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Marzo 2018

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Livorno

Anno 32 - N° 648

Marzo

2018

non stop

Omaggio

FOTO ONORATI

mensile indipendente «strettamente» livornese

All’interno:

I Postmacchiaioli

La straordinaria, anzi normale, storia

di Massimo Morelli, cieco dall’infanzia

ma affermato docente di Economia

negli Stati Uniti e alla Bocconi

(b.d.) - Mentre andiamo in stampa apprendiamo la dolorosa notizia della

scomparsa di Gianfranco Lamberti, il “nostro” primo cittadino dal

1992 al 2004. Durante la sua legislatura ha vinto tante battaglie mettendo

la firma a importanti opere (ristrutturazione Terrazza Mascagni; ampliamento

Acquario; riapertura Teatro Goldoni; nuovo Palasport; rivalutazione

quartiere ‘Venezia’; nascita Porta a Terra; trasformazione Cantiere

navale con l’arrivo di Azimut Benetti; nascita Porta a Mare) che

hanno reso Livorno più importante e più bella.

Lo ricordiamo anche per la sua eleganza con cui rappresentava la città,

rigorosamente in giacca e cravatta, per il sorriso, la gentilezza e la disponibilità

verso tutti i cittadini (personalmente, nell’ormai lontano 1994 (nella foto),

mi intrattenne un bel po’ di tempo all’interno del Museo Fattori per informarsi dettagliatamente sulla pur modesta

nostra testata). Gli stringiamo nuovamente la mano. Con gratitudine ed affetto.


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LIVORNOnonstop

2 attualità

editoria

Cantata dai bambini prima che entrassero nelle camere a gas di Auschwitz, rimase nella

memoria dei sopravvissuti come simbolo del massacro degli innocenti.

La straziante (e penetrante)

ninna nanna‘Wiegala’:

Rievocata al Goldoni da docenti e alunni del Niccolini Palli

di Michela Gini

Fino a

q u e l

giorno lì

avevo

sentiti

cantare

e suonare

solo

durante

l’ora di musica d’insieme, in

quell’anonima stanza posta al

terzo piano del liceo musicale

livornese, in via Maggi. In

quell’aula di musica dove,

durante le prove e le esercitazioni,

il caos la fa da padrone

e non rende alcuna giustizia alle

interpretazioni dei giovani allievi.

Ma la mattina di giovedì 22

febbraio scorso, seduta in un

palchetto del teatro Goldoni,

mi sono trovata ad ascoltare

tutta un’altra musica, e non si

tratta certo di un gioco di parole.

Docenti e alunni della

sezione musicale del Niccolini

Palli hanno preso parte, infatti,

al progetto “Memoria”,

volto a commemorare la diaspora

ebraica e la Shoah, attraverso

contributi artisticomusicali

che ne hanno affermato

la rilevanza storica e focalizzato

la riflessione sui principi

di libertà e uguaglianza tra

etnie e religioni.

Promotori del progetto, Paolo

Filidei e Rosaria Bruno, con

la collaborazione di Sara Bacchelli

ed altri docenti del liceo,

della prof.ssa Monica Cuzzocrea,

delle Associazioni Centro

culturale Cassiodoro e VinOperArte,

del Conservatorio

P. Mascagni. L’iniziativa è stata

realizzata grazie al patrocinio

del Comune di Livorno e

alla disponibilità del Teatro

Goldoni.

In un clima carico di pathos,

dunque, gli allievi del musicale

hanno dapprima recitato

poesie e lettere tratte dal libro

“Ilse Weber, l’ultimo Lied”;

si tratta di una raccolta di

scritti, liriche e filastrocche,

composte dall’omonima poetessa

e musicista ebrea tra il

1942 e il 1944, nel ghetto di

Ilse Weber con la madre Theresa e i due figli Hanuš e Tommy.

Theresienstadt, in Cecoslovacchia.

Prima che la dura legge

di Auschwitz ponesse fine ai

suoi giorni, a quelli del piccolo

figlio Tommy e degli altri

quindici bambini malati di cui

la donna si prendeva cura nell’infermeria

del lager. E se ne

prendeva cura senza farmaci,

che gli erano ovviamente negati,

solo col suo amore, le sue

filastrocche, le ninne nanne. Il

libro, scritto in lingua tedesca,

è stato tradotto dalla professoressa

Rita Baldoni che insegna

lingua e letteratura tedesca

in un liceo linguistico delle

Marche e che ha partecipato

alla mattinata commemorativa.

Così come Silvia Guetta,

docente di Didattica della Shoah

all’Università di Firenze.

Momenti di altissima commozione

si sono raggiunti durante

la lettura delle parole di Ilse,

l’esecuzione della straziante

ninna nanna Wiegala, cantata

dai bambini prima di entrare

nelle camere a gas e rimasta

nella memoria dei sopravvissuti

come simbolo del massacro

degli innocenti.

“Voglio andare a casa”, “voglio

andare a casa....”, parole

che risuonano nella penombra

del teatro, mirano dritte al

cuore, specialmente se, chiudendo

gli occhi, si immaginano

quei piccoli innocenti affamati,

braccati, terrorizzati, privati

delle cose più semplici,

dell’abbraccio di una madre,

della loro dignità di fanciulli.

Confortati solo dalle filastrocche

di Ilse, madre altrettanto

straziata che con la forza che

La locandina della manifestazione

svoltasi al Teatro Goldoni.

ancora riesce a trovare, scrive

canti e poesie per lenire un

minimo le loro sofferenze.

Come fossero tutti dei Tommy,

degli Hanuš, l’altro figlio

della Weber salvato perché fatto

partire “... tutto solo... dalla

stazione di Praga, gonfio di

lacrime e impaurito... mentre

implorava: fammi stare con

te”.

Quanto gli sarà sembrato duro

e crudele quell’addio. Non poteva

comprendere allora,

Hanuš, l’infinito amore e la disperazione

che spingevano sua

madre a farlo salire sul treno

che l’avrebbe messo in salvo,

in Svezia da un’amica, prima

di essere deportato nel ghetto

ebraico di Praga.

Nella seconda parte della mattinata

sono stati eseguiti, invece,

brani di quella “musica sopravvissuta”,

nata a Theresienstadt

ed egregiamente eseguita

dai liceali del Niccolini Palli

che con i loro strumenti hanno

ricordato Pavel Hass, Gideon

Klein, Victor Ulmann,

Hans Krasa, compositori tutti

deceduti ad Auschwitz. Ma la

loro musica e le loro parole

sono sopravvissute e rappresentano

il frutto della speranza

giunto a noi come messaggio

di vita. Grazie ragazzi!!


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attualità

3

LIVORNOnonstop

di Stefania D’Echabur

Voglio

Non voglio più parlare il

25novembre!

Non voglio più leggere e ricevere

mimosa l’8 marzo!

Voglio uomini che usino gentilezza

verso la donna.

Voglio RISPETTO!

Voglio che chi incontra

l’amore non tolleri voci alte,

supremazia, violenza psicologica.

Voglio difendermi da tutto

questo male, ma difesa non

esiste.

Un uomo, l’ennesimo, ogni

giorno uccide. Uccide la

compagna, uccide i loro figli

per punire una donna che

non lo vuole più. O esercita

il potere assoluto sulla famiglia,

o si cancella tutto.

Non mi venite a dire che era

fuori di testa. Tante donne

lo sono, ma la modalità di

resettare è UOMO! MA-

SCHIO!

La rabbia mi fa parlare così,

poi però penso alla forza

delle donne.

Alla loro dignità nell’affrontare

il dolore.

Vedo la loro fragilità, la disponibilità,

la loro perseveranza

e tenacia.

Penso a quante volte dicono

“grazie” nonostante tutto.

Penso a come affrontano la

malattia, un sorriso come la

migliore delle medicine. A

come tengono in piedi maternità,

lavoro, marito, difficoltà.

Alda Merini non a caso

scrisse “Sorridi donna”

per sancire l’essere femminile.

Oggi, nel 2018, continua la

strage di donne, scorre an-

Rispetto!

cora tanto sangue su nomi

scritti di anagrafica della

violenza femminile. Numeri,

troppi, di vittime dirette

e indirette di tanta brutalità.

In cosa ha sbagliato questa

donna e il mondo che la circonda?

Perché quando smette di

avere paura di parlare,

spesso ha paura per sé, per

i propri figli e la vita stessa?

Come far cessare questo

cancro di morte?

Con pene più severe sicuramente.

Con una corretta

analisi dei ruoli.

È difficile rinunciare ai privilegi

di un mondo patriarcale

per il maschio, un mondo

che ha relegato la donna

a determinati ruoli, dovremmo

prendere in considerazione

che il mondo lavorativo

non ha fatto altro

che oberarla di un impegno

maggiore, ma, da un punto

di vista etico, i passi da fare

in avanti per raggiungere

una maturità dove cessa la

supremazia sono ancora

tanti.

Gli uomini e le donne hanno

perso una grande possibilità

di uguaglianza subito

dopo il dopoguerra.

Le case, le finanze, i raccolti

e i figli sono stati compiti

che la donna ha svolto

molto bene quando i maschi

sono partiti. Al loro ritorno

insieme dovevano capire

che tutto era cambiato. Ci

sono stati in seguito i movimenti

femministi, un’esasperazione

dei ruoli, che

durante la risacca qualcosa

ha prodotto.

Ma, c’è sempre un grande

“ma”.

Ogni anno per la Festa della

Donna regalo una storia

di donna.

Un’eroina, o una figura che

tocca un’emozione.

Quest’anno il pensiero va a

tutte noi e alla nostra FORZA.

Concludo con una poesia di

Patrizia Cavalli.

E se mi guardi davvero e

poi mi vedi?

Io voglio che stravedi non

che vedi!


