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FuoriAsse #22

Officina della cultura

una risposta. Spersi nel

una risposta. Spersi nel candore della barba e dei capelli, gli occhi annebbiati dall’alcol si muovevano sfuggenti, senza mettere davvero a fuoco nulla. Però, quando il vino lo prendeva male, diventava rissoso e violento. Trangugiò il bicchiere in un lungo sorso e si alzò, facendosi reggere dal tavolo. Appena fece un passo verso Maria, Milan, il suo segugio da seguito, andò incontro scodinzolando e facendogli festa. Una bella bestia, obbediva soltanto a lui, perché conservava l’anima selvatica dell’animale di campagna. Anche se non lo portava a caccia da molto tempo, si muoveva sempre con il naso incollato in terra in cerca di odori. Era un ottimo cane. Invecchiando era diventato scontroso e irritabile e si lasciava avvicinare soltanto da Alfonso. A chiunque altro ©Aurèle Andrews-Benmejdoub ©Martin N Oberpal mostrava i denti, ringhiando. Dormiva quasi sempre in un angolo accanto alla stufa e si alzava appena sentiva i passi del padrone sulla porta di casa. “Cosa vi siete messe in testa? Di fare la rivoluzione? Sì, la rivoluzione delle mondariso”, sbragò mostrando una dentatura annerita dalle carie e dal trinciato di bassa qualità che si rollava ogni volta che era nervoso. Detto questo si sedette sulla sedia a dondolo, quella che allietava le sue serate d’inverno mentre sua moglie e sua figlia tiravano la carretta senza muovere il fiato. Maria sapeva poco di suo padre. Come una roccia aveva sempre evitato di parlare del suo passato anche alla moglie. Probabilmente i vecchi del paese sapevano, ma avevano sempre evitato discorsi con la famiglia. Sapevano soltanto che da giovane lo avevano battezzato Raugnin. Questo stradinom derivava da rogna e gli fu affibbiato per il motivo che lui era solito piantare rogne e trovarsi sempre in mezzo a risse e guai. E quando non c’erano, amava crearle e FUOR ASSE 134 Redazione Diffusa

starci dentro come la pulce nel pelo di un cane. Il rumore di una pavana agitò quell’aria rarefatta che si era creata sotto lo sguardo di rimprovero della moglie mentre lui cominciava a ridere sguaiatamente. “Tromba di culo sanità di corpo. Forza Santina, curr drera che t’rivi a ciapala.” Ormai non c’era più con la testa. La maggior parte del tempo lo passava all’osteria. Quando non usciva, girava per casa o si sedeva nell’orto a guardare la moglie lavorare. Non aveva più energie e un briciolo di entusiasmo. Soltanto Santina resisteva con il coraggio e la tenacia dei contadini, quelli di poche parole e con la schiena bassa. Davanti a questo lasciarsi andare del marito soffriva e cercava di non darlo a vedere. Alfonso sputò sul pavimento cominciando a bestemmiare e a imprecare. “Hai la testa dura come tua madre. Non c’è nessuno che riesca a farti rinsavire.” Dopo qualche istante di silenzio fece un giro intorno al tavolo. Maria continuava a tacere. Era ubriaco, da lì a poco si sarebbe nuovamente appisolato e Maria avrebbe preso la porta per andare al presidio delle mondariso. Anche oggi avevano fermato il lavoro per aprire una nuova trattativa sul loro compenso per la stagione in corso. Augusto Fietti, rappresentante della Lega dei Contadini, un socialista senza macchia e senza paura, le aveva difese a spada tratta e voleva Maria al suo fianco per cercare un accordo che pareva difficile. Quando vide il vecchio poggiare la testa con le braccia conserte si preparò alla fuga. Adesso non lo avrebbero svegliato neanche le cannonate. Sua madre la guardò con un po’ di preoccupazione, sapeva di non tenere a freno quella figlia ribelle che mostrava coraggio da vendere. Gli occhi mogi di Santina lacrimarono un silenzioso d’accordo. Si rese conto di quanto Maria fosse bella. Ricordò in quel momento, quando la vide prendere la porta, della sua prima mestruazione. Era con le gambe spalancate nel letto, terrorizzata, la rosa di sangue allargata sul lenzuolo. Era diventata donna in fretta e all’improvviso. Era l’ultima volta che l’aveva abbracciata per tranquillizzarla e adesso sentiva bisogno di abbracciarla di nuovo, come allora. Il paese dormiva, o così credeva lei. Per un istante si sentì l’unica abitante di quel posto, ebbe un fremito di paura. Ferrera Erbognone era un paese bigotto, casa e chiesa e prega pater noster e non c’erano i socialisti a istigare il popolo e a mettergli cattive idee in testa. I proprietari delle terre erano in combutta con il prevosto e i mezzadri per essere assunti passavano dalla selezione della parrocchia. Chiunque avesse avuto bisogno di lavorare, prima faceva anticamera dalla perpetua. Maria lo odiava quel prete, perché era un vecchio porco e ci provava con tutte le ragazze delle famiglie più povere. Ricordava ancora le sue prediche quando Santina la portava in chiesa. Mai una parola per quelli che si massacravano di lavoro nei campi per arricchire i grandi proprietari, mai contro la violenza del potere e sul riconoscimento dei diritti. Aveva imparato una cosa e la dottrina socialista che approvava sempre di più glielo confermava: la chiesa era sempre dalla parte del più forte. Nelle sere d’inverno, quando il buio scendeva alle quattro del pomeriggio e la nebbia era fittissima, con altre amiche prendeva a sassate la sua finestra. Crescendo, aveva portato con sé lo spirito ribelle e fiero e le cinghiate del padre FUOR ASSE 135 Redazione Diffusa

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