono vestite

con gli abiti tradizionali croati e le

sculture maestose degli eroi sono ispirate

dai racconti popolari slavi. Nelle

sue originali opere realizzate in bronzo,

marmo, pietra, gesso, legno si intravvedono

le influenze arcaiche, egizie ed

elleniche che sono armoniosamente intrecciate

dal suo individualismo fortemente

espressivo e dal suo immenso

senso creativo dimostrato nei vari settori

d’arte. Nel 1902 lo scultore espone

alla Mostra annuale della Secessione a

Vienna e continuò a partecipare fino al

1910. Sotto l’influenza di Franz Metzner

e di Lederer si orientò verso le

forme più astratte che sostituiscono la

realtà /Timor Dei, La fontana della

vita, Il sorgente della vita/. Accompagnato

dalla moglie l’artista Ruža Klein,

si stabilì nel 1908 a Parigi. Incontrò di

nuovo Rodin e, comincio a lavorare all’Epopea

di Kosovo per il Tempio di

Vidovdan, creando le sculture monumentali

dedicate agli eroi descritti nei

canti popolari serbi. La sua incessante

attività si svolse a Parigi, Vienna, Zagabria,

Roma, Spalato, Belgrado. Dopo

il primo premio per la scultura alla Mostra

internazionale a Roma del 1911 si

fermò i successivi due anni nella Città

Eterna dove frequentò gli artisti nonché

vari personaggi importanti d’epoca.

All’inizio della Grande Guerra nel

1914 lo scultore modificò il suo percorso

creativo sentendo la tragedia immane

che stava per travolgere


La contemplazione - Zagabria - Galleria Mestrovic - Spalato

Il torso femminile con le mani - 1928 - Atelier Mestrovic - Zagabria

l’umanità. Le creazioni assumono una

nuova espressione altamente spirituale

con i motivi sacrali oppure dedicati

alla musica. Mentre la guerra infuriava

il maestro cominciò ad impegnarsi

sempre di più nell’attività politica. Abbracciò

l’idea molto in voga, dell’unità

tra il popolo croato e il popolo serbo

Ae, partecipò alla costituzione del Comitato

jugoslavo. I viaggi, una costante

presenza nella sua vita lo

portarono a Ginevra e, nella città elvetica

vide la luce un ciclo importante

dei bassorilievi in legno dedicati alla

vita di Gesù. Seguono le sculture

come: Madonna con bambino nel 1917

ed altre 23 opere sacre, create a Roma

nel 1918. La fine della guerra coincide

con le prime sculture Art Decò. I nudi

femminili di una bellezza assoluta

sono un altro grande tema che caratterizza

il periodo dal 1920 in poi. Divenne

sempre più conosciuto a livello

internazionale e le sue innumerevoli

mostre nelle capitali europee sono applaudite

dal pubblico e dai critici. Ancora

una volta, la sua vita cambiò la

direzione in seguito al ritorno a Zagabria

nel 1919 , dove visse per i successivi

vent’ anni. Si dedicò all’insegnamento

e, ai suoi studenti presso

l’Accademia di Belle Arti fece capire

l’importanza dell’ invenzione ma

anche, della padronanza necessaria del

mestiere. Il vento del cambiamento

scosse la sua vita sentimentale nel

1921 quando conobbe a Dubrovnik, la

farmacista Olga Kesterčanek la sua seconda

moglie con quale ebbe i quattro

figli. Durante la sua permanenza a Dubrovnik

progettò un monumentale

Mausoleo della famiglia Račić, ultimato

nel 1922, a Cavtat. Nel capolavoro

l’architettura e la scultura

diventano una combinazione dei simboli

e delle forme astratte. A Dubrovnik,

come la testimonianza del suo

soggiorno lasciò: La strada dei signori,

il bassorilievo dedicato al Re Petar I e

la statua di San Vlaho il patrono della

città. Manifestò la sua generosità

quando, eletto il Rettore presso l’Accademia

d’arte e dell’artigianato artistico,

a Zagabria diede il suo compenso

ai giovani, studenti bisognosi.

Nel periodo estremamente creativo

realizzò Il monumento al poeta Marko

Marulić nel 1924, progettò il monumento

di Josip Juraj Strossmayer e, il

Mausoleo di Petar Petrović Njegoš a

Lovćen in Monte Negro che sarà terminato

appena nel 1974. Negli anni

1924-1926 spesso soggiornò negli

Stati Uniti allestendo le mostre e realizzando

Il Monumento agli Indiani,

eretto a Grant Park a Chicago ed altre

magnifiche opere. La visita in Egitto

nel 1927 gli diede una nuova visione

dell’arte che si nota nelle successive

creazioni. Dal 1929 si può ammirare a

Spalato una maestosa scultura di

Grgur Ninski sita attualmente, nelle


108

La donna contratta - 1915 - Roma - Galleria Mestrovic - Spalato

vicinanze della Porta d’oro, del Palazzo

di Diocleziano. Alla fine degli anni 20,

la situazione politica peggiorò notevolmente

in seguito all’uccisione da parte

dei Serbi del politico croato Stjepan

Radić nel 1928. Il sogno dell’unità tra i

popoli slavi si infrange definitivamente.