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LIVORNOnonstop

4

personaggi

La straordinaria, anzi normale, storia di un professore livornese che ha vissuto la sua disabilità

come una caratteristica della persona e non come un ostacolo tale da impedirgli di coltivare

i suoi sogni e le sue ambizioni - La città gli ha conferito lo “Canaviglia” e il “Premio Lions”

Massimo Morelli, cieco dall’infanzia

ma affermato docente in Usa e alla Bocconi

Buio è

una parola

di derivazione

latina (da

burus =

bruciato,

di colore

scuro), sinonimo di oscurità

e di tenebra, è l’assenza della

luce. I sentimenti dell’uomo in

assenza di luce sono stati fonte

di metafore nell’ambito della

letteratura e di simbolismo

nell’arte. In quest’ultimo campo,

con l’uso del chiaroscuro,

l’oscurità enfatizza o contrasta

la luce. Generalmente

l’oscurità viene abbinata al male

od al peccato. È possibile riscontrare

il significato negativo

dell’oscurità nella Divina

Commedia di Dante: nei primi

versi, infatti, il poeta toscano

si ritrova in una selva oscura.

Normale dunque che il buio

faccia paura, e non solo ai bambini.

Fortunatamente, al sorger

mente il cielo, le foglie, i laghi,

pensando al giorno in cui tali

panorami non ci sarebbero più

stati per lui, sconfisse la tristezza

ricordando le parole di

Ray Charles.

L’obiettivo di queste mie righe

non è comunque, l’analisi della

cecità e dei suoi significati,

argomento che richiederebbe

una competenza ed una penna

di gran lunga superiori alle mie,

quanto quello di condividere

con voi come uno di noi, un

livornese, abbia sperimentato

l’esperienza di divenir cieco attorno

ai 12 anni e, ciononostante,

sia riuscito a raggiungere

livelli professionali di altissimo

livello.

Sto parlando di Massimo Morelli,

non vedente dalle scuole

medie, nato a Livorno nel

1965, diplomatosi al Liceo

Classico, poi laureato con lode

all’Università Bocconi di Milano

in Discipline economiche

e sociali nel 1991 con relatore

il celebre Mario Monti (fudi

Marco Rossi

del sole, od all’accendersi di

una lampadina, il buio scompare

con tutti i suoi significati

impliciti od espliciti.

Ma se non esistesse più alcun

sole od alcuna lampadina? Se

si è ciechi, intendo? Che significati

assume il buio, nostro

continuo compagno di vita?

Come noto la cecità può essere

congenita oppure acquisita

per qualche trauma o malattia.

Il portoghese Josè de Sousa

Saramago (1922-2010) nel

1998 ha pubblicato un celebre

romanzo dal titolo Cecità in cui

immagina che, ad un certo

punto, tutti divengano ciechi

(ma non vedono nero quanto,

invece, tutto bianco) descrivendo

concretamente cosa sia

la cecità per chi non vi era nato.

Ray Charles (1930-2004) il

grande pianista e cantante non

vedente statunitense che perse

la vista ad 8 anni, ad un intervistatore

che gli chiedeva

se fosse vero che, se Dio gli

1991, Università Bocconi: Massimo Morelli riceve la laurea in Discipline

economiche e sociali dal relatore Prof. Mario Monti, futuro Presidente del

Consiglio (dal 16 novembre 2011 al 28 febbraio 2013).

23 marzo 2007 - Il Prof. Massimo Morelli riceve dal sindaco Alessandro

Cosimi la Canaviglia, la massima onorificenza della città,

avesse voluto restituire la vista,

lui non avrebbe accettato,

confermò aggiungendo:

“Quando non si vede, si apprezzano

di più gli altri e talvolta

la tua vita viene toccata

da persone meravigliose,

che magari non sono confezionate

meravigliosamente,

ma se sei cieco non lo sai. Ad

esempio, quando uno dei miei

figli mi sale in grembo, io sento

solo che c’è qualcuno lì che

mi ama e che io amo. Se vedessi,

probabilmente noterei lo

sporco sui suoi vestiti o sulle

sue scarpe. E forse direi: Vai

a pulirti, prima di venirmi in

braccio. Ma io non lo vedo

come bianco o negro, pulito o

sporco. Sento solo su di me 33

chili d’amore”.

Quest’aneddoto è stato reso

noto dallo scrittore statunitense

John Powell (1925-2009)

il quale, a sua volta, non era

nato cieco e, saputo che lo

sarebbe divenuto, mentre cercava

d’imprimersi bene nella


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personaggi

5

LIVORNOnonstop


turo premier a cavallo tra

il 2011 e 2012). Dottore in

Economia all’Università di Pavia

nel 1995 e, contemporaneamente,

presso la famosa

statunitense di Harvard, ha

svolto intensa attività di docente

incaricato negli USA,

presso l’Istituto Universitario

Europeo e, dal 2014, di Scienze

Politiche alla stessa Bocconi.

Autore di numerose pubblicazioni,

è stato destinatario

di molti premi e riconoscimenti

e, nel 2016, ha ricevuto

un contributo europeo di un

milione e mezzo per finanziare

una ricerca nei successivi

cinque anni.

Dopo il presidente Carlo Azeglio

Ciampi, nel 2008 è stato

il secondo livornese a ricevere

la Canaviglia, la massima

onorificenza della città.

Quanto sopra era necessario

per chiarire il livello di chi stiamo

esaminando, ma non è mia

intenzione parlarne della professionalità

o dei risultati quanto

della vita quotidiana e di

come seppe superare il buio

che gli cadde addosso da ragazzino.

Tanto per darvi un’idea di cosa

significhi il buio inizierò col

raccontarvi come, per capire

la geometria analitica, il nostro

escogitò di spingere il padre

Aldo o gli amici ad usare la

sua schiena per disegnarvi sopra

col dito le figure geometriche:

sul semplice palmo della

mano, infatti, lo spazio a disposizione

era troppo scarso. Si,

perché Massimo, al di là dell’indiscussa

ed indiscutibile

genialità, è sempre stato caratterizzato

da una testardaggine

e da un’inventiva a dir

poco favolose.

Ciò è talmente vero che la moglie,

di fronte ai suoi continui

Le nozze di Massimo Morelli e Giunia Gatta.

Massimo Morelli con il figlio Leonardo appena nato.

Massimo Morelli con Abdul Jeelani, il mitico campione di basket della

Libertas Livorno dal 1981 al 1985.

tentativi di stimolare i non vedenti

a non assuefarsi agli aiuti

cercando a tutti i costi la propria

indipendenza ed autonomia

assolute, non manca mai

di fargli notare che chi l’ascolta

può facilmente pensare

come tutto, a lui, sia risultato

facile perché, appunto, un autentico

genio. Il chè, risponde

lui, non è assolutamente vero:

non solo tutti possono raggiungere

la propria autonomia se

solo lo vogliono veramente

ma, soprattutto, l’accettar gli

aiuti ne limita le possibilità realizzative

portandoli ad aspettarsi

l’aiuto sempre.

Lui, una volta diplomato, volle

andarsene a Milano, giusto

per voler dipendere solo da se

stesso: anche se fu doloroso

dirlo al genitore lo ritenne necessario

per non abituarsi all’abitudine

di esser portato a

Pisa da qualcuno.

Scelse la Bocconi soprattutto

perché aveva aule e dormitori

vicino e così, all’inizio, lui

avrebbe potuto spostarsi facilmente.

All’università, come sempre,

prendeva appunti nella scrittura

per ciechi (quella fatta di

punzonature della carta inventata

nel 1821 dal francese

Louis Braille (1809-1852) e da

lui così chiamata) ed il pomeriggio

chiedeva ad amici e

compagni di leggergli i testi

relativi: per non pesar troppo

su di uno solo, ingaggiò una

ventina di studenti che pianificava

settimanalmente su base

oraria.

Già alle superiori aveva risolto

alcuni problemi che, senza

averlo conosciuto, non avrei

neppur immaginato. In occasione

dei compiti, ad esem-


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personaggi

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LIVORNOnonstop


pio, infatti spostava il suo

banco vicino alla cattedra e

scriveva il dettato in Braille.

Poi ne scriveva lo svolgimento

ancora in Braille e, alla fine,

stendeva la bella sulla Olivetti

lettera 22. Al ginnasio trovò

grande comprensione anche

nella professoressa di Latino

e Greco Viggiani Galeoni,

sempre disponibile su sua richiesta,

a cercargli un vocabolo

sul dizionario data l’assenza

di vocabolari in Braille.

Una volta al Liceo la successiva

professoressa mostrò dell’insofferenza

per quella che

a lei sembrò una serie eccessiva

di richieste ed il nostro

gli depose il proprio banco

sulla cattedra lasciando la

classe. Dopo le risate, al sentir

l’episodio, gli ho chiesto se

ne ricevette un rapporto ma

Massimo non mi ha risposto…

In America, ad Harvard, appena

arrivato senza nemmeno

conoscere l’inglese, non

aveva assolutamente alcuna

idea su cosa fare e come farlo.

Per niente intimorito chiese

in segreteria se era stato

preceduto da qualcuno come

lui e se esistevano supporti per

la sua categoria di handicappato.

La risposta affermativa

gli suggerì di utilizzare i fondi

a sua disposizione per affittare

lettori umani al fine di ripetere

quanto, a Milano, aveva ottenuto

da amici e conoscenti.

Adesso Massimo usa il computer

grazie a software particolari

che gli sintetizzano acusticamente

quanto gli è arrivato

via posta elettronica od

ha trovato in Internet. Sulla

tastiera scrive a memoria ricordando

i suoi inizi giovanili

sulla Olivetti lettera 22 colla

cuffia che gli riproduce sonoramente

quanto scritto.

