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8 months ago

FuoriAsse_n_22

che una delle corde che

che una delle corde che regge la palanca più piccola, quella con i pacchi di carta, ha ceduto, il legno si è inclinato improvvisamente, paurosamente. I fogli volano giù in basso. Quelli sulla palanca di sotto, quella più lunga, fanno gesti strani e convulsi all’in su. Cerco di avvertire gli altri in cucina di quello che succede lì fuori. Ma loro ridono, io mi sento gelare. Penso che loro credano che io abbia un malore, visto che non riesco a parlare, l’indice della mano non riesce a stendersi, agito i pugni come un cretino. Nello stesso tempo mi ricordo che la stessa cosa mi è successa quattro anni prima, quando ci fu il terremoto a Roma. Anche allora si stava in cucina, anche se in diversa compagnia. Ora l’asse più piccola si è riversata sulla maggiore, Stefano e l’altro non riescono ad acchiappare in extremis il corpo che gli cade addosso. Rifiato o mi sembra di rifiatare, anche il loro sostegno inizia a scendere, piano, parallelo al terreno. Ma non può essere, non deve succedere questo, se non intenzionalmente, cioè a forza di braccia, tirando le funi al contrario. I tre sopra se ne accorgono, cercano di bloccare le carrucole. Uno, da un lato, riesce; l’altro continua a tentare su un’asse sempre più sbilanciata. Di colpo la corda cede, tutto si sposta ancora più in basso, vicino ai pali del palazzo che sta crescendo. Tentano il salto. Tutti, in cucina, a quel punto osserviamo, muti, la scena. Due riescono bene, il terzo lo vediamo cadere, sparire tra le linee imprecise del cantiere. Mi sento male, corro giù per le scale fino allo spiazzo, voglio vedere il mucchio di sabbia con le macchie umide che non sembrano nemmeno sangue. Non riesco a distinguerne il colore per l’effetto delle lampade al sodio del cantiere che rendono ogni cosa arancione o nera… Intanto quattro di noi prendono il corpo e lo scaricano da qualche altra @Marc Steinhausen FUOR ASSE 92 Marco Solari

parte. Ognuno sa esattamente cosa fare. Su, nell’appartamento, qualcuno mette l’acqua sul fuoco, qualcun altro cerca di calmare i due sopravvissuti, ancora intontiti. Non chiamiamo la polizia: la cosa si può risolvere anche dopo. È stato un incidente, ma tutti sappiamo che non abbiamo chiesto l’autorizzazione per intervenire sulla facciata del palazzo, quindi possiamo passare seri guai. Con un altro attore, in silenzio, salgo sul terrazzo a togliere ogni traccia di corde e carrucole, rimettiamo le palanche al loro posto, da dove le avevamo prese, rimpastiamo le tracce sulla sabbia, recuperiamo i fogli, per fortuna numerati, li raccogliamo con meticolosità. Finiamo all’alba, sfiniti. Qualcuno allora grida che sono rimasti dei riquadri della gigantografia ancora attaccati al muro di cemento. Guardo fuori. L’angoscia mi abbandona per un istante, quasi mi viene da sorridere quando vedo che il grigio del cemento coincide quasi perfettamente col tono della carta in bianco e nero. Per il momento siamo salvi. Mangiamo in cucina, ogni tanto penso: ma come fanno a ridere tutti quanti, dopo quello che è successo? Il giorno è ormai pieno di rumori, la sera facciamo il nostro spettacolo, con successo, nonostante i giorni di folle calura possano sconsigliare qualsiasi essere umano a restare in città. Non è nemmeno ancora agosto. La sera stessa smontiamo le nostre poche luci, prendiamo i soldi che ci spettano, soltanto quando siamo già sull’autostrada sentiamo la radio che parla di un incidente sul lavoro in un cantiere di Torino. Ovviamente un altro cantiere in altro quartiere… Per tutto il resto della tournée – e chi sa per quanto altro tempo, per quante altre piazze – non è l’angoscia del fatto in sé o eventuali sensi di colpa a tormentarci. Piuttosto il senso, ben più difficile da raccontare, che è quello di essere per chi sa quanto tempo legati tra di noi. Nonostante tutto. E così un gruppo di artisti va avanti. FUOR ASSE @Montserrat Diaz 93 Marco Solari

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