Sono significative le parole di Meštrović

che affermò “di considerare quel

proiettile sparato non solo contro Radić

ma, contro tutto il popolo croato”. Il seguente

passo del re Aleksandar Karađorđević

fu la proclamazione della

dittatura il 26 gennaio 1929, con tutte le

conseguenze immaginabili. Anche se il

suo lavoro portò Meštrović dappertutto,

egli non ha mai dimenticato le sue radici

ed a Otavice aveva costruito prima, la

casa famigliare e dal 1926 al 1931 la

Chiesa del Santissimo Redentore insieme

con il Mausoleo. La stupenda costruzione

fu danneggiata dalle forze

armate serbe nella guerra 1991-1995 e

in seguito ristrutturata. Con un altro atto

di generosità lo scultore nel 1952 donò

tutte le sue opere, il Mausoleo, l’atelier

a Zagabria, la villa a Spalato ed altro,

allo Stato croato. Fu costituita la Fondazione

Ivan Meštrović che raccoglie la

sua enorme, preziosa eredità. La villa a

Spalato costruita dal 1931, immersa nel

parco con una vista mozzafiato sul mare

e le isole è la sede odierna della Galleria

di Ivan Meštrović inaugurata il 9 settembre

1952, dove si custodisce la più

grande collezione delle sue opere compresi

i disegni, mentre un'altra grande

raccolta è visibile nell’atelier dello scultore

a Zagabria, diventato un spazio

espositivo nel 1966 ed intitolato I Musei

di Ivan Meštrović. Tornando indietro

nel tempo, troviamo il maestro a Zagabria

nel 1932 impegnato a realizzare La

Pietà, La storia dei Croati, il monumento

di Andrija Medulić ed altri capolavori.

Spesso nelle sue opere si

riconosce il viso austero della madre

tanto amata, mentre una delle caratteristiche

evidenti delle sculture sono le

dita delle mani con la loro espressiva

bellezza. Il monumento al Milite Ignoto

sito sulla collina di Avala vicino a Belgrado

fu collocato nel 1938. Meštrović

divenne il membro dell’Accademia jugoslava

delle Scienze e delle Arti, a Zagabria.

Dal 1937 progettò: La casa delle

Arti figurative nella capitale croata, il

monumento a Ruđer Bošković, la chiesa

dedicata al re Zvonimir, la Chiesa della

Nostra Signora, ed altro. Restaurò le

ville rinascimentali acquistate a Spalato

dove ora si trova l’atrio e la Cappella di

Santa Croce chiamata anche Kaštelet-

Crikvine. La Cappella fu scelta per custodire

i bassorilievi con le scene della

vita di Gesù realizzati dal 1917 al 1954,

in legno. La Seconda Guerra mondiale

segnò l’inizio del periodo drammatico

per la famiglia Meštrović. Accusato di

collaborare con le forze straniere e nemiche,

lo scultore finì l’11 novembre

1941 nelle prigioni di ustascia a Zagabria.

Si salvò miracolosamente dall’esecuzione

e fu rilasciato il 13 gennaio

1942. In seguito, riuscì ad arrivare a Venezia

per partecipare alla XXIII Biennale.

Trovò l’ospitalità presso il

Pontificio Collegio Croato di San Girolamo

a Roma. Con le sue opere abbellì

il Collegio lavorando nell’atelier sito

nell’edificio. Nel Collegio sono conser-


La fontana della vita - 1905 - vienna - Atelier Mestrovic - zagabria

vate le preziose opere d’arte: La Pietà, i

bassorilievi di Sisto V e di San Girolamo

patrono dei Croati, il busto di Pio

XII, lo schizzo per il bassorilievo della

Madonna mediatrice di tutte le grazie,

insieme con le lettere dell’artista. Con

la famiglia lasciò Roma nel 1943 per

stabilirsi in Svizzera fino al 1946. Il difficile

periodo coincide con la grave malattia

del maestro che non riuscì a

spegnere la sua creatività. Dipinse le

tele a olio con i motivi sacri, ultimò i

bassorilievi in legno ispirati alla vita di

Gesù, scrisse il libro” Le conversazioni

natalizie” Il presidente della Jugoslavia

Josip Broz Tito lo invitò varie volte a

tornare in Patria ma, lo scultore sempre

rifiutò perché contrario ai metodi repressivi

del regime al potere. Nel 1947

Meštrović prese la decisione di trasferirsi

negli Stati Uniti a Syracusa, New

York, dove insegnò l’arte della scultura

presso l’Università. Le sue esposizioni

si inaugurano nelle città americane con

grande successo. L’Istituto per l’arte e

la letteratura dell’Accademia americana

lo accetta, tra i suoi membri. A Vienna

fu eletto come il membro onorario

dell’Accademia di Arte. Il romanzo autobiografico

“ Il fuoco e le ustioni” è

stato pubblicato nel 1953. Negli Stati

Uniti realizzò innumerevoli opere site

sul suolo americano oppure riportate in

Patria. Il presidente Dwight David Eisenhower

gli conferì personalmente la

cittadinanza americana nel 1954. La sua

ultima dimora fu dal 1955 a South

Bend, Indiana.. Negli anni successivi

insegnò la scultura religiosa presso

l’Università Notre Dame. Le onorificenze

come la Medaglia dell’Istituto

americano degli architetti, la Medaglia

d’oro per la scultura dell’ American Accademy

of Arts and Literature, il dottorato

onorario presso la Columbia

University a New York, consegnate all’artista

sono un meritato omaggio alla

sua invidiabile carriera. Nei mesi estivi

del 1959 visitò la Croazia accompagnato

dalla moglie Olga. Incontrò il

Maresciallo Tito a Brijuni e anche, nella

prigione il cardinale Alojzije Stepinac

prigioniero politico, in seguito proclamato

Beato dalla Chiesa cattolica. Un

altro capolavoro, la statua di Juraj Dalmatinac,

che costruì la cattedrale a Sebenico

fu eretta nel 1960 nella stessa

città. La vita di Meštrović lentamente ed

inesorabilmente si avviò verso la fine

che giunse il 16 gennaio 1962 a South

Bend. Nonostante i problemi con la salute,

il maestro rimasse sempre attivo

pubblicando anche un altro libro “ Le

memorie su uomini e avvenimenti politici”.