Si sposta in aereo con grande

facilità da solo e tutte le mattine

se ne va da solo in palestra

per gli esercizi che la sua

malattia gli richiedono.

La moglie Giunia Gatta, conosciuta

in aereo, gli ha dato

anche un figlio: Leonardo, che

ora ha 17 anni.

Non tutto, però, è stato facile

come sto descrivendo, perché

la malattia di Massimo (sindrome

di Marfan) oltre alla

cecità comporta anche una

grande statura (Massimo è alto

2,11 e porta il 51 di scarpe)

nonché possibili problemi cardiaci

e nel 2000 il nostro ha

dovuto essere operato a cuore

aperto.

Del resto che la sua vita non

sarebbe stata rose e fiori Massimo

l’aveva saputo tanti anni

fa’, ancora fanciullo, quando

fu il suo atteggiamento a rincuorare

una madre (Maria Teresa

Merlani) disperata. Non

ho osato chiedergli cosa provò,

quel bambino, e dove trovò

le risorse per lanciarsi così

spavaldo in un’avventura in

cui avrebbe avuto poche frecce

al suo arco…me lo sono

solo immaginato quando, dopo

aver ricevuto il PREMIO LI-

ONS nel 2017, propose a chi

gliel’aveva assegnato di lanciare

un progetto finalizzato a

sostenere la massima scolarità

dei ciechi e degli ipovedenti.

Anche grazie ad un suo personale

contributo economico

quel progetto è oggi una realtà

e produrrà a breve un primo

appuntamento pubblico di presentazione

delle possibilità a

disposizione di chi, quanto lui,

non voglia limitarsi ad accettar

l’insegnante di sostegno ma

chieda, assolutamente ed insistentemente

come lui, cosa gli

spetta per vivere autonomo ed

indipendente. Occorrerà far

crescere anche la scuola e le

famiglie per questo, ma Massimo

è tosto e saprà convincere

tutti.

Termino rendendomi conto

che non è tutto rose e fiori

nemmeno il presente perché,

anche se ha raggiunto i suoi

obiettivi di successo e di autonomia

indipendente, Massimo

Morelli resta un non-vedente

che, almeno per un po’

nella sua vita, la luce l’ha conosciuta.

Per tali ricordi, infatti,

ad una mia domanda in

proposito mi ha risposto che,

si, come molti ciechi non nativi,

anche lui ha sognato a lungo

a colori…i colori però, piano

piano si stanno sbiadendo.

18 marzo 2017 - Il Prof Massimo Morelli riceve il Premio Lions dal

presidente Marco Rossi.

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LIVORNOnonstop

8 editoria

storia

Dopo la Liberazione del 25 aprile 1945 la struttura fu allestita dagli Americani

tra Livorno e Pisa per ospitare i prigionieri tedeschi e gli italiani della Repubblica di Salò

Oltre 32mila internati

nel Campo di Coltano

Ho sempre

avuto

conoscenza

del vicino

campo di

concentramento

di Coltano

(battezzato dagli americani

“PWE 337”), tra Livorno e

Pisa, allestito al termine del secondo

conflitto mondiale dagli

Alleati, utilizzato, tra maggio e

novembre del 1945, come centro

di detenzione per prigionieri

di guerra fascisti della ex Repubblica

Sociale Italiana, militari

germanici e collaborazionisti

dell’esercito tedesco di

altre nazionalità. Quello che mi

ha sorpreso è invece il fatto di

apprendere che vi erano internati

oltre 32mila persone (in

altri testi si parla di 35mila, cifre

davvero impressionanti),

uomini e donne di tutte le età,

bambini e vecchi compresi,

di Mario Lorenzini

1945:Una panoramica sul Campo PWE 337 (Prisoner of War Encampment) di Coltano

1945:Alcune baracche del Campo di concentramento di Coltano

che furono sottoposti a condizioni

di vita estremamente

crude, al limite della sopravvivenza.

In un foglio dattiloscritto, che

mi è capitato fra le mani visitando

la rinnovata sede della

Proloco di Coltano, indirizzato

al Presidente del Consiglio

dei Ministri e, per conoscenza

al Ministero degli Interni e

della Guerra, si legge, tra le

altre cose, quanto segue:

“Come è stato già precedentemente

comunicato nel campo

di prigionia di Coltano

337 vi sono oltre 32.000 prigionieri

fra cui moltissimi ragazzi

fra i 13 e i 17 anni e

molti giovani delle classi ‘23,

‘24, ‘25, sotto pena di fucilazione

e di rappresaglia per

le loro famiglie a prestare servizio

nell’esercito repubblicano.

Vi sono inoltre civili erroneamente

rastrellati, partigiani

internati soltanto perché privi

di documenti di identificazione

altri per aver usufruito

degli automezzi che trasportavano

i prigionieri in diversi

campi di concentramento;

altri, prigionieri in Germania

che alla data della capitolazione

tentavano di raggiungere

le proprie famigle. Vi sono

infine vecchi fino a 75 anni,

grandi invalidi mancanti di

un arto, tubercolotici, anche

bisognevoli di urgenti cure e

atti operatori.

Tutta questa gente vive in


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storia

9

LIVORNOnonstop

promiscuità, con elementi

gravemente compromessi politicamente,

molti dei quali

colpiti da mandato di cattura...”.

Furono troppi quelli che non

ce la fecero. Ecco, al riguardo

quanto scrive Pietro Ciabattini

(autore del libro “Coltano

1945. Un campo di concentramento

dimenticato”,

Mursia, Milano 1995), che in

quel campo fu internato: «Il

25 luglio 1945 tutti i prigionieri

italiani concentrati nei

vari PWE in Toscana erano

già stati fatti affluire nel PWE

337, più conosciuto come

“campo di Coltano”. La sua

triste esistenza fu taciuta all’opinione

pubblica fino a

metà settembre del 1945, dopo

che gli americani il 30 agosto

avevano trasferito alle

autorità italiane la giurisdizione

su quel campo di prigionia.

Solo allora la stampa italiana

si interessò di ciò che avveniva

dietro quei reticolati

in quella torrida pianura pisana,

descrivendo la misera

esistenza di migliaia di esseri

umani, scalzi, nudi, laceri,

malati e bisognosi di tutto,

senza che nessuna autorità si

decidesse ad addivenire ad

una rapida soluzione del problema.

Descrivere la disgraziata vita

del PWE 337 è compito arduo

nel timore di non essere


creduto, ma più arduo è riuscire

a convincere che ciò accadde

davvero a prigionieri di

guerra di un esercito ricco e

vittorioso, e a conflitto ormai

cessato.

[...] I giornali si sbizzarrirono

per una settimana a scrivere

sulla drammatica vicenda

di quei prigionieri, ma dei

numerosi e misteriosi decessi

per uccisioni, malattie e stenti

nessuno ne scrisse una parola.

Molti morirono nei

“campi”, nel “lazaret”, altri

nell’Ospedale da Campo n. 99

WQ06, o nel 650 di riserva

per militari italiani. Anche al

Sanatorio, all’ospedale Militare

di Livorno e al Manicomio

di Volterra ci furono numerosi

morti, ma i relativi

documenti o non sono visibili

o non esistono più. Nessuno,

tranne gli archivisti USA, conoscerà

mai il numero dei deceduti

di Coltano. Mistero e

silenzio anche sui luoghi dove

venivano sepolte le salme.

[...] E’ certo che, a distanza

di cinquant’anni, sui decessi di

Coltano, esiste ancora il “top

secret” e anche da parte delle

autorità preposte non vengono

fornite notizie precise».

Nel 1964, al campo sportivo

di Castelfiorentino, all’epoca

trasformato in cimitero clandestino,

durante una bonifica,

vennero scoperti i resti di 350

persone.

Sempre navigando su internet,

Una medaglia reducistica comune degli internati dei Campi di concentramento

211 di Algeri, 339 di San Rossore, 334 di Scandicci e 337 di Coltano.

ho poi appreso che tra gli italiani

«repubblichini» rinchiusi

a Coltano, oltre ad una marea

di sconosciuti, c'era anche

gente nota, come gli attori

Raimondo Vianello, Walter

Chiari, Enrico Maria Salerno,

il podista poi campione olimpionico

Pino Dordoni, il calciatore

Benito Lorenzi. E ancora

il giornalista Enrico Ameri,

il regista Luciano Salce, il

deputato di Mirko Tremaglia,

il senatore di Giuseppe Turini,

Giovanni Prodi (fratello maggiore

del futuro Presidente del

Consiglio Romano Prodi) ecc.

Raimondo Vianello

La scritta apposta sulla lapide che oggi ricorda il Campo di concentramento

di Coltano: “In questo luogo / dal maggio al novembre 1945 /

sorgeva il campo americano P.W.E. 337 / dove 35000 soldati della R.S.I.,

soffrino una dura prigionia / Ai caduti e ai dispersi / dichiariamo perenne

ricordo / 22 settembre 1996”.

Il “Foglio di via” di un internato al Campo di concetramento di Coltano.


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LIVORNOnonstop

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boia dé

BOIA DÉ: - La pittura livornese (3ª puntata)

Postmacchiaioli

Riprendendo

il

discorso

sui pittori

livornesi

interrotto

il mese

scorso e

ricordando come lo avessimo

iniziato assieme perché, primo

boia dè, la terra labronica

è considerata la progenitrice

di qualcosa veramente e

considerevolmente nuovo in

territorio pittorico a partire

dalla fine dell’ottocento e per

tutta la prima parte del novecento,

vorrei riprendere il discorso

approfondendo la differenza

della pittura inizialmente

chiamata Postmacchiaiola

e poi identificata col

Gruppo Labronico, ed il maggior

rappresentante dei pittori

nati nella nostra città, Amedeo

Modigliani. L’artista noto

per le sue donne dal lungo

collo, oltre che per la famosa

beffa delle sue teste architettata,

indipendentemente gli uni

dall’altro, da tre geniali ‘mariuoli’

ed un giovane pittore

di Marco Rossi

amaranto nel 1984, non produsse

infatti una scuola nonostante

il grande successo

che, purtroppo soltanto postmortem,

le sue opere hanno

registrato. Il caso resta unico,

apparentemente isolato

dal suo stesso limpido stile,

esclusivo ed inconfondibile,

tragico nella ricerca di qualcosa

di nuovo anche a costo

di restar del tutto solo e non

esser compreso da alcuno.

