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4 months ago

FuoriAsse_n_22

dell’autore, che

dell’autore, che diventano perciò Luoghi di silenzio, poesia che chiude la raccolta. Il silenzio di Amedeo Anelli è infatti il silenzio di pianura delle sue terre (delle nostre, dovrei dire), il silenzio della campagna e della neve che si fa “poltiglia e gelo” (Notturno, il secondo), degli “alberi scuri rosso mattone” e di quelli “color antracite” (Villa Barni) o di quelli-ocra che fuggono nella nebbia (Melegnanello). Ed è il silenzio della nebbia, dunque, della “densa nebbia nella luce che cala e annotta” o del “pioppeto a specchio sulla curva che disegna un limite alle parole e allo sguardo” (Tessuto i corpi), dei “campi prima allagati nella coltre di neve dove ora spuntano stoppie” (Versi in treno). E se nella silloge il silenzio campeggia quasi ossessivo in ben 36 occorrenze, la forza di questa poesia deriva proprio dalla forza evocativa di un silenzio che si fa parola, esatto preciso misurato connubio di silenzio e pensiero: parola appunto, “cosa della mente” (Nella luce delle parole, nell’ombra del mondo – Variazione I), e dunque forma: “silenzio fatto forma dal silenzio” (Anima), “silenzio come forma disegno” (ancora Nella luce delle parole – Nella forma del mondo – Variazione I). Così, attraverso il paradosso del silenzio, la silloge diventa testimonianza della forza temeraria della parola, della sua capacità di dire fermando l’ineffabile nell’istante in cui si manifesta nel “fiato intenso della sosta” mentre si guarda “il velo di nebbia sui campi” (ancora Villa Barni). È, del resto, quello che già semplicemente, ma con una densità che si fa intensità, ricchezza, potenza della parola, esprime il titolo stesso della silloge, Neve pensata, dove il participio suona quasi come il tentativo di fermare nel fotogramma del pensiero il trascorrere della neve, il suo discorrere. Il sintagma infatti è lì, sospeso nel bianco della pagina, a testimoniare il suo compito FUOR ASSE 114 impossibile, quello di fermare neve e pensiero, la neve nel pensiero, il pensiero nell’attimo in cui pensa il suo oggetto, la neve, e per un attimo lo ferma (come un fiocco su una mano diremmo ancora con l’autore), nel flusso del suo ac-cadere, del suo sciogliersi, del suo trascorrere in altro. Per questo, forse, in molti luoghi della raccolta questa «parola-neve-pensiero» manifesta anche l’esigenza del contatto con i corpi, ad esempio laddove “la parola si è sciolta e vedi precipita” (Solo visione, solo tempo), o perché “spunteranno nuove foglie e la densità del silenzio crescerà come un corpo” (Notenbuchlein) e perché, ancora, “se le idee sono le porte, il Corpo è più forte” (Per le cinque dita – Cinque sentenze in forma arcaica). Ma non si tratta solo di quel contatto astratto attraverso le immagini che le parole sanno evocare, “da corpi – immagine a corpi – immagine” (Controtempi su Beslan), quan - to piuttosto di un contatto fisico, materiale appunto, dove “nell’inestinguibile di nebbia-neve-gelo la verità accade come Le recensioni di Cooperativa Letteraria

un esito imprevisto del tatto fra i corpi, un alito del respiro che subito ghiaccia” (Comunicazioni). Il silenzio della raccolta è dunque questo tessuto dove la verità accade materialmente come su un campo bianco di neve attraverso le presenze che lo animano, e sono presenze indistintamente umane, come “il volume del fiato nello scalpiccio degli stivali” (In memoriam – I progressione) o il “piede che affonda qua e là fra il ghiaccio e la neve” (Gli invisibili); o presenze animali come “uno scatto d’orecchie ed un balzo nella neve” del gatto che insegue il pettirosso (In memoriam – I progressione). O, ancora, è il rumore naturale della pioggia notturna, che “cala minuta dagli zigomi degli edifici” (ancora Notturno, il primo), “la grandine che falcia il giardino e una percussività d’acqua e vento” (Apologo). È perfino il taglio, ricorrente nella raccolta, di un treno che passa “nel rumore di vetri tintinnanti” (Il gelo) e “con un piccolo tonfo” va e scompare sovrapponendosi alla stessa scena di prima, dove il pettirosso è sfuggito al gatto nella neve con le sue briciole e ora “attende da giorni a supero del gelo” (In memoriam – II progressione): perché, in fondo, la vicenda che si sussegue in rapide “progressioni” è simbolica rappresentazione di quello che abbiamo detto più sopra, del compito impossibile di fermare neve e pensiero, parola-graffio verso volo ineffabile come un abbaglio dalla neve che porta all’improvviso il pettirosso sull’altana (ivi), nella pagina dopo, e il gatto “sotto la sedia che ci osserva con dilatati occhi” durante il temporale (Anima), sconfitto dall’ineffabile diventato non senso, al termine della raccolta. E in questa partitura che si anima attraverso la presenza naturale di vite destinate altrimenti a passare come ideogrammi indistinti sulla neve, quasi Invisibili (“piede che affonda qua e là fra FUOR ASSE 115 il ghiaccio e la neve orme di passeri e gatti e piccoli animali, segni per gli abitanti del silenzio”), silenzio e neve diventano luogo del ricordo, occasione di incontro per una memoria tenace che preserva e che, come la neve, è sì destinata a sciogliersi, ma per un attimo ancora copre (“la neve copre ogni segno” – In memoriam – IV progressione), protegge, trattiene (“Solo la neve sa trattenere la pace e il ricordo” - Dal 1915 – Kapsbergiana II): una memoria che rinnova, soprattutto rinnova nel cristallo nitido della parola i tratti di un’umanità feconda di affetti che popola i paesaggi imbiancati della raccolta. Qui, all’improvviso, balugina il volto di un’amica o di un amico (A Daniela, a Sandro, ad Assunta, a Gino, ad Edgardo, a Fernanda, a Vannetta) come il guizzo impazzito di un riflesso (“Lo squillo luminoso del giardino innevato” – In memoriam – I progressione), quasi che il Silenzio riveli all’improvviso il suo ultimo paradosso e diventi funzione del richiamo, intima condivisione che, come il bianco della neve, parifica e unisce in una comune, umanissima consapevolezza: Ma quale istante? Quello della coscienza che dura? Quello del movimento del treno nel paesaggio? Quello della fugacità della vita nell’eterno? O l’istante che si apre all’intemporale? Tutto va all’indietro come in treno il paesaggio, se cambi posto fugge tutto in avanti nel non visibile. (Per Edgardo) Le recensioni di Cooperativa Letteraria