Ivan Meštrović riposa nel Mausoleo

della famiglia, ad Otavice Il cerchio

della sua eccezionale vita, dopo tanto

peregrinare si è chiuso nel punto di partenza,

un piccolo villaggio che ha visto

crescere un grande, geniale scultore. Le

sue splendide opere scultoree continuano

a vivere, ammirate nelle mostre

sparse nel mondo per non far dimenticare

il loro creatore che ha regalato ad

esse la vita eterna nel magico mondo

d’arte.


110

Galleria Ess&rrE

Porto Turistico di Roma - 00121 - Lungomare Duca degli Abruzzi, 84 - loc. 876

cell. 329 4681684 - www.accainarte.it presenta- acca@accainarte.it

galleriaesserre@gmail.com

Logos Contemporary Art

dal 24 Marzo al 6 Aprile 2018

Lungomare Duca degli Abruzzi, 84

Lido di Ostia RM

(Porto turistico di Roma)

Vernice

Sabato 24 Marzo ore 16,00

Espongono:

Giuseppe Bedeschi, Dina Castagni Nascè, Mauro Malafronte, Elena Modelli,

Liscivia (Andrea Tabellini), Maurizio Pilò, Giovanni Scardovi,

Roberto Tomba, Guido Venturini, Mario Zanoni

La mostra è a cura di Marilena Spataro e di Alberto Gross

Giuseppe Bedeschi

Dina Castagni Nascè

Logos è parola infinita, eterna, terribile: infinita perché priva di

limiti, eterna perché continuamente mutando rinnova per sempre

il suo principio di autoaffermazione, terribile perché insondabilmente

oscura e indecifrabile. Una mostra d'arte che porti

questo titolo dovrà farsi carico di ogni ambivalenza, incontrollabile

contraddittorietà, di ogni continuato dissidio ed incoerente

ribaltamento di senso, conservando leggerezza di sguardo, maturità

percettiva e dolce mistero sognante.

Secondo le dottrine platoniche con il termine “logos” si definiva

infatti l'individuazione della differenza, del dettaglio, del

segno distintivo che definisce un oggetto nella sua identità, nella

sua realtà specifica.

Tra pittura e scultura la mostra si configura come un itinerario

a stazioni, a stasimi, molteplici e variegati stimoli in cui riconoscere

– di volta in volta – il carattere fondante ed imprescindibile

che informa il lavoro di ciascuno degli artisti selezionati.

Alberto Gross


Mauro Malafronte

Elena Modelli

Liscivia (Andrea Tabellini)

Maurizio Pilò

Giovanni Scardovi

Roberto Tomba

Guido venturini Mario zanoni


112

bIANcA SALLUSTIO

MOSTRA PERSONALE ALLA

MALINPENSA GALLERIA D’ARTE By LA TELACCIA

DAL 4 AL 14 APRILE 2018

“LA POTENzA vISIvA DELL’IMMAGINE RIvELA SENTIMENTO

DI COMuNICATIvA E STRAORDINARIA SENSIBILITà”

“U n oceano di plastica” - 2017 - O lio su tela - cm .100 x 70

Nelle opere dell’artista Bianca Sallustio coesistono meditazione, creazione ed uno slancio emozionale e spirituale

di potente umanità che effonde impegno ed un processo inventivo di precisa tematica e risonanza di contenuto.

Il filo creativo, la profonda sensibilità e le incessanti significazioni sull’essere umano risultano coerenti

di un tessuto pittorico immutabile di fascinosa liricità e di mirata scansione d’inventiva. La forza dirompente

delle sue iguane vive di un’atmosfera lirica sognante di notevole evoluzione, dinamica operazione estetica e di

una matrice autentica sia nell’aspetto esistenziale che di tensione vitale. La meditazione esistenziale è un punto

di forza nell’opera della Sallustio ed è capace di muovere l’animo del fruitore con un’autentica potenza visiva

in bilico tra fantasia e realtà. La Sallustio, che dipinge con un’intima essenza compositiva e con un mirabile risvolto

di schiettezza d’animo, trasfonde nel suo dipinto una continua linea descrittiva di precisa valenza simbolica

tanto da evidenziare un racconto di notevole qualità espressiva. La ricerca ampia e vibratile delle sue iguane

ottiene una cromaticità sapiente di assoluta padronanza dei propri mezzi ed impronta personale.

Monia Malinpensa Art Director - Giornalista

MOSTRA, cATALOGO E PRESENTAzIONE A cURA DI MONIA MALINPENSA

REFERENzE E QUOTAzIONI PRESSO LA MALINPENSA GALLERIA D’ARTE by LA TELAccIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

O RA RIO G A LLERIA :D A L M A RTED I A L SA BATO D A LLE 10,30 A LLE 12,30 -16,00 A LLE 19,00


aNTONIO MURGIa

“Daydreaming”

tecnica mista su tela - cm 50 x 50

Galleria Ess&rrE

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MUG

Museo Ugo Guidi dal 4 al 27 Marzo 2018 in mostra

Nan Yar

e dall’8 aprile al 3 maggio

Dimitri Kuzmin

a cura di Vittorio Guidi

L ’

attività culturale ed espositiva

al Museo Ugo

Guidi di Forte dei Marmi

continua nella primavera

2018 con due importanti

mostre e l’appuntamento del FAI per

le Giornate di Primavera.

Dal 4 al 27 marzo 2018 sarà allestita

nelle sale del museo e al Logos Hotel

la mostra della pittrice belga Nan Yar.