Pure dal punto di vista umano

la vita di Modigliani non

ha lasciato molte tracce in

città se è vero com’è vero

che la stessa casa di nascita

solo da lontani parenti è stata

di recente riportata alla visitabilità

dei molti che, scesi

in porto nel corso di crociere,

la cercano esplicitamente.

Mario Puccini, invece, quello

che, come abbiamo evidenziato

il mese scorso (anche

grazie alla tesi di laurea

del 1980 della prof.ssa Daniela

Bruzzone in Leonardini),

è stato definito il van

Gogh italiano, non solo spinse

gli artisti che lo avevano

conosciuto a fondare un’iniziativa

tuttora in essere come

il Gruppo Labronico ma, soprattutto,

aprì la strada ad un

nuovo modo di rappresentare

con macchie il proprio vedere

la realtà e le sue quotidianità.

L’usar le macchie, come noto,

era stato scoperto da quella

ventina di frequentatori del

Caffè Michelangelo a Firenze

che accetteranno, proprio

per questo, d’esser chiamati

Macchiaioli.

Formatosi a partire dal 1855,

il movimento era nato come

reazione all’inerzia formale

delle Accademie anche in

rapporto coi fermenti ideologici

del Risorgimento. Alla

sua base si trovava la teoria

che la visione delle forme è

creata dalla luce come macchie

di colore distinte per una

libertà formale perfettamente

in linea coll’Impressionismo

francese pressocchè

contemporaneo.

Teorico e critico fondamentale

dei Macchiaioli era stato

Diego Martelli (1839-1896),

Giovanni Fattori: Autoritratto,

1894, olio su tela, cm. 70x55 - Istituto

Matteucci, Viareggio,

castiglioncellese (in realtà,

però, nato a Firenze) agiato

che dilapidò quasi tutti i suoi

averi, fra cui la casa paterna

poi trasformata nell’attuale

Castello Pasquini, nel sostegno

degli amici pittori.

Oltre al capostipite livornese

Fattori, i principali esponenti

della corrente furono i fiorentini

Lega e Signorini col pisano

Borrani, ma non tutti i

Macchiaioli partirono assieme:

alla prima ondata, diciamo

così, oltre ai citati, appartennero

anche il napole-


Giovanni Fattori: La rotonda dei bagni Palmieri, 1866, olio su tavola, cm. 12 x 35 - Galleria d’Arte Moderna, Palazzo Pitti, Firenze.


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boia dé

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LIVORNOnonstop

Giovanni Fattori: La battaglia di Magenta (1861-1862), olio su tela, cm. 232×384 - Galleria d’Arte Moderna, Palazzo Pitti, Firenze

tano Giuseppe Abbati

(1836-1868), il santacrocino

Cristiano Banti (1804-1924),

i fiorentini Ferdinando Buonamici

(1820-1892), Adriano

Cecioni (1836-1886), Luigi

Bechi (1830-1919,) Stanislao

Pointeau (1833-1907) e Raffaello

Sernesi (1838-1866), il

pisano Antonio Puccinelli

(1822-1897), il pesarese Vito

D’Ancona (1826-1884), il

veronese Vincenzo Cabianca

(1827-1902), il potentino

Michele Tedesco (1833-

1917) ed il livornese de Tivoli.

In seguito frequentarono

il movimento anche quelli

che sono definiti i Secondi

Macchiaioli: i fiorentini Niccolò

Cannicci (1846-1906),


Luigi Gioli (1854-1947, fratello

di Francesco) ed Egisto

Ferroni (1835-1912), il trentino

Eugenio Paci (1842-

1907), il pisano Francesco

Gioli (1846-1922) ed il livornese

Eugenio Cecconi. Non

tutti i frequentatori del Caffè

Michelangelo, infine, aderirono

all’iniziativa Macchiaiola:

il fiorentino Lorenzo Gelati

(1824-1895), ad esempio, e il

livornese Cesare Bartolena

preferirono distinguersene.

Nel lungo elenco precedente,

avrete notato la presenza

solo di pochi pittori labronici:

Fattori, Bartolena, De Tivoli

e Cecconi. Su Giovanni Fattori

(1825-1908) c’è poco da

dire per la sua fama ormai

consolidata e chi non lo conosce

non ha che da visitare

il museo a lui intestato a Villa

Mimbelli per vederne alcune

opere assai interessanti, anche

se le più belle, ovviamente

sono altrove come la Rotonda

Palmieri (antenata degli

attuali Bagni Pancaldi) o la

Battaglia di Magenta (entrambe

conservate a Firenze

alla Galleria d’Arte Moderna

presso Palazzo Pitti). Anche

del Bartolena, De Tivoli

e Cecconi sono visibili alcune

opere in Villa Mimbelli.

Serafino De Tivoli (1825-

1892), una volta tornato da

Parigi dove aveva conosciuto

la scuola di Barbizon che

aveva lanciato le scene contadine

e la pittura en-plein-air

(all’aria aperta), fu uno dei

primi ad aderire al movimento

tanto da esser definito il

papà della macchia. Eugenio

Cecconi (1842-1903) risultò

soprattutto interessato agli

aspetti più popolari ed alla

caccia: famoso il suo dipinto

Le cenciaiole livornesi del

1880 che si puòammirare al

nostro Museo Fattori. Cesare

Bartolena (1830-1903), invece,

si affrancò dai Macchiaioli

per la volontà di perseguire

una maggiore aderenza

alle immagini fotografiche

e fu molto interessato

agli eventi risorgimentali. Nel

museo Fattori c’è forse la sua

opera più famosa anche


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LIVORNOnonstop

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boia dé

Cesare Bartolena: Partenza dei Volontari Garibaldini (1872), olio su tela, cm. 110x241 - Museo Fattori, Livorno


per motivi storici perché

raffigurante la Partenza dei

volontari garibaldini dal

Calambrone il 9 giugno 1860

(l’evento è ricordato da un

cippo sul luogo) ed in proposito

val la pena di un piccolo

approfondimento, perché i

garibaldini cittadini furono

migliaia, secondo boia dè!

La partecipazione labronica

alla spedizione dei Mille avvenne

in più ondate: la prima

(in 35 unità), con a capo il livornese

Jacopo Sgarallino

(1823-1879), lasciò il porto

labronico il 1° di maggio col

piroscafo Etruria per recarsi

a Genova e quindi a Quarto

dove s’imbarcò con il grosso

del contingente sul piroscafo

Lombardo il cui comandante

era Nino Bixio ed il direttore

di macchina Giuseppe Orlando

(poi fondatore del Cantiere

omonimo). La seconda (in

77), agli ordini del fratello di

Jacopo, Andrea (1819-1887),

lasciò Livorno il 2 di maggio

sulla tartana Adelina, sbarcò

a Talamone il 5 e fu ordinata

assieme ad altri in più compagnie,

una delle quali ricevette

il nome Livorno. Prima

della quarta (in circa 2.000,

colla partecipazione di Giovanni

Guarducci (1813-1863)

che era stato a capo della difesa

della città nel maggio del

1849), infine, fu quella raffigurata

da Bartolena e riguardò

i 1.200 volontari (di cui

800 livornesi) organizzati e

guidati dal cittadino Vincenzo

Malenchini (1813-1881),

che aveva creato per l’occasione

un centro di reclutamento

in una trattoria di via

della Rondinella.

Tornado alla pittura, l’eredità

dei Macchiaioli sarà raccolta

dai cosiddetti Postmacchiaioli,

pittori di origine soprattutto

toscana che furono

attivi tra il 1880 ed il 1930:

oltre al pisano Gugliemo Lori

(1869-1913), il viareggino

Lorenzo Viani (1882-1936),

il lucchese Filadelfo Simi

(1849-1923), i fiorentini Galileo

Chini (1873-1956), Cesare

Ciani (1854.-1925),

Giorgio Kienerk (1869-

1948), Ruggero Panerai

(1862-1923) e Gustavo Sforni

(1888-1939), i ravennati

Ugo Manaresi (1851-1917) e

Massimo Torchi (1856-

1915), il barese Gaetano Spinelli

(1877-1945), soprattutto

ben 23 livornesi, terzo

boia dè, con cui una sino ad

allora pigra Livorno sembrò

voler delimitare un nuovo territorio

della pittura in prosecuzione

di quanto iniziato

mezzo secolo prima dai Macchiaioli.

Come già detto nella

precedente puntata il via fu

dato dal desiderio negli anni

Ottanta dell’Ottocento di

consacrare la nostra città

come luogo di ricambio attivo

del ristagno in essere nel

costume artistico fiorentino.

Ecco l’Esposizione Nazionale

d’Arte “Illustrazione Italiana”

tenutasi in riva al Tirreno

nel 1886, che si propose una

periodicità quale poi non

ebbe, ma che fu uno dei primi

casi di manifestazioni artistiche

tenutesi in località turistiche:

contrariamente al

progetto originale che ne voleva

la sede davanti ai Bagni

Pancaldi, fu eretto un apposito

padiglione in Piazza Mazzini:

550 opere di 110 artisti

per 48 giorni e 9.000 visitatori!

