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4 months ago

FuoriAsse_n_22

iattualizzando una

iattualizzando una tradizione fenomenologica da Husserl a Merleau-Ponty, è come «la categoria di intersoggettività» possa essere oggi ancora utilizzata nella formazione dell’identità soggettiva, come il «riconoscimento operato dall’alterità» possa avere ancora valore nella percezione e nello sviluppo della propria identità. L’integrazione dell’altro, lo sappiamo, richiede un ridimensionamento dell’io, ce lo ricordano Husserl, Merleau-Ponty, ma già anche Leibniz, aggiungiamo noi; tuttavia, questo depotenziamento è perlopiù avvertito come limite alla propria potenza espansiva. La presenza condizionante dell’altro si può tradurre allora solo in estenuante conflitto? Ne era convinto Sartre: «il conflitto è il senso originario dell’essere-per-altri» (L’essere e il nulla, 1943). Foucault (La volontà di sapere, in Storia della sessualità, 1976) da parte sua analizza come il potere si eserciti non sulla base di un unico «centro di sovranità», ma «a partire da innumerevoli punti, e nel gioco di relazioni diseguali e mobili». Dunque in quel - l’incessante scambio solidale dei ruoli servo-padrone – nel tentativo di affermare, per ciascuna delle parti, sempre il ruolo di padrone – che ci mostra molta letteratura oggi: a partire da Cecità (1995) di Saramago, dai romanzi di Philip Roth, L’animale morente (2001) e Umiliazione (2009) a La comparsa (2014) di Abraham B. Yehoshua fino all’estre - mo Cosmopolis (2003) di De Lillo; tutti esempi calzanti che Mazzarella esamina attentamente. Se la dialettica hegeliana, attraverso il ribaltamento della dipendenza mirava a una ideale emancipazione del servo – l’uomo storico –, oggi sembra prevalere la circolarità di un legame di dipendenza, in cui, a turno, entrambe le parti si scoprono in debito verso l’altro, in cui ciascuno, a turno, vorrà assoggettare l’altro. Viviamo un’epoca di desimbolizzazione, ci ricorda Mazzarella: il simbolo non adempie più ad una funzione FUOR ASSE 56 ©Sarthak Ghatak Il rovescio e il diritto

unificante mediante «il riconoscimento», e se anche il debito, come scriveva Lacan, ha perduto la sua connotazione simbolica, il suo «rinvio a una catena di significati archetipici» non potrà che disgregarsi «nell’intercambiabilità tra i ruoli di servo e padrone, di creditore e debitore». In altre parole, viene legittimato un costante «diritto alla crudeltà» come indicava Nietzsche. Viene a mancare il posto dell’altro, rileviamo noi, come vero punto di vista, per usare un’espressione di Leibniz. E non di rado nelle pagine del saggio di Mazzarella si fa riferimento a testi in cui il vedere – meglio, il non vedere – è metafora che svolge l’idea di una mancata solidarietà come assenza di partecipazione dello sguardo sull’altro. Mazzarella lo individua innanzitutto in Cecità dove l’essere cieco diventa «deformazione percettiva» non solo fisica ma anche etica: i ciechi di Saramago non accedono ad alcuna forma di veggenza, piuttosto regrediscono ad uno stato animale: individui sottomessi all’unica legge di diritto alla crudeltà, non si chiamano nemmeno per nome, lottano solo per la supremazia consegnando se stessi alla degradazione di ogni desiderio fino a sentire di appartenere a un «mondo spolpato ed esaurito». In scena, una disgregazione dei legami di un’intera comunità incapace di sottrarsi al godimento perverso di sopraffazione. Incapace di impegnarsi in un qualsiasi processo di ordine morale e politico. Cecità, sottolinea Mazzarella, anticipa quella malattia del capitalismo che Guido Rossi, esperto conoscitore del mercato, descrive nel libro Il conflitto epidemico (2003): «in entrambi i casi si assiste al tracollo di un sistema economico: pulsionale nel caso di Saramago, finanziario nella ricostruzione di Rossi». L’annichilimento dell’altro come unica strada verso il piacere è un meccanismo osservato anche in L’animale morente e in Umiliazione di Philip Roth. In FUOR ASSE 57 ©Nan Goldin, Buzz and Nan at the Afterhours, New York City, 1980 entrambi i romanzi, i personaggi che formano la coppia aspirano ad esercitare un dominio, in un gioco di seduzione alimentato da una pulsione di morte, in un continuo ribaltamento dei ruoli debitore-creditore. L’approdo è un profondo nichilismo: una volta messo in atto il «dispositivo del dominio» sull’altro non si esce dalla logica di un perpetuo «indebitamento reciproco» e di uno spreco totale di risorse e energie. Niente di vitale emerge in queste relazioni, i volti di questi personaggi potrebbero essere benissimo quelli consumati, in un’assenza totale di condivisione, che vediamo nelle fotografie di Nan Goldin in Ballad of Sexual Dependency (slide show presentato nel 1986, riproposto nei successivi trent’anni fino alla versione 2016-2017 per il MoMA) dove, osserva l’autore, «circola una desolazione priva di riscatto, insieme al rancore per un investimento talmente elevato da ripiegarsi su stesso, sull’atonia paralizzante di corpi che hanno desiderato troppo, e invano». Non solo il godimento sessuale può però essere strumento di dominio sull’altro, ma anche, e forse ancor più pericolosamente, lo possono essere le richieste d’amore. E anche qui ci convince l’analisi di Mazzarella intorno al romanzo di Yehoshua, La comparsa, dove la coppia Uriah-Noga alimenta un perverso e vincolante meccanismo al pari dei Il rovescio e il diritto