La mostra sarà curata da Massimo Pasqualone

e Vittorio Guidi con la direzione

artistica di Rosaria Piccione.

Successivamente le opere di Nan Yar

saranno esposte in un tour italiano già

calendarizzato comprendente Roma,

Taranto e Civitella del Tronto, con il

patrocinio del MUG. Un breve stralcio

della presentazione del Prof. Massimo

Pasqualone evidenzia che: “La

cifra stilistica di Nan Yar risiede nella

capacità che l’artista belga ha di tirare

fuori dall’anima le emozioni e di trasformarle

in visioni, contemplazioni,

da un lato, lo scontro cromatico che

produce immagini finanche oniriche,

dall’altro un’attenzione alla figura

femminile che diventa simbolo, si fa

a volte bellezza, a volte storia, a volte

eternità, mai dimentica dell’approccio

gnoseologico e filosofico che ogni

opera d’arte deve avere.” Questo anno

Il FAI – Fondo Ambiente Italiano –

tramite la sezione della Versilia invita

alla visita guidata del Museo Ugo

Guidi di Forte dei Marmi, casa della

memoria della Regione Toscana e inserita

nelle Case Museo in Italia. Il

FAI per le Province di Lucca e

Massa-Carrara, promuovendo la figura

del letterato Mario Tobino, ha invitato

il MUG a trovare un riferimento

artistico, culturale e letterario

tra Viareggio e Forte dei Marmi a testimonianza

del periodo del secondo

'900 nel quale Mario Tobino (1910-

91) e Ugo Guidi (1912-77), coevi,

hanno vissuto. Nello spirito della promozione

espositiva di opere d’arte

portata avanti dal 2007 nel Museo per

l’occasione una sala è stata dedicata

all’artista fotografo Sergio Fortuna

che ha reinterpretato con la sua arte

gli ambienti dell’Ospedale psichiatrico

di Maggiano e per l’evento specifico

del FAI ha creato anche un

rapporto fotografico immaginifico tra

Mario Tobino e Ugo Guidi. Nella sala

si produce un duplice effetto sia letterario,

perché una vetrina testimonia

l’ambiente letterario del periodo, che

artistico in quanto pur non essendoci

collegamenti diretti tra le sofferenze

dei malati dell’Ospedale dei Pazzi e

le drammatiche opere dell’ultimo periodo

di Guidi si può osservare quale

trasformazione la sofferenza psichica


116

e fisica può generare in un uomo. Pertanto

l’esposizione favorisce la comprensione

di un periodo culturale e

letterario della costa viareggina e versiliese,

nella quale i due protagonisti

delle Giornate di Primavera FAI pur

viaggiando su linee parallele non hanno

avuto modo di conoscersi e apprezzarsi

reciprocamente ma restano

entrambi testimoni di quel periodo artistico.

Contemporaneamente nelle sale

di Maggiano saranno esposte alcune

tempere di Guidi in un drammatico

muto rapporto tra “Il Grido”, sue

opere dell’ultimo periodo, testimoni

della sue sofferenza fisica, e l’ambiente

dell’Ospedale Psichiatrico in

cui avevano riecheggiato gli strazianti

lamenti dei malati psichici: due a-

spetti delle sofferenze umane. La visita

guidata sarà effettuata sabato 24

marzo con orario 14:30 - 19 e domenica

25 marzo dalle 11 alle 19 con

spiegazione della sala Tobino/Guidi/

Fortuna e del Museo con la delegazione

FAI di Lucca e Massa - Carrara

unitamente all’Istituto Chini di Lido

di Camaiore e Liceo Michelangelo di

Forte dei Marmi sotto la direzione dei

volontari del FAI. Dall’8 aprile al 3

maggio 2018 il MUG presenterà la

137a mostra dell’artista russo Dimitri

Kuzmin, pittore, decoratore, argentiere

e restauratore. La mostra sarà introdotta

da Vittorio Guidi, curatore

del Museo e presentazione di Giuseppe

Joh Capozzolo del quale si riporta

un estratto:

“L'arte di Dimitri Kuzmin è diretta

espressione di un profondo senso di

spiritualità che permea l’attività creativa

come ogni altro aspetto della sua

quotidianità. Anche il modo di essere,

discreto, misurato, votato alla serafica

accettazione della Vita e del suo destino,

costituiscono indizio di una dimensione

mistica che riesce a sovrastare

persino la fisicità possente di

Dimitri. E’ una spiritualità che si e-

sprime sicuramente con le raffigurazioni

di Arte Sacra, in particolare le

icone di cui Dimitri Kuzmin è maestro

iconografo, ma anche con le diverse

rappresentazioni figurative che

l’artista affronta con un approccio

che, ricordando a tratti il Canaletto

per la resa atmosferica e per la scelta

delle particolari condizioni di luce

delle vedute veneziane, tende ad esaltare

cromie parimenti presenti nell’arte

religiosa orientale come in quella

medievale occidentale le quali svelano

simbologie direttamente riferite

ai colori dei pigmenti variamente impiegati.”