Una grossa mano nell’organizzazione

la diede Adolfo

Belimbau (1845-1938), pittore

nato al Cairo da genitori

livornesi ed amico di Corcos

e Ulvi Liegi, autore, tra l’altro,

del bel dipinto Una fonte

a Livorno del 1888.

Esterno del padiglione dell’Espozione Nazionale d’Arte “Illustrazione

Italiana” del 22 agosto 1886 a Livorno in piazza Giuseppe Mazzini.


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boia dé

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LIVORNOnonstop

I diplomati Macchinisti dell’anno scolastico 1963-64 con il Prof. Domenico Spanò.

Cesare Bartolena: La partenza del coscritto (1874).

Eugenio Cecconi: Le cenciaiole livornesi (1880), olio su tela, cm. 88x170. - Museo Fattori, Livorno


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LIVORNOnonstop

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boia dé


Il primo quadro Postmacchiaiolo

fu Il fienaiolo dipinto

dal livornese Plinio Nomellini

(1866-1943) nel 1888,

presentato poi all’Esposizione

Universale delle Belle Arti

di Parigi nel 1890, aspramente

criticato da Fattori in una

lettera a Nomellini in cui il

vecchio maestro avvertiva il

secondo dei rischi che avrebbe

corso portando avanti una

pittura appiattita su quella

degli impressionisti. Nomellini,

però sapeva il fatto suo

avendo anche conosciuto il

nascente Divisionismo (che

estremizzava la tendenza della

separazione dei colori in

unità distinte) di cui divenne

uno dei principali rappresentati

italiani assieme ai più famosi

Giovanni Segantini

(trentino, 1858-1899, autore

degli stupendi Traghetto all’Ave

Maria del 1882-6 e Le

due madri del 1889) ed il poi

futurista Umberto Boccioni

(calabrese, 1882-1916, autore

dei celebri La città che

sale e Rissa in galleria, entrambi

del 1910).

Di Plinio Nomellini il Museo

Fattori espone un Incipit

nova aetas del 1924, ma

sono più celebri ed apprezzati

per la loro suggestione

emotiva Cantiere e Bambine

al mare.

La pittura Postmacchiaiola

fu caratterizzata da un maggior

interesse verso la cultura

dell’Impressionismo francese

ed il livornese Müller, di

ritorno da un viaggio in Francia,

introdusse in Toscana

anche le novità pittoriche dei

tardo-impressionisti. Si aprì

un mondo in cui si tuffarono

Giovanni Bartolena, Benvenuti,

Bicchi, Cappiello, Corcos,

de Witt, Gambogi, Ghiglia,

Liegi, Lloyd, Pellegrini,

Servolini, Pagni, i 3 Tommasi,

Vinzio e Sommati… ma di

questo parleremo la prossima

volta.

(3. continua)

Plinio Nomellini: Incipit nova aetas, 1924, olio su tela, cm. 408x310.

Museo Fattori, Livorno

Adolfo Belimbau: Una fonte a Livorno,(1888) - Real Casa Palazzo Pitti, Firenze




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LIVORNOnonstop

Plinio Nomellini: Bambine al mare (1912-1913), olio su tela, cm 144X70 - Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma

Plinio Nomellini: Il cantiere (1909), olio e tempera su tela, cm 300x600 - Galleria Nazionale di Palazzo Spinola, Genova


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LIVORNOnonstop

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scuola

“Viaggio tra le scuole pubbliche livornesi”: 6ª puntata

L’Istituto Tecnico Commerciale

“Amerigo Vespucci”

di Luciano Canessa

Dopo

l’esperienza

negativa

del preside

Pietro

Noto Badge,

di

cui abbiamo

parlato trattando le origini

del “Nautico”, il Ministero di

Agricoltura Industria e Commercio

decise di inviare alla guida

dell’Istituto di Marina Mercantile

di Livorno un uomo di

sicura affidabilità, anche se, ahimè,

di salute precaria: Dino Carina.

Nato a Lucca il 6 maggio

1836, cultore delle discipline

economiche e pedagogiche oltre

che di quelle fisico-matematiche,

aveva anche esperienza

nell’insegnamento. Insomma,

l’uomo ad hoc per la situazione.

Ricevuta la nomina nel settembre

1869, chiese subito al Ministero

l’istituzione della sezione

commerciale a partire dall’a.s.

1869/70 e in data 15 ottobre ricevette

l’approvazione. Stante

la difficoltà di avere, in tempi

brevi, la nomina degli insegnanti,

chiese e ottenne la collaborazione

dei docenti del funzionante

Istituto di Marina Mercantile

che si prestarono ad assumere

gli insegnamenti per l’apertura

del corso commerciale. Ciò si

potè realizzare, oltre che per la

disponibilità dei professori, in

virtù del prestigio di cui godeva

il Carina.

Per il primo anno si iscrissero

cinque alunni più diciannove

uditori. Questi ultimi erano allievi

che frequentavano le lezioni

di alcune materie del corso,

non di tutte. Al secondo anno

gli iscritti furono dieci più ventiquattro

e al terzo anno undici

più quarantatre.

La sezione commerciale nacque

in corso Amedeo, poi nel febbraio-marzo

1871 prese alloggio

al piano terra e successivamente

al piano superiore e al mezzanino

di Palazzo Granducale, in

piazza d’Arme, unitamente all’Istituto

Nautico, di cui era una

costola.

Va chiarito che, in precedenza,

una sezione commerciale funzionò

nel 1867/68, istituita dal Comune

di Livorno il quale volle

sostituirsi al governo del regno

che non concesse a Livorno, nel

1863, un corso di studi amministrativo.

Il corso comunale ebbe

però brevissima vita, infatti chiuse

nell’anno scolastico successivo,

il 1868/69, per mancanza di

iscrizioni, in quanto il ministero

competente non dette riconoscimento

ufficiale al corso di studi

comunale.

Ma tornando al nostro Carina,

questi denunciò la grave carenza

dell’istruzione in generale e

in particolare di quella tecnica,

così chiese e ottenne, grazie al

suo prestigio, l’apertura della

sezione fisico-matematica dal

1871/72 e di quella industriale

dal 1873/74. Ma, ahimè, non

poté vedere completata l’opera

sua meritoria perché morì, a solo

36 anni, nella sua abitazione di

Pisa, il 10 marzo 1872, lo stesso

giorno in cui morì, sempre a Pisa,

Giuseppe Mazzini. Eppure in soli

due anni e cinque mesi riuscì a

trasformare la scuola livornese

e a garantirne i destini.

Con la sezione industriale si

completò l’organizzazione dell’Istituto

Tecnico livornese in

quanto funzionarono, oltre a

quella, la sezione nautica, quella

commerciale e quella fisicomatematica.


L’Istuto Tecnico “A. Vespucci” come si presentava nel giorno dell’inaugurazione avvenuta il 28 ottobre 1928.


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scuola

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LIVORNOnonstop

L’ala del ‘Vespucci’ bombardata dagli eventi bellici e la ricostruzione.


Al Carina successe, alla presidenza,

Piero Donnini che garantì

stabilità, perché la sua direzione

durò fino al 5 marzo 1897.

Fu anche sindaco della città, due

volte. Al Donnini seguì Gaetano

Petrosemolo fino al 4 dicembre

1913.

Paolo Zalum, un alunno della

scuola in quel periodo, scrisse

che al piano terra di Palazzo Granducale

le stanze erano anguste e

tetre e, comunque, tutto il piano

era un labirinto di stanze maleodoranti.

Aggiungeva anche che

la stessa piazza d’Armi non era

molta diversa da come l’aveva

vista un secolo prima Napoleone,

anche se per la verità, almeno

dal 1892 la statua di Vittorio

Emanuele II già troneggiava, poi,

più tardi fu collocata anche la

fontana, davanti ai Tre Palazzi.

La presidenza si trovava al primo

piano di Palazzo Granducale,

scriveva ancora Zalum, e riguardo

al preside così si esprimeva

“…quel Giove ottimo e massimo

che rispondeva meglio al

nome del beneamato preside

Petrosemolo, ex garibaldino,

facile a commuoversi nelle rituali

cicche inflitte agli scolari

discoleggianti”.

L’inaccessibilità alla presidenza

era garantita dai due segretari,

prof. Mazzanti e prof. Bizzarrini,

oltre che dal capo bidello, Omero

Prettoni, terribile cerbero,

sempre in abito blu, cranio completamente

calvo, voce nasale

e un tintinnar di chiavi che gli

conferiva grande autorità.

Al nostro ex garibaldino seguirono

alla presidenza Giovanni

Targioni Tozzetti, facente funzioni,

nel 1913/14, e Gerolamo

Occoferri dal 1914 al 1920.

Nel 1877 gli istituti tecnici passarono

sotto il Ministero della

P.I. quindi il Vespucci con tutti i

suoi corsi (nautico, commerciale,

industriale e fisico-matematico)

passò sotto la giurisdizione

di quel Ministero.

Due anni più tardi, a Roma, si

tenne il primo congresso nazionale

dei ragionieri e fu avanzata

richiesta al governo del riconoscimento

della professione di ragioniere,

dato che fino a quel

momento, in assenza di regole

scritte, chiunque poteva esercitare

la professione, anche in assenza

di titolo di studio.

Non è dato sapere quando la

scuola è stata intitolata al navigatore

fiorentino Amerigo Vespucci

però ho potuto circoscrivere

il periodo. Ne “La Gazzetta

Livornese” del 9.11.1884 sono

riportati i nomi di alunni del Vespucci

premiati a Torino. Poiché

ne “La Gazzetta Livornese” del

26.6.1882, Giuseppe Bandi propone

di intitolare l’Istituto Tecnico

e Nautico di Livorno, ancora

senza nome, a Francesco

Domenico Guerrazzi, si deve

dedurre che l’intitolazione è avvenuta

tra il mese di giugno 1882

e novembre 1884.

