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3 months ago

FuoriAsse #22

Officina della cultura

El Anatsui, New World

El Anatsui, New World Map La composizione di El Natasui è abbagliante e aurea, fa cadere le mascelle dallo stupore perché dallo Shining dell’arazzo, dalla luccicanza per tradurre approssimativamente il titolo del film di Kubrick si passa allo stupore del mondo opaco della spazzatura. “Shine” era usato anche come termine denigratorio per la gente di colore e El Natasui gioca nei suoi arazzi proprio con l’ombra e il baleno. Sottili strisce di alluminio lucido e riflettente sono lavorate a losanghe, agganciate tra loro secondo una tecnica artigianale tradizionale ghanese usata per i tessuti di seta. Ma in questo mare d’oro di princisbecco, avvicinando lo sguardo alle forme dei continenti ci si accorge che sono composti di tappi schiacciati, scarti, rifiuti: derive di sporcizia come quelle grandi isole di plastica che impestano gli oceani. Ogni visitatore viene invitato a toccare l’opera, a crearne una piega, ingrandire un rigonfiamento tumorale, a dare il suo contributo allo sformarsi del mondo. L’Africa felix non c’è, si inabissa, o meglio rolla ammorbandosi delle migliaia di pezzi di spazzatura con cui è composta l’opera. Si può proporre il sogno di una mappa della felicità? Forse basta un piccolo falansterio ricamato nella semplicità di un “punto erba”. Detail of New World Map by El Anatsui. Photo courtesy MHC Art Museum FUOR ASSE 80 Riflessi Metropolitani

Deindustrializzazione, spazi urbani e letteratura di Luigi Vergallo ©Malules Fernández «Nei mattini, uscivamo di corsa, in macchina, Matteo prima di noi sulla moto verso la conceria. Si respirava un’aria di ferro. Piccoli tram grigi, quadrati, si trascinavano da un angolo all’altro sostando per sbarcare cesti di verdure, di frutti, lunghi involucri di garofani. Rare luci di bar macchiavano il grigio dei viali. Gruppi di operai pedalavano, le mani in tasca, la borsa della colazione dondolante al manubrio, le “600” in colonna filavano per i corsi. Non s’udiva una voce. (Giovanni Arpino, Una nuvola d’ira, Mondadori, 1962). Tale appariva la città industriale che, alla fine del boom economico, si offriva agli occhi – fintamente distratti – dei propri abitanti, dei propri lavoratori. Una città segnata da un’industria che ne definiva i contorni, il suono, l’incedere lento o veloce a seconda dell’ora del giorno. Senza toccare le vette totalizzanti del villaggio operaio, che attorno alla fabbrica respirava accompagnando operai e cittadini – che del resto coincidevano – dalla culla al camposanto, la città industriale definiva comunque le appartenenze e i ruoli, le possibilità di vita e i percorsi individuali e collettivi. Sembra impossibile immaginare che, di lì a soli altri vent’anni, avrebbe invece preso avvio – in tutto il mondo occidentale – il processo di frammentazione che avrebbe cambiato per sempre l’aspetto di quelle città votate all’industria, spingendo le grandi fabbriche – poiché i piccoli laboratori non sono scomparsi – prima verso la provincia e poi verso il resto del mondo, soprattutto verso le aree in via di sviluppo. Una trasformazione nel corso della quale – in Italia soprattutto a Milano – sono state espulse dal centro cittadino, con le fabbriche, intere fasce di lavoratori lì residenti. Ciò che ha segnato FUOR ASSE 81 Riflessi Metropolitani

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