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FuoriAsse_n_22

Le cicale cantano nel

Le cicale cantano nel nostro silenzio di Giorgio Bona ©Jamie Heiden Si propone in lettura un estratto di un testo ancora inedito di Giorgo Bona, già autore di Sangue di tutti noi (Scritturapura Casa Editrice, 2012), romanzo storico incentrato sulla storia cruda e drammatica di Mario Acquaviva, militante del Partito Comunista Internazionalista, ucciso l’11 luglio del 1945 nel centro di Casale Monferrato. Evento che in maniera emblematica ricalca le azioni del filone antifascista che si muoveva a Torino e dintorni. Nel testo selezionato per «FuoriAsse», invece, la protagonista è una donna, Maria. Anche questa vicenda ripercorre tradizioni e culture di luoghi ben specifici, quelli abitati dalle lavoratrici del riso; e anche in questa storia Maria si fa portavoce di tante altre sue compagne che hanno combattuto per i propri diritti. Fatti che avvengono in precisi territori; terre descritte con cura e devota attenzione da un autore che è capace come pochi di guardare al passato. Caterina Arcangelo FUOR ASSE 130 Redazione Diffusa

I. Le signore della dura lotta La casa dove abitava Maria ricordò di averla vista costruire a suo padre quando ancora non si lasciava andare con la bottiglia. All’inizio aveva le sembianze di una capanna con il pavimento in terra battuta e un’unica camera che confinava con la stalla. Poi la stalla era stata annessa all’abitazione e ne erano state ricavate due stanze, una per i suoi genitori e l’altra per lei e suo fratello. La camera dei figli, la più grande, serviva anche da magazzino per far seccare i pomodori e conservare le granaglie e le sementi dell’orto. Nella camera che fungeva da cucina, l’unica munita di una stufa a legna utilizzata per il riscaldamento e per la cottura del cibo, non c’erano altri mobili che un tavolaccio in pioppo e quattro sedie e, contro una parete, una lunga mensola e alcuni scaffali. Sul tavolo c’erano bicchieri sporchi del giorno prima, piatti e una caraffa di vino. Maria era in piedi. Scattò al primo rintocco, con qualche minuto di anticipo. Si stava già vestendo. Il gonnellone sventolava facendo aria al muoversi del suo corpo agile e snello e la camicetta bianco panna copriva le sue forme aggraziate. Guardò sua madre scaldare il latte al padre. Portava i capelli corti. Un tempo erano stati biondi, quasi bianchi, simili a fili di vetro, con qualche sfumatura grigia, nonostante la giovane età. Passando gli anni si era ingrigita completamente e mostrava più anni di quelli che aveva. Era originaria di Mortara. Generazioni di mondariso, antico mestiere che si tramandava di madre in figlia. Era alta e magra. Da giovane, dicono, fosse molto bella, con gli occhi chiari molto espressivi, la pelle vellutata. Dopo il matrimonio dimostrò grande abilità e dimestichezza nel mandare avanti la casa. Sapeva risparmiare, conosceva le tecniche per conservare gli alimenti durante le stagioni critiche, per cui in tavola c’era sempre qualcosa con cui riempire lo stomaco. Nella Lomellina erano molte le donne con quelle caratteristiche, semp con i pè a moij per usare dispregiativi di queste piane. Era figlia di contadini. Aveva frequentato la prima e la seconda classe, per cui sapeva leggere, scrivere e fare di conto. Santina era una donna schiva e di poche parole. In paese molti si chiedevano come facesse a sopportare il marito, due caratteri così diversi e incompatibili. Quando era in buona e non aveva ancora abusato della bottiglia, Alfonso, anche se era analfabeta, aveva l’intelligenza e la scaltrezza dei contadini che non si occupano soltanto della terra, ma si ingegnano in tante altre cose. Adesso era un uomo dal passo pesante, un’ombra spigolosa che si sedeva vicino al tavolo e a testa bassa ingoiava il cibo che gli veniva messo nel piatto. Urlava, imprecava contro tutto e tutti, malediva i santi del paradiso. Si ripeteva sempre la stessa storia. Finito di mangiare continuava a rimanere vicino al tavolo finché non vedeva il fondo della bottiglia. Non era mai uscito di casa. Da quando aveva cominciato a bere, ogni sera si recava in paese dove c’era la Soms. Gli avventori abusavano di vino di pessima qualità, giocavano a carte e quasi sempre finiva in rissa. FUOR ASSE 131 Redazione Diffusa