A seguito del passaggio degli

istituti nautici al Ministero della

Marina, il Nautico di Livorno si

separò nell’ottobre 1921, ma il

nome di Amerigo Vespucci rimase

alla sezione commerciale che

insieme agli indirizzi fisico-matematico

e industriale aveva il

maggior numero di iscritti.

Suona strano che il nome di un

navigatore sia abbinato a un istituto

scolastico per ragionieri;

forse era più logico si chiamasse

Dino Carina, che fu il fondatore

e molto fece per l’istruzione

pubblica. Ma tant’è!

Con la legge Gentile nacquero il

Liceo Scientifico, che assorbì la

sezione fisico-matematica, e

l’Istituto Tecnico Industriale che

assorbì la sezione industriale del

Vespucci e la Scuola di Arti e

Mestieri. L’Istituto “Vespucci”

rimase con il solo indirizzo commerciale

e fu suddiviso in quadriennio

inferiore, corrispondente

all’attuale scuola media, e in

quadriennio superiore. Con provvedimento

del re, il 31 agosto

1931 il R. Istituto Tecnico Amerigo

Vespucci fu trasformato in

Regio Istituto Tecnico Commerciale

Amerigo Vespucci. Di lì a

poco il quadriennio superiore

si trasformò in quinquennio.

Ma non andiamo troppo avanti;

finalmente dopo quasi sessantanni,

l’istituto di cui si tratta

ebbe una bella sede scolastica,

progettata dal livornese

Gino Cipriani e da Giuseppe Machin

nella attuale via Chiarini che

fu inaugurata il 28 ottobre 1928.

In verità quel giorno la sede non

era pronta e le lezioni poterono

cominciare l’8 maggio 1929.

La splendida Aula Magna del “Vespucci” andata distrutta dai bombardamenti dell’ultima guerra.


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scuola

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LIVORNOnonstop

Era preside a quel tempo il

livornese Alberto Razzauti (era

succeduto a Siro Martini 1921-

1927), un autentico studioso,

letterato e “uomo di scuola”

come fu definito, che andò alla

presidenza del “Classico” nel

1941, sostituito da Baldo Baldi

che del “Vespucci” era stato

anche allievo.

La bellissima aula magna del

Vespucci con gli affreschi di

Corrado Michelozzi e i vetri delle

finestre decorati con soggetti

di industria e di scienza da

Mario Ciano, fu inaugurata il 9

giugno 1932. Purtroppo le bombe

la colpirono in pieno e di essa

è rimasta solo una bella foto di

Schendi.

Nell’a. s. 1935/36, sedette tra i

banchi del Vespucci nientemeno

che Gianfranco Zeffirelli, in

2° A, quadriennio inferiore

(scuola media). Si tratta di una

mia scoperta di cui ho voluto

capire la motivazione. Gianfranco,

orfano di madre e con il padre,

Corsi, che ancora non l’aveva

riconosciuto, viveva con gli

zii, Alaide Becattini e Gustavo

Socci. Quest’ultimo, che era nella

riserva della Marina, fu trasferito

all’Accademia Navale di

Livorno e Gianfranco per un

anno visse in città e frequentò

il Vespucci .

Durante la guerra la sede fu abbandonata

e le lezioni proseguirono

a villa Maria di Montenero,

Le Quattro Palle, villa Bicchierai

con una sede staccata a

Bibbona. Al rientro, le lezioni

ripresero in via Bonaini.

Poco prima, con l’ a.s. 1937/38

era nata, come costola del Vespucci,

la sezione geometri, sotto

la presidenza di Alberto Razzauti.

Livorno era rimasta, unica

in Toscana, a non avere quel

corso di studi per cui chi voleva

intraprendere quella carriera

doveva iscriversi nelle scuole

delle province limitrofe. La sezione

per geometri si staccò dal

Vespucci nell’a. s. 1970/71.

L’aumento vertiginoso delle

iscrizioni che interessò la sezione

ragionieri, nel dopoguerra,

spinse la Provincia di Livorno a

progettare la sopraelevazione di

un terzo piano che fu ancora


Franco Zeffirelli nell’a.s. 1935/36

ha frequentato il “Vespucci”

disegnato dal livornese Gino

Cipriani (che si trovava a Roma)

insieme a Piero Barucci. Il terzo

piano fu inaugurato con l’a.s.

1960/61. Non si contano le succursali

che furono necessarie

per il continuo crescere delle

iscrizioni: Banco di Napoli, via

Crispi, Gavi, Grabau, palazzo

Rosciano, scali delle Barchette,

via Fagiuoli, via S.Anna, via

Marradi, piazza Vigo.

Il Ministero della P.I. decise lo

sdoppiamento dell’istituto e

così nacque nell’a.s. 1978/79

l’Istituto Tecnico Commerciale

“P. Calamandrei” che nel 1996,

con il decrescere generalizzato

delle iscrizioni, rientrò nel grande

ventre del “Vespucci”.

Dopo Baldo Baldi, alla presidenza

è arrivato nel 1967/68 Paolo

Pizzardi, quindi Luciano Merlini,

Gerardo Orlando, Maria

Mazzarino Sfriso, Francesco

Daidone, Helia Ciampi Polledri,

Cristina Grieco. Simonetta Costagliola

è l’attuale dirigente

scolastico.

Appare di tutta evidenza la

stretta connessione tra il Vespucci

e la realtà cittadina che

si è manifestata per centocinquant’anni

fornendo i propri diplomati

alle banche, alle agenzie

marittime, alle attività produttive

livornesi, oltre che alla

libera professione. Tra i commercialisti

possiamo annoverare,

tra i primi, Leone Caro, Paolo Zalum

per arrivare a Gastone Lessi,

Giuseppe Malatesta, Athos

Squicciarini, Giovanni Carosini,

Brandino Brandi, Veniero Ceccarini,

Vinicio Ferracci, ecc.

Ma come non ricordare, osservando

gli altri indirizzi di studio,

oltre al citato Zeffirelli, anche

Silvano Filippelli, presidente

della Provincia di Livorno e assessore

regionale, Aldo Santini,

Carlo Lulli e Giuseppe Isozio,

giornalisti, Giorgio Gualandi e

Arrigo Melani, principi del Foro,

Roberto Gentini, il medico militare

più decorato d’Italia, tutti

frequentanti la sezione quadriennale

inferiore, corrispondente

all’attuale scuola media!

La 2ª A Ragionieri dell’anno scolastico 1984/85.

E poi il pittore Plinio Nomellini,

il calciatore Alfredo Pitto (sezione

fisico-matematica), Costanzo

Ebat, Giorgio Pazzini, Angelo

Berti, Luciano Montelatici, ecc.

Un mondo che più variegato

non si può.

Tra i docenti del primo periodo

si ricordano Luigi Bodio (direttore

Ufficio Centrale Statistica

Italiana e presidente dell’Istituto

Internazionale Statistica), Pietro

Vigo (maggiore storico livornese),

Giovanni Arcangeli (botanico,

che salì alla cattedra dell’Università

di Pisa), Pio Mantovani

(fondatore del Museo di

Storia Naturale), Giovanni Targioni

Tozzetti e Guido Menasci

che furono i librettisti di Cavalleria

Rusticana, Angiolo Main

(geografo), Giuseppe Levantini

Pieroni (poeta), Guglielmo Micheli

(pittore di chiara fama), Giuseppe

Schiavazzi, Lorenzo Cecchi.

Alberto Calza Bini (fondatore

dell’Istituto Nazionale di

Urbanistica).

Oggi, a seguito degli accorpamenti

degli istituti scolastici, la

scuola è denominata I.I.S. “Vespucci-Colombo”.

Fonti: Luciano Canessa: “L’istruzione

pubblica a Livorno – L’Istituto

Tecnico A. Vespucci e dintorni” –

Provincia di Livorno, 2010; successive

ricerche di archivio.


▲▲▲


LIVORNOnonstop

19

livornesità

La storia delle nostre strade

...a spasso

per la città

dallo Stradario Storico di Livorno,

antico, moderno e illustrato di Beppe

Leonardini e Corrado Nocerino (Editrice

Nuova Fortezza, Livorno).

Via Orazio Paretti - Da via F.

Filzi e via N. Bixio. Fu così

intitolata nel 1934 al benemerito

livornese (1878-1932)

della previdenza sociale che

diresse per molti anni l’INPS.

Via Giulio Anzillotti - Dalla

via Ferraris al via Vecchia di

Salviano. Denominata così nel

1970 per onorare il medico

chirurgo (Pisa 1874 - Livorno

1959) che per lunghi anni operò

nel nostro Ospedale a partire

dal 1909. Alla sua morte

ricevette dalle autorità e dal

popolo grandi onoranze.

Proverbi

livornesi

✔ Meglio lei a letto che te

al chilo.

✔ A certa gente, ni da noia

le ‘arrozze a Montenero.

✔ Vento alle Gamaie, tempo

bono; vento alle

Bocche tempo ‘attivo

✔ La donna è come la riotta,

o cruda o cotta è

sempre dura da digerì.

✔ L’uccel dell’omo ‘un fa

ova.

✔ Cencio disse male di

straccio.

✔ Lavoro ammazza i vizi.

Se trovi degli

errori in

questo giornale,

tieni

presente

che sono

stati messi

di proposito. Abbiamo cercato

di soddisfare tutti, anche

coloro che sono sempre

alla ricerca di errori!

QUIZ A PUNTEGGIO PER SAGGIARE LA TUA LIVORNESITÀ

LIVORNESE DOC O ALL’ACQUA DI ROSE?

Scoprilo rispondendo a queste domande; quindi controlla punteggio e valutazione:

1

A

B

C

2

A chi assegnò il Comune

la prima Livornina nel

1981?