MUSEO UGO GUIDI - MUG

Via M. Civitali 33

Forte dei Marmi

tel. 348-3020538

m u s e o u g o g u i d i @ g m a i l . c o m

www.ugoguidi.it


TIzIANA TREzzI

MOSTRA PERSONALE ALLA

MALINPENSA GALLERIA D’ARTE By LA TELACCIA

DAL 18 AL 28 APRILE 2018

“L’ESISTENzA uMANA IN vESTE SuRREALE”

“La stanza” - 2017 - acrilico su tela - cm .100 x 100

Quando alla realtà si accosta la fantasia si sprigiona un ritmo avvolgente per forma, struttura, sensazioni e continuo

sentimento, il tutto valorizzato da una sapiente ed equilibrata distribuzione degli spazi, colori e volumi di propria passione

e talento. un’ armonica ed autonoma interpretazione, proiettata verso il futuro, traduce così l’operare dell’artista

Tiziana Trezzi che, con una sincera ed acuta sensibilità, estrae dalla figura femminile una comunicativa immediata di

vivace dinamicità. Il gioco delle luci, che si crea sulla superficie della tela, assume un ruolo fondamentale nell’opera,

mentre la luminosa atmosfera chiaroscurale mette in risalto un profondo studio per una compositiva elegantemente

compiuta di chiara introspezione psicologica

Monia Malinpensa Art Director - Giornalista

MOSTRA, cATALOGO E PRESENTAzIONE A cURA DI MONIA MALINPENSA

REFERENzE E QUOTAzIONI PRESSO LA MALINPENSA GALLERIA D’ARTE by LA TELAccIA

Malinpensa by La Telaccia - Corso Inghilterra, 51 - 10138 Torino

Tel +39.011.5628220 - +39.347.2257267

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118

Le suggestive

statuine Lenci al MIc di

Faenza

Dal 4 Marzo al 3 Giugno 2018

in mostra 150 sculture in ceramica

della storica manifattura torinese

provenienti dalla collezione

Gabriella e Giuseppe Ferrero

di Marilena Spataro

Un tuffo nel passato.

In quell'Italia del

primo Dopoguerra

che amava sognare

all'insegna della bellezza

e del buongusto. Una mostra,

quella in corso dallo scorso

4 Marzo al MIC di Faenza,

sulle sculture ceramiche della

famosa azienda Lenci di Torino,

dove la moda e il costume

di un tempo si coniugano a un

sapiente design e a una gradevole

estetica della forma.

Realizzata a cura di Valerio

Terraroli e di Claudia Casali,

con la collaborazione di Stefania

Cretella e Maria Grazia

Gargiulo, la rassegna faentina

mette in mostra ben 150 opere

provenienti dalla Collezione

Giuseppe e Gabriella Ferrero,

la più importante e ricca collezione

dedicata alla gloriosa manifattura

torinese, a cui si

aggiungono, per un confronto,

alcuni esemplari della Manifattura

Essevi (che ne imitava lo

stile, fondata nel 1934 da Sandro

Vacchetti, fuoriuscito dalla

Lenci).

La Manifattura Lenci nacque su

iniziativa di Enrico Scavini e

della moglie Elena König Scavini

nel 1919 per produrre bambole

e "giocattoli in genere,

mobili, arredi e corredi per

bambino", ma anche un particolare

tessuto per arredi, arazzi,

bambole conosciuto, appunto,

come “pannolenci”.

Nel 1927 l’azienda decise di

aggiungere a quella produzione

una linea di piccole figure e oggetti

in ceramica smaltata,

dando vita, a partire dal 1928,

ad un ricchissimo catalogo di

sculture d'arredo e oggetti,

quali vasi, scatole e soprammobili

in terraglia fatta a stampo e

dipinte che divennero immediatamente

di moda tra la piccola

e media borghesia italiana. Per

raggiungere lo scopo e conquistare

un largo mercato, la manifattura

Lenci si avvalse della

collaborazione creativa di importanti

artisti torinesi come

Sandro Vacchetti, Gigi Chessa,

Mario Sturani, Abele Jacopi,

Regime secco


Vaso concerto

La piccola italiana

Ai monti

Bimba e mastello

Ines e Giovanni Grande, Felice Tosalli, ma

anche la stessa proprietaria, Elena König

Scavini, alla quale si deve la fortunata serie

delle “Signorine”: fotografia al femminile

della piccola borghesia torinese dei pieni

anni Trenta.

Le sculture ceramiche di Lenci traevano

ispirazione dalle contemporanee riviste di

moda, tra scene di costume e figure di giovani

donne accattivanti e maliziose, raccontando

il gusto di un’epoca e di una società.

Donne sportive, attrici, ma anche scene galanti,

balli di coppia, temi rurali e mitologici,

favole, grotteschi e buffi bambini, nudi

femminili al limite del lezioso e donne giocosamente

provocanti, accanto a Madonne

con Bambino, delicate e rassicuranti, sono il

repertorio visivo di una collettività in bilico

tra le alterne vicende storiche del Ventennio,

status symbol immancabili nei salotti della

borghesia italiana. Allo stesso tempo Lenci

è stata un'importante realtà industriale ed

economica e una straordinaria avventura artistica

capace di guardare ad esempi europei,

come le Wiener Werkstätte di Vienna e le

porcellane tedesche e danesi, e di competere

a livello internazionale con le maggiori manifatture

ceramiche.

La mostra è realizzata con il contributo della

Regione Emilia Romagna e con il patrocinio

del Comune di Faenza.

Il catalogo è edito da Silvana editoriale in

italiano e in inglese.

INFO MOSTRA:

LENCI, collezione Giuseppe e

Gabriella Ferrero

Dal 4 marzo al 3 giugno 2018

MIC - Museo Internazionale delle

Ceramiche in Faenza, Viale Baccarini

19, Faenza (Ra)

Apertura: Fino al 31/03 dal martedì

al venerdì 10-16 e sabato, domenica e

festivi 10 – 17.30.

Chiuso il lunedì. Dal 1/04 dal martedì

alla domenica e festivi 10-19.


