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4 months ago

FuoriAsse_n_22

paura, ma questo lo

paura, ma questo lo lascia tra le righe. Parise pretende un lettore forte, un lettore che sappia incunearsi nelle pieghe della trama narrativa. Improvvisamente la donna disse: «Mi lasci stare», si scostò dall’uomo inarcando la schiena e con passi dolorosi e danzanti andò a posare la fronte contro i vetri di una finestra con il bicchiere di whisky in mano. Più tardi qualcuno disse che aveva pianto e fatto anche una scenata, forse perché aveva bevuto. Nonostante tutto l’uomo fu invitato da loro a una grande cena ed egli non volle rifiutare, per educazione e perché desiderava vederla ancora. Sedette alla destra di lei che manteneva i solchi ai lati della bocca, gli parlava con sfida contadina e non sorrise mai, se non in modo sprezzante e senza mai distendere il volto qua e là sconvolto da quei gonfiori. In due o tre occasioni accadde che le mani o le spalle dei due si toccassero ma lei si ritrasse, offesa. L’uomo stette bene attento che non accadesse mai più un simile caso e allontanò la sedia, poi addirittura si alzò e girovagò un poco per la casa. Passando per un corridoio semibuio, ad ora inoltrata, incontrò una bambina in camicia da notte, sperduta, rossastra come la madre, che egli carezzò sulla testa; la bambina gli prese subito la mano, se la posò sul petto, gliela strinse come accade nel sonno guardando davanti a sé il corridoio con lunghi ciuffi di capelli addormentati in aria. Poi si staccò dalla mano di lui e andò chissà dove. L’uomo tornò nella grande sala da pranzo dove il marito distribuiva champagne: lei stava sempre seduta a capotavola, forte e severa; il marito sorrideva ed era buono e servizievole. Durante la cena finale che decreta la fine del loro amore, un amore davvero strano, dove non accade nulla, l’uomo accarezza la testa della figlia di lei con tenerezza. Quante volte sotto i nostri gesti si nascondono altri pensieri, diversamente da come appaiono agli altri. Quella carezza è come se l’avesse data alla madre, non alla figlia e basta. La cena chiude il racconto come si chiu - de il loro amore, con il senso di aver vissuto e disperso molti anni della propria vita. L’uomo tornò sempre più di rado in quella città. ©Menoevil Aow Non vide più la coppia degli sposi, pensò a lei e sempre gli parve che fosse passato molto tempo. Invece erano passati solo pochi mesi ma il sentimento che lui e la giovane signora avevano provato (e qui descritto) era tale che essi, senza volerlo e senza saperlo, avevano vissuto e disperso nell’aria in così poco tempo alcuni anni della loro vita. Proviamo a leggere adesso alcuni inizi dei racconti di Parise. Leggendoli sul giornale i suoi lettori non avevano ben chiaro quello che stesse facendo l’autore, dove andasse a parare. Oggi, leggendo l’intera raccolta Centuria (Rizzoli, 1979), sono chiare le sue intenzioni e il senso delle sue scelte stilistiche. Ecco come inizia Affetto sottolineando i paradossi emozionali e stilistici di Parise. Affetto Un giorno un uomo molto ricco ma “per bene” che conosceva la vita anche grazie alla mondanità e alle cose futili e costose entrò nell’immensa casa di famiglia con l’intenzione di far capire alla moglie che non l’amava più pure amandola moltissimo. FUOR ASSE 18 Guido Conti

- Altri Il giorno di ferragosto dell’anno 1938 un bambino di otto anni, di “ottima famiglia”, con la testa molto rotonda ma fragile si aggirava nei pressi della capanna sulla spiaggia del Grand Hotel De Bains al lido di Venezia alle due del pomeriggio. Amicizia Un giorno di fine inverno in montagna un gruppo di persone che si conoscevano poco e si erano ritrovati per caso su una vetta gelida e piena di vento decisero di fare con gli sci una pista molto lunga e solitaria che portava a una valle lontana. Allegria Un giorno una madre e un figlio di diciotto anni, molto somiglianti tra di loro, di condizioni modeste e di carattere semplice partirono per un luogo di villeggiatura che la madre aveva sentito nominare da alcune signore. Bastano questi pochi esempi per capire lo stile di Parise. Gli incipit sono quasi tutti simili. Siamo sempre in situazioni generiche, una donna, un uomo, un figlio, un bambino, un cane; in luoghi sempre generici, in montagna, in città e sempre in stagioni o in anni mai precisati se non per qualche eccezione... Parise sta compiendo un’operazione di astrazione dalla realtà concreta. Ogni racconto deve essere puntuale ma nello stesso tempo generico, come capita in un “glossario”. Non dimentichiamo che il libro di Parise è un sillabario, dunque massimo della concretezza nel massimo di astrazione e concentrazione: un paradosso che determina tutte le scelte stilistiche del suo lavoro di narratore. La realtà è contraddittoria, complessa, sfuggente, difficile da racchiudere in una semplice definizione o in una parola. Allora, cosa sono questi pezzi? Sono veri e propri racconti o poesie in prosa come scrive Parise? Cesare Garboli ha scritto su quest’opera: «Non sono racconti, non sono apologhi, non sono operette morali. Io non riesco a trovare migliore definizione che Goffredo Parise in via della Camilluccia, foto di Serena Rossetti FUOR ASSE 19 Goffredo Parise