Principi Carlo e Diana

Sandro Pertini

Giorgio Caproni

In quale anno è stata restituita

all’uso della cittadinanza la

Terrazza Mascagni dopo l’ultima

ristrutturazione?

A 1992

B 2001

C 1998

3

... e a quale numero ammontano

le piastrelle

bianco e nere?

A 18.790

B 34.800

C 26.730

4

... e quante sono le colonnine

utilizzate per la

balaustra?

A 6.800

B 9.722

C 4.100

In quale anno fu inaugurato

l’originario Chalet

della Rotonda? 5 9

A 1931

B 1960

C 1949

... e quando chiuse i

battenti fino a divenire

un rudere?

A 2003

B 1998

C 2011

A

B

C

A

B

C

Chi era Natale Betti cui

è dedicata una strada

cittadina?

Pittore

Letterato

Medico

In quale città è nato il noto

giornalista e commentatore

Vezio Benetti?

Livorno

Sarzana

Ponsacco

In quale anno fu aperto lo stabilimento

SICE (Società Italiana

Conduttori Elettrici) , poi Pirelli?

A 1906

B 1922

C 1938

Chi ha progettato il

Mercato Centrale?

RISPOSTE: 1 (B), 2 (C), 3 (B), 4 (C), 5 (A), 6 (A), 7 (B), 8 (C), 9 (A), 10 (B), 11 (A), 12 (C)

Meno di 2 risposte corrette: ...all’acqua di rose - Da 3 a 6 risposte corrette: ...sui generis

Da 7 a 10 risposte corrette: alla moda - Nessun errore: LIVORNESE DOC honoris causa

Quiz visivo e di orientamento a conferma del tuo grado di livornesità

Che razza di livornese sei?

...di SCOGLIO,

di FORAVIA

o... PISANO?

Qui a fianco c'è la foto di una strada

della tua città. Sai riconoscere di

quale via si tratta?

Se rispondi ESATTAMENTE significa

che sei un... livornese di scoglio!

Se rispondi CONFONDENDO la via

con altra della stessa zona, significa

che sei un... livornese di foravia,

Se NON RIESCI A CAPACITARTI di

quale via si tratta, allora significa

che... sei un pisano!

Per la risposta, vedi pag. 23

6

7

8

Grado di difficoltà:

10

A

B

C

11

A

B

C

12

B. Buontalenti

A. Badaloni

L. Bettarini

In quale quartiere si trova

via Ersilio Michel?

La Rosa

Magenta

Shangay

In quale stagione il compianto

Armando Picchi

ha allenato il Livorno?

A 1965/66

B 1962/63

C 1969/70


▲▲▲


storia

20

LIVORNOnonstop

Livornese, generale napoleonico ma sopratutto un precursore del Risorgimento, “due volte dimenticato”.

Cosimo Del Fante, chi era costui?

di Roberto Mocci

L’idea di occuparmi di Cosimo

Del Fante, come talvolta accade,

ha avuto origine da un

evento banale: l’essermi accorto

che sotto la lapide marmorea

indicante la via omonima, quella

posta all’incrocio con la via

Buontalenti, riporta, oltre alla

data di nascita e di morte, la

dizione “Generale napoleonico”

(ciò che invece non appare nelle

altre due targhe collocate agli

estremi della strada stessa con

piazza Guerrazzi e scali Bettarini).

“Generale napoleonico”: definizione

un po’ imprecisa a dire

il vero, ma che, quantomeno,

dava l’idea del periodo storico

in cui il nostro concittadino era

vissuto.

Il secondo motivo è stato dettato

dall’interesse che non poche

persone, di ogni fascia

d’età, mi hanno dimostrato

chiedendomi: “Conosciamo la

Via, ma... chi era Cosimo Del

Fante?”. Così ho iniziato una ricerca

presso la Biblioteca Labronica,

la Biblioteca dell’Accademia

Navale e presso altri

Enti e istituzioni che mi potessero

fornire notizie su Del Fante.

L’imprecisione della targa,

alla quale ho fatto riferimento,

sta nel fatto che, Cosimo Damiano

Del Fante, combatté numerose

campagne napoleoniche

che gli valsero due delle

onoreficienze più importanti all’epoca:

la Croce di Cavaliere

dell’Ordine della Corona di Ferro

e la Legion d’Onore napoleonica,

oltre al titolo di Nobile

dell’Impero, trasmissibile agli

eredi, ottenuto per la conquista

della fortezza di Gerona, in

Spagna.

Ma Cosimo si era arruolato volontario

nel 1803 a Reggio Emilia,

dove sei anni prima era nato

il Tricolore, quando la Repubblica

Cisalpina ancora non era

divenuta Regno d’Italia (1805),

con sovrano Napoleone Bonaparte

e Viceré il figlio di primo

letto dell’imperatrice Giuseppina

Bonaparte, Eugèn de Beauharnais.

Del Fante infatti, rimase sempre

un soldato italiano, fino alla sua

morte, avvenuta a Krasnoe, il

16 novembre del 1812, durante

la ritirata di quel che rimaneva

della Grande Armée, dopo l’invasione

della Russia del giugno

1812. Come accadde 130 anni

più tardi durante l’invasione

germanica della Russia (i punti

di contatto tra i due eventi, così

lontani nel tempo, sono impressionanti),

allorquando gli Alpini

durante la tremenda ritirata,

riuscirono a fare uscire dall’accerchiamento

i resti delle divisioni

italiane (i sopravvissuti,

tra i quali erano molti i feriti e i

congelati, furono circa 30 mila)

combattendo un disperata battaglia

presso la città di Nikolaijevka.

Quel 16 di novembre

La lapide posta sull’angolo tra la via Del Fante e la via Buontalenti.

La locandina della mostra.

Questa la locandina di presentazione

della conferenza del Dr. Roberto

Mocci che recentemente ha

tenuto al C.R.D.D. su “Cosimo

Damiano Del Fante; un precursore

del Risorgimento” e sulla storia

della Livorno del suo tempo.

del 1812, accadde un fatto analogo:

le colonne di sbandati in

ritirata da Mosca, continuamente

attaccate dai cosacchi, erano

state accerchiate presso i campi

innevati della città di Krasnoe,

punto di passaggio obbligato

per la ritirata verso

ovest, dove il comandante in

capo russo Kutuzov, aveva teso

loro una trappola.

Del Fante, con i pochi uomini

ancora in grado di combattere

(le fonti parlano di duecentocinquanta

- trecento uomini), allo

scopo di evitare la cattura del

Viceré Eugenio e dello stesso

Napoleone - ricordiamo che

poco tempo prima, l’imperatore

dei francesi, era sfuggito quasi

per miracolo alla cattura, da parte

di un drappello di cosacchi -

si gettò contro i reparti russi che

avevano occupata la strada

principale e al costo della sua

vita e di quella dei suoi uomini,

riuscì a sfondare e a permettere

la ritirata ai resti dell’armata, che

adesso contava solo poche decine

di migliaia di uomini.

Parlare di comportamento eroico,

in questo caso, non credo

possa dare adito a letture “retoriche”:

primo, perché gli italiani

accorsi sotto il primo Tricolore,

erano realmente animati da amor

patrio, che altro non è, alla fine,

se non l’amore per le proprie famiglie,

per la terra in cui si è nati

e cresciuti, l’amore per la Tradizione,

che veniva quasi quotidianamente

“raccontata” e trasmessa

dai genitori ai figli.

Comunque, tornando a noi, ripassarono

il fiume Niemen, confine

del Ducato di Varsavia, 30

mila reduci, quel che restava dei

circa 600 mila uomini (di cui circa

un terzo erano francesi, gli

altri appartenevano alle nazioni

alleate o occupate dall’esercito

francese: italiani, polacchi, austriaci,

prussiani, spagnoli, solo

per citare i contingenti numericamente

più importanti) che il

22 giugno 1812 avevano invaso

la Russia.

Ho definito Del Fante un precursore

del Risorgimento perché,

come molti appartenenti

alla sua generazione, era rimasto

profondamente colpito dagli

ideali che provenivano d’oltralpe.

Lo dimostra il suo arruolamento

come volontario a Reggio

Emilia e la folgorante carriera

ottenuta per meriti ‘sul campo’

e non grazie alla sua posizione

sociale.

Cosimo infatti, nacque a Livorno

il 27 settembre del 1781 in

‘Casa Costantini’, un bel palazzo

sulla via Grande al n. Civico

33 (oggi n. 110, presso l’angolo

Nord-Ovest della Piazza, dove

da anni esiste una libreria), figlio

di Gioacchino e Uliva, rispettivamente

cuoco e governante

del Signor Costantini, un

anziano signore che aveva fatto

fortuna grazie al commercio.

Egli volle dare un futuro a Cosimo,

considerato come un figlio,

pagandogli gli studi presso i

padri Barnabiti. Il ragazzo era

sveglio e d’intelletto pronto.

Prediligeva lo studio delle lingue

e della matematica. Oltre al

latino, conosceva il france-


▲▲▲


LIVORNOnonstop

21

storia



La freccia indica la “Casa Costantini” in via Grande dove nacque Cosimo

Damiano Del Fante nel 1781.

dal 1989

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è in buone mani!

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se e l’inglese. Più tardi, durante

le varie campagne napoleoniche,

ebbe modo di apprendere

lo spagnolo e rudimenti di

tedesco e svedese.

Dopo una rapidissima carriera –

era, come diremmo oggi un ‘diplomato’

dato che in seguito agli

studi presso i Barnabiti, avrebbe

dovuto iscriversi alla facoltà

di giurisprudenza dell’Università

di Pisa – divenne sottotenente

della Repubblica Cisalpina.

Negli anni successivi, grazie

alle proprie doti militari e umane,

che lo fecero ben volere sia

dai superiori, come il colonnello

Teodoro Lechi ed il colonnello

Viani in testa, sia dai suoi

commilitoni che ne ebbero stima

e fiducia fino alla fine, Cosimo

raggiunse il grado di generale.