Lignano Sabbiadoro.

cellini e la performance

che apre l’autunno

a cura di Lara Petricig

25 Marzo 421 d.c. - 2017

Nelle sue performance c’è rievocazione, immaginazione e forse,

un modo per rimettere in moto i nostri sensi…

Ci sono sentimenti che prendono

in prestito una forma. Il risultato

finale si trova sulla tela

dove Daniele Cellini ricostruisce in

qualche modo la sua mappa emotiva.

Un esercizio complesso dove la forma

organica impanata di colore è lanciata

nell’aria e fatta vibrare dagli sguardi,

dalla musica e dallo scorrere del tempo.

Siamo nella splendida Lignano

Sabbiadoro, le vetrate del Beach Restaurant

trasmettono la forza del mare

e l’artista sta per iniziare la sua performance.

Cellini, qual è stato il tuo primo

quadro?

Tutto è cominciato per caso. Una notte

mi ero svegliato perché avevo fame

e aperto il frigo avevo trovato una

mortadella intera che forse era lì da

troppo tempo. Tagliandola a fette mentre

constatavo che non era commestibile,

osservavo le fette appoggiate sul

piatto: lasciavano un alone di grasso

sulla ceramica bianca... Ho preso qualche

tubetto di colore acrilico e una

vecchia tela 70x50 messa in piedi

sopra due sedie e ho cominciato a lanciare

le fette dall'alto verso il basso.

Tolte poi con uno stuzzicadenti, l'effetto

che volevo dare era riuscito perfettamente

ricreando un fiore stilizzato.

“Fiore di Mortadella” è stato

il primo quadro realizzato con una

tecnica divertente che nemmeno io

sapevo cosa fosse. Tutta l'evoluzione


122

Apoteoza - 2016 - acrilico su tela, tecnica mista

con bucce di banana -cm. 100 x 150

Dedalus - 2015 - tecnica mista

avuta successivamente mi ha portato

a mettere verticalmente le tele e a

lanciare il cibo avanzato che trovavo,

sempre ovviamente ricoperto di colore.

Parlami del cibo.

Innanzi tutto ha un significato simbolico,

è l’archetipo. Ed è la mia partenza.

Considera che lo spreco del

cibo non l'ho mai sopportato, quindi

il cibo che utilizzo è di scarto e di

cosa si tratta non lo decido mai. Ciò

che trovo è ciò che dovrò usare per

fare il quadro. Il macellaio sotto casa

e il pub degli amici diventano fornitori

di scarti alimentari, scarti di lavorazione

e cibo destinato ad essere

buttato: bucce di banana e di piselli,

reni e coda di maiale, testa di gallinella,

pelle e grasso di pollo. Materiale

organico di recupero con il quale

nel tempo ho sperimentato “lanci”,

“forme” e “quantità” per poter entrare

in simbiosi con tutta la tecnica. Anche

se nel tempo ho scoperto che spaghetti

e bavette si lasciano sedurre dal

gesto e sono ciò che di più spettacolare

posso utilizzare per ricostruire

sulla tela le mie sensazioni.

Parli di sensazioni e simbiosi e di

arte vissuta come esperienza. Sei all’interno

dell’intuito e della percezione

dei sensi, come vivi questa tua

performance, riesci a descriverla?

La mia esperienza si avvale di una superficie

rigida che faccia resistenza,


Daniele Cellini durante una performance nel 2015

Fratello Angelo - 2013 - acrilico su tela, tecnica mista

con reni di maiale, bucce di banana e bavette - cm 50x70

Suino, 2017, cm 100x100, acrilico su tela, tecnica

mista con grasso, pelle e coda di maiale

dove mettere la tela. La tela è

preparata precedentemente con

immersione in acqua. Il colore

che utilizzo è acrilico e lo coinvolgo

direttamente con la materia-cibo

mescolandoli con le

mani sui piatti. Il cibo viene lavorato

durante l’esperienza creativa

e a questo punto nasce

l’azione: il gesto accompagnato,

stimolato o ritmato dalla

musica. Il lavoro e la performance

stessa sono finiti quando

termina la musica che dura

venti o quaranta minuti.

Ho notato che il gesto del lancio

è esercitato sia con la

mano destra che con quella

sinistra. Cos’è il lancio e perché

il lancio e non il pennello?

Il lancio è un’espressione diretta,

il pennello indurrebbe ad

un’esperienza riflessiva, meno


124

Per Lara DC LP

immediata e meno fisica. La

tela non è più lo spazio dove

progetto l’opera bensì il luogo

dove agiscono le pulsioni.

E’ un modo per conoscere

me stesso.

Dove sta il confine tra consapevolezza

e automatismo?

L’opera nasce inizialmente

come manifestazione della

mia interiorità, del mio sentire,

ma dal momento del

lancio il risultato è poi casuale.

Il confine è netto perché

ogni volta che realizzo

un’opera non so mai il risultato.

Se sento di dover lanciare

il colore giallo non so

esattamente dove e non so la

grandezza della materia-cibo

che andrò ad utilizzare,

so solo che desidero mettere

“tanto o poco” in base all’emozione

del momento. E

poi il cibo scende dalla tela;

scivola e cade, rotola, si ferma

resta aderente, dipende.

Con la tela hai un dare e un

avere, il buon esito è l’armonia.

Eventi recenti a cui hai

partecipato.

L’Expo Venice di ottobre

2015, evento collaterale di

Expo Milano, dove dopo la

performance le opere sono

rimaste esposte nel padiglione

per sessanta giorni.

Nell’agosto 2016 ho presentato

la mia tecnica al Congresso

Internazionale di Filosofia

in lingua francese a

Iasi in Romania.


I Tesori del Borgo

Modigliana: nel cuore della Romagna,

tra arte, storia, antiche tradizioni,

leggende e bellezze naturali

di Alba Maria Continelli

Modigliana - Museo Civico "Casa di Don Giovanni Verità": Cimeli garibaldini.