Il ricordo di Cosimo Del Fante

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rimase vivo a lungo tra i superstiti

delle campagne napoleoniche,

soprattutto in Toscana e a

Livorno in modo particolare. La

sua figura di ufficiale dell’Armata

d’Italia, divenne un simbolo

per le rinnovate virtù militari

italiane e di opposizione ai

regimi della Restaurazione.

Il suo amico e compagno d’armi,

colonnello Cesare de Laugier,

con i suoi scritti, ne esaltò

il valore, l’abnegazione nei confronti

dei propri soldati, presentandolo

come la figura ideale del

nuovo combattente italiano.

Nel 1849, un battaglione di volontari

livornesi, assunse il suo

nome. Ricordiamo che il colonnello

De Laugier, comandò gli

studenti e i docenti toscani a

Curtatone e Montanara, durante

la 1ª Guerra d’Indipendenza.

E’ cosa ormai nota, che tra i Carbonari

o gli appartenenti alla

Giovine Italia di Mazzini, gli ex

ufficiali napoleonici o del Regno

italico, furono numerosi.

Quindi Cosimo, divenne addirittura

un ‘mito necessario’ alla

formazione dei giovani che

avrebbero preso parte al Risorgimento

italiano, dai moti del

1821 fino all’Unità d’Italia.

Qualcuno ha sottolineato la

mancanza di scritti che comprovino

i suoi ideali politici. Ma forse

costoro, hanno perso di vista

il fatto che un uomo, si giudica

dal suo comportamento e

non tanto da quel che dice o

dal 1865

Tintori in Firenze

Brevetto Reale

del 22 Giugno 1867

scrive.

Sicuramente, Cosimo Damiano

Del Fante, come molti altri giovani

della sua generazione, fu

tutt’altro che insensibile ai grandi

eventi politici e militari del

suo tempo ed alle opportunità

che si offrivano soprattutto attraverso

la carriera militare, ormai

aperta sino ai più alti gradi,

indipendentemente dallo stato

sociale.

Concludendo, senza retorica e

apologia, credo che ancora

oggi, egli potrebbe costituire un

esempio; per la sua personalità

e i suoi principi morali, più importanti

delle pur indiscutibili

doti militari. Un nostro concittadino

che è stato, in anni più

vicini a noi, completamente dimenticato:

e se la prima volta,

con la Restaurazione anche in

Toscana, la cosa può esser

comprensibile, non lo è invece

per ciò che riguarda, da qualche

decennio a questa parte,

l’insegnamento della Storia. Attraverso

la Scuola, avrebbe potuto

essere un personaggio al

quale attingere, perché è partendo

proprio dalla storia locale

e da personaggi come lui, che

l’insegnamento della Storia può

risultare più ‘accattivante’ per i

ragazzi d’oggi. Ed è proprio per

questo motivo che non ho esitato

a definire Cosimo Damiano

Del Fante “due volte dimenticato”

ma, soprattutto un precursore

del Risorgimento.

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attualità

22

LIVORNOnonstop

Sorto di recente il locale Gruppo Amici Velivoli Storici

Ecco il GAVS:

Sez. Pisa-Livorno

Il GAVS, Gruppo Amici Velivoli vista Ali Antiche e il sito

Storici è stato fondato a Roma www.gavs.it, svolge un’azione

nel 1983 con lo scopo di ricercare,

recuperare, acquisire, conser-

consapevolezza dell’importanza

culturale mirata a far crescere la

vare, restaurare, gestire e mantenere

velivoli storici, loro parti Il Gruppo Amici Velivoli Storici

degli aerei storici.

e documentazione storica. Dei ha trovato molti proseliti in Italia,

tanto che si sono costituite

30.000 aerei costruiti in Italia in

cento anni, quelli di valore storico

giunti sino a noi sono poco la penisola, fra cui quella di Pisa

altre otto sezioni sparse in tutta

più di 100. Della maggior parte sorta nel 2017 grazie all’interessamento

e alla passione dei fra-

dei protagonisti delle grandi imprese,

restano solo immagini. telli Federighi.

Il GAVS, che collabora con l’Aeronautica

Militare, in questi anni spettivamente presidente e am-

Federigo e Mario Federighi, ri-

ha propiziato recuperi incredibili ministratore delegato della Farmigea,

azienda leader nel setto-

(come quello dei due S.79 in Libano)

e contribuito a salvare aerei

rarissimi (come l’ultimo Nardi cuperato e conservato, da oltre

re oftalmico dal 1946, hanno re-

FN.305). Inoltre, attraverso la ri-

30 anni, il più disparato materiale

storico del settore areonautico:

decine di migliaia di fotografie

e centinaia di documenti ma

anche reperti di velivoli, in buona

parte da restaurare.

Il dott. Luca Borghini è il curatore

dell’archivio Federighi

(l.borghini@archiviostoricofederighi.it)

e il coordinatore del sito GAVS

L’Idroscalo livornese “L. Zoni”

L’Idroscalo di Livorno (nella foto), posto nello specchio d’acqua dell’avamporto, presso il Cantiere

Navale Gallinari (zona occupata oggi dal Cantiere Azimut Benetti), funzionò a cavallo degli anni tra

il primo e il secondo conflitto mondiale, uno dei pochi agibili in Italia. Era utilizzato da un punto di

vista addestrativo e, in seguito, anche come base di partenza per quelle crociere tanto di moda in

quel periodo (la più nota fu quella del settembre 1925 con la quale tre idrovolanti SIAI Savoia S.16

Ter compirono il periplo del Mediterraneo occidentale). L’Idroscalo era intestato all’aviere Luigi

Zoni (Sant’Antonio a Trebbia (PC) 25.03.1892 - Mare d’Istria 23.09.1917) della 253ª Squadriglia Idrovolanti

a Grado, che si distinse in numerose operazioni militari contro l’aviazione austriaca, meritandosi

tre medaglie d’Argento al V.M., di cui la terza alla memoria dopo esser caduto con il suo

apparecchio, sotto il fuoco nemico, lungo la Costa Istriana. L’impianto fu dismesso nel 1942.

Mario Federighi e, nel riquadro, il fratello Federigo.

Pisa pisa@gavs.it dove si può

trovare il ricco materiale documentario

relativo al periodo storico

che va dagli inizi del Novecento

sino a tutto il Secondo dopoguerra.

L’archivio è in gran

parte dedicato all’aeronautica

militare con particolare attenzione

all’epoca dei pionieri e delle

due guerre mondiali.

La passione dei fratelli Federighi

ha coinvolto anche alcuni

livornesi tanto che la sezione

GAVS Pisa di recente ha preso il

nome di GAVS Pisa-Livorno. Tra

questi Alessandro Santarelli (già

noto al pubblico per le sue esaurienti

conferenze sull’Idroscalo

livornese, di cui riportiamo una

breve storia a fianco), Antonio

Borzillo, pilota e costruttore di

aerei da turismo e Giovanni Giorgetti

(autore di un libro sulla vita

del padre Pietro (1902-1937),

motorista

durante

il

servizio

militare in

Libia

dell’89ª

Squadriglia

SVA

(Savoja,

Verduzio,

Ansaldo),

nonché protagonista su un

Breda 15 del primo Giro d’Europa

(1929) e d’Italia (1930) rispettivamente

con i piloti conte Franco

Mazzotti e Paride Sacchi, del periplo

del Mediterraneo (16 dicembre

18929 - 18 gennaio 1930) con

il pilota ing. Mario Rasini).


▲▲▲


amarcord

23

LIVORNOnonstop

Cara, vecchia Livorno

oltre che alla ns. Redazione

di via Pisacane 7

è in distribuizione presso:

Piazza Grande agli inizi del 1900

1930: Scali dell Cantine

Antichità Numismatica Gasparri

C.so Mazzini 317/323

Caffè Greco

Via della Madonna 8

Edicola Toriani

Largo Vaturi

Caffè Cellini

Via del Molo Mediceo 22

Pizzeria Il Ventaglio

Via Grande 145

Caffè Grande

Via Grande 59

Pescheria Fanelli Andrea

Mercato C.le - Banco 304

Rinaldo Bartolini “Riri”

Mercato C.le - Banco 307

Fotografo Del Secco

Via Cambini

Ferramenta Fabbrini

Via Marradi (ang. v.le Mameli)

Macelleria Paolo Pini

Viale Mameli 55

Edicola Borghesi

Piazza Garibaldi

"Centro Libri"

Via Garibaldi 8

Tabaccheria Cialdini F. e M.

Via Prov. Pisana 44

Norcineria "Regoli"

Via Mentana 102

Bar Sant'Agostino

Viale della Libertà 33

Ma che razza

di livornese sei?

La strada in questione, di cui a

pag. 19, è:

Via LORENZO GORI

posta tra Via Giovanni Gamerra

e V.le Goffredo Mameli.

Reg. Tribunale Livorno n. 451 del 6/3/1987

Navicelli, Monumento dei Quattro Mori

e un tram che spunta da via del Giardino (oggi via Fiume)

Direzione, Redazione,

Amministrazione e Stampa:

Editrice «Il Quadrifoglio» S.a.s.

Via C. Pisacane 7 - Livorno

Tel. e fax. (0586) 81.40.33

e-mail: ediquad@tin.it

Direttore responsabile:

Bruno Damari


L’ORT

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IL GIARDINO DELLA BELLEZZA

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LE NOSTRE SEDI:

Fonti del Corallo - Tel 0586 427515 ■ Parco di Levante - Tel. 0586 815175

Via Marradi, 205 - Tel. 0586 807111 ■ Via Ricasoli, 50 - Tel. 0586 880424

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