Collocata in un'ampia

conca nella media Valle

del Tramazzo, fra le verdi

colline dell'Antiappennino

Romagnolo, attraversata

da tre torrenti, Modigliana

vede i primi insediamenti 3.000 anni

A.C.

Abitata dagli Umbri poi dai Celti, fu

la romana Castrum Mutilum, citata

da Tito Livio a proposito della grande

battaglia, in cui una legione romana

fu sconfitta dai Galli Boi; fu la medievale

Mutilgnano, che vide nascere

ed espandersi la potentissima dinastia

dei Conti Guidi, i cui membri sono

citati in diversi canti della Divina

Commedia. Con una insurrezione popolare,

i Modiglianesi cacciarono

l'ultimo dei Guidi nel 1377 e si costituirono

in Libero Comune, dandosi in

accomandigia a Firenze. Da quel momento,

e fino al 1922 (quando la cittadina

è passata alla provincia di

Forlì-Cesena), le vicende di Modigliana

si intrecciano con quelle della

città toscana, che per molti secoli ne

influenzò la cultura, le architetture ed

il paesaggio.

A partire dal 1200 per 4 secoli, Modigliana

ospitò, nonostante il divieto

della Diocesi di Faenza, un gruppo di

ebrei, che si erano insediati nell'odierna

via Silvestro Lega, un

ghetto di cui restano ancora tracce, e

dal quale derivano i cognomi di Modigliani

e Modiano (portati da uomini

illustri e Premi Nobel di origine

ebraica).

Nel 1800 la cittadina, eletta “città nobile”

dal Granduca di Toscana, vive

un periodo di intensa attività economica,

culturale, religiosa e patriottica.

Tra i personaggi nati a

Modigliana, in questo secolo spiccano,

Silvestro Lega e Don Giovanni

Verità.

Silvestro Lega, il famoso Maestro

della Macchia, nasce a Modigliana

nel 1826. Divenuto adolescente, insieme

con i suoi coetanei, vede nel

sacerdote patriota, don Giovanni Verità,

una sorta di padre putativo che li

affascina con i suoi ideali e le sue

azioni. S.Lega si dichiarerà sempre

“ateo e repubblicano” ma il suo legame

con Don Giovanni sarà sempre

indissolubile ed il ritratto del sacerdote,

eseguito poco prima della sua

morte nel 1885, è l'opera che il pittore

ebbe più cara e non volle mai

vendere (questo capolavoro è, insieme

ad altri, esposto nella Pinacoteca

Civica di Modigliana). Comunque

Modigliana e gli ideali repubblicani

nutrirono l'anima ed

anche l'arte di uno dei più famosi pittori

dell'800 italiano ed europeo.

Ogni anno, la terza domenica di settembre,

si svolgono le “Feste dell'800”,

dedicate al pittore Silvestro

Lega: l'aspetto più caratteristico e peculiare

di questo evento sono i Quadri

Viventi, riproduzioni straordinarie

di numerosi dipinti del famoso Maestro

della Macchia, realizzati da personaggi,

scelti per la incredibile

somiglianza con quelli rappresentati

nelle opere. Modigliana vede rivivere

la città ottocentesca: quasi tutti i pae-


126

Modigliana – Piazza Pretorio: Arco d'entrata

Modigliana - Museo Civico: Esterno

sani e molti visitatori si vestono con

abiti dell'800, si rappresentano eventi

significativi legati a quel particolare

momento della storia del paese, il

tutto accompagnato da musiche, intrattenimenti

ed assaggi della tipica

gastronomia modiglianese ottocentesca.

Don Giovanni Verità fu un discusso

sacerdote e coraggioso patriota risorgimentale

di Modigliana (a cui la sua

cittadina ha dedicato un monumento

ed il Museo Civico) che, nell'epoca

dell'insanabile conflitto fra il Papa

Re ed i Progressisti, fu insieme buon

sacerdote, non tradendo mai la sua

missione pastorale, e attivo patriota

contro il potere temporale dei Pontefici.

Don Verità fu legato da profonda

amicizia a Giuseppe Garibaldi cui

diede sostegno e ospitalità in varie

occasioni. Oggi la sua casa è visitabile:

c'è la camera da letto, dove Garibaldi

“per la prima ed unica volta

(come lui stesso ebbe a dire) dormì

nel letto di un prete”, c'é la cucina

con il pozzo, attraverso il quale i patrioti

in fuga passavano nella casa vicina,

al primo allarme di un'ispezione

da parte delle guardie, ci sono oggetti

appartenenti al sacerdote (come il

suo fucile, il suo cappello, la sua

pipa......), c'è lo scialle di Anita, lasciato

da Garibaldi in custodia al suo

salvatore. La storia di Modigliana

lunga e complessa, ricca di eventi

importanti e personaggi illustri, è testimoniata

anche da prestigiose architetture,

suggestivi paesaggi ed un

ricco patrimonio artistico e culturale.

Nel “borgo vecchio”, chiuso da mura

cinquecentesche, costruite dai Medici

di Firenze, con il torrione sormontato

dall'originale Tribuna (due campanili

laterali), si susseguono tre piazze,

dominate dall'alta visione della Rocca

dei Conti Guidi, e ricche di importanti

edifici civili e religiosi, risalenti

ai secoli XIV, XV, XVI, XVII come

Palazzo Boccine, Palazzo Papiani,

Chiesa di San Domenico, Chiesa di

San Sebastiano e Rocco Palazzo Borghi

e Palazzo Pretorio. Palazzo Pretorio

è un edificio di tipo toscano

trecentesco, che fu residenza dei Podestà

inviati da Firenze; oggi ospita

la Pinacoteca Civica di Arte Moderna

e l'Archivio Storico. Anche Palazzo

Borghi ha origini antiche (fu forse residenza

dei Conti Guidi) nonostante

la facciata 500esca. Entrambi questi

edifici sono legati ad una nota “leggenda”

che forse leggenda non è. Si

narra che nel 1773 il Conte Pompeo

Borghi ospitasse nel suo palazzo una

nobile coppia, che si faceva chiamare

Joinville, anche se i coniugi appartenevano

alla famiglia D'Orleans ed

erano Luigi Filippo Egalité e la consorte

incinta. Quasi di fronte, nel Palazzo

Pretorio, abitavano Lorenzo

Chiappini, carceriere, e la moglie anch'ella

incinta. Il 6 aprile la signora

D'Orleans partoriva una femmina e

quasi contemporaneamente la moglie

di Chiappini un maschio. Gli Orleans

erano pretendenti al trono di Francia

e comunque, anche per ragioni ereditarie,

avevano la necessità di un discendente

maschio, che non avevano

ancora avuto, per cui avvenne il “baratto”;

il bambino “scambiato”, nel

1830, salirà al trono di Francia con il

nome di Luigi Filippo. Maria Stella

Chiappini (la bambina scambiata), la

cui educazione ed i due matrimoni

principeschi, sembravano già comprovare

le sue origini, spese gran

parte della sua esistenza e tutto il suo

ricco patrimonio per vedere riconoscere

la sua vera nascita. Lo stesso

tribunale ecclesiastico di Faenza,

esaminate le prove e sentiti i testi-


Modigliana - Via Saffi: Casa natale del pittore Silvestro

Lega e del soprano Pia Tassinari

Modigliana - Parco naturale comunale: "Tenuta Montebello"

Modigliana: La Tribuna, sullo sfondo la Rocca

dei Conti Guidi

Modigliana - Parco naturale comunale: "Tenuta Montebello"

moni, sentenziò in suo favore. Ma

tutto fu messo a tacere quando il presunto

figlio di Chiappini divenne Re.

Tuttavia la storia di Maria Stella,

nella prima metà dell'800, riempì le

pagine dei giornali di tutta Europa e

fu anche rappresentata nei teatri. In

questa parte del paese, si possono

ammirare anche interessanti manufatti

in ferro battuto (di antica tradizione).

Anche il cosiddetto “borgo nuovo”

sorprende il visitatore con i suoi palazzi

(come Palazzo Calubani, la casa

di Silvestro Lega e la casa di Don

Giovanni Verità), le sue chiese (la barocca

chiesa delle Agostiniane, la seicentesca

chiesa della S.S. Trinità, la

cripta dell'antica Pieve con un inconsueto

compianto 400centesco in

legno nei territori della ceramica

ecc......), il suo corso ottocentesco di

epoca napoleonica che rievoca quelli

francesi e termina anch'esso con un

“parterie”. Restano anche le vecchie

filande ed il “pavaglione”, dove si

svolgeva il mercato della seta la cui

produzione, fiorente a Modigliana fin

dal 1210, vede nell'800 la prima filanda

a vapore della Romagna Toscana.

Interessante ancora l'area di San Donato,

che ospitò un antico convento

caro a S. Pier Damiani e che mantiene

ancora un ponte a schiena

d'asino di foggia medievale, ma ricostruito

nel 1700. Tanti angoli di pregio

sono stati rappresentati da S.

Lega nelle sue opere.

Modigliana ha due importanti sedi

museali:

Museo Civico “Don Giovanni Verità”-

Collocato nella casa dove nacque

e visse Don Giovanni Verità,

tipico esempio di abitazione borghese

dell'800, ospita una sezione dedicata

al Risorgimento, a don Giovanni ed

al suo stretto rapporto con Garibaldi;

un'altra è dedicata alla Resistenza nel

territorio, una terza contiene una raccolta

di armi ed una quarta i ricordi

del famoso soprano Pia Tassinari

(nata a Modigliana nel 1903 nella

stessa casa in cui venne alla luce Silvestro

Lega).Una sezione archeologica

raccoglie i numerosi reperti

trovati nel territorio modiglianese.

Pinacoteca Civica di Arte Moderna

“S. Lega” - nata nel 1999 per accogliere

il ricco patrimonio pittorico,

prima disperso in varie sedi, si trova

in Piazza Pretorio (che è stata definita

la più bella piazza medievale

della regione Emilia Romagna), nello

storico Palazzo Pretorio, ed espone

più di 150 opere di artisti importanti

che segnarono l'800 e il 900 fino ai

giorni nostri: da S. Lega a G. Alviani,

da A. Spadini a C. Pozzati, da F. Micheli

a E. Vedova; la Pinacoteca presenta

un ampio panorama ricco e

significativo, che sorprende sempre il

visitatore incredulo nel trovare opere

tanto importanti in una cittadina di

provincia. Le sedi museali sono

aperte la domenica da aprile a settembre

ma anche su appuntamento negli

altri giorni della settimana e in tutte

le stagioni. Nella stessa Piazza Pretorio,

si trova l'ex Chiesa di San Rocco

(sec. XVIII) dove officiava Don Giovanni

Verità; oggi Sala P. Alpi, durante

l'anno ospita mostre di

significativo spessore.

Modigliana offre ai visitatori anche

una “foresta didattica” di oltre 300 ha

di natura alle pendici dell'Appennino

Romagnolo; è una foresta con specie

arboree provenienti da tutti i continenti

ed oasi faunistica con 22 km di

percorsi attrezzati per escursioni a

piedi, a cavallo ed in mountain bike.


128

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